«Il mestiere di pensare» di Diego Marconi

LETTURE IN QUARANTENA (2)

di Donato Salzarulo

1.- «Povera, e nuda, vai Filosofia ».

Qualche anno fa, un progetto ministeriale prevedeva di ridurre da tre a due anni l’insegnamento di filosofia nei Licei e di eliminarla dalle tabelle disciplinari di vari corsi di laurea perché – questa la singolare motivazione – trattasi di disciplina troppo specialistica. Mentre la matematica, la chimica, la fisica, ecc., per i cervelli di certi consulenti ministeriali, non lo sono.

Pur non facendo il filosofo di professione, ma rivendicando per me e per tutti gli uomini (e donne) la facoltà di pensare, ragionare, argomentare e conoscere, sia pure antologicamente, il patrimonio dei classici della filosofia, condivisi la levata di scudi che ci fu, quando il progetto fu reso noto. Anzi, fu proprio uno di loro a rivelarlo con un articolo su “La Repubblica” del 15 febbraio 2014.

Si tratta di Roberto Esposito che, per argomentare la necessità dell’insegnamento della filosofia, tra l’altro, scrisse: «La filosofia, oltre che indispensabile di per sé, lo è nei confronti degli altri saperi […] perché definisce le loro differenze, misura la tensione che passa tra i vari linguaggi. In quanto sapere critico, la filosofia impedisce la sovrapposizione di questioni eterogenee, delinea i confini dentro i quali esse assumono significato.»

Indispensabile di per sé vuol dire un sapere capace di ritagliarsi durante la sua storia secolare i propri oggetti di conoscenza che si chiamano “metafisica”, “gnoseologia”, “ontologia”, “logica”, “retorica”, “etica”, “estetica”, ecc. Oggi questi saperi sono diventate cattedre universitarie di “Storia della filosofia antica”, “medievale”, “moderna” e “contemporanea”, di “Filosofia della scienza”, “del linguaggio”, “del diritto”, “della politica”, “della storia”, “della morale”, “della religione”, e via elencando, a seconda delle Università.

Indispensabile per gli altri saperi vuol dire capace di esercitare una critica dei loro linguaggi, dei loro concetti, delle questioni che affrontano, ecc. In fondo, la filosofia è la madre di molte discipline, dalla quale col passar del tempo si sono rese autonome. A pensarci bene certi filosofi all’inizio erano anche matematici (Pitagora, ad esempio), scienziati (Aristotele, Telesio), teologi, ecc.

Ma la filosofia non esaurisce il proprio ruolo confrontandosi criticamente con l’enciclopedia dei saperi del proprio tempo. Come scrive Esposito, «tutt’altro che chiusa in sé, essa è sempre aperta al mondo – alle sue potenzialità e ai suoi conflitti. […] La capacità, e anche il desiderio, di aprire un confronto, in qualche caso uno scontro, rispetto a ciò che esiste a favore di una diversa disposizione delle cose. In questo senso la filosofia – anche e forse soprattutto quella che si definisce “teoretica” – ha sempre un’anima politica. Non, certo, nel senso di fornire prescrizioni o indicazioni su cosa fare o come agire. Ma perché è situata lungo il confine tra il reale e l’immaginario, il necessario e il possibile, il presente e il futuro. Perciò essa è sempre in rapporto con la storia. Non parlo solo della storia della filosofia – pure indispensabile. Ma della storia nella filosofia. Il pensiero non solo ha, ma è storia, perché consapevole del nostro limite. Di quanto abbiamo, ma anche di quanto ci manca, dell’assenza che taglia ogni presenza, della scissione che attraversa ogni unità.»

Queste parole di Esposito andrebbero meditate attentamente. La filosofia, soprattutto quella “teoretica”, ha sempre un’anima politica, perché si confronta col mondo. Certe volte si scontra anche. Per una diversa disposizione delle cose rispetto a ciò che esiste. Io aggiungerei anche per la sua conservazione. Comunque, ci sarà sempre un Platone che scriverà La Repubblica, un Campanella La città del sole o John Rawls Una teoria della giustizia. Ci sarà pure chi razionalizzerà il reale così com’è; ma ci saranno altri filosofi che sapranno esercitare le armi della critica. Oltre che un’anima politica, la filosofia è sempre in rapporto con la storia. Non solo perché costruisce la sua storia, ma perché la storia è dentro la filosofia come “pensiero vivente”, oggi più che mai consapevole del proprio limite. Un pensiero caratterizzato da coppie concettuali come ciò che si ha e ciò che ci manca, il necessario e il possibile, il reale e l’immaginario, il presente e il futuro, l’assenza e la presenza, l’uno che si scinde e si divide in due, ecc. Un pensiero, insomma, tutt’altro che rigido e monolitico.

«È un’idea, questa, – scrive concludendo Esposito – che congiunge tutti i grandi pensatori, da Platone a Hegel e oltre. Il motivo per il quale, nonostante l’apparente inutilità che spesso le viene rinfacciata, si continua a praticare filosofia sta proprio nella coscienza che il suo compito è inesauribile. Che restano sempre spazi inediti da aprire, vie nuove da imboccare, opzioni diverse da sondare. Quando si è supposto che così non fosse, che la verità era stata raggiunta e il percorso compiuto, allora la filosofia è stata messa a tacere e i filosofi sono stati banditi dalla città. Con i risultati che sappiamo.»

2.-Un libretto di qualche anno fa.

Discutendo recentemente con amici di “filosofia come scienza” o di “filosofia come chiacchiera” (nel cui contenitore ci sarebbero anche Hegel e Sartre come esempi di “chiacchiera” elevata), mi è tornato in mente un libretto Einaudi, di quelli della collana Vele, con la copertina bianca, che avevo comprato qualche anno fa; un libretto il cui titolo, Il mestiere di pensare, mi era piaciuto assai e che, soprattutto, mi aveva incuriosito perché, in prima di copertina, presentava un assaggio del suo contenuto con queste parole: «Si ha l’impressione che ci siano oggi due filosofie: una filosofia professionale, blindata nello specialismo e apparentemente poco capace di incidere sul resto della cultura, e una filosofia mediatica, sostanzialmente irrilevante per i filosofi professionali. È proprio così? In che cosa consiste oggi il mestiere del filosofo?»

Scritto da Diego Marconi, il libretto era stato pubblicato nello stesso periodo, febbraio 2014, in cui ferveva il dibattito sulla difesa della filosofia dai progetti di ridimensionamento ministeriali. Una ragione in più per comprarlo. Poi, siccome l’attività assessorile mi teneva in quei giorni col fiato in gola, finì nelle pile dei libri da leggere. Ed ora, costretto in casa dalla quarantena, eccolo qua sotto i miei occhi.

3. I requisiti di un contributo di filosofia analitica.

Diego Marconi è professore di Filosofia del linguaggio all’Università di Torino. Il suo orientamento è analitico. Poco o nulla a che vedere con Felice Cimatti, che pure è filosofo del linguaggio come lui, ma, facendosi promotore di un’ontologia, allo stesso tempo scientifica e mistica, non si troverebbe probabilmente d’accordo con il collega.

Il filosofo analitico ha degli standard da rispettare: deve aderire alla “svolta linguistica” (per chi volesse sapere di che si tratta, consiglio di leggere il libro di Franca D’Agostini Analitici e continentali, prima parte, capitolo quarto, pp.123-166), rifiutare la metafisica speculativa, accettare l’analisi concettuale (cioè spiegare un’espressione linguistica stabilendo “lo status e le proprietà inferenziali delle asserzioni in cui essa compare”, pag. 83), accettare una qualche distinzione fra scienza e filosofia, rispettare la logica e le scienze naturali, essere convinti che la filosofia abbia natura essenzialmente argomentativa e sforzarsi di essere chiari.

