Pertini e la volontaria di Milano

di Paolo Saggese

40 anni fa il terremoto in Irpinia. « Nella serata del 23 novembre 1980 un sisma di magnitudo 6.9 devasta l’Irpinia e provoca quasi 3000 vittime». Grazie al legame che Donato Salzarulo  ha mantenuto col suo paese, Bisaccia di Avellino, numerose sono su Poliscritture le testimonianze di quel che accade in quelle zone del Sud. Questa di Paolo Saggese  rende umanamente bene il clima di  afflato popolare  simboleggiato in quell’occasione dal presidente della Repubblica Sandro Pertini. Il confronto implicito col presente dominato dalla pandemia e noi chiusi in casa è umiliante.  «La sera, davanti al fuoco, mangiando salsicce, si parlava di tutto, soprattutto di futuro», ricorda Saggese.  Cosa oggi impossibile. [E. A.]

Ognuno di noi ha sedimentate nella memoria alcune immagini indelebili, che hanno fatto la storia della nostra Nazione. Alcuni di questi fotogrammi hanno per protagonista il Presidente Sandro Pertini, in particolare due immagini, una di gioia spontanea, l’altra di dolore.

Ha segnato la nostra vita la gioia espressa in modo irrefrenabile, con semplicità, spontaneità, verità, di fronte alla vittoria della nazionale di calcio agli indimenticabili mondiali di Spagna dell’82. In quel fotogramma ci sentimmo tutti Nazione, non ci fu differenza tra ricchi e poveri, tra comunisti, socialisti o democristiani, tra Nord e Sud. Le altre immagini, che resero l’Italia unita furono quelle che passarono la sera del 26 novembre 1980, le immagini del discorso di Sandro Pertini alla Nazione dopo il suo ritorno dal cratere irpino.

Aveva dichiarato ai giornalisti, quella mattina, che “qualsiasi parola è vuota retorica” di fronte al dramma cui aveva assistito. In alcune foto d’epoca si vede un uomo in lutto, che rappresenta una Nazione intera in lutto, rigido, addolorato come di fronte al feretro della persona più cara, passare per le strade devastate di Sant’Angelo dei Lombardi, tra la folla silenziosa, con un giovane Gerardo Bianco cui il vecchio Presidente quasi si appoggia. C’era lo Stato, quel giorno, per le strade d’Irpinia, ed era uno degli uomini più degni a rappresentarlo.

Dunque, il 25 novembre, nonostante il parere contrario del presidente del Consiglio Forlani e di altri ministri e consiglieri, Pertini si recò in elicottero sui luoghi della tragedia, ritrovando l’allora Ministro degli Esteri, il potentino Emilio Colombo.

Come sempre, il Presidente Pertini non rinunciò a dire la verità fino in fondo, lui che è sempre stato uomo di verità e di giustizia. Prima, confortò con la sua presenza, con abbracci da padre, orfani e vedove, ascoltò la disperazione di chi aveva scavato e ancora scavava a mani nude nella speranza di salvare un figlio, la moglie, un padre. E quindi chiese le ragioni, lui Stato allo Stato, degli inspiegabili ritardi, chiese le ragioni ai rappresentanti dello Stato, senza reticenze, senza nessuna scusante. Pertini aveva ascoltato, commosso, la disperazione dei superstiti, il dolore dei superstiti, ed aveva scoperto un senso di impotenza, che forse non aveva mai provato. Non avrà provato impotenza di fronte al fascismo e al nazismo, non avrà provato impotenza frustrante mai durante la lunga militanza politica, ne provava allora ed era dolorosa.

Le italiane e gli italiani ascoltarono forse increduli queste parole, perché mai un politico aveva parlato esprimendo il sentimento comune, il dolore comune, l’analisi spietata della realtà: “Io ricordo anche questa scena di una bambina che mi si è avvicinata disperata, mi si è gettata al collo e mi ha detto piangendo che aveva perduto sua madre, suo padre ed i suoi fratelli. Una donna disperata e piangente che mi ha detto: – Ho perduto mio marito e i miei figli. –  Ed i superstiti che lì vagavano fra queste rovine, impotenti a recare aiuto a coloro che sotto le rovine ancora vi erano. Ebbene, io allora, in quel momento mi sono chiesto come mi chiedo adesso, questo. Nel 1970 in Parlamento furono votate leggi riguardanti le calamità naturali. Vengo a sapere adesso che non sono stati attuati i regolamenti di esecuzione di queste leggi. E mi chiedo. Se questi centri di soccorso immediati sono stati istituiti, perché non hanno funzionato? Perché a distanza di 48 ore non si è fatta sentire la loro presenza in queste zone devastate? Non bastano adesso…”.

Ed ecco le domande: perché non sono stati attuati i “regolamenti di esecuzione” delle leggi riguardanti le calamità naturali? Perché i “centri di soccorso immediati” non hanno funzionato? “Perché a distanza di 48 ore non si è fatta sentire la loro presenza in queste zone devastate?”

Il discorso di Pertini continua in modo chiaro: “Quindi questi centri di soccorso immediato, se sono stati fatti, ripeto, non hanno funzionato. Vi sono state delle mancanze gravi, non vi è dubbio, e quindi chi ha mancato deve essere colpito, come è stato colpito il prefetto di Avellino, che è stato rimosso giustamente dalla sua carica”.

Subito dopo, fu costretto alle dimissioni il prefetto Attilio Lobefalo come si dimise il Ministro degli Interni Virginio Rognoni.

Mentre si preparava per il viaggio in Irpinia, Sandro Pertini sarà andato forse con la memoria a tanti anni prima, agli anni lontani della sua giovinezza quando aveva partecipato alla campagna elettorale per la Repubblica tra i paesi dell’Ufita, oppure avrà pensato all’amico Carlo Muscetta, con cui era stato detenuto a Regina Coeli nel 1943. Famosa è anche l’amabile querelle sull’intelligenza degli irpini, che sarebbe superiore alla media per l’“innesto” di tribù liguri in questa regione meridionale in età romana.

Ma quello, che stava affrontando, non era un viaggio politico, non era neanche parte di una campagna elettorale seppure fondamentale per la storia d’Italia, era un pellegrinaggio di dolore, che aveva accomunato l’Italia tutta.

Sandro Pertini riuscì a smuovere una solidarietà nazionale, che sarebbe stata unica nella storia nazionale: allora, grazie alle sue parole, a quel “Fate presto” riproposto a caratteri cubitali dai giornali dell’epoca, l’Italia si sentì unita. Per la prima volta sugli schermi e sui quotidiani apparvero nomi prima sconosciuti: l’Irpinia non era semplicemente “vicino Napoli”, era un luogo preciso, il luogo del cratere, e con essa risuonarono comuni dai nomi esotici quali Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi, Conza della Campania, Teora, Torella dei Lombardi, San Mango Sul Calore, e con essi Laviano, Balvano, Muro Lucano. L’Italia scoprì una terra sconosciuta, “Cristo” non si era più fermato ad Eboli, era andato sino al centro dell’Appennino.

E oggi risuonano con eguale forza quelle parole: “Perché un appello voglio rivolgere a voi italiane e italiani, senza retorica, un appello che sorge dal mio cuore, di un uomo che ha assistito a tante tragedie, a degli spettacoli che mai io dimenticherò di dolore e di disperazione in quei paesi. A tutte le italiane e italiani, qui non c’entra la politica, qui c’entra la solidarietà umana, tutte le italiane e italiani devono mobilitarsi per andare in aiuto a questi loro fratelli colpiti da questa nuova sciagura. Perché, credetemi, il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi”.

E così migliaia di giovani, provenienti da tutta Italia, arrivarono in Irpinia: giovani scout cattolici dell’AGESCI, la Caritas, i Sindacati, gli operai del Nord e del Centro, la Misericordia e la Pubblica Assistenza, tanti operai comunisti, studenti universitari, disoccupati, tutti insieme a sacerdoti, soldati, vigili del fuoco, carabinieri, forze di polizia, insieme ai superstiti e agli amministratori locali.

Ma quella era un’altra Italia. Era ancora lontano l’odio tra Nord e Sud. C’era il razzismo e il leghismo strisciante, che dieci anni dopo si organizzerà politicamente. Ma erano ancora echi lontani.

Bisognava fare presto, i fratelli stavano per morire, e altri fratelli correvano, guidati da un Padre, Sandro Pertini, che era innanzi a loro.

In questi giorni si è raccontato il terremoto da tanti punti di vista, ma forse si è dimenticato di parlare dei volontari, delle migliaia di giovani, che da tutta Italia e da mezza Europa si riversarono al Sud, in Irpinia e non solo.

Erano giovani provenienti da Firenze, da Prato, da Livorno, da tutta la Toscana, da Bologna o da Milano o da Bergamo o da Torino o da Genova o da Roma e da tante altre città, quasi tutti giovanissimi studenti, spesso di sinistra o del mondo cattolico, che con i loro sguardi increduli conoscevano un’altra Italia.

E poi vi erano i sindacati, tanti operai che sfruttavano le ferie per venire al Sud, scaricatori di porto o carpentieri o tecnici e ingegneri. Fu un moto di popolo, fu un’Italia della solidarietà che divenne un tutt’uno.

E diedero se stessi, insieme ai Vigili del fuoco, ai soldati semplici con le pale, alle forze dell’ordine. Li ricordo sempre con il sorriso, sempre a chiedere il perché di ogni cosa, sempre pronti tra le macerie, sotto la pioggia, sotto la neve, tra le tende, a bivaccare, con le coccarde dell’AGESCI, con le bandiere della CGIL, con i loro accenti così diversi, che si confondevano con i nostri.

La sera, davanti al fuoco, mangiando salsicce, si parlava di tutto, soprattutto di futuro, non si voleva pensare o discutere di quanto vissuto durante il giorno, tra il fango freddo dell’inverno.

Tra le pagine di repertorio dedicate ai volontari mi colpisce per il suo carattere vero quella di Corrado Stajano (“Terremoto. Le due Italie sulle macerie del Sud, volontari e vittime, camorristi e disoccupati, notabili e razzisti, borghesi e contadini, emigranti e senzatettoGarzantiMilano, 1981, pp. 193 – 203”), in cui una ragazza di Milano racconta: “[…] Io ho visto soprattutto poveri contadini rimasti vicino alle loro case distrutte o inabitabili. A dieci minuti da un’autostrada scoprivo sacche di miseria per me inimmaginabili, l’altra Italia. Il primo giorno sono entrata in una capanna dove c’erano due vecchie, ma a ripensarci non so quale età potessero avere, e ho chiesto quanti erano in famiglia per poter riempire la scheda del comune. Una delle due mi ha risposto. «Tre, io mia sorella e lei.» Io ho guardato chi era lei, era la capra. Dava latte e formaggio e la consideravano una persona. E poi ho chiesto se avevano bisogno di qualcosa di caldo, avevano i piedi bagnati, indossavano cose di lana tutte bucate. E mi hanno risposto: «No, no, di golf ne teniamo già tre.» Non c’era nessuna rabbia in loro, e io non ho trovato altro da dire che: «Venite al campo, portiamo la capra.»

Per la prima volta nella mia vita mi sconvolgeva incontrare uomini e donne in case che non si possono chiamare case, rendermi conto di esistenze non dignitose vissute da persone che hanno invece una dignità umana profonda.

Ho osservato in loro l’abitudine a una vita essenziale fatta di rapporti quasi unicamente istintivi: la protezione del figlio, nutrire il figlio e poi se stessi, coprire il figlio e poi se stessi, il sopravvivere, il seppellire i morti, non il prevenire la morte. La loro rassegnazione mi è parsa molto nobile, fondata sul dolore che noi invece rifiutiamo completamente e non conosciamo più. Chi è andato al Meridione si è trovato di fronte a questo spaccato di dolore umano, di tragedia antica e spesso non ha voluto né vedere né capire. Il terremoto sembrava avere finalmente spaccato la crosta di questa gente silenziosa e dimenticata, mostrando il cuore al resto dell’Italia. L’Italia ha rifiutato e ha chiuso gli occhi.

[…]

Quando sono tornata a Milano, ho faticato a riabituarmi, a mangiare decentemente, a non dover mettere i guanti per toccare le cose infette, a non parlare con la gente in mezzo alla strada. Ho fatto fatica a riprendere la vita di prima. Finché esistono le disparità che ho potuto vedere, non ho nessun diritto di vivere come vivo. Stando nei paesi dell’Irpinia, ho capito bene almeno una cosa. Ecco, ho pensato, chi paga la mia vita”.

 

E poi c’è il ricordo di Giovanni Russo a Conza: “Arriva però il tenente colonnello Adalberto Occhinegro, comandante del nono battaglione meccanizzato di Trani che si occupa di questa zona. Con una barbetta bionda sembra uscito dalle pagine del libro di Emilio Lussu, Un anno sull’altipiano. Vedendolo parlare con la gente, dalle autorità locali ai volontari, agli scampati, capiamo che lui è già quell’altra Italia, che non ha nulla a che fare con burocrati, notabili, generali, manager. Ci fa distribuire le mascherine di garza e ci accompagna su. Fra le rovine si aggirano, tutti imbavagliati dalle mascherine, gli scampati, squadre di volontari di Bologna, della FLM di Brescia, di Roma, di Bergamo, vigili, soldati. Chi aiuta a trasportare materassi, piatti, mobili, chi assiste i vigili che recuperano cadaveri a dieci giorni dal terremoto”.

A tutti questi uomini, che vennero in una terra del Sud, novelli Carlo Levi 50 anni dopo, apparve un’altra Italia.

Quella Italia se la portarono con loro, e a noi ci hanno lasciato un amore, che perdura ancora adesso.

Uno di questi fu Oriana Costanzi, che si è stabilita in Irpinia, a Lioni e così ha raccontato la sua storia:

Il cielo non volle


Il cielo non volle
avvisar la sua gente

Attendeva piangendo
nello spazio e nel tempo
quelle anime prese,
dal demone offese

Arrivammo poi in tanti
con mani protese

chinammo la testa
alla storia impietosa
abbracciando per sempre
lo strazio placato
dai neri vestiti di donna

Ed oggi che vive
soltanto il ricordo
sta terra ci guarda
e non vuole tacere

Lasciamola dire
parole severe
sui monti abusati
e le acque violate,
del potere dei forti
e la sorte dei vinti

Scopriremo che ancora
è presa d’onore
se l’uomo che vive
la pervade d’amore




4 pensieri su “Pertini e la volontaria di Milano

  1. Insieme ai volontari del mondo cattolico (AGESCI) vi erano tanti volonari provenienti dalle varie frange della sinistra; credo che fu l’ultima volta che quel variegato arcipelago, orfano dei vari movimenti post sessantottini, si ritrovò unito in un grande sforzo collettivo di solidarietà…………………Vi erano quelli che erano gia stati nel Belice, a Firenze, etc……………..Un mondo parallelo che doveva necessariamente essere impegnato in qualcosa di molto grande, in politica, nel sociale, etc………………….Peccato che negli anni successivi, il degrado della politica ha perso i contributi di gran parte di quel mondo……………….

  2. DAL MIO DIARIO 198O

    (Il 6 dicembre 1980 partii su un furgone assieme ad un collega ITP dell’ITIS Parco Nord a Cinisello per portare aiuti ai terremotati raccolti a scuola. Questi alcuni appunti di quei giorni).

    6 dicembre 1980

    Dopo Modena. L’autista (G.) che guida il furgone lavora in proprio. Porta sempre con sé un cane lupo a guardia delle cose che trasporta. Sua moglie è impiegata all’INPS. Non hanno figli. Hanno tentato una volta con la fecondazione assistita ricorrendo ai medici. Fallimento. Basta. Sono io che gli ricordo che deve prendere le altre pillole antitifo. Ci racconta che ha conoscenze in vari carceri: Asinara, Poggioreale. Per conto delle Carceri di San Vittore una volta ha anche trasportato Vallanzasca, il quale gli aveva detto: “Tu come ti chiami che ti faccio ammazzare”. Ci racconta pure che un altro rapinatore, amico di Vallanzasca e particolarmente geloso di sua moglie, aveva speronato l’auto di un impiegato che le aveva dato un passaggio. Lui non dà mai passaggi quando viaggia per paura dei rapinatori.

    Di B.. E’ un mio collega ITP all’Itis Parco Nord. Durante il viaggio continua a fumare. Ha una sorella giù in Calabria che fa la maestra supplente.

    Appennini. Pian del Voglio. Il sole va via. L’asfalto dell’autostrada è semighiacciato. L’autista che ha l’autoradio lo comunica ad altri con cui è collegato. A me pare quasi per rassicurarsi.

    Nubi. Solo un squarcio d’azzurro nel cielo. La luce arriva indiretta.

    Abbiamo superato arditamente un Tir. Penso a Loredana che ieri davanti all’ITIS Parco Nord di Cinisello, uscendo dalla sua Citroen di lusso, appena saputo che andavo giù in furgone, mi ha detto all’incirca: Mamma mia, ma sai che c’è la bronchite epidemica? E che vivono ancora come ai tempi dei sanfedisti? Vuoi fare la storia, eh! Le ho risposto che mica andavo a crepare come Pisacane.

    Su un bosco d’alberi giallastri galoppa la nebbia.

    Poggibonsi. Una fonderia. Un parco pieno di roulottes. Ancora un sorpasso rischioso. Terzo caffè.

    Tergicristallo. Le gocce spinte dal vento strisciano lente fino agli orli del vetro.

    Ore 17. Pioggia. Quasi buio. Casolari isolati sulle colline. I fanali rossi delle auto.

    “QSL, QSL [1], Piove, piove, piove.

    “Oi, ho lo sblattero…” [2]

    Pausa. Stanchezza. Incubi. G. (l’autista) si appisola nel furgone. I e Di B. in giro per il motel. Parliamo con alcuni della FLM di Brescia. Hanno perso i contatti con l’auto che faceva da capocolonna. Andiamo a svegliare G. per un vano tentativo di collegarsi via autoradio. Ora G. è convinto che la terra ha tremato mentre lui dormiva. Lo ripete varie volte. A me pare stanco. Mentre guida si fa dare varie volte la bottiglia dell’acqua per una sorsata. E comincia a dire cose angoscianti: “ E se capita un terremoto proprio adesso? Ah, io lo sento che deve venire”. Piove. Il nostro viaggio subisce varie e brevi interruzioni. Quasi ad ogni area di servizio ci fermiamo. E allora G. mangia e beve. Alla fine insisto e ci fermiamo circa tre ore per dormire in un’area di servizio restando nella cabina di guida. G. ogni tanto apre il riscaldamento.

    7 dicembre 1980

    Pioggia. Ora 8,15. Si rompe il tergicristallo anteriore, quello davanti al guidatore. Siamo bloccati. G. incaponito. Vuole attendere che apra il meccanico dell’area di servizio, che però tarda ad arrivare. Di B. riesce a ripararlo proprio mentre il meccanico sta arrivando.

    Nocera Inferiore. Arriviamo alle 13,30. Primo impatto con il disastro. Il furgone gira attorno ad un palazzo pericolante. Crepe e fessure ai primi piani. A terra mattoni, calcinacci. Negli appartamenti scoperchiati notiamo mobili. Andiamo nella casa della famiglia di P. un altro nostro collega ITP . Ci accolgono con calore. Saliamo le rampe della scalinata di una palazzina popolare che ha resistito al sisma. Ci preparano un caffè. P. è arrivato da Milano prima di noi, già il giorno successivo al terremoto. Ci dice che ha trovato gente che piangeva e si aggirava impaurita per le strade. Suo fratello più giovane è ancora terrorizzato. Era per strada con la fidanzata e ha visto i palazzi oscillare e gli alberi piegarsi. La disorganizzazione degli aiuti è enorme. Il sindaco democristiano di Nocera si è dimesso subito e non ha nemmeno comunicato a Roma che la città era stata colpita in modo gravissimo. L’80% degli stabili sono pericolanti. Molti edifici non sono crollati e paiono illesi, ma le murature sono gonfie in basso e lesionate all’interno. P. ci dice che la distribuzione degli aiuti è sotto il controllo di mafiosi e boss locali per evitare che possano esserci ostacolati quando si ricostruirà. Gli speculatori hanno già pronti i loro piani. Ci dice anche che alcuni si stanno armando perché girano sciacalli. Sono già andati a a farsi consegnare con la forza i pochi averi recuperati e conservati dai terremotati sotto le tende o le baracche. Fa molto freddo. E forse le stufe elettriche che abbiamo portato serviranno ben poco. Dopo un giro per il quartiere – un latte tiepido in un misero bar, l’annuncio funebre per un uomo morto d’infarto durante la seconda scossa, un lampione crollato a terra – mi faccio accompagnare in auto dai miei parenti a Baronissi. Durante il viaggio ogni tanto qualche immagine mi ricorda il terremoto. Alcuni giovani portano fuori da uno stabile dei lampadari di cristallo. Una chiesetta rovinata. Poca gente in giro.

    Casalbarone di Baronissi. La casa di mia cugina F. è completamente distrutta. Erano in casa e si sono salvati restando immobili nella stanza che ha retto alla prima scossa e scappando subito dopo. Anche le villette nuove di due altri miei cugini hanno subìto lesioni. Mi dicono che all’università costruita a Baronissi ci sono accampate una trentina di famiglie.

    [1] Nel linguaggio abbreviato dei radioamatori: Ricevuto.

    [2] Forse per: splatter, film horror.

  3. SEGNALAZIONE

    VENTITRÉ NOVEMBRE 1980: LA DOPPIA VERITÀ SUL TERREMOTO IN IRPINIA
    http://www.leparoleelecose.it/?p=39901

    Stralcio:

    ale la pena però ricordare agli autori che, chi in quella stagione ha scritto libri d’inchiesta sul sisma, come ad esempio l’avellinese Enrico Fierro con il suo Grazie Sisma!, oppure il sarnese Goffredo Locatelli, è andato incontro a ostracismo, denunce, minacce, processi, e che scrivendo di camorra, come dimostrano i tempi del sequestro Cirillo o dell’attentato al procuratore Gagliardi, ha messo seriamente a repentaglio la propria vita, quella dei suoi cari, e i rapporti con il luogo d’origine. Dunque, le opere andrebbero valutate singolarmente per ciò di positivo o negativo contenuto al loro interno. Un libro d’inchiesta è un libro sul potere e non ha senso rinfacciargli di non occuparsi d’altro, perché questo apre al rischio di negarne aprioristicamente i contenuti, se non di far passare l’idea che tali inchieste non fossero veritiere.

    Questo atteggiamento a volte investe anche la letteratura e nella fattispecie lo scrittore Franco Arminio che in due libri importanti come Viaggio nel cratere e Vento forte tra Lacedonia e Candela ha rappresentato in maniera onesta ciò che resta dell’Irpinia post-sisma, ma di cui per esempio Picone nel Terremoto dell’Irpinia scrive: “il rischio è di cristallizzare il trauma in un’elegia dell’infelicità che illumina la scena di un territorio avvilito, spento e morente, che però si crogiola in questa condizione e rappresentazione di sé”. Il vero rischio, verrebbe da replicare, mi pare sia il confondere l’immagine che Arminio da di sé, la sua produzione più recente, o la contraddittorietà di una personalità che a volte si avvale di atteggiamenti provocatori e incoerenti, con quanto realmente contenuto nei libri succitati sul dopo-sisma. Anche qui occorrerebbe distinguere con più cautela, altrimenti sembrerà che i problemi dell’Irpinia odierna siano solo nell’immaginario, con tutte le sue contraddizioni, e non nella realtà concreta.

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