E che ne sai tu di un Migrante?

a cura di Ennio Abate e Jorida Dervishi

In questa rubrica (Del migrare) inizio una collaborazione con Jorida Dervishi. Ho già presentato (qui) una sua prima raccolta di storie di migranti. Altre ne sta raccogliendo e mano mano le pubblicheremo su Poliscritture. Le introdurrò con brevi riflessioni, in modo che la vivacità giovanile delle sue interviste si confronti con i pensieri di un migrante italiano di vecchia generazione. Per un possibile dialogo. Comincio con la presentazione di “E che ne sai tu di un Migrante?”, uno scritto che dà conto dell’idea che Jorida ha del nomadismo d’oggi. Lei – ed è questo anche il mio punto di vista – ne vede gli aspetti dinamici e coraggiosi: “chi è nomade vede il mondo in un continuo cambiamento, non si nasconde dietro le sicurezze”). E considera – anche su questo sono d’accordo – ragionevole la necessità del migrare: “Per molte persone oggi l’unico modo per trovare la salvezza è fuggire dalle proprie terre”. Ma – devo dirlo – a me pare troppo ottimista quando scrive: “la STORIA UMANA è fatta da tante storie, piccoli pezzi raccolti lungo il viaggio, le piccole storie di molte persone come lui [il migrante] che hanno lottato per vincere, sono stati sbattuti a terra per rialzarsi”. Perché, come purtroppo la cronaca degli ultimi anni ci dimostra, i potenti che agiscono da posizioni di vantaggio si danno da fare ferocemente per scartare proprio “le piccole storie di molte persone”. Sì, molti hanno sperato che “l’apertura dei confini avrebbe potuto far sì che tutte le persone potessero muoversi liberamente”, ma si sono illusi. Noi assistiamo proprio al ritorno alle “fortezze”. E, più che stupirsene, c’è da pensare ai processi reali che stanno accadendo nel mondo globalizzato e al pericolo che la crisi del sistema sociale democratico in Occidente spinga un numero crescente di europei ed occidentali a considerare le migrazioni “come un semplice “problema di sicurezza” esterno” e – come pensava lo studioso Robert Kurz – a classificare come “superflui” paesi e interi continenti che si rivelano inadatti alla riproduzione di mercato. [E. A.]

E che ne sai tu di un Migrante?

di Jorida Dervishi

O forse si…

Un migrante è prima di tutto una persona nomade, vive quello che gli altri non conoscono, la parte che si incontra di nuovo, quella sconosciuta, vive la diversità. Ci saranno momenti faticosi ma chi è nomade vede il mondo in un continuo cambiamento, non si nasconde dietro le sicurezze, lui cerca di condividere i suoi pezzi di viaggio con i suoi compagni spendendo anni e chilometri.

Per molte persone oggi l’unico modo per trovare la salvezza è fuggire dalle proprie terre attraversando la frontiera definita da un muro. Anche se dentro di sé loro portano solo il cielo stellato come un confine, e la diversità come il loro territorio. Chi è nomade ascolta, guarda, prende nota, disegna il destino che il mare ha racchiuso in sé e che dopo forse porterà il suo racconto o la sua tragedia; come fosse un portavoce o un testimone chiave di questa realtà vissuta. Ma il viaggio continua perché i migranti scappano dalle guerre, affrontano sbarramenti del mare, del deserto, quelli degli uomini, hanno rischiato di morire, hanno visto morire, ma il viaggio continua…

Sono i desideri, le speranze, i ricordi, che diventano un timbro dell’umanità, del destino, della propria identità, della dignità. In quel momento, lui (un migrante o un’altra persona) capirà che la STORIA UMANA è fatta da tante storie, piccoli pezzi raccolti lungo il viaggio, le piccole storie di molte persone come lui che hanno lottato per vincere, sono stati sbattuti a terra per rialzarsi.

Beh, certo, l’apertura dei confini avrebbe potuto far sì che tutte le persone potessero muoversi liberamente, stessa cosa anche per le merci, tranne però quella merce che ha un aspetto diverso dalle altre. Sapevamo che l’Europa è il posto dei soldi, della grana, della speranza. Non sapevamo fosse anche il territorio dove EXPO è una montagna così alta che non fa passare persone come noi. Troppo cara per le nostre possibilità, troppo alta e luccicante per i vostri gusti. Sapevamo che l’Europa sarebbe stata una strada difficile da percorrere, ma tutte queste tonnellate di pregiudizi, d’umiliazione sono troppe anche per noi. Sapevamo che l’Europa e le sue istituzioni si basano sul mercato libero ma non potevamo immaginare la servitù della gleba. Senza nemmeno la testa alta. Sapevamo che lo slogan recita: “Tutti liberi, nutrire il pianeta con dignità “, ma i nostri ettari mi sa che fanno parte di un altro pianeta.

Ancora una volta Europa ci stupisce. E, naturalmente, non per qualcosa di bello. Certo, da un lato siamo affascinati da questo sviluppo europeo, per le attività culturali, per l’ urbanizzazione delle città, per i resort lussuosi, e noi dove ci sediamo? Chi non possiede un passaporto potente se ne stia fuori per favore, facile no? E se il proprietario di questo passaporto possedesse delle idee, dei pensieri, è dei sentimenti? Invece chi non ha nessun documento viene chiamato clandestino. Per voi quelli che sbarcano e rubano i lavori precari, invece per me essi sono persone , essere umani che il destino ha portato a navigare dentro nella freddezza di una notte sotto la luna di un amaro mare. Loro “il clan” dei loro famigliari, perché il loro futuro ė legato alle storie precedenti dei loro parenti, loro saranno i testimoni di quelle storie in un altro futuro. Sicuramente loro, i clandestini hanno anche un nome, qualcuno si chiama Mohamed, qualcun altro Rabin, Zenad, Moharem, Abdellah, si, decisamente avranno anche dei figli, mariti e moglie.

L’allarme per l’immigrazione clandestina coinvolge quasi tutti i Paesi dell’Unione; e ciascuno risponde a proprio modo, in base alle proprie leggi nazionali. Per comprendere le dimensioni del fenomeno e valutarne le conseguenze è opportuno considerarlo nella sua globalità. Bisogna ricordare che oltre ai clandestini vi sono almeno tre tipi di immigrazione controllata all’interno dell’UE: quello dei lavoratori stranieri con regolare permesso di soggiorno; quello di coloro che chiedono l’ammissione per il “ricongiungimento familiare”; e quello dei rifugiati che chiedono asilo politico. Secondo le stime delle principali organizzazioni internazionali, attualmente nel mondo vi sono almeno 140 milioni di individui che hanno abbandonato la loro patria per un altro Paese. Un quinto di loro si trova in Europa, un quarto ha scelto l’America. Il fenomeno migratorio è diretto soprattutto verso il mondo industrializzato, mentre la base di partenza è costituita in modo precipuo dai Paesi in via di sviluppo. Il primo Paese europeo per numero d’immigrati è la Germania con circa 12 milioni; l’Italia è quarta con circa 6.1 milioni presenze. Per quanto riguarda la nazionalità degli immigrati si può osservare che i turchi sono oltre 2 milioni e mezzo; il 70% di loro approda in Germania; dalle repubbliche della ex Jugoslavia sono arrivati circa un milione e 800 mila individui, in gran parte rifugiati di guerra, la Germania ne ha accolti 350 mila; i marocchini sono un milione e 100 mila, gli algerini circa 560 mila e i polacchi 410 mila. Per quanto riguarda l’Italia solo uno su tre emigranti proviene da un Paese Comunitario; la stragrande maggioranza arriva dai Paesi dell’Est e da quelli balcanici. Gli africani sforano il 30%; in testa ci sono i marocchini, seguiti dai tunisini, dai senegalesi, dagli egiziani, dai somali e dagli etiopici. La presenza straniera in Italia è assai variegata e frazionata, è un intreccio di culture, di religioni e costumi diversi. Per tutte le nazioni ospitanti si pongono enormi problemi di convivenza e di inserimento degli stranieri nei rispettivi tessuti locali. L’accoglimento delle masse dei profughi viene sottoposto a valutazioni di opportunità politica e di solidarietà internazionale, l’immigrazione regolare risponde a criteri prevalentemente economici. Essa non viene scoraggiata, ma in molti casi è favorita dai Paesi dell’Unione poiché è assorbita dal mercato del lavoro, senza contare che spesso gli stranieri extracomunitari suppliscono ad una carenza di manodopera in attività particolarmente faticose e poco remunerative.

Allora mi chiedo… Come possiamo definire quest’Europa d’oggi? Un’Europa di cui tutti parlano, sperano, pianificano, discutono… Un’Europa di cui si è ferocemente cimentato ogni centimetro quadro di territorio che prova a lenire i sensi di colpa con un’opera simbolica e affascinante, ma in fin dei conti abbastanza vuota.

Ogni vita è una vita.

Io capisco la rabbia ma non capisco perché la paura debba venire usata per fare propaganda elettorale. Per ora l’Europa è Solo un unità dei stati membri ma senza un’idea chiara dove vuole arrivare. Invece noi , i migranti vogliamo essere semplicemente liberi di scegliere, e questo che vi fa paura?

Noi che abbiamo avuto il coraggio di vivere, affrontare, lottare contro le burocrazie, scrivere storie… Forse non siamo ancora riusciti a combattere le politiche o una mentalità che alcune volte non riesce ad andare oltre le mura costruite nel tempo. Come diceva Platone, la realtà è stata sempre letta attraverso le immagini ; e da Platone in poi, i filosofi hanno cercato di ridurre questa dipendenza dalle immagini indirizzando le menti verso il pensiero astratto.

Chi sono i migranti, qual è l’immagine attraverso la quale riusciremo a percepire la loro esistenza?

Complessi di legami interpersonali che collegano migranti, migranti precedenti e non migranti, nelle aree di origine attraverso i vincoli di sangue, amicizia, opinioni simili, l’origine in comune, il paese di provenienza. (MASSEY)

  1. Migranti come vittime: migrazioni come espulsioni, migranti come rifugiati de facto.
  2. Migranti come strumenti: spostamenti funzionali alla ricerca di un lavoro.
  3. Migranti come soggetti: migranti che hanno scelto di lasciare il proprio paese basandosi su una decisione ben ragionata.

Le tre immagini fanno capire quanto sia difficile riscoprire se stessi, in quanto sei costretto a non avere un posto ben preciso dove vivere, e affrontare la discriminazione, quando senti in giro la frase “tu non sei di qua, quindi tu non appartieni a questo paese”.

Potresti sentirti disorientato, come se fossi uscito dal nulla, come se tu non facessi parte di niente. Potresti pensare di non avere il diritto di cantare un inno nazionale, di celebrare una festa, o di avere un’opinione su quello che sta succedendo nel paese. Migrare significa muoversi e che ogni persona, fisicamente o spiritualmente, è migrante. La cosa più importante è costruire un’umanità universale ovunque noi siamo. Penso che i migranti e i rifugiati hanno messo la prima pietra a questa costruzione che oggi possiamo lavorare per la consulenza e l’agevolazione dei processi di integrazione degli umani, che proprio come me e te cercano un mondo migliore.

Loro sono l’immagine di questa realtà, avvicinatevi, non abbiate paura!

20 pensieri su “E che ne sai tu di un Migrante?