Questi sono i criteri di Hans-Johann Glock, uno dei maggiori studiosi di Wittgenstein. Diego Marconi, non ritenendoli sufficientemente vividi, immagina come debba essere un contributo di filosofia analitica:

«1) teorico anziché ermeneutico: deve avanzare tesi filosofiche sostantive che intendono essere originali; 2) argomentativo anziché dogmatico: deve argomentare le sue tesi conformemente a modelli argomentativi condivisi; 3) rigoroso e non rapsodico, impreciso o oscuro; 4) deve essere un contributo a una discussione in corso, e non limitarsi a esprimere le riflessioni solitarie del suo autore.» (pag. 74)

Impossibile resistere alla tentazione di applicare i suddetti criteri al libro che ho tra le mani. Ebbene, salta all’occhio subito che non rispetta il criterio uno. Ma Diego Marconi, essendo anche lui uno studioso di Wittgenstein e avendo scritto un libro intitolato Wittgenstein e il Novecento. Tra filosofia e psicologia, dopo aver elencato i criteri, in nota si premura di precisare: «Si potrebbe obiettare che vi sono pure filosofi analitici che fanno un lavoro di tipo ermeneutico (ad esempio sui classici della filosofia analitica) pur non essendo storici della filosofia in senso stretto. Giusto: tutte le tradizioni hanno bisogno di espositori e interpreti. Tuttavia, se questi interpreti sono filosofi analitici soddisferanno i requisiti 2-4» (pag. 7). Benissimo. Mi sembra ragionevole. I criteri sono orientativi.

4.- Analitici, continentali e “contaminati”.

Inutile dire che requisiti simili, escludono dal campo della filosofia analitica libri come Minima Moralia di Adorno che è una raccolta di 153 aforismi. Sono, secondo me, delle tessere in cui si avanzano delle tesi filosofiche abbastanza sostantive, anche originali e rigorose, ma, essendo rapsodiche, a tratti, risultano oscure e il loro legame segreto va scoperto. Faccio questo esempio per dire che, per quanto criteri simili, possano apparire ragionevoli, sono ragionevoli – mi si scusi il bisticcio – per un certo modo di considerare e usare la ragione. Nel caso dei filosofi analitici si fa uso di formalismi, di linguaggi “disciplinati”, di concetti e argomentazioni “controllabili”, ecc. Adorno, invece, ha un’altra idea di ragione. Per lui è dialettica, conflittuale, capace di farsi carico delle contraddizioni esistenziali e sociali. Non a caso, Adorno è un illustre esponente della Scuola di Francoforte o, se si preferisce, della “teoria critica”.

Per quanto mi riguarda, non ho nessuna difficoltà ad ammettere che la ragione, per così dire, analitica produca conoscenze; ma preferisco un’idea di ragione più ampia, comprensiva, speculativa, dialettica. Dirò di più: avendo imparato, nell’estate del 1982, da uno straordinario libro di Ignacio Matte Blanco, intitolato L’inconscio come insieme infinito, che il nostro pensiero (compreso quello matematico) è sempre il frutto dell’intreccio di due logiche: quella tradizionale (aristotelica per intenderci) e quella simmetrica, definita come «espressione logica del modo indivisibile dell’essere», sarò sempre diffidente e insoddisfatto nei confronti di chi ritiene che l’impresa conoscitiva possa essere garantita soltanto da metodi e linguaggi formalistici.

Nel libro citato di Franca D’Agostini le due forme di razionalità vengono definite “analitica” e “continentale”. Alla prima forma di razionalità appartengono correnti di pensiero come il pragmatismo (C.S. Peirce e W. James), il neopositivismo (gli autori del famoso “Circolo di Vienna”: M. Schlich, M.R. Carnap, H. Feigl, O. Neurath, F. Waismann; a questi si aggiunsero H. Reichenbach, C.G. Hempel, D. Hilbert, W. Köhler), la filosofia analitica americana e inglese (G. E. Moore, G. Frege, B. Russel, L. Wittgenstein) e, infine, il razionalismo critico (K. Popper).

Alla “razionalità continentale” appartengono, invece, l’esistenzialismo (J. P. Sartre, M. Heidegger, K. Jaspers, ecc.), la teoria critica della Scuola di Francoforte (T. W. Adorno, H. Marcuse, M. Horkheimer, E. Fromm, L. Löwenthal, ecc.), l’ermeneutica (W. Dilthey, H.-G. Gadamer, P. Ricoeur, ecc.), e infine il post-strutturalismo (J. Derrida, G. Deleuze, J.-F. Lyotard, ecc.).

Dividere in due buona parte della filosofia novecentesca è poco più di uno schema, qualcosa che somiglia a un espediente didattico degno di un bigino. Così la stessa D’Agostini si premura di segnalare che la parte centrale di un simile schema è occupato dalle correnti di pensiero che presentano una qualche forma di “contaminazione” tra i due tipi di razionalità: fenomenologia (E. Husserl), strutturalismo (M. Foucault, L. Althusser, ecc.), neo pragmatismo (R. Rorty), teorici degli atti linguistici (J. L. Austin, J. Searle), teoria critica habermasiana (J. Habermas), e, infine, epistemologia post-positivistica (T. Kuhn e P. K. Feyerabend).

Siccome Franca D’Agostini ha pubblicato il suo libro oltre venti anni fa e siccome il suo oggetto di ricerca era “analitici e continentali”, molto altro sfugge alla sua indagine.

Comunque, al momento, ciò che mi interessa sottolineare è che non c’è un solo modo d’intendere la razionalità e, quindi, non c’è un solo modo di pensare e di produrre conoscenza. Gli specialisti o gli artigiani di questo mestiere possono essere popperiani, strutturalisti, francofortesi, fenomenologi, esistenzialisti, materialisti, spiritualisti, operaisti, post-strutturalisti, e chi più ne ha più ne metta.

La filosofia, come sostiene Esposito, ha un compito inesauribile, ha sempre spazi inediti da aprire o nuove vie da imboccare. Naturalmente, se vi riesce. Altrimenti si fa un lavoro di tipo storico-filosofico o ermeneutico per ripensare, rinforzarsi, ridarsi slancio. Quante volte si assiste alla “rinascita” del pensiero di questo o quel filosofo? Penso alla “Nietzsche-Renaissance” di questi ultimi decenni che impensieriva così tanto Fortini…Quante volte si auspica un ritorno a Marx piuttosto che a Kant? Alain Badiou, in barba a Popper che lo ritiene un “totalitario”, ha riletto La Repubblica di Platone per criticare meglio le nostre attuali repubbliche. La lotta per la verità deve essere condotta quotidianamente e gli approdi sono sempre temporanei. Pensare che i sostenitori di uno stile di lavoro analitico producano autentica conoscenza, mentre gli altri facciano chiacchiere, sia pure colte ed elevate, è una forma di boria che non ha nessun diritto di essere coltivata. Anche perché i filosofi analitici (ma non solo loro) hanno problemi grossi come una casa. Problemi che Diego Marconi riconosce sinceramente nel suo libretto. Mi limito a citarne uno: quello dello specialismo e, conseguentemente, della comunicazione e divulgazione filosofica.

5.- Lo specialismo.

Il primo capitolo del libretto è intitolato «La filosofia nell’epoca del professionismo». L’avvio è una citazione di Freeman Dyson, un anziano e celebre fisico teorico, tratta da un articolo del Novembre 2012 pubblicato sul «New York Review of Book»:

«Quando e perché la filosofia ha perso mordente? In che modo è diventata una flebile reliquia delle sue glorie passate?…I filosofi sono diventati insignificanti quando la filosofia è diventata una disciplina accademica a sé stante, distinta dalla scienza, dalla storia, dalla letteratura e dalla religione…Gli ultimi capolavori scritti da un filosofo sono stati probabilmente Così parlò Zarathustra (1885) e Al di là del bene e del male (1886) di Friedrich Nietzsche. I dipartimenti di filosofia moderna non hanno posto per il mistico.» (pag.3)

Facile per Marconi smentire il celebre fisico e citare capolavori e filosofi, analitici e continentali, che abbiano avuto, dopo Nietzsche, una notevolissima influenza culturale, buona o cattiva che sia. Però il perentorio giudizio di Dyson e, soprattutto, il riferimento a Nietzsche, gli fa problema. Può essere che persone come lui «sentano la mancanza del Grande Filosofo, che esprime la sua visione del mondo in un sistema in cui scienza e arte, moralità, economia e politica e altro ancora hanno il loro posto.» (pag. 5), anche se proprio i grandi filosofi hanno cercato di tener distinta la filosofia da altre discipline (scienza, storia, letteratura, religione), pur occupandosene. Anzi, mai come oggi “Filosofia della scienza”, “della religione”, “della politica”, ecc., come dicevo prima, fioriscono nelle Università.

