Le masse sono coglione? Un appunto

di Ennio Abate

“anche perché le masse hanno sempre meno capacità di usare il pensiero critico (che erano già scarse, proprio perché masse”

“se crescono ancora più rincoglionite di quel che già sono, queste generazioni, tanto di guadagnato anche per chi governa (per conto terzi), no?”

“Quindi come bisogna stare in campana sul fronte sanitario […] così meglio stare in campana anche su quello politico e sociale. Questo punto di vista dà fastidio a qualcuno?” (Alberto Rizzi su POLISCRITTURE FB)

Le masse sono viventi come noi che non riusciamo a raggiungere coi nostri discorsi e di cui non riusciamo a intendere i bisogni. Non è che ” hanno sempre meno capacità di usare il pensiero critico […] perché masse”. Cioè per un fatto di natura (i quadrupedi o i serpenti non possono volare, volano gli uccelli). Il fatto è che le condizioni materiali e spirituali in cui conducono la propria vita ( o sopravvivono) impediscono che il *loro pensiero critico* possa esprimersi nelle forme simboliche riconosciute e maneggiate soltanto da una parte degli umani ( gli specialisti, i colti, gli informati). Sì, il rincoglionimento della masse è uno degli strumenti per governarle (=tenerle sottomesse) Il dis-coglionimento delle masse (alias processo di educazione per aiutarle a liberarsi dai paraocchi e dalle condizioni di miseria, d’ignoranza, di asservimento ai miti e alle ideologie di quanti considerano naturale e insuperabile l’essere masse) dovrebbe essere un obiettivo politico prioritario, indispensabile. Altrimenti perché si dovrebbe “stare in campana”?

46 pensieri su “Le masse sono coglione? Un appunto

  1. Posto qui il commento che ho appena inserito nella pagina FB. Là la tua risposta (dalla quale ho preso spunto) è più articolata che qui; però penso che chi ha voglia di partecipare possa trovare sufficienti spunti anche così.

    Beh, s’è capito da altri commenti, che io sono “qualitativo” e tu “quantitativo”. Però è corretto il tuo identificare la “massa” con un essere vivente; parliamone.

    Intanto non è vero che le masse non si raggiungano con i discorsi e non se ne conoscano i bisogni: ci sono persone che li conoscono benissimo e riescono a trovare le parole per tirare le masse dalla loro e direi che la situazione politica (e sociale) attuale ce ne dà un ottimo esempio. Mi permetto quindi di correggere la tua affermazione in questo modo: “…non riusciamo a raggiungere coi nostri discorsi, per poter far loro comprendere quali sono i bisogni reali”.
    Se ragioniamo in questo modo, la domanda successiva è “Perché noi non ci riusciamo e chi vuole manovrare le masse, invece ci riesce benissimo?”. La risposta è “Perché più cresce il numero degli individui coinvolti, in una determinata realtà, più prevale lo spirito del branco. Chi vuole controllare il branco, non si preoccupa degli individui e gioca sugli istinti; chi vuole “elevare” gli individui potrà raggiungerne una minoranza, ma non potrà mai “elevare” l’intero branco; anche se eventuali cambiamenti si riverbereranno su tutti i componenti. È una legge di Natura e lo so che voi Positivisti (ideologicizzati compresi) la Natura avete tentato di stuprarla in tutti i modi, ma non c’è niente da fare: è così e fatevene una ragione. Triste, perché vi mette davanti a un fallimento lungo almeno un secolo e mezzo, ormai; e sappiamo che se errare umano, perseverare è diabolico e continuare a perseverare è stupido. Però va così.

    E allora? E allora, certo, “…le condizioni materiali e spirituali in cui conducono la propria vita (o sopravvivono) impediscono ecc. ecc.”. Ma esiste una cosa che si chiama libero arbitrio e che fa sì che, volendolo, chiunque possa prendere coscienza. Volendolo. Perché se non lo si vuole (e questo vale anche per chi non sopravvive, ma vive – materialisticamente parlando – alla grande), non si va da nessuna parte, anche se tutto ciò che serve viene sciorinato e infilato in bocca a tutti. Proprio il fallimento (da questo punto di vista) dell’istruzione obbligatoria sta lì a dimostrarlo: si sono dati a tutti almeno gli strumenti di base per comprendere le cose e attivare ‘sto pensiero critico; ma le cose non sono cambiate e la percentuale degli acculturati (cioè quelli in grado di approfondire davvero un argomento) è cresciuta, rispetto ai secoli passati, ma non in maniera significativa. Le persone in grado di comprendere un’opera d’arte oltre la sua superficie non sono percentualmente molte di più che nel Rinascimento, per capirci; e questo vale in tutti gli ambiti. Triste anche questo, ma è così. Legge naturale: tutti i lupi sanno cacciare, ma solo due o tre nel branco possono davvero organizzare la caccia in gruppo.

    Lo so che volete salvare tutti: lodevole, anche se probabilmente è solo un riflesso dell’essere animali sociali, quindi tendenti a mettere il gruppo davanti a tutto, anche a se stessi. Però non è possibile e probabilmente, oltre a essere un “rilesso sociale”, è anche un riflesso del concetto Monoteistico di salvezza universale, applicato alla vita di ogni giorno: proprio la mancata reazione all’apocalisse (nel senso originale del termine) offerta dall’appena passata quarantena sta lì a dimostrarlo. Triste, ma vi sbagliate; e non è che sbagliate le strategie o le tattiche per riuscirci: sbagliate a pensare che sia possibile.

    1. @ Alberto Rizzi

      Alcune precisazioni/obiezioni:

      1. « s’è capito da altri commenti, che io sono “qualitativo” e tu “quantitativo”.».

      È una tua semplificazione. Continuo a parlare di dialettica io/noi, che è anche (o potrebbe essere) dialettica tra “qualitativo” e “quantitativo”.( Mi risparmio i numerosi esempi che ho portato spesso, anche parlando dei “moltinpoesia”).;

      2. « non è vero che le masse non si raggiungano con i discorsi e non se ne conoscano i bisogni: ci sono persone che li conoscono benissimo e riescono a trovare le parole per tirare le masse dalla loro e direi che la situazione politica (e sociale) attuale ce ne dà un ottimo esempio. Mi permetto quindi di correggere la tua affermazione in questo modo: “…non riusciamo a raggiungere coi nostri discorsi, per poter far loro comprendere quali sono i bisogni reali”.».

      Anche questa sembra una tua semplificazione e distorsione di quanto ho detto. Io ho scritto: « non riusciamo a raggiungere coi nostri discorsi e di cui non riusciamo a intendere i bisogni». Manca nella mia frase l’atteggiamento da “maestri” che “fa comprendere quali sono i bisogni reali”. Io parlo proprio di non comprensione dei bisogni da parte “nostra”. E non ho neppure fatto la tradizionale distinzione tra bisogni reali o “superflui”.

      3. « la domanda successiva è “Perché noi non ci riusciamo e chi vuole manovrare le masse, invece ci riesce benissimo?”. La risposta è “Perché più cresce il numero degli individui coinvolti, in una determinata realtà, più prevale lo spirito del branco.».

      Sì, questa è la tua spiegazione della “nostra” difficoltà di parlare alle masse. Svela forse anche una certa ammirazione o “invidia” da parte tua per chi «riesce benissimo» a «manovrare le masse». Che non è, però, un ‘parlare alle masse’ per valutare i loro bisogni. Né un far crescere in loro quel *pensiero critico* coatto o congelato o represso che io – fino a quando non se ne sa di più – io tendo a non negare alle masse. E perciò respingo almeno la troppo facile metafora delle masse “coglione”. Manovrarle è, dunque, un modo menzognero di mantenerle sottomesse e ignoranti. (E questo tu stesso lo riconosci se dici che costui « vuole controllare il branco, non si preoccupa degli individui e gioca sugli istinti») .

      4.
      « chi vuole “elevare” gli individui potrà raggiungerne una minoranza, ma non potrà mai “elevare” l’intero branco; anche se eventuali cambiamenti si riverbereranno su tutti i componenti. È una legge di Natura e lo so che voi Positivisti (ideologicizzati compresi) la Natura avete tentato di stuprarla in tutti i modi, ma non c’è niente da fare: è così e fatevene una ragione».

      Questo è stato da sempre il punto di massimo contrasto tra la tua visione che contrappone minoranza a masse (o branco) e fa del contrasto tra le due polarità «una legge di Natura» e la mia, che evita questa contrapposizione. Aggiungo: non la nega nella sua evidenza empirica, ma la ritiene un dato storico che può/deve mutare col tempo. Ed è curioso (e scorretto) che tu parli con sprezzo di «voi Positivisti (ideologicizzati compresi)» mentre sei tu il positivista che appunto si appella ad una «legge di Natura».

      Per finire. Certo, in questo momento la tua posizione è di moda e ha il vento in poppa. Puoi anche gongolare e sbeffeggiare («fatevene una ragione…fallimento lungo almeno un secolo e mezzo.. perseverare è diabolico e continuare a perseverare è stupido». Ed io/noi potrei/potremmo dire che un secolo e mezzo è poco per mettere una pietra sopra a un movimento reale, che comunque ha mutato parecchie cosette e ha permesso di imporre certi ragionamenti impensabili in secoli passati. E che anche la Natura muta e si trasforma (o si distrugge) con il genere umano; e non è detto che non siano riservate sorprese che contraddiranno la tua sicumera. Si vedrà o vedranno i nostri nipoti. Al momento non è sicuro chi di noi sbagli a pensare.

      1. 1 e 2) – Semplifico, sì. Purtroppo. È il limite dei social e, più in generale, della rete: o si semplifica cercando di essere più precisi possibili, o si sparano dei pistolotti profondi e interessantissimi, ma che stroncano dopo i primi tre paragrafi. L’approfondimento rimane appannaggio di situazioni “3D”: quanto vorrei che tu fossi mio antagonista in una presentazione di “Poesie incitanti all’odio sociale”, o “Achtung Banditen…”. Lì sì che si potrebbe approfondire…

        2) – Qualcosa contro i “maestri”, o contro chi almeno si ingegna di capire i problemi altrui e suggerire soluzioni? No perché da alcuni anni sto notando la vergogna dietro la quale si trincerano molti che sono artisti, soggetti acculturati, ecc.: e che si sforzano di negare (“per carità, io non sono un…”; e poi scrive/compone/disegna cose meravigliose); quanto ha colpito la denigrazione del merito, che contraddistingue la società nata dai ribaltoni economici e sociali del XVIII secolo…

        3) – Nessuna ammirazione o invidia verso costoro; giusto per non far venire certi dubbi in chi mi legge. Semmai una buona dose di rabbia. Giudizio decisamente superficiale; mi conosci poco, temo.

        4) – Oh, qui bisogna intendersi sul termine. Per me “Positivista” (e “Illuminista”) è colui che ha puntato la sua conoscenza solo su quel limitato segmento di avvenimenti misurabili dai cinque sensi fisici; e riproducibili in situazioni (quelle laboratoriali) che sono totalmente slegate dalla realtà naturale. Col risultato che tutto ciò che sta fuori da tali parametri, non esiste o è una truffa.
        Paraocchi nati dall’aver sostituito il concetto di divinità (che non è quello sostenuto dal Papa…), con quello dell’infallibilità della scienza. Sostituirono un qualcosa di assoluto con un qualcosa di altrettanto assoluto, anche se vincolato ad altri parametri; e questa visione trasferirono poi anche al sociale e al politico. Dei piccoli talebani insomma…
        La fisica quantistica si sta incaricando di mettere un po’ a posto le cose; ma questo per dire che non sono Positivista, proprio perché mi richiamo alle leggi naturali: che rientrino o meno nei loro parametri.