  1. L’articolo di Jorida Dervishi mi pare radicalmente sbagliato e fuorviante. Da un lato presenta l’immigrazione come un fenomeno mitico, dall’altro difende, e se ne capisce facilmente il perché, gli immigrati, in blocco. Infine conclude con un’affermazione degna della più consumata retorica globalistica, che non rifugge dall’uso dell’afflato utopistico: «Migrare significa muoversi e che ogni persona, fisicamente o spiritualmente, è migrante. La cosa più importante è costruire un’umanità universale ovunque noi siamo».
    Ci sarebbe molto da dire sul senso, o il non-senso, di questa «umanità universale». Di fatto l’universo è un’estensione geografica e chi sta da una parte acquisisce caratteristiche diverse da chi sta da un’altra parte. Quindi l’«universalità» è sempre e comunque una somma convenzionale di diversità e di individualità e non esiste in sé.
    Pertanto l’«universalità» (dall’universalità filosofica, a quella religiosa dei cattolici, a quella dei diritti proclamati dalla Rivoluzione francese e via via ribaditi in molte forme) non è altro che una costruzione, o un’aspirazione, umana positiva e non naturale, che può riferirsi solo ad alcuni aspetti della vita umana ma non a tutti, sia per oggettive impossibilità fisiche, economiche, politiche, sociali ecc., sia per le insuperabili contraddizioni che un principio generale di universalità dei diritti comporterebbe, finendo per causare più male che bene e rendere impossibile la vita delle comunità umane, le quali, per vivere e sopravvivere, hanno bisogno di un po’ di universalità ma anche di un po’, anzi di tanta, propria individualità.
    Jorida Dervishi, trattando in modo troppo generico la categoria di «immigrati», ottiene il risultato di emettere affermazioni altrettanto generiche, tipo l’incipit: «Un migrante è prima di tutto una persona nomade». Come se non sapesse che molti migranti cercano la stabilità e la sicurezza, e non sono affatto nomadi, di cui non hanno nulla nel comportamento e nella mentalità.
    Generica è anche la classificazione dei migranti in tre tipologie: 1) Migranti come vittime; 2) Migranti come strumenti; 3) Migranti come soggetti.
    Nel momento che emigrano, soggetti sono tutti e l’emigrazione è sempre una scelta, anche quando si cerca di fuggire da una situazione di vittime. Gli unici migranti obbligati a emigrare sono gli individui catturati e ridotti a schiavitù e trasportati altrove come oggetti di proprietà di altri individui.
    Facciamo un esempio: Algeria anni Cinquanta del Novecento. Colonia francese. Ci sono gli algerini vittime del colonialismo e quelli complici dello stesso colonialismo. Fra gli algerini vittime ci sono quelli che si rassegnano a vivere come possono e quelli che cercano una via di uscita. Fra questi ultimi, alcuni diventano combattenti clandestini contro il colonialismo o comunque appoggiano la lotta contro il colonialismo, per un’Algeria indipendente. Altri emigrano. Fra gli emigrati alcuni emigrano per portare all’estero (in genere in Francia) la lotta anticoloniale, combattendo in territorio straniero per la causa dell’indipendenza; altri emigrano per integrarsi nel territorio straniero e dimenticare le sofferenze di quando erano vittime. E l’integrazione può avere diversi gradi: completa, tanto da non tornare più in Algeria; o provvisoria, tanto da tornare in Algeria quando questa, per merito altrui, ha raggiunto l’indipendenza e una certa sicurezza politica ed economica.
    Comportamenti molto diversi e tutti in qualche modo volontari, di fronte ai quali la categoria complessiva di «migranti» si sfalda.
    Se si vuole affrontare seriamente, e non in modo letterario impressionistico (che può avere la sua utilità, anche di documentazione, ma non certo la pretesa di comprendere il problema nelle sue linee specifiche), il problema dell’emigrazione, è necessario fare uno sforzo di approfondimento maggiore e uscire dai luoghi comuni della difesa di ogni aspetto delle migrazioni, dal lato dei migranti. Come se la storia non avesse abbondantemente dimostrato che le migrazioni sono sempre accompagnate da sangue e merda a danno sia dei migranti sia delle comunità di accoglienza, salvo una minoranza che dalle migrazioni trae profitti e potere.
    Anche le migrazioni rientrano nel più complesso e vasto fenomeno dell’imperialismo: o no?

    1. Prima di tutto grazie per il tempo dedicato al mio articolo. Io sono sempre crescita con l’idea che nessuna scrittura può essere sbagliata e fuorviante quando è basato su alcune esperienze personali, (sono una giovane migrante che vive in Italia da cinque anni ) per poi costruire insieme ai migranti un progetto raccogliendo le loro storie di vita. Io penso che sbagliato è un atteggiamento che si basa solo sulle teorie che hanno fatto gli altri senza pensare a quello che è stato vissuto. Non metto in dubbio la sua esperienza e non posso paragonarla con la mia in questo campo, sia letteralmente che intellettualmente.
      Rispondo:
      1) Bisogna misurare il progresso dell’umanità non solo col progresso della scienza e della tecnica, dal quale risalta tutta la singolarità dell’uomo nei confronti della natura, ma contemporaneamente e ancor più col primato dei valori spirituali e col progresso della vita morale» La Dichiarazione universale non è stata pensata come un semplice catalogo di diritti o una proclamazione solenne (René Cassin) ma come uno strumento per affermare il primato della libertà contro l’oppressione, dell’unità della famiglia umana rispetto alle divisioni ideologiche e politiche, come pure alle differenze di razza, di sesso, di lingua e di religione. Si voleva difendere la persona dall’idolatria dello stato, allora contro i totalitarismi, partendo da una convinzione condivisa: «il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana, e dei loro diritti uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia, della pace» (Dichiarazione universale, preambolo). Tutti i diritti umani sono universali, indivisibili, interdipendenti e interconnessi. La comunità internazionale ha il dovere di trattare i diritti umani in modo globale e in maniera corretta ed equa, ponendoli tutti su un piano di parità e valorizzandoli allo stesso modo.
      2. Essere nomade in questo caso non vuole dire non cercare la stabilità mancata. Anzi, il vero significato della frase é che i migranti hanno una mentalità aperta nel adattarsi all’ambiente e alle condizioni in cui si trovano.
      3. La mia classificazione dei migranti, beh, ci sono e ci saranno altre classifiche in seguito. La soprannominata, è la mia classifica basata su quello che io ho scoperto fin ora in ogni migrante incontrato lungo il cammino.
      4. L’odierna immigrazione è un processo innescato dall’imperialismo e dallo sviluppo diseguale. Non è “colpa” di nessun governo in particolare: è strutturale, epifenomeno di un capitalismo in cui i monopoli finanziarizzati tengono nel sottosviluppo, poiché le sovrasfruttano, intere aree del pianeta, mentre le sanzioni e le guerre stabilizzano l’egemonia occidentale, assumendo un carattere apertamente coloniale. I flussi migratori dipendono da questo, esisteranno finché esisterà l’imperialismo e chiunque governi deve gestire questi fenomeni di lungo corso.
      Jorida

  2. @ Luciano Aguzzi

    Abbiamo discusso in passato a lungo su “noi e loro” (qui: http://www.poliscritture.it/2016/12/28/noi-e-loro-nello-specchio-di-facebook-verso-la-fine-del-2016/) trovandoci in disaccordo e sarebbe inutile ripetersi.
    Intervengo perciò soltanto per dire che nel mio cappello introduttivo ho già cercato di ricordare quanto sia sempre più problematico il migrare; specie oggi per il rafforzarsi delle politiche di esclusione verso i migranti istillate nel senso comune delle popolazioni dei Paesi europei dai sovranismi. Ed in esso era implicito che si debba fare “uno sforzo di approfondimento maggiore e uscire dai luoghi comuni”. Ma sia chiaro che l’invito andrebbe rivolto sia a quanti difendono “ogni aspetto delle migrazioni, dal lato dei migranti” che ai troppi che li temono e demonizzano.
    Quindi scusa, Luciano, ma è proprio il tuo intervento che mi pare “radicalmente sbagliato e fuorviante”. Perché Jorida Dervishi non è una “bieca globalista pagata da Soros” che parla da qualche cattedra universitaria o dalla prima pagina della grande stampa. E’ un’immigrata dall’Albania che ha *vissuto* il problema e lo sta *approfondendo* proprio occupandosi di raccogliere storie d’immigrati. Nel suo caso, perciò, anche tratti di “retorica globalista” o di “afflato utopistico” hanno comunque un significato diverso.
    Ricordiamoci della funzione anche positiva che può avere l’ideologia e anche della distinzione che faceva Ernst Bloch tra la voce dall’alto dei sacerdoti e quella dal basso del popolo. Ed evitiamo di riprodurre noi il cliché del Robinson europeo o occidentale che la sa sempre più lunga del migrante Venerdì.

    Certo, “l’«universalità» è sempre e comunque una somma convenzionale di diversità e di individualità e non esiste in sé”; e quella pensata in Occidente è ampiamente in crisi. Ma chi può escludere che i migranti non possano contribuire assieme a “noi” ad una nuova forma di universalità più “umana positiva e non naturale”?
    Ultima osservazione: “le migrazioni sono sempre accompagnate da sangue e merda a danno sia dei migranti sia delle comunità di accoglienza, salvo una minoranza che dalle migrazioni trae profitti e potere”? Non è una ragione sufficiente per accettare di sopportare “sangue e merda” dei nazionalismi.