«E tuttavia c’è un senso in cui Freeman Dyson ha ragione. La filosofia accademica è oggi assai meno comunicativa di quanto lo sia stata in altri periodi storici, anche relativamente recenti; non rispetto al “grande pubblico” […], ma rispetto al “pubblico colto”, cioè agli esperti di altre discipline e, in generale, a chi abbia una formazione anche di livello alto, ma non specificamente filosofica.» (pag.6). Risultato: un giurista, un biologo, un chimico non sarebbero in grado di leggere un articolo di filosofia pubblicato su una rivista accademica perché i filosofi scrivono libri e articoli per altri filosofi.

Come è accaduto tutto questo e perché? La risposta di Marconi è netta: è accaduto perché, dalla fine dell’Ottocento ad oggi, si sono moltiplicati i filosofi. Tanto per fare un esempio: nella sola Italia, nel 1880, tra Università e scuola secondaria, ve n’erano un centinaio o poco più. Oggi sono oltre 1500 nelle Università, a vario titolo, e parecchie migliaia nelle scuole secondarie.

Insieme ai professori è cresciuto torrenzialmente il numero di pubblicazioni filosofiche. Senza contare i libri, oggi le sole riviste di filosofia italiane sono più di 90. Ciò ha generato inevitabilmente lo specialismo, che ha «il grande pregio di consentire anche agli studiosi normali di fare un lavoro di ricerca onesto e sensato.» (pag. 15)

Ma chi fa di mestiere il filosofo può permettersi questa scelta che sembra obbligata? Diego Marconi nutre un dubbio profondo:

«Non è affatto ovvio che la filosofia possa permettersi la scelta specialistica. Al contrario di altre discipline, la filosofia – si può sostenere ha una vocazione generalista: o la filosofia è il tentativo di “capire come le cose, nel senso più ampio possibile del termine, stanno insieme, nel senso più ampio possibile del termine” (come diceva Wilfred Sellars), oppure non lo è. Quindi lo specialismo, a cui la filosofia (come ogni altra disciplina) sembra oggi obbligata, costituisce per la filosofia in particolare un problema di non facile soluzione, in cui è messa in gioco la sua sopravvivenza.» (pag. 16)

Oltre allo specialismo, un’altra conseguenza della proliferazione dei filosofi, è l’entrata in crisi dell’immagine del Grande Filosofo.

«Bisognava trovare il modo di fare della filosofia un’attività alla portata di studiosi magari colti e intelligenti, ma non necessariamente geniali né strepitosamente originali, come avrebbe detto Wittgenstein all’inizio degli anni ’30 del Novecento, filosofi capaci (skillful). Per essere credibile, il filosofo di professione avrebbe dovuto concepirsi più come artigiano competente (o, perché no, operaio specializzato) che non come architetto di cattedrali.» (pag.18-19)

Le soluzioni trovate a questo problema furono fondamentalmente tre: a) Studio della storia della filosofia con i vari “Ritorni a…”. Questa soluzione ebbe grande fortuna e continua ad averla, perché quello degli storici è un lavoro indispensabile. Inconvenienti: poteva far diventare i filosofi sacerdoti di un culto o poteva fare di loro «dei giornalisti sportivi, da calciatori che erano stati». b) Ermeneutica: nella versione che ne ha dato Hans-Georg Gadamer. c) Filosofia analitica, la più adottata nel mondo insieme a quella storico-filosofica.

I filosofi analitici si occupano: I) di problemi filosofici per cercare di risolverli. «Su che cosa sia la soluzione di un problema filosofico ci sono state e ci sono opinioni diverse.» (pag.23) II) Problemi filosofici nella loro formulazione attuale (al massimo ricerca filosofica degli ultimi decenni). Non sono interessati alla storia passata dei problemi. III) L’attività teorico-argomentativa è sottoposta al controllo della comunità dei filosofi.

«I primi due punti mostrano chiaramente perché la filosofia analitica sia una soluzione – di fatto, la soluzione prevalente – al problema posto dalla proliferazione dei filosofi. La filosofia analitica consente di circoscrivere quanto si vuole l’area della propria ricerca. […] Da un lato c’è spazio per tutti, dall’altro lo spazio può essere reso piccolo a piacere. […]» (pag.24)

«Non sorprende quindi che la filosofia analitica sia il paradigma della concezione artigianale della filosofia: quella che vede la filosofia come un “onesto mestiere”, non riservato ai geni ma aperto a molte persone di qualche intelligenza, qualche cultura e qualche creatività». (pag.25)

La scarsa capacità di comunicazione della filosofia di oggi è una delle conseguenze dello specialismo: I) Perché i filosofi sono costretti a dare per presupposte conoscenze e capacità che solo gli specialisti possiedono; II) perché trattano solitamente questioni la cui importanza e interesse sono tutt’altro che ovvi. (pag.26).

Diego Marconi fa alcuni esempi di questi “contributi intraparadigmatici” che, agli occhi anche di un pubblico colto, apparirebbero privi di interesse. Tuttavia, se opportunamente contestualizzati e valorizzati, se ne capirebbe l’importanza.

Lo specialismo non è soltanto un problema della filosofia, ma riguarda tutti i settori del sapere. Però, sembra che la filosofia non possa permetterselo, perché è “generalista” per sua “intrinseca essenza” e si «si occupa dei problemi degli esseri umani (di tutti gli esseri umani), si rivolge a quello che Chaim Perelman chiamava l’”uditorio universale”, cioè alla comunità umana senza esclusione alcuna, e ha il compito di dare un senso all’insieme delle cose, incluse quelle di cui si occupano le ricerche specialistiche degli scienziati. Se rinuncia a dare risposta a questa richiesta di senso, la filosofia rinuncia alla vocazione specifica da cui deriva la sua legittimazione culturale e, in fin dei conti, anche sociale.» (pag. 39)

L’esistenza di un vasto pubblico non è la sola fonte di legittimità di una disciplina. Infatti, chi legge riviste o libri di biologia molecolare o di topologia? Pochissimi. Ma scienze naturali e matematica sono avvantaggiate perché le si ritiene utili e perché “costituiscono vera conoscenza

Diego Marconi è convinto del ruolo conoscitivo delle scienze naturali e della matematica e concorda «con chi pensa che questo sia sufficiente a legittimarle. Quello che invece non condivido è il luogo comune secondo cui la filosofia non produce conoscenza.» (pag. 41). I primi a sostenere questo luogo comune sono alcuni filosofi stessi quando hanno «una visione della storia della filosofia come eterno conflitto di opinioni ugualmente precarie» oppure quando ritengono che essa progredisca soltanto nella formulazione dei problemi e non anche nella loro risoluzione.

Michael Dummett ha, invece, rivendicato alla filosofia veri e propri risultati. Anche se il suo elenco è davvero minimale. L’idea di Marconi è che «alla base dell’immagine corrente della filosofia e della sua storia c’è soprattutto quella che chiamerei una (comprensibile) distorsione prospettica: molti risultati della filosofia, forse i principali, non vengono annoverati a suo credito perché, nel momento stesso in cui sono conseguiti, cessano di essere considerati parte della filosofia per diventare scienza» (pag.43). L’autore si limita a fare alcuni esempi più recenti (meccanica, logica moderna, informatica, semantica formale), ma si potrebbe tranquillamente andare molto più indietro nel tempo.

