Ma la follia è vita?

di Ennio Abate

Nella nostra silenziosa, poco trattabile follia, vorremmo essere identici a noi stessi, e non riusciamo a capire che nel momento in cui lo diventassimo veramente, noi saremmo morti. Proprio finiti. Senza volerlo sapere, parliamo attraversati da questo lutto, perché siamo anticipati dall’idea che invece essere non identici a noi stessi, essere altro, avere degli spigoli che non controlliamo, in noi o nel simile, sia un male.

(Alberto Zino, Che pesti, ALTRAPAROLA)

1.

Sono 34 racconti. Brevi e alcuni brevissimi (quasi abbozzi). La scrittura è per lo più limpida, malgrado i temi trattati, che vanno dall’esistenziale all’interrogazione metafisica – socialità e solitudine, maschile e femminile, volontà di potenza e  odio distruttivo, ragione e istinto, intelligenza e natura, tempo oggettivo e soggettivo -, siano vasti e spinosi. Tutti ruotano attorno al problema della conoscenza scientifica della realtà, centrale nella riflessione teorica del La Grassa studioso di Marx. Qui sono proposti nelle forme letterarie del conte philosophique d’ascendenza illuminista – elegante, distaccato, moraleggiante – o dell’astrazione allegorica[1] e, a volte, della fiaba parodizzata;[2] ma non mancano le venature surrealiste.[3]  I personaggi messi in scena – uomini o animali – sono figure indefinite e anonime, fortemente tipizzate; o a volte ragionamenti personificati.[4] Nei loro pensieri e comportamenti svelano quasi sempre uno scetticismo imperturbabile  e nichilista sulla conoscibilità della realtà,  sulle  relazioni sociali che si vorrebbero improntate a ideali di pace e civiltà, sull’amore e, in fondo, sulla scrittura stessa.

2.

Vediamo più da vicino e riassumendo velocemente i contenuti di alcuni racconti di «La follia è vita».

«I fratelli idrogeno e le sorelle ossigeno» (10) presenta i complicati giochi di attrazione e respingimento di atomi antropomorfizzati. Gli accoppiamenti riusciti tra alcuni fratelli e sorelle scatenano però invidie, rancori e litigi tra gli esclusi. Un conflitto feroce distrugge la pacifica «comunità atomica dei Boschi di Sotto e di Mezzo», dove si svolge la vicenda.

In «Che incontro! Quando si dice il caso!» (48) una voce narrante (o meglio pensante) si accorge che la vita buona e santa, di cui godeva era soltanto assenza di desiderio e rifiuto  «di avanzare verso l’ignoto, di vincere il buio che ancora avvolge il nostro futuro».

Lo stesso narratore-pensatore ricompare in «Era notte fonda» (59). Parte da un luogo comune letterario (la notte fonda), ne  associa altri (il nulla,  le scemenze, le ciliegie, il terrore), li esamina con logica sferzante, li smantella, divaga, immagina, sfinito dal proprio inarrestabile elucubrare.

In «La ragazzina nel  bosco» (65) il personaggio – femminile stavolta, ma sempre fortemente tipizzato – vaga in un bosco a caso, senza meta. La ragazzina è tranquilla, convinta di sospendere così «il trascorrere del tempo» e di rimanere per sempre «ragazzina». Rimane indifferente alle «tante bestioline», pur pronte ad aiutarla in caso di difficoltà», e alla fine si perde davvero e non riesce più ad uscire dal bosco.

In «Lotta a morte» (79) compare la Morte [5] –  una donna, goffa, obesa, zoppicante – che affronta il suo inseguitore, un impiegato pare, niente affatto da lei intimorito. Poi, entrata in confidenza con lui, gli svela i suoi segreti: lei non è che una semplice «lavorante» assieme a tante altre.  All’oscuro del contratto che regola il suo lavoro, controllata da un’altra Morte più esperta, invecchiando, sarà eliminata e sostituita per mantenere massima, in una logica da azienda capitalista, la produttività mortuaria, alla quale lo stesso coraggioso inseguitore non potrà sfuggire.

Ne «L’uomo in ansia» (92) un personaggio quasi beckettiano, ingabbiato in vani riti di rassicurazione,  attende un ignoto capace di rinnovare la vita, una sorta di  anti-messia, «il notturno visitatore», mentre un suo doppio, «l’omino dell’osteria», sullo sfondo di  una folla indistinta  e repellente («gli altri ubriaconi suoi amici») sembra volerlo aiutare o distrarlo invitandolo invano in osteria. L’uomo in ansia rifiuta, persiste nella sua attesa sofferente, anche a costo di essere considerato pazzo.  Poi scoraggiato,  isolatosi dai «tangheri», i mediocri da lui disprezzati, scavalca il parapetto del « ponte dei Sospesi» e si getta  nell’«acqua  tranquilla, che sapeva profonda».

«Cip Ciap e la Cosina» (99) mette in scena un rituale da fiaba con due onesti sciocchi, Cip e Ciap, che accolgono nella loro casa una povera fanciulla perseguitata, Cosina,  che man mano si rivela una fredda calcolatrice e li turlupina, espropriandoli di tutti i loro beni.

In «Pinco e Pallino» (115) due amici di lunga data riflettono sulla morte – reale o sognata – di animali a loro carissimi. Pinco vive  la memoria del passato come «maledizione», perché riporta immagini amate che «mai più torneranno». Pallino è rattristato soprattutto dalla capacità umana di presagire  eventi inettuabili «pur se di data incerta». Discutono, non  concordano ma restano grandi amici. In fondo rappresentano «due modi diversi di pensare la vita» ma  anche una medesima e unica «sofferenza umana».