  3. @ Ennio
    Di migranti e migrazioni si discute molto e già questo è un segno che il problema è “caldo” e nient’affatto “pacifico”. L’intera agenda politica europea (e dei singoli Stati europei, e Usa e altro) è pesantemente condizionata dal problema. E questo è un altro segno che si tratta di terreno molto caldo e scottante. Giovedì 20 febbraio scorso se ne è discusso anche nel circolo culturale Puecher presentando il libro di Donatella Ferrario e Fabrizio Pesoli intitolato «Milano multietnica. Storia e storie della città globale» (Meravigli Edizioni, Milano 2016). Anche in quell’occasione si è parlato dell’emigrazione come di un arricchimento, dimenticando tutti gli aspetti dell’impoverimento. Arricchimento per chi? Impoverimento per chi? Su questo aspetto del problema il “politicamente corretto” di sinistra tende a glissare, a dimenticare.
    Inoltre, un altro argomento che lo stesso “politicamente corretto” tende a dimenticare, è la differenza culturale fra i vari gruppi e etnie dei migranti e quindi l’enorme differenza del comportamento dei migranti rispetto alla fatica dell’integrazione. Anzi, al desiderio di integrazione.
    Vi sono comunità migranti che si integrano facilmente con la popolazione del Paese di accoglienza, altre che tendono a vivere separate, ma in un rapporto di collaborazione o di indifferenza non ostile, altre che vivono separate in un rapporto ostile e di non collaborazione, altre infine che non solo vivono separate, ma che considerano il Paese di accoglienza territorio da depredare, esportandovi comportamenti e forme di organizzazione criminali. Eppure si vuol parlare di migrazione come se le tante differenze non esistessero. E se si cerca di analizzare nel dettaglio si rischia di essere accusati di razzismo, di xenofobia, di nazionalismo ecc. Questa è la reazione irrazionale di chi vuole chiudere gli occhi subordinando la realtà all’ideologia, anziché far emergere la corretta linea politica dall’analisi della realtà.
    Si cita spesso la Germania che ha accolto più migranti dell’Italia, ma si dimentica poi di dire che il controllo che la Germania esercita sull’emigrazione e sui migranti è completamente diverso da quello italiano, del tutto deficitario. Innanzitutto vi è una politica di selezione che favorisce l’immigrazione in Germania di chi può più facilmente integrarsi, ciò che l’Italia non fa. Vi è poi una politica di controllo che rende meno scottante il problema. Non si tratta solo di un problema di “ordine pubblico”, anche se questo non è da trascurare, ma proprio di un problema di politica e di cultura. Ovviamente problemi ci sono anche in Germania, e non potrebbe essere diversamente, ma viaggiando in Germania si ha subito la netta sensazione, cosa che manca del tutto in Italia, che i problemi sono abbastanza sotto controllo e che non producono situazioni degenerate e degenerative a danno dei tedeschi, come invece avviene in Italia, a danno degli italiani e, guarda un po’, proprio degli italiani più poveri e marginali, non dei ricchi. Ma dire questo è nazionalismo? è xenofobia? è razzismo?
    L’ultima volta che sono stato a Berlino, qualche anno fa, gli unici extracomunitari che ho incontrato sono stati i lavoratori che ho incrociato nel mio soggiorno (autisti di taxi, dipendenti dell’albergo, commercianti ecc.). Non ne ho incrociato uno, dico uno, per strada a chiedere l’elemosina, a presidiare l’ingresso di chiese e supermercati per chiedere l’elemosina, a dormire su pagliericci improvvisati agli angoli di strade e piazze. Che differenza rispetto a Milano! Qualche giorno fa, passando in Piazza San Babila, ho visto decine di pagliericci e addirittura specie di capannucce di cartone sotto i portici di quella piazza centrale di Milano. E la faccenda si ripete in altre piazze e vie.
    Mi viene il dubbio che il presunto razzismo degli italiani è anche la risposta a una politica dell’emigrazione del tutto sbagliata e fuori controllo che produce danni e difficoltà che lo Stato e gli altri poteri pubblici (comuni e regioni, prefetture e questure) non si curano di affrontare e risolvere.
    Non è necessario essere “biechi globalisti pagati da Soros” per partecipare, magari solo come inconsapevole massa di manovra, alle tragedie storiche delle migrazioni, svolgendo insieme sia il ruolo di vittime sia quello di carnefici.
    Anche gli irlandesi, i tedeschi, gli italiani che nell’Ottocento sono emigrati nelle Americhe fuggivano, talvolta, dalla miseria e dalla fame; altre volte rincorrevano l’avventura nella speranza di migliorare il proprio stato sociale, in pratica di affermarsi e arricchirsi. Più raramente fuggivano da situazioni di oppressione politica, in cerca di libertà. Ma poi hanno tutti contribuito, compresi i missionari italiani, al genocidio contro i nativi sia nell’America del Nord sia in quella del Sud (e in alcuni Paesi, come il Brasile, la “frontiera” è ancora calda e si continuano a uccidere i nativi per fare posto all’economia dei vecchi e nuovi migranti).
    Tu citi Robinson: ma il migrante “forzato”, in quel caso, era Robinson, non Venerdì.
    Non c’è nessuna migrazione, di nessun tipo, fra quelle che la storia ricorda, dalla preistoria a oggi, che non abbiano prodotto dei guasti. A volte a danno degli stessi migranti, altre volte a danno delle popolazioni dei territori di arrivo, spesso a danno di entrambi. Certo, poi la retorica del progresso parla dell’emigrazione come opportunità e arricchimento, ma l’arricchimento, quando c’è, arriva dopo decenni o secoli e si sovrappone al sangue e alla merda degli anni precedenti e ai cadaveri delle vittime che nessun arricchimento successivo potrà riscattare.
    E lascia ferite che, in qualche caso, anche dopo molti secoli non si riesce a guarire. Il razzismo è la medicina sbagliata che a volte si adopera nel tentativo di curare qualcuna delle vecchie ferite. La medicina è sbagliata, ma le ferite sono reali. Anche la storia più recente è piena di conflitti interetnici, in ogni parte del mondo, Europa compresa (basti ripensare alle recenti guerre interne alla ex Jugoslavia). Conflitti che nascono dalle ferite mai guarite nate da antiche e meno antiche migrazioni, da mescolanze di culture che non si sono integrate, da concezioni di vita che a un certo punto sono tornate a essere incompatibili.
    La storia è cattiva e si vendica degli errori del passato e del presente.
    Le migrazioni in Italia nel corso degli ultimi trent’anni sono molto diverse da quelle degli europei insediatisi nelle Americhe, in Africa, in Asia, in Australia; e molto diverse anche da quelle che hanno prodotto mescolanza di lingue, culture e religioni in Croazia, Serbia, Kosovo e Bosnia-Erzegovina, ma non sono esenti da conseguenze negative e da problemi di integrazione che creano ferite che perdurano nel tempo e che tornano a lacerarsi e a sanguinare di tanto in tanto.
    Il problema non è bloccare ogni migrazione, cosa impossibile e non auspicabile, ma di regolamentare e controllare in modo che i benefici siano maggiori e i danni minori. Ed è proprio ciò che non si fa in Italia e che non fa la sinistra, agendo così, paradossalmente, a favore delle destre e a proprio danno.
    La disattenzione della politica italiana, a partire dalla sinistra, tocca poi un altro aspetto delle migrazioni: quello degli italiani che emigrano in altri Paesi. Una regione come la Calabria, ad esempio, ha diminuito la propria popolazione proprio perché molti calabresi sono emigrati, impoverendo ulteriormente la regione. I migranti italiani sono spesso proprio i giovani più intraprendenti e preparati (molti sono laureati). In altri casi, invece, sono i membri di organizzazioni criminali che hanno esteso il loro raggio di azione in Germania, in Francia e in altri Paesi.
    Questa migrazione italiana è per l’Italia un danno netto, in termini di perdita di risorse umane, di non ritorno dei costi della loro formazione ecc., ma un danno netto anche in termini non economici. Eppure non esiste una politica italiana mirata a evitare questo fenomeno o almeno i suoi aspetti più negativi.
    La politica delle sinistre presenta poi un’altra madornale contraddizione. Favorevole alla più ampia accoglienza quando è all’opposizione e parzialmente anche quando è al governo, con governi deboli, mette in atto una feroce politica di chiusura dei confini quando è al potere pieno, come è sempre avvenuto in tutti i Paesi socialisti e comunisti, sia quelli del passato sia quelli ancora oggi esistenti. Dall’Urss a Cuba, passando per altre varie esperienze, gli Stati comunisti hanno sempre chiuso e duramente controllato le frontiere.
    A chiusura: l’emigrazione dall’Italia giova all’Italia? quella dal Niger giova al Niger?, quella dall’Albania giova all’Albania? ecc. Giova agli italiani, ai nigeriani, agli albanesi ecc. che restano nel loro Paese? A chi giova l’emigrazione? Ecco una domanda che richiede una risposta complessa e molto disaggregata ma che non si riesce mai ad avere in maniera soddisfacente leggendo i libri sull’emigrazione o dell’emigrazione o contro l’emigrazione o a favore dell’emigrazione. Eppure, una politica seria e realista dovrebbe iniziare proprio da qui.
    O è nazionalismo farsi delle domande? Diffidare della mancanza di analisi e risposte? Rifiutare le soluzioni ideologiche e idilliche?
    Rifiutare la patina di retorica dei diritti universali? Li ha proclamati la Rivoluzione francese e la Francia rivoluzionaria non li ha mai rispettati. Li ha proclamati la federazione degli Stati Uniti, e gli Usa non li hanno mai rispettati. Li ha proclamati l’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1948 e l’ONU non li ha mai rispettati (altrimenti non avrebbe nelle commissioni per il rispetto dei diritti umani i rappresentanti di Paesi che non rispettano quei diritti ecc. ecc.). Fra i proclami e l’andamento concreto della storia vi è sempre stata una gigantesca sfasatura.
    Perché la storia è cattiva e non sopporta la retorica che non tiene conto della realtà e che non si comporta in modo realistico.

  4. Si parla di coronavirus in questo articolo, ma se si parlasse di migranti, il discorso filerebbe lo stesso…

    SEGNALAZIONE
    Il pensiero dell’immunità opposto alla comunità
    – di Donatella di Cesare, Mauro Bonazzi e Giuseppe Remuzzi – https://francosenia.blogspot.com/2020/02/cittadini-e-no.html?spref=fb&fbclid=IwAR1goDprJwJnTmVsqO7mpZ42arzZsGKjzA34hkcsDEErKk5IveIfmcOs2PM

    Stralci:

    1.
    Il modello che si è imposto nella modernità occidentale è questo: non toccarmi, non contaminarmi, stai fuori… Crescono barriere, si alzano muri. Noi siamo i cittadini, gli altri no…
    Termoscanner negli aeroporti, controlli sul territorio, quarantena per i potenziali infettati, e poi mascherine, misure precauzionali, lavaggio frequente delle mani… Basterà? L’angoscia del contatto si mobilita, il timore della contaminazione si fa palpabile insinuandosi nella quotidianità. Meglio sarebbe evitare luoghi pubblici, rinserrarsi nello spazio dell’intimità domestica, dove il temibile virus, che ha un nome così sovrano, difficilmente riuscirà a penetrare. Quella nicchia, sempre rassicurante, costellata qui e là di schermi attraverso cui guardare protetti il mondo, non è mai parsa così indispensabile.
    Qualcuno sostiene che siano ataviche le pulsioni che spingono a erigere barriere (nonché muri), che siano naturali sia la paura per l’estraneo, cioè la xenofobia, sia quella per tutto ciò che è fuori, cioè la exofobia (così peculiare alla nostra epoca). Andando avanti di questo passo si finisce per considerare naturale anche il razzismo — una tesi che qui e là circola senza essere fermata da poche, semplici obiezioni. Come se fosse in fondo comprensibile deridere o aggredire un cinese, perché il suo corpo incarna il virus e il suo volto quasi lo impersona. E il razzismo — sì! — è un virus potentissimo. Ma davvero la pulsione securitaria è tutta naturale e la politica non c’entra?
    Nei dibattiti, spesso noiosi, sulla democrazia — come difenderla, come riformarla, come migliorarla, ecc. — si dimentica che di «democrazia» si dovrebbe parlare al plurale, perché ormai esistono diversi modelli, persino opposti. Il nostro è sempre più lontano dal modello greco, a cui pure amiamo fare riferimento. Già ai suoi tempi lo aveva visto con chiarezza Fustel de Coulanges nell’opera ormai classica La città antica del 1864. È impossibile ignorare oggi i gravissimi limiti della pólis: l’esclusione delle donne dalla vita pubblica, la disumanizzazione degli schiavi. Tuttavia, per i cittadini greci il modello politico era quello dell’esposizione, del coinvolgimento, della partecipazione.
    Al contrario, il modello che si impone nella modernità, a cominciare dalla democrazia americana, per dilagare poi in tutto il modo occidentale (e occidentalizzato), è quello della non-esposizione. Vale a dire: noli me tangere. Non toccarmi. Persone, corpi, opinioni devono poter esistere, muoversi, esprimersi, senza essere «toccati», senza venire inibiti, costretti, interdetti da un’autorità esterna. Finché non sia proprio inevitabile. Questo modello negativo è un sistema d’immunità che oltrepassa la politica e si estende al governo delle vite umane nei loro molteplici aspetti. È un sistema di diritti visti come garanzie e assicurazioni. Anche la libertà viene intesa negativamente, e cioè non nel segno dell’espansione e della creazione, bensì in quello della salvaguardia e della protezione. Se al cittadino greco interessava la condivisione del potere pubblico, al cittadino della democrazia immunitaria interessa anzitutto la propria sicurezza, goduta nella nicchia privata e gentilmente concessa dall’autorità politica. Perciò confonde garanzia e libertà.

    2.
    Per comprendere la complessità del processo e guardare a tutti gli esiti dell’immunizzazione, bisogna dire che accanto all’intangibile, cioè il corpo del cittadino inscritto nella democrazia liberale, viene ammesso senza problemi l’abbandono di una parte dell’umanità alla propria sorte. Lì, infatti, non arriva il sistema di garanzie e assicurazioni. Sarà meglio, anzi, tenersi a distanza da quegli intoccabili, che potrebbero essere fonte di contaminazione, causa di contagio. Quest’altra umanità (saranno «umani»?) sarà inesorabilmente esposta: a guerre, genocidi, fame, malattie, malnutrizione, sfruttamento sessuale, schiavitù.
    Si auspicano «inclusione» o «diritti per tutti». Quel che avviene è, però, l’opposto: una non-inclusione sistematica. Da un canto gli intangibili, dall’altro gli esposti; da un canto i garantiti e preservati, dall’altro gli intoccabili. Immunizzazione degli uni, esposizione degli altri. Così funziona la democrazia immunitaria, secondo questo doppio binario, reso semmai più saldo e collaudato dall’esperienza totalitaria: quanto più si moltiplicano benefici e garanzie per chi è dentro, tanto più cresce l’abbandono dei reietti lì fuori. Ai dispositivi di controllo, protezione e prevenzione nel nostro mondo corrispondono il disordine, la desolazione, l’ininterrotto scatenarsi delle forze naturali nel mondo altro. La vaccinazione infantile avrà sortito effetti nel continente africano, che però sono stati quasi cancellati da nuove incontrollate pandemie. Al corpo intangibile del bambino nella scuola occidentale si oppongono le orde di bambini erranti nelle città e nelle metropoli delle periferie planetarie. Se vanno incontro a infezioni selvagge, non saranno forse loro selvaggi? E i bambini cinesi nelle scuole italiane — cinesi come quelli che hanno il contagio e lo portano qui e là — non saranno da bandire? Ecco insomma, mormora tra sé, il cittadino immunizzato: «Ammettetelo! Il coronavirus ha finalmente messo allo scoperto l’inciviltà dei cinesi, ben lontani dall’essere occidentalizzati».
    È sbagliato parlare, come fanno molti, di «indifferenza», perché vuol dire ridurre a una scelta morale del singolo quel che è invece una questione eminentemente politica. Per di più significa depoliticizzare la questione. E non è neppure solo razzismo — anche questa è una semplificazione. Piuttosto è una tetania affettiva con tanto di ragion di Stato.

