In morte del liceo classico

di Ennio Abate

I

(da Salierne, Frammenti, 1981 circa)

La mattina, al liceo Torquato Tasso di Salerno, suonava la campanella e i professori sfilavano solerti per i corridoi lucidati. Avevano un pacco in una mano e il registro nell’altra. Quelli del ginnasio portavano pacchi piccoli. I grossi li portavano i professori della terza liceo.

Quando passavano davanti al preside Incutt, che sull’attenti si mostrava dall’ingresso del salone di ricevimento, se stavano parlando tra loro, s’azzittivano e si preparavano ad emettere ossequiosi un sonoro: Buongiorno! Il preside Incut però a volte non era lì. Spuntava da un’aula o da un corridoio. O dalla porta della segreteria. A sorpresa. Ben due volte era spuntato dai gabinetti riservati alle insegnanti. E una volta – così raccontavano – dall’armadio – quello in ombra posto in un corridoio secondario – dove nelle stagioni fredde gli insegnanti depositavano i cappotti prima di raggiungere le classi.

Soltanto quando avevano superato la trappola mattutina del Custode dello Spirito Scolastico (così qualcuno definiva a quei tempi il preside Incutt) e raggiunto i corridoi più fuori mano, i professori tornavano più disinvolti. Qualcuno agitava il suo pacchetto come si faceva col termometro per abbassare il mercurio della colonnina. Un altro, invece, il suo pacchetto lo lanciava in alto, chiudeva gli occhi e contava fino a tre. Se andava bene, lo afferrava prima che cascasse a terra. Un altro fu visto spararvi dentro scoregge di varie sonorità .

Prof Petruz entrò in classe, depose il registro e il pacco sulla cattedra. Si tolse il cappotto, s’aggiusto la cravatta, si scatarrò, controllò i gemelli ai polsini della camicia e anche il taglio dell’unghia del mignolo destro. Poi estrasse dal taschino la Waterman’s nero-verde ed aprì il pacco poggiato sulla cattedra. Ammucchiati alla rinfusa nello scatolone giacevano inerti gli studenti della sezione C. Petruzz diede un’occhiata rapida all’elenco alfabetico del registro e, nominandoli ad alta voce: Abat, Alfin, Amatrud, Bis…, li tirò fuori tutti e trentuno e li dispose nei banchi. Ancor prima che l’appello terminasse, quelli cominciarono a rumoreggiare per non farsi interrogare. Petruzz aveva un carattere arrendevole anche se un po’ infido. E Gaud, che sapeva più di tutto come farlo cedere, ricorse al suo metodo infallibile: tirò dalla tasca il coltello e conficcò con forza la lama sul suo banco di legno nell’ultima fila. Petruzz saltò la lettera G e passò di colpo alla M. Gaud, non ancora soddisfatto, chiese ad alta voce e con uno sguardo provocatorio di poter andare in gabinetto. [….]

L’aula della prima C. Era più piccola delle altre. Una sola altissima finestra. Nei mesi freddi, su ordine del preside, i due vetri più in basso venivano verniciati di continuo dal bidello del piano – un popolano baffuto, fumatore instancabile, col volto scavato e il corpo magro dei sopravvissuti alla guerra. Che lo faceva di malavoglia, sapendo che il giorno dopo gli studenti l’avrebbero grattati coi coltellini o una monetina in alcuni punti strategici. Perché, durante gli intervalli, i più assatanati di ragazze si fiondavano a spiare da quegli squarci il cortile in basso dove, durante le ore di ginnastica, le studentesse correvano in circolo o prendevano la rincorsa per il salto in lungo o in alto . Dall’inizio della primavera poi e fino a giugno, quando la finestra veniva aperta per evitare a studenti e professori di soffocare, era proibito affacciarsi. Ma durante gli intervalli, appena il professore usciva dall’aula per passeggiare avanti e indietro nel lungo corridoio e soprattutto se tardava per parlottare con uno dei colleghi del piano, c’era l’assalto al davanzale. Per qualche minuto un’ammucchiata di corpi frementi e accaldati, ridacchiava e mugolava commentando animalescamente le agili movenze delle fanciulle in basso. Fin quando lo studente di sentinella davanti alla porta dell’aula non lanciava l’allarme: Arriva!

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Ogni tanto, d’inverno, dava un’occhiata al rettangolo della finestra e ai suoi sei quadrati di vetro ora grigi, ora celesti ora di un colore cangiante o sfumato. E nella bella stagione – con le ante della finestra aperte – allo stesso rettangolo ma di cielo azzurro e, a volte, con qualche nuvola o una rondine di passaggio. Nulla ricordava di quel suo esercizio quasi spirituale per sfuggire alla noia. E una volta in quel rettangolo azzurro della finestra spalancata ci fu all’improvviso un’apparizione inaspettata. A pochi centimetri dal davanzale comparve il volto sardonico di un anziano muratore. Riparava l’intonaco sottostante ala finestra su dei ponteggi. Neppure Scolp, il professore di greco – quello calvo, col volto pallido e lo sguardo cupo dei santi dipinti dagli artisti della Controriforma – che stava spiegando la funzione del deus ex machina nella tragedia greca, poté impedire una fragorosa risata collettiva.