        Infine (pur se non sono certo il tipo che butta via tutta e completa una determinata esperienza o teoria, se no sarei un Manicheo come gli altri…) opponendo alla tua chiusura circa le mode e i venti in poppa una citazione dai “Nomadi”: “E voi intellettuali non avete mai discusso / di come torna l’onda alla fine del riflusso”. E scusate se i Nomadi non sono Lacan, o Derrida, o…

  2. Vorrei portare un mio rapidissimo (e pur succinto) contributo a questa discussione, anche sulla scorta degli studi psico-sociologici.
    Il principio che mi guida è quello di imparare a individuare le differenze, pure al fianco della ricerca (oggi spasmodica ai fini, appunto, di ‘omologazione di massa’) delle sole uguaglianze.
    Le differenze ci sono utili per determinare le diverse dinamiche che sottendono i gruppi nonché le loro spinte.
    Dunque ci sono:
    a) Le masse. Sono più affini all’orda primitiva anche se, parlando di ‘genere umano’, pur rimanendo dominate da una preponderante parte istintuale, portano in sé anche tratti della evoluzione maturativa della nostra specie. Le masse, di per sé, sono ‘acefale’ e si muovono a seconda dei bisogni che sorgono all’interno del gruppo, bisogni ondivaghi che non si strutturano secondo un pensiero, un progetto (che implica avere accesso ai concetti di tempo e spazio e pertanto contemplare il cambiamento): infatti pensiero e progetto appartengono all’individuo il quale, eventualmente, le potrebbe guidare. L’individualità però viene aborrita all’interno della massa perché implica trovarsi a confronto con l’Altro (il ‘diverso’) e quindi alla possibilità di un cambiamento.
    Pertanto, la tipologia dell’individuo che può essere tollerata dalla massa (senza venire da quella espulso o reso ininfluente) è o il leader oppure il tiranno: il primo, che le può portare verso qualche cosa di nuovo (ma i cui effetti, come la Storia ci ha insegnato, durano poco); il secondo, invece, che le tiene assoggettate nello status quo; ciò rischia di diventare una situazione più duratura in quanto le masse vi si adeguano (a volte anche mugugnando) a condizione però di vedere soddisfatti i bisogni definiti basilari (e qui ci vorrebbe un lungo discorso per definire quali essi siano, ma, grossolanamente li possiamo distinguere se ‘primitivi’ o ‘evoluti’).
    b) Il popolo. A differenza della massa, è più strutturato in quanto ha una sua identità veicolata da un pensiero (la sua cultura) che ne definisce i contesti (storia) nonché i confini (territori). I bisogni del ‘popolo’ cercano di essere soddisfatti impegnandosi comunque a proteggere il proprio patrimonio culturale percepito come fondante del proprio gruppo. A fronte di ciò si configurano i valori specifici sui quali poi si articoleranno le ‘grandi narrazioni’.
    c) I cittadini che sono gli abitanti della civitas, termine che indicava una ulteriore fase del processo evolutivo della società in quanto includeva, accanto alla visione politica, anche una regolazione giuridica per poter appartenere all’insieme dei cittadini romani. Inizialmente designava la città-stato corrispondente alla pòlis dei greci.
    A questo si aggiunsero le ulteriori specificazioni ‘interne’ di ‘casta’, ‘ceto’ e ‘classe’, quest’ultima diventata un pot-pourri di significazioni.
    Ciò a cui assistiamo oggi, e lo dico con molto rammarico, è quindi un processo di regressione pilotata verso una condizione di massificazione. Quindi non si tratta del fatto che “le masse sono coglione” bensì di un sistematico lavoro di privazione delle capacità critiche dei cittadini e della possibilità di esprimere le loro potenzialità in quanto vengono continuamente bombardati da angosce primitive sollecitate dal terrore e dalle punizioni. E’ così che ridiventano “masse” con tutte le dinamiche che più sopra ho esposto.

    1. Esatto.

      Il problema è che questa “regressione pilotata” si innesta, secondo me, in un terreno già molto fertile… In altre parole più che una regressione è un potenziamento delle qualità negative della massa, allo scopo di meglio controllarla.

      Quanto alle divisioni che lei riporta, sono vere: ma parlando di grandi numeri, prevale sempre il lato istintuale “di pancia”, piuttosto che quello dettato da un’analisi critica dell’esistente. Certo, più si restringe il numero (“massa” è termine generico e “cittadini” implica un numero minore che “popolo”) più è possibile che emergano gli individui dotati. Però non dimentichiamo che non necessariamente chi è “dotato” segue anche i principi dell’etica; così che chi non lo fa, ha buon gioco nel tirarsi dietro – giocando sull’irrazionalità del numero – dette masse: distruggere è sempre più facile e rapido che costruire. L’esempio di Alcibiade, se guardiamo proprio a quella che viene considerata la culla della democrazia, è illuminante.

  3. A proposito diNatura, bisogni e masse “coglione”…

    SEGNALAZIONE

    Moria, brucia l’inferno d’Europa
    di Iasonas Apostolopoulos
    (https://www.dinamopress.it/news/moria-brucia-linferno-deuropa/?fbclid=IwAR2DqEyA-4ztVQXR-iMBLenbL8Eth8MorzGce4jaTnCWEBcGiQk9WnYnQoc)

    9 settembre 2020

    Nella notte è divampato l’ennesimo incendio nel più grande campo profughi d’Europa. Questa volta, però, è quasi tutto distrutto. Probabilmente sono stati i rifugiati a chiudere il centro. Circa 13 mila persone sono in strada. È il momento di rispondere ai loro bisogni e garantirne i diritti

    Per l’ennesima volta il campo di Moria è bruciato. Questa volta completamente, così come completa è la distruzione delle vite di 13 mila anime che erano intrappolate là dentro. Per cinque anni in una prigione di fango, spazzatura e violenza, uomini, donne e bambini hanno vissuto un inferno quotidiano sperando che la loro vita non proseguisse come prima.

    Moria è molto più che un’esistenza in tende sporche, senza elettricità, senza fognature e senza acqua a sufficienza. Moria è un luogo in cui i bambini rifugiati sono costretti a prostituirsi per sopravvivere. Moria è un luogo in cui le donne camminano in gruppi di dieci o dormono con i pannolini perché hanno paura di essere stuprate mentre vanno in bagno. Moria è un luogo di accoltellamenti, tratta di esseri umani, suicidi e miseria organizzata dallo stato.

    I confini greci sono i luoghi in cui l’Europa applica la politica di deterrenza più dura e militarizzata con lo scopo di rendere la vita dei migranti il più insopportabile possibile in modo che gli altri non vengano. Tutti e tre i corpi – esercito, guardia costiera e polizia – conducono operazioni contro un “nemico”, la cui unica arma è il proprio corpo e tutto ciò che chiede è il transito verso l’Europa e la protezione internazionale.

    Anche i documenti ufficiali dicono che il sistema dei centri per migranti, degli hotspot, è disegnato con lo scopo di prevenire le migrazioni. Ieri nel campo sono stati rilevati 35 casi di Covid-19. In che modo i richiedenti asilo avrebbero potuto applicare le necessarie norme igienico-sanitarie a evitare il diffondersi del contagio con un rubinetto ogni 1.300 persone? Come avrebbero potuto applicare il distanziamento fisico se vivono in due per metro quadrato?

    Come risposta il governo razzista ha annunciato la militarizzazione completa del campo e la detenzione della popolazione rifugiata, firmando un contratto da 854 mila euro con la più grande compagnia di costruzioni greca, la Aktoras, affinché realizzasse tutto intorno una recinzione.

    È ovvio che questo incubo senza fine non può migliorare. Moria doveva essere evacuato e alla fine lo hanno fatto ieri nella pratica le migliaia di persone impoverite dallo Stato greco, prigioniere di una guerra dichiarata ed esercitata unilateralmente.

    Bisogna stare al loro fianco con tutti i mezzi. Bisogna evacuare subito tutti i campi e soddisfare appieno i bisogni dei rifugiati. Gli Stati sono obbligati a fornire condizioni di vita dignitose ai richiedenti asilo. Mai più Moria, da nessuna parte.

    Iasonas Apostolopoulos è attivista di Mediterranea. Attraverso la sua esperienza nei salvataggi in mare dinamopress ha raccontato l’evoluzione delle politiche di respingimento e criminalizzazione della solidarietà nel Mediterraneo in: Da Lesbo a Mediterranea, la storia di Iasonas Apostolopoulos

  4. Sarò molto sintetico. Cercherò di dare un piccolissimo contributo. Le masse sono già state analizzate a dovere da Freud e Canetti(tanto per citarne due soltanto). A mio avviso ci sono dei fattori di questa società che possono “riconglionire” le cosiddette masse. Non so se tutto ciò è stato studiato a tavolino e programmato dai potenti oppure se è frutto del caos. Può darsi che alcune cose siano state pianificate, mentre altre siano casuali. Naturalmente può darsi che mi sbagli. C’è anche un margine di scelta. Ovviamente c’è anche una alternativa a tutto ciò: uno potrebbe sempre scegliere di esercitare il suo senso critico riflettendo, acculturandosi, diventando almeno lettore forte, diventando consumatore critico, etc etc.

    Ma veniamo molto brevemente a mio avviso ad alcuni fattori di “rincoglionimento”:
    -Creazione di falsi bisogni(Marx)
    -Il medium è il messaggio. Nel caso specifico la televisione riesce a fare ipnosi di massa.(McLuhan)
    -Omologazione televisiva(Pasolini-Scritti corsari) che livella verso il basso e uniforma i gusti dei consumatori
    -Bolla di filtraggio su internet che isola e rende più asociali(quindi più “innocui” e non pericolosi per il potere).
    -Mass media che fanno da armi di distrazioni di massa(Chomsky)
    -Obsolescenza programmata in modo che non finisca il sistema produttivo.
    -Populismo e demagogia da una parte ma anche dirigismo dall’altra nel mondo della politica.

    Siamo tutti omologati. Viene da chiedersi però cosa siamo. Per Pasolini siamo piccolo-borghesi perché la cosiddetta classe operaia si è imborghesita. Per Walter Siti è la borghesia che si è per così dire “proletarizzata”. Guido Morselli nel suo diario scriveva che la borghesia era destinata a scomparire. È certo che se tutto è borghese allora niente è borghese. Personalmente per quanto riguarda il mondo giovanile trovo che oggi ad esempio non ci sia più la fauna giovanile così eterogenea che esisteva a mio modesto avviso negli anni ottanta.

    1. Questo processo di (ulteriore) degrado delle masse è programmata e, come ho scritto nel commento a Rita Simonitto, sfrutta i limiti, la predisposizione delle masse stesse.
      Il caos – entro certi limiti – si può se non pilotare, almeno seguire e sfruttare: basta vedere la soluzione attuata negli ultimi decenni in quegli Stati e in quelle Regioni che si volevano controllare dal punto di vista dello sfruttamento delle risorse e della manodopera: Corno d’Africa, Iraq, Libia, Siria.

  5. In questi interventi si parla di ‘massa’ come se si trattasse ancora di realtà astratto-concrete, di soggetti visti tradizionalmente come un gregge manipolabile a livello politico-culturale, o civile (popolo, cittadini) da élite di pensiero in qualche misura interessate a questa operazione. Mi chiedo, invece, a chi realmente possiamo, oggi, applicare il concetto di massa. Esemplifico: a quelli che seguono i mass-media? A quelli attivi sui social? A quelli che sono soggetti al consumismo? A quelli che alimentano il ‘turismo di massa’? A tutti quelli che fanno politica? Ai tanti che scrivono, dipingono ecc…? A tutti quelli che insegnano o che studiano?
    Restano ancora gli esperti, quelli che oramai guardiamo con sospetto, nei vari settori della cultura, della politica, ma soprattutto nell’economia e nella finanza, nonché nella ricerca tecnologica e scientifica.
    Sono queste, oggi, le élite, e noi che, volenti o nolenti, rientriamo nelle precedenti categorie, siamo ancora la massa, quella destinata a subìre la strategia del terrore perché oramai privati dei nostri strumenti di difesa?
    Quello che ci ha insegnato il corona-virus è che non sappiamo cosa succede nei laboratori di genetica (possiamo affidarci all’etica di questi ricercatori?), così come non controlliamo più il mondo economico-finanziario, e il condizionamento che ci sta creando la tecnologia, o le finalità occulte delle ricerche spaziali legate alle strategie militari. Di cosa stiamo ancora parlando?

    1. Sono portato a ritenere che sia un problema di qualità e non di quantità.
      Intendo dire che all’interno di una grande numero (la “massa”) c’è sempre una “minoranza qualitativa”: vale per i social, per la popolazione di una per quanto ristretta area geografica e così via.
      Perfino nella cultura, ormai, si può parlare di “massa” (pensiamo ai moltissimi che dicono “io non sono uno scrittore, ma ho scritto questa cosa qui”…), all’interno della quale c’è la consueta minoranza che capisce cosa sta facendo, perché e in che modo farlo.
      Ovvio che più la massa si degrada culturalmente, come capacità critica, ecc., più questa minoranza viene osteggiata e svilita.

  6. Mi sono chiesto con che cosa si identifica, oggi, la massa e non che cos’è la massa o la psicologia o la sociologia di massa. Un po’ di attenzione quando si legge e un po’ meno di fretta non guasterebbe!

