Antolino e “Il mistero del Fonkappen”

di Donato Salzarulo

1.- Un pomeriggio d’estate del 1967, Giuseppe, un giovane bisaccese, sale sul treno proveniente da Avellino per Rocchetta Sant’Antonio. Destinazione: “Andretta beach”, come chiama scherzosamente l’ansa ciottolosa del fiume Ofanto, dove l’aspettano «una ventina di squattrinati che, non potendosi permettere le spiagge di Rimini né tanto meno quelle della vicina Paestum» (pag.109), vanno spesso lì a fare il bagno.

La vecchia littorina arranca, rallenta e, ad un certo punto, si ferma. Il motore non va più. Il giovane scende. “Andretta beach” è a un tiro di schioppo e decide di raggiungerla a piedi. Mentre si avvicina, si rende conto che anche lì deve essere successo qualcosa d’insolito. «Gli amici se ne stavano stranamente intruppati, parte in acqua e parte sul greto, tenendo penzoloni, a pelo di corrente quello spilungone dell’escavatorista» (pag. 109-110). É Nicola, lavora a dragare e setacciare sabbia. Un paio d’ore prima, un fumo intenso è uscito dalla scavatrice. Ha avuto «l’infelice idea di mettere mano al tappo del radiatore senza aspettare che il motore si raffreddasse» (pag. 110) e uno spruzzo d’acqua bollente ha investito il suo dorso nudo. I bagnanti gli hanno prestato subito sollievo, prima tenendolo adagiato sull’ansa d’acqua stagnante dove il poveretto lavorava, poi portandolo sui tratti in discesa del fiume, dove l’acqua corrente poteva accarezzargli il corpo e rinfrescarlo meglio.

Spostamento dopo spostamento, ad un tratto s’imbatte in qualcosa d’appuntito che gli procura un dolore lancinante alle gambe. Viene dal fondo ciottoloso. Giuseppe va a controllare. Non è un granchio d’acqua dolce. È un sasso. Sicuramente non di selce, di quelli che il moto vorticoso della corrente arrotonda; ha punte aguzze ed è «uno strano sassolino tempestato sui bordi di escrescenze prismatiche, piccoli cristalli allungati e di una lucentezza vitrea, leggermente biancastri che incastonavano al centro delle concrezioni rosa, a falde perfettamente parallele» (pag.112).

Ha un aspetto così gradevole che merita di vivere una seconda vita. Giuseppe decide di farne un fermacarte per la scrivania del suo studiolo. È un giovane liceale. Avrà studiato le pagine di qualche manuale di chimica e mineralogia. Ma in quei giorni non si pone il problema di identificarlo, di sapere come si chiama. Gli basta la sua bellezza…

2.- Quasi cinquant’anni dopo, nel 2015, Giuseppe è un nonno con due nipoti: Luca e il fratellino Marco. Il primo è impegnato in una raccolta di minerali, «una trentina di campioni gelosamente custoditi in piccole teche di legno, con tanto di foto ed istruzioni per l’uso» (pag.113). Il secondo è una peste e quasi sicuramente per dispetto ha buttato dal balcone un sasso della raccolta. A Luca è rimasto tra le mani, infatti, soltanto il fascicolo. Per non farli accapigliare, il nonno suggerisce al più grande il rimedio: gli darà «un minerale coi fiocchi» e pensa alla «manciata di anonimi cristalli» adagiati sulla sua scrivania. Gli dà il sassolino fermacarte e il nipote soddisfatto si calma.

Passa del tempo e un giorno Luca gli mostra la raccolta. C’è anche il sasso di “Andretta beach”.