«Dunque la tesi che la filosofia non produca conoscenza può essere contestata con argomenti che a me paiono plausibili. […Detto tutto questo, però, nella rivendicazione della vocazione generalista della filosofia c’è molto di convincente.» (pag. 43-44). Il problema dovrebbe valere anche per le scienze, tuttavia il loro valore non è inficiato dalla scarsa diffusione culturale dei loro risultati. «Invece nel caso della filosofia sembra che la sua specifica vocazione venga brutalmente tradita, se i risultati della ricerca filosofica risultano incomprensibili per i più. Questo è particolarmente vero – come si è già ricordato – per chi attribuisce alla filosofia un compito di rischiaramento, di chiarimento della nostra posizione nel mondo, o, come si usa dire in una diversa tradizione, un compito di conferimento di senso.» (pag. 44).

Si può concepire la filosofia anche in modo non analitico, in modo storico-filosofico o ermeneutico. Ciò non toglie che sia difficile eludere, per varie ragioni, il problema della comunicazione:

a) La filosofia, come ogni pratica a cui la società assegna risorse, ha bisogno di legittimazione. Fino ad oggi si è guadagnata una certa legittimità come agenzia di conservazione del patrimonio dei classici della filosofia da Platone a Wittgenstein. «Si riteneva e tuttora si ritiene che l’umanità debba conservare memoria del Teeteto e del Discorso sul metodo, insegnandone il contenuto alle successive generazioni.» (pag.45) L’universale riconoscimento di questo compito di conservazione è servito anche alla filosofia analitica come fonte di legittimazione.

b) «Non poca ricerca ha ricadute significative in altre discipline, dal diritto alla psicologia cognitiva, dall’intelligenza artificiale alla linguistica, dalla sociologia all’economia; ma queste ricadute restano in buona parte virtuali, semplicemente per difetto di comunicazione.» (pag. 45). Così capita che percorsi di ricerca già realizzati in filosofia vengono replicati in altre discipline (informatica, linguistica, politica). Ma che cosa hanno fatto i filosofi affinché queste acquisizioni diventassero patrimonio comune?..(pag. 46)

c) «La comunicazione della propria ricerca al di fuori della ristretta cerchia degli specialisti serve allo specialista stesso a tener vivo il senso del proprio lavoro, che tende continuamente a perdere di vista. Una delle conseguenze più perverse dello specialismo, infatti, è lo smarrimento del quadro dei problemi in cui si inserisce la propria ricerca.» (pag. 46). Diego Marconi a pag.47 fa degli esempi. Il tono è accorato. Ogni ricercatore, almeno di tanto in tanto, dovrebbe rivolgersi la domanda sul senso della propria ricerca.

6.- Il problema comunicazione e della divulgazione.

Marconi riconosce che filosofi “continentali” come Deleuze, Foucault, Derrida, Habermas, sembrano avere un successo relativamente di massa e un’influenza culturale molto più ampia di quelli “analitici”. Cerca di capirne le ragioni. Ne individua una nell’omogeneità dei temi e della retorica della filosofia continentale con la formazione culturale di questo “pubblico colto” che, avendo studiato la storia della filosofia nella scuola secondaria, ha conservato un interesse per questo genere di discorso, che contempla, tra l’altro, la presenza di autori del canone umanistico. Mentre «l’assenza nei testi analitici di richiami espliciti ai grandi classici del pensiero e alle loro dottrine li rende incoerenti con l’aspettativa di filosofia di questo pubblico colto.» (pag. 49) Però ha dei dubbi sulla effettiva comprensione di libri così difficili come quelli di Deleuze, Lacan, Derrida o Cacciari, comprensione nel senso in cui l’autore userebbe l’espressione nel caso di testi filosofici.

Quando i lettori dicono di aver compreso libri di questo tenore «forse alludono piuttosto a una sorta di stimolazione intellettuale, fatta di associazioni tra forme d’espressione usate dal filosofo e propri pensieri o altre letture dello steso genere; di adesione estetica a quella che appare come efficacia espressiva; di impressioni di profondità – una profondità che magari non si sarebbe in grado di esplorare, e che il filosofo stesso spalanca senza esplorarla. Ma un abisso affascina proprio perché non si riesce a vederne il fondo.» (pag.49).

Il pubblico anche colto ha scarsa sensibilità per la qualità argomentativa (generalmente debole) di questa filosofia. Non si domanda: “Che ragioni mi sono state offerte, a ben vedere, per credere in tutto ciò”? (pag.50).

Se le cose stessero così il successo di questa filosofia, secondo Marconi, è superficiale e fragile.

Quello della “comprensione” di un testo filosofico è un punto che andrebbe approfondito. Ciò che Marconi indica come limiti (stimolazione intellettuale, associazioni fra i pensieri del lettore ed espressioni del filosofo, ecc.) fanno parte di un’esperienza di lettura. Esperienza che non è fatta unicamente di efficacia argomentativa.

Però, quando si parla di comunicatività della filosofia non si ha in mente il numero di lettori di Foucault o di Habermas. Si ha in mente la “filosofia mediatica”, quella dei Festival, delle rubriche di collaborazione di filosofi professionali a settimanali e quotidiani, presenza in dibattiti televisivi, ecc. Il fenomeno non riguarda soltanto la filosofia; c’è anche lo psicanalista, lo scienziato, l’economista, il linguista, il prete, ecc.

«L’intellettuale mediatico – per parlare in generale – è un professionista della sua disciplina a cui il sistema dei media chiede di coprire una casella nei suoi molti palinsesti.» (pag. 50).

Lo può diventare per varie ragioni (successo di un libro, è molto disponibile, è amico di un giornalista importante, è un conversatore brillante, ecc.); il valore professionale non è necessariamente un requisito decisivo. Perciò l’intellettuale mediatico può essere all’incirca chiunque. Per esempio, «il filosofo mediatico può essere un pensatore di grande talento che sceglie di prepensionarsi nella chiacchiera cultural-ideologica, ma anche un professionista normale che non disdegna né la notorietà né l’integrazione retributiva.» (pag.51).

Secondo Marconi esistono soprattutto in Italia, Francia e Spagna perché il sistema accademico non dispone di meccanismi premiali, non esistono istituzioni del merito, strutture gerarchiche, premi scientifici alla ricerca, ecc. Non esiste, insomma, una vera comunità scientifica che lavori in modo competitivo e cooperativo.

«In questa situazione, non può sorprendere che i filosofi più consapevoli dei loro meriti, o semplicemente più intraprendenti, cerchino altrove le gratificazioni e i riconoscimenti che il loro ambiente professionale non gli offre. Da qualche decennio, li hanno in parte trovati nel rapporto col “grande” pubblico, attraverso il canale dei mezzi di comunicazione di massa. Essendo spesso persone intelligenti e duttili, non hanno avuto troppa difficoltà a farsi ospitare dai media. Pochi sono diventati ricchi, ma parecchi hanno raggiunto la notorietà: è già qualcosa» (pag. 53-54)

È un male che esistano gli intellettuali mediatici, e in particolare i filosofi mediatici?…In linea di principio, no; ma in linea di fatto, questi “filosofi mediatici” non fanno divulgazione filosofica, ma contribuiscono alle discussioni in corso, quelle di attualità, come qualsiasi cittadino colto.

Ma ci sono eccezioni, sostiene Marconi: la serie Zettel curata per Rai scuola da Maurizio Ferraris, Mario De Caro e Achille Varzi, molte recensioni pubblicate nelle pagine culturali di alcuni quotidiani, Wikipedia.