  7. A mio avviso i suoi interrogativi e i suoi distinguo sono fuori luogo in questa discussione, ma è solo una mia opinione. Preferisco leggere la Treccani che lei. Non fa male a nessuno ogni tanto consultare la Treccani.

  8. Un esempio che permette di trattare il tema ‘masse’ in modi più aderenti alla realtà (politica) di crisi della democrazia ( che una volta si diceva appunto “di massa”) che stiamo vivendo. Lo traggo dalla pagina FB di Stefano Azzarà che insegna all’università di Urbino. Ecco uno stralcio:

    Negli Stati Uniti, che anticipano solitamente come paese guida di alcuni decenni gli sviluppi nelle colonie, si discute da tempo di una diversa problematica. E cioè della crisi oggettiva del suffragio universale, i cui effetti sono spesso irrazionali e deleteri. E da più parti (Brennan, Jones) viene ormai apertamente avanzata una proposta di correzione del suffragio attraverso il metodo “epistocratico” [1], che senza cancellare formalmente l’universalità del diritto di voto assegna però una maggiore responsabilità e un maggior potere ai più competenti, secondo una formula già sperimentata dal liberalismo ottocentesco.
    Sono chiari gli obiettivi e i limiti di classe di questa proposta, che personalmente critico in lungo e in largo nel mio libro in uscita “Il virus dell’occidente”.
    Tuttavia, non bisogna nascondersi il fatto che il suffragio universale è realmente in crisi e si è davvero svuotato di gran parte del suo significato, tant’è che attraverso il suo esercizio è possibile che i subalterni decidano anche per la propria deemancipazione.
    Pagine satiriche famose e provocatorie che propongono di escludere dal voto i mentecatti sono in questo senso specchio di un disagio reale.
    Analfabetismo funzionale, complottismo, diffusione virale di false notizie, sono tutti sintomi di qualcosa che non funziona più da quando si è interrotto il circolo virtuoso della democrazia di massa tramite partecipazione mediata dai corpi intermedi e si è imposto il processo di disintermediazione.
    Ignorare tutto questo è sbagliato e se non sapremo anticipare i tempi saremo travolti ancora una volta.
    Difendere i principi della Costituzione del 1948 e respingere nel referendum l’attentato alla rappresentanza è ovviamente doveroso, sia chiaro. Invece di negare la crisi di significato del suffragio bisognerebbe però affrontarla e analizzarla con lucidità. E alle proposte epistocratiche che sono già arrivate anche da noi (Cassese) – e la cui alternativa è la neutralizzazione del suffragio stesso ossia renderlo uno spettacolo rituale privo di effettiva incidenza sui processi decisionali e uno sfogatoio, come già è in gran parte adesso – bisognerebbe contrapporre sin d’ora una soluzione diversa di questa crisi. Una soluzione che passi non per il presunto primato del sapere e della competenza, che è un modo per disinnescare la politica, ma attraverso una rivalutazione della politica stessa.
    Contrapponendo cioè all’epistocrazia di matrice elitista, ma anche alla attuale democrazia digitale passivizzante, una “politicocrazia” che assegni un peso superiore alla partecipazione attiva e consapevole, in forme non spontaneiste e/o virtuali ma organizzate e mediate che si esercitino in primo luogo tramite il coinvolgimento fisico regolamentato.

    [1]
    L’epistocrazia, stando a quello che se ne scrive, sarebbe il governo non più del popolo, il δῆμος greco da cui la parola democrazìa trae origine, nel quale la maggior parte dei cittadini non solo ignorerebbe le cose basilari ed indispensabili per governare, ma anche se davvero i loro eletti sanno le cose basilari ed indispensabili per governare, bensì di quanti invece sanno, di chi dispone dei mezzi intellettuali per comprendere e scegliere e decidere il destino proprio e di tutti gli altri. In altre parole sarebbe il governo dei dotti, o più precisamente ancora di quelli che hanno una conoscenza certa e fondata, scientifica appunto (https://tessere.org/epistocrazia/)

    1. Bravo, hai toccato un punto fondamentale.

      Se la democrazia è in crisi (ma il rischio c’è sempre stato e non solo nel caso di quella cosiddetta rappresentativa: non a caso ho citato nella risposta a Rita Simonitto l’esempio di Alcibiade), occorre trovare dei correttivi in senso qualitativo.

      Purtroppo il progetto nel quale ci troviamo in mezzo, è quello di distruggere la classe media, riportando la società a una semplice suddivisione in due parti: l’élite (finanziaria in questo caso) e “la massa”. E’ il ritorno al modello pre Rivoluzione francese, con nobiltà e clero da una parte e tutto il resto dall’altra.
      Non è un caso se, abbandonate le ideologie, si sta tornando al fideismo. Le ideologie hanno incanalato le pulsioni della massa verso conflitti che sono stati sfruttati dalle élite economiche e finanziarie per rafforzare definitivamente, attraverso i conflitti sociali e propriamente detti, il loro potere.
      Adesso non servono più e le masse che ci credevano, dopo un secolo e mezzo di fallimenti, non ci credono più: secondo la logica del pendolo, “contrordine compagni!” e indietro di 180°.

      Sfruttando proprio l’acriticità delle masse e la malafede di chi è fuori etica, quando una teoria non funziona, non si cerca di capira quali parti di essa funzionano e quali no, saldandole a elementi di altre teorie: più facile proporre semplicisticamente la teoria opposta; sono passati due o tre secoli, chi si ricorda che nemmeno quella aveva portato il benessere sperato? Basta cambiare qualche parola, così che il nazionalismo adesso si chiama sovranismo… E, fallito il ricorso alla “ragione”, si deve riporre la propria fiducia in Dio: lo vedi che si sta tornando ad ammazzare in suo nome e per altre motivazioni irrazionali, anziché in quello di una classe sociale, no?

      Però, sì, la soluzione sarebbe quella di trovare un metodo per far emergere i “migliori”, i più dotati nei vari campi; purtroppo questo meccanismo ha molte probabilità di essere pilotato da chi fuori etica c’è già e ha progettato questo sfascio: così che ad emergere sarebbero persone dotate ed esperte, sì, ma legate culo e camicia con chi già ci governa e per le quali il concetto di “bene comune” potrebbe essere messo spesso e volentieri in secondo piano.
      Se vuoi un esempio, puoi rivolgerti proprio ora al Veneto: Zaia ha tirato fuori dal cappello un cavallo da corsa, invece del proverbiale comiglio – Crisanti – ma vedi quante critiche si sta tirando addosso dall’establishment. E credimi, lo sacrificherà appena avrà bisogno di un altro tipo di consenso.

  9. APPUNTO 2

    Parto da una domanda: questi nostri appunti e commenti attorno a minoranze, masse, popolo, leader, tiranni tengono a sufficienza conto dei dilaganti fenomeni di populismo che si sono imposti negli ultimi decenni e della crisi mondiale dovuta ad una globalizzazione caotica più o meno controllata o controllabile?
    Io non vorrei rischiare lo scolasticismo. Vanno bene tutti i riferimenti più o meno classici ( Le Bon, Freud, Canetti) o recenti (Laclau, teoria della complessità), ma a patto che non ci disperdiamo in territori troppo vasti, a volte non ben padroneggiati (parlo solo per me).

    Questa discussione che ho riassunto – provocando e scherzando – nella domanda di questo articolo in sostanza ci pone di fronte a tre possibili risposte:

    1. Sì, le masse sono “coglione” o acefale e hanno bisogno di essere domate o indirizzate o manovrate o plasmate da un o dei leader o tiranni;

    2. No, le masse non sono “coglione” ma creative, capaci di costruire progetti e autorganizzazione e possono (alla lunga) fare a meno anche di leader e tiranni;

    3. No, le masse non sono “coglione” ma neppure soltanto o soprattutto creative, costruttive e capaci di autorganizzazione, perché condizionate (dal peccato originale, dalle condizioni di vita a cui la lotta tra dominanti e dominati le costringe, ecc.) e ci vorrebbe una dialettica (tra masse e partito, si diceva agli inizi del Novecento) per procedere verso un salto nella storia che – all’ingrosso – renda le masse meno masse e i leader o i tiranni o le élites meno leader, tiranni, élites. ( È la posizione che io ancora condivido e che nel discorso sul ‘Comunismo’ Fortini definiva con linguaggio oggi disprezzato: «la possibilità (quindi scelta e rischio, in nome di valori non dimostrabili) che il maggior numero di esseri umani – e, in prospettiva, la loro totalità – pervenga a vivere in una contraddizione diversa da quella oggi dominante»).

    Entro l’una o l’altra di queste ipotesi ( con possibili varianti) si dispongono le nostre risposte e sarebbe bene non perderle di vista.

    P.s.
    Sulle posizioni di Rizzi ho già detto la mia e non insisto perché il contrasto è forte e un dialogo costruttivo ( per entrambi) mi pare difficile.
    Nel contributo di Rita Simonitto mi pare che venga troppo convalidata con la solida (ma non monolitica, credo) «scorta degli studi psico-sociologici» quella «paura delle masse» di cui parlò in un libro del 2001 Balibar. Davvero le masse odierne sono così affini all’orda primitiva? O non hanno « accesso ai concetti di tempo e spazio»? O «pensiero e progetto appartengono all’individuo» in esclusiva? E se l’individualità viene aborrita dalle masse, non è che l’individualità ( come si è costruita storicamente) aborrisce altrettanto se non di più o ha letteralmente «paura» delle masse fino a disprezzarle nelle forme tremende che la cronaca (ultima Colleferro) ci mette di continuo sotto gli occhi?

  10. Sempre con l’intento di riportare la discussione al contesto attuale riporto lo stralcio di un post su FB di Pierluigi Fagan, che analizza le cose dal punto di vista della teoria della complessità.

