Sul nuovo libro di Thomas Piketty

di Franco Lissa

Questo “libro-mattone” è importantissimo, perché pone al centro dell’attenzione, e in modi non propagandistici ma scientificamente documentati, la questione-spia delle crescenti ineguaglianze che la mondializzazione sta solidificando. Come ricorda Franco Lissa in questa sua puntuale presentazione: ” L’1% più ricco della popolazione si è appropriato del 27% della crescita mentre il 50% dei più poveri ha avuto una crescita del 12%. Le classi medie e popolari dei paesi ricchi hanno subìto una perdita importante del loro benessere economico, il che, come vedremo, ha provocato dei cambiamenti significativi anche a livello di rappresentanza politica”. Sulla proposta del “socialismo partecipativo” avanzata da Piketty a me restano – non avendo sgombrato la lezione di Marx dalla mia mente – molti dubbi. Ma discutiamone. [E. A.]

Il primo atteggiamento che il lettore deve assumere di fronte alle 1200 pagine dell’ultimo libro di Thomas Piketty (Capital et Idéologie, ed. Seuil, 2019, di cui si attende la traduzione in italiano) è la fiducia nell’autore. Esso fa seguito alle 950 pagine del libro precedente (Le capital au XXI° siècle, ed. Seuil, 2013), e nonostante l’imponente dimensione, è un libro di lettura gradevole anche per un non economista di formazione, ma che sia interessato alle scienze umane, economia ovviamente, con una competenza statistica anche non specialistica, storia economica, pensiero politico, scienze sociali. Thomas Piketty è directeur d’étude alla École des hautes études en science sociales e professore all’ École d’économie di Parigi, ma collabora anche con la London School of Economics ed il Massachusetts Institute of Technology.

E’ un seguito del libro precedente, dicevo, che ha decretato il successo planetario del suo autore anche al di fuori dell’ambito universitario, un libro che è stato tradotto in 40 lingue e venduto in più di 2,5 milioni di copie. Ma in qualche misura ne è anche un superamento. Si basa, come il precedente, sulla base statistica del progetto World Inequality Database (http://WID.world), cui collaborano più di 100 ricercatori di più di 80 paesi in tutto i continenti, ma da esso si diparte in varie direzioni. C’è un allargamento dell’analisi verso culture diverse dai tradizionali paesi ricchi (Europa Occidentale e Stati Uniti in primis), ma soprattutto c’è un metodo che trae spunto dalla solida base economico-statistica di studi sulla proprietà e sul reddito che arriva ai giorni nostri partendo il più lontano possibile, laddove dati sono reperibili, dal XVIII° secolo per il Regno Unito e dalla riforma della pubblica amministrazione successiva alla rivoluzione per la Francia. In qualche misura è come se si desse ormai come assodata l’evidenza delle diseguaglianze sulla base della letteratura cospicua sul fenomeno (cito come primo maestro Anthony Atkinson, inglese, il padre culturale della lotta per l’uguaglianza) e ci si proponesse di allargare il ragionamento alla sfera sociale ed all’azione politica.

Argomento della ricerca è lo studio dell’evoluzione delle società inegualitarie nel corso dell’epoca moderna, grosso modo dall’argomento di studio principale di Karl Polanyi nel suo storico saggio del 1944, La grande Trasformazione, l’espropriazione delle terre nell’Inghilterra del secolo XVIII° e la nascita del capitalismo, alla società ipercapitalistica degli anni 1980-2020. La ragione del titolo, Capitale e Ideologia, sta nell’interesse che Piketty attribuisce agli argomenti ideologici con i quali le diverse società inegualitarie hanno giustificato la propria struttura e ne hanno ipostatizzato la “naturalità”. Piketty non nasconde l’obiettivo culturale e politico della propria ricerca: fornire degli strumenti di interpretazione e di azione al formarsi di quella che lui chiama una coalizione egualitaria, che si ponga l’obiettivo di superare il capitalismo verso una società giusta per il XXI° secolo, basata sul socialismo partecipativo.