Problema: ma si può davvero divulgare la filosofia, o almeno, una buona parte della filosofia? Kant pensava di no. Egli considerava non divulgabile il nucleo essenziale della filosofia «nel senso che non era sensatamente formulabile se non nei termini esatti in cui andava formulato, e doveva essere esposto con tutta la cura e la calma richiesta per tenere a freno l’istinto dogmatico della ragione.» (pag.56). Anche per Diego Marconi ci sono effettivamente dei casi difficili …Ma in molti altri casi la divulgazione è perfettamente possibile, tant’è vero che esiste ed è di buona qualità. (pag. 57)

Due generi di divulgazione filosofica riuscita: a) testi che si presentano come introduzione alla filosofia: Il primo libro di filosofia di Nigel Warburton: «è a tutti gli effetti un testo analitico: ha un’impostazione teorica e non storica, privilegia le argomentazioni e vede la filosofia come un tentativo di risolvere problemi» (pag. 57-58); la Brevissima introduzione alla filosofia di Thomas Nagel; Il primo libro di filosofia della scienza di Samir Okaska, la Brevissima introduzione alla filosofia del linguaggio di Paolo Casalegno e, infine, La moralità di Bernard Williams. b) saggi teorici di filosofia: Paura di conoscere di Paul Boghossian, La verità e i suoi nemici di Michael Lynch, Il mondo messo a fuoco di Achille Varzi; Prima lezione di filosofia di Roberto Casati.

Per la comunità accademica della filosofia analitica le opere di divulgazione non “pagano”, non sono “vere” opere scientifiche. Non la pensa così Diego Marconi. «Credo che, al contrario, la divulgazione di buona qualità dovrebbe essere molto apprezzata dalla comunità accademica, non solo per i suoi meriti intrinseci (un buon libro divulgativo è comunque un buon libro), ma come “servizio alla professione”: è chiaro che opere di questo genere mettono i contenuti teorici analitici a disposizione delle altre discipline e della cultura nel suo insieme, e quindi contribuiscono alla legittimazione della filosofia analitica» (pag. 59). Divulgativo non è sinonimo di “non impegnativo”; è invece sinonimo di “accessibile anche in mancanza di una competenza specialistica” (pag. 60)

7.- Conclusione.

Questo libretto, pur non rispettando tutti i requisiti di un contributo analitico (pag.74), individua in modo plausibile le ragioni storiche all’origine dello specialismo in filosofia Ne individua altresì le conseguenze e argomenta in modo efficace sulla necessità di una visione “generalista” della filosofia. Una visione che non può sottrarsi ad una dimensione storica. Fanno male, sostiene espressamente, i testi analitici a non fare richiami espliciti ai grandi classici del pensiero e alle loro dottrine. Fanno male a non esplicitare il confronto con la tradizione. La logica non può non confrontarsi con la storia. Anche perché esiste una storia della logica.

Forse il Grande Filosofo non è più possibile, ma se i filosofi, a prescindere dal loro orientamento (analitici, continentali, “contaminati”, né l’uno né l’altro), in nome dello specialismo, non riescono a comunicare e a divulgare, almeno presso il “pubblico colto”, i risultati delle loro ricerche, contestualizzando e valorizzando l’importanza delle conoscenze acquisite, il fatto è assai preoccupante socialmente e culturalmente.

Ritornando al discorso da cui son partito («Povera, e nuda, vai Filosofia »), vuol dire perdita di legittimità. Vuol dire, e non c’è da meravigliarsi, che dei consulenti ministeriali ritengono la materia troppo “specialistica” e, quindi, roba autoreferenziale e per addetti ai lavori.

Se poi pensano, come pensano i più, che la matematica e le scienze producono vera conoscenza, mentre la filosofia chiacchiere a gogò, il cerchio si chiude. E diventa un cappio alla gola per gli artigiani del pensiero.

20 aprile 2020

7 pensieri su “«Il mestiere di pensare» di Diego Marconi

  1. …mi convince molto il discorso sulla vocazione essenzialmente generalista della filosofia, anche se si dedica a settori specialistici non puo’ perdere di vista lo scopo per cui è nata, quello di dare versioni, anche diverse, su come “stanno insieme le cose”. “la filosofia è la madre di molte discipline…” ma anche di molte vite, penso, cosi’ come si sono dispiegate in base alle scelte di interpretazione della realtà fisica, metafisica, etica…Il saggio di Donato mi ha rinverdito un ricordo relativo ai miei studi a Lodi, presso l’Ist. Magistrale Maffeo Vegio…Il nostro prof di filosofia, Agostino Buda, presentandosi al suo primo ingresso in classe esordi’ dicendoci (non posso ricordare le parole esatte): ” La filosofia è quella cosa con la quale senza la quale tutto resta tale e quale…cosi’ molti pensano ma tocca a noi dimostrare che non è vero”.. Per lui il pensiero filosofico fu importante dato che poi sapemmo, lui non se ne vantava proprio, che era stato un antifascista impegnato nella diffusione di stampa clandestina contro il regime, aveva conosciuto il carcere, poi l’esilio e, dopo la guerra, aveva difeso con successo, in quanto avvocato, il primo obiettore di coscienza del servizio militare…Penso che esista anche una filosofia (?) che viene manipolata per appoggiare dottrine razziste, autoritarie, capace di “inchiodare alla razza” interi popoli…ma questa è filosofia come vera conoscenza, mi chiedo? Grazie a Donato per la difesa della filosofia nelle scuole…non è tempo perso, non è chiacchiera

  2. Cara Anna Maria, ti ringrazio per il tuo commento e per le tue osservazioni. Mi permetto di aggiungere tre annotazioni e precisazioni:
    1.-“La filosofia è quella cosa, con la quale o senza la quale, tutto resta tale e quale”. Sì, anche tra di noi circolava questa massima. Invece, del “tutto” da noi si diceva “il mondo”. Comunque, siamo lì. Non so perché, ma col tempo e successive letture, questa massima mi ha sempre fatto venire in mente l’undicesima Tesi su Feuerbach di Marx: «I filosofi hanno finora interpretato il mondo in modi diversi; si tratta ora di trasformarlo.» Tante volte quest’aforisma viene citato per suggerire un passaggio all’attività pratica, all’azione politica, collettiva. Insomma a ciò che trasforma il mondo. Premesso che il passaggio alla pratica è quanto mai opportuno, occorre essere consapevoli che, prima dell’azione politica, il mondo lo trasforma il lavoro (“ricambio organico tra l’uomo e la natura”) insieme alla pratica scientifica e tecnologica.
    Comunque, Marx con questa tesi non intendeva rifiutare la “pratica teorica”, la vocazione essenzialmente generalista della filosofia. Intendeva rifiutare l’impostazione idealista dell’interpretazione del “tutto” o del “mondo”, a favore della costruzione di una filosofia materialista. «Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza» scriverà in Per la critica dell’economia politica (1859).
    2.-Materialismo contro idealismo. Se proprio occorre scegliere una divisione, una differenziazione, un’opposizione in filosofia, questa, fin dall’inizio della sua storia, mi sembra la più fondata. Franca D’Agostini sceglie “Analitici” e “Continentali” per scrivere una guida a buona parte della filosofia “occidentale” del Novecento. Luciano Aguzzi “filosofia della scienza” e “filosofia della chiacchiera”…Ma la bussola migliore forse potrebbe essere questa: la filosofia è una, ma esistono due modi opposti di filosofare: quello idealista e quello materialista. Gli idealisti pensano che la filosofia sia essenzialmente una “teoria del tutto”, i materialisti che sia prima di tutto una “pratica” originatasi e originantesi continuamente nel mondo reale. Idealismo e materialismo sono poli di una contraddizione. Il che significa che nella vita reale ognuno di noi, come ogni filosofo, presenta miscugli, oscillazioni, contaminazioni, ecc. Neanche Marx divenne materialista in un giorno o in un anno.
    3.-«Penso che esista anche una filosofia (?) che viene manipolata per appoggiare dottrine razziste, autoritarie, capace di “inchiodare alla razza” interi popoli». Hai perfettamente ragione. Nietzsche, ad esempio, è stato utilizzato così. Heidegger assunse posizioni naziste e antisemitiche. Aristotele pensava che gli schiavi fossero degli animali, ecc. Il compito della filosofia è inesauribile, ma non lo è la filosofia del singolo filosofo, che può benissimo esaurirsi in parte o in tutto. Tieni presente, tra l’altro, che la filosofia non sempre riesce a distinguersi facilmente dall’ideologia o anche dalla religione. Pensa ai Padri della Chiesa (ma non solo a loro) che ritenevano la filosofia “ancilla theologiae”…Insomma, il percorso è complicato, tortuoso. La lotta anche teorica per la liberazione è lunga. La bussola, partendo dal presupposto gramsciano (ma non solo suo) che “tutti gli uomini sono filosofi”, è quello di rendere protagonisti della filosofia la “materia”, il “lavoro”, il “corpo”, la “donna”, i “figli”, la “follia”, i “prigionieri”, gli “stranieri”, i “senza-potere”, ecc. Insomma, gli sfruttati, gli umiliati e gli oppressi.
    Ancora grazie.

