Vicofaro ai tempi del coronavirus

di Marisa Salabelle

Quando hanno cominciato a girare le prime notizie sull’epidemia che poi sarebbe stata battezzata COVID19, l’attenzione di tutto il mondo era rivolta alla Cina. Bisognava in tutti i modi evitare che da lì il contagio si diffondesse, e allo stesso tempo bisognava dimostrare che non si era mossi da pregiudizio o razzismo, ma solo da una prudenza volta a salvaguardare la salute di tutti. In Italia, per esempio, si sono soppressi tutti i voli provenienti dalla Cina, un provvedimento scarsamente risolutivo, se non controproducente, ma non è di questo che volevo parlare. Qui da noi, in Toscana, tra Prato e Firenze abbiamo una delle comunità cinesi più numerose d’Europa. E per un motivo o per un altro tutti ne eravamo preoccupati: vuoi che non ci fosse, in quell’immenso formicaio, qualcuno che era stato da poco in Cina, o che in un modo o nell’altro ne stava per tornare? Il contagio, noi, l’aspettavamo, e l’aspettavamo di là. Il presidente della Regione, Enrico Rossi, aveva stabilito delle misure che ai più sembrarono scarsamente efficaci.

Due dei miei figli lavorano a Prato. Non siete preoccupati? gli chiedevo. Ma no, non erano preoccupati.

«I cinesi sono disciplinatissimi. Hanno chiuso le loro attività, si sono chiusi in casa, rispettano in modo impeccabile la quarantena.»

In effetti, dai cinesi di Prato non è arrivato il virus in Toscana, anzi, curiosamente, Prato è rimasta a lungo una delle province prive di infetti e tuttora ne ha un numero piuttosto piccolo.

Anche molti dei migranti ospiti della parrocchia di Vicofaro lavoravano a Prato, dai cinesi, fino a che i cinesi non hanno fermato tutto. Io, come gli altri volontari, continuavo ad andarci, abbiamo continuato a fare scuola di italiano fino a giovedì 5 marzo. Lavoravamo coi ragazzi fianco a fianco, testa a testa, un po’ spericolati, un po’ incoscienti. Poi abbiamo deciso di interrompere le lezioni: era rischioso. Se qualcuno dei ragazzi aveva il virus in forma asintomatica, poteva attaccarcelo, e tutti noi frequentavamo anziani o bambini, senza contare che siamo anziani pure noi… E non si poteva escludere che fossimo noi, asintomatici, a portare il virus a Vicofaro. Infine cominciavano ad essere emanate regole sempre più stringenti, così a malincuore abbiamo smesso di fare lezione. Gli altri volontari, quelli che distribuiscono il cibo, quelli che fanno le pulizie, quelli che aiutano i ragazzi a districarsi tra permessi e documenti, quelli di MEDU (medici per i diritti umani) e altri ancora continuano a fornire la loro assistenza. A oggi, nessuno dei migranti e nessuno dei volontari ha contratto il virus. Ma senza dubbio una grande concentrazione di persone in uno spazio ristretto rappresenta un rischio: basta che uno degli ospiti si ammali, che il contagio parte, con conseguenze facilmente immaginabili. Sono tanti gli ospiti di Vicofaro, e da tempo si è aperto a Pistoia un tavolo per trovare soluzioni alternative che permettano di alleggerire la parrocchia di don Biancalani. Partecipanti: il Comune, la Regione, il Vescovo di Pistoia, la Caritas e vari altri soggetti. Purtroppo, per molti mesi si è trattato di una serie di incontri, molte parole, qualche promessa e niente di fatto. Qualche appartamento ancora da ristrutturare, ali di conventi dismessi da riadattare, casolari sperduti in mezzo alle montagne , il tutto a livello ipotetico, compreso un edificio promesso dalla Regione Toscana, ma tra una riunione e l’altra passano i mesi e nessuna ricollocazione arriva.

Ed ecco che, pochi giorni fa, quasi simultaneamente, si attivano sia il Vescovo di Pistoia, monsignor Fausto Tardelli, sia il Comune, nella persona del sindaco Alessandro Tomasi, di Fratelli d’Italia. Da sottolineare che durante le riunioni del famoso “tavolo” il Comune ha brillato per la sua assenza.

Ecco cosa propone il Vescovo. È preoccupato, teme l’espandersi del contagio, guarda con timore a quel grande assembramento umano nei locali della chiesa e della canonica, è sensibile alle preoccupazioni dei suoi fedeli e mette sul tavolo una soluzione: a breve, una cinquantina degli ospiti di Vicofaro saranno trasferiti in altra struttura. Scrive una lettera ai parrocchiani di Spazzavento, comunicando che un locale appartenente alla diocesi in quella località sarà destinato all’accoglienza di questi “fratelli migranti” che tuttavia, assicura, non sono responsabili della diffusione del virus e che comunque saranno costantemente “vigilati e custoditi”.