    3.
    La democrazia immunitaria ha un potente effetto anestetizzante, quasi narcotico. Questo dicono già da qualche anno i filosofi della biopolitica, alle cui parole — soprattutto nel dibattito italiano — si preferiscono le voci rassicuranti dei democratici, più o meno liberal, come Michael Walzer, che disquisiscono sul modo in cui migliorare la comunità, senza metterne in discussione né le frontiere né, tanto meno, il vincolo che la tiene insieme: la fobia del contagio, la paura dell’altro. Immunitas, ha mostrato Roberto Esposito, è l’opposto di communitas. Dove prevale l’immunizzazione, viene meno la comunità. Non si esagera dicendo che sono queste le due tendenze inconciliabili in cui si dibatte la democrazia.

  5. Anche in questo intervento si discute di coronavirus e misure per contrastarlo ma il discorso si può facilmente estendere ai migranti…

    SEGNALAZIONE

    Ennio Abate
    12 min ·
    DA SOTTOLINEARE E DISCUTERE

    “L’umano e la politica dovrebbero trovare la forza e il coraggio e l’intelligenza di organizzarsi altrimenti. L’umano non è solo cinico abbandono dei deboli, e la politica non è solo delega al potere disciplinare. È qui che si gioca la partita per salvarci – salvarci tutti, non solo i più giovani o i più veloci o i più attenti. Salvarci come società e comunità. O riusciamo a “politicizzare” il virus o siamo dannati. Dannati come società e comunità. Politicizzare il virus non significa le paranoie complottiste sulla sua voluta diffusione per giochi tra potenze o la fuga involontaria da laboratori segretissimi scavati nelle rocce – sono sciocchezze, che peraltro alimentano frustrazione e isolamento, rancore. Politicizzare il virus, significa partire dalla dimensione sociale della resistenza, dall’umanizzazione della risposta. Dal prendersi cura gli uni degli altri. Dalla virtuosità civica che è il fondamento di ogni repubblica dell’umano. Dall’opporsi alle cialtronerie e alle meschinità della politica e all’ordine della militarizzazione”

    Lanfranco Caminiti [su Facebook]
    26 febbraio alle ore 19:24

    Benché l’invito delle persone più autorevoli, quelle che con l’atteggiamento, le parole, persino la postura, ti dicono di non farti prendere dal panico, di non dare retta a sprovveduti che pontificano dai social, ma di affidarsi ai medici, agli esperti, ai tecnici, alla scienza – questa del coronavirus è la conclamata impotenza della scienza. La scienza non è mai pronta per l’emergenza, per l’improvviso esplodere di una eccezionalità – la scienza ha bisogno di tempo, per la ricerca, e ha bisogno di tempo, per scoprire un rimedio, perché deve verificare, incrociare, aspettare, riverificare, riaspettare. Se tutto va bene, fra diciotto mesi avremo il vaccino contro il virus – forse neanche in tempo per quelle vaccinazioni di massa dell’autunno inoltrato (il vaccino ormai porta l’inverno, come l’arrivo della rondine faceva primavera) che sono diventate consuetudine.
    Le misure di prevenzione non appartengono alla scienza, appartengono alla politica. Salus rei publicae lex suprema esto. O meglio: appartengono alla disciplina della società. Forse ormai le due cose si sovrappongono, nella tecnica, nell’ingegneria sociale. Nella medicalizzazione della società. Proprio come sarebbe stato possibile evitare certe disastrose esondazioni, certi smottamenti improvvisi: la scienza ci dice che occorre la forestazione, che occorre non desertificare, che occorre favorire la presenza dell’umano ma anche di non eccedere nell’antropizzazione disordinata – prima che accadono; quando accadono, la scienza si fa di lato. Intervengono gli ingegneri, i genieri. I militari.
    Le misure che l’Oms consiglia – lavarsi le mani, eccetera – sono misure di buon senso che valgono sempre e ovunque. Se non seguite, favoriscono l’ingresso del virus, ma se seguite non garantiscono proprio nulla, né che il decorso della malattia, se interviene, sia debole. D’altronde il dottor Li Wen Liang, l’oftalmico che per primo intuì l’esplodere del virus a Wuhan, è morto, e non aveva neanche trent’anni. La lettura dei decessi, che snocciola cifre sugli “anziani” e i “malati”, dovrebbe tranquillizzare i più, che sono la maggioranza dei forse-salvati – ma accade con il virus quello che accadrebbe con un qualunque cataclisma, con una qualunque catastrofe. Gli anziani non ce la fanno a scappare, e rimangono in trappola. I malati sono abbandonati da chi ce la fa a scappare, e sono già condannati. Sono già-sommersi.
    In tutto questo, la scienza non c’entra nulla – e c’entra l’umano. E per capire l’umano – occorre la letteratura e la storia. Perché, e questo non dovrebbe sorprenderci, in realtà sta accadendo quello che è sempre accaduto quando un morbo si diffonde, quello che ci hanno sempre raccontato la letteratura e la storia. Anzi, si diffonde rapida la “percezione” del morbo, ché questa è poco più che una cattiva influenza, ci viene detto. Ma ci è stato talmente spiegato e ripetuto a iosa che la percezione ha un ruolo nella rappresentazione della realtà e nell’incrementare la realtà, che ormai non stiamo troppo a sottilizzare. Gioca poi, l’atavica diffidenza verso il potere – se ci dicono di stare tranquilli, c’è qualcosa sotto. Come in un carnevale sfrenato, la malattia rompe ogni argine di rispetto e sottomissione.
    È qui che interviene la disciplina della società, per salvare l’ordine delle cose. Il lazzaretto d’un tempo non era una misura clinica – o lo era in quanto misura disciplinare, basata sul principio antico quanto l’uomo che l’isolamento del difforme è l’unica salvezza per la comunità. Un istinto animale, riprodottosi nella brutale semplificazione del sociale. Tutte le misure intraprese dai governi – senza distinzione di regime e bandiera – sono improntate allo stesso principio, modulato a seconda l’intensità. Tutti i governi che si sono adoperati sono guidati da un principio di eccezionalità e emergenza: chiudere le frontiere verso l’esterno, isolare le zone del contagio. Bloccare ogni scambio e ogni mobilità – che sono poi i principi della vita. D’altronde, da cosa dovrebbero essere guidati? La stessa scienza dice – chiudete, chiudiamo, isoliamo. È l’unica prevenzione possibile. È dall’impotenza della scienza che viene la prepotenza della politica disciplinare. Noi stessi chiediamo di essere salvati, di essere messi al sicuro. E le procedure della politica disciplinare sono uguali ovunque, proprio perché ossificano le procedure dell’umano: il lebbroso va allontanato. E non condannato all’erranza, ma rinchiuso in un ospedale. Anzi, a casa. Intere società chiuse in casa. Visto che ormai il “modello” della concentrazione massiccia (la fabbrica, la caserma) è finito – usiamo la segregazione domestica. La segregazione diffusa, proprio come la fabbrica diffusa. La segregazione per ventiquattr’ore al giorno, proprio come il lavoro è diventato una quarantena perenne. Siamo perciò gettati nella malattia del virus – che è la forma assunta dalla mondanità, che regola cioè la nostra vita quotidiana, nel lavoro e nel dopo-lavoro – o siamo gettati nella disciplina societaria. Per provare a scampare dall’una – anche fallisse una volta, la risposta sarebbe una disciplina ancora più stretta e rigorosa – non abbiamo a disposizione che l’irreggimentazione.
    Ma l’umano e la politica potrebbero non essere obbligati a questo. La società non dovrebbe avere paura di se stessa: se c’è è perché sappiamo di essere già malati, sappiamo di essere infetti da patologie sociali – il razzismo, la xenofobia, l’odio del diverso, la ricerca sempre di un capro espiatorio, di untori. Nella nuda forma della malattia si riproduce la nuda forma della disgregazione sociale. L’umano e la politica dovrebbero trovare la forza e il coraggio e l’intelligenza di organizzarsi altrimenti. L’umano non è solo cinico abbandono dei deboli, e la politica non è solo delega al potere disciplinare. È qui che si gioca la partita per salvarci – salvarci tutti, non solo i più giovani o i più veloci o i più attenti. Salvarci come società e comunità. O riusciamo a “politicizzare” il virus o siamo dannati. Dannati come società e comunità. Politicizzare il virus non significa le paranoie complottiste sulla sua voluta diffusione per giochi tra potenze o la fuga involontaria da laboratori segretissimi scavati nelle rocce – sono sciocchezze, che peraltro alimentano frustrazione e isolamento, rancore. Politicizzare il virus, significa partire dalla dimensione sociale della resistenza, dall’umanizzazione della risposta. Dal prendersi cura gli uni degli altri. Dalla virtuosità civica che è il fondamento di ogni repubblica dell’umano. Dall’opporsi alle cialtronerie e alle meschinità della politica e all’ordine della militarizzazione. Questo è – i cataclismi sono conflitti di potere. Il “loro” è organizzato – per il potere disciplinare siamo già tutti pazienti. “Loro” hanno già i piani per le epidemie. Noi no.

  6. …secondo me Jerida Dervishi nel suo raccontare “E che ne sai tu del migrante?” non assume il taglio storico di chi, per esempio, analizza le varie motivazioni che in Algeria, intorno agli anni ’50, portarono la popolazione algerina a mobilitarsi o a migrare, ma fatto proprio il “qui e ora” delle esperienze più traumatiche vissute dai migranti durante il viaggio di allontanamento dai loro paesi e nell’impatto con la società di arrivo…ecco forse è troppo presto per molti di loro ( e non molto tempo fa di noi) per vedere, oltre al luccichio delle apparenze, la profonda fragilità e contraddizione della società del “benessere” e per non cadere nella “guerra tra poveri” verso la quale siamo, noi e loro, sommessamente sospinti. Ci vuole tempo, credo, per una rielaborazione più completa e complessa, ma il taglio di J. D. è ben giustificato.
    L’arrivo po di un fatto imprevisto, come il dilagare del virus, sembra scompigliare le carte…ma certo si poteva farne a meno

  7. AL VOLO

    Ecco un esempio d’altri tempi (primo Novecento), negli USA, di interazione ardua ma positiva tra i noi” di allora (bianchi, marxisti, comunisti, maschi) e “loro” sempre del tempo (donne nere):

    “Biografie straordinarie si incrociano con la storia e la politica del Novecento. Ad esempio quella di Claudia Jones, ricostruita da Luca di Paola. Nata a Port of Spain, capitale di Trinidad e Tobago, nel 1915, Jones migra con la famiglia a Harlem, dove cresce all’interno di un quartiere che proprio la migrazione afrocaraibica aveva contribuito a trasformare in un laboratorio del radicalismo nero. Militante del Partito comunista statunitense, scrive testi straordinari sul «triplice sfruttamento» delle donne nere, anticipando quella che solo molto più tardi si è cominciato a chiamare analisi «intersezionale». Espulsa dagli Stati Uniti nel 1955 per la sua militanza politica, Jones si trasferisce a Londra, dove arriva rapidamente alla rottura con il Partito comunista britannico (per via delle sue posizioni sui temi della razza e del colonialismo) e si impegna nell’organizzazione politica e culturale dei migranti arrivati dai Caraibi all’indomani della Seconda guerra mondiale. Attraverso la fondazione di organi di stampa e l’organizzazione di eventi come il primo festival di carnevale di Notting Hill nel 1959, Jones apporta un contributo di primo piano alla formazione di una black community in Gran Bretagna, coniugando politica anticoloniale, analisi marxista del razzismo e impegno «per sostenere il sindacalismo e l’unità tra lavoratori bianchi e neri».

    ( da Il materialismo oltre i confini della classe di Sandro Mezzadra
    https://ilmanifesto.it/il-materialismo-oltre-i-confini-della-classe/?fbclid=IwAR0ZkGuDe4Srl5eBPew_Jg0cOI9Ih7uokIuVsnoYP6bPrxcSiou1p9Pn0vE)

  8. @ Luciano [Aguzzi]

    La polemica contro il “politicamente corretto”, almeno qui su Poliscritture, mi pare sprecata. Nessuno ha mai sostenuto che le differenze culturali (e materiali) non ci siano. Ci sono e sono un prodotto della storia, delle condizioni date. E non sarà facile o “pacifico” governarle o riportarle almeno a soluzioni meno distruttive di quelle già abbondantemente prodotte dalle politiche della UE (diciamo “buoniste” e “cattiviste”) ma anche dagli USA di Trump o da Erdogan .

    Già nella discussione che facemmo nel gennaio 2017 avevo chiarito la problematicità della situazione e il mio atteggiamento (Cfr. in particolare questo commento: http://www.poliscritture.it/2016/12/28/noi-e-loro-nello-specchio-di-facebook-verso-la-fine-del-2016/#comment-58566 ). E vorrei ribadirlo.