  3. 1) Ho dialogato con più commenti con Salzarulo dopo il suo primo articolo di filosofia, mentre non ho risposto al secondo perché ho notato la sua insistenza a equivocare ciò che io ho scritto e a rispondere non seguendo un filo logico puntuale ma saltando qua e là con un metodo non filosofico, non logico e che direi nemmeno dialettico, ma del tutto retorico, con il ricorso alle analogie, digressioni, richiami psicologici, problemi ecc. in un affastellamento disorganico, tipico proprio della filosofia della chiacchiera. Salzarulo sembra non accorgersi delle numerose contraddizioni contenute nel suo testo, nemmeno dopo avergliele fatte notare.
    Se il dialogo procede a questo livello, è del tutto inutile.
    2) Me lo conferma anche Annamaria Locatelli, non perché quel che dice non sia vero, ma perché ha poco a che fare con il tentativo di definire quello che è e quello che fa la filosofia. Se il suo professore di filosofia fu un partigiano, questo fatto non deriva certo dal lavoro filosofico, ma da una coscienza critica che è comune a quella di tanti partigiani operai, avvocati, chimici, poeti, letterati, calzolai ecc. Non vi è nulla di specifico e non ci dice nulla su che cosa sia la filosofia e sul lavoro filosofico.
    3) In quanto alla pretesa «vocazione essenzialmente generalista della filosofia», ci si imbatte in due possibile interpretazioni: a) generalista come generica, come tuttologia. E allora diventa una disciplina priva di metodo e di contenuto specifici, una specie di giornalismo del pensiero a cui tutti, proprio per la sua genericità, possono partecipare. Dunque, sarebbe una disciplina non disciplina (anche nel senso che non è disciplinata da un metodo e da un contenuto), una chiacchiera tesa, con argomentazioni retoriche, a convincere o almeno a intrattenere e interessare. Che ciò facendo porti qualcuno ad essere antifascista e altri a essere fascista diventa del tutto comprensibile, perché questa pratica di pensiero non avendo né metodo né contenuto non ha nemmeno un autocontrollo sulle sue affermazioni, le quali, come è proprio del discorso comune a qualsiasi livello di cultura lo si tratti, non sanno riconoscere e distinguere il vero dal falso, un vero e un falso oggettivo, valido per tutti, ma presumono di saper riconoscere un vero e un falso che nasce dalla loro biografia e dal coacervo di cose che stanno dentro la coscienza di ognuno. Un vero e un falso del tutto personali che si possono proporre solo con una disciplina senza metodo che si appoggia alla retorica, cioè alla capacità del discorso di convincere con espedienti non logici. b) Oppure generalista nel senso di generale, ma in questo caso siamo di fronte a una specifica specializzazione, che fra l’altro ha delle analogie con diverse altre discipline. Anche nella storiografia abbiamo gli storici specialisti di qualcosa di ristretto (ad esempio: storia della Lombardia nel Settecento, storia della Cina nel Novecento, ecc.) e gli storici specialisti di una visione complessiva, generale, della storia. Ma non è che questi, se fanno bene il loro lavoro, sono dei “generici”; essi sono degli specialisti dei nessi storici complessivi, specialisti della complessità storica. Ed è una specializzazione ben più profonda e difficile di quelle settoriali. Basta leggere i loro lavori e confrontarli con i libri di testo per i licei scritti da storici generici e non specialisti, o da storici specialisti di settore che si sono allargati a settori di cui hanno una conoscenza generica e superficiale.
    4) Salzarulo ha capito così poco delle mie obiezioni al suo discorso e così poco del compito della filosofia secondo la mia impostazione, che cade nell’equivoco banale di scrivere: «Luciano Aguzzi “filosofia della scienza” e “filosofia della chiacchiera”», mentre il mio testo, che riporto qui sotto, parla di ben altro: parla di «filosofia come scienza», che non ha nulla ha che fare con la «filosofia della scienza». Una rigorosa storia della filosofia come scienza partirebbe da Parmenide, che non è certo un filosofo della scienza. È il primo che distingue nettamente la “via della verità” dalla “via dell’opinione”, ciò che io chiamo «filosofia come scienza» e «filosofia come chiacchiera». E lo fa in modo per allora prodigioso: con un ragionamento che contrappone la forza della logica che porta a una verità controfattuale alla forza solo apparente del senso comune appiattito ai fatti, cioè dell’intuizione personale e dello attenersi a ciò che sembra evidente in prima istanza, il che è fonte di innumerevoli errori.
    Il filosofo generico, o il gramsciano del “tutti siamo filosofi”, è un tizio che non si eleva al di sopra del comune “senso comune”. Ma questo sta alla filosofia come il gioco del calcio all’oratorio sta al calcio professionistico di serie A. Si confondono le analogie del “tutti siamo persone pensanti” (meglio che del “tutti siamo filosofi”) con lo specifico di una pratica culturale di alta tradizione ed elaborazione, che è la filosofia come disciplina dotata di un proprio statuto metodologico e di un proprio contenuto di ricerca.
    5) Nel mio commento avevo scritto: «Una mia divisione più pertinente e che mira al cuore stesso del fare filosofia potrebbe essere questa: 1) i filosofi che praticano la filosofia come scienza, e che escludono dalla filosofia ciò che non è trattabile con metodo scientifico, e 2) quelli che la praticano come chiacchiera, magari chiacchiera alta, interessante, illuminante, necessaria ecc., ma sostanzialmente chiacchiera perché fondata sull’opinione, sull’intuizione, sull’analogia, sulle coincidenze, sull’interpretazione della propria esperienza, della storia e così via. Si tratta di un immenso lavoro che non ha però mai un fondamento sicuro, mai qualcosa che si possa paragonare a una legge scientifica; che non porta mai a risposte definitive».
    Mi indichino i filosofi della dialettica e della filosofia generalista, Salzarulo o chi per lui, una sola “legge” valida per tutti, scoperta e messa a punto dalla filosofia come chiacchiera.
    Se anche la filosofia, sebbene in misura minore, ha avuto nei secoli un accrescimento cumulativo e quantitativo come le scienze esatte, ciò lo si deve alle sole parti della filosofia che hanno adottato la “via della verità” e non quella dell’opinione. Filosofi come Parmenide, Aristotele, Cartesio e Kant hanno dato contributi significativi quando hanno operato con metodo scientifico, scadendo a contributi poco significativi nelle altre parti dei loro sistemi, che in poco tempo si sono sgretolati sotto i colpi della critica. Perché “la via della verità” e quella “dell’opinione” si mescolano troppo spesso in un confuso groviglio che trasforma, a volte, il filosofo in un poeta che tende all’infinito o almeno al sublime, ma non per esprimerlo nella forma propria della poesia, ma per parlarne come se lo avesse capito e fosse in grado di dirne il come e il perché. Così cade nella chiacchiera autobiografica.
    6) Come fa Salzarulo quando scrive un brano del genere, pieno di contraddizioni e di affermazioni del tutto prive di fondamento logico, ma solo nutrite dalla sua soggettività: «Ma la bussola migliore forse potrebbe essere questa: la filosofia è una, ma esistono due modi opposti di filosofare: quello idealista e quello materialista. Gli idealisti pensano che la filosofia sia essenzialmente una “teoria del tutto”, i materialisti che sia prima di tutto una “pratica” originatasi e originantesi continuamente nel mondo reale. Idealismo e materialismo sono poli di una contraddizione. Il che significa che nella vita reale ognuno di noi, come ogni filosofo, presenta miscugli, oscillazioni, contaminazioni, ecc.».
    7) Se dovessi scrivere un saggio sulla filosofia come chiacchiera, citerei questo brano di Salzarulo come esempio di proposizioni messe una dietro l’altra ma prive di reale contenuto. Salzarulo non se la prende: a un diverso livello di sofisticazione retorica e culturale egli è in compagnia di molto Platone, di quasi tutto Hegel, di buona parte di Marx, di Sartre ecc. ecc., scrittori di migliaia di pagine il cui senso letterale è comprensibile solo all’interno delle loro stesse definizioni. Contestata una sola di queste, l’edificio cade in pezzi privi di significato. O, meglio, per recuperarne il significato si deve passare dalla teoria alla storia e alla biografia degli autori, ma il senso che ne viene fuori non ha nulla a che fare con quello teorico ma si rivela come razionalizzazione e copertura di opinioni personali, di errori e di mistificazioni.

