Alta Irpinia: ultima chiamata

 

di Michele Panno

Ne abbiamo parlato durante l’estate. A 40 anni da quel tragico 23 novembre 1980, dal terremoto che colpì l’Irpinia, la situazione sociale dei cosiddetti “paesi dell’osso” è allarmante: si assiste ad un loro progressivo spopolamento e invecchiamento. Il post-terremoto rappresentò il più grande investimento di spesa pubblica nel Sud: 70 mila miliardi di vecchie lire. Inizialmente i comuni da ricostruire erano soltanto 16, quelli del cosiddetto “cratere”; successivamente diventarono 650, comprendendo anche Napoli e Salerno. In Irpinia furono investiti 6500 miliardi col risultato, tutt’altro che entusiasmante, di vedersi i centri storici distrutti. Oggi l’Irpinia è un mare di pale eoliche che non portano alcun beneficio agli abitanti e ogni anno 300 giovani fanno la valigia per emigrare.  Ne abbiamo parlato durante l’estate con gli amici. Ne ho parlato con Michele Panno, che ora ha 81 anni, ma allora ne aveva 40 di meno ed era impegnato insieme ad altri a dare alla ricostruzione un’altra prospettiva. A proporla, almeno.

Lo documentano i suoi articoli scritti per la “Gazzetta dell’Irpinia” dal 1985 al 1987. Da anni aveva manifestato l’intenzione di raccogliere in un libro quelli più vivi e interessanti. Gli ha dato un notevole aiuto Paolo Saggese. Ed ora il libro è pronto. Si intitola: «Alta Irpinia. A quarant’anni dal terremoto: ultima chiamata» (La Farfalla Salata, 2020). Gli articoli sono stati raggruppati all’interno di quattro grandi temi: 1) Divario Nord-Sud e divario tra Sud e Sud. 2) Il “sistema di potere”. 3)Ricostruzione, industrializzazione, sviluppo, tutela dell’ambiente negli anni del post-terremoto. 4) Servizi e sviluppo. Ciò che sta succedendo in questi giorni di pandemia dimostra a volontà quanto questi problemi siano ancora importanti e non risolti. Di seguito, si può leggere la Prefazione che Michele Panno ha scritto per il suo libro. (D.S.)

 

PREFAZIONE

«Siccome l’uomo non è autosufficiente, la Comunità e, quindi la città (polis), viene, per natura, prima dell’individuo e a chi non è in grado di entrare in relazione con gli altri, o per sua presunta autosufficienza non ne sente il bisogno, o è bestia o è dio.»

                                        ARISTOTELE (Politica 1295 b.)

La nostra, pur perfetta, lingua italiana non contempla il congiuntivo desiderativo come quella latina, né la corrispondente interiezione (utinam). Manca l’ottativo! Negli anni ottanta, quando scrivevo questi articoli per la GAZZETTA DELL’IRPINIA, credevo e mi auguravo tanto di essere smentito dai fatti. “Utinam, volesse il cielo che non succeda!”, ripetevo tra me e me. Contribuivano a farmi ben sperare i tanti amici che mi tacciavano di essere un brutto uccellaccio del malaugurio. Lo gridavano, per la verità, soprattutto gli avversari politici e i giornalisti cosiddetti allineati. Senza parlare del direttore di Telenostra, Pasquale Grasso. Quando qualcuno si azzardava a nominarmi, faceva finta di non sapere chi fossi o   mi accusava di intingere la penna nel veleno. Erano davvero altri tempi! Allora, ogni settimana la nostra  Gazzetta sollevava in tutta la provincia dei veri e propri vespai. Chi, per primo ci rimetteva  le penne era  il direttore del giornale, il compianto ANDREA PREZIOSI. Tutti lo consigliavano di essere più vigile o addirittura di  censurarci. Ma, Andrea  proseguiva imperterrito per la sua strada. Tutto al più, pro forma, qualche volta si limitava a premettere davanti all’articolo “L’opinione di…”. Ecco perché ogni settimana fioccavano le denunce. Ma, la ragion d’essere di quel giornale era proprio quello di denunciare apertis verbis tutti gli obbrobri e le malefatte di chi aveva  le leve di comando della nostra provincia ma anche della Nazione che a quei tempi coincidevano. Ci accusarono di tutto: postmoderni, ruralisti, bastian contrari, antisistema, civette di malaugurio, antimeridionalisti, nostalgici delle foto ingiallite sui vetri delle vecchie cristalliere, comunisti di m… irresponsabili, buoni solo ad intralciare le “magnifiche sorti, e progressive…” dell’Irpinia proprio nel momento in cui stava per “cambiare verso”. Il  coro unanime era:  “Se non ora quando?”  Bisognava battere il ferro perché un’occasione del genere non si sarebbe mai più ripetuta. Il potere in Italia era concentrato in un “tomolo” di terra tra Nusco, Guardia dei Lombardi, Bisaccia e Montefalcione. Era quella veramente la volta buona. Per cui, dar retta a degli sprovveduti era davvero tempo perso.  Andare a spulciare a  chi venivano assegnati i contributi a fondo perduto nelle cosiddette Aree di Sviluppo e quali compromessi venivano fatti sulla pelle dei terremotati e delle nostre aree geografiche era solo  questione di lana caprina. A detta di costoro l’Irpinia, nonostante il nostro remare contro, stava per diventare la California d’Italia.