In  «La vita è sogno, ma il sogno è morte» (118) il personaggio è un ingenuo, ancorato alle «sciocchezze» raccontate dai genitori, responsabili a suo dire del procedere sonnambulico della sua esistenza, per cui  pensa, come fossero sogni, gli eventi della propria vita e smorza le sue emozioni «dicendosi: tanto è un sogno» . Subisce  poi una metamorfosi improvvisa e radicale, impostagli  però da  una morte, forse solo sognata, che sembra donargli  «il soffio vitale» della coscienza e scuoterlo «almeno per qualche ora dal languido torpore», dal quale neppure l’amore era riuscito a strapparlo.[6] Inizia così una «sua “nuova” esistenza, che sarebbe stata tale e quale alla precedente, soltanto arricchita dall’insegnamento impartitogli nel sonno dalla morte».

In «Rileggere “la metamorfosi” cambia qualcosa?» (165) un uomo si trasforma in calabrone per isolarsi dagli altri individui che sente molto lontani. Ma gli altri continuano a vederlo come uomo.  Solo una vecchia, ex nobile ricchissima, trasformatasi anche lei per motivi simili in mendicante per fuggire la gente ricca simile a lei, oltre a dirsi delusa per la scelta da lei compiuta, lo mette in guardia dai pericoli: «non sfuggi ai tuoi simili e potresti incontrare un animale, ad es. un uccello o altro, che veramente ti riconosce nel tuo nuovo stato  ti mangia», invitandolo a tornare sui suoi passi.

In «C’è tutto e non c’è nulla» (202)  ancora una ricerca senza esito da parte di un protagonista (anonimo, socialmente indefinito, senza età). Lumini, fuochi, torce elettriche, la luce che pare venire dal fondo di una galleria. Ogni cosa, però,  scompare appena ci si :avvicina. Buio e solitudine. Poi l’incontro con «un “signor Nessuno”, del tutto invisibile perché di fatto inesistente» e il risveglio in una sua stanza «spoglia, impersonale, fredda, straniante» (molto intellettuale e tedesca), l’intenzione di uscire per andare a «comprare una pianta fiorita da mettere sul tavolo» e abbellire la stanza, i dubbi sulle interpretazioni che ha dato ad un suo sogno, le riflessioni tormentose per definire le differenze tra Nulla e Tutto, l’improvvisa presa di coscienza di aver sempre vissuto nel presente (il Tutto) senza accorgersi dei cambiamenti attorno a lui. Poi, decisa l’immersione nella vita quotidiana e comune, esce, dà l’elemosina al barbone, va dal giornalaio, poi al bar; e infine prende l’autobus per andare a vedere «un delizioso laghetto dalle acque blu». E qui, guardando due trote che danzano nell’acqua, esce, senza dare troppe giustificazioni o motivazioni, dai suoi dilemmi e decide: «sarebbe rimasto sordo ai richiami inconsci della coscienza. Lui viveva bene così, sempre nel presente».

«Gico il lombrico: verme solo di fatto» (218) ci presenta un animale pensante e parlanti come da antica tradizione favolistica.  Ha tanti incontri (con la chiocciola, le formiche, le rane, la farfalla) ma poco necessitati e che non trovano mai un punto di svolta, un senso. Facile il rimando di questa vita di animali ai modi statici di vivere (o sopravvivere) in società gerarchiche e violente. Nella condizione bassa e disprezzata dei vermi, che «non hanno scheletro, tanto meno spina dorsale» e sono condannati a restare attaccati alla terra «disprezzati dagli altri animali e in specie da quell’odioso dell’uomo», si distingue solo Gico, perché «agile, coraggioso ma soprattutto «assai poco verme d’animo» e capace di non piegarsi ai prepotenti. In nessuno dei suoi incontri Gico, però, trova un alleato o un interlocutore alla sua altezza. Siamo di fronte ad una unicità eccezionale (alla Stirner?) ma sterile e incomunicante.

3.

Quasi tutti questi racconti sono stati pubblicati con lo pseudonimo di Franco Nova su Poliscritture tra il 2015 e il 2017. E hanno ricevuto numerosi e approfonditi commenti[7]  sia pur da parte di un ristretto  numero di lettori/lettrici. Inaspettatamente si formò  una piccola comunità ermeneutica – non preordinata e abbastanza agguerrita –  che prese ad analizzarli e a giudicarli man mano che venivano pubblicati, dialogando con Nova/La Grassa stesso.  In vari modi in quelle analisi e in quei giudizi si manifestarono  gli echi delle culture  ormai in crisi della Sinistra degli anni Settanta. Un occhio attento  potrà ritrovare nei commenti echi della corrente calda e fredda del marxismo, spinte femministe o spiritualiste o buddiste,  interrogazioni psicanalitiche.  I racconti di Nova fecero, dunque, da calamita per questo confronto di voci differenti. Il “noi” della comunità ermeneutica improvvisata e casuale fu però effimero e presto si disperse.

4.

Oggi quei racconti  sono stati raccolti in un libro. Può darsi che i lettori d’oggi, specie i giovani, coglieranno e apprezzeranno soprattutto il gioco o il divertissement, tratto fondamentale  per Nova/La Grassa di questo suo tipo di scrittura. Da lettore meno ingenuo e più consapevole  del complesso atto di ricezione di  qualsiasi testo, specie se con intenti letterari, resto tuttora convinto della necessità di una lettura non puramente estetica e di superficie, ma capace di cogliere gli strati sottostanti: ideologici e persino inconsci. E la mia lettura di  «La follia è vita» è stata guidata da questa mia ipotesi: anche questi racconti testimoniano la crisi di un intellettuale che, formatosi nella sinistra, se ne distacca. E  perciò mi è parso di cogliere analogie e relazioni (che andrebbero tenute presenti e semmai meglio indagate in successive letture) tra  gli stati d’animo dei personaggi (L’uomo d’ansia, Gico, ecc.) e i saggi scientifici sulla società umana e sui conflitti e le strategie del La Grassa studioso.

5.