    A me non pare che la “corretta linea politica” possa venire da un “analisi della realtà” come quella che TU fai. Perché è unilaterale. Visto che si tratta di una relazione (diciamo migranti-residenti), andrebbero, come minimo, esaminati i comportamenti degli uni e degli altri. ( E si veda, il libro di Donatella Di Cesare, “Stranieri residenti”, Bollati Boringhieri, 2017).
    Tu, invece, parli della “fatica dell’integrazione” che fanno o dovrebbero fare i migranti, ma taci su quella che fanno o dovrebbero fare i “residenti”. Sei preciso nel mostrare alcuni rischi che l’arrivo dei migranti sta comportando ( “ Vi sono comunità migranti che si integrano facilmente con la popolazione del Paese di accoglienza, altre che tendono a vivere separate, ma in un rapporto di collaborazione o di indifferenza non ostile, altre che vivono separate in un rapporto ostile e di non collaborazione, altre infine che non solo vivono separate, ma che considerano il Paese di accoglienza territorio da depredare, esportandovi comportamenti e forme di organizzazione criminali”), ma sorvoli con disinvoltura sul tipo di “accoglienza”che gli viene imposta. Anche nel modello Germania, che esalti nelle sue forme più perbeniste e di facciata: “Non ne ho incrociato uno, dico uno, per strada a chiedere l’elemosina, a presidiare l’ingresso di chiese e supermercati per chiedere l’elemosina, a dormire su pagliericci improvvisati agli angoli di strade e piazze”.
    Certe accuse generiche (“ Non è necessario essere “biechi globalisti pagati da Soros” per partecipare, magari solo come inconsapevole massa di manovra, alle tragedie storiche delle migrazioni, svolgendo insieme sia il ruolo di vittime sia quello di carnefici”) sono poi davvero irritanti. Fuori dai denti, ti pare che io o Jorida facciamo parte di questa “massa di manovra”?
    Quanto al mio richiamo a “Robinson Crusoe”, sì, nei confronti dei dominatori del tempo “il migrante “forzato” era Robinson” ma nel confronti di Venerdì, il “selvaggio”, egli impose a sua volta rapporti di dominio. E sono questi da rimettere in discussione anche di fronte al fenomeno delle migrazioni. E si fatica a farlo. Ma tu non fai che paventare esclusivamente le “conseguenze negative” che l’emigrazione ( ogni emigrazione, pare) comporterebbe per i “residenti” (e, al massimo, il “danno netto anche in termini non economici” per la cosiddetta “fuga dei cervelli” dei migranti italiani all’estero). Fino a giustificare velatamente anche il razzismo , presentandolo come “ la medicina sbagliata che a volte si adopera nel tentativo di curare qualcuna delle vecchie ferite”. E le ferite inferte dai dominatori ai migranti e, contemporaneamente, a una buona parte dei “residenti” nelle periferie? E poi forse le ferite vengono davvero dalle migrazioni? O dagli arroccamenti, dalle fortezze, dagli imperialismi, appunto?
    Giusto chiedersi: “ A chi giova l’emigrazione?” in questo attuale contesto storico, con questi rapporti geopolitici. E per me è anche giusto diffidare o criticare “ le soluzioni ideologiche e idilliche” (buoniste e cattiviste, ripeto). Ma la risposta che tu dai non mi pare tener conto della “realtà”, di TUTTA la realtà.

  9. @ Ennio
    La risposta alle tue osservazioni è già contenuta nei miei interventi se letti in modo appropriato, se letti per ciò che io ho scritto, evitando le fallacie dell’interpretazione che vi vuol leggere anche ciò che non vi è scritto.

    1) In ogni caso la storia ci ha dato e ci dà una tale messe di fatti che non può essere smentita. Non esiste nessuna esperienza migratoria di grandi numeri, dalla preistoria ad oggi, che sia risultata positiva per TUTTI. Con tutti intendo gli abitanti dei territori di arrivo, i migranti che vi arrivano, e anche – in moltissimi casi – gli abitanti dei territori di partenza. L’emigrazione, sotto qualunque forma (emigrazione di interi popoli nomadi, emigrazione verso i territori delle colonie, emigrazione di interi popoli, o parte di un popolo, che conquistano territori già abitati da altri ridotti ad abitanti di serie B o uccisi, conquista e successive emigrazioni verso terre considerate “vergini”, ma che vergine non sono, determinando l’uccisione dei nativi; emigrazioni più recenti che costituiscono comunità all’interno di Stati e nazioni stranieri costituendo proprie comunità integrate parzialmente o non integrate, ecc.), si è sempre risolta in positivo per alcuni a danno di altri. In positivo, in genere, per chi manovra l’emigrazione, per chi, nei rapporti interni, occupa un ruolo che trae vantaggi dall’emigrazione; per chi, fra i migrati, ha trovato il modo di integrarsi o comunque di “sistemarsi” ad un livello accettabile. Ma è sempre risultata negativa per chi ha dovuto subire le ricadute negative delle migrazioni, perdendo identità, proprietà, potere, ruolo, o altro. Che è come dire scendendo nella scala sociale a causa delle migrazioni. Quando si parla di emarginazione, si parla anche di questo. Marginali possono diventare i residenti come i migranti che non trovano un effettivo miglioramento rispetto al loro status precedente o che comunque non sono contenti della nuova condizione. Ma marginali, come lo dimostrano anche tanti comuni italiani del Meridione abitati solo da vecchi, possono diventare pure gli abitanti dei territori lasciati dai migranti.
    Gli effetti positivi delle migrazioni, quando ci sono, arrivano dopo decenni (salvo gli effetti speculativi che possono essere immediati), e in ogni caso rimescolano le carte e le situazioni sociali e se ne avvantaggiano solo gli strati più forti e, fra gli strati deboli, quelli che possono marciare al traino (una volta si parlava di “aristocrazia operaia”, riferendosi in particolare al colonialismo; oggi si può parlare di una aristocrazia di diverso tipo, ma sempre come fenomeno di una forma di “colonialismo” interno al quale partecipano anche i più fortunati dei migranti).

    2) In quanto alla «inconsapevole massa di manovra, alle tragedie storiche delle migrazioni, svolgendo insieme sia il ruolo di vittime sia quello di carnefici», devo ribadire che la «massa di manovra» esiste indipendentemente dalla volontà, dalle intenzioni, dai programmi dei singoli migranti. Il fenomeno delle migrazioni di massa non è mai frutto della decisione di una singola persona, ma frutto di situazioni complessive di rapporti fra Stati e di eventi che coinvolgono popoli interi, come di tendenze economiche e sociali generali che c’è chi spinge in una direzione e c’è chi non lo fa. Vi entrano in gioco situazioni e sentimenti personali che prendono una direzione, anziché un’altra, grazie a operazioni e manovre di diverso tipo. Chi, qualunque sia il suo personale motivo, si mette in marcia all’interno del fiume, diventa massa di manovra di chi controlla la direzione del fiume e ne trae dei vantaggi, reali o presunti, politici o economici o religiosi ecc.
    Ma così facendo entra nel numero di chi è vittima e carnefice insieme, perché il fiume, quando diventa fiumana, travolge gli argini e spezza e fa danno. È un fenomeno “naturale” anche quando la metafora è applicata al fiume dei migranti e tutte le componenti sociali e politiche non ne cancellano la “naturalità”, ma si limitano a reagire ad essa e chi manovra il fiume reagisce a proprio vantaggio. Non si preoccupa dei danni.
    Si possono fare esempi storici concreti, volendo anche con nomi e cognomi.
    a) Una famigliola di irlandesi ridotta in miseria segue, per imitazione o per altro, il fiume della migrazione verso le Nuove Terre. Siamo nei decenni centrali dell’Ottocento. Cerca la pace, una terra da coltivare, la libertà. Ma non si preoccupa del fatto che le terre che gli vengono assegnate appartenevano ai nativi, ai “selvaggi”, scacciati e uccisi da chi manovra l’assegnazione delle terre e su questo accumula potere e ricchezza. Come può un’inoffensiva famigliola diventare carnefice e partecipare allo sterminio dei nativi? Eppure lo fa, perché questo è stato il risultato delle successive ondate migratorie verso le Americhe. E perché questo continua a essere il risultato dove ancora oggi si strappano territori ai nativi, come in Brasile.
    Si tratta di una dinamica che si è ripetuta in ogni continente e alla quale hanno partecipato, come protagonisti e insieme massa di manovra del colonialismo e dell’imperialismo, tanti poveri e meno poveri, fra cui gli italiani (non solo in Libia ed Etiopia, ma da molto prima in ogni parte del mondo).
    b) Siamo nel 1858. Un italiano, “patriota” combattente, seguace di Mazzini, di Garibaldi e di Felice Orsini, dopo varie vicende partecipa all’attentato del gennaio 1858 contro Napoleone III. Come conseguenza, è costretto a scappare e se ne va negli Stati Uniti dove si arruola nell’esercito e partecipa a campagne militare contro i pellirossa. Lui, che diceva di lottare per la libertà e l’indipendenza degli italiani, diventa un massacratore di “selvaggi” americani. Casi come questo si contano a migliaia e migliaia. L’emigrazione è fatta anche di questi emigranti di successo, oggi a volte ricordati come benemeriti e ai quali sono state intitolate vie e piazze.
    c) Spostiamoci in decenni più vicini a noi. In un quartiere che una volta era operaio e comunista, vicino a piazzale Abbiategrasso, un giorno la via è bloccata da alcune famiglie sgombrate da appartamenti popolari che occupavano abusivamente, che hanno ammucchiato sulla strada letti e materassi e altro. Con loro ci sono diversi militanti di sinistra che gridano, a voce e con cartelli, che la casa è un diritto. Eppure, se la casa è un diritto, dovrebbe esserlo anche per gli italiani che sono in lista in attesa di case popolari e dovrebbe esserlo anche per chi, come certi anziani soli, la casa ce l’avevano ma, approfittando di una loro momentanea assenza, gli è stata occupata dagli abusivi. Si sa che in quel gruppo di palazzoni popolari (come in tanti altri a Milano e altrove) non si occupa abusivamente senza obbedire alla severa regia dei criminali che controllano le occupazioni e senza pagarli. Allora, non è meglio evitare in concreto le guerre fra poveri, far rispettare i diritti di precedenza e approfondire meglio il problema? Perché quei gruppi di militanti si schierarono contro lo sgombero appoggiando così, di fatto, gli interessi della mafia degli alloggi abusivi? Qualche anno dopo il quartiere è ridotto al peggio, chi poteva andare via l’ha fatto. Molti voti popolari si sono spostati dai partiti di sinistra a quelli di centro destra e di destra. Ecco un altro esempio di «massa di manovra» inconsapevole.
    d) Infine un altro esempio di «massa di manovra», in questo caso non del tutto inconsapevole, è quello di chi, senza preoccuparsi di analizzare a fondo i problemi, proclama presunte necessità o comunque positività dell’aumento del numero dei migranti. Lo fanno da posizioni e con idee completamente diverse, ma lo fanno in diversi: da quelli che vedono nei migranti la salvezza del sistema pensionistico (cioè la salvezza della colossale truffa che è oggi in Italia il sistema pensionistico), da quelli che vi vedono manodopera duttile e a poco prezzo, da quelli che vi vedono un nuovo proletariato su cui fondare le speranze per tutte le rivoluzioni fallite nel passato, da quelli che vi vedono nuovi “operativi” e nuovi clienti per affari criminali.
    Sono tutte posizioni strumentali che, nella difesa dei migranti, non tengono conto delle persone e della dignità dei migranti stessi ma solo di come possono essere loro utili. Quanto conformismo e quanto perbenismo e quanto politicamente corretto vi si trova in queste posizioni, tutte bacate di falso umanitarismo.