Il sindaco dal canto suo convoca una conferenza stampa in cui dichiara di essere preoccupato per “la questione Vicofaro”: “oggi la situazione non è più solo ed esclusivamente di ordine pubblico, ma è una questione di carattere sanitario”, afferma. Propone, in modo del tutto vago, senza specificare tempi né luoghi, di trasferire una parte dei migranti, con l’obiettivo dichiarato di “svuotare Vicofaro”.

Come mai, per mesi, si è parlato a vuoto di futuribili e inadeguati locali per il trasferimento di poche unità di profughi e ora il Vescovo si ricorda di avere a disposizione un locale capace di accogliere cinquanta persone? Perché il sindaco di Pistoia si allarma così tanto per il pericolo che, a suo dire, Vicofaro rappresenterebbe per gli abitanti del quartiere? Perché dice che si tratta di una questione di carattere sanitario e non più ed esclusivamente di ordine pubblico? In questi anni Vicofaro non è mai stato un problema di ordine pubblico per Pistoia. Certo, qualche volta c’è stata qualche rissa o è girata della droga, ma questo non succede (succedeva) anche in piazza della Sala e negli altri luoghi della movida pistoiese, protagonisti i nostri italianissimi giovani? Certo, una comunità di 200 migranti in una parrocchia cittadina può creare qualche difficoltà di convivenza, qualche disagio per i bravi parrocchiani, tutto dipende da quanto le persone riescono ad essere flessibili e ad accettare l’esistenza dell’altro. Per quanto risulta a me, che fino a venti giorni fa ci andavo tre mattine a settimana, Vicofaro è un posto tutto sommato tranquillo, anzi, c’è da meravigliarsi che tante persone, e tutte molto giovani, riescano a convivere pacificamente in condizioni che non sono certo ideali. Fino a che è stato possibile, molti dei migranti andavano a lavorare, altri frequentavano le lezioni di italiano, altri erano impegnati nel disbrigo di faccende burocratiche. Alcuni spazzavano il piazzale davanti alla canonica, altri pregavano, altri restavano a dormire fino a tardi. Quelli che incontravo erano generalmente cordiali e scambiavano due chiacchiere con me e con gli altri volontari. Ora anche loro hanno perso alcuni elementi di quotidianità che li aiutavano in una situazione difficile come quella in cui si trovano: niente più lavoro, niente più scuola. Su Facebook postano foto in cui si misurano la temperatura, fabbricano mascherine artigianali, fanno le grandi pulizie in canonica. Nei commenti, molte brave persone li insultano: “schifosi, negri di merda, chissà che infezioni ci portate”, “state seduti a prendere il sole sul sagrato”, “andate e venite con la scusa di andare al supermercato” e altre frasi molto più pesanti. E dunque, cosa vogliono queste brave persone? Che i migranti siano dispersi, come è successo in tante altre occasioni, e mandati per strada? Sarebbe meglio, per i bravi cittadini, se dormissero nei giardini pubblici o alla stazione invece che a Vicofaro? Qualche pistoiese ha preso il coronavirus da uno dei migranti di don Biancalani? La verità è che Vicofaro, pur con i suoi limiti, ha rappresentato e rappresenta tuttora non soltanto un rifugio per molti migranti, ma anche un servizio alla città, togliendo persone dalla strada, dando loro un tetto e del cibo, aprendo le porte a irregolari, marginali e senzatetto che la buona politica del “decoro” e della “sicurezza” ha moltiplicato negli ultimi anni.

5 pensieri su “Vicofaro ai tempi del coronavirus

  1. E molte di queste “brave persone” si professano cristiani. Ascoltassero davvero le parole del Papa, forse capirebbero che dai cristiani ci si aspetta tutt’altro atteggiamento. Brava Marisa, brava tu e chi come te fa qualcosa di concreto e considera il nostro Paese un luogo di inclusione e di umanità. Ciao, Pina

  2. Mi sono dimenticata di aggiungere che pochi giorni fa qualcuno ha segnalato un incendio all’interno della canonica, dove sarebbero stati bruciati dei materassi. Non era vero e chi ha fatto la segnalazione si è beccato una denuncia per procurato allarme.

  3. …e si’, la caccia alle streghe non è mai finita: quando non sai con chi prendertela, oppure lo sai ma sta troppo in alto, un intoccabile. Sarebbe opportuno che i migranti di Vicofaro venissero dislocati, non tanto per l’emergenza sanitaria, quanto per la loro incolumità

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