La risposta troppo semplice, che Nova/La Grassa,  nelle discussioni del 2015/2017, diede al problema della relazione tra la sua ricerca teorica e questa letteraria (sia pur episodica e da “dilettante”): sono due attività nettamente separate, una principale e fondamentale e l’altra secondaria,[8] per cui i racconti sarebbero semplici momenti di distrazione,[9] non mi ha mai convinto. Nova stesso,  per spiegare le zone oscure di alcuni racconti, rimandava a un scritto teorico che allora stava completando.[10] E non si capiva (né tuttora capirei)   la sua drastica distinzione tra lavoro dell’intelletto e «“turbamento” emotivo».[11]

6.

Io penso innanzitutto che, scrivendo questi racconti,  Nova/La Grassa  abbia sperimentato con effetti per me positivi la funzione ambivalente dell’arte,[12] anche se forse gli sono rimaste più oscure le implicazioni (mai del tutto astoriche e mai del tutto staccate dalla biografia di chi scrive) di questo esercizio critico che lui tende a pensare come semplice  divertissement mentre in fondo è cosa serissima. Secondo me, il suo inventare «caricature» o parlare di «stranezze»  o di « finti personaggi demenziali e pazzolici, fuori di ogni realtà»[13]  come pure il ricorso alle allegorie riportano nel campo letterario  – certo senza automatismi –  la  medesima visione che definirei nicciana e  althusseriana (il suo Marx scienziato contro il Marx filosofo e organizzatore comunista)  operante con ben altre articolazioni del pensiero e ricchezza analitica nei suoi scritti teorici.

7.

Avendo una valutazione  in parte diversa della crisi della cultura di Sinistra, credo di aver interpretato già diversamente dagli altri commentatori il senso di questi racconti nelle discussioni del 2015/2017. E oggi, a distanza di tempo, mi sdento di ribadire pacatamente che  sia questi racconti che gli sbocchi della elaborazione teorica di Nova/La Grassa [14] non sfuggono al rischio del nichilismo. Per me è indubbio che la pars destruens sia prevalsa in entrambi i campi a cui La Grassa ha applicato la sua intelligenza e immaginazione.  Mi si dirà che non è indispensabile, né per uno scrittore di racconti né per un teorico della società in trasformazione, indicare una prospettiva positiva o che essa, anche se fosse auspicabile, non si può improvvisare volontaristicamente. Ma il problema (politico soprattutto) resta: non ci si può fermare alla pars destruens del lavoro critico o di immaginazione specie in un’epoca di mutamento divenuto caotico.

8.

Il  titolo che La Grassa ha oggi dato al libro dei suoi racconti non solo mi pare troppo assertivo ma  una sorta di autodafé, nichilista appunto, rispetto a qualsiasi prospettiva di una formalizzazione della vita, che in fondo per la tradizione del pensiero marxista era riassunta nel termine ‘comunismo’.  La follia è vita significa che la vita è caos, disordine (doloroso). E che il caos non è forse più ricomponibile in altro ordine (meno doloroso). Se, ripensato Marx e uscito da Marx dalla porta di Marx – questa la formula con la quale La Grassa ha riassunto il  punto d’arrivo del suo lungo percorso di militante e studioso –  si arriva alla conclusione che la follia è vita, non siamo di fronte a un semplice e innocuo divertissement ma alla riconferma del  vitalismo, che vedo operante  anche nella sua ricerca teorica [15] e che a me pare nicciano, anche se mancasse ogni tratto da superuomo.

9.

Rileggo perciò questi racconti con attenzione rispettosa e con simpatia per la sofferenza che  i personaggi kafkiani, in ansia, solipsistici, chiusi in una loro bolla anche orgogliosa di domande inquietanti  e paralizzanti rivelano,  ma senza adesione ideologica alla morale implicita nei comportamenti di un Gico o di una Cosina, che smantellano quelle che io ritengo ancora “le nostre verità” umanistiche, comunistiche, niente affatto reazionarie ma da proteggere (fortinianamente).  Ed è possibile farlo senza nostalgie, fideismi o scolasticismi. Per finire, a proposito della possibile genesi dei racconti di «La follia è vita», vorrei affacciare un’altra ipotesi  interpretativa. Secondo me, proprio in questa attività letteraria apparentemente  “secondaria” di Nova/La Grassa, residua   una bloccata inquietudine in contrasto con lo scetticismo – il vero demone della sua opera di “rottamazione”. E   ha potuto prender corpo e oggettivarsi proprio perché egli  ha dedicato del tempo a questa attività “secondaria” a cui  oggi è ridotta la letteratura, quando non è produzione mirata al mercato o al successo. Almeno ha potuto così  – caricaturandola a volte in modi persino  irritanti per il senso comune – alludere ad una parte più “autentica”  trascurata,  smarrita o troppo  repressa.[16]  Anche per questo il libro merita di essere letto e discusso.

Note

[1]  Nova: «Gli unici protagonisti dei miei racconti sono la Vita e la Morte e, tramite una serie di traslazioni ancora più complicate, sono la Rivoluzione e la Restaurazione»

[2] Ad esempio in «Cip, Ciap e la Cosina».

[3] Ad esempio, in «Che pensieri» (38) i pensieri  si materializzano, sono persi per la strada da qualcuno, fuggono dal cervello; e sono ignoti a chi li pensa. Si tratta di avventure della mente, forse di allucinazioni che premono da profondità sconosciute.

[4] L’andamento dei pensieri scaturisce – come notò  Rita Simonitto commentando «Che incontro! Quando si dice il caso!» (48) – dalle sue stesse parole: «Sembra che non riesca ad uscire dal linguaggio e da un’analisi logica dei paradossi del linguaggio. (Verrebbe da dire che “è parlato dal linguaggio”, come sosteneva Lacan)».

[5] Da un commento di Cristiana Fischer: «una morte rigorosamente femmina (matriarcato mediterraneo, ma in tedesco der Tod) e carnalmente repellente, come è il rapporto di ciascuno – almeno ogni tanto – col proprio corpo, meglio se proiettato sul femminile». Da un commento di Annamaria Locatelli: «laida ed attraente, con quella andatura zoppicante che la assimila alla figura del demonio»

[6]  «Anche l’amore era stato affare di qualche breve istante, poiché un’eccitazione troppo forte avrebbe rischiato di farlo uscire dai binari che conducevano ad un bacino d’acque tanto calme da parere stagnanti»

[7] Per rileggerli li ho raccolti in un file risultato di circa 150 pagine.

[8] A Nova che sottolineava la priorità  delle capacità astraenti («Se non si hanno sufficienti capacità astraenti, si fanno solo pasticci. Allora meglio darsi ai racconti e immettere perciò necessariamente le emozioni individuali, quelle di esseri umani singoli») Rita Simonitto  contrapponeva la psicoanalisi come «strumento di conoscenza che a volte ci permette di capire quanto di noi mettiamo nella realtà che, a questo punto, non è mai ‘oggettiva’ ma si porta sempre aspetti della nostra storia socio emotiva», dando rilievo autonomo alla scrittura narrativa – conoscitiva e relazionale – niente affatto secondaria o riducibile a semplice divertissement  o  a scarico delle emozioni individuali.

 

[9] Nova: «Certamente nelle mie altre attività non scherzo proprio per nulla. Del resto assai più della metà di quanto scrivo è di carattere teorico, dove non ci metto particolari sentimenti. Passando a questa attività secondaria, ho lunghi periodi in cui non saprei che racconti inventare (buona parte di quelli usciti sono stati scritti in anni non recenti). Ad un certo punto, mi viene in testa un’idea piuttosto balzana e allora, a volte, mi diletto a esporla sotto forma di racconto (magari non del tutto tale). Non credo di farlo solo per gioco».

[10] G. La Grassa, Tarzan vs Robinson, Piazza editore 2016.

[11] Nova: «Se vogliamo cogliere il tessuto connettivo del capitalismo(i), dobbiamo appunto astrarre da ogni “turbamento” emotivo, non si deve parlare di disperazione di nessuno, non si deve certo mettere sullo stesso piano il ruolo del banchiere o dell’imprenditore in generale con chi “guida il trattore”. Non mi interessa per nulla se questi è disperato quanto l’uomo d’affari (se entrambi, ad es., amano non ricambiati o se entrambi, l’altro magari guidando una porsche, vanno a sbattere contro un albero e finiscono tutti e due all’Ospedale con fratture multiple, e nella stessa stanza). Mi interessa sapere se chi guida il trattore è piccolo proprietario contadino oppure un lavoratore salariato in una grande fattoria. E soprattutto, astraendo al massimo e riducendo all’osso ruoli e funzioni, devo cercare di capire dove si annida il maggior potere di decidere le sorti di quel dato insieme di gruppi sociali che costituisce una popolazione, insediata in un certo territorio. E quali rapporti vi siano tra gruppi di potere al vertice di date popolazioni, insediate in paesi o nazioni differenti, ecc. Se non si hanno sufficienti capacità astraenti, si fanno solo pasticci. Allora meglio darsi ai racconti e immettere perciò necessariamente le emozioni individuali, quelle di esseri umani singoli».

[12] Rimanderei a Francesco Orlando e alla sua teoria del ritorno del represso in letteratura.

[13] Tra l’altro in un commento Nova propose una sua poesia inedita dedicata ad un amico morto. Ed io non potei fare a meno di notare che «di fronte alla poesia per un amico scomparso proposta da Nova, mi azzardo a dire che egli dimostra di fare anche i conti con personaggi reali, conosciuti in carne ed ossa; e non semplicemente di divertirsi con quelli inventati e per questo “rassicuranti”. Facendo emergere non solo quella “faccia nuda” (Fischer), che i racconti velano o da cui si distanziano, ma addirittura “ardore nella lotta”, “ingenuità giovanile di futuri aperti”, speranze nell’”irruzione degli umili nella Storia”, permanenza della memoria “fin quando durerà lo svolgersi/ dell’umano dolore”,  “mete più alte dei singoli”».

[14] Critica subito respinta da Nova:

 «In ogni caso non credo ci sia in me del nichilismo. Di sicuro non vi è nel mio lavoro teorico (o nelle ipotesi storiche che ogni tanto vi aggiungo). Ritenere che una teoria scientifica, dopo 150 anni, sia molto invecchiata è atteggiamento sano, io credo; altrimenti quella teoria diventa pura credenza fideistica come quella dei rimasugli comunistici e anche marxistici»;

«Tornando al mio presunto nichilismo, ripeto che si tratta solo del prendere atto che una teoria scientifica (e Marx ha passato vent’anni di esistenza al British Museum a studiarsi gli economisti classici e poi ha indubbiamente apportato una rivoluzione di paradigma con l’individuazione della differenza tra lavoro e forza lavoro) non può, non deve essere ritenuta valida in toto per più di qualche decennio; in specie nel campo delle teorie della società. Marx è invecchiato come qualsiasi altro scienziato. Delle acquisizioni restano valide, ma soprattutto come punti di partenza per radicali mutamenti. Ho sempre ricordato che io esco dalla porta del marxismo, non da altre; non so se da quella porta arriverò a qualcosa di costruttivo oppure no. Sto tentando; credo comunque che alcune acquisizioni discrete ci siano. Ma siamo a mille miglia dallo scrivere un altro “Il Capitale” adeguato alla società odierna che poco ha a che vedere con quella capitalistica inglese appena uscita dalla prima rivoluzione industriale. Marx affermò con nettezza (nella prefazione alla sua opera) che quella società era il suo “laboratorio” di analisi per arrivare a formulare un insieme di ipotesi teoriche. Egli ha quindi interpretato il capitalismo identificandolo con quello borghese affermatosi in Inghilterra. Quello Usa ha mutato alcuni connotati fondamentali».

[15] Si veda almeno G. La Grassa, Tarzan vs Robinson, Piazza editore 2016.

[16] Il richiamo è al “ritorno del  represso” teorizzato  dal critico della letteratura  Francesco Orlando.

12 pensieri su “Ma la follia è vita?

  1. …ho letto i racconti pubblicati su Poliscritture da Franco Nova / La Grassa e, ricordo, di averli trovati divertenti, sotto l’aspetto dell’originalità, enigmatici ed anche inquietanti…Riprendo brevemente l’attenzione sui due racconti: “Lotta a morte” e “L’uomo in ansia”, in entrambi il protagonista sfida una realtà piatta, insoddisfacente o, addirittura, fosca…Il protagonista del primo non solo non sfugge la signora Morte, ma la insegue, capovolgendo il rapporto fragile e mortale dell’essere umano con l’ entità suprema e misteriosa, a cui riesce ad incutere paura e a costringerla a rivelarsi come semplice “lavorante”, in un sistema rigidamente capitalista basato sul profitto del prepotente (dio?)..Mi chiedo allora se La Grassa ritiene quest’ultimo essere un sistema nell’ordine”naturale” delle cose, quindi alla fine insuperabile,come non si sfugge alla morte anche se coraggiosi..Nel secondo racconto un uomo solo e senza risorse attende invano un “non messia” salvatore…gli si presenta l’ occasioni di entrare in un gruppo e riconoscervisi tra persone sconfitte dalla vita, ma solidali, che, ubriaconi, riparano nell’alcol, ma non lo ritiene degno e mette fine alla sua esistenza…Anche in questo caso, una persona che vuole distinguersi, credo in maniera piuttosto aristocratica, soccombe a uno stato generale di fallimento, che quindi ritiene in nessun modo superabile…
    L’essere umano in crisi profonda sembra sbattere la testa contro un muro di gomma che, nonostante la lotta, lo riporta al punto di partenza, la disperazione, ma anche follia e caos. Forse l’autore con “La follia è vita” ci vuol suggerire l’idea che questa condizione sia l’unica scappatoia dei nostri tempi?…in quanto ci lascia uno spiraglio aperto, se non altro come aspirazione, per un futuro futuro piu’ giusto e ordinato?

    1. Ho letto anche io i racconti di Nova (nuovo forse? magari…) cioè La Grassa sul sito. Ficcanti, inquietanti alla lontana, in modo sottile, non esplicito. Forse proprio per questo poco eclatanti dal punto di vista romanzesco, in cui invece occorrono, non da oggi, figure chiaramente significative che si assumano la loro parabola narrativa. Sono personaggi invece quelli di Nova poco probabili, nelle figurazioni letterarie, che infatti “svoltano”(la trama invece esige!) in modo implicito, o comunque sottotono.
      In parte questa mia lettura coincide con l’interpretazione del post, che allude a una contraddizione di civiltà non risolta.
      Piuttosto però a me i racconti paiono propri di una fase crepuscolare di civiltà, quando l’impossibile passato non intravvede una o più strade da percorrere in chiarezza. Avanzano, i racconti, speranze cieche, sconfitte umili, ritirate materiali di base. Così è, anche questo è. Vecchie ossa o esoscheletro. Chi si slancia, folleggia.
      Vabbe’ teniamone conto. La Storia si svolge probabilmente ormai altrove.

  2. “Piuttosto però a me i racconti paiono propri di una fase crepuscolare di civiltà” (Fischer)

    Concordo ma con due osservazioni: 1. la “crepuscolarità” o il carattere epigonico dei racconti ( o a volte abbozzi di racconti) non ne mina di per sé il valore che sta proprio , secondo me, nella ricerca imperterrita dell’io narrante e giudicante; 2. quanti intervennero (compreso l’autore) con commenti man mano che i racconti furono pubblicati su Poliscritture dimostrarono quanto dinamismo non rassegnato ci fosse in quell’interrogarsi pur non potendo più fare affidamento su solide certezze. Certo “la Storia si svolge probabilmente ormai altrove” ma continuare ad interrogarne il senso da vinti e non da vincitori, come illusoriamente un po’ si è sperato, non è vano.

    1. mi scuso per l’errore di posizionamento. D’altronde, in senso proprio questo video è una risposta a gruppi (di perfino molto giovani che m’hanno proprio sorpreso), con cui non si riesce ancora a trovare un minimo d’accordo per una discussione comune che sarebbe comunque positiva, almeno per mia convinzione. Tuttavia, siccome esser preso per nicciano e fautore soprattutto della pars destruens non significa, a mio avviso, cose del tutto diverse da quelle che pensano alcuni di questi giovani, ho ritenuto utile cercare di far capire qual è la mia reale posizione che è “di fase”, non pessimista in senso generale. Periodi contrastanti (in tutti i sensi) si susseguiranno in continuazione nella nostra del tutto particolare storia evolutiva (nel semplice senso di trasformativa). Ho solo cercato di chiarire questo punto per me decisivo.

  3. Nota. Ieri ci sono stati alcuni problemi tecnici e per varie ore il sito non è stato accessibile. Ora tutto dovrebbe funzionare regolarmente. [E. A]

    @ Gianfranco

    Ho fatto una lettura accurata di “La follia è vita” e di tutti i commenti ai racconti pubblicati su Poliscritture tra 2015 e 20127, sorvegliando al massimo i miei pregiudizi di lettore. Mi sento perciò di confermare il mio giudizio sul niccianesimo presente in “Cip, Ciap e la Cosina” o in “Gico il lombrico”. Che poi “la pars destruens” in molte tue prese di posizione, specie sui social, sia insistentemente in primo piano non mi pare un parere soltanto mio. Certo, siamo in una fase storica in cui ci accorgiamo del crollo di tutte le certezze e ci aggiriamo tra “rovine”. Già definirla “di transizione” pare ottimistico tanto essa sembra indecifrabile; e nessuno può chiedere a nessuno l’impossibile. Tuttavia a me paiono irrinunciabili sia le (poche) letture critiche della storia comunista e sia la riflessione sul concetto stesso di comunismo. Che non è riducibile alle caricature o alle nostalgie di alcune sette superstiti che a quel nome (svuotato di significato oggi) si appellano.

