Ricordando Gianfranco Fiameni

di Ennio Abate

Con Gianfranco Fiameni ebbi alcuni incontri e scambi attorno al 2002 e negli anni seguenti fino al convegno del 2006 a Cremona su Danilo Montaldi a cui partecipai (qui). Poi ci perdemmo di vista. Pochi giorni fa pensavo a lui, alla sua amicizia con Danilo; e, controllandoo sul Web, ho saputo che è morto nel 2016.  Lo voglio ricordare nella cerchia di Poliscritture con una sua testimonianza sul gruppo cremonese di Unità Proletaria e due appunti del mio diario del 2002. E’ un modo minimo per rendergli omaggio in un tempo così ingrato verso quanti a ragione poterono chiamarsi compagni fino agli anni Settanta del Novecento. Faccio presente che ho ripreso dal Web (qui) la testimonianza di Fiameni. E’ in una edizione un po’ approssimativa (mancano le indicazioni della data e del luogo dell’intervento e non sono venuto a capo di alcuni nomi citati) e me ne scuso. [E. A.]

Gianfranco Fiameni, Unità Proletaria di Cremona (1955- 1962)



Parlerò di quello che è stato a Cremona Unità Proletaria con Montaldi; farò quindi una relazione che sarà qualcosa di molto più povero rispetto all’insieme dei problemi da lui sollevati, che risponderà solo in minima parte a essi, e sarà invece una cronaca di quel che si è fatto a Cremona a partire più o meno dal 1955 fino al 1962, quando esce l’ultimo numero di “Unità Proletaria”. La mia è una relazione molto fattuale, nella quale se dei problemi vi sono, vengono toccati per dir così implicitamente, per ristabilire la cronaca degli avvenimenti. In un qualche modo do per scontato che si sappia quel che è avvenuto prima del ’54-’55. Mi sento un po’ una specie di sopravvissuto, perché credo di essere l’unica persona ancora vivente, a parte Romano Alquati, essendo stato presente alla fondazione di questo gruppo e avendo militato con Montaldi fino alla sua morte.

La ricostruzione che faccio non è tutta mia, perché qualche anno dopo la fondazione del gruppo, attorno al ’58, Montaldi, Alquati (che se n’era già quasi andato a Torino) e io siamo stati presi dalla voglia di ricostruire questa vicenda, e l’abbiamo fatto (poi dopo ci siamo anche stufati). Di questa ricostruzione restano tutta una serie di appunti manoscritti a tre mani di difficilissima lettura, soprattutto quelli di Alquati, che aveva il vizio di scrivere su tutti i pezzetti di carta, utilizzando carte ch’erano già state scritte anche due volte, a ciò si aggiunga una calligrafia pessima. Il periodo precedente, quello a cui Paci ha fatto riferimento, è forse ancor più interessante, in quanto è costitutivo non soltanto di una storia grande come quella che lui esamina, ma anche di una storia più minuta, tra l’urbano, il cittadino e il politico, per quanto queste cose possano essere distinte, e non lo sono poi molto.

La vita di Montaldi è semplicissima, come quella di Capedo, tuttavia questo periodo che va di primi anni Cinquanta al ’53-’54 è uno dei periodi fondamentali per la sua formazione, da tanti punti di vista. Vedo Montaldi come un militante, e ciò per una ragione molto semplice: ho fatto un conto rapido, approssimato per difetto, abbiamo fatto insieme 560 riunioni. Questo stabilisce una cosa banale, semplicissima, fattuale, ma dotata di una certa importanza: da quando nel febbraio del 1957 abbiamo fondato questo gruppo, tutte le sante settimane ci siamo riuniti anche due volte, quando c’erano situazioni operaie in ballo, anche quando Montaldi lavorava a Milano e tornava a Cremona. Abbiamo avuto, come tutti i gruppi canonici, quattro sedi successive; abbiamo avuto dei ciclostili, che hanno funzionato molto male perché Montaldi non voleva spendere per questo, abbiamo avuto delle quote, insomma tutto l’armamentario che di solito si accompagna all’esistenza di un gruppo che vuol essere una formazione strutturata, e ciò ha delle implicazioni anche politiche.