Alla luce di quanto è accaduto in questi anni e, soprattutto di quanto sta accadendo adesso in queste zone, mi tocca prendere atto, devo dire con grande rammarico, che purtroppo i fatti ci hanno dato ragione.  In quel “tomolo” di terra, sarebbe stato meglio se avessimo seminato quattro patate, avrebbero prodotto sicuramente di più e non avrebbero arrecato tanti danni.  Oggi tutti, ma proprio tutti, possono constatare come sono andate effettivamente le cose. Sicuramente peggio di come noi prevedevamo. Non eravamo noi quelli che attendevano il cadavere del nemico sulla sponda del fiume anche perché eravamo consapevoli che la  piena avrebbe  travolto anche noi. E non eravamo nemmeno quelli adusi alle opposizioni preconcette. Lungi da noi augurarsi il tanto peggio tanto meglio. Per noi non esistevano nemici o amici, tutto al più avversari da combattere con lealtà. Personalmente poi, non sono, e non lo ero nemmeno allora, uno che  si augura che il futuro debba essere peggiore del presente. L’idea declinista, assai diffusa allora come oggi, che ha sempre colpito gli anziani ma anche tanti giovani, non mi sfiorava allora e non mi sfiora nemmeno oggi. Oltretutto, all’epoca ero ancora impregnato di sano ideologismo per cui, lo: “stavamo meglio quando stavamo peggio!”, il rimpiangere i vecchi tempi, l’osannare gli integerrimi uomini politici di una volta, la famiglia di una volta, il calcio di una volta, la vigorosa  stretta di mano di una volta e via elencando non mi allettavano e non mi allettano. Lo sapevo bene allora e lo so meglio adesso che gli amori non sono stati mai idilliaci, che la gioventù non è  stata mai senza problemi, che i politici non sono stati mai integerrimi, che le “terre dell’osso” hanno bisogno di essere amministrate diversamente da quelle della cosiddetta “polpa”. Sapevo e so che queste scuse vengono inventate solo per far diventare idilliaco il passato e non impegnarsi per rendere migliore il futuro. Ero e sono  pessimista della ragione e  ottimista della  volontà. Ho sempre pensato e creduto che le cose debbono cambiare in meglio, non  in peggio Ed è superfluo aggiungere che come me la pensavano anche tutti gli amici della Gazzetta dell’Irpinia. Gli appelli, le denunce, le proposte avevano un unico scopo: utilizzare al meglio le risorse che “l’occasione terremoto” ci aveva messo a disposizione. Mi auguro che la ripubblicazione di questi pochi articoli, selezionati dall’amico Paolo Saggese, facciano intendere a quelli che allora erano ancora bambini o che sono nati dopo, di chi sono le responsabilità dell’attuale disastro. Difficile contare gli appelli alla cosiddetta stampa alternativa e ai partititi di opposizione. Questo pugno di scritti sono solo una piccola parte  delle tante denunce e proposte alternative. Impossibile ripubblicarli tutti.  Nel caso in cui qualcuno fosse interessato, troverà un elenco più dettagliato nella parte finale di questa pubblicazione o potrà consultare il mio archivio personale o i vari numeri della Gazzetta depositati presso la Biblioteca Provinciale di Avellino e presso l’Archivio di Stato.