Allo squillo della campanella di fine lezioni, prof Petruzz andò in sala professori e si sedette sul lungo divano che l’abbelliva. Alle sue spalle a pochi centimetri il grande affresco, un falso neoclassico: la dea Bona in primo piano, dormiente e col seno esposto ai venti primaverili; sullo sfondo un boschetto di querce; più lontano ancora, su un rosseggiante tramonto, dei cacciatori avanzavano a cavallo preceduti da alcuni levrieri.

Faceva molto caldo e prof Petruzz, in attesa del collegio che iniziava alle 15 del pomeriggio, s’addormentò poggiando la testa all’indietro. Non si sa per quanto tempo. Lo svegliò di colpo la voce sibilante del preside Incutt: «Ma bravo, prof Petruzz! Mai mi sarei aspettato queste sconcezze da lei!». Dietro al preside prof Petruzz scorse atterrito una fila compatta di colleghi e colleghe. Lo guardavano ghignanti e impettiti, sadici e implacabili. Provò a difendersi: «Ero stanco. Mi scusi per il colpo di sonno, signor preside». Ma Incutt lo fulminò con uno sguardo ancora più feroce e l’incalzò: «Lei è un depravato, prof Petruzz!».

Il coro dei colleghi stormì, approvando con la testa e fischiettò: «Petruz, eh! Petruzz, eh! E dilla la verità, eh! E nun fa n’cazzà Incut!». E con gli occhi ammiccavano tutti all’affresco. Petruzz non capiva. Il preside Incutt l’afferrò allora per un orecchio come si faceva coi bambini cattivi, lo trascinò giù sul pavimento e torcendogli la testa verso l’affresco urlò: «Si fanno queste cose, eh? Si fanno queste cose nella Sala dei professori, eh? Si fanno davanti alle sue colleghe, eh?».

Petruzz sembrava un Golia atterrato mentre aspetta che David gli tagli la testa. Eppure in quell’anno era stato il vincitore del premio Amsterdam di poesia latina.(Lo stesso che aveva vinto Giovanni Pascoli!). Provò a impietosire quei dotti: « Me miserum! Eheu, pro dolor! Ferte mihi auxilium! Pro vestram fidem!». Ma il coro di colleghi e colleghe – ora non riusciva neppure più a vederli in faccia – declamò inflessibile e a ritmo alto e sincopato: «Cu cazz, Incutt! Cu cazz Incutt!».

Prof Petruzz svenne. Un qua rto d’ora dopo un bidello l’aiuto a sollevarsi dal pavimento e a rimettersi a posto gli abiti. E gli spiegò la ragione di quelpubblico ludibrio: «Ma comme, prufessò, nun vve site accorte? Vui vi site addurmute ca faccia nzicche nzicche all’affresche. Ma, proprie ccà, verite! Proprie ca vocche vicina a zezza e ‘sta femmene pittata. È passata a vicepreside, a signora Vespasiane. E figurramece! A’ cummenciat’e a grirà: «Scandale! Scandale! ». So currute tutt’e, prufessur’e e prufessuress’e! A vicepreside è gghiute n’coppa add’o o preside. Ie aggia cercate e ve sviglià. Ma vui, niente! Vui avite continuate a dì: «No, no! Famme sta n’atu ppoche vicine a te! Cumme ssì bbona, Bona!»1

Nota

 1 «Ma come, professore, non vi siete accorto? Vi siete addormentato con la faccia proprio  vicino all’affresco. Ma proprio qui, vedete! Proprio con la bocca accanto alla tetta di questa  donna dipinta. È passata la vicepreside, la signora Vespasiano. E figuriamoci! Ha cominciato a gridare:  «Che scandalo! Che scandalo!». Sono arrivati tutti, professori e  professoresse! La vicepreside è andata di sopra dal preside. Io ho cercato di svegliarvi. Ma voi, niente! Avete continuato a dire: «No, no! Fammi stare ancora un poco vicino a te! Come sei bella, Bona!»

II

(da Unio, Frammenti, 2014)

Torniamo a scuola. Anzi è Unio che torna al liceo frequentato da giovane assieme a suo padre. E nella stessa sala dove, quando lui era studente, i professori ricevevano i genitori. La trova ancora più solenne di allora. Sembra un antico teatro greco. Qua e là capannelli di professori. Unio ne saluta uno che conosce. Sa di essere in ritardo. Ma suo padre continua a camminare piano, troppo piano. Unio lo precede e ogni poco si gira indietro per aspettarlo ma anche sollecitarlo. Quello però avanza sempre silenzioso e sempre più impacciato. Quando a fatica raggiunge Unio, mostra il volto di un paesano intimidito da gente che non conosce e che terme. Ora è Unio che si imporre di essere il padre di suo padre. E quasi lo rimprovera, come se fosse un ragazzino. Avanzano ancora, ma sopo una decina di passi in un punto della sala, dove Unio sa che ci vuole una certa cautela nel muoversi, suo padre mette un piede proprio dove non doveva. Sconsolato lo vede che tenta di ripulirsi alla meglio la scarpa sporca di merda. Ma cosa ci fa una merda nei corridoi di un liceo, anzi in sala professori?