    3) Ripeto ciò che ho scritto più volte: l’emigrazione è un fenomeno che non si può, nemmeno volendo, bloccare. Ma si deve governare al fine di ridurre al minimo le conseguenze dannose e migliorare quelle positive. Ma proprio su come “governare” sembra che scattino posizioni irrazionali. Anziché perseguire analisi e politiche realistiche, si perseguono obiettivi ideologici, a favore o contro, lasciando di fatto il fenomeno incontrollato.
    Ma dire questo, in Italia, oggi, come prevedevo, comporta il rischio d’essere accusati di xenofobia o addirittura di razzismo.
    Ennio mi accusa di «giustificare velatamente anche il razzismo» e, all’esempio della Germania, che non è certo il mio paese del cuore, ma che ho fatto per citare un caso di politica verso i migranti di maggiore successo rispetto a quella italiana, mi accusa anche di esaltarne il modello «nelle sue forme più perbeniste e di facciata». Dunque, è evidente che una politica che riesca a governare il fenomeno è per lui “perbenista” e di “facciata”.
    E poi mi rimprovera anche di non tener conto delle «ferite inferte dai dominatori ai migranti e, contemporaneamente, a una buona parte dei “residenti” nelle periferie? E poi forse le ferite vengono davvero dalle migrazioni? O dagli arroccamenti, dalle fortezze, dagli imperialismi, appunto?». E non è proprio ciò che ho scritto più volte? Le migrazione non rientrano in fenomeni quali il colonialismo, l’imperialismo e altri di geopolitica globale?
    Si parla di migrazioni di massa. Si parla di un “fiume” di migranti. In questo caso le diverse motivazioni personali sono sempre sovrastate dalle regole del “fiume” e il risultato è sempre tragico, fino al nuovo riassetto, quando e se un nuovo riassetto si avrà.
    Molto diverse sono le migrazioni individuali. L’inglese che innamorato dell’arte del Rinascimento di trasferisce a Firenze o l’italiano che amante dell’arte moderna si trasferisce a New York ecc. ecc. In questi casi non si hanno tragedie e l’incontro fra esperienze diverse è quasi sempre positivo e arricchente.
    Anche negli stralci di Donatella Di Cesare si accenna al razzismo: «Andando avanti di questo passo si finisce per considerare naturale anche il razzismo». Ma qui, come in tanti altri passaggi degli scritti della stessa autrice, più filosofa della «dialettica» (cioè, ideologica) che filosofa del discorso costruito con logica, si confondono banalmente due cose diverse: una di queste è il razzismo come dottrina e come valore che orienta il comportamento; l’altra è l’insieme delle pulsioni psichiche che possono orientare al comportamento razzista. Le pulsioni sono naturali, mentre il loro sbocco nel razzismo o in altre forme di comportamento dipende dalle situazioni individuali e ambientali. Se si considerano già razziste le pulsioni naturali (sentimenti di identità, di difesa, di paura, di diffidenza, di disillusione ecc.), immancabilmente verrà considerato razzista o quasi ogni comportamento che non sia l’accoglienza totale e incontrollata, e razzista o quasi ogni politica di governo delle migrazioni.
    Proprio in questo errore cadono molti di sinistra, col risultato che rafforzano la destra.

    4) Negli scritti che Ennio cita in questa come in altre occasioni c’è anche un altro elemento importante da rilevare. L’opposizione di una presunta comunità universale alle reali comunità locali. Qui davvero si diventa massa di manovra dell’internazionalismo dei Soros, dopo la scomparsa dell’internazionalismo proletario.
    Ma la “comunità universale”, se non vuole essere idea astratta e utopistica o strumento per rafforzare i poteri globali sovranazionali e sovra comunitari di ogni tipo, non può che essere convivenza alla pari delle diverse comunità locali.
    Non può esistere senza il rispetto delle comunità locali, delle diverse tradizioni e culture, dei legami profondi fra gli individui che si sentono membri della stessa comunità.
    Ogni progetto di “comunità universale” che si opponga e tenda a cancellare le comunità locali non può che essere un progetto imperialista. Mentre le comunità locali sono un prodotto di una storia dal basso, le comunità come le nazioni sono prodotti della storia dall’alto, delle conquiste e dell’imposizione della legge. Oggi, la tradizione locale è gravemente danneggiata da molti fattori, fra i quali le migrazioni non governate. Chi ha in mano il potere per imporre la legge ne è avvantaggiato, ma gli strati popolari no.
    Le comunità imposte per legge (si tratti della Repubblica nazionale francese uscita dalla rivoluzione o delle federazioni comuniste o dell’Unione Europea o della “comunità universale” che si vorrebbe) distruggono i legami orizzontali che si formano fra gli individui attraverso la convivenza e la tradizione e li sostituiscono con i legami verticale e virtuali dell’obbedienza alla legge. La “famiglia umana” non è più un insieme di “famiglie naturali” paritarie ma un insieme slegato di individui sottoposti solo al potere della legge, cioè della Stato o di chi per lui agisce.
    Dall’imperialismo dello “Stato dominante” si passa a quello dei poteri, giuridici ed economici, trasversali e internazionali. Non è un grande passo avanti.
    Da questo punto di vista il brano riportato di Donatella di Cesare, Mauro Bonazzi e Giuseppe Remuzzi mi pare proprio un inno alla distruzione delle comunità locali e un appoggio ideologico al globalismo sempre più imperante.
    «Massa di manovra» forse non sempre inconsapevole.
    Il sovranismo nazionalistico è da rifiutare perché si basa sul concetto di nazione frutto dell’impero centralistico dello Stato. Nella realtà ogni nazione è un insieme di nazioni. Il sovranismo nazionalistico va rifiutato perché pretende di fare, a livello nazionale, ciò che il globalismo pretende di fare a livello globale. Ma non vanno rifiutati i valori delle comunità locali, della democrazia e del potere di base, che dovrebbero essere il punto di partenza per la costruzione di comunità più ampie e non il bersaglio da distruggere.

  10. @ Luciano

    “La risposta alle tue osservazioni è già contenuta nei miei interventi se letti in modo appropriato, se letti per ciò che io ho scritto, evitando le fallacie dell’interpretazione che vi vuol leggere anche ciò che non vi è scritto” (Aguzzi)

    Non mi pare, Luciano. Il fatto è che io ti faccio domande o osservazioni puntuali e circoscritte ( ad es.: “Fuori dai denti, ti pare che io o Jorida facciamo parte di questa “massa di manovra”? ) e tu le eviti. Preferisci tenerti sempre sul generale e sull’apodittico: “in ogni caso la storia ci ha dato e ci dà una tale messe di fatti che non può essere smentita”. Oppure smantelli tesi che io non ho mai sostenuto: “Non esiste nessuna esperienza migratoria di grandi numeri, dalla preistoria ad oggi, che sia risultata positiva per TUTTI”; “Il fenomeno delle migrazioni di massa non è mai frutto della decisione di una singola persona”. O, ancora, salti la questione che ti ho posto: “parli della “fatica dell’integrazione” che fanno o dovrebbero fare i migranti, ma taci su quella che fanno o dovrebbero fare i “residenti” . O deformi le tesi avverse. Ad es. Donatella di Cesare, nell’articolo che ho citato, paventa un rischio: “Andando avanti di questo passo si finisce per considerare naturale anche il razzismo”; e tu subito a enfatizzare e a fare la caricatura delle sue posizioni: “Se si considerano già razziste le pulsioni naturali (sentimenti di identità, di difesa, di paura, di diffidenza, di disillusione ecc.), immancabilmente verrà considerato razzista o quasi ogni comportamento che non sia l’accoglienza totale e incontrollata, e razzista o quasi ogni politica di governo delle migrazioni”.
    Secondo me, vedi le cose in modo unilaterale e deterministico. Scrivi: “ Chi, qualunque sia il suo personale motivo, si mette in marcia all’interno del fiume, diventa massa di manovra di chi controlla la direzione del fiume”. Ma è così sicuro che ci sia davvero “chi controlla la direzione del fiume [dei migranti]”?
    Non è che dimostrasse più apertura ai processi reali della storia il vecchio Engels, che pur passa per dogmatico, di cui ho letto su una pagina FB quest: “… la storia si fa in modo tale che il risultato finale scaturisce sempre dai conflitti di molte volontà singole, ognuna delle quali a sua volta è resa quel che è da una gran quantità di particolari condizioni di vita; sono perciò innumerevoli forze che si intersecano tra loro, un gruppo infinito di parallelogrammi di forze, da cui scaturisce una risultante – l’avvenimento storico – che a sua volta può essere considerata come il prodotto di una potenza che agisce come totalità, in modo non cosciente e non volontario”?
    Anche a prendere sul serio questa tua affermazione: “l’emigrazione è un fenomeno che non si può, nemmeno volendo, bloccare. Ma si deve governare al fine di ridurre al minimo le conseguenze dannose e migliorare quelle positive”, io non vedo chi oggi lo faccia limitando i: danni sia per i migranti che per i “residenti”. A meno che tu ritenga, come pare, davvero positivo il modello della Germania. Ma insisto: al di là della facciata perbenista che ti tranquillizza, è davvero positivo in egual misura ( o quasi) per migranti e “residenti”?
    Un’ultima obiezione, sperando che il dialogo non diventi del tutto tra sordi. Io, sottolineando la crisi dell «universalità» pensata in Occidente, mi sono chiesto in modo problematico: “Ma chi può escludere che i migranti non possano contribuire assieme a “noi” ad una nuova forma di universalità più “umana positiva e non naturale”?”. E tu, invece, riaffermando che: [la “comunità universale”]“non può esistere senza il rispetto delle comunità locali, delle diverse tradizioni e culture, dei legami profondi fra gli individui che si sentono membri della stessa comunità)” auspichi un rispetto del tutto ideale, che forse non è mai esistito o è di sicuro saltato già dai tempi della prima industrializzazione. Di più imputi ai “sorosiani” quella distruzione: “Da questo punto di vista il brano riportato di Donatella di Cesare, Mauro Bonazzi e Giuseppe Remuzzi mi pare proprio un inno alla distruzione delle comunità locali e un appoggio ideologico al globalismo sempre più imperante”.

    P.s.
    Mentre noi garbatamente discutiamo accadono queste cose:

    https://www.facebook.com/Mediterranearescue/videos/185092122787993/

  11. Con riferimento a questa discussione….

    AL VOLO
    (dalla bacheca FB di Doriano Fasoli)

    E’ corretto (ed è un grande miglioramento) cominciare a pensare alle due parti in interazione come a due occhi, ciascuno dei quali ha una visione monoculare di ciò che accade, e che insieme consentono una visione binoculare in profondità. Questa doppia visione è la relazione.

    Gregory Bateson

  12. SEGNALAZIONE

    Lanfranco Caminiti ( su Facebook)
    3 h ·
    lesbo contro i migranti, che il signor sultano erdogan usa come pacchi-bomba. lesbo contro i giornalisti che filmano le porcate degli abitanti di lesbo contro i migranti. quando poi mi direte che dobbiamo capire le ansie create dalle migrazioni, che non dobbiamo lasciare il tema della sicurezza, della percezione della sicurezza alla destra – io vi picchierò.

  13. @ Ennio
    1) Preferisco l’analisi dei problemi alle personalizzazioni, ma se mi ripeti la domanda: «Fuori dai denti, ti pare che io o Jorida facciamo parte di questa “massa di manovra”?», devo dirti “Sì, ne fate parte”, ogni volta che anziché partire dai dati concreti partite da posizioni ideologiche o, se preferite, di principio, “idealistiche”.
    Io dico: l’emigrazione di massa produce danni evidenti, produce peggioramento della qualità della vita, pertanto è necessaria governarla. Ma non ho mai visto la sinistra, e tanto meno l’estrema sinistra, quella che ancora pensa alla rivoluzione e a Lenin o a Castro, elaborare una politica per questo governo dell’emigrazione e quando il governo lo ha fatto, in maniera contraddittoria e insoddisfacente sia da sinistra, sia dal centro destra, la sinistra della sinistra ha criticato quei governi e spesso, fra i termini usati vi è stato anche xenofobia, razzismo et similia. Marco Minniti è stato trattato quasi come Matteo Salvini.
    Da ciò mi pare evidente che non si ha idea e volontà di governare il fenomeno, ma lo si vuole più libero di realizzare i suoi effetti, come se questa “libertà” non fosse in realtà, da un lato, mancanza di libertà, dall’altro, quel tipo di libertà che violando la libertà altrui, si traduce in violazione della libertà, in aggressione.

    2) Anche in reazione al Coronavirus ci si lamenta di una società sempre più tecnologizzata e sempre meno democratica. Ecco, i guasti del tessuto sociale prodotto dalle migrazioni di massa producono proprio la necessità di una progressiva restrizione degli spazi democratici, perché rende più difficile il controllo dei sistemi complessi.
    E quindi scattano tutti quei meccanismi di difesa inconsci e consci che hanno portato, negli ultimi vent’anni, a una profonda trasformazione, ad esempio a livello elettorale, del comportamento politico degli italiani. Quanti ex militanti e simpatizzanti comunisti sono passati alla Lega e a Fratelli d’Italia e a Forza Italia?
    Si tratta di razzismo? No, si tratta di meccanismi di difesa, reali o presunti nell’efficacia ma reali nelle loro pulsioni di base, di cui la sinistra, più della destra, non sembra voler tenere conto.