Il perché di questa pubblicazione lo spiega bene il Professore Antonello Petrillo nel suo puntuale intervento. Come dicevo, le cose sono andate peggio di come noi prevedevamo e  questo ci allarma più di allora. L’ultimo rapporto  SVIMEZ  ci ha fatto letteralmente cadere  le braccia anche se i dati sono macroeconomici cioè riferiti all’intero Mezzogiorno. Non toccano lo specifico di un sud ancora più a sud  qual è la nostra Alta Irpinia. Per comprendere meglio ciò che  sta accadendo in queste zone,  basta farsi un giro per i  paesi degli “inabitanti”. Altro che pessimismo! Altro che disastro annunciato!  Il quotidiano La Repubblica, in margine al libro di Antonio Mocciola “Le Belle Addormentate”, singolare guida ai paesi fantasma d’Italia, qui da noi ne individua solo  tre o quattro: Conza della Campania, l’antica Compsa, dove l’orologio si è fermato alle ore 19,34 del 23 novembre 1980, una parte di Calitri quella, per intenderci, attorno al castello dei Gesualdo, la vecchia Carbonara e Melito Irpino vecchia. Ma, non era intenzione del pur  bravo Mocciola, analizzare ciò che realmente sta accadendo nei tanti borghi delle nostre zone interne.  Io che  vivo  qui posso testimoniare che ormai quasi tutti i paesi dell’Alta Irpinia sono delle Belle Addormentate. Come definire altrimenti questi borghi che si vanno svuotando giorno dopo giorno? Che dire di alcune comunità in cui non nasce più un bambino da ben otto anni?  (Avete capito bene, otto lunghi anni!). Che dire di paesi la cui strada d’accesso è franata e non è stata mai più ripristinata?  Può sembrare un paradosso, ma il fiume di denaro pompato con la ricostruzione post-terremoto, anziché migliorare le sorti di queste aree interessate ha dato  loro la  spallata  definitiva.  Ancora non pago, mi auguro di sbagliarmi ma, ho la sensazione che quest’area sta per essere cancellata definitivamente dalle mappe geografiche. Per migliaia di anni i nostri borghi hanno costruito civiltà e adesso sono diventati dei veri e propri gusci vuoti. Visitandoli si ha come l’impressione che siano delle aree immense. Il vuoto, come si sa, è simile al silenzio: ti fa misurare la mancanza di quello che una volta c’era ed ora è sparito o va sparendo definitivamente. Oggi, tutti i paesi dell’Alta Irpinia Classica possono essere paragonati ad una bella cattedrale senza altare, senza statue, senza panche, senza arredi, senza confessionali, senza pulpito, senza coro, senza organi, senza tele, senza arazzi, senza vetrate, senza officianti, senza fedeli, senza musica e senza preghiere. Ditemi voi se, in un vuoto del  genere la cattedrale non appare immensa proprio come un odierno viale di una grande città  se togliamo le auto e i vari passanti.

L’agonia attuale di queste aree geografiche non è dovuta totalmente alla dissennatezza del dopo terremoto ma soprattutto alla famigerata legge di stabilità. È risaputo che, dove non ci sono rami superflui o abbondanti da tagliare, si finisce con lo scarnificare le radici e predisporre così  che la pianta secchi definitivamente. Non vorrei ancora una volta essere indovino ma, tra qualche decennio, se non interverranno politiche mirate a salvare i piccoli paesi montani, di questi borghi dell’Alta Irpinia resterà solo il nome inciso su di un qualche masso.