In questo gruppo abbiamo avuto per un certo periodo l’ambizione di non essere, secondo le parole di Montaldi, “l’ultimo gruppo della sinistra comunista”, bensì qualcosa di nuovo. Qualcuno, bontà sua, lo riconosce, qualcuno no. Devo dire anche che il gruppo ha avuto una notevole presenza femminile, più o meno pari alla metà degli aderenti. Questa presenza femminile non si è però mai tradotta in qualcosa di specifico all’interno del gruppo, non potrei dire che la questione femminile sia diventata davvero qualcosa intorno a cui si sia mossa all’interno o all’esterno la politica del gruppo.

La storia del gruppo, anche se non come Unità Proletaria, continua fino agli anni Settanta, riprendendosi, decadendo; a un certo momento eravamo solo in due, un certo momento di fervore, poi un altro in cui il gruppo si trova molto sostenuto dall’esterno. Il gruppo esterno: Danilo esordisce con la storia della cellula di strada; è questa una tematica fondamentale, che Montaldi ha difeso contro Fortini, contro Guiducci. C’è una sorta di ossessione politica, oltre che personale, su questa esternità. Rapidamente, esaminiamo la questione dell’autografia degli scritti apparsi su “Unità Proletaria”: “Unità Proletaria” è un giornale di cui sono usciti dodici numeri (più il Kolakowsky, che abbiamo tradotto di notte, stampato immediatamente, diffuso come foglio volante e poi riaccluso in un secondo tempo); quattro “Quaderni di Unità Proletaria” (Il significato dei fatti di luglio, fatto ovviamente nel 1960; Tokyo 60, perché erano arrivati dei compagni giapponesi della Zeinshin e della Zengakuren; Capitalismo e socialismo di Paul Cardan, uno dei testi tra quelli che ci sono arrivati da quella che era già stata una sorta di scissione di Socialisme ou Barbarie, anche se da un punto di vista personale i rapporti di Montaldi sono forse più con Lefort; e infine Le lotte degli elettromeccanici) e quello che sarebbe dovuto essere il primo di una serie di “Documenti di Unità Proletaria” (I pericoli professionali del potere di Christian Rakovskij), gli articoli inviati agli altri gruppi; non tanto quelli destinati a Socialisme ou Barbarie, che sono pochi, quanto piuttosto quelli per Pouvoir Ouvrier, per gli inglesi, quelli mandati al Pouvoir Ouvrier belga, quelli mandati a Spartakus, quelli mandati in America eccetera.

Facendo passare tutta questa letteratura che abbiamo scritto, mandato in giro o riprodotto, io sarei benissimo in grado di dire chi ha steso questo o quell’articolo, e talvolta anche di indicare chi ne ha steso delle parti, ma non lo faccio perché non era questo lo spirito con il quale si facevano queste cose. Questi sono a tutti gli effetti scritti di gruppo, nei quali certi pezzi sono stati stesi da Montaldi. Mi è capitato di leggere su di una rivista di qualche anno fa che un tal pezzo recava “indiscutibilmente lo stile di Montaldi”, mentre si dà il caso che l’avessi scritto io. Peraltro, questo è un errore solo fino a un certo punto, perché il modo in cui questi articoli venivano elaborati attesta che davvero si era arrivati a una sorta di scrittura di gruppo. Per esempio, nell’opuscolo sulla classe operaia e i trasporti, edito dalla Libreria Feltrinelli, le mani non sono meno di quattro: in questo caso è molto facile capire ciò che è di Danilo e ciò che non lo è, ma io sono convinto che lui avrebbe decisamente rifiutato questa distinzione all’interno di documenti che venivano elaborati in modo abbastanza collettivo. Di fatto c’era qualcuno che stendeva materialmente l’articolo, in ragione della sua prossimità con una situazione di fabbrica, o di cascina, o nelle ferrovie eccetera, ma l’articolo di solito veniva distribuito alla riunione e lì ciascuno apportava dei mutamenti, che alle volte potevano essere di notevole conto; alla fine, quando veniva approvato come articolo di gruppo, questo passava e veniva ciclostilato sul giornale.