«Eccolo, nonno…È l’ortoclasio, leggi bene l’etichetta, ci sta scritto tutto, la formula se ti va, e soprattutto le foto. Grazie nonno! Ma come hai fatto a sapere che mi mancava giusto l’ortoclasio per completare la raccolta? Ma dove l’hai trovato?» (pag. 113-114)

3.- Ortoclasio!… Non l’avesse mai detto. Un’ondata di ricordi invade il nonno che, in teoria, avrebbe dovuto sapere tutto di quel ciottolo, lui che col Kappafeldspato, nel 1966, al primo anno di liceo, aveva vinto la sfida con un suo quasi omonimo, il severo professore di chimica Giuseppe De Simone. La “bestia nera” di tutti gli studenti del liceo classico di Sant’Angelo dei Lombardi arrivava a scuola con una Taunus gialla. Durante una lezione scivolò sull’ortoclasio e per mera distrazione sbagliò a scrivere la formula alla lavagna.

Momento indimenticabile per Giuseppe: «Gli “ottetti” erano stati tutti rigorosamente raggiunti dagli atomi in questione, ma la formula di struttura del “Fonkappen” – così lo avevano ribattezzato alcuni perditempo che erano anche i più malevoli – gli era rimasta scucita e campeggiava sulla lavagna come il corpo del reato sotto gli occhi di una giuria di corte d’assise che si accinge ad emettere il verdetto. Nessuno se ne accorse. Io sì. Perché, seppure annoiato, stavo pur sempre in agguato. Ma certo, per prenderlo in castagna! E che, se no?» (pag. 92)

Nel 1966, il giovane liceale, era così. Stava sempre in agguato, cercava di prendere in castagna il prof. (o i prof.). Allora non si fece sfuggire l’occasione e in una dozzina di minuti si produsse in una vera e propria “lectio magistralis”. «Rivolta non tanto al professore che se ne restò appartato in un angolo in preda a chissà quali pensieri, ma ai tirapiedi che mi avevano dato per spacciato già prima di combattere, convinti, com’erano, che io mi stessi risuolando le scarpe con quella strana molecola dal sapore vagamente tedesco: il Kappafeldspato.»

Conclusione: da quel giorno diventarono grandi amici e il prof. De Simone nominò il giovane assistente di laboratorio.

4.- 1966, 1967, 2015: tre date, tre sequenze e circostanze diverse. Tutte, però, sotto il segno dell’ortoclasio o, se si preferisce, del trisilicato di alluminio e potassio a fare da denominatore comune; come se quel minerale fosse venuto al mondo per svolgere un ruolo significativo nella vita di Giuseppe Antolino. Quale?… Non lo sa. Ciò che sa è che è se il prof. non avesse sbagliato la formula chimica – guarda caso, proprio del Kappafeldspato – non avrebbe potuto vincere la sua sfida e farselo amico; sa che se la gamba di Nicola non si fosse imbattuta in qualcosa d’acuminato, non avrebbe raccolto quel gradevole sasso per dargli un’anonima seconda vita sulla sua scrivania; e infine, sa che se non ci fosse stata la provvidenziale rissa tra i nipotini, non avrebbe regalato quel minerale a Luca e la sua mente avrebbe continuato a conservare «una conoscenza arida e astratta» dell’ortoclasio (come molte altre conoscenze scolastiche). Invece, grazie a quel dono, si è prodotta una rivelazione, una serie di coincidenze di cui stupirsi.

Oltre alla meraviglia, forse Giuseppe si domanda perché ciò sia accaduto. Se, come ritiene lui, «il buon Dio ha imposto alla materia» «le rigorose leggi della chimica» (pag. 90), può aver abbandonato la psiche e l’esistenza del genere umano alla mercé del caso?… Chiaro che no. Però, non avendo risposte scientifiche da darsi, lui così innamorato dell’universo scientifico, pensa che la cosa migliore sia tirare in ballo una parola non priva di fascino come “mistero”.