    3) Con «fatica dell’integrazione» mi sono riferito sia ai migranti sia agli abitanti dei territori che ricevono, sia all’insieme dei problemi che le migrazioni pongono. E mi pare strana la tua obiezioni, che non avrei risposto. Ma la fatica dell’integrazione non può e non deve essere pari per tutti, perché è chiaro che il migrante deve adattarsi al paese in cui emigra e non si può pretendere che sia il Paese ad adattarsi ai migranti. Questo secondo cambiamento verrà gradualmente nel tempo, ma il primo impatto deve vedere il migrante motivato all’integrazione e capace di adottare comportamenti personali e civici di integrazione. Altrimenti, il meccanismo della reciproca integrazione non può scattare e le relazioni saranno per forza di separazione o almeno di diffidenza.

    4) In quanto alla comunità locale, mi accusi di auspicare «un rispetto del tutto ideale, che forse non è mai esistito o è di sicuro saltato già dai tempi della prima industrializzazione». Già questo tuo dire rappresenta una negazione stessa del problema. Certo, la costruzione del mondo moderno è stato un progressivo svuotamento dei valori delle comunità locali, non per nulla col mondo moderno ha trionfato il centralismo e l’assolutismo del potere. Oggi, anche in un Paese considerato democratico come l’Italia, il potere statale è molto più centralizzato e assoluto di quanto non fosse nell’antico regime e nei governi assoluti dei re per grazia di Dio. La verticalizzazione del potere è molto più spinta: i sovrani assoluti chiedevano tributi e dettavano leggi generali ed operavano con arbitrio, ma nella vita quotidiana della maggior parte delle persone gli spazi di libertà erano più ampi di oggi, se non rispetto al costume religioso certo rispetto a molte altre cose. Le comunità godevano di una reale autonomia di governo di cui sono state private.
    Questo processo è ancora in corso e si chiama globalizzazione, cioè la costruzione di poteri centralizzati sempre più ampi che si pongono in relazione ai cittadini solo verticalmente, ignorando e distruggendo tutti i legami orizzontali di base fra di essi.
    Ciò comporta un impoverimento della qualità della vita sotto tutti gli aspetti, almeno per quella maggioranza di persone che vengono sempre più emarginate. Emarginare non vuole sempre dire ridurre al degrado e alla miseria, vuol dire rendere fungibili, quindi inessenziali, ai processi di valore, compresi quelli politici e democratici. Renderli solo consumatori e complici, magari anche privilegiati, ma solo consumatori e complici. Gli “emarginati”, anche quando sono benestanti e felici della loro condizione, non partecipano più alla vita pubblica della propria comunità, sia perché queste funzioni sono tutte state avocate dallo Stato, sia perché sempre meno esiste una comunità in grado di svolgere funzioni pubbliche. Quando poi sono emarginati e in miseria, la situazione pone anche problemi di ordine pubblico e di ulteriore degrado sociale.
    Eccoti qui, letto pochi minuti fa in FB, un semplicissimo post di una persona comune di cui non serve indicare il nome: «La vita dei vicoli mi manca, quel luogo dove tutti sono uniti come una bella famiglia e l’operare assieme rafforza i valori della vita e unisce le persone. Questi sono i valori che mi piacerebbe riscoprire». Le comunità locali danno senso alla vita, ci si sente membri di una famiglia e il governo di questa famiglia ci riguarda, ci tocca nel profondo. Questo è un sentimento che sta scomparendo con tutti i valori del “noi” autentico, e non del “noi” artificioso delle ideologie e delle leggi.
    E fra i tanti movimenti del “progresso” (del falso e autentico progresso) che distruggono questi valori, oltre alla privazione delle libertà individuali di base, vi è la disaggregazione del tessuto sociale, che può avvenire in tanti modi. Uno di questi modi è descritto bene nel documentario «Cattedrali e serre» trasmesso in notturna da Rai3 due giorni fa, sulla storia di Gela e degli errori del modello di industrializzazione del Meridione fortemente voluto anche dal vecchio Pci e dal Psi, che anziché portare allo sviluppo della zona e all’integrazione fra grande industria, piccola industria e agricoltura, ha prodotto il deserto, proprio per errori di partenza che nascevano dall’elaborazione di un modello di sviluppo del tutto ideologico e che si sovrapponeva alle esigenze reali della zona, che aveva vocazione agricola. Sono stati spesi a sacchi i miliardi degli investimenti pubblici per ottenere risultati negativi. Al modello di Gela si contrappone quello cooperativo dal basso della vicina cittadina di Vittoria, dove, senza aiuti pubblici, si è creata un’agricoltura moderna che ha portato un vero beneficio per la popolazione e per le dinamiche dei legami comunitari, del “noi” concreto. Il modello del petrolifero ANIC è quello della globalizzazione che tratta da territorio coloniale tutti i territori in cui si insedia. Il modello cooperativistico di Vittoria è quello della promozione dal basso di cultura, di successo economico, di vita di relazione, di valori della comunità.
    La migrazione di massa non aiuta, ma rende tutto più difficile.

    5) Infine mi chiedi: «Ma chi può escludere che i migranti non possano contribuire assieme a “noi” a una nuova forma di universalità più “umana positiva e non naturale”?». Nessuno può escluderlo, nel lungo periodo. Ma nel breve e medio periodo gli effetti negativi sono sotto gli occhi di tutti. Allora torno alla mia domanda: come governare il fenomeno in modo che gli effetti positivi delle migrazioni si sentano fin da subito e non vengano ipotizzati per un futuro più o meno lontano?
    In Poliscritture il tema delle migrazioni è stato trattato spesso, anche con segnalazioni tratte da altri siti Web, da giornali e da libri. Ma non ho mai trovato una risposta realistica alla domanda: come governare il fenomeno? Una risposta, che se vuole essere praticabile, deve tenere conto del possibile e scendere nell’analisi dettagliata e nelle risposte, da tradurre in leggi, che tengano conto di quei risultati dettagliati dell’analisi.

    6) Lanfranco Caminiti potrà picchiare chi vuole (e picchiare non mi sembra l’atteggiamento adatto a risolvere i problemi), ma certamente Erdogan continuerà a fare la sua politica e usare le masse di migranti come armi improprie, come hanno fatto e fanno decine e decine di altri Stati e di uomini politici. E gli abitanti di Lesbo, o di qualunque Paese in quella situazione, continueranno a essere spaventati e ostili nei confronti delle masse di migranti che avvertono come invasori, perché di fatto, al di là delle intenzioni dei singoli, la massa produce gli effetti distruttivi di una invasione.
    Caminiti scrive: «quando poi mi direte che dobbiamo capire le ansie create dalle migrazioni, che non dobbiamo lasciare il tema della sicurezza, della percezione della sicurezza alla destra – io vi picchierò». Ecco un atteggiamento che non ha nulla di ciò che deve avere un atteggiamento politico responsabile, cioè attento e preoccupato del governo dei fenomeni. Che altro dovrebbe fare il buon politico (ma anche il buon sociologo e gli studiosi tutti dei fenomeni sociali) se non capire le ansie della popolazione e porsi in concreto il tema della sicurezza, e agire perché la migrazione non accresca le ansie e non diminuisca la sicurezza? Con le armi del possibile, con le risorse disponibili, non con i desideri e le idee lanciate a ruota libera contro la realtà.
    Se Caminiti non trova di meglio che minacciare di picchiare chi non la pensa come lui, è segno che non ha nessuna soluzione da proporre. Né soluzioni globali, né soluzioni in percentuale, le uniche spesso praticabili.
    Io non voglio picchiare nessuno e mi piacerebbe non essere picchiato. Preferirei l’esercizio razionale e pragmatico della ricerca del possibile.

  14. …esistono situazioni, come quelle presenti nelle periferie urbane, in cui il processo di integrazione della comunità locale indigena e di quelle trapiantate ( non per una scelta assoluta, in genere, ma a causa dell’assegnazione ai migranti con famiglie numerose di case popolari, comunque per gli affitti a costi più bassi delle case “civili”) accelera oppure entra in uno stato di conflittualità, inizialmente inevitabile…ma infine diventa altrettanto inevitabile che la popolazione, convivendo, si mescoli, dati i luoghi istituzionali, come la scuola, i centri di volontariato, ludici, gli esercizi pubblici, le piazze, le vie che necessariamente tutti finiscono per frequentare…Nelle classi della scuola dell’obbligo in particolare i bambini-ragazzi provenienti da diverse “comunità locali” si ritrovano fianco a fianco per anni. Impossibile che non si crei qualcosa di nuovo, di diverso… oltre le rispettive lingue, religioni, culture… Un compito, non semplice, degli insegnanti e non solo è quello di creare la possibilità di continuare a coltivare tradizioni, memoria, lingua, storia delle comunità locali in un forma di accoglienza e arricchimento reciproci…Questo sforzo diventa una necessità e non può essere considerato un’utopia

  15. “governare l’immigrazione”: suona ragionevole – ma in fondo è proprio quello che fa erdogan. governa i flussi delle migrazioni da una guerra, in cui lui stesso è militarmente impegnato, rallentandoli per percepire un tot a testa o “liberandoli” da lacci e lacciuoli per farne bombe umane contro l’europa. quello che succede a lesbo è anzitutto colpa di erdogan e del suo “governo delle migrazioni”. poi, la polizia greca ci ha messo del suo, per “governare”: sparando sui gommoni o picchiando con pertiche, tirando lacrimogeni su profughi e bambini. e se lo fanno le istituzioni, perché non dovrebbe sentirsi autorizzata una piccola canea di teppisti, che ci urla contro e picchia i giornalisti? questo corto-circuito, questa saldatura tra comportamento istituzionale e teppa plebea è il punto. il timore, persino la paura verso ciò che ci è diverso, estraneo e pregiudichiamo ostile – è nella natura umana. soprattutto, quando i fenomeni assumono dimensioni epocali: se arrivano mille cavallette, ci si adopra; ma se ne arrivano milioni per chilometro quadrato? le migrazioni sono diventate una delle dieci piaghe d’egitto. ai confini meridionali degli stati uniti si sono ammassate decine di migliaia di persone provenienti da paesi dove ormai non c’è speranza. fuggono per sopravvivere: in guatemala, in honduras si muore per un nonnulla. com’è curiosa la storia: l’est “socialista” costruiva muri per non far uscire – e noi occidentali odiavamo i vopos e speravamo che l’inventiva e la tenacia di uomini e donne dell’est li aiutassero a passarvi sotto, a scavalcarli, a venire da noi, finalmente liberi. ora erigiamo barriere e muri, per impedire che vengano qui, da ovunque. li erigiamo – come a belfast – anche per separare stradine da stradine, isolati da isolati, cattolici da protestanti, perché, tanto, non c’è speranza. c’è una tregua, solo una tregua. “governare le migrazioni” – è quello che fanno i carovanieri che portano neri fin sul mare, che aspettano le acque calme, l’allentamento dei controlli – o che montino le guardie “giuste” che si girano dall’altra parte con compenso – e poi salpano. siamo seri: le migrazioni non causano la rabbiosità e il cinismo delle “persone”; queste vi pre-esistono. si coagulano, certo. ma non li si può definire comportamenti “sociali” – a meno di non pensare alla società come foreste di lupi. e se questo è – foreste di lupi – l’istituzione dovrebbe governarla, governare la società, non “governare la migrazione”, o quell’altro cataclisma che verrà. invece, l’istituzione si fa lupo tra i lupi: baratta con i capi-tribù libici – elargendo denaro – che siano loro a “governare le migrazioni” (campi di concentramento, torture, stupri di massa). a qualsiasi costo, con qualsiasi mezzo. è efficace? allora, si faccia. il punto è – che non è neppure efficace. intanto noi abbiamo perso non solo l’anima, ma anche il controllo. per placare la canea plebea l’istituzione dovrebbe essere forte e autorevole – e non è, è debole e vigliacca e codarda, proprio come la polizia di lesbo. allora, il mio punto di vista è che attendere la “forza istituzionale” è una sciocchezza – essa si esprime solo “contro” il problema, non per risolvere il problema (sarò ingeneroso e forse poco attinente, ma non mi pare che verso il coronavirus si vada meglio). non sa come risolvere “il problema”. per fermare la canea plebea, il branco di lupi – le buone maniere non servono. la canea plebea capisce solo la forza, l’autorevolezza intendo. e la “zona grigia” segue, come le vettovaglie. i comportamenti bestiali del popolo non sono “indotti”, vi sono dentro – proprio perché dentro il popolo, da sempre, esiste una destra e una sinistra (lo dico solo per semplificare). e questa destra o si ammansisce o ti travolge.