Il piano dell’opera è suddiviso in quattro parti:

  • La prima parte è dedicata allo studio delle società inegualitarie nella storia. Si parte dalle società ternarie, fondate sulla tripartizione funzionale: clero, nobiltà, terzo stato, e se ne studiano i fondamenti, potere e proprietà, nelle società d’ordine europee, con accenni all’India, alla Cina, all’Iran. La Rivoluzione Francese del 1789 segna la grande demarcazione: il diritto alla proprietà individuale come fondamento di un nuovo ordine sociale, ed il suo fondamento di potere, lo Stato centralizzato. Questo passaggio fondamentale viene approfondito nell’esperienza francese in primo luogo, nel Regno Unito, ma anche in alcuni casi che presentano aspetti particolarmente interessanti, come l’Irlanda e la Svezia.
  • La seconda parte studia le società schiaviste e coloniali. La società schiavista è l’estremizzazione dell’inegualitarismo, e la sua abolizione lungo il corso del XIX° secolo sotto il regime proprietarista porta all’invenzione del debito pubblico: esemplare è il caso di Haiti, ove la prima autoliberazione degli schiavi finisce per finanziare una compensazione agli antichi schiavisti che dura 150 anni. Si discute estesamente della guerra civile americana e dell’abolizione dei regimi schiavisti o servili in Brasile e in Russia. Successivamente si analizzano le diverse società coloniali, a partire dall’esperienza dei due principali colonialismi storici, Francia e Regno Unito. Si accenna alla tardiva comparsa del regime di apartheid in Sud Africa, e al fallimento dell’esperimento del federalismo democratico post-coloniale con la fallita Federazione del Mali, che tentò negli anni ’60 di dare una base più solida allo sviluppo delle repubbliche africane francofone. Nei capitoli successivi c’è una analisi piuttosto approfondita della società indiana ed infine ci si concentra sul passaggio dalla società trifunzionale allo stato centralizzato in Cina, Giappone e Iran, con qualche accenno alle problematiche dei paesi musulmani.
  • La terza parte studia la grande trasformazione del XX° secolo. E’ interessante l’esplicito riferimento nel titolo a Polanyi, che pure non viene citato esplicitamente. Qui si ritrovano molti argomenti trattati con dovizia di dati nel libro precedente. Il periodo tra le due guerre 1914-1950 determina lo sfacelo del proprietarismo nei paesi sviluppati e la fine delle vecchie classi redditiere del secolo precedente, falcidiate dal debito pubblico e dall’inflazione. La violenta crisi sociale porta al secondo conflitto, e il successivo dopoguerra, 1950-1980, impone la nascita dello stato fiscale, con al centro il concetto di imposta progressiva sul reddito. E qui si studiano successi e soprattutto insuccessi dei due tentativi di porre fine all’ineguaglianza: le società social-democratiche e le società comuniste. Gli anni 1980-2020, dall’avvento del neoconservatorismo ad oggi, sono l’epoca che abbiamo di fronte, l’ipercapitalismo ed il neoproprietarismo. Piketty non perde occasione di far notare il ritorno nella modernità di ideologie tipicamente legate alle antiche società trifunzionali e proprietariste.
  • La quarta ed ultima parte è anzitutto un esteso ripensamento sulle ideologie del conflitto politico. Si dimostra sulla base dell’incrocio tra dati elettorali, di censo e di istruzione, la fine del dualismo sinistra-destra che ha caratterizzato il XX° secolo. Pressoché ovunque i partiti di sinistra, da espressione delle classi lavoratrici si sono trasformati nei partiti dei “diplomati”. I processi di globalizzazione hanno profondamente trasformato il lavoro e alzato il livello di formazione di base necessaria per salire la scala sociale e retributiva, al contempo accrescendo in misura inusitata le disuguaglianze a favore di una ristretta quota di ceti più ricchi. Sono così venuti in superficie nuovi fenomeni: una sinistra che Piketty chiama brahmina, costituita dai ceti colti e internazionalisti, che sostengono cioè l’internazionalizzazione, e una destra nativista, capace di attrarre anche ceti popolari sotto l’egemonia della destra di mercato, a salvaguardia dei principi di identità e di frontiera. L’ultimo capitolo del libro sviluppa una proposta per la costruzione del socialismo partecipativo del XXI° secolo, in cui vengono ripresi alcuni dei temi politici già presenti nel Manifesto per la democratizzazione dell’Europa (http://tdem.eu/it/manifesto-2/), lanciato nel maggio 2019.

