Riordinadiario sul finire del 2020

 

 Rileggere Ranchetti (1).

Appunti del 2004 sNon c’è più religione di Michele Ranchetti

 di Ennio Abate

Pubblico solo oggi questi appunti,  presi  dopo la lettura del libro di Ranchetti e della recensione di Massimo Cappitti. Li trovo  un po’ schematici e soprattutto ignari della  ricca e complessa discussione  che Ranchetti  già conduceva da decenni  con amici e studiosi di alta levatura.  Eppure in essi ponevo  un problema non irrilevante per chi veniva come me da una militanza comunista (ma non del PCI) degli anni Settanta:  c’era qualcosa da imparare da quel libro? Tra l’altro, dopo la morte di Fortini, speravo di poter discutere su quel tema del comunismo, anche per lui fondamentale, con i partecipanti (compreso lo stesso Ranchetti)  del Centro Studi dedicatogli dall’Università di Siena.  La  sensazione di una loro sordità – vi accenno negli appunti –  e il carattere  approssimativo delle mie riflessioni   mi  suggerirono di tenermele per me. L’anno dopo, però, le ripresi nelle domande che feci a Ranchetti stesso in una intervista (qui) [E. A.]

La mia prima reazione alla lettura di Non c’è più religione di Michele Ranchetti è stata istintivamente questa: bisognerebbe scrivere, a completamento, un Non c’è più comunismo altrettanto rigoroso e appassionato.

Ovviamente non credo che un libro del genere ci sia già. Oltre il Novecento di Marco Revelli si limita ad esorcizzare la parte sanguinolenta di quel fantasma storico e Impero o Moltitudine  di Hardt e Negri, anticipano a mio parere teleologicamente fin troppo, saltando il problema lacerante della storia novecentesca del comunismo e, malgrado le apparenze, la stessa morsa di guerre e precariati permanenti, tsunami, e disastri ecologici, dandoci soprattutto un miraggio gioioso e moltitudinario. Ma perché proprio un libro come questo, composto di  saggi lucidi e spietati che trattano di «istituzione e verità nel cattolicesimo italiano del Novecento», argomenti che parrebbero rivolti soprattutto a lettori cattolici appunto o a credenti nell’aldilà, dovrebbe  interessare materialisti atei e illuministi agnostici più o meno ben adattati nell’aldiqua?

Per vari motivi: 1) il tentativo da parte di Ranchetti di  «ripristinare un’interrogazione religiosa, nel senso più ampio del termine», offrendo alla discussione una serie di tesi fin dal primo numero de L’ospite ingrato del 1998,  mi pare vada incontro a quello fatto per tutto il  Novecento da minoranze comuniste di ripristinare un’interrogazione politica, nel senso più ampio del termine; 2) perché il libro, pur restando tutto interno al piano religioso e senza mai smarrire «gli elementi fondamentali della religione cristiana», contesta coraggiosamente e con solidissime argomentazioni storiche l’autorità della Chiesa cattolica, la cui struttura gerarchica sperimentata da molti secoli è stata modello consapevole o inconsapevole della «forma partito» in generale: la separazione fra sacerdozio e laicato, su cui Ranchetti tanto insiste, è la matrice storica profonda di ogni separazione  fra Stato e società civile, fra   intellettuali e classe, fra politici (e rivoluzionari) di professione e movimenti; 3) perché se è esistita un’analogia storica non peregrina fra cristianesimo primitivo e comunismo e tentativi di riforma religiosa e tentativi antirevisionisti, ne esiste una fra crisi del cristianesimo, divenuto nell’Ottocento come documenta Ranchetti, istituzione totalitaria e crisi del comunismo imploso in stalinismo.

Per contrastare lo sfacelo teorico e ideologico nell’ultimo trentennio della sinistra in tutte le sue aree, può  essere utile  affrontare proprio la centralità indiscussa del modello-Chiesa, così  come accanitamente e lucidamente – da un punto strettamente religioso ma  «storicamente» –  ha fatto Ranchetti. Specie in questo momento di crisi in cui gran parte della sinistra  – come ricorda  Massimo Cappitti nella sua recensione – avendo dilapidato tutta la sua eredità, sembra allinearsi ossequiosamente alla Chiesa e a questo pontefice, fino a  ritenerla l’«unica istanza etica universale capace di parlare autorevolmente al mondo “globalizzato”».

Certo al libro di Ranchetti vanno poste anche altre domande,  le “nostre” domande. Ad esempio, Ranchetti, criticata la Chiesa, ripropone di fatto nella sua Prefazione, pur con attenuazioni e  problematicamente, il recupero di «un senso religioso alla vita», lasciando in sospeso la questione della sua necessità o meno. Dobbiamo concordare con lui su questa necessità di recupero?  Seguendo l’analogia che ho fatto, dobbiamo/possiamo recuperare dalle esperienze comuniste la “traduzione” di quel senso religioso in senso politico, lo sforzo  di  “portare il cielo in  Terra” o di trascinare in esse quanto  di radicale e sconvolgente  un certo  cristianesimo (quello del “popolo”, non quello dei “sacerdoti” secondo Ernst Bloch) già conteneva? E, quindi, dobbiamo/possiamo  ripensare ogni lotta sociale come se  essa costruisse un luogo dove si fondono assieme bisogni materiali e immateriali, desideri e persino esigenze spirituali (evitando perciò di ridursi all’economicismo o al “materialismo volgare”)? Insomma, alla critica di Ranchetti contro la Chiesa cattolica andrebbe affiancata un’altrettanto agguerrita critica del  Partito di ascendenza socialista e comunista.

A questo punto, però, uno si potrebbe chiedere che senso abbia partire dalla critica della Chiesa  fatta da Ranchetti invece che dalle critiche anarchiche  fatte fin dall’inizio del movimento operaio alla forma Partito: da Bakunin a Rosa Luxemburg e proseguite poi fino al ’68-’69 o  alla rivoluzione culturale cinese. Risponderei che a tali critiche sfuggiva quasi sempre la presa  dell’aspetto sacrale del potere sull’immaginario “popolare”. Che  veniva affrontato con troppa fiducia illuministica. E’ stata, invece, proprio la Chiesa cattolica a bloccare nel corso di tanti secoli ogni interrogazione e intromissione del suo stesso laicato su questo aspetto fondamentale, monopolizzandone la gestione e distribuendone il riverbero sui poteri politici coi quali mano mano si  alleava: dagli imperatori  ai fascismi.  Ne deriva che non basta una critica marxista del Partito (vedi il fallimento di quella di Trotzky).  Ci vuole una critica al suo modello inconsapevole, che è quello della Chiesa. (E quando, in qualche occasione, si è parlato di «due Chiese», un fondo di verità veniva colto ma non se ne traevano le corrette conseguenze: che il Partito socialista o comunista non poteva né doveva ridursi a Chiesa. (E qui gli studi di Moshe Lewin sullo stalinismo forse potrebbero aiutare).

E se c’interrogassimo sul perché la “chiesa comunista” è crollata e quella cattolica invece ha tuttora una presenza pervasiva, sa perdonarsi e assolversi così bene dei propri “errori”, esibire in modi spettacolari suggestivi il suo capo carismatico e può presentarsi addirittura come «l’unico soggetto monopolista della storia e della verità», potremmo certamente ricordare che la Chiesa cattolica ha mantenuto nel Novecento un rapporto privilegiato di connivenza e adattamento al fascismo e al nazismo e poi all’attuale forma di capitalismo democratico trionfante,  criticandolo per i suoi “eccessi” ma mai disconoscendolo e tantomeno scomunicandolo come fece Pio XII col comunismo. Ma ciò non basta. Perché è stata  possibile questa profonda connivenza o alleanza, quasi logica, come dimostra Ranchetti per i rapporti fra Chiesa cattolica e fascismo? Perché, insomma, è così facile l’alleanza tra trono ed altare; e così difficile quella fra cristianesimo e comunismo?

[E reintrodurre accanto alla critica della Chiesa di Ranchetti quella del Capitale, il grande Innominato, assente assieme al comunismo dal libro di  Ranchetti? Verificare sul testo: Marx è nominato una sola volta a pag. 79, quando parla del tentativo di interpretarlo da parte dei cattolici di sinistra. Tuttavia è importante che egli parli apertamente  di alleanza organica fra Chiesa e fascismo e critichi  la scomunica del comunismo  (e dei comunisti) da parte di Pio XII (pag. 20)].

[Come si spezzerà questa monopolizzazione totalitaria della Chiesa, se  tutta la memoria del tentativo del comunismo novecentesco continua ad essere del tutto assente dal discorso di Ranchetti  ma anche da quello de L’ospite ingrato? Sono così  trascurabili quelle «storie profane», che la Chiesa cattolica ha messo a tacere? E Giovanni Paolo II, oltre che «incarnazione di un “primato che non riconosce errore”», non è stato anche il “vincitore del comunismo”; e cioè di un’esperienza storica nella quale si era affacciata l’ipotesi che forse un senso religioso alla vita poteva anche non essere più necessario?

Mi si obbietterà che non può essere stato il comunismo – automaticamente identificato con quello di autocrati ritenuti ben più intolleranti di qualsiasi Papa (Lenin, Stalin, Mao, Pol Pot, ecc.) il contraltare positivo della Chiesa. Appunto, ma  perché arrendersi? Ci sarà da chiarire che  quello non è il comunismo, come la Chiesa non è il cristianesimo, semmai la sua negazione. Ma io mi chiederei anche altro. Se Ranchetti ci mostra come il cristianesimo si è concluso «nell’edificazione di questa struttura, attualmente vigente e operante» che è la Chiesa cattolica, perché il comunismo, che ha prodotto le sue burocrazie e pur avendo tentato di scrollarsele di dosso (Rivoluzione culturale cinese, Gorbaciov),  è crollato senza riuscirci, mentre il Capitale si è invece globalizzato? (La storia non si  studia a fette. O almeno le fette sono preziose se ricomposte).]

[«Lo scandalo della croce» è stato contraddetto e scambiato con il trionfo dell’apparato della Chiesa. Ma lo «scandalo del comunismo» ha subito la stessa sorte.]

[È giusto che Ranchetti interroghi religiosamente il silenzio di Pio XII di fronte allo sterminio degli ebrei, ma possiamo interrogare anche noi religiosamente il “male” stalinista o cambogiano, ecc.?  (Cfr. Moshe Lewin)]

[Certo non possiamo richiedere a Ranchetti di riesaminare al posto nostro la storia del comunismo. Egli ha fatto quella del cattolicesimo italiano del Novecento. Possiamo, noi che abbiamo già disobbedito alla Chiesa, «ripercorrere la difficile via della “disobbedienza cieca e assoluta”»? A cosa dobbiamo disobbedire oggi?]

[Ranchetti dovrebbe trovare degli interlocutori  soprattutto tra i non credenti. Il libro interpella anche loro. Non mi pare che abbia avuto riscontri significativi da parte degli stessi redattori della rivista. A discutere le sue tesi, se non mi sbaglio, sono stati Fabio Milana sul numero del 1999 e più di recente Massimo Cappitti, che ha recensito su L’ospite ingrato 2 del  2003  Non c’è più religione uscito da Garzanti nel 2003. Come mai la discussione non viene ripresa da parte di intellettuali che sono stati in contatto con Fortini?  Ranchetti rischia di fare la parte dell’ospite ingrato nella stessa rivista che pur accoglie i suoi scritti e lo vede nel Comitato scientifico del Centro  F. Fortini.]

[Altra questione: quanti  di noi anche negli anni Sessanta e Settanta agirono al di fuori della Chiesa cattolica e si mossero su un piano a-religioso o più in generale su un piano  “mondano” o politico, con una strumentazione materialista e marxista, che si proponeva  di essere il superamento di quello religioso?]

[L’intervento di Milana a me risultò tutto interno ad una problematica dottrinaria cattolica  a me abbastanza ostica. E, per quel tanto che ne capii, mi parve contrastasse la tesi della «fine del cristianesimo» di Ranchetti e ribadisse l’importanza dell’«Istituzione con il suo “potere di verità” o quanto ne resta». La recensione di Cappitti a Non c’è più religione, invece, mi pare in piena consonanza con Ranchetti e  accoglie la proposta di «un’etica della disobbedienza». Rimane pure lui, però, sul vago circa «la possibilità di ripristinare e “recuperare un senso religioso alla vita”», sulla necessità di farlo o sull’indicazione di eventuali «altre forme nelle quali possa trovare agio la domanda di senso delle nostre esistenze». ]

 

 

 

 

 

[Lo spunto iniziale è polemico: controrecensione a Cappitti,  polemica con i senesi,  entrare nel conflitto  Fortini-Ranchetti. Poi, lavorando sul libro, temo che il mio tono polemico pare eludere la sostanza dei problemi. E allora passo allo studio. Rilettura di Non c’è più religione. Obiettivo: risolvere l’incertezza che ho io su questi problemi. Non accontentarmi della provocazione.]

[bozza di una possibile lettera a Ranchetti. La prima parte della mia esistenza (infanzia-adolescenza) è stata segnata dal cattolicesimo. Certo con notevoli differenze esterne (oggi per me non irrilevanti) rispetto a te [Ranchetti] (sono nato nel ‘41, l’ambiente sociale non fu né è borghese, mi sono formato nella scuola di massa, ecc.).  Eppure l’ideologia e la pratica dell’Azione Cattolica della tua giovinezza mi furono riproposte tali e e quali nella loro struttura fondamentale negli anni Quaranta-Cinquanta, in parrocchia, a Salerno. Quella problematica posso dire di averla vissuta anch’io.

Tu ti sei sottratto. Ora la tua ricerca mi dà, a tanta distanza di tempo, una cornice storica religiosa in cui posso collocare quel modello di vita cattolico-pragmatico-burocratico.  Con esso  ho rotto, allontanandomi, trascinandomi magari dietro anche nelle successive esperienze (credo anche nella militanza politica)  i segni, l’imprinting forse.  Ritengo perciò che, rispetto a te, la mia esperienza sia stata doppia, direi religiosa e a-religiosa, avendo dirottato quel «senso religioso della vita» allora per me vivo in un…

E tendo ad interrogare questo doppio percorso con uno sguardo che direi strabico, a differenza del tuo che mi pare coerentemente (e a volte rigidamente) religioso e cristiano. Mi pare di cogliere per questo, dopo la lettura dei tuoi scritti:

1) un possibile percorso critico della mia esperienza nell’ambito del cristianesimo, che  per me è rimasta chiusa e provinciale (nel mio ambiente e nel periodo in cui sentivo il «problema religioso» non si sono mai neppure profilate ipotesi protestanti o di  dissidenza dall’interno), e che adesso ritrovo in te in ben altri modi, che mi sento di rispettare quasi la vedessi come una possibile via che avrei potuto fare e che oggi considero meno accidentata e rischiosa di quella da me seguita;

2) il suo limite di senso politico, che percepisco soprattutto  per l’esperienza che ho avuto negli anni di coinvolgimento attivo nell «estremismo» (’68 –anni Settanta)]

. deve condividere  o no la conclusione di Ranchetti? Deve porsi  il problema di recuperare «un senso religioso alla vita» o ha da proporre «altre forme nelle quali possa trovare agio la domanda di senso delle nostre esistenze»?

Non vorrei far mia acriticamente le posizioni di Ranchetti, che pure stimo. Esse sono nate da un’esperienza interna al cattolicesimo e profondamente religiose. Ma io devo fare i conti sia con quella parte del mio passato entro l’orbita cattolica sia con quella che è stata esterna al cattolicesimo e anti-religiosa o almeno a-religiosa. Non vorrei cioè che ci ponessimo con reticenze e opportunismi nei confronti del suo libro in un atteggiamento ossequioso  analogo a quello di alcuni settori della sinistra citati da Cappitti, che ritengono Chiesa e pontefice l’«unica istanza etica universale capace di parlare autorevolmente al mondo “globalizzato”».

La necessità però di confrontarmi con le sue posizioni oltre che dal percorso personale, di cui ho detto, nasce da un’ipotesi: che vi sia una relazione  fra crisi del comunismo e crisi della religione,  fra crisi del cristianesimo divenuto istituzione totalitaria e crisi del comunismo imploso in burocrazia. E per questo ritengo prezioso questo libro, ma incompleto perché non prende in considerazione (ma forse in piena  coerenza con  la sua ottica coerentemente religiosa) quanto accaduto in partibus infidelium.

Nel confrontarmi con esso compare una  prima difficoltà [?]. Al discorso rigoroso e appassionato [questa è però l’opinione di Cappitti… rileggendo io cosa trovo?]  svolto da Ranchetti sul cattolicesimo italiano del Novecento in Non c’è più religione non posso accostare un discorso altrettanto rigoroso e appassionato sul comunismo novecentesco, una sorta di  Non c’è più comunismo (o rivoluzione). [Questo non impedisce che a quel discorso non si possano muovere critiche parziali perché non hai alle spalle un discorso “rigoroso e appassionato” sul comunismo novecentesco [Ma qui forse Preve potrebbe  dire qualcosa… E anche Negri… E Timpanaro? E Fortini?]

Non possiamo confrontare, cioè, la relazione ipotizzabile fra le due crisi. Né possiamo misurare «la crucialità delle domande» poste da Ranchetti e la sua stessa  conclusione “aperta” da un punto di vista diverso dal suo, fondato sulla nostra esperienza di militanza e sul ripensamento della storia da cui siamo venuti.

(Per quel che so, non credo, ad es., che questa mancanza sia stata colmata da qualcuno…. Oltre il Novecento? Non credo di poter accettare le posizioni di Revelli…. Semmai è nell’opera di Fortini, anch’essa a suo modo “religiosa” – ma Ranchetti non sarà d’accordo [qui s’affaccia il problema del rapporto Fortini-Ranchetti, particolarmente spinoso secondo me…] – e attraversata però dal marxismo che trovo spunti vicini per rigore e passione alla ricerca di Ranchetti).

53 pensieri su “Riordinadiario sul finire del 2020

  1. Queste lunghe e interessanti riflessioni, datate, di Ennio Abate sulla scorta del pensiero di Ranchetti tradiscono un vizio di fondo. Egli sembra infatti considerare la Chiesa solo dal punto di vista del suo potere temporale, o alla stessa stregua di un partito o di un movimento politico (le due chiese). Visto che è stata alleata col fascismo e il nazismo perché non è caduta assieme ad essi? Domanda logica per un ateo materialista, la cui costante è quella di prescindere dal Sacro. La Chiesa, infatti, pur avendo gestito nel corso della storia un potere temporale, già esecrato da Dante Alighieri, non è una mera forza politica, ma una comunità di credenti, un’entità spirituale.Il suo fondamento l’ha posto Cristo stesso, affidandolo agli Apostoli e a Pietro in particolare. Dopo aver loro posto la domanda “Ma voi, chi dite che io sia?” alla quale Pietro rispose “Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente”, egli così si rivolse a lui “Ed io dico a te che tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte dell’inferno non prevarranno contro di lei” (Matteo 16, 18).
    Sono salde le fondamenta della Chiesa, perché poste dal Figlio del Dio vivente. Essa è formata dai pastori e dai credenti, eredi di questa divina forza spirituale, che si tramanda da millenni di generazione in generazione. Nonostante gli errori della Chiesa come istituzione essa continuerà ad esistere perchè “le forze dell’inferno non prevarranno su di lei”. E nella sua storia la Chiesa è stata anche faro di civiltà, non è stata solo il famigerato Tribunale dell’inquisizione o la protagonista di guerre combattute, perché ha dato un contributo decisivo alla caduta dell’Impero Romano, ha poi convertito i barbari durante i secoli bui del Medioevo, ha salvato la cultura classica attraverso gli amanuensi dei suoi monasteri per tramandarla fino a noi; col suo mecenatismo è stata il motore del Rinascimento, si è opposta all’Illuminismo ateo e al Comunismo, e oggi si batte contro gli squilibri della nostra società, contro il consumismo, contro il capitalismo e l’asservimento tecnocratico. Svolge un’azione caritatevole e missionaria nel mondo (si pensi solo alle Missionarie della carità di Madre Teresa di Calcutta), pagando un forte tributo di martiri.
    Sicuramente la Chiesa Cattolica necessità di un aggiornamento anche sul piano dottrinale, così come di una pulizia su quello morale (vedi gli scandali finanziari e quello legato alla pedofilia, ancora più devastante, Vangelo alla mano).
    Un ateo non può capire la Chiesa, tanto meno giudicarla, se non su un piano terreno, circoscritto; perché rifiuta la sacra scintilla che ha dato origine alla vita, Dio, che gli dà l’unico senso possibile e che la alimenta e la nutre e che ha offerto Cristo come segno del suo amore. La Chiesa non è un partito politico in quanto il suo referente è teologico e non altro, pur con i suoi tentennamenti.
    Aggiungo una breve nota, di carattere storico, dato che mi sto rivolgendo a un appassionato studioso di storia (e agli studiosi frequentatori di questo sito).
    Ho sempre nutrito interesse e simpatia verso la civiltà degli Indiani d’America, la loro cultura ispirata a un profondo rispetto per la natura, la loro spiritualità. Orbene, dopo la conquista da parte dei bianchi, il naufragio della loro civiltà l’hanno potuto evitare facendo ricorso alla forza spirituale, praticando quella ‘danza dello Spirito’ che diede loro una ragione di vita, soprattutto interiore (e tante grane ai bianchi). Paradossalmente, abbracciarono poi il cristianesimo, la religione dei loro conquistatori, perché vi ravvisarono lo stesso Spirito. Quello che era il fondamento della civiltà indiana, il Grande Spirito, fu la loro salvezza. e bene fanno, tuttora, a rivendicare ancora i loro sacrosanti diritti. E’ stata eletta, in questi giorni, negli Stati Uniti, alla Segreteria, da Biden, una donna di discendenza indiana che ha dichiarato, al suo insediamento, che gli Indiani sono stati una grande confederazione di popoli in pace fra loro. Aggiungo che hanno vissuto per secoli senza bisogno di comunismo o di capitalismo, che avevano un grande rispetto per i bambini e gli anziani (i due anelli deboli della società), che rabbrividivano quando vedevano un ‘viso pallido’ picchiare i figli piccoli. Rispetto per la vita, culto verso il Trascendente, in un unico nodo esistenziale.
    La Chiesa, per ritornare al discorso di partenza, per motivazioni storiche e per diverse interpretazioni del Vangelo, non è solo quella cattolica (pur nella sua pretesa di universalità); quando entro in una chiesa protestante, ortodossa o anglicana o di altra confessione, mi sento semplicemente cristiano, perché la nostra fede è una sola, così come è stata rivelata nel Vangeli.
    Non sarò certo io a pretendere di togliere a qualcuno la fede nel Comunismo, ma lo invito semmai ad allargare il suo orizzonte, puntando più in alto.
    Oggi è una bellissima giornata di sole, di quella stessa luce che rapì San Francesco ispirandogli versi divini:
    “Laudato si’ mi’ Signore”.

    1. @ Franco Casati

      Do per scontato che in questo invito a “rileggere Ranchetti” esprimo una mia posizione di ricerca sicuramente datata e personale. Ma non mi pare che un punto di vista («considerare la Chiesa solo dal punto di vista del suo potere temporale, o alla stessa stregua di un partito o di un movimento politico»), ammesso che sia parziale, possa essere liquidato con tanta disinvoltura.

      Perché mai un ateo, non potrebbe «capire la Chiesa» o non potrebbe «giudicarla»? Perché prescinde dal Sacro? E se desse un’altra interpretazione del Sacro? E poi la critica alla Chiesa non è mai venuta soltanto dagli atei materialisti. E’ venuta e viene anche da credenti. Come Ranchetti o Bonhoeffer o il citato Dante. Certo si può saltare il problema – come tu fai – appellandosi alla fede : «Sono salde le fondamenta della Chiesa, perché poste dal Figlio del Dio vivente»; «Nonostante gli errori della Chiesa come istituzione essa continuerà ad esistere perché “le forze dell’inferno non prevarranno su di lei”». Ma così si sfugge al piano del confronto razionale e storico, che valuta fatti, dichiarazioni, conseguenze (Cfr. anche la nostra minidiscussione sui silenzi di Pio XII http://www.poliscritture.it/2020/08/18/attorno-ai-silenzi-di-pio-xii).
      Una lettura di carattere storico prevalentemente apologetica (faro di civiltà, conversione dei barbari, ecc.) per me è inaccettabile. E qui il comunismo n on c’entra. Tant’è vero che io sostengo da sempre la necessità di applicare il pensiero critico anche al comunismo.

  2. “Mi si obbietterà che non può essere stato il comunismo – automaticamente identificato con quello di autocrati ritenuti ben più intolleranti di qualsiasi Papa (Lenin, Stalin, Mao, Pol Pot, ecc.) il contraltare positivo della Chiesa. Appunto, ma perché arrendersi? Ci sarà da chiarire che quello non è il comunismo, come la Chiesa non è il cristianesimo, semmai la sua negazione.”

    La risposta “Quello non era il vero comunismo”, come “Quello non era il vero cristianesimo” (a proposito delle varie follie e atrocità di cui è costellata la storia del cristianesimo) l’ho sempre trovata una risposta facile e comoda. Troppo facile e troppo comoda.
    Lasciando da parte il comunismo e una simmetria tutta da verificare, siamo sicuri che una distinzione fra Chiesa (non solo cattolica) come istituzione e cristianesimo come non si sa bene cosa, stia veramente in piedi?
    Chi ha stabilito quali sono i testi della Rivelazione e quali no? La Chiesa come istituzione (o vogliamo andare a cercare le tracce autentiche negli apocrifi?)
    Chi ha stabilito (molto ragionevolmente) che l’altra fonte di verità, accanto ai testi canonici, è l’interpretazione della Chiesa come istituzione? Ovviamente la Chiesa come istituzione.
    Chi ha stabilito quindi che lo Spirito continua a parlare nella storia attraverso la Chiesa? La Chiesa come istituzione.
    Chi ha brigato, accettato e promosso una legislazione che faceva del cristianesimo la religione di stato (!), a detrimento di tutti gli altri culti ancora diffusamente praticati? La Chiesa come istituzione.
    Chi ha approfittato di questa posizione di forza per imporsi su tutto il territorio dell’Impero e sui territori e popolazioni che in qualche modo vi gravitavano attorno? La Chiesa come istituzione.
    Cosa sarebbe il cristianesimo senza la Chiesa come istituzione? Niente. Non sarebbe niente.
    Il cristianesimo senza l’istituzione è una specie di rapporto del singolo con Dio, che però, contrariamente a quanto afferma Gesù Cristo, si deteriora e si adultera non appena si è anche soltanto in due.

    Due chiarimenti, a scanso di equivoci:
    – per quel che mi riguarda, la Chiesa prima si dissolve meglio è.
    – nel caso che esista veramente qualcosa come una storia della salvezza o un intervento della Provvidenza nella storia, ritengo che l’elezione al soglio pontificio di Karol Wojtyla sia stata una riuscitissima contromanovra di Belzebù. Ed è vero che in Wojtyla Chiesa e comunismo si incrociano, perché, come diceva un competentissimo collega di religione (per una volta un autentico teologo), è vero che Wojtyla ha combattuto il comunismo – ma è vero anche ne aveva perfettamente interiorizzato i metodi. Dissimulati, nel suo caso, da un vomitevole paternalismo.

    1. @ Elena Grammann

      Tocco solo due punti dei tanti a cui accenni:

      1. “Vero cristianesimo”, “vero comunismo”.

      Quando esaminiamo i fatti ricollegabili all’influenza delle fedi religiose o delle ideologie politiche più o meno laiche (nel nostro caso cattolicesimo e comunismo), concordo sulla necessità – lo ripeto – di non far sconti a nessuno. I morti e le distruzioni delle Crociate o della Conquista del Nuovo Mondo non vanno occultati per rimproverare agli avversari o nemici solo quelli e quelle dei gulag. Quindi «la risposta “Quello non era il vero comunismo”, come “Quello non era il vero cristianesimo”» sarebbe furbina se fosse richiesta di facile assoluzione o di sbrigativo oblio. Ha, però, un suo valore – minimo, etico – se serve a ricordare che non tutti i cattolici o i comunisti hanno collaborato o approvato certi massacri e liquidazioni non solo di esseri umani ma di problemi. E, dunque, è giusto continuare a interrogarsi sul senso dei contrasti interni alle religioni e alle ideologie e sul valore di testimonianza di verità, cancellatedai vincitori e fatte passare per eresie, errori o deviazioni ( dal dogma o dalla giusta linea).

      2. Continuità/discontinuità tra cristianesimo e comunismo

      Sì, la simmetria o continuità (magari solo ideale) di cristianesimo e comunismo e la distinzione tra « Chiesa (non solo cattolica) come istituzione» e cristianesimo più o meno “primitivo” o “chiesa povera” sono ipotesi di ricerca, problemi che restano aperti, questioni da dimostrare. Non per caso ho parlato di una reazione mia e “istintiva” nell’accostamento di cristianesimo e comunismo. (Eco, mi pare, di un’ affermazione di Engels o di suggestioni dei “cristiani per il socialismo” attivi nelle lotte degli anni ’70). Ma non tutti la pensano così. In questi giorni ho letto parole – e proprio di Fabio Milana, il curatore degli «Scritti diversi» di Ranchetti – che negano o ridimensionano questa mia ipotesi/desiderio:

      « “cristianesimo” e “comunismo” non sono originariamente in consonanza. Non c’è una comune “tradizione degli oppressi e degli sfruttati”. Non si vede perché non riconoscere che è stato il Movimento operaio, nello svolgimento della modernità, a imporre al cristianesimo di questi sviluppi; e che in particolare il comunismo realizzato ha impresso nel cattolicesimo, in esso soprattutto direi, una sensibilità sociale inedita, rapidamente acuitasi fino a radicalizzarsi. Che ci fosse nel Vangelo questa valenza inattiva, e che una data congiuntura storica dovesse estrarnela a forza, non è meraviglia, se Scriptura crescit cum legente. E che la scoperta e l’esplorazione di questa potenzialità latente abbia dato frutti straordinari di intelligenza e di pietà, non occorre qui sottolinearlo. Ma che si tratti di una struttura originaria, quale il giudeocristianesimo avrebbe trasmesso alle versioni di sé secolarizzate, ed eventualmente poi subìto di ritorno, mi pare da mettere seriamente in dubbio. Non c’è nel Vangelo una connessione di povertà a giustizia (o di ricchezza a ingiustizia), né perciò qualcosa che assomigli a un anelito di riforma sociale, un qualsiasi progetto di cambiamento e miglioramento delle condizioni di convivenza date, procurato o spontaneo. C’è il lieto annuncio del ribaltamento di ogni e qualsiasi ordinamento umano, presente passato o futuro» (“Lontano da dove” di Fabio Milana: https://quieora.ink/?p=4492).

      Una negazione confermata con più decisione da un commentatore del testo di Milana, Marcello Tarì, il quale scrive:

      « Non ho mai limitato il significato del comunismo alla storia tutta moderna del movimento operaio organizzato e dei suoi partiti, l’ho invece sempre pensato come un’esigenza, antica attuale e futura, presente in quella tensione che con padre David Maria Turoldo potrei descrivere come una «disperazione contro l’avvenire e speranza nell’assolutamente imprevisto». L’avvenire è ovviamente il corso della storia con la sua catena di ingiustizie, povertà, oppressione e quindi di peccato, l’assolutamente imprevisto è la sua redenzione o «la resurrezione, tradotta nella realtà dell’esperienza personale e nella storia»»

      E più avanti:

      « È per questi motivi «esperinziali» che trovo insoddisfacente, pur se ha certamente delle ragioni, la tesi di Milana sul fatto che sarebbe stato il comunismo, che lui intende evidentemente nel senso di movimento operaio organizzato, a influenzare nella modernità il cristianesimo e in particolare il cattolicesimo, e non che il comunismo abbia a che fare originariamente col cristianesimo, come è detto nel testo che ha dato avvio a questa rubrica. Premetto che la mia intenzione non è di carattere storiografico e che non intendo convincere nessuno da un lato e dall’altro ma, più modestamente, dare conto di un’esperienza di vita e di pensiero.
      Ciò che vorrei sostenere è che la «valenza inattiva» che Milana attribuisce al Vangelo rispetto alle ragioni del comunismo e che, a suo avviso, si sarebbe attivata solo nella modernità e a causa di questa, in realtà è già attiva e fondante nella vita delle prime comunità cristiane testimoniata dal Nuovo Testamento. Non sono per nulla convinto che nella Bibbia non vi sia alcun nesso tra povertà/ricchezza e giustizia/ingiustizia ma è senz’altro vero, come scrive Milana, che nel Vangelo non vi è alcun progetto di rivoluzione politica o di riforma sociale, ma qui c’entra l’argomento spinoso “politica e spiritualità”. È però innegabile che contenga un appello pressante a rivoluzionare la propria maniera di vivere. Tutto sta nel credere o meno al fatto che questa conversione della vita abbia effetti sulla politica, sulla società, sul mondo. La mia questione è: dove si colloca il comunismo, in quella conversione o solamente dopo, nella politica?»

      L’articolo di Tarì accenna anche ai precedenti storici della discussione su cristianesimo e comunismo, risalendo alla pubblicazione del 1945 di «La chiesa e il comunismo» di Ernesto Buonaiuti, alla figura di Thomas Merton, un monaco trappista americano, fautore di un «comunismo cristiano» in competizione con un «comunismo ateo» e alla figura di padre Turoldo. E si attesta su una definizione di comunismo, che per lui non andrebbe inteso «esclusivamente nel senso di un sistema economico-politico, ma essenzialmente nei termini di un modo d’essere, una maniera di vivere che si pone oltre e contro ogni sistema mondano e che in tal modo va ad operare inevitabilmente sulla dimensione politica, quale essa sia». Per concludere, sulla scorta di Turoldo in un senso tutto “teologico”o “spirituale”, per me discutibilissimo: « il solo pronunciare oggi la parola comunismo immagino bene che faccia sorridere o arrabbiare molti, poiché quello che si ha in mente è la fotografia sfocata di una storia recente ma finita. A questo punto direi però che è la storia del più grande movimento ereticale mai esistito e che, come molti altri nel passato, è stato sconfitto dal mondo più che dalla chiesa. Non ce ne saranno più di uguali e tuttavia la sua sconfitta reclama ancora giustizia e compimento poiché è stata anche quella di una speranza viva nei poveri e negli oppressi di tutto il mondo, i quali continuano a esserci e a disperare e sperare ancora. Di quella sconfitta, anzi di quelle sconfitte abbiamo ormai una storia, bisognerebbe farne una teologia. Sarebbe bello potessimo riceverne una nuova beatitudine: beati gli sconfitti, perché attraverso di essi gli oranti vedono venire il regno dei cieli.»

      ((http://www.dellospiritolibero.it/?p=714)

      P.s.
      Ricordo che posizioni turoldiane aveva anche il compianto amico Gianmario Lucini per troppo poco tempo editore e collaboratore di Poliscfritture.

      1. Non so se riesco a seguire bene tutte le diramazioni della discussione, probabilmente no.
        Però vorrei precisare due cose:

        – il famoso “comunismo” delle prime comunità cristiane è relativo a un momento in cui ci si aspettava la parusia da un giorno all’altro. Quando è stato chiaro che bisognava attrezzarsi per le lunghe distanze si è tornati ai modi soliti, accontentandosi del pratico ὡς μὴ paolino (1 Cor. 7, 29-31 – il più geniale compromesso della storia).

        – lasciando da parte eventuali nuove beatitudini (Tarì), che fanno poco alla politica, quello che intendo quando non accetto “Non era quello il vero comunismo / cristianesimo” non è tanto un passare la spugna su errori e orrori del passato, quanto la convinzione che, non potendosi dare né cristianesimo né comunismo all’infuori di istituzioni di necessità intolleranti e escludenti, la speranza che possa manifestarsi una struttura comunista / cristiana tollerante e includente mi sembra non solo vana ma soprattutto autocontraddittoria.

  3. Molto interessanti sì, gli appunti di Ennio e pure le due risposte che ho letto. Io, non so. Io da ragazzino frequentavo la parrocchia vicino casa, a messa mi sedevo nei banchi di sinistra riservati ai maschi e il tardo pomeriggio spesso, sfinito o annoiato dalle scorribande in giro per il quartiere, aspettavo arrivasse ora di cena in oratorio. Lo facevo perché in chiesa nei banchi di destra ci stavano le ragazze e nelle stanze al primo piano dell’oratorio c’erano biliardo, calciobalilla e ping-pong. C’erano oggetti, materialità giocosa e terrena all’oratorio e c’erano persone: tutti accessori dell’essere che il Comunismo, non avendo oratori per giovani atei altrettanto funzionali, non mi poteva dare. Ma non ne so molto né di Chiesa né di Comunismo, se non il socratico sapere di non sapere e forse, in un’epoca dove con troppa facilità e superficialità tutti si sentono di poter dire ogni cosa su qualsiasi argomento, forse quella dell’ammettere la propria ignoranza più che massima saggezza mi pare oggi la più grande delle presunzioni. Ma così sia.
    Dico questo perché, in mezzo al frastuono mascherato dal virus di questi giorni, trovo stimolante e suggestivo il parallelismo fra (crisi della) religione e (della) politica che ne dà Ennio rileggendo il libro di Ranchetti che anch’io lessi distrattamente una quindicina di anni appresso per curiosità: una faticosa curiosità devo dire. Curiosità che io vivo come istinto non solo di sapere, che ne è il verso alto, ma anche talvolta soltanto di sbirciare, che ne è la parte meno nobile ma della quale non mi vergogno. Sapere troppo non mi è possibile e in fondo nemmeno troppo sbirciare mi è permesso. Eppure questo curiosare, questo esplorare le cose del mondo (e per me la religione con i santi e le madonne sono tutta roba mondana eccome) non significa necessariamente essere superficiali. Della superficialità ad esempio con la quale è stato trattato il tema (in realtà solo il titolo) in un film italiota/idiota (ma in fondo molto buonista-bergogliano) di pochi anni fa ma, al contempo, l’argomento mi stimola riflessioni tra il serio e il faceto. Non battute da dizionario dei luoghi comuni sempre dallo stesso titolo (Non c’è più religione) tipo che i comunisti mangiano i bambini (per entrare un po’ nel tema) o che una volta qui era tutta campagna e quindi s’andava meglio quando s’andava peggio (quindi anche si pregava e si faceva politica meglio).
    Del libro, di quello di cui qui si parla, devo dire mi coinvolse solo la parte su David Maria Turoldo a memoria dell’aver letto altri quindici anni prima il suo O sensi miei. Per il resto poco mi interessò, così privo io di ogni bisogno salvifico o promessa di incarnazione o resurrezione, sapere che fine avessero fatto gli elementi fondamentali di un cattolicesimo (e qualsiasi altra religione) che per me era e rimane fatto politico, sociale, culturale e artistico per nulla extraterreno (stavo per dire extraterreste). La storiografia ecclesiastica insomma m’interessava poco anche se, nel suo strizzare l’occhiolino a chi dalla fede se ne sta alla larga, forse la cosa avrebbe dovuto riguardarmi maggiormente. Forse, confessandomi in alcune prassi un po’ borghesuccio pure io avrei dovuto sentirmi più coinvolto senza trincerarmi dietro alla laicità come un lasciapassare ma tant’è. Quanto al senso pratico insito nelle parole della dottrina già mi sono espresso sopra riguardo i miei interessamenti passati diciamo di altrettanti quindici anni prima. Ma mi rendo conto che faccio balzi di quindici anni e forse dovrei coniare un termine nuovo, tipo trilustro per trilustro.
    Ma, se scherzando possiamo dire che non c’è più la mezza stagione, a dire che non c’è più il comunismo c’è ben poco da scherzare. L’autorità sottintesa della politica, rappresentata da partiti e movimenti intercambiabili affini a un modello unico, non lascia più spazio ormai a nessuna vera dialettica politica che non sia asservita alla globalizzazione delle domande e delle offerte. Un vuoto nel quale non vedo tanto mancare la religiosità (quella quotidiana organizzata dall’alto) del vivere quanto la politicizzazione (quella quotidiana organizzata dal basso) del medesimo vivere. Senza la pretesa di portare il cielo in terra perché già i simboli scelti parlano chiaro: la croce è una spada con l’impugnatura in cielo e la lama a penetrare e a sconfiggere la terra. Come dice il detto? Tenere il coltello dalla parte del manico mentre della falce e il martello solo il secondo lo adopera ancora qualche sparuto artigiano. Contadini e operai, il popolo, hanno continuato invece a credere ai sacerdoti anche nel nuovo millennio; di che lamentarsi. Asservirsi al potere, materiale o immateriale che sia, viene più facile. Cosa andare a recuperare di meglio? Ma come dicevo, ben illuminato dal materiale della mia corazza atea e agnostica, non ne so molto né di Chiesa né di Comunismo. Quindi non so se sia concepibile la vita organizzata delle persone senza un senso di fedeltà religiosa quando nemmeno al supermercato o al centro commerciale queste riescono a rifiutare l’eterna fidelizzazione economica dei consumi. Non so se è pensabile, senza valide alternative, un senso generale dell’essere che accomuni i singoli e che non sia una fede (che come tale religiosa o politica poco cambierebbe). Come direbbe allora il dizionario dei luoghi comuni? Fidarsi è bene non fidarsi è meglio. Sono però certo che una società complessa come la nostra senza un vero dibattito politico a tutti livelli è destinata ad appiattirsi e ad impoverirsi inevitabilmente. Questo sì. E a quel punto nemmeno l’eroina improbabile di un altro, l’ennesimo, libro dallo stesso titolo (Non c’è più religione) potrà sottrarsi dalla sua alienante vita da “gallina per contratto” cercando di creare sulle sponde del lago di Garda un centro mistico dove attirare i fedeli di tutte le religioni alla ricerca di una nuova e vera spiritualità. Alla quale, accompagnata da quattro evangelisti (un astrologo, un cartomante, un prestigiatore e un inventore) non resterà che recarsi a Roma ad organizzare la fine del mondo.

    1. @ Amilcare Bronchielli

      In Italia di infanzie in parrocchia o in oratorio, con gioiosità più meno corporali, saremo milioni a ricordarcene (qui un accenno della mia da immediato dopoguerra, che sto rielaborando nella memoria: http://www.poliscritture.it/2017/11/11/da-a-vocazzione/). I bambini delle generazioni successive avranno avuto più TV e ora più aggeggi telematici. Ma le ideologie? Quanto e come funzionavano allora? Ed oggi? Sarebbe un bell’oggetto di ricerca.

      E anche quel che scrivi sulla tua lettura “distratta” del libro di Ranchetti permette di cogliere un mutamento di mentalità non trascurabile. Se penso alla serietà e alla problematicità con le quali io, ancora da vecchio, guardo a quelle esperienze “religiose”, di cui coglievo la parte sensuale e vagamente quella di pensiero o di teologia, e le confrontassi con la leggerezza del « film italiota/idiota» a cui alludi ( e che non indovino neppure), misuro una distanza culturale ormai insuperabile tra me e le nuove generazioni a cui sono rassegnato.

      Credo di aver spiegato negli Appunti che la mia lettura, più coinvolta della tua, di «Non c’è più religione» nasca da una motivazione “politica”. Cerco di tenere assieme – diciamolo semplicemente – esperienze emotivo-religiose della prima infanzia e adolescenza in una città del Sud e esperienze maturate al Nord nel particolarissimo “tempo della politica” scaturito dal ’68-’69. Pur sapendo che sono “passate”. Non credo, cioè, che a muovermi – nel 2004 o oggi – sia un «bisogno salvifico o promessa di incarnazione o resurrezione». Questo forse era ben forte nella fede inquieta di Ranchetti. E però, pure lui, andanva di fronte ad un medesimo scacco e doveva misurare le distanze dalle generazioni successive. Infatti, proprio nella prefazione del libro, rievocava una riunione milanese di amici desiderosi di una «ripresa di un atteggiamento “etico” prima ancora che religioso» (pag. 5) e si accorgeva, avendo cominciato a parlare di «elementi fondamentali della religione cristiana» (incarnazione, eucaristia) «non solo con stupore, ma con qualcosa in più, non distante dallo sgomento, che la più parte dei presenti non mi stava seguendo: si era come fermata ad alcune parole che apparivano loro desuete».

      E qui penso al medesimo sconcerto mio, quando ho cercato di parlare di comunismo (fortiniano) alla stessa redazione di Poliscritture o sui social. Davvero «c’è ben poco da scherzare». Soprattuto per la scomparsa di qualsiasi «dialettica politica che non sia asservita alla globalizzazione delle domande e delle offerte». Accontentarsi, dunque, di una qualsiasi «corazza» (religiosa, atea o agnostica»? Mai. Le corazze stringono e a volte ci rendono ridicoli ai nostri stessi occhi. Propongo di sapere di più. Sia della storia della Chiesa che di quella del Comunismo.

  4. …riguardo al “senso religioso della vita” o al sentimento del “sacro” mi chiedo se esista oppure no un denominatore comune tra l’esperienza confessionale e quella laica…Riflettendo sulla prima, quella cattolica nel nostro caso, credo che si tramandi, consolidandosi, attraverso riti, dogmi, consuetudini che la Chiesa ha inventato, rifacendosi strumentalmente ai testi “sacri” ma non all’esempio di Cristo, e tramandato di generazione in generazione. Per cui il fatto stesso che padri, nonni li abbiano seguiti ce li rendono “sacri”…mi chiedo pero’ su cosa originariamente si fondi il sentimento del sacro. Forse la paura e la reverenza verso l’ignoto minaccioso per la vita?…Sentimento che, credo, abbia unito le prime comunità umane in progetti comuni di sopravvivenza…La visione laica, in questo caso comunista, ha indubbiamente una tradizione meno consolidata, o per niente, non dispone di riti e di tradizioni, ma in qualche modo è piu’ vicina all’essenza senza sovrastrutture dell’essere umano. Apparendo cosi’ dissacrante e potenzialmente piu’ radicale, ha ancora molta strada da compiere per essere capita e accolta..

  5. … volevo solo aggiungere che la componente difesa e sottomissione dai e ai limiti umani, se vivissute non individualisticamente, generano Un’ empatia che fa parte del sentimento etico e religioso, in un certo senso allora il Sacro conosce due fronti: di timore e di grande apertura agli altri,come a se stessi..

  6. Mi piace che in questo confronto sia stato citato Thomas Merton. Tempo fa avevo consigliato all’amico Ennio di leggerne le poesie (Garzanti, 1962).
    Ho espresso le mie idee, altri le loro. Bene così.

  7. E’ una conclusione accettabile la frase (Abate a Bronchielli, 27 dic 13,02): “Propongo di sapere di più. Sia della storia della Chiesa che di quella del Comunismo”?
    Che sarebbe, così mi pare, conclusione di etica personale, giustificata da un “non accontentarsi”: per non rendersi ridicoli ai propri occhi, pur essendo -Abate come Ranchetti- consapevoli di dover “misurare le distanze dalle generazioni successive”.
    E’ stato evocato, nel post e nei commenti, il collegamento tra cristianesimo e comunismo sotto il profilo speranza: speranza/resurrezione, e speranza laica: “dobbiamo/possiamo  ripensare ogni lotta sociale come se  essa costruisse un luogo dove si fondono assieme bisogni materiali e immateriali, desideri e persino esigenze spirituali…? ” Domanda che arriva comunque a confinare con, imprecise, “altre forme nelle quali possa trovare agio la domanda di senso delle nostre esistenze” (Cappitti).
    Ovviamente Abate coglie il legame tra l’aspetto “sacrale del potere” che riguarda “l’immaginario popolare”, cui aggiunge (risposta a Elena Grammann) che invece: “è giusto continuare a interrogarsi sul senso dei contrasti interni alle religioni e alle ideologie e sul valore di testimonianza di verità, cancellate dai vincitori e fatte passare per eresie, errori o deviazioni”.
    Mi chiedo però cosa sia la *testimonianza di verità*, se non un precario e soggettivo (dimostrato dai delitti seguiti) ritorno alla propria fonte non autorizzata.
    Elena Grammann ha inciso su pietra una posizione che non ammette aperture: “non potendosi dare né cristianesimo né comunismo all’infuori di istituzioni di necessità intolleranti e escludenti”.
    Ancora, sottolineo una “fallacia” logica nella argomentazione di Abate: “Perché, insomma, è così facile l’alleanza tra trono ed altare; e così difficile quella fra cristianesimo e comunismo?” E’ però ammissibile questa simmetria, tra “trono e altare” e “cristianesimo e comunismo”? Non lo credo: credo che piuttosto andrebbe correttamente ristabilita come simmetria tra comunismo e partiti nella vita democratica (più meno aperta), come avvenuto nella politica dei fronti popolari dal 1936, e riproposta successivamente, con la svolta di Salerno, e con il compromesso storico.
    Piuttosto mi sento di sostenere la visione di Tarì, che coordina cristianesimo e comunismo sulla linea di Turoldo. Ma si rientra così in una speranza trascendente.
    Io credo che la malia dell’eterno presente ci conduca a immaginare soluzioni immediate, qui e ora, piuttosto che accettare di dover prolungare ancora, in termini paolini, la vita umana sulla terra. Perciò il mio femminismo, come rivoluzione sensata dei rapporti interumani, mi prospetta tempi lunghi, e sicuri. E penso si possa e debba lavorare per questo.

  8. È meglio che chiarisca un passaggio rispetto a quella che ho chiamato fallacia logica. Abate segue un ragionamento per cui la Chiesa, pur essendosi compromessa con certi regimi politici, è tuttavia rimasta Altra, e oltre. Invece il comunismo è risultato esaurito dagli stati che hanno inteso di realizzarlo. Qui la domanda: “Perché, insomma, è così facile l’alleanza tra trono ed altare; e così difficile quella fra cristianesimo e comunismo?”
    Si scioglierebbe il problema se si considerasse il rapporto tra comunismo e altri partiti, o forme di governo, interne alla democrazia. Allora si vedrebbe 1. che il comunismo non è morto ma è in tensione continua con altre ipotesi ideologiche più o meno vicine; 2. In questo essere comunismo socialismo democrazia rappresentativa insieme sulla scena politica, la Chiesa fa il suo gioco rapportandosi comunque. Quindi non è vero che sia “così difficile” l’alleanza col comunismo. Come infatti non è stato.

  9. @ cristiana fischer

    1.
    Sì, ho evocato, nel post e nei commenti, il collegamento tra cristianesimo e comunismo. In modo quanto mai problematico e cauto ma con una certa fermezza, diciamo pure etica, rispetto alle posizioni liquidatorie di moda. Queste non le sopporto più: vogliono proprio cancellare il problema che sta sotto al nome ancor più che il nome; e hanno già ridotto quasi tutta la riflessione pubblica sula politica alla più piatta visione geopolitica. Eccola là, è tornata ad avallare come unici attori della storia le grandi potenze, i grandi Stati e a ridurre tutti i conflitti al solo conflitto per l’egemonia tra quelle.

    2.
    So che non siamo più nel ’68, quando il principio speranza di Bloch (assieme alle più varie coniugazioni marxiste del comunismo) pareva potesse avere molte gambe per camminare e in tutto il mondo. Ma ricordare quel clima, quei nomi, quella storia pur tragica (del comunismo) senza adagiarsi nella nostalgia di un socialismo non realizzato, sarà pure una precaria e soggettiva *testimonianza di verità*, ma permette almeno di avere un termine di paragone in positivo per misurare almeno quanto orrendo e vasto sia il negativo che la “barbarie” democratica e capitalista sta imponendo negli USA proprio in questi giorni e di riflesso in tutti i suoi satelliti o pianeti policentricamente antagonisti. E potrebbe anche indurre a riflettere sul baratro che tutti abbiamo di fronte.
    Su di esso – ecco un altro punto d’insofferenza – i fautori del nichilismo non sanno che dire. Oppure si vantano del loro lavoro critico esclusivamente destruens, che alcuni di loro pretendono “scientifico”; e lasciano intendere che al massimo qualcosa di “buono”- ma per chi? Secondo loro solo per “forze nuove” d’élite capaci di dominare quanto o più cinicamente e sadicamente delle precedenti – potrebbe venire solo dalle guerre o da azioni criminali, le uniche produttrici delle “grandi svolte”. (E la posizione di Elena Grammann, che riporti: «“non potendosi dare né cristianesimo né comunismo all’infuori di istituzioni di necessità intolleranti e escludenti”» mi pare sfuggire alla tentazione di un nichilismo più sofferto, forse “weberiano”).

    3.
    A me pare che si stia correndo il rischio di contrapporre alla “degenerazione della democrazia” una degenerazione di segno opposto: la volontà di potenza senza scopo. E allora, sempre polemicamente, ricopio dalla pagina FB di Franco Senia le parole che scrisse un poeta, pur se riferite ad una vera rivoluzione dal basso e non a queste dall’alto:

    Il Dente della Storia
    « Il Palazzo d’Inverno e i Musei, li odio quanto voi. Ma la distruzione è vecchia come la costruzione ed è altrettanto tradizionale. Distruggendo quel che odiamo, siamo stanchi e disgustati non meno di quando consideriamo il processo della costruzione. Il dente della storia è molto più velenoso di quanto pensiate; non possiamo mai sfuggire alla condanna del tempo. Il vostro grido resta ancora un grido di dolore e non di gioia. Distruggendo, restiamo ancora schiavi del vecchio mondo; anche rompere una tradizione è una tradizione. Siamo minacciati da un pericolo ancora più grande: non possiamo evitare la necessità di dormire e di mangiare, qualcuno costruirà, altri distruggeranno, perché “c’è un tempo per ogni cosa sotto il sole”; ma ognuno resterà uno schiavo finché non apparirà un terzo elemento, qualcosa di diverso dalla costruzione e dalla distruzione. »

    ( – da una lettera di Alexandr Blok a Vladimir Majakovskij – )

    4.
    A te questo mio accostamento cristianesimo/comunismo, che permette almeno di non far uscire dal nostro sguardo l’idea di una possibile politica dei molti e non delle élites, non va. E vi contrapponi una «simmetria tra comunismo e partiti nella vita democratica (più meno aperta), come avvenuto nella politica dei fronti popolari dal 1936, e riproposta successivamente, con la svolta di Salerno, e con il compromesso storico»; cioè, se capisco bene, una soluzione socialdemocratica più o meno classica.
    Oppure – con le parole: «Piuttosto mi sento di sostenere la visione di Tarì, che coordina cristianesimo e comunismo sulla linea di Turoldo. Ma si rientra così in una speranza trascendente» -una adesione alle tesi del “comunismo spirituale”, di cui ho già riferito.
    E concludi: «Perciò il mio femminismo, come rivoluzione sensata dei rapporti interumani, mi prospetta tempi lunghi, e sicuri. E penso si possa e debba lavorare per questo».
    Lasciando del tutto aperto il discorso, a me viene da dire che:
    – il comunismo può avere le medesime caratteristiche che tu attribuisci al “tuo” femminismo.
    E vorrei azzardare un’altra considerazione quasi ottimistica: essendo per me comunismo e femminismo «rovine di un fine Novecento da interrogare e reinterpretare per leggere nelle trasformazioni in corso – non certo benefiche per i molti uomini e donne del pianeta – qualcosa d’ altro» (Donne seni petrosi), non è che il femminismo ( o il neo-femminismo) d’oggi sia il nome cifrato di un neo-comunismo?