  16. @ Luciano [Aguzzi]

    Preferire “l’analisi dei problemi alle personalizzazioni”? In questa discussione gli spunti di analisi (miei, tuoi, di Jorida, di Annamaria) sono inseparabili dalle convinzioni di fondo: in parte “scientifiche”, in parte “ideologiche” e/o collegate ai nostri immaginari. Quindi, bando alla implicita gerarchia che stabilisci, secondo la quale tu soltanto partiresti dai “dati concreti” e gli altri “da posizioni ideologiche o […] di principio, “idealistiche””. Né io né Jorida (o Donatella Di Cesare, ecc.) facciamo parte della “massa di manovra” manipolata dai “sorosiani”. Né io ti considero un criptorazzista. Ritengo, invece, che siamo di fronte ad una realtà complessa piena di sfumature e contraddizioni e che dovremmo sforzarci di leggerla affinando i fragili strumenti di lettura di cui disponiamo. La vanità teorica e politica delle proposte sia dei cosiddetti “buonisti” che dei cosiddetti “cattivisti” mi parrebbe un buon punto di partenza per interrogarci su un che fare che non cancelli un bel pezzo della realtà: quella dei migranti.
    E’ il tuo “realismo” che fa questa cancellazione, insistendo su un’ astratta necessità di “governare” il fenomeno immigrazione, che in fondo – mi pare di capire – si ridurrebbe all’accoglienza (alla tedesca o alla Minniti) di alcuni e al respingimento nell’inferno dei restanti per conservare rapporti di potere tra “noi” e “loro” nel vecchio solco neocolonialista.

    Parli di “guasti del tessuto sociale prodotto dalle migrazioni di massa”. Ma questi guasti – soprattutto le scelte di smantellamento dello Stato sociale – sono arrivati prima ancora che la pressione dei migranti verso le sponde del Mediterraneo (tra l’altro a causa delle guerre promosse dalle varie “coalizioni di volenterosi”) crescesse. Non fu quella “restrizione degli spazi democratici”? E la vorresti imputare ai migranti? Né mi pare che i voti alla Lega e a Fratelli d’Italia siano stati recuperati da Minniti cedendo alle “pulsioni di base”.

    No, io non sostengo che la fatica dell’integrazione debba essere “pari per tutti”. Non si fa parti eguali tra diseguali (don Milani). Essa anzi andrebbe richiesta (o imposta, se ci fossero forze capaci di farlo) in misura diseguale. Sono i rapporti colonialisti di potere a danno dei paesi da cui i migranti provengono che vanno corretti o cambiati. Teorizzare che “ il migrante deve adattarsi al paese in cui emigra” (come succede in Germania, no?) significa riaffermare quei rapporti in altre forme più o meno neocolonialiste. Sono essi che producono separazione e diffidenza : i ghetti, anche quando i migranti vivono fisicamente a Parigi o a Milano, non sono segno d’integrazione ma di esclusione.

    Infine, le “comunità locali” tu continui ad idealizzarle risalendo addirittura al periodo del’assolutismo monarchico, quando “godevano di una reale autonomia di governo di cui sono state private”. Lasciamo perdere quanto fosse desiderata o desiderabile quella autonomia. Il fatto più importante è che – ancora una volta – esse erano state già smantellate, ridimensionate, emarginate dallo sviluppo capitalistico borghese, ben prima che i fenomeni migratori assumessero le attuali dimensioni planetarie. Quindi, non vedo ritenere l’emigrazione la causa quasi principale della emarginazione delle comunità locali. Posso riconoscere che “ la migrazione di massa [da noi, comunque, più ridotta rispetto ad altri paesi] non aiuta, ma rende tutto più difficile”. Ma non capisco perché le difficoltà debbano essere imputate esclusivamente ai migranti o risolte imponendo loro rapporti da subordinati ( se non, a volte, schiavistici).

  17. A parte il titolo discutibile, notizie sempre più drammatiche e preoccupanti…

    SEGNALAZIONE

    Il fascismo degli “antifascisti”
    di Giansandro Merli
    https://www.dinamopress.it/news/fascismo-degli-antifascisti/?fbclid=IwAR0XBJFd4KJtR9Nd8vqrmNSUJV0Rlls34juIVEKr8k3lnIAyP0lkvi3ichQ

    Stralcio:

    C’è un paese membro che ha schierato l’esercito lungo il confine terrestre contro migliaia di civili. Nella zona di Evros ci sono unità d’assalto speciali e gruppi di nazionalisti armati che con la copertura e il sostegno delle istituzioni attaccano i rifugiati, li picchiano, li derubano e li respingono. Sotto gli occhi delle telecamere di tutto il mondo agenti di polizia e soldati sparano proiettili e lacrimogeni contro i civili accalcati al di là della rete. Per adesso ne hanno ucciso sicuramente uno, si chiamava Muhammad al-Arab (qui il video che smentisce le autorità greche che negano la loro responsabilità).

    Il governo di Nea Dimokratia guidato da Kyriakos Mitsotakis ha sospeso la Convenzione di Ginevra e il sistema d’asilo. La guardia costiera greca ha attaccato un gommone con delle persone a bordo, tra cui minori, colpendone alcune con un bastone e sparandogli vicino nei pressi dell’isola di Kos. Nelle acque dell’isola di Kastellorizo, invece, ha aperto il fuoco contro due imbarcazioni ferendo alcune persone. Davanti all’isola di Lesbo la marina ha indetto proprio in questi giorni esercitazioni navali, mentre nella zona di Evros lo ha fatto il IV Corpo militare, utilizzando artiglieria e carri armati nelle aree in cui stanno provando a transitare i profughi di guerra.

  18. SI’, SENTO IO PURE CHE ” E’ TARDI” E CHE QUESTA NOSTRA DISCUSSIONE ARRANCA IMPOTENTE DAVANTI ALLA REALTA’ TREMENDA…. [E. A.]

    ” E’ tardi, naturalmente. Ora forse dopo aver tirato sui miliardi si otterrà dal sultano qualche rinnovo contrattuale, qualche dilazione. Nel frattempo, qualcuno dovrà fare il lavoro sporco, lo sta già facendo. Qualcun altro soccorrerà, non ignorando le conseguenze più distanti ma sapendo che quando il proprio prossimo annega in mare o stramazza su una strada di ladroni bisogna solo soccorrerlo, avvenga quello che vuole. Gli uni e gli altri, quelli che sparano ai gommoni e alla ressa sui fili spinati e quelli che riscaldano e nutrono col poco che hanno, lo fanno anche per noi, tutti coinvolti. Ciascuno scelga i suoi.” (A. Sofri)

    SEGNALAZIONE

    https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=10156597319331879&id=86556801878&__xts__%5B0%5D=68.ARCU4ma8242keXauPNnG-JTLzfZK1O9fPYJyr3dhucVWrk0HcszKJiPGByjrHT6nS3Nu5XtrVNK4HR3-KpBC-_w4sL33s0pcFEDzNiVmSe-NE8NIehWS9Jz1jGOiIAb3Fwd1fAVTjgWhKEq-nNf309nFrfhiLXRf2Rt2Vn2izEZLqAaLLpAUfpNYKLdjQbBhKSZpuxpbvpGTZvqDhFcwnULPtV9heFfqzhH5pNvqjmeuoD3bdDrxM0HGItCo3QlCF0WdBsWY8ZwObMPN6VdDOOSjwtI08TH49raIW-9aTNGZmkVRq4ySuRW6Brqb0wKi546sZ3gBGB5D-A&__tn__=-R

    Conversazione con Adriano Sofri
    Ieri alle 07:49 ·
    Ciascuno scelga i suoi

    Guardiamolo negli occhi, il nostro mondo. Si stipula una pace in Afghanistan, affare elettorale di Trump, di cui vedremo gli svolgimenti. Intanto si può fondatamente prevedere che il ritorno dei talebani moltiplicherà il numero di afghani in fuga dal paese, che già oggi sono una quota ingente della pressione alle frontiere europee, specialmente sud-orientali. C’è la moltitudine di famiglie soprattutto siriane spinta di colpo nella fossa comune d’acqua e di scogli fra terraferma turca e terraferma greca, senza poter andare né avanti né indietro: in trappola. E in trappola con lei, benché confortevole ancora e anzi lussuosa, è l’intera classe dirigente dei paesi d’Europa, che sa di dover pagare un prezzo carissimo al ripudio di quelle migliaia e decine e centinaia di migliaia di sventurati intrappolati e pieni di bambini, e sente di doverne pagare uno per lei ancora più alto cedendo al soccorso e consegnandosi alla rabbia popolare e al cinismo delle opposizioni razziste. Mors tua vita mea: è inevitabile opinare che la classe dirigente europea scelga così coi migranti nella rete balcanica, facendo della minaccia che si è tenacemente procurata, l’avvento dell’estrema destra, un alibi a una propria disumanità: senza che questo ne assicuri la salvezza. Tutti vedono che la signora Angela Merkel, pur alla vigilia del commiato personale, non ripeterebbe mai il gesto audace di cinque anni fa. E d’altra parte l’azzardo di Erdogan si è fatto col tempo tanto più esoso quanto più esasperato. Guardano a questo scenario, i nostri spettatori, come se il destino baro stesse accumulando più disastri in una volta, l’uno separato dall’altro, il lusso del coronavirus per l’Europa e l’acqua alla gola e il gelo e il tifo e fame e sete ai dannati delle belle isole greche. (Il tifo, infatti, che vi è endemico, come l’ebola in Africa, come il dengue in America Latina, morbi micidiali ma altrui, in questa parte di mondo che battibecca sulle vaccinazioni). Ma Lesbo e Lodi non sono separate se non dal caso più fortuito e minuscolo: fate che un contagio del coronavirus raggiunga quella moltitudine di fuggiaschi e immaginate come infurierebbe e infierirebbe. Mosche nel bicchiere, i grandi d’Europa sbattono di qua e di là e cominciano a spararle grosse e del resto antiche: trovare un posto, un ghetto, un recinto, in cui avviare e confinare la moltitudine che preme nuda contro i fili spinati. Fra poco, vedrete, qualcuno si ricorderà del Madagascar, o dell’Uganda. Naturalmente un posto c’è per le decine di migliaia di profughi siriani naufragati fra due confini, e per gli altri milioni sprofondati nelle cantine della Turchia e del Libano e del Kurdistan: quel posto si chiama Siria. Era là che dovevano tornare, era là che i miliardi dei paesi ricchi dovevano andare a incoraggiare e finanziare quel ritorno e la ricostruzione di case e anime. Non è senno di poi: qualcuno lo ha avvertito da principio, e ha avvertito delle condizioni necessarie per renderlo possibile. Soffrire e reagire al mattatoio che tocca i nove anni e supera il mezzo milione di ammazzati e i milioni di sfollati ed esuli. Credere in una forza internazionale e dispiegarla. Rispettare almeno le proprie linee rosse. Non essere, oltre che così disumani, così ciechi da guardare alle bande di ogni risma, dalle masnade islamiste alle potenze regionali, l’Iran e la Turchia, il Libano degli sciiti e Israele, e mondiali, la Russia svelta di mano e gli Stati Uniti svelti di piede, come a un parapiglia estraneo e caratteristico, il solito Medio Oriente, che si massacrino fra loro. E’ tardi, naturalmente. Ora forse dopo aver tirato sui miliardi si otterrà dal sultano qualche rinnovo contrattuale, qualche dilazione. Nel frattempo, qualcuno dovrà fare il lavoro sporco, lo sta già facendo. Qualcun altro soccorrerà, non ignorando le conseguenze più distanti ma sapendo che quando il proprio prossimo annega in mare o stramazza su una strada di ladroni bisogna solo soccorrerlo, avvenga quello che vuole. Gli uni e gli altri, quelli che sparano ai gommoni e alla ressa sui fili spinati e quelli che riscaldano e nutrono col poco che hanno, lo fanno anche per noi, tutti coinvolti. Ciascuno scelga i suoi.

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