  4. Per ora non intendo entrare nel merito delle questioni importanti che si affacciano in questo duello tra Luciano Aguzzi e Donato Salzarulo. L’hanno iniziato loro ed è bene che lo portino avanti loro o altri che se ne appassionino. Vorrei solo far sapere che In questo momento per vari impegni io non riesco a parteciparvi. Mi limiterò a seguirlo con attenzione.

  5. Caro Aguzzi,
    credo di aver già detto che non sono un professore di filosofia né un filosofo di professione, sono un uomo di scuola, un educatore. Leggo il tuo primo punto:
    «Ho dialogato con più commenti con Salzarulo dopo il suo primo articolo di filosofia, mentre non ho risposto al secondo perché ho notato la sua insistenza a equivocare ciò che io ho scritto e a rispondere non seguendo un filo logico puntuale ma saltando qua e là con un metodo non filosofico, non logico e che direi nemmeno dialettico, ma del tutto retorico, con il ricorso alle analogie, digressioni, richiami psicologici, problemi ecc. in un affastellamento disorganico, tipico proprio della filosofia della chiacchiera. Salzarulo sembra non accorgersi delle numerose contraddizioni contenute nel suo testo, nemmeno dopo avergliele fatte notare.
    Se il dialogo procede a questo livello, è del tutto inutile.»
    Sgrano gli occhi e lo rileggo. Lo rileggo ancora una volta. Ma Aguzzi si sta rendendo conto di ciò che scrive? D’accordo, la boria dei professori di filosofia, ma qui siamo al limite dell’insulto. Difficile dialogare con una persona che pensa del suo interlocutore:
    a) Insisterei ad “equivocare”…
    Mi può capitare di “equivocare”, ma che io lo faccia con insistenza, mi pare del tutto fuori luogo. Tra l’altro, gli equivoci non si possono mettere solo a carico del ricevente. A volte può essere l’emittente ad inviare messaggi equivoci. Poi su che cosa avrei equivocato?… Su “filosofia della scienza”, al posto di “filosofia come scienza”?…
    Fin da quando questa espressione è stata tirata in ballo, ho fatto notare che “epistème” significa “scienza”, “conoscenza certa, incontrovertibile” e che Platone, ad esempio, mirava a questo. L’epistème si oppone alla “doxa”, che è l’opinione del singolo. Oggi, un campo disciplinare della filosofia si chiama, appunto, “epistemologia” e, dopo la rivoluzione scientifica galileiana, si interessa soprattutto delle condizioni della conoscenza scientifica (fondamenti, validità, limiti, ecc.).
    Qualche commento fa, citasti Reichenbach; siccome io credo che sia sbagliato identificare la filosofia con la scienza, domandai: «perché mai un filosofo della scienza come Hans Reichenbach scrive un libro intitolato “Fondamenti filosofici della meccanica quantistica”? Per stare al traino della meccanica quantistica?…E che bisogno c’è per uno che ha studiato fisica, matematica e filosofia di dare dei “fondamenti filosofici” alla meccanica quantistica?…Che bisogno c’è di scrivere un libro sulla “nascita della filosofia scientifica”, se già le scienze compiono brillantemente la loro attività?» La sostanza è questa: non capisco la differenza che c’è tra la “filosofia come scienza” e la “scienza”.