Ciò detto, devo aggiungere che la presenza e l’azione di Montaldi dentro il gruppo sono state fondamentali in più di una situazione, anche dal punto di vista dell’elaborazione. Per passare alla storia del gruppo, così com’era stata ricostruita a tre mani, e questo sarà perciò il riassunto di quello ch’era già un riassunto, noi l’avevamo distinta in tre periodi: – un periodo di preparazione; – poi il cosiddetto periodo delle fabbriche; – e poi il periodo in cui esce il primo numero di “Unità Proletaria”, che è del febbraio 1959. In un suo articolo Danilo fa risalire al 1955 la presa di coscienza, e non al 1956, in seguito alla rivoluzione ungherese, come si fa di solito. A cosa si riferisce questa presa di coscienza? A tante cose, ma per quanto riguarda Cremona, sicuramente anche al fatto che nel 1955, dopo tutta una serie di riunioni in cui sono presenti essenzialmente degli internazionalisti, Montaldi e dei giovani come Alquati e io (che non avevamo dietro le spalle una militanza in nessun gruppo, salvo che in un gruppo teatrale), si decide di costituire questo gruppo, a seguito di tutta una serie di discussioni che fanno parte dei preliminari di questa storia che sarebbero assai interessanti da esaminare. Tale gruppo nasce in un modo abbastanza strano: da una parte c’è da vincere la resistenza dei compagni internazionalisti. Costoro a Cremona non erano gente qualsiasi: c’era Giovanni Bottaioli, che è stato a lungo il direttore di “Battaglia Comunista”, c’era XXXX che aveva lavorato con Seniga; insieme al fratello aveva lavorato nell’ufficio illegale del Partito Comunista d’Italia fino a quando entrambi erano emigrati in Francia, c’era Rosolino Ferragni, che aveva fatto i suoi ventitré anni di galera eccetera. A Cremona c’era non solo una presenza di militanti di base ma anche di quadri qualificati. Convincere questi compagni a lavorare in qualcosa che non era il Partito Comunista Internazionalista non è stato facile, e Montaldi non aveva nessunissima voglia di fare qualcosa di diverso, noi non avremmo aderito (con “noi” intendo Alquati, il sottoscritto, Gherardo [?] e altra gente che aveva aderito almeno in linea di principio a questo gruppo, elaborando anche una piattaforma iniziale). Insomma non è stato facile, e non tutti hanno aderito, come Armando Parlato, accusandoci poi di marxismo scientista, tecnocratico e qualcos’altro (credo in riferimento all’uso marxista della sociologia, e perché leggevamo la rivista dell’Olivetti e il libro di Dora Mitrani [?] ed eravamo molto interessati al problema che anche la Ria Stone [?]). Qualcuno non ci sta, altri ci stanno, ma non da subito; in un certo senso la proposta che fa Montaldi, che è quella di confrontare e di mettere tra parentesi le diversità ideologiche che in quel momento ci separavano; questa messa tra parentesi era per lui anche un modo per smettere di parlare come allora si faceva normalmente nei gruppi della sinistra comunista, in cui si squadernava la rispettiva piattaforma, che comportava delle compatibilità irrinunciabili (e con i bordighisti si faceva alla svelta ad arrivare lì, con gli altri si andava un po’più in là). Per farla breve, ci sono state un sacco di riunioni, anche qui a Milano (la prima scarpa picchiata sul tavolo non è stata quella di Krusciov bensì quella di Bottaioli, che una volta si è cavato una scarpa – era presente anche Ria Stone – e la voleva picchiare in testa ai suoi compagni di partito, perché non volevano i bordighisti). Non era possibile lavorare se non di nuovo mettendo tra parentesi le varie appartenenze. Si decise allora che ci sarebbe stato un lavoro nelle fabbriche e nelle situazioni, con i contadini eccetera eccetera, a Cremona ma non soltanto. C’erano dodici operai che avevano aderito (e sarebbe interessante spiegare il perché della loro presenza). C’erano anche dei capilega, Marchi e delle altre persone, che erano degli internazionalisti ed erano tornati in campagna ed erano di nuovo andati a lavorare nelle cascine (dopo il primo esodo verso Milano del ’53, c’è stato una specie di ritorno, qualcuno era tornato: sono storie che in parte sono state ricostruite nell’introduzione a Milano Corea). Immediatamente si è posto il problema del dentro o fuori. Dentro o fuori che cosa? Fuori questione era un’internità al partito. Ma rispetto al sindacato la questione era tutta diversa. Quindi decidemmo di darci una sorta di denominazione strana: Corrente di Unità Proletaria. In effetti, dall’inizio fino ad arrivare all’incirca fino al febbraio del 1959, fino all’uscita del primo numero del giornale, tutti i volantini (una ventina circa, e ognuno corrispondeva rigorosamente a una certa situazione di lavoro di fabbrica) sono firmati come Corrente di Unità Proletaria. In realtà non eravamo proprio corrente di niente, c’era stata soltanto l’ipotesi di poter entrare a lavorare nel sindacato sulla base di una linea di condotta di classe, sotto precisa richiesta degli operai che facevano parte del gruppo, andando a verificare se sulla base di questa sorta di piattaforma che proponevamo agli operai si poteva farlo. Questa è stata una costante della situazione di esternità che il gruppo aveva rispetto alle organizzazioni del movimento operaio, e questa prova continua alla quale siamo stati sottoposti ha anch’essa dei significati politici e racchiude dei fenomeni socio-politici rari (nel senso dei gas rari), sottili e molto significativi. Gli esami per noi non finivano mai: è stato un continuo riproporsi di questa richiesta da parte degli operai che facevano parte del gruppo di dimostrare che noi non eravamo anticomunisti, non eravamo antisindacali. In capo a un anno, l’esternità del gruppo divenne un fatto accettato (“L’Unità” il 12 settembre 1958 fa comparire una formale diffida nei nostri confronti).