  4. A proposito di riflessioni critiche sul comunismo, mi viene in mente quanto mi confidava, molti anni fa, camminando la sera sul Lungadige, uno storico veronese, vecchio militante del PCI: la politica è come una madre che divora i propri figli, e quella comunista è stata fra le più affamate e voraci. Milioni di militanti, più o meno forzati e più o meno innocenti, sacrificati su questo altare, che aspettano ancora, invano, che venga fatta giustizia.
    In questo sito viene citata, ogni tanto, qualche definizione crepuscolare e idealizzata del comunismo, con espressioni letterarie tanto eleganti quanto insignificanti su un piano di realtà.
    Le rivoluzioni russa e cinese, storicamente assai motivate, non erano esportabili in Europa, dove le diverse condizioni politiche hanno dato origine a regimi fascisti, affermatisi anche in opposizione al comunismo, dietro la spinta di forze liberal-borghesi e col consenso della chiesa cattolica. In Italia abbiamo avuto un partito comunista, che guardava naturalmente all’URSS, la cui prassi è stata puntualmente descritta da un onesto intellettuale come Ignazio Silone, nella sua presa di distanza, in ‘Uscita di sicurezza’, dove racconta di una drammatica esperienza come militante. Da cristiano egli era forse sensibile alla componente ‘messianica’ del comunismo, senza tenere presente che il fondamento del comunismo è il materialismo (storico) e che, pertanto, è destinato ad originare lotte per il potere che sfociano inevitabilmente in dittature.
    Una forma di comunismo sostenuta, invece, da una ispirazione spirituale evangelica si è realizzata per secoli nelle realtà monastiche, che sono viste anche come il fondamento o modello della moderna economia europea.
    In Russia e in Cina il comunismo ha avuto il grande merito di porre fine a un’arretratezza socio-economica e politica oramai insostenibile e anacronistica. Ma, come già detto, questo modello non poteva funzionare in altri contesti socio-politici.
    Tornando a parlare di teoria, fra Bakunin e Marx io mi schiero più volentieri dalla parte di Bakunin, perché nel suo pensiero c’è più idealismo; anche se, ovviamente, da vecchio mazziniano non lo posso condividere.
    Parlare di comunismo, in questo momento di pandemia a livello mondiale mi fa sentire come se mi stessi interessando di dinosauri, ma penso che ci faccia bene allontanare il pensiero dagli effetti deleteri di questa nemesi storica.
    Per adesso, visto che siamo alla vigilia, Buon Natale!

    1. « la politica è come una madre che divora i propri figli, e quella comunista è stata fra le più affamate e voraci» (Casati)

      No, Franco, c’è stata una “madre” ( o un padre?) ben più vorace di quella comunista, che ha messo su due guerre mondiali! E semmai, la “madre comunista ha tentato (invano) di fermare quelle inutili stragi.
      Una visione mitizzante della storia coglie magari paure e desideri profondi delle società ma distorce fin troppo i fatti e sorvola sulle cause reali e storiche e magari sui possibili (non facili) rimedi. I milioni di militanti comunisti tra Otto e Novecento non sono stati agnelli sacrificali. Hanno combattuto (e perso) ma per un mutamento che a menti non prevenute appare tuttora necessario, anche se oggi più utopico o impossibile. Non so, perciò, quale sia la «definizione crepuscolare e idealizzata del comunismo» che tu hai letto in Poliscritture. Quella che io ho difeso con piglio forse pedante (http://www.poliscritture.it/2017/02/09/appunti-politici-3-comunismo-di-f-fortini/; http://www.poliscritture.it/2017/03/09/appunti-politici-6-comunismo-di-f-fortini/; http://www.poliscritture.it/2017/08/09/appunti-politici-4-bis-comunismo-di-franco-fortini/ ) non mi pare abbia questi difetti.
      Certo, la storia del comunismo è fin dai suoi inizi contraddittoria e ricca di tesi contrapposte (a cominciare dallo scontro Lenin/Luxemburg). La tesi della sua non esportabilità in Europa (cioè nei paesi industrialmente avanzati), le denunce di Silone ma di tanti altri (Cfr. https://www.ibs.it/altronovecento-comunismo-eretico-pensiero-critico-libro-vari/e/9788816409019), compreso lo stesso Gianfranco La Grassa, ci dicono che un fallimento c’è stato ed un’epoca, come si suol dire, è finita. Ma quali conclusioni se ne sono tratte? il problema del voltar pagina come se tutto ripartisse da zero (quale poi questo zero?) o di voltarla dopo un riesame di tutte le «buone rovine» resta per me aperto. E io sono contro ogni “rottamazione” sbrigativa di quella esperienza storica e dell’idea di comunismo.
      Tu sostieni che quell’ «esperimento profano» ( come lo chiamò Rita Di Leo: https://www.sinistrainrete.info/teoria/14853-epimeteo-rita-di-leo-la-vittoria-del-sacro-esperimento-sull-esperimento-profano.html) sarebbe fallito perché fondato sul « materialismo (storico)». Ma credi davvero che sia stata quella base di pensiero «ad originare lotte per il potere che sfociano inevitabilmente in dittature»? “Dittature” di vario tipo mi pare siano sorte anche su altre basi di pensiero: religioso (lo scontro tra Papato e Impero per tutto il Medio Evo) o laico (le rivoluzioni borghesi). Quanto al comunismo spirituale o monastico a me pare una forma del tutto elitaria, che in fondo ha sempre convissuto ai margini delle società storiche sviluppatesi col capitalismo, che nelle sue varie metamorfosi o “rivoluzioni dall’alto” resta il vero Convitato di pietra che non si sa più come affrontare.