I dati del mio paese, Bisaccia, che era uno dei più popolati della zona, parlano chiaro. La sera del 23 novembre 1980 eravamo 5201, oggi siamo 3821. Ad oggi nascono circa 20 bambini  all’anno e muoiono  oltre 60 adulti. Continuando di questo passo, è del tutto evidente che fra un paio di decenni gli abitanti si ridurranno a zero. Nei micro paesi vicini la situazione già è del tutto compromessa. Scuole chiuse, farmacie inesistenti, poste volate via, sevizi di trasporti aboliti e via elencando. C’è poi da aggiungere che, negli anni a venire, l’andamento di desertificazione subirà sicuramente una brusca accelerazione. Le popolazioni vanno invecchiandosi sempre e i rubinetti dei fondi si vanno sempre più avvitando. Così, “anche la speme, ultima dea fugge” da questi borghi.  Altro che ottativo! L’abolizione dell’Ente Provincia, per zone emarginate come la nostra, non fa che peggiorare le cose in quanto l’Ente Regione è lontana anni luce. L’abnorme squilibrio territoriale della nostra regione (sul 7% del territorio vive il 79% della popolazione e sul restante 93%, di cui fa parte L’Alta Irpinia, solo il 21%), data la logica politica di pensare prima a chi porta più  voti, non  depone certamente a nostro favore. C’è poco da sperare. Ma, è risaputo che noi non svendiamo facilmente la nostra pelle. È  vero, mancano le prospettive per il futuro di queste aree geografiche e non si intravede all’orizzonte niente che possa far sperare in  un cambiamento. Ma molti di noi ancora non hanno sepolto definitivamente l’ascia di guerra. In alto loco nessuno ammette il disastro e continuano a eleggere sindaci e giunte in borghi in cui  da almeno otto anni non nasce un solo bambino, lasciano sopravvivere una Comunità Montana, brutta copia degli enti inutili e nocivi e alimentano ancora i Campanili. Adesso è ora di raddrizzare almeno in parte il tiro. Non c’è più tempo da perdere. Sin da subito, bisogna passare a politiche diverse. Urge rispolverare il vecchio adagio: prevenire é meglio che curare. Occorre una forte spinta dal basso. Non ho mai creduto e non credo agli uomini di buona volontà e, forse, nemmeno ai cento uomini d’acciaio di dorsiana memoria. La speranza, come sempre, va riposta nei pochi giovani rimasti. Bisognerebbe ad esempio, da subito, porre fine allo scempio dell’eolico che sta arricchendo solo i monaci mentre i monasteri languono e passare realmente alla bio-diversità, alle eccellenze, alla incentivazione, alla cooperazione, a qualcosa che realmente faccia cambiare verso a queste zone. Ai miei tempi, già prima che pubblicassi questi articoli, avevamo individuato che il fenomeno dello squilibrio territoriale si sarebbe accentuato col passar degli anni e ci eravamo attrezzati  proponendo politiche di riequilibrio. Un tentativo il nostro che mirava a scongiurare il disastro. Insieme all’Ente Irrigazione e a molti esperti, approntammo un “Quaderno di Proposte” per le zone interne che per un periodo di tempo fu sponsorizzato dalle forze politiche cosiddette progressiste. Poi però, la miope politica italiana che pensa sempre e solo all’uovo oggi e non alla gallina domani, ben presto ci abbandonò al nostro destino per puntare su  Napoli come capitale del mezzogiorno. ( Chi vuole intendere intenda! ). Fu quella insensata decisione che segnò fortemente il destino di queste zone. Alcuni di noi, imitando il famoso soldato giapponese che per anni continuò a combattere dopo che la guerra era finita, fecero altri tentativi per cercare di far raddrizzare il tiro, senza risultati apprezzabili. Personalmente, in più occasioni, minacciai il distacco dell’Alta Irpinia dalla Campania  per farla confluire in una regione omogenea che con un nome di fantasia denominai Irpimolisannio.  Alla luce dei fatti mi sa che, per queste zone, nemmeno sarebbe stato sufficiente, visto il colossale fallimento delle politiche regionali. Quello che sta succedendo in micro regioni anche omogenee tipo Molise,  Basilicata, Umbria ecc. è sotto gli occhi di tutti. Pur avendo territori omogenei e una popolazione non più grande di una media città, tengono al loro interno problemi simili a quelli dell’Alta Irpinia se non addirittura più gravi. Se non fossi un materialista dialettico, mi verrebbe da gridare che le cosiddette zone dell’osso hanno già perso. Dunque sarebbe inutile continuare  a lamentarsi o a fare proposte. Ma, siccome ho la testa dura come tanti irpini che non si arrendono, non mi va di mollare, il mio dovere civile mi suggerisce di continuare a denunciare certe storture e di proporre qualcosa che possa innescare una controtendenza. Non mi va di lasciare ai miei nipoti un mondo peggiore di quello che ho trovato io alla mia nascita, nonostante allora ci fosse una guerra in corso. Mi butto, come sempre, nel corpo a corpo col rischio di essere, come allora, sopraffatto ed annientato. Ecco il motivo della ripubblicazione di questi articoli. Già prevedo la reazione. “È una minestra rivoltata, la solita vecchia solfa!”. Ma siccome sono convinto che non esiste storia antica o moderna e che la storia dell’uomo è tutta contemporanea, perché contemporanee sono le sue esigenze e contemporanei i progetti per raggiungere il soddisfacimento delle stesse, voglio ancora crederci. Sono del tutto sicuro che irreggimentare le nostre acque e formare decine di invasi collinari, puntare sull’agricoltura di qualità, ammodernare e strutturare la zootecnia, sperimentare culture di rotazione, ripensare alle energie alternative, reimpiantare fabbriche che lavorano materiale a chilometro zero, creare scuole di ricerca sul territorio, puntare sulla bellezza dei centri storici, valorizzare l’esistente, operare una spinta culturale  che ci svegli dal torpore e ci aiuti a riappropriarci dei nostri valori e delle nostre radici non mi sembrano solo delle solfe o delle minestre rivoltate. Oltretutto i segnali che ci sono venuti dalla EXPO di Milano mi pare vadano proprio in tale direzione. Essi ci dicono che circa 2.500 giovani contadini, pescatori, casari, allevatori, cuochi, artigiani dell’alimentazione, sono pronti a mettersi in gioco e a testimoniare che non si può “nutrire il pianeta” senza ascoltare la voce di chi il cibo lo produce, di chi ogni giorno lavora e “accudisce” la terra. Mi auguro che fra questi 2.500 ce ne siano molti di queste zone e che, soprattutto, raccolgano il testimone. Perché, se vogliamo veramente sperare di “cambiare verso” bisogna obbligatoriamente partire dai protagonisti, da chi già oggi lavora nei pascoli, tra i filari, nelle terre un po’ avare dell’Appennino, nei villaggi impoveriti, tra mille difficoltà. Se non vogliamo che le montagne continuino a scivolare a valle (in termini di terreno ma anche, e soprattutto di persone), determinando ulteriore squilibrio, bisogna aprire una vera e propria vertenza di civiltà. Bisogna, soprattutto, partire da chi ha le idee chiare e comprende quello che non va nelle attuali politiche di abbandono delle zone “dell’osso”.  Si tratta solo di vedere come detti progetti possano camminare con le gambe della gente, soprattutto dei giovani. Continuare a sperare che qualcosa ci possa giungere dall’alto significherebbe suicidarci con le nostre mani. Ecco perché mi va di concludere con un ammonimento del Mahatma Gandhi: “SII TU IL CAMBIAMENTO CHE VUOI VEDERE NEL MONDO”