Il libro di Piketty, per la vastità dei temi trattati, offre una varietà di spunti analitici. Quasi a titolo esemplificativo, intendo ora soffermarmi su alcuni temi che mi sembrano di maggiore attualità ed interesse ai fini della riflessione sui temi dell’oggi.

Innanzitutto una sintesi estrema sulla globalizzazione e i suoi effetti sociali. Il grafico successivo, già noto nel dibattito economico come la curva dell’elefante, può dare un’idea degli effetti della globalizzazione degli anni 1980-2018, il periodo del trionfo dell’ipercapitalismo. In ascissa vi è una scala dei percentili della distribuzione mondiale del reddito per adulto, da 10 a 90, poi con maggior dettaglio sino a 99,99%, in ordinata la crescita cumulativa dei redditi reali per individui adulti. Citando Piketty: “Il livello dei redditi compresi tra i percentili 60 e 90 della ripartizione mondiale…, intervallo che corrisponde grosso modo alle classi medie e popolari dei paesi ricchi, sono stati largamente dimenticati dalla crescita mondiale del periodo 1980-2018, di cui al contrario hanno fortemente beneficiato altri gruppi, piazzati sotto e sopra di loro, cioè i paesi poveri ed emergenti (la schiena dell’elefante, in particolare tra i percentili 20 e 40) e più ancora i redditi più ricchi dei paesi ricchi e di tutto il pianeta (la parte alta della proboscide, oltre il percentile 99, cioè l’1% dei redditi più elevati del mondo ed soprattutto tra lo 0,1% e lo 0,01%, che hanno beneficiato di una crescita di diverse centinaia di valori percentuali).” (op.cit. pagg.40-41)

Questa curva è fondamentale perché permette di comprendere meglio il dibattito sulla mondializzazione. Le diseguaglianze sono diminuite tra il basso e il medio della distribuzione mondiale dei redditi ed aumentate tra il medio e l’alto della distribuzione. Vanno notate alcune cose importanti. L’1% più ricco della popolazione si è appropriato del 27% della crescita mentre il 50% dei più poveri ha avuto una crescita del 12%. Le classi medie e popolari dei paesi ricchi hanno subìto una perdita importante del loro benessere economico, il che, come vedremo, ha provocato dei cambiamenti significativi anche a livello di rappresentanza politica.

Nell’immediato dopoguerra, i paesi ricchi, Europa Occidentale e Stati Uniti, hanno conosciuto un periodo di prosperità e sviluppo senza precedenti nella storia, allo stesso tempo con una forte riduzione delle diseguaglianze economiche. Non c’è dubbio che ciò sia avvenuto con la guida politica delle socialdemocrazie (intese in senso lato, nel senso se vogliamo della sinistra classista, tutte le varie formazioni di ispirazione socialdemocratica, socialista, comunista, laburista dell’Europa Occidentale, ed i democratici americani), ed anche, nel clima della guerra fredda, sotto la spinta della concorrenza dei paesi comunisti. A volte con notevoli diversità tra i diversi paesi, con il New Deal americano e la ricostruzione del dopoguerra alla sinistra classista in primo luogo si devono non solo la conquista dello Stato sociale ed un maggiore benessere e libertà della classi lavoratrici da essa rappresentate, ma la messa in discussione in qualche modo della stessa proprietà privata, attraverso l’intervento pubblico in economia, forme di proprietà sociale nelle imprese, come la cogestione sperimentata nei paesi nordici e di lingua tedesca, quella che Piketty chiama la proprietà temporanea, in sostanza l’imposta progressiva sul reddito, anche molto radicale, sulla proprietà e sulle successioni, molto meno radicali queste, l’affermazione di principi egualitari nell’educazione, che, attuati soprattutto in Europa, hanno comportato la fine del predominio formativo americano sull’Europa in quell’epoca. Certamente molti grandi successi sono dunque stati conseguiti.