  5. …seguendo un filo di mie riflessioni, forse un po’ ingenue, se un giorno saremmo tutti molto piu’ poveri e se il gene dell’avidità nell’essere umano scomparisse…se, se..allora un vero, concreto e semplice comunismo potrebbe affermarsi e funzionare…Riflettendo ancora sui due se, il primo non è cosi’ improbabile, data la situazione esplosiva che stiamo vivendo, di cui la pandemia è solo l’ultimo anello, riguardo al secondo se, o condizione, sembra piu’ difficile che si realizzi, in quanto interessa il fuori e il dentro dell’essere umano, ma non inpossibile…Se il nostro desiderio di vita, o anche istinto, riuscirà ad andare di pari passo con l’accettazione della nostra mortalità (il limite) penso che scomparirebbe automaticamente la corsa all’accumulo di ricchezze e al potere, generando circolarietà e solidarietà …in fondo lo stesso capitalismo sfrenato sembra dettato dalla paura esorbitante ed egoistica della fine…un discorso con troppi se, ma vi colloco una remota speranza per il futuro. Intanto Buon Natale a tutti anche da parte mia

    1. Introdurre il tema della morte individuale – e di massa, dato che molti paesi occidentali sono pieni di vecchi, condizione eccezionale invece un tempo, non troppo lontano, cioè quando ero piccola, un po’ più di mezzo secolo fa – non è un’idea sbagliata. La morte individuale viene esorcizzata, ci sarà sempre una cura, un medico, una dieta, le passeggiate, l’aria buona, che la allontaneranno quasi all’infinito, e poi… sarà il solito maledetto incidente che capita, non un destino comune.
      La pandemia -femminile di pandemonio?- si chiede la mia amica Pat Carra facendo gli auguri, smaga un po’ questa pubblica illusione, condivisa profondamente nelle nostre povere psiche (dicono che il plurale di psiche sia psichi… οι ψυχές , mi rifiuto). Una amica di fb ha dichiarato che lo sa che si deve morire, ma “io ho paura, molta”.
      Ma oggi ci si preoccupa delle nascite e del rinnovamento, e non solo del sole! Auguri!

  6. Ringrazio Annamaria Locatelli ed Ennio Abate per i loro commenti, che completano il mio pensiero, non espresso in quanto, data l’occasione, puntava solo sul comunismo. Mi verrebbe da dire, considerando che oggi è il giorno simbolico della nascita di Cristo: “Chi non ha peccato scagli la prima pietra”.

  7. Questo saggio (https://www.sinistrainrete.info/teoria/14853-epimeteo-rita-di-leo-la-vittoria-del-sacro-esperimento-sull-esperimento-profano.html) di EPIMETEO, «un gruppo di ricercatori [che cerca di individuare] percorsi teorici utili a comprendere l’epoca attuale e ad individuare le sue possibili evoluzioni», attivo dal 2006 e che scopro adesso, dà una lettura benjaminiana di tipo messianico de «L’esperimento profano» (2012) di Rita Di Leo che ho suggerito rispondendo a Franco Casati. (Ma ci sono altri spunti interessanti su altri due libri dell’autrice: «Cento anni dopo: 1917-2017. Da Lenin a Zuckerberg», 2017), « L’età della moneta. I suoi uomini, il suo spazio, il suo tempo», 2018). Trovo ben sottolineati alcuni degli aspetti storico-politici concreti del “fallimento del comunismo”.

    SEGNALAZIONE

    Stralci:

    1.
    o il “partito operaio” veniva inteso come quella forma di organizzazione in cui si esprimeva il “potere operaio” in quanto potere degli operai, della classe operaia in quanto tale, oppure il “partito operaio” si definiva come quel partito che guidava la classe operaia nel suo ruolo di comando e di governo sul complesso della società. In questo secondo caso, il “partito operaio”, in quanto partito comunista che possedeva una visione della storia e della società, cioè una “coscienza di classe” sovraordinata all’interesse operaio immediato, avrebbe dovuto dimostrare la sua autonomia politica dall’autonomia operaia nella sua immediatezza. Come è noto, la seconda ipotesi è stata quella che Lenin ha tentato di mettere in atto con la Nep, nella quale un ruolo decisivo avrebbero dovuto avere gli intellettuali e i tecnici della borghesia russa; la prima invece era quella, risultata vincente, di Stalin.

    2.
    In Cento anni dopo la Di Leo, per spiegare il rapporto tra Lenin e la classe, evoca il mito del “golem”, ossia quella “figura antropomorfica, creata a protezione della comunità ebraica, e divenuta poi quasi sinonimo del primo robot” (op. cit., p. 43, in nota 1). Secondo la Di Leo, l’”operaio golem” è una creatura di Lenin in quanto secondo il capo bolscevico la classe doveva essere eterodiretta dai rivoluzionari di professione, poiché solo essi potevano infondere nel golem lo spirito della coscienza di classe: “Lenin ha spiegato come spetta ai Platone [intellettuali rivoluzionari] ampliare ciò che vede il singolo operaio: la sua macchina, il suo reparto, il suo capo e pochissimo altro. Disegnargli un orizzonte senza confini spetta ai Platone nel ruolo di principali creatori del golem operaio.” (ivi, p. 43)
    È però evidente che il perseguimento sul lungo periodo di questa prospettiva, al di là della straordinaria personalità di Lenin, presupponeva un patrimonio di cultura politica di cui il ceto politico bolscevico era del tutto privo, data la pochezza teorica del “Marx politico”. Infatti, lo sviluppo della Nep, con il ruolo dirigente che in essa avrebbero dovuto giocare intellettuali e tecnici borghesi, avrebbe ristabilito il comando sulla forza-lavoro nel luogo di produzione in termini del tutto simili a quello in vigore nelle società capitalistiche e dunque rischiava di negare l’autonomia operaia in fabbrica; inoltre, sul piano sociale si sarebbe assistito al ricostituirsi di un ceto di borghesi arricchiti, a cui si sarebbero affiancati nelle campagne i kulaki che potevano vendere i loro prodotti al libero mercato. Ora, questa differenziazione sociale in termini di appropriazione della ricchezza socialmente prodotta avrebbe cozzato apertamente con quella istanza di “giustizia” che tanta parte aveva avuto nel motivare le lotte del movimento operaio da ormai più di un secolo.