 

 

 

2 pensieri su “Alta Irpinia: ultima chiamata

  1. Michele Panno,di cui mi onora l’amicizia, continua ad essere imperterrito un combattente e un sognatore.
    Per il bene del nostro martoriato SUD auguro a tutti noi che i suoi scritti e la sua vita siano esempi e moniti per le attuali e future generazioni.

  2. La pubblicazione coincide con il 40° anniversario del terremoto in Irpinia, tragico e luttuoso evento che colpì molti paesi, compreso Bisaccia in cui sono nata e in cui trascorro puntualmente un mese all’anno di vacanze, condividendo relazioni parentali e amicali.
    Nel testo, ricco di analisi e riflessioni, di Panno, sono riportati molti dei suoi articoli comparsi sulla Gazzetta dell’Irpinia a partire dagli anni subito post-terremoto.
    Una raccolta che si caratterizza per l’approfondita conoscenza dei contesti, della politica locale, regionale e nazionale, delle tematiche del mezzogiorno, dello sviluppo di aree industriali, dell’agricoltura e, non di meno, dei grandi personaggi dei partiti che hanno governato e gestito il potere locale.
    Panno ha un occhio molto critico sulle scelte che hanno determinato l’evolversi sociale di queste zone e sostiene che, a quarant’anni di distanza, la fisionomia dei luoghi si è modificata in peggio: stessi problemi legati alla disoccupazione, all’emigrazione, alla mancanza di servizi …una denuncia forte ma necessaria e puntuale, la stessa che si legge nei suoi articoli.
    Eppure io, a distanza, ho sempre osservato con spiccata emozione quelle realtà, quelle tante persone che, come Panno, si sono contraddistinte nella politica di opposizione, per il loro interesse verso il territorio e le sue risorse, i dibattiti autentici e di critica culturale .
    Conservo ancora gli echi delle iniziative volte allo sviluppo delle comunità locali come l’approccio LEADER 1, 2 e plus che sostenevano l’emergere delle identità territoriali, le tradizioni socio-culturali e produttive .
    Condivido i pensieri dell’autore e raccolgo il suo rammarico e la sua amarezza.
    Che cosa diventerà Bisaccia e il suo centro storico?
    Un museo di pezzi degradati, impolverati?…Un luogo lasciato lì, dimenticato senza più una salutare progettazione che lo faccia vivere e rinnovarsi e che lo renda caro e insostituibile?…
    No, non è questo che auspica Panno, anzi molte e pertinenti sono le proposte di cambiamento che vengono individuate nella lettura delle pagine.
    Non è questo che mi auguro neanche io. Grazie Michele.

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