L’alfabeto della crisi

Il senso formale e sostanziale di una poesia civile oggi

di Amilcare Bronchielli

Il tema della poesia civile, pur con le sue ambiguità e a volte equivocità, è stato presente in passato su Poliscritture (Cfr. almeno qui e qui ) ma, forse perché la discussione ha svelato difficoltà o stanchezza, è stato abbandonato. Lo riprende adesso un giovane studioso, che propone questo suo saggio. E’ possibile riparlarne? Proviamo. [E. A.]

Ci sono questioni nella poesia che non hanno il problema di essere ancora aperte, attuali, forse trite e ritrite, ma che al contrario rischiano di non essere più trattate con la dovuta perizia. La distinzione, solo apparentemente un po’ pretestuosa, fra una poesia popolare o d’intrattenimento e una più colta e impegnata è una di queste. Ce ne sono altre riferite ad altre definizioni e la faccenda, per come qui vuol essere trattata, non è tanto di carattere filologico quanto antropologico. E non è questione di etichette: alla poesia non servono.

Certo, prendendo atto che di quest’arte possiamo riconoscerne una più colta o più popolare, confermiamo che la lettura da parte del pubblico che si rivolge alla parola poetica è, o può essere, varia, plurale. Si può sviluppare nella ricerca del profondo per immergersi in acque al sicuro dalla massa o bisognosa di uscirne, dalle stesse acque; di riemergere e risalire su una scialuppa con gli altri. Cosa che però oggi, a mio avviso, non è più una questione di élite o di masse quanto di predisposizioni, di bisogni, di gusti personali e non ultimo anche di un certo conformismo indotto dall’attuale società accentuatamente consumistica e materialistica. Una società di prodotti e consumi nella quale lo spazio in vetrina per la parola scritta ha perso le proprie connotazioni, diciamo classiche, di ricerca del bello e di costruzione della finzione per parafrasare la realtà, se non la verità, rivoltando il banco e capovolgendo tutto; ora è la realtà che viene dissimulata nel tentativo di inventarne una nuova: cosa che non porta per induzione alla concezione di nuove verità. Nell’Estetica di Hegel il poeta “non si mette in rilievo come soggetto ma sparisce nel suo oggetto”, egli è “un individuo singolo che (…) con la sua soggettività peculiarità” palesa “un sentimento popolare che l’individuo porta interamente e pienamente in sé”. Quando poi, al contrario, il poeta romantico andrà a concentrarsi e ad esprimere soltanto i moti interni del proprio cuore e del proprio spirito. L’oggettività complessità delle cose contro la soggettiva semplicità dei sentimenti. Certo, sovrapporre i sistemi delle arti passate con quelli attuali è solo un modo fra i tanti per parlarne. Riferirsi ad un’arte higbrow (colta) e ad una lowbrow (popolare) vuol essere solo un inglesismo punto di partenza. Oltremodo, le distinzioni qui stilizzate non tolgono che ogni scrittura d’arte, prima fra tutte quella poetica, per coinvolgere e appassionare il lettore debba esserlo, veicolata dai sentimenti. Ma, per quello che umilmente si sostiene qui, senza dimenticarsi dell’epoca e della situazione contingente in cui ci si trova! Ma così dicendo si pone una domanda: in questa ambivalenza viene prima il lettore, il popolo o lo scrittore?

“Avete una casa fatta di legno e con una certa vista / occhi che la guardano che sia vostra o non vostra un po’ per uno / no, non fa male a nessuno una casa di legno popolare / con dentro una famiglia, solo mezza e animali mansueti / vari elettrodomestici necessari, avete una casa / fatta di ferro di vetro e mattoncini Lego incastonati / seguendo le raccomandazioni precise, le istruzioni d’uso.”