Del resto, si possono davvero spiegare questi fenomeni? Probabilmente no. Anche se qualcuno come Carl Gustav Jung mi pare che ci abbia provato. Tra l’altro, insieme ad un fisico come Wolfgang Pauli, che non è ignoto all’autore di questo libro, visto che nel capitolo quindicesimo dedicato a «Bohr &Company» cita il suo “principio di esclusione” (pag. 59)

Comunque, per quanto mi riguarda, non conoscendo i loro lavori, non so se lo psicanalista svizzero classificherebbe le sequenze di eventi sopra elencati sotto il concetto di “sincronicità”. Forse no. Tuttavia, non è escluso che riconosca al Kappafeldspato un ruolo “ordinatore” nella vita di Giuseppe. Come se fosse entrato nella sua esistenza non per caso, come se fosse un minerale diventato parte del suo destino. Dapprima soltanto come formula chimica KAlSi₃O₈ salvatrice, poi come sasso anonimo, quasi un amuleto, che gli ha fatto compagnia silenziosamente per anni, infine, passando di mano e facendosi realmente riconoscere, come dono per un’importante epifania. Quale?…

5.- In un mondo simbolico-analogico in cui non vigono soltanto le relazioni logiche e di causa-effetto, ma anche quelle che Baudelaire chiamava di “corrispondenze”, il mistero del Kappalfeldspato è sineddoche di una vita, che come tutte le vite, non si può ridurre a una formula e non si può del tutto spiegare. Si può, invece, raccontare perché, si sa, i misteri affascinano. Esiste, infatti, un rilevante filone editoriale (e dell’industria culturale di massa) che ruota attorno ai “segreti” o ai “misteri” di questo o quel faraone (Tutankhamon, ad esempio) oppure di questa o quella città (I misteri di Parigi, di Londra, ecc.). Per non dire dei misteri dell’atomo, della luce, della cellula, del corpo umano, dell’universo, del tempo, e via rivelando misteri più o meno gaudiosi, gloriosi, dolorosi…

I misteri hanno questo di speciale: sono inspiegabili, ma si possono raccontare. Esattamente ciò che sente di dover fare Giuseppe Antolino, dando soddisfazione al suo “istinto narrativo” e cercando di trasmettere ai suoi due nipoti (e non solo), insieme all’ortoclasio, pagine della sua vita che così si “mineralizza”. Ricordando come alcuni suoi malevoli compagni lo avessero ribattezzato, quello del Kappafeldspato diventa allora «Il mistero del Fonkappen».

6.- Giuseppe si mette quindi al computer e scrive cento venti e più pagine per condurci sulle tracce del mistero e rivelarcene i segni inequivocabili. Racconta ora indossando le vesti del nonno che sa tanti proverbi e ha conosciuto nel 1962 un ortolano, zio Domenico di 89 anni che, quando sentì gli spari di un film western trasmesso in TV, credette che fossero davvero quelli di una guerra in corso e si spaventò; ora mettendosi nei panni di uno scrittore di gialli (un Agata Christie redivivo) che deve creare suspense nei lettori (ma non c’è un detective e non c’è un assassino da scoprire!…); ora come fosse un Piero Angela che deve divulgare il divulgabile dello scibile umano (chimica, meccanica quantistica, mitologia, ecc.); ora del polemista che smaschera l’illustre professore di fisica teorica che avrebbe «semplicemente descritto il decadimento calorico di un crostino appena uscito dal forno e subito imburrato in una ciotola di strutto congelato» (pag. 98); ora, infine, sentendosi un po’ regista o scrittore di fantascienza che fa atterrare la sua macchina del tempo in una Venezia del 1534 per carpire a Niccolò Fontana, alias Tartaglia, la poesia inviata a Girolamo Cardano; poesia in cui viene rivelata la risoluzione di un’equazione di terzo grado…

Di tutto, di più. Questa sembra essere la regola di Giuseppe, come se il Kappafeldspato gli avesse ingiunto di raccontare più che può: i suoi anni di studente liceale, i suoi rapporti con i compagni, le loro goliardate, i suoi tentativi di strappare ai professori lealmente o astutamente qualche buon voto, le sue curiosità, i suoi pensieri, i suoi giudizi, le sue scoperte più o meno fondate, il suo tenere continuamente la testa fra le nuvole per il suo filarino con la bruna, le sue paure, il suo coraggio, i suoi bluff, le sue credenze, le sue presunzioni…Un capogiro, insomma. Qualcosa di gradevole e di acuminato, uno strano miscuglio di escrescenze verbali, piccoli cristalli di parole di lucentezza vitrea, concrezioni rosa di pensieri, a falde perfettamente parallele…Qualcosa che ricorda tanto il sasso dell’Ofanto.

7.- Giuseppe Antolino è stato mio compagno di scuola. Alla fine della terza media ci siamo persi di vista. Ci siamo rincontrati nel 2011, dopo la pubblicazione della sua prima prova di scrittore, «La tormenta», che ebbe la bontà di inviarmi. Ne parlai su “Comunità provvisoria” (qui). Con «Il mistero di Fonkappen» è alla sua seconda prova. Il titolo è intrigante, ma, come dicevo prima, chi lo leggerà non si troverà tra le mani un giallo, un reportage sulla tomba di qualche faraone, un pamphlet contro uno sconosciuto personaggio vagamente germanico o un romanzo di fantascienza. Si tratta di un racconto «atipicamente autobiografico», per usare le sue parole, con una lunga rete di digressioni, che ne sviano frequentemente il filo. Digressioni non sempre giustificate e condivisibili anche se risultano, a tratti, piacevoli e interessanti. È il suo modo di raccontare, il suo modo di farci salire sulla sua “macchina narrativa”. Probabilmente l’autore stesso s’accorge che spesso esagera a portarci a spasso di qua e di là. Però, ha pronto un alibi: sono stati Luca e Marco, i due nipoti “monelli” che l’hanno costretto a mettere per iscritto storie che prima ha raccontato a voce. «Non so i vostri nipoti, ma i miei non si accontentano mai…» (pag.7). Il problema è accontentare anche i lettori. Pure questi non si accontentano mai. Sia come sia, per chi desidera leggerlo, il libro di Giuseppe Antolino che meriterebbe, comunque, un energico editing, è parcheggiato – per usare il suo verbo – su Amazon.

12 febbraio 2020

3 pensieri su “Antolino e “Il mistero del Fonkappen”

  1. …trovo molto interessante il racconto di Donato Salzarulo che a sua volta espone la singolare autobiografia di Giuseppe Antolino, suo lontano compagno di classe solo recentemente ritrovato. Un’autobiografia che si può fortunatamente scrivere solo a un’età avanzata, quando la propria vita è possibile vederla nella sua completa complessità, come un sasso che si può ammirare, tenendolo tra le mani. Appunto l’ortoclasio, un minerale che sembra tracciare le tappe importanti di un percorso vitale che, pur restando fondamentalmente avvolto nel mistero, offre come delle linee-guida -quella geometria dei minerali, la loro chimica perfetta?- attraverso improbabili “corrispondenze”, coincidenze a inseguirsi nel tempo, in età diverse e più generazioni. Solo caso?

  2. Grazie, Annamaria per le tue annotazioni e i tuoi spunti di riflessione. Francamente, non so sia solo caso. Il mio compagno crede sia un “mistero”. Ed anche qui, boh!…Durante le nostre esistenze ci troviamo a fronteggiare sia fenomeni caratterizzati da aleatorietà che da inspiegabilità. Ciò detto, facciamo del nostro meglio per rendere noto l’ignoto e prevedibile l’imprevedibile…Ma c’è sempre in agguato un coronavirus!…L’universo, la natura, il mondo della vita e della non vita non sono – per fortuna o per sfortuna – nelle nostre mani. Ancora grazie

  3. …grazie a te, Donato… lo penso anch’io: il caso è una risposta troppo semplicistica..Verifichiamo una sorta di connessioni misteriose tra i mondi, o regni, che noi tendiamo a separare per ragioni di logica, ma anche di potere . Realtà ancora inesplorate, vuoi per i limiti della ragione umana, vuoi per quelli della volontà…questi percorsi, per quanto mi riguarda, attirano e confondono

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