    3.
    Questo carattere fondamentale del messianesimo comunista nel caso specifico dell’Urss ha giocato in netto contrasto con il perseguimento dell’autonomia politica del partito di fronte all’autonomia operaia in fabbrica; in quel frangente sarebbe stata necessaria una capacità di articolazione del potere di classe operaia, in quanto classe dominante, in termini di autonomia del politico da parte del partito e di autonomia operaia nel ricostituito rapporto di produzione capitalistico, una autonomia che attraverso la sua lotta “sindacale” avrebbe dovuto dinamicizzare il sistema industriale sovietico con il passaggio dall’estrazione di plusvalore assoluto a quella di plusvalore relativo, attraverso l’innovazione tecnologica. Ma tutto ciò era con ogni evidenza semplicemente impensabile per la dogmatica del rovesciamento del rapporto di potere come attuazione del “regno della giustizia”. Di conseguenza, la decisione di Stalin di interrompere l’esperimento della Nep e di avviare quella politica di piano che doveva in primo luogo assicurare il “controllo operaio” sull’erogazione della forza-lavoro in fabbrica, nel contesto dello “stato d’eccezione” della guerra di classe contro borghesi e kulaki, non può certo essere imputata ai soli limiti soggettivi di quel leader.

    4.
    In ogni caso, riguardo alla nuova linea adottata da Stalin, così scrive la Di Leo:
    “Protagonista della svolta fu Stalin, successore di Lenin. Il suo obiettivo era di investire del ruolo dirigente la nuova élite di estrazione popolare, e il più presto possibile.” (L’esperimento profano p. 47) “Nella strategia leninista gli intellettuali erano i protagonisti (…). Nella strategia staliniana vi fu uno stravolgimento dei precedenti ruoli, nel senso che divenne protagonista attivo il politico sovietico, disposto più al fare che al pensare.” (Ivi, p. 48) “L’intellettuale filosofo-re, indispensabile alle origini dell’esperimento, perse il suo ruolo creativo per assumere la funzione di addetto all’ideologia sovietica.” (Ivi, p. 49)
    Nel momento stesso in cui metteva fine alla Nep a favore della politica di pianificazione e decideva la liquidazione dei borghesi, dei kulaki e del vecchio ceto politico bolscevico intellettualizzato, Stalin si dotava di una nuova base sociale:
    “I nuovi operai, semplici lavoratori manuali, contadini poveri di recentissima urbanizzazione, ex artigiani, ex soldati, divennero lo strato sociale di riferimento dell’esperimento ben più che la preesistente classe operaia. (…) E dunque la strategia contro gli alieni [gli intellettuali borghesi] finì per riguardare anche i vecchi operai, che furono considerati l’aristocrazia operaia e come tali difficilmente integrabili in un progetto che chiedeva fedeltà incondizionata.” (Ivi, pp. 22 – 23)
    Tutto ciò garantiva stabilità politica e sociale, ma nello stesso tempo aveva un costo economico che sul lungo periodo avrebbe finito per essere letale per il sistema di potere sovietico. Infatti, il “modello Stalin”, riconoscendo un ruolo di classe dominante alla classe operaia non solo sul piano politico complessivo, ma anche nel rapporto di produzione, non poteva che generare bassa produttività del lavoro vivo e scarsissima innovazione tecnologica.

    5.
    Dall’insieme di queste considerazioni appare chiaro come la causa principale del fallimento finale del potere operaio non può essere rintracciata nelle responsabilità soggettive del ceto politico, che pure vi furono e furono importanti, soprattutto in termini di cultura e tradizione politica; qui emerge la domanda circa la possibilità stessa per la classe operaia di trascendere la dimensione dell’economico, il suo “statuto ontologico” di forza-lavoro, e di accedere alla dimensione del politico in quanto “governo”. È un interrogativo che si è posto anche Tronti, in un importante saggio apparso nel novembre del 1990 sulla nuova Rinascita diretta da Asor Rosa, titolato 1989 e dintorni. Grandezza e miseria del comunismo di Stato, dal quale vogliamo riprendere alcuni estratti che non hanno bisogno di commento:

    Questa è risultata essere il primo esempio storico di classe sociale subalterna diventata dominante. (…) Gli operai al governo non sono riusciti a esprimere capacità di governo. L’obiezione dunque non è quella tradizionale, da sinistra, di un socialismo che ha dato il potere al partito invece che alla classe. Il partito bolscevico di Lenin era il partito operaio. E per questa via il giudizio sul socialismo si fa più grave. È nella classe sociale prima ancora che nel partito politico la ragione di fondo di un fallimento. (…) Un dubbio critico si insinua a questo punto del discorso, che non va coltivato visto che non porta al crescere di niente, che tuttavia va detto, perché tende l’arco della contraddizione fino al limite della rottura di quella corda che lega una tradizione. Forse la classe operaia non poteva essere comunque classe di governo. (…) Quel lavoro del negativo, quell’istanza distruttiva, quel nichilismo dei valori, che stanno all’origine della figura operaia, riemergono non appena preso il potere e prima ancora di passare a una funzione di governo, impediscono questo passaggio e di qui, da questo blocco, non si va a prendere su di sé l’interesse generale e a esprimere principi universali, perché questo è il cammino classico borghese, irripetibile contro di esso.”

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