Freud asseriva che l’Io è un incidente, che è l’accumularsi abituale di un punto di riferimento dentro di noi e questo punto di riferimento lo scegliamo fra tanti, ma non è detto che quello sia l’”Io”. Quindi chi siamo davvero noi? Io interpreto la cosa col sospetto che dando tanto credito all’Io soggettivo di noi stessi finiamo alla fine per soffocare il nostro vero essere. Tant’è. In questo contesto, ogni autore fa le sue scelte più o meno libere e consapevoli. Difficili le mezze misure. Eppure, se le etichette non servono, la problematizzazione teorica al riguardo forse un poco manca. Ognuno oggi, scrittori e editori, colonizza e abita la propria nicchia esistenziale e poetica coerentemente con l’attitudine sociale attuale all’individualismo e all’isolamento. Questo è l’antefatto dal quale parto per questa mia riflessione sul senso, non tanto umano quanto culturale, sociale e politico del fare, proporre e fruire della poesia. Oggi. Adesso. Non in un astratto momento storico altro. In questo momento in cui la nostra democrazia delle possibilità è chiusa in un involucro di timori – del virus, dello straniero, del cambiamento, del futuro – che ne riducono spazi e ossigeno, ne ammorbano la salute e le creatività culturali e artistiche. Quando queste, dovrebbero ancora con più coraggio e decisione contribuire alla rottura con questo stato di lento e soporifero declino. Lasciando da parte, a mio avviso, retoriche e luoghi comuni sulle nostalgie di un passato edulcorato o della sapienza popolare del che era meglio quando era peggio: non è di questo che si sta parlando. L’adesso nella considerazione delle eredità del passato e nella fiducia – direi coraggio – nel passato è l’unica cosa che esiste. Tutti i poeti, fateci caso, parlano del contingente loro presente. Gli altri tempi dei verbi risuonano quasi stonati e fuori luogo. Allora la distinzione che mi interessa qui è fra una poesia intima, che si conclude in se stessa e una poesia che invece si apre al di fuori: come nel caso edificante del libro L’alfabeto della crisi (ItalicPequod, Ancona 2013) dell’aurore Raffaele Castelli Cornacchia che da una ventina d’anni, prima con Via Milano (Lampi si stampa, Milano 2012 nella collana Festival curata da Valentino Ronchi) fino ad arrivare ad oggi con La zona rossa (Transeuropa, Massa 2020), è impegnato in tal senso. Remando contro corrente, occorre dire subito. Un tempo insomma adeguato per tirare qualche conclusione. Un percorso nel quale i chiaroscuri lasciano ombre più nette. A dire, però, contro una certa tendenza all’omologazione disfattista anche nei confronti delle imprese dell’arte e della letteratura, che nel nulla che è scontato ci deve stare che qualcuno, e il poeta in questo ha maggiori margini di manovra, che possa ancora rivendicare di essere una mente libera non da offrirsi al miglior offerente, ma ad esso stesso offrire un modello, per quanto criticabile o fastidioso, dal quale trarre curiosità e interrogativi. L’omologazione non è una condanna inevitabile. Non amo le facili generalizzazioni e i luoghi comuni troppo condivisibili che traduco con banalità. Certe convenzioni formali però oggi sono troppo rigide, vengono seguite acriticamente e creano ostacoli e resistenze. Alla luce dei fatti non funzionano. Ci sono alternative, e oggi quelle sono più in mano alla poesia che alla religione, alla politica, all’economia e alla scienza e, appunto per non generalizzare, con particolare riferimento alla realtà nazionale italiana. Un’Italia che non è più quella di Fortini o di Parini, di Ungaretti o di Quasimodo, certo: questa è un’Italia peggiore. Ma a cosa servono i paragoni. Fanno male i paragoni? 

“Cane d’un porco cane prova a dirmelo / che non è così e non ti cavi gli occhi / rispondimi, usa la tua voce a lutto / che avere ragione su tutti gli altri / è solo il potere di poterlo fare / impronte baciate su muri d’ospedale / dove insegno, per strada o al mercato / un po’ dove guardo e un po’ dove sparo / mirando ai pianeti e agli angeli / fra gatti volanti e cani ballerini / fra le file di birilli sparsi distanti / fiutando attendo i baci e gli schiaffi / e so che lo pensi”.

Se storicamente il concetto di poesia civile può essere – semplificando di molto – tratteggiato in un legame fra lo scrivere e un’appartenenza ideologica, oppure territoriale del quali farsi portavoce e in cui riconoscersi, ci si rende subito conto che la stessa definizione sarebbe difficilmente indossabile oggi. Analogamente, sia storicamente che attualmente, un certo modo di fare poesia impegnata – non spaventi la parolaccia – potrebbe essere associato all’esclusivo impegno politico dello scontrarsi con il potere dominante. Il ché è sì il contrario del compiacimento ricercato da tanta poesia attuale, ma non è nemmeno questa l’operazione portata avanti nel nostro caso. Una poesia che davvero si metta in gioco oggi nel panorama sociale e culturale più allargato non si fa nemici tanto nelle leve del potere – che dalla poesia teme ben poco – quanto piuttosto nelle file e nelle trincee degli addetti ai lavori. Da qui, potremmo dire, il carattere provocatorio e di stimolo intellettuale dell’operazione piuttosto che di azione sovversiva. Diciamo, per ironizzare, che alla transustanziazione del pane e del vino come coagulo a formare la parola scritta il nostro autore predilige di gran lunga la macerazione dell’uva a farne parole di mosto da calpestare con i piedi. Sporcandosi anche le mani e tutto il resto e ritornando da dove tutto era partito: dalla terra. E il vino è buono, badate, e la poesia è bella. Insomma al rimedio all’assenza e alla mancanza di qualcosa da sublimare scrivendo, qui è preferito il recupero di ciò che già di per sé c’è e magari non lo si vede mettendolo, scrivendolo, in maggiore risalto. Al rifiutare la realtà per quel che è e quindi al mistificarla, la scelta qui è quella di intervenire su di essa e tentare di cambiarla svelandone le contraddizioni. Il mito viene richiamato da inferi e paradiso ma non si sostituisce mai al reale terreno umanistico. Un poeta umanistico sovversivo non in quanto poeta, quindi il nostro, ma in quanto poeta impegnato nel sovvertire. Nella sua poesia, anche quando l’argomento non è ideale, sociale o generico ma ad esempio si restringe – o si apre – intorno all’amore, questo amore non è un pretesto ideale per dire altro ma si nutre dei corpi reali di un uomo, di una donna o di qualsiasi scelta sessuale uno sia portatore. Ancora una volta sporcandosene le mani. E non sono queste scelte di metodo o di stile, bensì di significato e di scopo. L’etichetta dello stile non centra niente. L’opportunità immaginifica della parola qui viene sfruttata a piene mani senza cedere nulla al lirismo prosastico e descrittivo. Questa è la poesia impegnata de “L’alfabeto della crisi”. Una poesia che non è, o prova a non esserlo, un bello specchio che riflette la società. Un poeta che senza rinunciare a basi filosofiche ed esperienziali importanti non tema di metterle al servizio di una causa dichiarata. Con tutto il rischio che questo comporta. E non stiamo parlando qui di rozza militanza poetica né di autodistruzioni personali che non servono a nessuno se non ad edificare illusioni di immortalità. Paliamo della ricerca di una verità mai troppo prospettiva ma verso l’uomo. La giusta misura incartata in un vocabolario esperienziale apparentemente povero e di certo essenziale. Quel che basta a trattare di una condizione esistenziale ancora una volta, necessariamente, poeticamente ferita ma appunto per questa rivolta all’altro. Così da vendicarsi e scalfire con le parole. La poesia non innocua di cui discutiamo

Ecco, allora, l’importanza del fare cultura in generale, e del fare poesia qui in particolare, come azione che senza rinnegare le proprie peculiarità formali si renda disponibile e si metta in gioco sulla piazza. Sul mondo reale. O quanto meno, di quella realtà intelligibile anche ad una platea di non addetti ai lavori. Non solo nel chiuso dei salotti letterari o dei convivi fra poeti amici e nemici.

“Prestano i loro muscoli senza squame / rilasciano come sentore di cantina / la loro creatività di madreperla / frammistione di sgozzato e rinsecchito / troppo tempo abbandonato da qualcuno / il tentativo del petalo che non t’ama / l’affidabile pazienza del galleggiare / e dopo una settimana prendi fiato.”

Certo, un’operazione questa che presuppone da parte della massa una certa disponibilità e collaborazione ad istruirsi e ad uscire da quel complesso mix di impreparazione-supponenza nei confronti del verso poetico alla quale il poeta, in ogni modo, può dare una bella mano. Nel rispetto e con l’attenzione dovuta verso le emotività e le idee di ognuno, certo. Il risultato dev’essere un disomologazione rivolta ad un nuovo sentire e, quanti fatti ci possono essere in una poesia!, e fare comuni. Perché se il poeta è un fingitore, come disse Pessoa e fortuna che lo è, la vera menzogna è sempre quella di chi gestisce il potere reale. Imbrogli ai quali le masse, nel loro incretinimento fisiologico ed esistenziale, si prestano peraltro con una certa accondiscendenza. Mentendo loro stesse così da riceverne le risposte semplici che già si aspettano preconfezionate. Leggere un best-seller “pompato” e fatto male credo risponda a questo bisogno: la legge della domanda e dell’offerta. Poco importa se più di dieci persone messe insieme a fare branco meritano fiducia o meno, c’è chi si siede in platea e chi sta sul palco e ognuno deve fare la propria parte. Niente di drammatico peraltro. Si parla sempre di realtà ma non è essere moralisti auspicare un cambiamento. Un resistenza. Un forzatura. E la quantità a cui tutti s’appellano certo non aiuta ma la qualità richiede sforzi diversi. Scelte differenti da parte di tutti gli specialisti e addetti ai lavori. Forse con un certo spirito didattico, magari. Sapere non cresce come una pianta infestante, mentre l’ignoranza, se non la stupidità, sì. Mica per salvare nessuno – torniamo sul moralismo da evitare -, ognuno si salva e si condanna da sé, ma perché l’individualismo in ogni campo alla lunga non ha pagato. Viviamo in una società interconnessa e ipercontrollata che non dialoga e che vive delle solitudini delle vite dei singoli. Che ci può stare per il ritratto umano del poeta di leopardiana memoria – che per inciso non era un pessimista bensì un realista!-, ma non per la vita di una comunità. Oltre tutto, mi permetto di dire che esistono (ancora) anche imperativi morali, doveri – altra parolaccia – verso se stessi e gli altri che ci possiamo anche scegliere al di là dei possibili risultati prevedibili e ottenibili e questo non toglie il senso e il valore dell’impegno. Mica si può svitare la testa alla gente e potendo non lo faremmo nemmeno, però si possono dare coordinate e riferimenti alternativi, magari meno allettanti per il mercato ma più credibili culturalmente. Forse la poesia non avrebbe nemmeno tanto senso in un contesto di troppa consapevolezza di massa. Non ci vedo nessuna contraddizione nell’affermarlo. Anzi, le operazioni culturali ad alto livello, quindi non omologanti, creano e risolvono sempre contraddizioni. Che a vederle da fuori a volte le cose si vedono meglio. A dirlo Aristotele si rivolterebbe nella tomba. Eppure conoscere è anche guardare da lontano. Non ne senti né il profumo né il lezzo. Le vedi per quello che sono o almeno le puoi descrivere, le puoi rappresentare come non è tenuto a fare chi scrive, che dovrebbe invece gettarsi a capofitto come un mulo intelligente a codificare nuovi gusti, nuovi azzardi. Rinnovati fastidi per chi deve giudicare e rinnovati entusiasmi per chi deve pubblicare. Anche se le crisi, intendiamoci, come quella iniziata nel 2007 e ancora in corso, riportano in vita l’ibernazione dei mostri. Non se ne trae nulla di migliore. Non è mai stato così. Non è mai successo. Solo imbrogli della Storia di concezione positiva lineare contro quella, alla quale io aderisco, di impianto circolare, ciclico e ripetitivo. Le cose si ripetono ma per ognuno, per chi le vive, è sempre la prima volta.

“Quanto costa caro, tutto quello che se ne sta nascosto / sotto questa terra // Così accomunati dall’età e la bocca dall’espressione / e il timbro di gelatina bello  in mezzo al viso d’occhi / sgranato a guardare un cupo tramonto”.

No, non invidio le condizione in cui si muovono gli scrittori di oggi. Ai tempi di editori come Gobetti, Scheiwiller e Guanda quando arrivavi finalmente a farti pubblicare avevi superato le Colonne d’Ercole e quella era una tappa. La conoscenza e il portafogli si schiudevano all’imprevisto. Avevi più credito. Su cinque scrittori italiani a vincere il Nobel per la letteratura tre erano poeti: Carducci, Quasimodo e Montale.  Oggi è tutto un tira e molla dove l’unica cuccia è riuscire ad entrare nella squadra silenziosa della Bianca o de Lo Specchio e lì, finalmente, morirci dentro. Per andare oltre questo però i poeti devono riprendere a muoversi autonomamente, senza attenersi a quella o a quell’altra “scuola” o attendere l’editore di turno che li incanalerà in quello o quell’altro modo di intendere e di proporre la poesia. Devono proporre la singolarità delle proprie idee con forza. Non amo, per inciso, i poeti che vanno troppo d’accordo fra loro. Credo il mio sia un retaggio mittel-romantico da sturm und drang. Apprezzo molto i confronti costruttivi, persino gli scontri quando questi poggiano sul dialogo, sulla competenza – finiranno le parolacce?- e sulla conoscenza. Anche perché dall’esperienza che mi racconta l’amico Raffaele, a qualcuno questa operazione di invasione del proprio scrivere sul fronte apertamente politico – ma cosa non è politica? – e sociale – e cosa oggi è davvero sociale! – da certe reazioni a qualcuno da ben fastidio. Eppure l’autore è tanto convinto del suo agire da partire, nell’analisi da me raccolta, dalle critiche e dai lati quindi più deboli e vulnerabili del proprio scrivere ricevute. Tutta polvere per i suoi e miei cannoni a quanto sembra. Sì è sentito ribattere, infatti, da critici e da editori, che quello che ha proposto loro non convince per il rischio intrinseco nell’affrontare temi così attuali oppure perché non in linea con quanto si vuol proporre ai lettori. Quindi? Nessun fraintendimento. I temi attuali infastidiscono ed è meglio parlare di un intimismo meno pericoloso. Fuoco alle polveri. Poi, capisco pure che non ci muoviamo nel pensiero globale dell’antica Grecia, ma nemmeno ad un défilé di manichini. I 15.000 editori italiani raccolgono sotto le loro ali, in maniera diversa i piccoli dai grandi ovviamente (cambiano le dimensioni delle ali), masse di promesse o di conferme che ben rappresentino l’idea di poesia dell’editore e che come tale la presenterà ai propri lettori. Non uno scopritore di talenti unici e in parte indefinibili, quindi, ma un collezionista di tipi. Quello politicamente scorretto o quello romantico, quello da foglio perennemente bianco o quello che spreca alberi, quello che sa scrivere e a volte, meglio se non sa scrivere. Oppure un mix di tutti per fare un catalogo variegato. Un menù per tutti i gusti. Del resto, sempre rimanendo all’interno del percorso esperienziale e poetico in questione, basterebbe considerare quanti riconoscimenti in premi e concorsi ha ricevuto la prima pubblicazione poetica dello stesso (A meno che, Ennepilibri, Imperia 2008) nella sua versione ancora inedita. Poesie romantiche, d’amore, litanie e requiem sulle quali molti si sono spellati le mani ma quella era tutta un’altra storia.

“ Cosa vuoi di me, se ho la pelle liscia, i seni duri / se i miei muscoli allungati flettono e sollevano / cosa posso offrirti se i miei occhi sono attenti / se le mie dita montano e smontano con precisione / velocemente comprendo il da farsi cosa pretendi / cosa ti posso dare se la mia pelle ha buon odore / se resisto alle ore che decidi senza lagnarmi mai / che t’aiuti a tenere in piedi lo stato delle cose forse? / Avevano gli stessi pensieri, e anche la stessa vita / e seguitavano a seguire gli stessi astri, violentati.

Le tragedie della vita, del resto, stanno nella vita reale delle persone reali e non nella trasposizione fantastica dei poeti. Con la situazione sociale e politica, e quindi culturale che stiamo vivendo non è che bisogna immedesimarsi per descriverla o inventare granché, serve piuttosto il modo di decodificarla e di metterla sul piatto approfittando di un punto di vista più libero e meno controllato. Poesia, appunto. La drammaticità precostruita a scopo letterario ha invece un ché di romanzesco che è ben altra cosa e sono pochi i casi in cui, leggendo il percorso di pubblicazioni di un poeta, ci si ritrovi anche ad attraversare una strada che porta con se una storia, una esperienza, una coerenza di processi che a rileggerla si faccia anche testimonianza per chi procede nel cammino. Le opere così messe in fila spesso non rappresentano la prospettiva di un’evoluzione decodificabile ma la somma di momenti. Di sussulti esistenziali. Di vita, certo. Una vita nella quale ognuno sembra però essere responsabile nemmeno per se stesso figuriamoci per un bene comune. Una vita priva del problema di doversi ancora vergognare di soffrire di enfasi idealistiche. Una vita privata della frustrante possibilità di poter fallire. Meglio una poesia più innocua e digeribile quindi. E certo, suonerebbe paternalistico un richiamo ad un maggiore impegno da parte dei poeti nei confronti di ciò che c’è di altro al fuori di loro e, forse, tutto sommato così è. Richiamo che sortirebbe effetto, forse, se nei loro pensieri s’instillassse un vero timore, una paura, un senso tragico che andasse al di là del contingente delle loro vite, tutto sommato, illusionisticamente agiate. Sulle paure vere della quotidianità la poesia corretta, quella degli oggetti e dei sentimenti, quella delle descrizioni minuziose di attimi insignificanti, non ne vuole sapere di togliere il suo velo e anzi, come in un gioco di prestigio, tende a far sparire il banco. Le stesse contraddizioni fra bene e male hanno ormai trovato nei poeti autoctoni una spontanea, mai spiegata sintesi che va a rappacificare – ma nemmeno tanto formalmente – tutto e il contrario di tutto. Quindi nulla.

“Sono loro, sono io, libero di pensare e fare / di pensare d’esserlo libero, e di farlo credere / di filosofeggiare dello scorrere sulle rotaie / stese sulla morbida seta portata da Marco Polo / libero navigante con prenotazione e turista / apprendista intagliatore proprio in mezzo ai seni / scorrere la lama fra i capezzoli il cuore, dentro / veloce, come i treni e come le strade, di sopra / sotto i tunnel e sopra i ponti e le dolci volte / dei concetti belli da dire, proprio quelli passeggeri / come un dolce avvelenato da leccarsi le dita / e ogni orifizio, e meandro, senza alcun pudore.”

In ogni caso, nella migliore delle ipotesi, quando il poeta, ogni poeta, avrà soddisfatto prima il proprio capriccio e poi i nostri bisogni e le nostre esigenze, allora egli ci avrà suo malgrado irrimediabilmente deluso. “Dopo che se ne è andato da qua a là, tu resti da solo, Pseudolo. Che farai adesso, dopo che da generoso hai reagito con parole al figlio del padrone? Dove sono i soldi? Per cui non è pronta nemmeno una briciola di certa decisione e neppure certamente di soldi: ne adesso so che cosa farò. Non hai un punto da cui partire per tessere la tela, e non hai un certo fine per finire la tela. Ma come un poeta, quando si prende le tavolette, cerca quello che (non) è da nessuna parte fra i popoli, e tuttavia lo trova, fa credibile quello che è invenzione, ora io diventerò poeta: venti mine, che adesso non sono in nessun luogo tra i popoli, tuttavia le troverò da “Il servo poeta” di Plauto)”. Sconfitto, anche, dalla richiesta di una purezza formale fine a se stessa che non aggiunge e non toglie nulla. Non nella vita reale e nemmeno in quella virtuale – che peraltro ormai coincidono senza, loro, conflitto alcuno -. Come un vaccino che non funziona. Perché questi tempi malati in fondo ne hanno bisogno, delle provocazioni e dell’impegno di tutti a guarire. A non far finta che le cose belle restando immutate a se stesse possano migliorare quelle brutte. Dopo il lockdown la solidarietà è finita, si è passati alle ragioni e ai torti, alle prove muscolari e tutto questo vale a patto che quello che leggiamo ci renda lo specifico personale di uno, ci faccia giungere forte e chiara la caratterizzazione di una voce mossa da un trauma, da una ferita o da un’ideale. Su questo siamo d’accordo. La poesia può essere uno spazio alternativo di dibattito e di dialogo che però parta dal mondo, per arrivare al mondo. Un mondo che si deve pur pensare pronto all’ascolto, malgrado tutto. Utilizzando fra le tante possibilità del dialogo poetico quello che intende raggiungere, condividere, accompagnare e non assecondare o respingere o far supporre che solo la voce narrante la sappia lunga. O quanto meno, che anche quest’impostazione possa avere diritto di cittadinanza e trovare spazio per buona pace dei benpensanti. Un modo di fare poesia che non abbassi mai la guardia davanti all’illusione del dirti che tutto è finito, che il pericolo è scampato e che nessuno, tranne te poeta che scrivi con lacrime di sangue, nessuno soffre più davvero. Col fine primo, e non ultimo, tutto sommato solo di scuotere ancora e di scrollarle quelle coscienze ancora vitali, ancora reattive al torpore generale. Sarebbe bello essere d’accordo anche su questo. Sarebbe bello trovare la giusta misura, nella quale realismo e metafora, allegoria e condanna possano convivere. Alternarsi. Completarsi.           

“Che forme faranno, quei sassi lanciati nell’acqua / quando scorre veloce e forma degli anelli / che partono dal lago di che forma, che diametro / di che colore e per quanto tempo la promessa / quella di un lancio propiziatorio e casuale / presente nell’orecchio di chi gli s’avvicina / negl’occhi speranzosi e illusi di chi passa / e si china, a cercarne fra i canneti l’impronta / la prova circolare del voto d’una promessa / che corre veloce verso valle, senza memoria / sprecando lanci pieni di Atene e di Sparta / cercando di corromperne il flusso della corsa / l’odore naturale di una falsa libertà / di un falso aroma di muschio e di schiuma.”

Una postilla. Questo articolo, nell’intento di chi lo ha scritto, doveva essere il frutto a una mano dei confronti di due teste, il sottoscritto e il poeta ma, devo dire con molto piacere e arriccchimento per l’articolo stesso, si è aggiunta strada facendo la terza testa del creatore e gestore della rivista al quale, per i suoi preziosi stimoli e consigli, vanno i ringrazimenti delle altre due teste.

5 pensieri su “L’alfabeto della crisi

  1. Fa piacere che il tema della poesia civile venga ripreso da qualcuno, specie se giovane. E’ argomento carico di equivoci ed è stato spesso trattato in modi retorici, ambivalenti o con astrattissimi ed effimeri furori militanti. Noi vecchi abbiamo capito che spesso capolavori significativi sono nati anche da chi professa ideologie più o meno perverse o “poco civili”; e che ideologie progressiste o innovatrici o avanguardiste e rivoluzionarie hanno prodotto spesso propaganda mascherata da “poesia civile”. E, forse per questo, abbiamo maturato una certa stanchezza e scetticismo sulla questione dopo la stagione feconda ma esaurita di Fortini, Pasolini, Roversi. Il tema, perciò, è quasi scomparso dal dibattito culturale e da quello in corso tra i poeti con maggiore visibilità sui mass media. Prevalgono – mi pare – le tendenze a ribadire l’autonomia assoluta della poesia o della sua sottomissione alla “vita” (o fusione con essa). Eppure la questione del secolare rapporto poesia/storia (e/o poesia politica) resta spinosa e ineludibile. Perciò il saggio che Amilcare Bronchielli ha proposto a Poliscritture mi ha un po’ sorpreso. Certo, ci sono alcuni punti di differenza o di divergenza dal mio modo di pensare e sentire la questione civile, che credo dovuti a esperienze generazionali differenti per linguaggio, autori di riferimento, ambiti culturali frequentati.
    C’è – come ho già fatto notare in uno scambio per mail tra me e lui – un contrasto tra la sua visione della storia («di impianto circolare, ciclico e ripetitivo. Le cose si ripetono ma per ognuno, per chi le vive, è sempre la prima volta») e quella mia, che tende a porre l’accento sulla conflittualità (spesso tragica) della storia umana e comunque è ancora aperta al possibile salto a nuove contraddizioni (Cfr. «[Comunismo] è la possibilità (quindi scelta e rischio, in nome di valori non dimostrabili) che il maggior numero di esseri umani – e, in prospettiva, la loro totalità – pervenga a vivere in una contraddizione diversa da quella oggi dominante», F. Fortini, http://www.poliscritture.it/2017/02/09/appunti-politici-3-comunismo-di-f-fortini/).
    Ci sono anche accenti diversi sul problema del rapporto tra poeta e pubblico della poesia. Bronchielli mira ad «un’operazione […] che presuppone da parte della massa una certa disponibilità e collaborazione ad istruirsi e ad uscire da quel complesso mix di impreparazione-supponenza nei confronti del verso poetico» e io credo di essere più problematico e dialettico (Cfr. l’esperienza del “Laboratorio moltinpoesia”, https://moltinpoesia.blogspot.com/2013/02/ennio-abate-laboratorio-moltinpoesia-di.html).

    Infine, mentre io insisto a trovare insufficiente lo sforzo (anche di pensiero) che i poeti (più che la poesia) oggi fanno per misurarsi con un mondo globalizzato che sta sconvolgendo le nostre esistenze e continua a imporre guerre e distruzione del pianeta, lui sembra dare maggiore importanza alla (per me) sterile polemica interna alle corporazioni degli addetti ai lavori, dei “poeti di professione” e degli editori. E tuttavia, malgrado queste mie riserve, sostengo con simpatia questo «inizio di un percorso» di un giovane studioso e spero che trovi altri interlocutori a spalleggiarlo.

  2. Da ingenuo idealista vorrei scrivere che oggi avverto forte l’esigenza di una poesia e di una letteratura, non retorica, di impegno civile: contro la povertà e la fame del terzo mondo, contro le guerre e le armi, contro la droga; contro il potere finanziario e la speculazione economico-sociale delle lobbies, contro uno sfrenato capitalismo e consumismo; contro il conformismo politico, contro lo strapotere scientifico e tecnologico, contro l’oscurantismo culturale, contro l’estremismo ideologico e le dittature, contro la lenta agonia della terra, contro la paura e il disagio esistenziale, contro la morte dell’anima. Dal Lucrezio del De rerum natura, all’Apocalisse di Giovanni, al Thomas Eliot della Terra Desolata: una forte poesia di riflessione e di rinascita, che punti all’essenza della vita in terra e in cielo, avversa a un percorso foriero di morte; al di sopra di un rassegnato e indifferente materialismo, della crisi sociale, di un realismo pessimista: per affermare che la parola della Musa appartiene ancora all’io e al noi, nella sua funzione di catarsi.
    Da ingenuo idealista…

    1. Personalmente, riferendomi allo scritto in oggetto ma più ancora alla realtà in cui siamo, più o meno attivamente, più o meno coscientemente e consapevolmente immersi, compartecipi, a volte vittime altre carnefici, penso che l’esigenza espressa dal sig. Franco sia tutt’altro che (ingenuamente) idealista. Infatti, gli “-ismi” contro i quali egli si scaglia non sono gli elementi di un’irreale astrazione; così come non lo sono gli oggetti e i soggetti della poesia di un rinnovato impegno civile qui auspicato e, per il sottoscritto più ancora, chiamata ad uscire allo scoperto e a confrontarsi dialetticamente in maniera più attiva. E non mi spaventerei comunque, in un periodo storico così avverso ad ogni ideologia (intesa come complesso di idee strutturate e coerenti all’organizzare positivamente la vita di una società, non come il coacervo di mentalità e abitudini attuali), a riferirmi ad un idealismo etico che riconosca nella realtà il dovere morale, culturalmente libero e laico, di esprimersi. A tutti i livelli ma qui, appunto, attraverso “una forte poesia”. Certo, senza mettere per questo in discussione l’ambivalenza, la possibile convivenza fra i due aspetti del senso del fare poesia cui mi riferivo inizialmente: “una più colta o più popolare”, sempre “varia, plurale”. Certo, come dice Franco, la parola frutto dell’ispirazione personale del poeta appartiene sia all’Io che tutti noi. Confermo però in questo il mio “sospetto che dando tanto credito all’Io soggettivo di noi stessi finiamo alla fine per soffocare il nostro vero essere”. Ecco perché, idealmente e praticamente, nella mia ricerca preferisco puntare più su quell’io (minuscolo appunto) che siamo tutti noi. Anche se, e in questo dissento dal contributo cui mi riferisco, non darei tanto alla poesia un compito catartico di purificazione (dei fatti o delle idee, del corpo o dell’anima). Anche perché, con tutti i rischi annessi, amo le contaminazioni (culturali e artistiche) e ritengo fuorviante individuare dei capri espiatori per le tante colpe dello status attuale che rischiano di mettere in secondo piano la responsabilità e l’impegno personali che ognuno ci può mettere. Non per ultimi, appunto, i poeti. Quindi sì, caro Franco, speriamo, ma soprattutto facciamo davvero che il suo ingenuo idealismo si possa realizzare!

  3. Gent. Amilcare, la ringrazio per la sua attenzione e condivisione. Aggiungo solo due precisazioni: anche nel mio testo l’io compare con la minuscola, per una precisa scelta. In quanto alla funzione catartica della poesia essa appartiene a una parte della nostra tradizione poetica, perciò questa finalità rimane soggettiva. Solo personalmente la considero come uno scatto in più per uscire dal recinto del realismo. Occorrono, tuttavia, muscoli da atleta.
    Con l’occasione le esprimo un sincero apprezzamento per il suo lavoro, significativo e coraggioso, che lei sicuramente saprà portare avanti con ferma coerenza. Con molta cordialità e stima.

    1. In effetti Franco avevo ben notato l’io minuscolo che già ne dichiarava le intenzioni, solo nella risposta ho colpevolmente omesso (per distrazione e dimenticanza) di sottolinearne la scelta e me ne scuso. Non tanto perché la cosa sia grave in sé, quanto perché ritengo che ogni osservazione o reazione ad uno scritto altrui (anche quando questa è un’occasione per ribadire idee proprie) deve sempre tener conto di quanto espresso con chiarezza e a quello riferirsi: altrimenti uno finisce per parlarsi addosso senza tener più conto della tesi iniziale. Quanto agli aspetti funzionali tradizionali (o alle consuetudini) cui lei si riferisce, così come a quelli tecnici e formali (gli ornamenti retorici, la metrica, la musicalità …) che appunto differenziano la poesia dalla prosa, non è mia intenzione addentrarmici e metterli in discussione. No. Quello che mi interessa è sollecitare un dialogo dialettico fra i poli opposti (quando potrebbero a mio avviso svilupparsi e farsi complementari): fra soggettività e oggettività (o realtà), fra soggettivismo e realismo. Quanto alla significatività riguardo al provocare quello che al momento mi pare tanto un cortocircuito, dipenderà dalla qualità e dalla quantità del dialogo, del confronto, anche del conflitto che ne scaturirà. Con altrettanta stima, la saluto cordialmente.

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