Questa è un’altra scena d’impaccio che potremmo saltare o tenere buona per dopo. Stavolta però riguarda Unio e non suo padre. È lui che, quando sta per entrare – nuovamente, direte! – in una scuola, s’accorge di avere le stringhe delle scarpe slacciate. S’accoscia per rifare i nodi, ma nota sulle scarpe un liquido nero che ha bagnato pure i calzini. Sembra catrame o inchiostro. Può presentarsi a scuola così combinato? Noi andiamo al sodo e ci chiediamo perché Unio – bambino o adulto poco importa – ha sempre qualcosa fuori posto. Da riparare, quando gli riesce. In casi estremi, da nascondere. Ma vi diciamo di più: l’impaccio del figlio ricorda quello del padre.  Non riuscite più ad immaginare quanto sia costato a gente come questa mettere piede in una scuola? Un po’ di storia, diamine! Di Unio furono tutti contadini gli antenati, da parte di padre. E artigiani, da parte della madre.  Gente che a scuola non s’era neppure affacciata. O, come i suoi genitori, era rotolata sui gradini delle elementari. Volete che si trovi  a suo agio in una scuola un loro discendente? Al quale, quando parla coi figli dei signori o coi professori, il dialetto gli si slaccia all’improvviso  e sporca l’italiano che è d’obbligo sui pavimenti ben lucidati dei licei classici?

Degli studenti escono dal liceo e parlano di Pirandello. Uno di loro sostiene che in vita non fu così disperato come si dice. Tant’è vero, aggiunge, che ha scritto un’opera come La nave. Unio non sa nulla di quest’opera. Ma la sorella di Karl Bis, che studia Lettere a NA, nella sua libreria a vetri ha una raccolta di novelle dello scrittore siciliano. Se la fa prestare e – toh! – ce n’è una intitolata il Signore della Nave. Unio s’infervora. Vuole a tutti i costi trovare un legame tra la sua vita di studente liceale e quella del grande scrittore. Legge la novella. E viene attirato dall’accenno a un’antica chiesetta normanna di San Nicola, che sorgeva un buon tratto fuori del paese, a una svolta dello stradone, tra i campi. E dalla descrizione di un Cristo su una rozza croce nera. E dalla descrizione della festa contadina per ammazzare il porco. Pirandello aveva scritto turbato: «Ho visto tanti impallidire, turarsi con le mani gli orecchi, torcere il viso per non vedere l’accoratojo brandito cacciarsi nella gola del porco convulso tenuto violentemente da otto braccia sanguinose smanicate, e per dir la verità, ho torto il viso anch’io». Unio si ricorda dell’uccisione del porco sull’aia della casa di zia Assuntina. Bambino aveva cercato di assistere, ma poi s’era allontanato impaurito.

Che studi scegliere ora?Se facette purtà ra l’onde re cumpagne. Chille ca canusceve, se scrivevene tutte o a Leggie o a Medecine. E suo padre voleva un figlio avvocato. Fernette a Leggie pure isse, assieme a Tonine Lacatene, o figlie e l’appuntate re carabbiniere. E quando lui, Tonino e Bis passeggiavano a Lungomare lo vedevano dritto sul cavallo in coppia con un altro appuntato, pure a cavallo. Andavano lenti, al passo, avanti e indietro. Quacche vote s’erene fermate a parlà. Il papà di Lac era in buona salute, ottimista, sbrigativo e cordiale, quasi ossequioso verso gli amici del figlio che studiavano. Ere tutte soddisfatte ca o figli sturiave ao licee classiche e jeve bbuone.

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Ora Unio si ritrovò in un locale e su un tavolo ci sono parecchi libri. Pareva una scuola. Assieme ad altri studenti, si avvicinava al tavolo, per scegliere un libro (doveva servire per fare la tesi) e un assistente del professore prendeva nota delle scelte. Ad uno accanto a lui era stato dato un libro intitolato Uomini famosi. Quando toccò a lui scelse I romanzi di Svevo. Subito non l’assistente ma il professore, improvvisamente lì presente – un vecchietto con la barba bianca e gli occhiali neri che somigliava a Freud – fa difficoltà. Se Unio insegnava storia, non poteva scegliere un libro troppo distante dalla sua disciplina. Unio insistette ostinato. Voleva discutere la sua tesi proprio con lui, con quel vecchio professore che somigliava a Freud.

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