    SEGNALAZIONE

    Pierluigi Fagan
    2 h ·
    RISIKOGESELLSCHAFT (Società del rischio) è un libro del grande sociologo U. Beck del 1986. Beck intercetta una forma problematica delle società di quella che lui chiama “seconda modernità” ed ebbe la fortuna di uscire appena dopo il disastro di Chernobyl. Ma da poco, le società di seconda modernità pur in pieno fulgore di rivoluzione liberale, ancora lontane dalle minacce della crescita cinese ed ancora poco avvertite di quelle climatico – ambientali, migratorie, tecnologiche, debitorie e finanziarie, prossime a festeggiare il crollo sovietico, avevano anche avuto primo impatto col virus dell’HIV-AIDS. Due anni prima del libro di Beck, era morto il filosofo della biopolitica M. Foucault, in fondo egli stesso vittima della sottovalutazione del rischio di contagio tramite rapporti sessuali non protetti, una gestione del rischio letteralmente “fatale”.
    Perché nelle società di seconda modernità aumentano i rischi? Di base, perché l’umanità è passata da 2,5 miliardi a quasi gli 8,0 di oggi. In più, ormai quasi tutta l’umanità ha adottato la forma economica moderna occidentale fatta di scienza – tecnica – idee – capitali, essa stessa basata sul rischio imprenditoriale e la manipolazione un po’ cieca di cose, fenomeni e natura. Infine, questa nuova massiva umanità è sempre più strettamente collegata ed interdipendente, non solo per via della “globalizzazione” che inizierà ufficialmente con la nascita del WTO solo nel 1995. Una rapida inflazione demografica che ha portato una nuova massa intrecciata ad impattare il contenitore terrestre manipolando natura, uomini e forme stesse della società ha creato un mega-sistema soggetto a sempre più numerose e problematiche perturbazioni. Oltre un certo limite i sistemi complessi diventano molto fragili e tendono al caos. Quello che però non ha fatto, ancora oggi, è rendersene conto. Viviamo in un mondo che abbiamo inconsapevolmente e radicalmente modificato, con le mentalità di prima, quando società umane e mondo erano in tutt’altra condizione.
    Come già detto in altri post, sono venti anni che i virologi e gli epidemiologi avvertono del possibile Big One pandemico. Dopo SARS1, Ebola, MERS, influenza H1N1, non ci voleva Nostradamus per avvertire l’infittirsi di rischi di spillover che, per via della struttura globale del mondo, poco ci mettono a trasformare una epidemia locale in globale. Ma chi si occupa di collapsologia o rischiologia ha davanti un lungo foglio a bullet-point con titoli che fanno tremare i polsi. Dall’Evento di Carrington al meteorite non di minima stazza, ad un lungo elenco di problemi ecologici, climatici, sanitari anche non virali, alimentari, idrici, tecnologici, migratori, finanziari, con effetti terribili ed auto-rinforzanti sul piano geopolitico, politico, culturale ed infine sociale. Anche sul piano psichico come da link sottostante sullo studio di The Lancet su gli effetti della pandemia in corso che però non può diventare un perno per la crociata contro le misure di prevenzione, semmai sul loro affinamento e che andrebbero considerate come pezzo di puzzle molto complesso.
    Nulla di tutto ciò è di dominio pubblico, noi non sappiamo affatto a quali treni di rischi crescenti siamo soggetti ed è meglio così forse, visto che questa realistica presa di coscienza si scontra con tassi di ignoranza profonda coltivata scientemente negli ultimi quaranta anni e con “strutture” di interessi politici, geopolitici, economici ed ideologici che non hanno nessuna intenzione di prender atto dello stato di cose e che evitano come la peste che le popolazioni sottostanti il loro potere se ne accorgano. Questa presa di coscienza genera solo “coscienza infelice” poiché impotente sul piano fattivo e malvista sul piano sociale, financo su quello intellettuale.
    Oggi i giornali segnalano che il mitico Woodward rivela che durante numerose sedute di intervista vis à vis con Trump, questo confessava di aver apposta minimizzato i rischi connessi al SARS-Covid2 di cui era ben conscio e nei giusti tempi, con le giuste informazioni, con le giuste previsioni di sviluppo. E cosa doveva altrimenti fare un presidente che si stava avviando a certa e gloriosa rielezione con indici economici ed occupazionali come evento in poppa, nel sapere di esser capitato in mezzo ad un feroce dilemma tra economia e salute? Traccheggiare, che è poi quello che ha fatto. Un po’ di Fauci oggi si domani nì, un po’ di scarica barile sul WHO, rabbia contro i cinesi, un po’ lascia chiudere per poi dare la colpa ai governatori democratici, ma in fondo grato che qualcun altro si sia preso la responsabilità del grave intervento, un po’ fa capire che lui alla mascherina non ci crede, poi magari il giorno dopo se la mette, fa il buon padre di famiglia in conferenza stampa poi un secondo dopo fa il tweet che strizza l’occhio al negazionismo più irrazionale la cui platea gli è stata preparata dallo stratega del marketing politico Bannon . Io, realisticamente, non ci vedo niente di strano.
    Quello che certo non è strano ma sintomatico nel discorso che stavamo facendo è la lontananza dal sano realismo delle genti che subiscono e commentano questi fatti. Gente che nelle discussioni di marzo mi postava le dichiarazioni di Trump come questo pur a capo dell’iper-potenza anche in termini di servizi di intelligence, dovesse aspettare i ritardati bollettini del WHO per sapere cosa stava manifestandosi. E’ questo credere che Trump sia come loro dipendente dai giornali del mattino per sapere le cose, il problema. Questo ignorare profondo la logica dei fatti per altri facilmente reperibili già ai tempi, ignoranza della complessità dei fatti virologici, epidemiologici, geopolitici, politici, della difficoltà di gestione dei fenomeni che ogni potere incontra in questi casi, il problema.

    ( DA https://www.facebook.com/pierluigi.fagan/posts/10222180002384609)

  11. @ Alberto Rizzi
    Riporto: “Il problema è che questa “regressione pilotata” si innesta, secondo me, in un terreno già molto fertile… In altre parole più che una regressione è un potenziamento delle qualità negative della massa, allo scopo di meglio controllarla.” In linea di massima condivido, ma voglio precisare meglio il concetto.
    Vale a dire: proprio conoscendo le “qualità negative” della massa, si è operato irresponsabilmente verso una regressione culturale di portata epocale demonizzando le differenze a favore indiscriminato delle “uguaglianze” e sostenendo attacchi senza quartiere nei confronti dell’individuo propagandato come sporco individualista. Le dinamiche del controllo (e della manipolazione) erano presenti da molto tempo, da quando all’interno del ‘partito dei vincitori’ si era creata la necessità di una legittimazione al potere da parte di intellettuali (molti dei quali intellò dell’ultima ora) i quali avocarono a una certa configurazione politica (per lo più di sinistra) la ‘proprietà indiscussa’ di ogni conoscenza ritenendo ‘feccia’ ogni altro pensiero divergente (all’anima del confronto ‘democratico’!).
    Quanto al “lato istintuale di pancia”, sono d’accordo, precisando che esso è presente anche nei piccoli gruppi e pure nell’individuo che può essere dominato dal camaleontismo, dal trasformismo, dal cambiare alleanze a seconda dei propri interessi, come giustamente viene ricordato citando Alcibiade (ma anche i balletti delle alleanze all’epoca delle Grandi Guerre Italiane verso la prima metà del secolo XVI – da vedersi, a questo proposito il film “Il mestiere delle armi, 2001, di E. Olmi – e non trascurando ciò che accade oggi alla nostra politica). Solo che l’individuo, teoricamente, potrebbe essere più facilmente rimosso, a meno che… a meno che non sia sostenuto dalle masse stesse, alimentate nel loro numero da una abile propaganda. La sagra cui oggi assistiamo è la sagra dei numeri, della quantità delle preferenze attraverso cui si alimenta la spinta ad aggregarsi e ciò a discapito della qualità dei contenuti a cui quei numeri fanno riferimento.

    @ Franco Casati
    Gentilissimo,
    stralcio alcune sue considerazioni.
    a) “In questi interventi si parla di ‘massa’ come se si trattasse ancora di realtà astratto-concrete, di soggetti visti tradizionalmente come un gregge manipolabile a livello politico-culturale, o civile (popolo, cittadini) da élite di pensiero in qualche misura interessate a questa operazione”, considerazione a fronte della quale gradirei alcune precisazioni.
    Che cosa significa “realtà” e “astratto-concrete” ?
    Secondo la mia accezione intenderei che, a partire dalla osservazione delle “realtà” in cui le masse si muovono senza un progetto ma soltanto guidate dai loro bisogni del qui ed ora (unitamente al suffragio della esperienza ‘storica’ che ci conferma questa osservazione), passiamo poi al processo di ‘astrazione’ attraverso il quale facciamo ipotesi: ad esempio che le masse siano “a-cefale”, ovvero, viste nel loro ‘insieme di massa’, non hanno una testa. Ed è questa tipologia di ‘essere senza testa’ (tradotto = incapaci di pensiero) che le rende manipolabili. Da chiunque, non necessariamente da “élite di pensiero” ma anche da ‘buzzurri’ protetti da qualche Istituzione che li legittima e che possono presentarsi in modo seducente per persuadere dette ‘masse’ ad eleggerli a loro ‘capo’.
    b) “Mi chiedo, invece, a chi realmente possiamo, oggi, applicare il concetto di massa. Esemplifico: a quelli che seguono i mass-media? A quelli attivi sui social? A quelli che sono soggetti al consumismo? A quelli che alimentano il ‘turismo di massa’? A tutti quelli che fanno politica? Ai tanti che scrivono, dipingono ecc…? A tutti quelli che insegnano o che studiano?”

    In questo pot-pourri di declinazioni di varie attività o scelte di vita che vengono artatamente ipotizzate come possibili destinatarie del deprecabile concetto di ‘massa’, farei una precisazione: non è soltanto il numero che fa la ‘massa’ (intesa sotto l’ottica della manipolazione), ma anche le sue caratteristiche qualitative, vale a dire la capacità di avere, per ogni individuo che compone la massa, il pensiero critico e poterlo difendere senza venire schiacciato dal potere numerico della massa. Ad esempio, pur vivendo in questa società dei consumi posso scegliere che cosa consumare e che cosa no anche andando controcorrente. E affrontando il peso di questa scelta (isolamento, ostilità e quant’altro).
    c) “Quello che ci ha insegnato il corona-virus è che non sappiamo cosa succede nei laboratori di genetica (possiamo affidarci all’etica di questi ricercatori?), così come non controlliamo più il mondo economico-finanziario, e il condizionamento che ci sta creando la tecnologia, o le finalità occulte delle ricerche spaziali legate alle strategie militari”

    A mio modesto avviso, quello che ci ha insegnato questa drammatica esperienza è come sia facile abusare del non-sapere (tratto che ci appartiene in quanto non siamo onniscienti) per fomentare incertezza e paura e istituire forme di controllo e potere mascherate dalla onnipresente formula “Io ti salverò” (e anche svilendo la Scienza portandola da forma di conoscenza e di ricerca a una specie di Religione a cui ci si accosta per fede).

    1. Ovvio che il condizionamento delle masse è sempre stato presente, proprio perché alla fin fine una “massa” c’è sempre stata, rispetto a un paio di persone che – su un determinato problema da risolvere – ne sapevano per forza di cose di più degli altri, a prescindere che poi facessero i propri interessi, o quelli di tutti.

      Sono cambiati i mezzi: in epoca “irrazionale” si faceva ricorso ai “miracoli”, quelli costruiti, intendo: come ricordo spesso in questi casi, il monaco che ad Antiochia piegata dall’assedio arabo, trova – seguendo un sogno – la punta della lancia di Longino: subito i comandanti crociati fanno assemblea, decidono di provare a rompere l’assedio il giorno dopo e – “Deos lo vult” – il loro esercito, piegato dalla fame e alla disperazione compie l’impresa.
      Nell’epoca della Ragione(?) occorrono motivazioni scientifiche: si fa credere che l’istruzione non è questione di studio (vd. deregulation scolastica) e che se ti ridono dietro quando presenti un’opinione che non sta né in cielo né in terra, sono gli altri che non capiscono il tuo genio.
      Si fa credere che la teoria “tutti possono essere artisti” sia un dogma, dimenticandosi di precisare “a patto che studino e affinino le loro potenzialità”. Non esistendo più quell’assurdità(?) di dio da uccidere, come si fa a perseguitare qualcuno, fino ad allora accusato di deicidio? Beh, ha dei parametri antropici scientificamente un pelo diversi da noi, quindi vai col pogrom.

      Ecco, io sostituirei quel “…operato irrazionalmente…” che ha messo all’inizio della sua risposta, con un tristissimo “…operato razionalmente…”: perché chi ha operato sapeva benissimo cosa voleva ottenere.
      E hanno operato proprio in funzione di far emergere individui asserviti ai noti “poteri forti”, anziché interessati al bene comune. E’ un’operazione di creazione del consenso basata proprio sulla dabbenaggine naturale delle masse; e non c’è nulla da fare: si può solo operare dall’esterno, ormai, per salvare il salvabile; compattando le energie non ancora imbrigliate per creare “isole di resilienza”.

      1. Concordo unitamente a due precisazioni:
        a) A fronte della notazione: “Ecco, io sostituirei quel “…operato irrazionalmente…” che ha messo all’inizio della sua risposta, con un tristissimo “…operato razionalmente…”: perché chi ha operato sapeva benissimo cosa voleva ottenere.” Segnalo che ho scritto: “si è operato irresponsabilmente verso una regressione culturale”, vale a dire che si sono improvvisati “Apprendisti stregoni” e, oltretutto, senza tenere conto del principio della “eterogenesi dei fini” che può far si che, alla lunga, la cosa si rivolti contro di loro. Ma, intanto, i problemi adesso ce li cucchiamo noi!
        b) E’ una notazione di stampo lessicale stimolata dal commento (qui sotto) di Ennio che segnala che “la dabbenaggine non è naturale”.
        Ebbene: la dabbenaggine, in quanto concerne una eccessiva semplicità d’animo, sprovvedutezza nonchè una certa credulità, appartiene alla natura ‘primitiva’ del genere umano. I nostri lontani progenitori erano ‘naturalmente’ portatori di ‘credenze’ in quanto sopraffatti da eventi, legati al mondo terraqueo e ‘sociale’, e che non riuscivano a decifrare. Ma, a parte una certa disposizione alla credulità, il termine di dabbenaggine sarebbe improprio se applicato alle masse di oggi i cui componenti ‘godono’, comunque, degli esiti evolutivi della specie, anche se ‘costitutivamente’ sono incapaci sia a riconoscerli che, ovviamente, ad utilizzarli. Per queste ragioni sono facile preda di manipolazioni che le riconducono, regressivamente, alle fasi primitive, alle paure primordiali. Abbiamo o no presente la formula, utilizzata per il Covid-19 e cioè di “trovarci di fronte ad un nemico invisibile?” e dimenticando il fatto che il ‘non conosciuto’ non attiene al ‘fantasma’ ma a ciò che può essere oggetto di indagine, che è quello che la Scienza sta tentando di fare? E che anche alcuni se-dicenti scienziati si sono invece mostrati nella veste di ‘pontifex’, di ‘sacerdoti’ del sapere?

        1. D’accordo su tutto, ma sui ragionamenti “razionale / irrazionale” rimango ancorato alla mia posizione. Vada che chi ha impostato questo degrado si senta (irrazionalmente) certissimo che non ne sarà scalfito; ma improvvisatore proprio no: né come “apprendista stregone”, né in altro modo.
          Qui ci troviamo di fronte a progetti che sono stati immaginati decenni e decenni fa: chi ragiona a livello di Nazioni (in qualunque campo: strategico, finanziario, industriale, ecc.) deve avere una vista lunga almeno un paio di generazioni, ovvero 40 – 50 anni; e di conseguenza l’improvvisazione non esiste: perché se uno in una posizione del genere si ritrova a improvvisare, significa che ha sbagliato molto i suoi calcoli, se non del tutto.

  12. ” E’ un’operazione di creazione del consenso basata proprio sulla dabbenaggine naturale delle masse; ” ( Rizzi)

    No, no, no! La “dabbenaggine” non è “naturale”.

  13. A proposito di “paura (e disprezzo) delle masse” sublimata in arte dei Pochi artefici e intenditori che hanno studiato e affinato fino alla mania e al ridicolo “le loro potenzialità”…

    AL VOLO

    Certo, questa figura di intellettuale alla moda, amante di aristocratiche e dive, maschio alfa, poeta-soldato, non manca di suscitare curiosità e fascinazione nel pubblico di ogni tempo; la sua spregiudicatezza, il suo culto dell’arte per l’arte, sganciata da ogni preoccupazione etica e morale, contribuiscono a creare intorno a lui quell’aura controversa e anticonformista che lo avvicina ai poeti maledetti alla Verlaine. Si tratta tuttavia di una comunanza di superficie. D’Annunzio non è un artista antiborghese se non nelle pose esteriori. Di fatto egli incarna ed esprime la paura e il disgusto che la classe dominante prova di fronte all’ingresso delle grandi masse sul palcoscenico della Storia. Con la crisi del pensiero positivista e della certezza nella scienza e nella tecnologia come strumenti di progresso e di benessere infiniti, la borghesia fugge da una realtà che non riesce più né a dominare né a comprendere, rifugiandosi in miti consolatori e irrazionali, di cui il dannunzianesimo fa parte.

    (http://www.leparoleelecose.it/?p=39206)

    1. Che c’entra D’Annunzio? Fu un leader “al passo con (quei) tempi”, che seppe catalizzare energie per quella che fu la presa di Fiume: operazione censurabile secondo l’etica contemporanea, ma perfettamente in riga con il modo di risolvere le cose un secolo fa.
      Ma era un leader che ci metteva la faccia, altri erano quelli che – all’epoca – si potevano paragonare con quanti hanno pigiato sull’acceleratore del degrado culturale e sociale e hanno portato l’ignoranza e l’incapacità critica ad essere dei valori, anziché dei problemi.
      Tanto che il fascismo, Mussolini in primis, si fece premura di isolarlo; dopo averne plagiato quello che gli serviva.
      Quindi in questo contesto non c’entra proprio nulla; anche perché ora non si tratta di “paura e disgusto” (ammesso che lui ne avesse e non si trattasse di sana meritocrazia), ma di sincera preoccupazione: visto il livello complessivo di chi dà il proprio consenso all’attuale classe politica.

      1. C’entra, c’entra! Ed è una cartina di tornasole ancor oggi. Tant’è vero che convegni e celebrazioni del suo Genio imperversano sempre. Fu un leader “al passo con (quei) tempi”. E cosa significa questa espressione? I tempi spingevano verso soluzioni autoritarie e antidemocratiche e lui alimentò quella spinta con la sua poesia, la sua oratoria, i suoi romanzi. E con questo? Lo si può ammirare se si simpatizza per le soluzioni autoritarie e antidemocratiche mascherandole da “sana meritocrazia” o valorizzando i suoi screzi con Mussolini, che restarono però sempre all’interno di un medesimo pensiero autoritario e di Destra. Basta fare il confronto tra il futurismo alla Marinetti e quello alla Majakovskij per capire che la differenza non è di poco conto.

        Per me resta “nichilista come nessun altro autore italiano dopo Tasso e Marino. Il consenso che ebbe da vivo e che ha ritrovato, sebbene incomparabilmente minore nell’ultimo ventennio prova la (ricorrente) infallibilità degli istinti ideologici dei ceti dominanti. Non erano solo gli studiosi, punti dai loro assilli a sbramarsi sulla sua vasta carcassa. Erano tanti altri, sempre sensibili ai vapori di Morte-e-Nulla, questo psicotropo a buon mercato” (F. Fortini, Prima delle “Laudi”, in Saggi italiani 2, pag. 100, Garzanti, Milano 1987)

  14. Ancora uno spunto problematico sul tema delle “masse”. Ma le conosciamo?

    AL VOLO

    L’ultimo Marx è quello del 1880, tre anni prima della morte: egli pone quasi una alternativa all’entusiastica versione engelsiana della classe operaia come erede della filosofia classica tedesca (da Kant, a Hegel, alla sinistra hegeliana e allo stesso Marx del materialismo dialettico). Sono trascorsi dieci anni dall’epopea della Comune di Parigi e proprio sulla rivista del Partito Operaio Francese “Revue Socialiste” (di Paul Lafargue e Jules Guesde), il filosofo di Treviri pubblica (20 aprile 1880) le cento domande per una “inchiesta operaia”, che già aveva proposto, nel 1866, alle “Istruzioni per i delegati del consiglio centrale provvisorio dell’associazione internazionale dei lavoratori”, riunione tenutasi a Ginevra nel settembre di quell’anno. Marx proponeva dunque un questionario di cento domande da sottoporre e far compilare dagli operai raggiungibili, per accertarne le reali condizioni di vita, dal salario alla durata dell’orario di lavoro, dall’affitto ai consumi della vita quotidiana, alle forme improprie di apprendistato. Sembra quasi che Marx volesse ripartire da fattori elementari per accertare, al di là delle idealizzazioni, la supposta capacità rivoluzionaria della classe operaia, il salto di intelligenza e di volontà necessarie per trasformare la quantità dei produttori di plusvalore nella qualità indispensabile per realizzare un nuovo modo di produzione. Di fatto l’inchiesta non ebbe luogo, ma il termine ebbe qualche fortuna nelle vicende del marxismo creativo. Celebre è quella di Mao Zedong, le domande rivolte, alla fine degli anni Venti, ai contadini cinesi, dalle cui risposte dedusse che non erano conservatori o addirittura reazionari, secondo il marxismo dogmatico della vulgata, bensì potenzialmente rivoluzionari, in vista della conquista della terra. Fu dagli studi di Plechanov e dei menscevichi sulle condizioni di vita e di lavoro e sull’evoluzione culturale degli operai di Pietroburgo, che Lenin trasse la convinzione che quell’evoluzione non portasse la classe operaia oltre il combattivo rivendicazionismo sindacale di maggiori diritti e migliori condizioni di lavoro. In Italia, negli anni Settanta, al culmine delle lotte dei lavoratori della Fiat, a Torino, mentre Mario Tronti (come poi avrebbe detto) scambiava il rosso di un tramonto per quello di un’aurora e polemizzava contro la sociologia borghese in nome del materialismo dialettico, Raniero Panieri proponeva, coi suoi giovani compagni, un’inchiesta operaia, sostanzialmente di tipo sociologico, per verificare il possibile sbocco politico di quelle lotte.

    E oggi? Nei giorni del capitalismo globalizzato delle multinazionali e dopo la pandemia, che ha messo in luce le difficoltà della sua superclass nel garantire l’egemonia della specie umana sulle altre del pianeta, si può pensare alla classe operaia come componente essenziale di uno schieramento sociale più vasto, popolare, in grado di fronteggiare e condizionare quella superclass? E’ una domanda che mi pare implicita, quando si propone la persistenza di una linea rossa, sempre minoritaria, all’interno del prometeismo sdoppiato.

    La risposta può consistere nel seguire attentamente quello che avviene in Cina nella competizione tra i “Continental States”, quello che avviene tra gli operai, mentre sono finite le grandi fabbriche e si afferma lo ”smart working”, forse “agile”, ma certamente pesante; ma nello stesso tempo, quel “seguire attentamente”, a tempi presumibilmente lunghi, dovrebbe essere accompagnato dalla disponibilità a utilizzare gli imprevisti, a tempi più brevi sempre presenti nella storia. E avendo presente, dopo quello di Landes, l’ultimo libro citato, quello, appunto, di un fisico quantistico marxista, a conferma che è la stessa struttura della realtà a dimostrare la prevalenza del principio collettivo (egualitario) su quello individualistico (la ”scimmia egoista” votata all’estinzione, di Nicholas Money).

    David S. Landes è uno storico liberale, che parte da ”Prometeo liberato”, titolo del suo libro che ha per sottotitolo “La rivoluzione industriale in Europa dal 1750 ai giorni nostri” (ed. italiana Einaudi 2000), per concludere così, dopo 733 dense pagine: “Nessuno può essere certo che l’umanità sopravvivrà a questa stretta difficile, soprattutto in un’epoca nella quale la conoscenza che l’uomo ha della natura ha sopravanzato quella che egli ha di sé stesso. Possiamo però essere certi che l’uomo seguirà questa strada e non l’abbandonerà, perché se egli nutre dei timori, possiede altresì l’eterna speranza, quella speranza che era l’ultimo dono rimasto nel vaso di Pandora”.

    La speranza è il riferimento anche di Ernst Bloch, l’ultimo marxista al quale si richiamano Sidoli, Leoni e Burgio. E per quanto riguarda la conoscenza della natura, la sua caratteristica, quantistica e collettiva, è così presentata negli scritti di Del Giudice, raccolti, dalla moglie, Margherita Tosi, dai colleghi e dagli allievi sotto il titolo “L’anima passionale della ragione scientifica” (Biblion edizioni, 2019): “La fisica quantistica diviene perciò una teoria olistica dell’universo, in cui nessun corpo è isolabile, e ogni corpo vive e diviene nell’ambito dell’interazione risonante con gli altri, il concetto di individuo così perde forza, fino a svaporare all’interno di una fondamentale unità dell’universo” (pagg. 259-260). Segue un fondamentale collegamento culturale: “Ma non era questo il sogno di Carlo Marx, che scrisse la sua tesi di dottorato sulla contrapposizione tra la visione di Epicureo, che assumeva la fluttuazione degli atomi come origine dell’unità dell’universo e la visione di Democrito che considerava gli atomi come oggetti inerti che potevano essere guidati solo dall’esterno? Guardando agli esseri umani come oggetti naturali e perciò promossi dalla fisica quantistica a soggetti, Marx vide nella storia umana il volgersi della transizione dell’umanità da insieme di individui non cooperanti e confliggenti attraverso l’uso della forza, a specie quale soggetto unitario capace di autoregolamentazione spontanea in cui la forza perde ogni razionalità, e questo come fatto spontaneo e non come ordinamento da mantenere con la forza, alla Stalin. Cosa vuol dire altrimenti il passaggio dal regno della necessità a quello della libertà?. Di fatto l’esistenza dell’individuo come soggetto indipendente dagli altri è legata all’organizzazione di un mondo economico in un’epoca in cui la produzione della ricchezza richiede lavoro umano. In un contesto sociale dominato dalla competizione vengono sacrificate tutte le esigenze poste dalla dinamica della vita… La contrapposizione tra economia e sviluppo psico-fisico emotivo della specie umana, l’elemento caratterizzante della storia degli uomini fino ad ora, che perciò Marx chiama preistoria” (pagg. 260-261).

    ( dall’ l’introduzione di Giorgio Galli, intitolata “Sdoppiamento” al libro di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli “Il prometeismo sdoppiato: Nietzsche o Marx?” che uscirà a novembre con la casa editrice Aurora.)

  15. Risposta a Ennio Abate 11.09.15.19 riprendendo “al Volo” da “Le parole e le cose” (almeno così mi sembra di aver capito).

    Dal commento citato sopra, stralcio questo passaggio scritto a proposito di D’Annunzio: “Di fatto egli incarna ed esprime la paura e il disgusto che la classe dominante prova di fronte all’ingresso delle grandi masse sul palcoscenico della Storia.” e rispondo.
    Onde non fare di “ogni erba un ‘Fascio’” e pur tenendo conto del complicato contesto politico e sociale di quegli anni, vorrei ricordare la ormai negletta Carta del Carnaro (Charta Quarnerina) che fu promulgata il giorno 8 Settembre 1920 a Fiume (durante gli ultimi mesi dell’impresa fiumana), e fu stilata da Gabriele D’Annunzio unitamente al sindacalista socialista Alceste de Ambris.
    L’esperienza fiumana era anche sostenuta da una frangia di futuristi di sinistra nonché da qualche figura filobolscevica: alcuni contenuti della Carta risentivano infatti di quelle influenze.
    L’Articolo 2 recita:
    “La Repubblica del Carnaro è una democrazia diretta che ha per base il lavoro produttivo e come criterio organico le più larghe autonomie funzionali e locali. Essa conferma perciò la sovranità collettiva di tutti i cittadini senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di classe e di religione”.
    E, a proposito delle autonomie funzionali e locali, così si continua: “Essa decentra, per quanto è possibile, i poteri dello Stato, onde assicurare l’armonica convivenza degli elementi che la compongono”.

    Mentre nell’Art. 5 si scrive:
    “La Costituzione garantisce inoltre a tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, l’istruzione primaria, il lavoro compensato almeno con un minimo di salario sufficiente alla vita, l’assistenza in caso di malattia o di involontaria disoccupazione, la pensione per la vecchiaia, l’uso dei beni legittimamente acquistati, l’inviolabilità del domicilio, l’habeas corpus, il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario o di abuso di potere”.
    Vorrei ironicamente commentare: “Tutto come oggi, no? “ a distanza di 100 anni.

  16. @ Rita Simonitto

    Questa interpretazione non mi è nuova. La riferisce così Enrico Galmozzi (in un post su FB 8 luglio 2019):

    Pessimo articolo del Manifesto su d’Annunzio a Fiume, nel quale si ricicla la peggiore paccottiglia giornalistica. Capolavoro di ignoranza che sorvola sul fatto che la Reggenza fu il primo stato a riconoscere ufficialmente l’Unione Sovietica, sulla cattura del piroscafo Persia ed il sequestro del suo carico, che consisteva di tredicimila tonnellate di armi e munizioni destinate alle armate controrivoluzionarie in Russia, sul progetto della Lega di Fiume che, nei piani, avrebbe dovuto rappresentare una “Santa Alleanza anticapitalista” di tutti i popoli oppressi. Bestie ignoranti, non dico di leggere il mio “Soggetto senza limite” ma almeno “Alla festa della Rivoluzione“, di Claudia Salaris, Il Mulino 2008

    Presentazione di Alla festa della Rivoluzione:

    L’impresa fiumana (1919-1920), per molti versi un episodio precursore del fascismo, coagulò una quantità di esperienze diverse, di ansie di ribellione, di velleità rivoluzionarie. Sotto questo aspetto fu come un lungo e febbrile carnevale all’insegna della festa e della provocazione, in linea con le avanguardie del tempo, ma fu anche un momento “insurrezionale” come lo sarà il Sessantotto. Il volume rivisita l’avventura fiumana da questa particolare angolatura: attraverso le testimonianze anche letterarie di protagonisti noti o dimenticati racconta Fiume dalla parte degli “scalmanati” che vi accorsero a vivere una vita-festa fatta di bravate futuriste e di utopie, di trasgressione sessuale e di pirateria, di gioco e di guerra. In questa luce, Fiume è un capitolo significativo di quella cultura della rivolta che ha caratterizzato il Novecento.

    Presentazione del libro di Galmozzi:

    Alla base dell’azione e della prassi dannunziana, c’è una determinata concezione della soggettività intesa come cifra assoluta, come potenza creatrice che produce effetti dagli esiti non necessariamente garantiti, ché, anzi, la dimensione eroica dell’azione risiede tutta in questa mancanza di calcolo e di prudenza circa la garanzia di riuscita, ma che produce comunque effetti imperituri perché di essa sola si può tramandare memoria, essa sola costituisce il lascito perenne, eredità delle generazioni future. (…) Pochi aspetti del dannunzianesimo sono stati così spesso travisati come il suo complesso rapporto con le masse. Ebbene, la condizione necessaria affinché la parola poetica ritorni accessibile non è certo il suo abbassarsi populisticamente al livello oggettivo delle masse bensì la particolare ricettività, in tempi di crisi, delle masse stesse, al cui interno si agitano sentimenti, angosce, speranze che chiedono di costituirsi in progetto. Per questa via tra D’Annunzio e le masse si instaura un rapporto ben diverso che fra poeta e pubblico: ciascuno costituisce una polarità necessaria affinché dalla simbiosi possa scaturire l’Azione non più come risultato dell’eroe solitario o del superuomo, ma come scatenamento di forze insieme primordiali e futuribili.

    Quello che non mi convince è proprio l’esaltazione dell’Azione in sé. Che sia dell’Io eroe solitario o che sia « scatenamento di forze insieme primordiali e futuribili» non siamo al di fuori del pensiero della Destra (un po’ alla Junger, mi pare). E poi di dichiarazioni ottime («avrebbe dovuto rappresentare una “Santa Alleanza anticapitalista” di tutti i popoli oppressi ») è lastricato il cammino tormentoso della storia. E’ bene non fermarsi ad esse. E capire gli effetti che (non automaticamente) seguirono.
    Certo, il movimento fascista ai suoi inizi fu molto eterogeneo e Gramsci stesso nella prima fase fu molto attento e quasi simpatizzante coi futuristi (https://moltinpoesia.blogspot.com/2013/01/ennio-abate-rileggendo-i-poeti-del.html). Ma il dopo? In quanto agli effetti mi pare che ci sia un abisso tra il Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels che hanno alimentato un movimento operaio notevole e la effimera Carta del Carnaro.

  17. Lungi da me mettere a confronto – come sembra che in qualche modo tu cerchi di introdurre – “il Manifesto del partito comunista di Marx e Engels che hanno alimentato un movimento operaio notevole e la effimera Carta del Carnaro”: da un lato una esperienza “notevole”, dall’altro una esperienza “effimera”.
    Né, tantomeno sono propensa alla “esaltazione dell’Azione in sé” (Scrivi: “Quello che non mi convince è proprio l’esaltazione dell’Azione in sé. Che sia dell’Io eroe solitario o che sia « scatenamento di forze insieme primordiali e futuribili» non siamo al di fuori del pensiero della Destra (un po’ alla Junger, mi pare)”).
    Nessuna apologia, quindi, ma – avendo fatto anche la premessa che il contesto politico sociale di allora era piuttosto magmatico e confuso – voler ricordare questo tentativo di Costituzione. Mi piacerebbe, ad esempio, che oggi ci fosse “il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario o di abuso di potere”, cosa che, ovviamente, non riguarda soltanto i giudici ma anche i politici, mentre pare che viga una specie di impunità che li rende tutti degli intoccabili.

  18. Gent. Alberto Rizzi. Premesso, come lei avrà intuito, che questa discussione non mi appassiona più di tanto aggiungo quest’altra considerazione per non lasciarla senza una cortese risposta. Il concetto di massa (che sa di vecchi ferri arrugginiti e di astrazioni ideologiche atte a coprire la mancanza di contenuti reali) ha tuttavia delle immediate ricadute in campo politico. Proviamo ad entrare in questo agone, allora. In caso di elezioni politiche una parte dell’elettorato, con la puzza sotto il naso, si astiene dal voto, e considera i votanti come una massa di rassegnati pecoroni. Quelli che votano a destra o a sinistra si disistimano reciprocamente, ma entrambi considerano gli astenuti come dei qualunquisti irresponsabili. I restanti elettori votano per i partiti minori e sono critici verso tutti i gruppi sopra citati. Tutte le suddette componenti politiche (separatamente e nel loro insieme) formano il voto di massa. E, visto che lei dice che è la qualità e non la quantità che conta, chi sarà a decidere, e su quali dati obiettivi, qual è la qualità che, in questo caso, non fa la massa?
    Questa potrebbe essere una considerazione astratto- concreta, tanto per rispondere al suo interrogativo…
    Provo a portare un altro esempio: quelli che hanno una fede dichiarata vengono definiti come ‘la massa dei credenti’. A quali minoranze appartengono quelle qualità che non ne fanno una massa? Alle beghine che accendono una candela davanti alla Madonna o ai teologi?

    1. Mancando la qualità nel voto di massa (per il concetto stesso di massa), la risposta la darà chi, non andando a votare, lavorerà ugualmente al di fuori delle Istituzioni, per creare esempi che la migliorino.

      E’ vero che, comunque ci sarà una “minoranza qualificata” anche all’interno della massa che va a votare; però finché questa si rivolge alle Istituzioni, combinerà un bel nulla, come dimostra la Storia non solo italiana e non solo recente: questa minoranza confluisce in quello che viene chiamato “voto di protesta”, che può avere successo solo a livello occasionale.

      Finché queste due “anime” della minoranza non si salderanno, non si caverà un ragno dal buco: lodevoli esempi, occasionali successi, ma nulla di definitivo. Si potrà vincere una battaglia importante (pensio al divorzio e all’aborto), o si potrà realizzare qualcosa di interessante a livello locale, ma nulla più.

      Sulla seconda sua domanda (cioè a livello religioso), senza offesa è un problema che non mi sono mai posto; se vogliamo farne occasione per una nuova discussione, ben venga: però temo che in questa ci porterebbe fuori strada.

  19. …un argomento che mi interessa, ma soprattutto mi inquieta in quanto, come mi giro, mi sembra che l’intero corpo sociale sia, in misura diversa, avvelenato e che un vero controveleno nessuno l’abbia ancora inventato…Mi sento di farne parte un po’ anch’io e se sapessi come davvero uscirne!..Considerato poi che all’interno della massa, esistono, secondo me, molti “sottogruppi” o categorie…Solo un esempio: Il senso critico, un’etica morale, problemi economici di base temporaneamente risolti , e, forse, l’appartenenza ad anziane generazioni istruite, un po’ alleggeriscono la morsa della manipolazione sociale…Ma se entro a considerare la massa dei piu’ poveri, senza demerito,con l’istruzione minima e la massiccia ondata di controistruzione che entra nelle loro case e cervelli, la manipolazione cresce, aliena e provoca vittime, anche all’interno dello stesso gruppo, grazie alla “furbata” di metterli gli uni (individui) contro gli altri in una guerra tra poveri senza quartiere…Nelle case popolari tra sfratti e sfrattati, con l’emigrato segnalato come il babau della situazione ( ma perchè li hanno stipati in quei quartieri già molto problematici? Non c’erano altre soluzioni?) …Se penso poi all’ultimo terribile massacro del giovane Willy rabbrividisco, ma i massacratori non sono anche loro vittime della moda della violenza che imperversa su mass-media e tecnologie, molto in uso tra i giovani e senza filtro alcuno? Chi cerca anche piu’ in alto i colpevoli? No, loro la “massa” dei potenti si e’ fatta cinica, come Trump che puo’, in piena pandemia nel suo Paese e a caccia di consensi per le prossime votazioni, annunciare l’invenzione dell’arma piu’ micidiale del mondo…susciterà molta ammirazione la cosa, immagino…Purtroppo i rambo americani piacciono anche ai giovani delle realtà piu’ disagiate, spesso sono modelli a cui aspirare…il lavaggio del cervello, a proposito, è stato notevole e collettivo…Non credo, percio’, che esista una dabbenaggine naturale delle masse, dietro c’è sempre un lavoro lungo, mirato e “intelligente”…Sarebbe come verificare i danni e attribuire le beffe…

  20. Le masse sono coglione? No, direi semmai che le masse sono realiste. Realiste nel senso che, rifacendomi allo stranoto e abusato aforisma di Mao, quando un dito indica la luna, loro guardano il dito. E lasciano pochi “illuminati”, estranei alle condizioni di vita e di lavoro delle masse e “migliori”d’esse per formazione politico-culturale, a guardare la luna, ossia a guardare (e a tendere a) un superiore benessere materiale che, liberando i proletari dalle loro catene, libera di concerto tutta la società. Realiste perché, limitando il discorso al secolo scorso, da quando le masse hanno avuto accesso alla società dei consumi grazie al rivoluzionario (all’epoca, perché anche il capitalismo ha le sue rivoluzioni, e tutte vittoriose a differenza di quelle socialiste) sistema di produzione fordista nato in USA e via via estesosi a tutti i paesi economicamente sviluppati, nella società dei consumi hanno trovato il proprio contesto “naturale” fornito loro da un capitalismo entrato in una sua fase storica nuova, non più escludente bensì integrante l’operaio-massa nel sistema di produzione massiva di merci e dei relativi consumi.
    Del resto, non è un caso se punti cruciali del pensiero marxista (e principalmente post-marxiano) sono stati, soprattutto da Lenin in poi, il rapporto dialettico avanguardia-masse (o anche, da Stalin in poi, avanguardia VS masse) e la relativa teoria della coscienza di classe, con accluso il necessario kit della sua costruzione. Perché anche il pensiero marxista non poteva eludere di fare i conti con la contraddizione esistente tra la coscienza rivoluzionaria propria d’una minoranza di persone (i militanti politici definitisi avanguardia, o Partito) e la mancanza d’una coscienza politica rivoluzionaria nelle masse. In tal senso, non è peculiarità delle rivoluzioni socialiste ma è un tratto caratteristico della storia umana il fatto che tutte le rivoluzioni vittoriose abbiano avuto alla loro guida un gruppo d’élite appartenente per formazione culturale alla classe dominante dell’epoca che, nel momento cruciale, ha disconosciuto/rinnegato la propria origine di classe per passare nel fronte opposto. Non a caso, e faccio volutamente un esempio non appartenente alla storia del socialismo “scientifico”, Robespierre e Saint-Just erano avvocati, non già fabbri, falegnami o contadini.
    Per concludere, la massa (singolare o plurale che questo termine sia) è realista, dunque reazionaria e, dal punto di vista di coloro che hanno avuto come scopo nella vita quello di lottare per il benessere sociale collettivo , anche un po’ cogliona, perché, appunto, anziche aderire alle idee rivoluzionarie e lottare in tal senso per il conseguimento d’un proprio ipotetico benessere, preferisce soddisfare le proprie esigenze vitali di tipo materiale integrandosi opportunamente nello status quo e talvolta, alla bisogna, difendendolo (se non più colle armi tipo Vandea, almeno col voto politico).

  21. “Per concludere, la massa (singolare o plurale che questo termine sia) è realista, dunque reazionaria ” ( Bugliani)

    Oltre che in contrasto con quando dichiarato all’inizio del commento ( “Le masse sono coglione? No, direi semmai che le masse sono realiste”) mi pare proprio discutibile la equiparazione realismo=reazione.
    Ho sempre pensato che, se esistono dominati e dominati, non può esistere un solo realismo (specie nella lotta politica, lasciamo da parte quello delle scienze per ora) e che il realismo dei dominati che devono difendersi non può essere confuso con quello – sì, reazionario – dei dominatori. Anche quando si parla di “rivoluzioni del Capitale” si deve pur dire che è *in reazione* alle rivendicazioni o ai comportamenti di rottura delle masse. Vedi problema delle migrazioni. Sono reazionari i migranti che vogliono sfuggire a guerre e miseria e vorrebbero accedere ai consumi occidentali o quelli che erigono muri, li stipano in campi di concentramento (Moria!) o pagano la Turchia per non farli arrivare in Europa?

  22. Abate: ” mi pare proprio discutibile la equiparazione realismo=reazione”. Non è una equiparazione, bensì la valenza reazionaria che assegnavo nel mio intervento a quel tipo di realismo è conseguenza del realismo stesso con cui le masse si pongono nell’affrontare la faccenda del dito che indica la luna. Se il loro realismo porta le masse a guardare il dito, guardare il dito anziché la luna è il classico esempio di atteggiamento reazionario (Mao docet).
    Abate: ” in contrasto con quando dichiarato all’inizio del commento”. La conclusione del mio commento rovescia provocatoriamente il suo assunto iniziale (le masse non sono coglione ma realiste), ma lo rovescia solo e soltanto accogliendo il “punto di vista di coloro che hanno avuto come scopo nella vita quello di lottare per il benessere sociale collettivo”.
    Quanto a dire se “sono reazionari i migranti che vogliono sfuggire a guerre e miseria e vorrebbero accedere ai consumi occidentali o quelli che erigono muri, li stipano in campi di concentramento (Moria!) o pagano la Turchia per non farli arrivare in Europa” mi riesce difficile stabilire il grado di” reazionarismo” dei due soggetti sociali. Semmai posso dire che i migranti appartengono anch’essi alla categoria dei dominati, mentre invece quelli che costruiscono muri per contenerli appartengono alla categoria dei dominanti in quanto hanno il potere politico di farlo. Ma dire ciò non basta, e il discorso risulterebbe ancora monco se non si provvedesse a collocare dal lato dei “reazionari” anche una parte relativamente consistente di quelle masse di dominati che auspicano quotidianamente la costruzione di muri di contenimento senza tuttavia avere il potere di erigerli (in quanto ciò è facoltà dei dominanti), ma proponendosi alla bisogna come forza-lavoro per erigere quei muri.
    Un’ultima notazione: definendo i migranti nel loro complesso come coloro “che vogliono sfuggire a guerre e miseria” si rischia, a mio avviso, di ripetere un cliché di comodo che la realtà attuale mi pare sconfessare. Per quanto ne so le statistiche dicono che i migranti che fuggono veramente da guerre sono una piccola percentuale di coloro che sbarcano sulle nostre coste. Mentre riguardo a coloro che vogliono fuggire dalla miseria migrando il mio sentimento umanitario non può essere che quello dell’accoglienza, ma dal punto di vista politico io per quanto ho potuto ho sostenuto fattivamente in vari modi e per quanto posso continuo a sostenere coloro che nelle società del cosiddetto terzo mondo rifiutano la via dell’emigrazione opponendo a questa la via della lotta politica, e talvolta insurrezionale, per combattere a livello comunitario quella miseria di cui oggi sono vittime, per cui privilegio indubbiamente le scelte di questi ultimi rispetto a quelle dei primi.

  23. APPUNTI. ANCORA SU NOI E LORO

    «il discorso risulterebbe ancora monco se non si provvedesse a collocare dal lato dei “reazionari” anche una parte relativamente consistente di quelle masse di dominati che auspicano quotidianamente la costruzione di muri di contenimento senza tuttavia avere il potere di erigerli (in quanto ciò è facoltà dei dominanti), ma proponendosi alla bisogna come forza-lavoro per erigere quei muri.»
    « i migranti che fuggono veramente da guerre sono una piccola percentuale di coloro che sbarcano sulle nostre coste.»
    «Semmai posso dire che i migranti appartengono anch’essi alla categoria dei dominati, mentre invece quelli che costruiscono muri per contenerli appartengono alla categoria dei dominanti in quanto hanno il potere politico di farlo». (Bugliani)

    Ho detto in altro commento, che D’Annunzio è (per me) cartina di tornasole per capire le simpatie socio-politiche di quanti si occupano di letteratura. Bene: i migranti lo sono per capire le simpatie di chi si pronuncia sul problemi sociali oggi più in evidenza.
    Se non facciamo saltare almeno la distinzione dominati/dominantim che è di grande valore politico, possiamo ragionare. E a me pare più facile simpatizzare per i migranti di Moria che per Erdogan o con l’attuale Europa. Giusto, dunque, completare il discorso su chi sono i “reazionari” indagando anche il campo sociale con cui si simpatizza. Anche quando raccontavamo che la classe operaia era o potesse essere rivoluzionaria non consideravamo forse i crumiri durante uno sciopero o i fancazzisti, ecc.? E non approvavamo l’alleanza che Lenin propugnava tra le avanguardie operaie rivoluzionarie e i contadini russi (in genere) “reazionari”?
    Voglio notare, proprio a proposito di cliché di comodo:

    1 – la diffusa tendenza, quando si parla di migranti ad accentuare i distinguo, ad andare a caccia di casi individuali emblematici su cui esercitare un irritato moralismo: i cattivisti portando gli esempi del migrante cattivo o perfido o “palestrato”; i buonisti del migrante “bbuono”. È venuto meno (tranne in poche cerchie di studiosi) il discorso sociologico o di classe o semplicemente d’insieme sul fenomeno, sulle cause, sulle possibilità di risolverlo mutando i rapporti di potere. Ma inforcare gli occhiali moralistici è una scelta che ha le sue conseguenze nei discorsi e nelle pratiche;

    2 – a me pare che il giusto invito a « sostenere coloro che nelle società del cosiddetto terzo mondo rifiutano la via dell’emigrazione opponendo a questa la via della lotta politica», per non confondersi con la propaganda “reazionaria” (cominciarono Fini e Bossi, se non ricordo male) dell’ “aiutiamoli a casa loro”, debba essere completato dall’invito ai “connazionali”, ai “residenti” a opporsi anche alla politica dei proprio dominatori (compresa quella dell’erigere muri e della falsa o neocoloniale accoglienza degli scampoli di migranti che arrivano);

    3 – purtroppo a questo punto il discorso – quando ci si arriva, perché di solito gli occhiali moralistici lo bloccano o lo deviano – si fa difficilissimo. E si ferma proprio sui soli immigrati, che dovrebbero fare questo o quello (col sottinteso: “e non venire a creare problemi a noi che ne abbiamo già troppi”);

    4 – la continuazione coraggiosa e libera del discorso sarebbe possibile se, oltre ad evitare gli occhiali moralistici, si riuscisse a sottrarlo dalle mani degli specialisti geopolitici arruolati nelle file delle élites dominanti. A me pare che (sempre parlando in generale) che siano essi ad incoraggiare le opposte visioni cattiviste ( i migranti invasori) e buoniste (i migranti fratelli, possibilmente in solo spirito);

    5 – Sono rari i discorsi che sfuggono a quelli dei dominatori. Io ho avuto simpatie (con alcune riserve sul suo anarchismo teorico) per quello che Donatella Di Cesare ha svolto in «Stranieri residenti», ma non ho trovato – com’è accaduto anche su altri temi (poesia, Marx sì/no/ni, guerre e violenza) – riscontri sufficienti per approfondirlo. E non so se sarà più possibile ragionare sulla questione a partire da un principio che a me pare valido: il “loro” problema (sopravvivere, vivere, vivere meglio) fa parte integrante del “nostro” problema (sopravvivere, vivere, vivere meglio); e non è neppure una questione – solo o soprattutto – di “spazi” o di “risorse” ma di riorganizzzazione (in comune o “comunista”) delle società d’oggi. So che un’ipotesi di immigrati nostri “alleati” è oggi ridicola. Ed effettivamente, avendola fatta (qui: http://www.poliscritture.it/2016/12/28/noi-e-loro-nello-specchio-di-facebook-verso-la-fine-del-2016/), sono stato ridicolo. Soprattutto perché ho parlato a un “noi” inesistente. Ma prendere in considerazione l’idea di svolgere anche da solo e quando posso azione di “supplenza” di questo “noi” inesistente a me pare ancora necessaria.

    1. Chiedo scusa per il ritardo nel riprendere l’argomento: in questi giorni problemi di ogni genere (salute, scuola, ecc.) mi stanno condizionando. Comunque:

      Per quanto riguarda il problema dei migranti, prima di decidere cosa fare (dall’accoglienza “a pioggia” allo slogan “aiutiamoli a casa loro” buono semmai settant’anni fa, quando iniziò il processo di decolonizzazione), occorre risolvere il problema deflagrante che si trovano ad affrontare le società occidentali su questo argomento.

      Da un lato queste migrazioni (per quanto gonfiate ad arte per il motivo che scriverò tra poco e che è il secondo corno del problema) avvengono per lo sfruttamento bestiale a cui abbiamo sottoposto da cinque o sei secoli quelle popolazioni e quelle aree geografiche. Come dire che il dovere come minimo di aiutarli, anziché prendere i barconi a cannonate, è per noi moralmente ineludibile.
      Dall’altro i migranti vengono accolti all’ingrosso qui in Europa, per usarli come forza lavoro a prezzi stracciati, allo scopo di far entrare in questa massa di nuovi servi della gleba – da impiegare in stato di semischiavitù pagandoli un tozzo di pane – anche il grosso della popolazione europea in un futuro neanche tanto lontano.

      Perciò le società occidentali si ritrovano prese tra l’incudine e il martello di queste due opzioni: la prima, come ho scritto, che non si può evitare, se si vuole continuare a dirsi parte dell’Umanità; la seconda che, se accettata, più che masochistica è suicida.
      Però se non si risolve questo “corto circuito” (ammesso che sia possibile: e chi ci governa davvero conta quasi per certo che non lo sia), non si andrà da nessuna parte: qualsiasi soluzione sarà solo un palliativo, quando non addirittura un boomerang sulla testa loro e/o la nostra.

      Per quanto riguarda D’Annunzio, ma che hai contro “l’Azione”? Questo concetto dice – D’Annunzio o no – che una volta acquisita la risoluzione di un problema, occorre di fatto un leader; di solito carismatico, se no l’idea che viene portata avanti farà poca strada. Ovvero, citando quello splendido fumetto che fu “Ken Parker” (che ritengo superiore a molti tomi della filosofia “di sinistra”): “Bravo! Bellissimo discorso! Resta solo da stabilire una cosa: quando ci sarà da affrontare la battaglia, chi camminerà davanti a tutti?”
      Col che torniamo al solito problema: la “massa” dovrebbe individuare meritocraticamente detto leader, però non ha le capacità per farlo, il che è sotto gli occhi di tutti: classico cane che si morde la coda. E se ne esce quando qualcuno, che si ritiene leader, muove per primo: certo, il rischio che sia in malafede è pari a quello che troviamo quando si va alle elezioni. Però agire così per qualcuno è sbagliato a priori, perché “di destra”. Contenti loro…
      Ma rimane il fatto che, o si riesce ad avere delle masse sufficientemente coscienti: e questo è possibile solo quando meno numerose sono, cioè meno “masse” sono; oppure “chi vuole fare, fa” e chi ci crede – a torto o ragione – lo segue.
      Purtroppo si preferisce trastullarsi col “o tutti, o nessuno”; oppure – come ho appena scritto – si liquida come “di destra” chi dice “Ehi, possiamo provare a fare così e così: io ho le competenze per una buona probabilità di successo: ne parliamo? Chi ci sta, ci sta: gli altri, se vorranno, potranno copiare”. Troppo semplice accettare (o controllare) questo: è un comportamento “di destra”, quindi…

      1. @ Rizzi

        “Purtroppo si preferisce trastullarsi col “o tutti, o nessuno”; oppure – come ho appena scritto – si liquida come “di destra” chi dice “Ehi, possiamo provare a fare così e così: io ho le competenze per una buona probabilità di successo: ne parliamo? Chi ci sta, ci sta: gli altri, se vorranno, potranno copiare”. ”

        Mi paiono banalità da conversazioni al bar. Quali sarebbero oggi, in Italia, le prove da fare? Quali i leader alla Ken Parker?

        1. Cribbio, Ennio, sono frasi! Cerco di dare uno stimolo un po’ più terra terra di una citazione di 20.000 battute da uno sconosciuto tomo di uno sconosciuto filosofo filobolscevico! C’è mica stato solo Fortini! Forse non riesco a spiegarmi io: ma non sono filosofo, solo un creativo, quindi dialetticamente m’arrangio come posso, ok? Un po’ d’elasticità…

          Vuoi che traduca? Ok: non ci sono “leader alla Ken Parker”, ma c’è bisogno di un leader (o di leader) quando dalla teoria si passa alla pratica, non si scappa; e questi leader dovranno essere i più meritevoli “per titoli e studio”, non si scappa, va bene? Non importa se saranno scelti direttamente dalle masse, o per grazia di dio: dovranno essere per quanto possibile “i migliori”, se no – come avvenuto dalla Rivoluzione francese a quelle comunistiche in Oriente, da Mao a Pol Pot – le masse alla fine se lo prenderanno in quel posto.

          E per piacere, a proposito di elasticità, non rispondermi “Quali titoli di studio? Anche un contadino semianalfaneta può essere un leader”: perché stai parlando con uno che a scuola non c’è mai andato; e che sa benissimo come “titoli, studio e meriti” si fanno anche sul campo, con la pratica. Dipende dal problema che si deve risolvere.

          Quali prove da fare in Italia? E che ne so! Il popolo italiano è moralmente, eticamente e culturalmente in putrefazione, come Stato unitario l’Italia è esistita solo nelle mire dei Savoia e della loro propaganda politica, e io dovrei preoccuparmi dei problemi dell’Italia?
          Portami un problema a una scala risolvibile; mi pare d’aver capito che stai a Cologno Monzese? Trova un problema in quel Comune, a una scala che sia risolvibile con le forze tue e delle persone che credono alle tue teorie: ecco dove devi fare le prove! Come io le ho fatte per trent’anni sul posto di lavoro, per esempio, per cercare di salvare un po’ di dignità alla scuola e mostrare agli alunni che cos’è il concetto di causa ed effetto: sperando che la “minoranza qualitativa” che c’era in ogni classe (almeno loro, se non tutti), prima o poi se ne ricordasse.

          Hai un problema lì? Se trovi un referente politico istituzionale di cui fidarsi, oltre ad aver trovato un ago in un pagliaio, puoi calcolare la possibilità di ottenere tanti voti da porti come ago della bilancia, se non avere in mano la Giunta: se non c’è una sicurezza ragionevole, cambi strada.
          E in quel caso ti metti con la “minoranza qualitativa” a provare delle soluzioni, tentando di radunare attorno a te (a voi) sufficienti persone da fare “massa critica”: perché in Natura le cose avvengono per massa critica, non per il 50,1% degli aventi diritto.
          Non funziona perché la massa (quella stolida, non quella critica) crea un’inerzia tale che non è possibile risolvere il problema? O provi con un problema a scala minore, quindi più affrontabile e si spera risolvibile; oppure attendi tempi migliori, ti trasferisci con gente simile a te in un luogo dove sia più facile non avere certe difficoltà… Che ne so… Prova!

          Cribbio, bisognerebbe mettersi a tavolino per ore e ore, giorni probabilmente, appunto su un problema vero, e sbattersi. Cosa pretendi che possa saltar fuori su un blog? E sui social è peggio, lo sai. Altro che cappuccino e quattro chiacchiere al bar…

          1. @ Rizzi

            Ti ho chiesto: «Quali sarebbero oggi, in Italia, le prove da fare? Quali i leader alla Ken Parker?», perché tu fai l’apologia dell’Azione e batti sempre lo stesso tasto: Datemi o dateci un leader. Adesso mi rispondi:«Quali prove da fare in Italia? E che ne so! ». E poi scantoni dal generale al locale – Cologno Monzese o Canicattì – invitandomi a provare « con un problema a scala minore, quindi più affrontabile e si spera risolvibile». Chiudiamola qui. Gli scambi polemici personalizzati in pubblico dopo un po’ sono noiosi e sterili. Un saluto

  24. SEGNALAZIONE

    Migranti:

    Mentre sale la tensione tra Grecia e Turchia nell’Est del Mediterraneo, per il contenzioso sulle acque territoriali e le ricerche petrolifere turche protette da una parata di navi di guerra, nell’isola greca di Lesbo esplode la questione migranti e richiedenti asilo. L’incendio, che ha distrutto quasi completamente il campo Moria, ha lasciato senza tetto circa 11 mila persone. La polizia ha impedito loro di raggiungere i centri abitati e vietato alle ong di prestare assistenza e soccorso. Dei 13 mila richiedenti asilo ammassati nel centro, alcuni da 5 anni, soltanto 2 mila hanno trovato riparo. 400 minori non accompagnati sono stati accolti in altri paesi europei, Francia e Germania principalmente.

    (DA Rassegna Anbamed di Domenica 13 Settembre 2020 a cura di Farid Adly)

  25. La proposta di una riorganizzazione in comune delle società d’oggi per aprirci alla realtà dell’immigrazione mi sembra tanto nobile quanto utopistica, almeno per adesso; come premessa ideologica-progettuale ha un significato, il problema sarebbe quello di concretizzarla nella realtà del presente, attenti a non causare più danni che benefici e a scalare quel muro del ‘noi’ che sicuramente è più duro da abbattere di quello di Berlino.

  26. AL VOLO/ JACQUES BIDET

    preferisco parlare di costruzione del comunismo. Presuppone ai miei occhi due condizioni contemporanee l’una dell’altra. Da un lato, un rapporto di lotta-alleanza con i competenti, in modo da separarli dal capitalismo e attirarli verso un progetto alternativo, nel quale troverebbero interesse.

    D’altronde, e questa è in realtà la prima condizione: una lotta tesa ad unire tutti i non privilegiati, la gente comune, in cui troviamo impiegati pubblici e privati ​​e altrettanti (cosiddetti ) indipendenti, indipendentemente dal fatto che siano gestiti attraverso processi più di mercato o piuttosto organizzativi, non importa. Il problema principale è la divisione tra un popolo A, che ha saputo conservare parte delle sue conquiste sociali, e un popolo B acquisito che è gravemente carente, e in cui troviamo una maggioranza di donne, giovani e presunti stranieri. Questo è, a mio avviso, il quadro generale della battaglia, almeno a livello di Stato-nazione.

    (DA “MARX, ALTHUSSER, FOUCAULT E IL PRESENTE” – INTERVISTA A JACQUES BIDET http://bollettinoculturale.blogspot.com/2020/09/marx-althusser-foucault-e-il-presente.html)

  27. Riguardo alla tua ultima risposta: cosa ci posso fare, se ti rifiuti di comprendere che a un certo punto di qualsiasi progetto, occorre individuare un leader? Perfino tutte le Rivoluzioni, anche quelle più “di base”, ne ebbero uno (o un gruppo); e questo a prescindere dal fatto che siano riuscite o meno.
    Cosa ci posso fare, se tu segui una teoria che sostiene di poter risolvere i problemi a scala generale, pur avendo collezionato un secolo di fallimenti quasi su tutta la linea; mentre io mi concentro su problemi particolari, per i quali seguo un modus operandi che, se applicato correttamente, spesso funziona?

    Ma volevo chiudere (purtroppo l’argomento m’era scappato, a causa di certi problemini che ho avuto), dicendo la mia sul confronto Marinetti – Mayakovskij che hai sollevato. Persone agli antipodi umanamente prima che politicamente, ma che mi offrono qualche spunto interessante; a conferma del mio modo di vedere le cose, naturalmente…

    Se è vero che “si nasce incendiari e si muore pompieri”, Marinetti ne è la classica conferma, essendo passato dal voler distruggere (anche solo provocatoriamente e metaforicamente) i musei, al divenire “Accademico d’Italia”.
    Un uomo di potere, insomma, e dotato di quelle solide basi che il vero parvenu di solito non ha. Volto perciò a crearsi non solo la propria cerchia (quanto autoreferenziale non lo so, forse i tempi erano diversi dagli odierni) e la propria posizione di potere. Viene quindi da pensare che a quel punto fascismo, comunismo, o qualsiasi altra parrocchia gli sarebbe andata bene; forse la differenza la fece un sentire nazionalista che Gramsci e i suoi non avevano e quindi una scelta “di destra” era inevitabile. Anche perché il potere stava da quella parte, nell’Italia di quegli anni, e quindi era più facile ricavarsi la propria nicchia di là.
    Ma, verrebbe da chiedersi, non fosse morto per i postumi della Campagna di Russia, sarebbe stato accolto nel P.C.I. con Piacentini e tanti altri nel dopoguerra? Forse no, troppo compromesso in prima persona; però un pensierino, una rivalutazione post mortem sull’onda dell’amnistia togliattiana ce lo possiamo fare.

    E specularmente, Mayakovskij, che di sicuro arrivista o uomo di potere non fu. E qui mi chiedo: non si fosse sparato nel ’30, l’avrebbe atteso la Siberia? Perché doveva aver mandato giù in qualche modo la repressione di Kronstadt e della Machnovscina, ma già il Partito (giustamente, visto quanto fu “di destra” lo stalinismo…) gli stava col fiato sul collo.

    In altre parole e semplificando, a me queste due figure di intellettuali e d’artisti servono da conferma che, soprattutto in ambienti intolleranti, totalitari – “di destra” insomma – o si lecca il culo, o ti fanno fuori fisicamente. Ci fu chi lo capì per tempo: molti intellettuali italiani che inizialmente aderirono al fascismo e man mano se ne allontanarono, magari entrando poi nella Resistenza; e molti intellettuali russi, per i quali però non fu possibile nessuna Resistenza: anche perché, almeno dal ’41, sarebbe stato come cadere dalla padella nella brace. E quindi finirono come finirono. Ma la sostanza non cambia.

  28. ” cosa ci posso fare, se ti rifiuti di comprendere che a un certo punto di qualsiasi progetto, occorre individuare un leader?” (Rizzi)

    Vedi che io ti ho chiesto di indicarmi qual è questo leader oggi in Italia.

    “Cosa ci posso fare, se tu segui una teoria che sostiene di poter risolvere i problemi a scala generale, pur avendo collezionato un secolo di fallimenti quasi su tutta la linea; mentre io mi concentro su problemi particolari” ( Rizzi)

    E invece hai collezionato un secolo o più di successi?

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