Ma alla fine di questo periodo questo processo si è bloccato. La tesi sostenuta da Piketty è che di fronte ad un processo di mondializzazione, basato sulla libertà di movimento dei capitali e sulla crescita senza limiti della loro componente finanziaria, le socialdemocrazie da un lato hanno in prima persona assunto scelte decisive atte a favorire questi processi, dall’altro non sono riuscite a superare il limite dello Stato-Nazione che era la tipica cornice entro cui esse erano abituate ad operare: hanno cioè favorito l’internazionalizzazione del capitale ma non si sono esse stesse internazionalizzate. E quindi le loro riforme sono rimaste a metà, chiuse nel recinto nazionale: ad esempio l’Unione Europea ha globalizzato i mercati delle merci e della finanza, ma non ha saputo o voluto costruire una politica fiscale sovranazionale, basata sul principio di progressività, non c’è stata nessuna legislazione sovranazionale a difesa del lavoro, l’eguaglianza nei processi formativi si è fermata alle scuole secondarie, mentre la nuova economia richiedeva professionalità più elevate.

Le conseguenze sulla stessa constituency della sinistra elettorale sono alla fine state esplosive.

Nel grafico sono riportate le differenze tra le percentuali di voto per i partiti della sinistra elettorale tra il 10% degli elettori più diplomati ed il 90% degli elettori meno diplomati, rispettivamente negli Stati Uniti (Partito Democratico), in Francia (l’insieme dei partiti di sinistra) e nel Regno Unito (Partito Laburista). Come si può notare la tendenza è univoca: nel primo dopoguerra la differenza è negativa, i partiti di sinistra rappresentano l’elettorato meno diplomato; ad un certo punto, più o meno a partire dal 1980, la tendenza si inverte ed i partiti di sinistra tendono sempre di più a rappresentare l’elettorato più diplomato. Si nota che il Partito Laburista ha da sempre una fisionomia più classista degli altri due, e più lentamente ed in modo meno accentuato subisce questa trasformazione. Dal punto di vista della metodologia statistica, Piketty dimostra che è proprio il fattore livello di istruzione quello che più spiega il comportamento elettorale in questi anni; altre variabili, età, sesso o caratteristiche socio-economiche individuali, non modificano questa tendenza.

Negli anni 1950-1980, gli anni del più elevato sviluppo dei paesi occidentali, il sistema politico si è quindi strutturato su un conflitto sinistra-destra di tipo classista. Il periodo successivo, ed in particolare gli anni dal 1990 ad oggi, disegnano uno scenario completamente diverso. La sinistra elettorale da partito dei lavoratori diventa soprattutto partito dei diplomati, con un livello di sostegno tanto più forte quanto il diploma è elevato. Di converso, gli elettori meno diplomati hanno poco a poco cessato di votare per questi partiti, spesso riducendo allo stesso tempo fortemente la loro partecipazione elettorale. “Quando un divorzio di tale ampiezza si produce in tanti paesi, nel corso di un processo di lungo termine che si estende per più di sei decenni, non si può trattare di un malinteso”, commenta Piketty (op.cit. pag. 1001).

La ragione del ritiro della fiducia delle classi popolari alla sinistra sta nel fatto che le socialdemocrazie non hanno saputo rinnovare la loro piattaforma ideologica e programmatica ed adattarla alle nuove sfide socio-economiche, in particolare l’espansione educativa e la mondializzazione economica, due fenomeni tra loro fortemente correlati. Il confronto politico è ora tra una sinistra “brahmina” (la gauche brahmane è la definizione usata da Piketty per la sinistra guidata dagli intellettuali entusiasti dei processi di internalizzazione), mentre la destra elettorale è rimasta quella dei redditi e patrimoni più alti, la destra del mercato (la droite marchande). Ciò ha condotto ad avvicinare le politiche sociali e fiscali delle due coalizioni alternantesi al potere. In Europa in particolare, lungi dall’opporsi al dilagare della liberalizzazione generalizzata dei flussi di capitale, le sinistre al contrario hanno spesso guidato in prima persona questi processi.