Una storia diversa è quello che successe nel sindacato. Avevamo, tra gli operai che frequentavano in quel momento il gruppo (vi erano stati portati da Montaldi e dagli internazionalisti), due o tre responsabili sindacali e parecchi membri di Commissioni Interne. Anche in questo caso abbiamo dovuto passare gli esami: alcuni di questi operai avevano chiesto e, con una certa sorpresa, ottenuto dalla segreteria cremonese della CGIL che si arrivasse a degli incontro con noi, con il gruppo esterno, per trattare un nostro eventuale ingresso nel sindacato. Montaldi rispose che noi saremmo entrati nel sindacato solo se eletti, revocabili eccetera eccetera. C’è stata quindi nuovamente questa sorta di verifica fatta nei nostri confronti, che acquista significato nella sua modulazione. I movimenti interni, I micromovimenti apparenti in questa continua trattativa degli operai nei nostri confronti, nei confronti del sindacato, tutto un giro che sarebbe non solo interessante per un sociologo ma addirittura fondamentale, perché gli fornirebbero una mappatura di reciprocità interne tutt’affatto secondarie – Danilo ne ha parlato qua e là – e che possono dirla lunga sui comportamenti di classe. Discutere nel gruppo di una serie di problemi con gli operai presenti nel gruppo, che danno contro, e che però poi riutilizzano i tuoi stessi argomenti in sezione, nel sindacato, che poi te lo ripropongono, in un giravolta, questo non sarà sufficiente a spiccare una teoria, ma per chi ci sa leggere dentro come Montaldi sapeva fare, diventano abbastanza importanti, e non banalmente per strutturare una teoria della quotidianità della classe.

In linea generale, l’obiettivo di questo periodo è stato quello di radicarsi nelle fabbriche (l’espressione è anacronistica, io la uso qui tanto per intendersi, essendo nel frattempo diventata corrente: per contro, allora nessuno di noi parlò di radicarsi nelle fabbriche). Di vero e proprio radicamento non possiamo parlare se non in tre casi dove riuscimmo davvero a lungo ad avere dei compagni che facevano parte del gruppo e che lavoravano dentro le fabbriche: alla Sperlari (dove vennero licenziati purtroppo tutti e due a causa della loro appartenenza al gruppo), alla ceramica Goi e all’Ufficio Tecnico comunale di Cremona, che è stata in qualche modo l’esperienza paradigmatica del nostro intervento. L’Amministrazione di Cremona era di sinistra, e perciò c’è stata la situazione con il compagno padrone (sul n. 5 del giornale è raccontata estesamente).

Il n. 5 di “Unità Proletaria” è stata una cosa molto importante per Montaldi e per tutti noi: la minuzia con cui viene descritta la vicenda dell’Ufficio Tecnico comunale ha a che vedere con una storia di scrittura operaia, perché noi avevamo lì alcuni compagni con i quali si era lavorato per due anni contro l’Amministrazione social-comunista, con volantini, occupazioni eccetera. Alla fine succede il patatrac: questi due si fanno incantare e, all’insaputa del gruppo, fanno una lista autonoma e ci sbattono dentro uno ch’era stato anche fascista, poi si pentono, tornano indietro. Noi ci proponiamo di scrivere questa storia complicata, e un operaio salta su a dire: “Ma io l’ho già scritta tutta”. Arriva lì con alcuni quaderni di quelli neri, vecchi di una volta, e ponderosi, nei quali egli aveva scritto non soltanto la storia degli avvenimenti ai quali aveva partecipato con il gruppo, ma aveva scritto da quando era andato a lavorare, tutta la storia con quella minuzia che voi ritrovate in quel numero del giornale. Noi non l’abbiamo specificato, perché sarebbe stato fare dell’oreficeria, ma in realtà vi abbiamo aggiunto ben poco; fondamentalmente l’abbiamo discusso con lui. E questa non è stata l’unica volta, è stata soltanto la prima volta, in cui si era scoperto che gli operai scrivevano. Danilo aveva incominciato con la ricerca della poesia, della letteratura operaia, è una cosa che viene da lontano. In questa scrittura operaia c’è una sorta di preoccupazione che non vada perso davvero niente di ogni piccola ruga, di ogni piccola sollecitazione interna di ciò che sta succedendo. Quello pubblicato sul n. 5 del giornale è stato un riassunto fatto con il permesso e con l’assistenza continua di questa persona, le aggiunte sono state discusse, alla fine è venuta fuori una cosa ibrida. Credo che si potrebbero trovare ancora cose di questo genere, ma credo che chi volesse fare delle valutazioni meno all’ingrosso di quelle che sto facendo io adesso, potrebbe trovare un modo di porsi verso ciò che accade e di descriverlo che non dico sia caratteristico della classe operaia, per l’amor di dio, ma nel quale si può trovare un certo ripetersi di moduli.

Salto subito al febbraio ’59. Il periodo delle fabbriche si conclude. Il passaggio dai volantini al primo numero di “Unità Proletaria” segna una faglia, un punto di evoluzione. Cambia tutta questa esperienza che vede almeno tre attori: il Gruppo, il sindacato e una parte degli aderenti al gruppo. I contatti con il sindacato sono andati male e chi è stato dentro ha constatato che non si può militare non solo nel partito, non parliamone, ma neanche nel sindacato, se si vuole agire su di una piattaforma di classe. Questa storia è chiusa e si può passare a una seconda fase della vita del gruppo, cominciata in realtà nel dicembre del ‘ 58 e appalesatasi con l’uscita del primo numero del giornale, come detto, nel febbraio successivo.

[Accenno alla riunione del 20-21-22 marzo 1961, con Pouvoir Ouvrier.]

L’ha detto anche Fortini, Unità Proletaria è stato una sorta di crocevia; in questo gruppo siamo andati e siamo venuti, ma nulla di tutto questo sarebbe successo senza Montaldi; la sua grande capacità è stata quella di riuscire a tenere in mano tutte queste cose, nel senso di farle diventare significative per chi le riceveva e non soltanto per noi. Fingiamo in questo modo di essere arrivati al ’62, ovvero al momento in cui il gruppo finisce.