    b) Non seguirei “un filo logico puntuale ma saltando qua e là con un metodo non filosofico, non logico e che direi nemmeno dialettico”…
    Frase completamente priva di senso. A meno che non dimostri in quali luoghi delle mie recensioni o dei miei commenti sia stato perso “il filo logico” del discorso o sia stato saltato, questo è solo un modo per aggredire l’interlocutore.
    Ho l’impressione che Aguzzi abbia l’ossessione della “logica”. Forse un po’ di “retorica” gli farebbe bene. Quanto al metodo “filosofico, non logico e che direi nemmeno dialettico”, ho capito che non sa di cosa parla. Un “metodo filosofico” è una cosa; la “logica” un’altra e la “dialettica” un’altra cosa ancora. Un “metodo filosofico” è quello di Socrate, ad esempio; o di Cartesio o della filosofia analitica (nella recensione al libro di Marconi vi sono accenni a questo metodo); la “logica” è relativa alla struttura del ragionamento, dell’argomentazione (ad esempio, un discorso è “illogico” se viola il principio di identità: “l’essere è e non può non essere…”), la “dialettica”, salvo che non ci si riferisca a quella hegeliana, è come la retorica, un’arte del ragionamento…
    Io non ho scritto un “discorso sul metodo”, ho recensito alcuni libri ed ho risposto a dei commenti. Mi sono sforzato di essere “logico” nei miei ragionamenti e di essere quanto più possibile “dialettico”, nel senso di convincente. I miei pensieri sono “disorganici”?…È probabile. Ma disorganici non vuol dire che non siano guidati dall’esigenza della verità.
    Secondo punto. Filosofia e scelte di vita. Scrivi:
    « Se il suo professore di filosofia fu un partigiano, questo fatto non deriva certo dal lavoro filosofico, ma da una coscienza critica che è comune a quella di tanti partigiani operai, avvocati, chimici, poeti, letterati, calzolai ecc. Non vi è nulla di specifico e non ci dice nulla su che cosa sia la filosofia e sul lavoro filosofico.»
    È un’osservazione completamente fuori luogo. Se Locatelli sostiene che il suo prof. di filosofia, trovò nella filosofia le ragioni (o una delle ragioni fondamentali) per la sua scelta partigiana, chi sei tu per sostenere il contrario? Chi sei tu per dire che è falso, che non è vero?…Non c’è mica un solo modo (il tuo) di concepire la filosofia. Per Socrate (e per tanti altri) è stato uno stile, una scelta di vita; probabilmente lo è stato anche per Agostino Buda.
    La “filosofia come scienza” facendosi dettare la sua identità o il suo essere dalla scienza perché dovrebbe essere caratterizzata da proposizioni vere/false in modo “oggettivo”, erga omnes, semplicemente rinuncia alla sua storia. Justin Smith individua almeno sei personaggi tipo che hanno svolto da noi e in altre società il ruolo del filosofo nel corso dei millenni: il Curioso, il Saggio, il Polemico, l’Asceta, il Mandarino, il Cortigiano…Il “Filosofo-scienziato” potrebbe essere il settimo quando, oltre alla verità, capiremo cosa vuole. La ricerca della verità non è sicuramente una sua esclusiva.
    3. – Il discorso del fascista, dell’antifascista e il discorso comune
    «Che ciò facendo porti qualcuno ad essere antifascista e altri a essere fascista diventa del tutto comprensibile, perché questa pratica di pensiero non avendo né metodo né contenuto non ha nemmeno un autocontrollo sulle sue affermazioni, le quali, come è proprio del discorso comune a qualsiasi livello di cultura lo si tratti, non sanno riconoscere e distinguere il vero dal falso, un vero e un falso oggettivo, valido per tutti, ma presumono di saper riconoscere un vero e un falso che nasce dalla loro biografia e dal coacervo di cose che stanno dentro la coscienza di ognuno. Un vero e un falso del tutto personali che si possono proporre solo con una disciplina senza metodo che si appoggia alla retorica, cioè alla capacità del discorso di convincere con espedienti non logici. »
    Questo discorso non sta né in cielo né in terra. È privo di qualsiasi senso. L’essere fascista o antifascista è, innanzi tutto, un orientamento “ideologico”. “Ideologia” e “filosofia” non coincidono, ma è facile lo sconfinamento dell’una nell’altra. Il fascista è caratterizzato da un “discorso”, lo stesso dicasi per l’antifascista. Certo, non sono discorsi filosofici (anche se spesso ne fanno largo uso). Ma come si fa a sostenere che le proposizioni o le affermazioni di questi “discorsi” non siano autocontrollati?…È semplicemente ridicolo. Come dovrebbero fare l’autocontrollo? Tanto per fare un esempio, sia l’uno che l’altro discorso sono improntati al realismo politico: sanno che nelle situazioni storico-sociale vale la “legge del più forte”. Dovrebbero chiedere se è una legge “logicamente” vera?…È una domanda sensata?…Secondo me, no. È vera storicamente. Ma non per questo è giusta. Allora l’antifascista lotta per neutralizzare questa legge, per invalidarla; mentre un fascista, che è anche un darwiniano sociale, non ha nessun problema a riaffermarla.
    Altra assurdità: il discorso comune, a qualsiasi livello di cultura, non saprebbe distinguere il vero dal falso, un vero e un falso oggettivo…Scusa, Aguzzi, ma dove vivi?…Se ad un bambino o ad un analfabeta gli dici di “non fare agli altri ciò che non vuoi venga fatto a te”, pensi che non lo capisca? e pensi che non capisca che sia giusto? Ma questa proposizione, che è a fondamento dell’etica della reciprocità, è anche vera?…Forse sarebbe opportuno di smetterla di pensare che tutte le questioni dell’esistenza e della storia si possono affrontare con la logica della crocetta vero/falso.
    4.- La “vocazione generalista” della filosofia
    Di “vocazione generalista” della filosofia parla Diego Marconi. Non so se lo faccia nel senso che dici tu. Ti riporto le citazioni, così ci rifletti su.
    «Non è affatto ovvio che la filosofia possa permettersi la scelta specialistica. Al contrario di altre discipline, la filosofia – si può sostenere ha una vocazione generalista: o la filosofia è il tentativo di “capire come le cose, nel senso più ampio possibile del termine, stanno insieme, nel senso più ampio possibile del termine” (come diceva Wilfred Sellars), oppure non lo è. Quindi lo specialismo, a cui la filosofia (come ogni altra disciplina) sembra oggi obbligata, costituisce per la filosofia in particolare un problema di non facile soluzione, in cui è messa in gioco la sua sopravvivenza.»
    La filosofia è “generalista” per sua “intrinseca essenza” e si «si occupa dei problemi degli esseri umani (di tutti gli esseri umani), si rivolge a quello che Chaim Perelman chiamava l’”uditorio universale”, cioè alla comunità umana senza esclusione alcuna, e ha il compito di dare un senso all’insieme delle cose, incluse quelle di cui si occupano le ricerche specialistiche degli scienziati. Se rinuncia a dare risposta a questa richiesta di senso, la filosofia rinuncia alla vocazione specifica da cui deriva la sua legittimazione culturale e, in fin dei conti, anche sociale.» (pag. 39)
    «Invece nel caso della filosofia sembra che la sua specifica vocazione venga brutalmente tradita, se i risultati della ricerca filosofica risultano incomprensibili per i più. Questo è particolarmente vero – come si è già ricordato – per chi attribuisce alla filosofia un compito di rischiaramento, di chiarimento della nostra posizione nel mondo, o, come si usa dire in una diversa tradizione, un compito di conferimento di senso.» (pag. 44).
    5.- La “via della verità” e la “via dell’opinione”
    Scrivi: «Una rigorosa storia della filosofia come scienza partirebbe da Parmenide, che non è certo un filosofo della scienza. È il primo che distingue nettamente la “via della verità” dalla “via dell’opinione”, ciò che io chiamo «filosofia come scienza» e «filosofia come chiacchiera».
    Se la filosofia come scienza distingue nettamente la “via della verità” dalla “via dell’opinione”, mi va bene. Io sono per la via della verità. Però, temo, che per te la verità è quella che ti dovrebbe assicurare la logica, mentre per me la logica è insufficiente. Anche perché una crocetta vero/falso vicino ad una proposizione del tipo: “Fuori c’è il sole” si può mettere facilmente; mentre non lo è altrettanto per una proposizione del tipo: «Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza».
    6.- Leggere per non capire.
    Tu scrivi: «Filosofi come Parmenide, Aristotele, Cartesio e Kant hanno dato contributi significativi quando hanno operato con metodo scientifico, scadendo a contributi poco significativi nelle altre parti dei loro sistemi, che in poco tempo si sono sgretolati sotto i colpi della critica. Perché “la via della verità” e quella “dell’opinione” si mescolano troppo spesso in un confuso groviglio che trasforma, a volte, il filosofo in un poeta che tende all’infinito o almeno al sublime, ma non per esprimerlo nella forma propria della poesia, ma per parlarne come se lo avesse capito e fosse in grado di dirne il come e il perché. Così cade nella chiacchiera autobiografica.»
    Io scrivo: «Ma la bussola migliore forse potrebbe essere questa: la filosofia è una, ma esistono due modi opposti di filosofare: quello idealista e quello materialista. Gli idealisti pensano che la filosofia sia essenzialmente una “teoria del tutto”, i materialisti che sia prima di tutto una “pratica” originatasi e originantesi continuamente nel mondo reale. Idealismo e materialismo sono poli di una contraddizione. Il che significa che nella vita reale ognuno di noi, come ogni filosofo, presenta miscugli, oscillazioni, contaminazioni, ecc.».
    Confrontando questi due brani, ogni lettore non prevenuto capisce di trovarsi di fronte a due testi che enunciano sostanzialmente la stessa tesi: che in un filosofo si mescolano spesso in un confuso groviglio per Aguzzi “la via della verità” e quella dell’opinione, per Salzarulo l’idealismo e il materialismo.
    Però, secondo te, il tuo brano funziona, mentre il mio sarebbe “pieno di contraddizioni e di affermazioni del tutto prive di fondamento logico”…
    Ma su, Aguzzi, è ovvio che per me la tendenza del materialismo in filosofia è quella che ci aiuta ad imboccare di più la “via della verità”, mentre quella dell’idealismo la “via dell’opinione”…
    Mi rendo conto che taglio con l’accetta e che ci sarebbe da argomentare a lungo, ma con queste premesse, direi di chiuderla qua. Non solo non c’è dialogo, ma c’è boria, pregiudizio, mancanza di rispetto, voglia di non capire.

  6. …mi permetto un’opinione: secondo me “la logica” puo’ prendere direzioni diverse e, come facevano i sofisti , con essa dimostrare come vera un’idea e il suo esatto contrario…Perchè la logica arrivi alla conoscenza e alla scienza deve avere un motore esterno che parta proprio da quel “coacervo” di esperienze, di vissuti, di valori, di rapporti con la realtà imprescindibili…La filosofia, come capacità di pensare propria degli esseri umani, crea i ponti necessari per la conoscenza, la scelta, l’opera

  7. INTERMEZZO

    Mi permetto di riportare questo passo della ricostruzione del mio rapporto con F. Fortini:

    “Bisogna scaldarsi – disse all’incirca – con quello che si ha. Io su molte cose preferisco essere un arretrato, un tonto, perché non posso, non ho tempo, non ho testa. È giusto che sia così. Non servono le ultime novità. Un buon manuale liceale spesso è sufficiente. In filosofia o punti sullo specialismo o punti sull’ignoranza. I due – il filosofo e il tonto – s’incontrano e vanno a passeggio conversando.”

    (http://www.backupoli.altervista.org/IMG/CARTEGGIO_Fortini_Abate.pdf)

    E di aggiungere una sola battuta sul “duello” in atto: ogni tanto ci si potrebbe scambiare i ruoli (del filosofo e del tonto, dico) affinché l’incontro ci sia, no?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *