Ghiacci che si sciolgono


di Marcella Corsi                                                        

           La prima notizia che quella donna bionda interamente vestita di nero mi diede del suo viaggio nei paesi baltici fu che era andata anche in Russia, a vedere dove era nata sua madre.

‹‹Un pezzettino di Russia, quello che si sono tenuti per avere lo sbocco al mare. Adesso la storia è finita. Mio padre è morto ed è finita. Ma la storia di mia madre, bisognerebbe scriverci un libro››.

Andammo da lei qualche giorno dopo.

          Era per invitarla a montargli sul dorso che il baio si abbassava ogni volta fino a terra. Cristel aveva sette anni e gli portava da mangiare ogni giorno, ma non gli saliva mai in groppa: non era cosa da bambini né, a maggior ragione, da bambine. Sul grande cavallo abbassatosi al suolo montava il nonno quando la sera usciva dal bar malfermo sulle gambe.

Cristel slegava il cavallo e lo conduceva fuori dalla stalla sino alla fine dello spiazzo antistante le abitazioni  ̶  la strada per arrivare al paese la conosceva, aspettava il padrone davanti al bar e lo riportava a casa  ̶  poi, sotto le coperte, doveva solo stare con le orecchie aperte per sentire il suono degli zoccoli sulla terra battuta. Intanto immaginava in cielo le stelle, grandi come le aveva viste una volta che con Will erano andati sul canale di notte.

Lo faceva senza troppa fatica ormai, quasi un’abitudine nonostante il sonno qualche volta rischiasse di vincerla. Riportare il cavallo nella stalla era uno dei suoi compiti. Un altro era quello di andare a prendere l’acqua al pozzo in fondo all’aia, proprio accanto alla stalla, dove insieme al grande cavallo baio erano custodite alcune mucche e diverse capre.

Il baio era una femmina, con un macchia di pelo bianco tra gli occhi che di notte sembrava a Cristel una minuscola stella. Ricordava ancora la prima volta che aveva visto la cavalla, sdraiata per terra, su un lato. Ricordava ancora il sapore del latte succhiato ai suoi capezzoli troppo grandi.

         Will aveva quasi gli stessi anni di Cristel, ancora meno domestici di quelli di lei. Anche quando lavorava negli orti, sua madre era molto attenta ad ogni rumore che lo riguardasse. Sapeva che il figlio provava un irresistibile impulso ad allontanarsi dalla fattoria, inseguendo l’idea – che gli si formava  diversa ogni volta – di quello che doveva essere stato il cammino del padre verso le miniere al confine con la Francia. Qualche notizia della vita di suo padre lo raggiungeva attraverso le rare lettere mai più lunghe di una pagina. Ma il viaggio, il suo allontanarsi doloroso e stretto, rimaneva nella nebbia del non detto e provocava la sua immaginazione fino allo spasimo.

Anche il padre di Cristel lavorava in miniera, sebbene non così lontano. Non lo vedeva mai però perché non era sposato con sua madre, né il nonno aveva permesso che la figlia andasse a vivere da lui. Emilia non aveva voluto diventare madre e non riusciva a non vedere nella figlia il segno tangibile dell’indisponibilità del suo uomo ad esserle compagno. Lavorava duramente in un albergo di Tilsit e talora stanchezza e rabbia si riversavano pesantemente sulla bambina.

Cristel accompagnava dunque Will nelle sue esplorazioni dei dintorni della fattoria più per scansare i malumori della madre che per autonomo desiderio. Usciva con il visino serio, gli occhi talvolta umidi. Ma tornava quasi sempre sorridendo. La accomunava a Will una immaginazione fervida e la capacità di godere intensamente dei minuscoli avvenimenti di cui la vita dei bambini è piena. 

        La grande cucina centrale aveva su un lato un camino immenso. Gli uomini ci salivano dentro, quando dovevano risistemare sui trespoli lo spiedo di ferro che reggeva i caldai e la carne salata appesa a seccare. La nonna appendeva il caldaio con la minestra nel punto libero più vicino al centro dello spiedo, dove il fuoco era meglio alimentato. E sul tavolo costruito con assi lunghe levigate solo nella parte superiore le donne facevano il pane due o tre volte al mese, tutte insieme.

Talvolta capitava che cenassero con la famiglia di Will nella cucina comune: il nonno, la nonna, Augusta, Otto, Elena, Ida, Emilia e Cristel da un lato, accanto a lei Will, poi sua madre, i fratelli, il nonno che finiva col trovarsi seduto accanto all’altro capofamiglia. A modo loro – poche parole e argomenti sempre legati al comune lavoro – i due uomini si mostravano stima e in qualche misura affetto. E quando parlavano, nonostante la voce fosse in genere pacata e senza troppe variazioni di tono, i baffi rossicci del nonno parevano scoppiettare piano come nel camino i legni già bruciati. La sosta durava il tempo del tabacco acceso nelle pipe.

Più spesso, dopo aver cotto il cibo in cucina, ogni famiglia consumava la cena nella parte della casa dove abitava, prima di uscire a turno nel buio ad orinare per poi andare a dormire al piano di sopra.

Per Cristel l’operazione era sempre assai veloce. Non si guardava mai troppo intorno. Tendeva invece l’orecchio ai rumori della notte, un urlo di civetta in lontananza, lo scricchiolìo di un topo tra i piselli impalati. Il freddo quando c’era non lo avvertiva ma la luce le mancava più che a chiunque altro. Era grata alla luna quando sporgeva sull’aia la sua faccia sghemba. E quando era piena andava ad osservarne i crateri sull’altro lato della casa, dove dormivano sua madre, Augusta, Elene e Ida.

Solo la volta che erano andati a caccia di civette sul canale non si era indispettita della notte. La luna quasi piena faceva lunghe soste dietro le nuvole e Cristel s’era persa fra le stelle.

        ‹‹Come fanno ad arrivare i bambini che prima non c’erano, eh, Will?››

Avevano preparato la sortita con cura, anche una coperta per poter restare fuori a lungo. E finché non erano stati lontani dalla casa non si erano sentiti al sicuro. Ma adesso, dopo aver osservato le civette cacciare, sdraiati vicini nella notte che portava solo il rumore basso dell’acqua del canale, erano liberi di spaziare tra le domande meno banali.

‹‹…. ››

‹‹Dio avrà molta pasta per il pane e di sicuro li fa così … come la nonna fa i pani per la festa››.

‹‹Ma no…››, stava per obiettare Will dall’alto dei suoi nove anni di maschio. E poi aveva spiato le volpi.

‹‹… e a seconda di quanto cuociono sono biondi o bruni››.

L’ultima notazione di Cristel non gli fece dubitare delle nozioni che credeva acquisite sull’argomento, ma rimase in silenzio fissando gli occhi sulla stella più bassa.

Non replicò nemmeno quando lei concluse: ‹‹Dio sa fare le forme di pane molto meglio della nonna››.

La prima domanda però rimaneva sospesa tra loro. Finché Cristel ripeté: ‹‹… ma come fanno ad arrivare qui …››

Qualche secondo di silenzio, poi Will decise di stare al gioco: ‹‹Come i delfini, che prima non li vedi e poi ti saltano fuori dall’acqua davanti alla spiaggia. Non che non ci fossero, solo non li vedevi… i bambini piccoli nuotano nelle nuvole. Quelle che sono molto basse sono piene di bambini…››.

Poi, dritto negli occhi di lei: ‹‹Io ricordo benissimo la mia nuvola››.

Per un attimo temette che gli chiedesse di corroborare l’affermazione con qualcosa di più preciso: consistenze, colori, compagni di viaggio…  Ma lei disse solo: ‹‹Io no››. E riprese a guardare le stelle inseguendo i suoi dubbi.

La bella stagione era bella pure per quello, che con la coperta si poteva star fuori anche tutta la notte, anche fermi a guardare le stelle.

        Il giorno dopo a mezzogiorno erano di nuovo sul canale che divideva la spiaggia dagli orti e dai campi coltivati.

Era stata una primavera fredda e il ghiaccio non s’era ancora sciolto del tutto. Diverse lastre non troppo ampie navigavano sull’acqua lentamente. Cristel era già saltata su una di quelle più vicine alla riva interna del canale. Si teneva in equilibrio senza difficoltà. Con Will avevano fatto pratica tutto l’inverno scivolando sulle tavole di legno da una sponda all’altra e si sentiva sicura sulla sua zattera di ghiaccio ora come un marinaio di vedetta.

Udirono il rumore degli zoccoli della cavalla che il nonno aveva attaccato al carro con le ceste di fagioli e quelle di piselli. Tra i salici zampillavano richiami di uccelli.

Aiutandosi con un lungo ramo uncinato Will aveva fatto accostare alla riva una lastra molto grande, sulla quale riusciva perfino a tentare qualche scivolata. Usando il ramo come una pertica aveva poi spinto la sua lucida zattera scintillante lontano dalla sponda ed ora in movimento immaginava avventure su fiumi assai diversi dal solito canale. Il sole faceva capolino tra nuvole frangiate di bianco.

La riva gli sembrò ad un tratto assai lontana. Usò allora il ramo per far leva sul fondo e spingere il suo ghiaccio in direzione della minuscola isola sulla quale Cristel aveva finito col sedersi, incurante del freddo che l’avrebbe presto costretta a saltare a terra.

Non gli ci volle molto per arrivarle vicino. Pensò di approfittare di quell’appoggio per superare l’ultimo tratto e saltò sulla lastra di ghiaccio dalla quale Cristel osservava le erbe sulla sponda. Un altro salto e fu a terra. Ma la bambina non lo aveva visto. La lastra oscillò sotto il movimento impresso dal salto del ragazzo e Cristel perse l’equilibrio. Scivolò in acqua senza troppo rumore.

Will la vide cadere con la coda dell’occhio mentre atterrava. Sapeva quanto fosse fredda quell’acqua e che lei, come tutti in casa, non sapeva nuotare.

Urlò con tutto il fiato che aveva: ‹‹Zio Hans ! – così chiamava il nonno di Cristel – Otto, Hernst! Cristel è caduta in acqua!››

Cercò di allungarle il ramo che aveva ancora in mano ma l’acqua in quel punto virava bruscamente per un dislivello del fondo e non riuscì a raggiungerla. Allora entrò nel canale fino al petto, spingendo il ramo verso di lei che annaspava in silenzio. Non sentiva il freddo ma una paura mortale lo prendeva alla gola man mano che si rendeva conto che non sarebbe riuscito a tirarla fuori.

D’un tratto si sentì sollevare dall’acqua e una voce, che suonò fortissima, gli intimò di rientrare in casa. La cavalla avanzava nel canale con una grossa corda legata alla sella. E, tenendo quella in mano, zio Hans, i grandi baffi rossi arruffati e madidi, si spingeva fin quasi al centro del canale dove la piccola era stata trascinata dall’acqua.

Ci vollero lunghi secondi perché la raggiungesse. Quando la afferrò per la vita, diede voce alla cavalla perché s’avviasse verso casa e con la corda trascinasse in salvo anche lui insieme col suo piccolo fardello tremante.

        Nonostante fosse stata ben asciugata e scaldata, Cristel ebbe due giorni di febbre alta dopo essere caduta nell’acqua gelata del canale. Per parecchio, dopo che la febbre fu passata, non le fu consentito di uscire di casa e le fu fatto divieto assoluto per il futuro di saltare sulle lastre di ghiaccio. Ma né febbre né spavento né divieti furono sufficienti.

E Cristel si trovò più volte, adulta, a raccontare a sua figlia di come – giacché, nonostante i divieti, a primavera continuava a cavalcare lastre di ghiaccio – il nonno fosse stato costretto a cedere. E a legarle in vita una lunga corda assicurata alla sella del baio, mentre lei passava da una lastra di ghiaccio all’altra cavalcando i suoi sogni sul canale.

         La madre era una donna di quasi ottant’anni. La sua faccia mostrava una fitta ragnatela di rughe stranamente ferme e un’espressione triste o forse perduta.

Non sembrava ricordare con precisione le vicende della sua vita e più volte la figlia fu costretta a correggere il racconto che a tratti sembrava disposta a farmi. Aveva sguardi distratti e modi imprecisi. Come se ancora non si fosse organizzata un rifugio in quella casa. Però nella sua piccola stanza mi mostrò diverse foto del marito e una di lei ragazza.

La figlia cercò per me le immagini della vita della madre e dei suoi luoghi: riconoscevo la Cristel che mi stava di fronte più nella foto della ragazza prussiana che in quella della donna di mezza età ritratta nella sua casa italiana. Una piccola immagine di lei bambina di pochi anni, incollata su cartoncino per evitarne ulteriori fratture, mi fu regalata.

        Assicurai che l’avrei tenuta solo il tempo necessario. Al di là del gesto, mi avevano colpito le immagini di quella foto, che procuravano uno sfondo e una profondità alle parole delle due donne. Tornando a Roma quelle immagini diedero luogo ancora a parole, che qualche giorno dopo potei spedire loro in forma di poesia:

E’ la Prussia antica. La casa divisa in due ha
stipiti di legno azzurri anche per le finestre
e all’entrata file di paletti ordinati prima dei meli
prima degli orti e dei campi di mais… tu piccina
con i capelli biondi, ondulati e biondi, e un vestitino
estivo tra i piselli polverosi. Era estate, non avevi
ancora esplorato il bosco coi suoi animali imprevisti
non avevi ancora imparato a suonare il violino
non avevi nemmeno cavalcato lastre di ghiaccio
a primavera, solo avevi succhiato latte di cavalla
ai suoi capezzoli grandi per te sulla paglia rovesciati.

Solo dopo aver scritto quei versi, per la prima volta, mi sembrò di aver capito qualcosa di lei. E finalmente avvertii quell’intima gaiezza che zampilla da un incontro significativo.        

4 pensieri su “Ghiacci che si sciolgono

  1. Da persona nata nel Salento, orfano di montagne, e che dalla prima età scolare ha subito il fascino dei ghiacci e dei ghiacciai, aumentato e dilatato a dismisura interiormente e poi fisicamente, non poteva non esserci (presenza sofferta dopo che li visitai spesso da adulto) nei miei versi la presenza dei ghiacciai, e l’assenza imminente in quelli cantata con rassegnata capitolazione, il non poter dunque fare nulla contro l’uomo!
    E allora qui ho raccolto dal 1968 al 2014 i versi sui ghiacciai e sulle nevi una volta perenni ed eterne, versi pessimisti poiché sapevano la destinazione finale e in negativo farsi strada senza ritorno.
    Il mio umile apporto è qui, in questi versi dove l’innocente, il ghiacciaio, al patibolo
    percorre gli ultimi metri, come fosse un terribile e orribile eretico!
    Qui a due passi da Roma l’ultimo ghiacciaio meridionale d’Europa “il Calderone” (dopo la scomparsa di quello spagnolo anni fa) mio figlio 16-enne previde nei suoi studi giovanili 14 anni fa la scomparsa entro 15-20 anni… ci siamo già come già qualche scienziato aveva e ha sentenziato…
    e il poeta che fa? canta il sepolcro “imbiancato”.

    a.s.
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    Non so… non so…
    se nerastri ghiacciai – smorfie di gelidi
    universi – sono avanzi di patiboli,
    spretati pianti!
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    Ah, giro intorno ai tuoi massicci,
    ai ghiacciai… e invasioni… erosioni!
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    L’acqua è livida per la necrosi di malleoli spugnosi,
    il naso dei ghiacciai scarnificato dai nitrati degli specchi.
    L’incompiuta indossa lo sparato di sale della fine.
    Il poeta ha lordato la chimera di una volontà abortita!
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    Bèccati questi simulacri di ghiacciai da un recinto orfico e spettrale!
    Traccia i passi d’Alessandro che non ha sogni, né specchi su cui sputare,
    e non su un greco nulla, ma ride, farfuglia d’estinzioni e stragi, starnazza
    di stermini fra stanze e canzoni, larve di torce umane e legioni di testuggini!
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    Per una simulazione tutte le lacrime si sono ritirate,
    come un ghiacciaio nel suo eremo, sdegnato come un raccapriccio!
    La notte si squama e si contorce sotto le arcate dell’incomprensione,
    sono gingilli-sbatacchi i suoi occhi dalla parola al canto!
    Il boia in pianto è un mucido ghiacciaio sui ceppi della memoria,
    un palato nerastro che dal pulpito vomita morene di omelie fittizie.
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    Ti faceva ombra il bianco gazebo, il tuo era ancora muso di bambino,
    ma il tuo capo era austero, la criniera e la tua vista da tempo fuori luogo.
    Le tue zampe già sognavano i ghiacciai, come fratelli di scorribande
    le slitte dei tuoi occhi, la neve e le bufere non sapevano le tue orme.
    (requiem per Zen Malamute)
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    T’aspettavo come un rinascimento acerbo sulla soglia dei merletti
    di un linguaggio indistinto, egoista dei mattini e dei ghiacciai,
    e dai chiarori di un sepolcro una giustizia, come l’epitaffio
    di un marmo dottrinale è scheletro di una gravida bilancia!
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    E i suoni non hanno senso sui ghiacciai, liquidi cessano d’essere Maestri
    di canto all’uomo… l’ugola non regge l’errata corrige di una volta che ci sovrasta
    e marcia è la matematica e i disegni di un linguaggio che non sai… sfacelo
    delle laringi, e il cerebro e il vuoto e il pensiero si specchiano in contumacia!
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    Se ne veniva giù a blocchi la mia coscienza come un desolato ghiacciaio
    che a strati albini e antichi a ogni complesso irrisolto un tonfo cantava
    l’azzurro orrore, e come una disfatta sollevava l’assurdo stendardo di una
    altezza inaccessibile… Psiche, beffarda, mi mostrava i cariati denti analitici.
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  2. Significativo e colorito racconto, dove il tempo della narrazione sembra fluire spontaneo in un connubio vitale fra personaggi e natura, calmo e scorrevole come un largo fiume (Il placido Don…); dove i protagonisti hanno uno spessore reale, vivono di vita vera, tratteggiati da un abile pennello, che li rende autentici e allusivi nello stesso tempo, così come lo scenario naturale. Una scrittura che affonda in una lunga tradizione e sa rendersi attuale; che coglie il non detto, il protagonista nascosto nei risvolti dell’animo, senza ideologismi inutili. Complimenti !

  3. .. trovo molto forte l’empatia dell’autrice nei confronti dei suoi personaggi, partendo dalla testimonianza di reali vissuti, così che da pochi elementi si possa raccogliere il materiale per costruire una trama vivente… In tal modo, un mondo lontano prende una forma delicata e convincente.. La poesia, infine, dona all’adulta la bambina che è stata..

  4. SEGNALAZIONE The Drowned Children

    You see, they have no judgment.
    So it is natural that they should drown,
    first the ice taking them in
    and then, all winter, their wool scarves
    floating behind them as they sink
    until at last they are quiet.
    And the pond lifts them in its manifold dark arms.

    But death must come to them differently,
    so close to the beginning.
    As though they had always been
    blind and weightless. Therefore
    the rest is dreamed, the lamp,
    the good white cloth that covered the table,
    their bodies.

    And yet they hear the names they used
    like lures slipping over the pond:
    What are you waiting for
    come home, come home, lost
    in the waters, blue and permanent.

    I bambini annegati
    Lo vedi, non hanno giudizio.
    Per forza poi annegano,
    prima il ghiaccio che li porta sotto
    e poi, per tutto l’inverno, le sciarpe di lana
    che gli ondeggiano dietro mentre affondano
    finché infine se ne stanno quieti.
    E lo stagno li solleva nelle sue molte, nere braccia.

    Ma la morte gli arriva in un altro modo,
    molto prossima al principio.
    Come se fossero sempre stati
    ciechi e senza peso. Perciò
    il resto è sognato, la lampada,
    la tela bianca, quella buona, che copriva il tavolo,
    i loro corpi.

    Eppure sentono i nomi che si usavano
    come richiami scivolanti sullo stagno:
    che cosa aspettate,
    tornate a casa, tornate a casa, perduti
    nelle acque, azzurre e permanenti.

    (DA Louise Glück, la durezza della poesia di Alessandro Carrera
    https://www.doppiozero.com/materiali/louise-gluck-la-durezza-della-poesia)

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