Allo stesso tempo, la fine degli imperi coloniali, l’accrescimento degli scambi e della concorrenza tra le antiche potenze industriali ed i paesi poveri ed emergenti a manodopera a buon mercato e la crescita potente di nuovi flussi migratori, hanno egualmente contribuito allo sviluppo nel corso degli ultimi decenni di divisioni elettorali di tipo identitario ed etno-religioso dapprima sconosciute, in particolare in Europa. Sono nati nuovi partiti anti-immigrati a destra della destra, che hanno condizionato le politiche degli stessi partiti conservatori tradizionali. Sulla base dei dati, Piketty sostiene che la decomposizione della struttura sinistra-destra classista del dopoguerra inizia a prodursi dagli anni 1960 e 1970, ben prima che le spinte migratorie diventino significative nella maggior parte dei paesi occidentali. In altri termini non sono le divisioni identitarie, spinte dal rifiuto dell’immigrazione, che hanno generato questo processo. Secondo Piketty “una interpretazione più soddisfacente è che il sentimento di abbandono delle classi popolari di fronte ai partiti socialdemocratici abbia costituito un terreno fertile per i discorsi anti-immigrati e le ideologie nativiste. Fino a che l’assenza di ambizione redistributiva che è all’origine di questo sentimento di abbandono non sarà stato corretto, non si vede cosa possa impedire che questo terreno sia sempre più sfruttato” (op.cit. pagg.1002-1003).

Terminiamo la nostra presentazione con qualche accenno alle proposte presentate nel capitolo conclusivo. È tipico degli studiosi di scienze umane che si cimentano con argomenti che in qualche misura toccano le prospettive politiche, che la parte propositiva della loro ricerca sia sempre la più deludente. Piketty ha svolto un ruolo di consigliere per Hollande e per Hamon, in sostanza ha scritto i loro programmi economici, ed in entrambi i casi, anche se per ragioni molto diverse, è rimasto scottato. Né si può pensare che ora intenda assumere per sé il ruolo di Yanis Varoufakis, che si è posto a capo di un partito politico transnazionale che ha avuto una pessima performance nelle recenti elezioni europee. La sua idea di affidare ad una Assemblea Europea costituita dai paesi che intendono portare avanti un progetto di comune fiscalità progressiva senza modificare i trattati vigenti è e sarà materia di critica sia sul piano dei contenuti che sul piano della concreta fattibilità politica. Non intendo entrare in questa discussione. Mi interessa in questa sede solo presentare in sintesi la sua proposta di circolazione della proprietà e di imposta progressiva sui redditi che è la base ed il cuore del suo programma di riforma, di democratizzazione delle istituzioni europee.

Bombardati come siamo in Italia, almeno dall’inizio dell’era Berlusconi, da un senso comune che ammette che la parola tasse possa essere pronunciata in una frase solo come complemento oggetto del verbo ridurre, ci siamo forse dimenticati che il fisco è lo strumento principale di sostegno dello stato sociale, di redistribuzione del reddito e di circolazione della proprietà che abbia a disposizione qualsiasi entità politica statuale o federale. E Piketty mette una proposta fiscale al centro di un programma che si propone di superare il sistema capitalista attuale e disegnare i contorni di un nuovo socialismo partecipativo per il XXI° secolo, una nuova prospettiva egualitaria a livello universale, fondato sulla proprietà sociale, l’educazione e la condivisione dei saperi e dei poteri.

Rimanendo alla sola proposta fiscale, si esamini la tabella successiva, che Piketty insiste sia considerata solo a titolo esemplificativo, considerando come soli fattori rilevanti gli ordini molto grossolani di grandezza ed i capitoli di entrata.

Il sistema fiscale proposto comprende due pilastri:

  • Una imposta progressiva sulla proprietà per finanziare una dotazione di capitale a disposizione di ogni giovane adulto ad esempio al compimento del 25° anno di età. Per proprietà si intendono gli attivi di natura immobiliare, professionale e finanziaria al netto dei debiti; il prelevamento sarebbe annuale. Vi sarebbe poi una imposta sulle successioni. Nel complesso si ipotizza che l’insieme di queste imposte preleverebbero il 5% del reddito nazionale per finanziare una dotazione in capitale pari al 60% del patrimonio medio, che, tanto per avere un’idea corrispondeva per i principali paesi ricchi a circa 200.000 euro nel 2010. Si parla di patrimonio medio e non mediano, il che aumenta di parecchio il valore assoluto di base. Obiettivo dell’imposta sulla proprietà è ottenere la più ampia circolazione e diffusione della proprietà, limitandone la concentrazione alla sommità della scala sociale.
  • Una imposta progressiva sul reddito (inclusi i contributi sociali e una carbon tax) per finanziare il reddito di base e lo Stato sociale ed ecologico (sanità, educazione, pensioni, indennità di disoccupazione, energia, ecc.). Nei redditi si comprendono sia i redditi da lavoro (salari, pensioni, redditi non salariati, ecc.) che da capitale (dividendi, interessi, profitti, affitti, ecc.). Nell’ipotesi essa preleverebbe il 45% del reddito nazionale.

Le varie imposte indirette sarebbero ovviamente gradualmente abolite in un sistema simile.

La forte pendenza verso l’alto del prelievo fiscale non è una novità nella storia. Era al contrario la norma negli anni del dopoguerra, tanto negli Starti Uniti quanto in Europa, ed ha coinciso con uno sviluppo senza precedenti. Le tasse sulla proprietà sono invece state sempre parecchio blande nell’esperienza storica, raramente aggiornate al valore degli immobili, e quasi mai hanno riguardato la fonte di reddito più tipica delle classi ricche, cioè i proventi finanziari.

L’idea di socialismo partecipativo di Piketty si propone il superamento del sistema attuale della proprietà privata. In questa sede mi sono concentrato solo sulla parte fiscale del ragionamento perché mi sembra l’aspetto più dirompente a confronto del dibattito omissivo cui siamo abituati. Un’altra parte molto interessante della sua analisi propositiva è l’idea di proprietà sociale, in continuità con le esperienze di partecipazione alla direzione delle imprese attuate dalle socialdemocrazie nordiche e di lingua tedesca. Si tratta di un modello politico che da noi la sinistra ha sempre sostanzialmente osteggiato in modo più o meno deciso e che al contrario andrebbe ripensato oggi di fronte alla crisi dell’occupazione nei tradizionali settori produttivi.

2 pensieri su “Sul nuovo libro di Thomas Piketty

  1. Sempre su “Capital et idéologie” (Paris: Seuil, 2019) di Thomas Piketty segnalo la recensione su EURONOMADE (http://www.euronomade.info/?p=12756 ) di Marco Codebò. Di essa mi sembrano importanti i seguenti punti:

    1.
    la sottolineatura che per Piketty “superare il capitalismo significa mantenerne in funzione l’istituzione per eccellenza, la proprietà privata, indirizzandola però non più all’arricchimento individuale ma alla crescita del bene di tutti”. Di conseguenza, Piketty “sacralizza la proprietà così da considerarla un diritto assoluto e irrinunciabile” e la fa diventare ” fondamento dell’edificio sociale” per cui “qualsiasi tentativo di discuterla mette a rischio l’ordine della società”.

    2.
    la precisazione dell’estraneità di Piketty a buona parte della tradizione anarchica, socialista e comunista. La sua è una visione “socialdemocratica” del capitalismo. Secondo la quale, come scrive Codebò, “per uscire dal neo-proprietarismo occorre ispirarsi, con le necessarie correzioni, all’unica epoca della storia in cui si è affermata una relativa eguaglianza, la breve età della socialdemocrazia compresa fra la fine della Seconda Guerra Mondiale e i primi anni ottanta del ‘900”.
    Quello che Piketty chiama “socialismo partecipativo” è di fatto la riproposizione di una “cogestione” tra capitalisti e lavoratori: “Sulla linea di programmi già messi in pratica dalle socialdemocrazie nordeuropee si tratterrà di attribuire alla rappresentanza dei salariati il 50% dei voti nei consigli di amministrazione delle imprese lasciandone la restante metà all’azionariato”.
    Ancora più chiaramente Codebò commenta: “Traducendolo in linguaggio postmoderno, si potrebbe affermare che la proprietà è uno dei canali attraverso i quali la differenza riesce a esprimersi. In termini più comprensibili, quello a cui pensa Piketty è una moltitudine di proprietari”.

    3.
    l’assenza (sintomatica!) di ogni riferimento alla conflittualità della storia: “È un’analisi di laboratorio in cui lo sguardo del ricercatore non si ferma mai a considerare lo scontro fra i gruppi sociali che si sono contesi quei beni che la statistica ci fa leggere come numeri; né tantomeno si fissa sulle forme che il potere ha assunto nelle predette circostanze. La ripartizione delle ricchezze cambia nel corso della storia, ma in Capital et idéologie sembra farlo come se seguisse il corso naturale degli eventi, senza che mai appaiano le varie soggettività che con pratiche e discorsi specifici hanno costruito i poteri decisivi nell’allocazione di risorse e privilegi.”
    Per cui, come fa notare ancora Codebò, il limite di “Capital et idéologie” sta nell’essere “ l’opera di un economista al lavoro a valle dei fenomeni e poco interessato a una risalita alle loro sorgenti”.

    4.
    L’estrema attualità e la vasta circolazione di queste idee in ambito “democratico”: “Questo dibattito è in effetti in corso: Elizabeth Warren, la senatrice del Massachusetts che è in corsa per la presidenza degli Stati Uniti, propone di finanziare l’assistenza sanitaria universale con una tassa del 6% sui patrimoni superiori al miliardo. Il tasso dell’imposta potrebbe sembrare moderato, ma anche così sposterebbe il rapporto fra individui e ricchezza nel senso proposto da Piketty. Sul New York Times dello scorso 10 novembre Patricia Cohen ha calcolato che se le imposte suggerite da Warren fossero state operative fin dal 1982, la fortuna di Bill Gates, per esempio, sarebbe oggi pari non agli attuali 97 miliardi di dollari ma a 13,9. Proposte simili a quelle avanzate da Warren serpeggiano negli Stati Uniti, anche a livello locale, grazie alla rinnovata militanza della sinistra del Partito Democratico. La parte avversa è ovviamente già scesa in campo. Sul Guardian del 9 novembre Hamilton Nolan racconta come un anno fa Amazon sia riuscita nel giro di un mese, per mezzo di minacce economiche e accorte donazioni, a far ritirare una delibera del consiglio comunale di Seattle volta a finanziare un programma di alloggi per senzatetto con una tassa sui profitti della compagnia di Bezos. Quest’anno, per mettersi al sicuro, Amazon ha speso un miliardo e mezzo di dollari per far eleggere una serie di consiglieri comunali ideologicamente favorevoli agli imprenditori. Sul piano nazionale la notizia è la candidatura di un miliardario, Michael Bloomberg, alla presidenza tra le file dei democratici. Durante le primarie Bloomberg diventerà quindi un avversario diretto di Warren, fatto che appare perfettamente logico: se Warren fosse eletta e le sue proposte approvate la ricchezza di Bloomberg subirebbe negli anni un taglio robusto, dell’ordine di quello che avrebbe colpito Gates nell’ipotesi sopra citata. Qualsiasi somma spenda Bloomberg nella campagna elettorale si rivelerà un investimento particolarmente accorto.”

  2. In oltre 1300 pagine non si trova un’analisi che valuti l’impatto della creazione di denaro, da parte delle banche commerciali, sulla ineguaglianza. Ormai ne parla anche Varoufakis…

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