RIODINADIARIO di E. A. 2002

2 gennaio

Fiameni Ieri è venuto a pranzo con Anna. Mangia con appetito e mi racconta due comiche storie che risalgono alla sua adolescenza:

– A quei tempi – quelli del fascismo – le ragazze che andavano a lavorare nei campi venivano accompagnate al lavoro da una anziana zitella sessantenne che aveva il compito di sorvegliare  sulla virtù delle più giovani. Questa figura  era  vera istituzione nelle famiglie contadine. Era di solito una zia che non si era sposata. E che succede una sera, alla fine del lavoro, quando tutte le ragazze erano già salite sul camion per tornare a casa? La guardiana della loro illibatezza  non si è presentata all’appuntamento. Sconcerto, preoccupazione. Poi si venne a sapere  che si sposava con un ricco fattore di un paesino vicino.

– Degli immigrati italiani lavorano in Inghilterra negli anni Cinquanta. Sono in tre (tra cui lui), muratori.  Un giorno decidono di farsi accompagnare in auto tutti e tre  ad aspettare la sposa per procura di uno di loro che, proveniente dal Sud [?], sarebbe sbarcata a Dover. Arriva. E’ una “tombolotta”  silenziosa e  piacente.  Sale in auto accanto al futuro sposo assieme agli altri due e all’autista. Siccome il viaggio è lungo, per strada  i tre uomini vogliono fermarsi ad un bar per bere finalmente un caffè italiano. La donna resta in auto con  l’autista. Quando ritornano dal bar, i tre s’accorgono che l’auto è scomparsa. Aspettano.  Si preoccupano. Vanno a denunciare il fatto alla polizia. Poi il giorno successivo vengono a sapere che  l’autista e la donna appena arrivata in Inghilterra   si sono messi assieme. Per lei l’uomo ha persino abbandonato la moglie, che ha tentato  il suicidio buttandosi nel fiume, salvata però da un pescatore.

Mi parla anche del convegno su Montaldi che si preparerà in primavera (“Magnaghi farà un intervento su “Milano, Corea”, io  la storia del gruppo di Cremona, se ci sarò. Altrimenti ci siete voi…”). Ci ritroviamo un attimo in disparte noi due soli in cucina. Il discorso cade sulla situazione di impotenza politica e sul fallimento della sinistra.  Gianfranco mi dice che Danilo forse se lo sentiva addosso. Mi racconta del suo ultimo incontro con lui a Cremona, prima che partisse per le vacanze da cui sarebbe tornato morto. Si videro in un’osteria. Danilo era taciturno. Quando uscirono in strada, dopo che si erano già salutati, Danilo lo richiamò per dirgli: «Sai cosa è stato il nostro lavoro politico? Io e te abbiamo cercato di fermare una valanga con un dito…».

20 ottobre

Fiameni A Cremona per fargli visita. Durante la conversazione mi riferisce (ricostruisco dopo a memoria) :

– sulla mamma novantasettenne di Danilo che sta per morire: sono stati con lei Gabriella, la vedova di Danilo, e il nipote Nicola. Anna (Cesari), sua moglie, la sta assistendo in questi ultimi anni;

– sul rapporto Fortini-Montaldi: mi dice che non era buono; Montaldi non volle partecipare  alle riunioni di fondazione dei Quaderni Piacentini; mandò lui a sostenere la posizione del gruppo di Cremona: ci voleva un impegno più politico e un rapporto con gruppi di lavoratori. Quando gli dico che una volta Fortini aveva definito Montaldi “il Victor Serge del movimento operaio italiano”, sbotta. Per lui Fortini era troppo diffidente verso l’anarchismo e non capiva che era una componente essenziale, pur con tutti i suoi difetti. Concordo sul fatto che Montaldi avesse un’esperienza ed una cultura più legata alla condizione operaia e proletaria, mentre Fortini si era modellato sulla grande cultura borghese europea;

– sulle letture e sulla formazione letteraria e artistica di Danilo: mi racconta di quando sedicenne, subito dopo la guerra, assieme ad altri studenti aveva occupato un palazzo della Gioventù del fascio e cominciato a preparare uno spettacolo teatrale su un testo di Saroyan. In quell’occasione un pittore (?), che lavorava con Strehler e che poi divenne cieco, arrivò assieme ad un signore con un berretto, il quale si mise in un angolo e seguì tutte le prove senza parlare. Era Danilo. Uscendo poi assieme, Danilo gli chiese se leggeva. Gli suggerì un libro di Bruno Traven, uno pseudonimo di un autore americano. Il libro era Il tesoro della Sierra madre, forse edito allora da Longanesi. Questo modo di approcciare uno che non si conosce (“Tu leggi?”) a Gianfranco fa venire in mente il padre di Danilo, ferroviere anarchico [1], che in questo modo si era rivolto ad una graziosa signorina (che poi diventerà sua moglie?) incontrata sul treno: “Signorina, lei legge?”.  E le aveva  dato o proposto Germinal di Zola. Un elenco dei libri della biblioteca di Danilo esiste e si può esaminare. Gianfranco  mi dice che Danilo, anche grazie al lavoro di traduttore che svolgeva alla Feltrinelli, leggeva tanto e passava suggerimenti di letture agli amici. (Lo si capisce anche dal suo carteggio con il pittore Guerreschi). Una volta polemizzò contro un tizio del PCI. Costui sosteneva che Marx non aveva mai scritto una poesia o un romanzo. Invece un romanzo giovanile di Marx  diciannovenne, intitolato «Scorpione e Felice», c’è. Danilo aveva letto con passione «Se questo è un uomo» di Primo Levi. Poi aveva scoperto e fatto conoscere a Gianfranco «L’espèce humaine» di Robert Antelme. Lo trovava più intenso.  Mi dice che Antelme era stato a lungo il compagno di Marguerite Duras e che è morto anche lui suicida, non riuscendo a sopportare i morsi della memoria di deportato. Fra gli autori preferiti di Danilo centrale era Brecht con la sua passione per la dialettica. E mi cita un detto: «Quando hai ragione sbagli tre volte. Una prima volta…», che non sono riuscito però a ricordare e non so dove trovare. Ma le letture  su cui Danilo più tornava erano quelle di Marx, Engels e Lenin. Gianfranco dice che qualcosa di queste letture  salterebbe fuori anche dall’esame degli scritti sull’arte di Danilo. Ricorda la sua grande attenzione per l’espressionismo tedesco. Era rimasto impressionato da Barlach e gli mandava cartoline con le riproduzioni delle sue opere. Di cinema gli piaceva quello che arrivava nel cineclub del dopoguerra: Eisenstein soprattutto. Gli piacevano molto anche i film con Jean Gabin.

dei suoi rapporti con Castoriadis e con Lyotard. Il primo era un buongustaio e, quando andavano a Parigi, si facevano  invitare: «Quello non ci portava mai in una bettola, ma in ristoranti famosi»… Di Lyotard mi dice: «Ha avuto un’esperienza come la tua, si è risposato con una giovane». E poi mi racconta un episodio accaduto attorno al ’62. Lyotard lavorara per FLN dell’Algeria e lo incaricò di portare una lettera compromettente ad un militante algerino perché si sentiva pedinato. Gianfranco accettò ma, giunto  al luogo dell’incontro (quale?), incappò in una retata organizzata dai flics e sfuggì per un pelo con un piccolo stratagemma, fingendo di   dover prendere un taxi in fretta. Poi ancora in giro a cercare di consegnare quella lettera scottante. Entra in una stanza con quattro algerini, chiede della persona, quelli tacciono. Allora tira fuori la lettera e uno di loro l’afferra e gli grida concitato: Allez! Allez! Poi  a Algeria liberata gli fu proposta anche un’onorificenza.

[1] Da una testimonianza attendibile non risulta però che il padre di Danilo fosse anarchico.

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