    5.
    «Abate segue un ragionamento per cui la Chiesa, pur essendosi compromessa con certi regimi politici, è tuttavia rimasta Altra, e oltre. Invece il comunismo è risultato esaurito dagli stati che hanno inteso di realizzarlo».
    No, non sostengo questo, ma proprio il contrario. La Chiesa, compromettendosi con certi regimi politici (nazismo, fascismo), non è affatto rimasta “Altra”, ma si è svuotata del suo senso religioso, come sostiene Ranchetti sulla scia di Bonhoeffer. Sì, «fa il suo gioco», potenza particolare tra altre potenze; e non vedo dove sia la prova di una sua «alleanza col comunismo».

  10. La Chiesa si è svuotata del suo senso religioso solo in parte, a causa della politica, anche perché non la si può identificare con lo Stato del Vaticano, è una comunità di credenti. La Chiesa Cattolica, comunque, ha avuto modo nel tempo di ricredersi e di rigenerarsi, ed oggi è un faro etico anche per tanti non credenti o appartenenti ad altre religioni. Bonhoeffer è stato la prova, lui e tanti altri cristiani rimasti ignoti, che perfino durante il nazismo la Chiesa fondata da Cristo, quella dei fedeli, non era morta. Fede e politica sono due realtà ben distinte, anche se si sono intrecciate troppo spesso e male durante la storia. Non sto parlando di un’utopia, come quella del comunismo, ma di una realtà di fede, per chi la accetta.

    1. @ Franco Casati

      Non si capisce perché “Bonhoeffer [sia]la prova, lui e tanti altri cristiani rimasti ignoti, che perfino durante il nazismo la Chiesa fondata da Cristo, quella dei fedeli, non era morta” e perché un Trotzky (ad esempio) e tanti altri comunisti rimasti ignoti non debbano essere la prova che il comunismo non sia del tutto morto. Doppiopesismo?

  11. @ Abate: “il comunismo può avere le medesime caratteristiche che tu attribuisci al ‘tuo’ femminismo … non è che il femminismo (o il neo-femminismo) d’oggi sia il nome cifrato di un neo-comunismo?”
    In un atteggiamento di fiducia (speranza) globale io vedo il futuro di una possibile vita democratica, partecipata, dove secondari risultano la critica destruens e il perverso incantamento della barbarie.
    Può anche reggere che il femminismo sia nome cifrato di una idea -che mi pare però *generica*- di neo-comunismo. In direzione di una prosecuzione collettiva di ragionevolezza, ottimismo, collaborazione, egualitarismo.
    Mi appare tuttavia idea *generica*, rispetto a una teologia femminista, che hanno in comune molte donne, e che ha probabilmente una curvatura eretica.
    Si tratta di una teologia materialistica (incrociata nel cattolicesimo con l’altra di un dio uranico, celeste, astratto). L’incarnazione, per come io la intendo, è il divino nella materia corporale, sessuata, riproduttiva. Non si può pensare, per me, l’incarnazione senza assunzione e immacolata concezione. (Dopo 2000 anni! Ecco perchè la chiesa è sicuramente altra e oltre: si pensa in una dimensione temporale che, forse, solo la Cina…)
    Di quel divino il femminile è attore principe in quanto *inconsciamente consapevole*. Come l’amore materno è tutto focalizzato sul bene della creatura, così la vita associata può ricavare da questo originario rapporto della vita l’indirizzo per una convivenza umana intelligente e fiduciosa. Questo ho imparato nel femminismo, e ha una logica intima stringente non transigibile.

  12. Non ho scritto che il comunismo sia morto, non lo penso proprio, i suoi eroi esisteranno per tanto tempo; ritengo solo che sia un’utopia, perché fondato sul materialismo che genererà sempre e comunque lotte per il potere. Al di là di quelli che dovrebbero essere i suoi veri scopi la politica, già in sé, è una lotta per il potere che si perpetua nella storia.
    Trovo affascinante la concezione femminista di Cristiana Fischer. Concordo che il divino sia anche nell’umano, Cristo ne è la prova storica; che la donna sia ‘incosciamente consapevole’ del proprio divino è altrettanto vero. La Chiesa la considera ‘Madre di Dio’, in senso laico si potrebbe dire ‘Madre della natura’ che è appunto il luogo del divino. Mi sembra, invece, alquanto forzato il parallelismo con il comunismo. La donna rigenera, il comunismo livella, anche se i suoi scopi, alla fine, vorrebbero essere umanitari.

  13. Un’occasione per un veloce ripasso….

    SEGNALAZIONE
    OPPIO DEL POPOLO? MARXISMO CRITICO E RELIGIONE
    di FRANCESCO BIAGI

    https://www.altraparolarivista.it/2021/02/28/oppio-del-popolo-marxismo-critico-e-religione/

    1.
    È forse a causa della sua educazione pietista che Friedrich Engels ha mostrato un interesse molto più sostenuto di Marx per i fenomeni religiosi e il loro ruolo storico – pur condividendo, beninteso, le opzioni decisamente materialiste e atee del suo amico. Il suo principale contributo alla sociologia marxista delle religioni è senza dubbio la sua analisi del rapporto tra le rappresentazioni religiose e le classi sociali. Il cristianesimo, per esempio, non appare più nei suoi scritti (come in Feuerbach) come «essenza» a-storica, ma come una forma culturale («ideologica») che si trasforma nel corso della storia e come uno spazio simbolico, conteso da forze sociali antagoniste. Grazie al suo metodo basato sulla lotta di classe, Engels ha capito – contrariamente ai filosofi illuministi – che il conflitto tra materialismo e religione non sempre si identifica con quello tra rivoluzione e reazione. In Inghilterra, per esempio, nel XVII secolo, il materialismo nella persona di Hobbes difese la monarchia, mentre le sette protestanti fecero della religione la loro bandiera nella lotta rivoluzionaria contro gli Stuarts. Allo stesso modo, lungi dal concepire la Chiesa come un’entità sociale omogenea, egli traccia una notevole analisi che dimostra come in alcune congiunture storiche essa si divida secondo le sue componenti di classe. Così, all’epoca della Riforma, da una parte c’era l’alto clero, vertice feudale della gerarchia, e dall’altra il basso clero, che forniva gli ideologi della Riforma e del movimento contadino rivoluzionario[6].
    2.
    Engels arrivò persino a stabilire un sorprendente parallelo tra il cristianesimo primitivo e il socialismo moderno. La differenza essenziale tra i due movimenti era che i cristiani primitivi dislocavano la redenzione nell’aldilà mentre il socialismo la poneva in questo mondo[7].
    Ma questa differenza è così netta come appare a prima vista? Nel suo studio su un secondo grande movimento cristiano – la guerra dei contadini in Germania – sembra perdere la sua drasticità: Thomas Münzer, il teologo e dirigente dei contadini rivoluzionari e plebei eretici del XVI secolo, voleva la realizzazione immediata del Regno di Dio, del regno millenarista dei profeti, sulla terra. Secondo Engels, il Regno di Dio era per Münzer una società senza differenze di classe, senza proprietà privata e senza autorità dello Stato indipendente o estranea ai membri di questa società[8]. Con la sua analisi dei fenomeni religiosi alla luce della lotta di classe, Engels ha rivelato il potenziale contestatario della religione e ha aperto la strada ad un nuova considerazione dei rapporti tra religione e società – distinta sia dalla filosofia illuminista che dal neo-hegelianesimo tedesco

    3.
    Lo stesso Lenin – che denunciava spesso la religione come «nebbia mistica» – insiste nel suo articolo del 1905, «Il socialismo e la religione» sul fatto che l’ateismo non doveva far parte del programma del partito perché «l’unità nella lotta realmente rivoluzionaria della classe oppressa per la creazione di un paradiso sulla terra è per noi più importante dell’unità dell’opinione proletaria sul paradiso in cielo»[9]

    4.
    Rosa Luxembourg era dello stesso parere, ma elaborò un approccio diverso e più flessibile. Pur essendo atea, nei suoi scritti essa criticò non tanto la religione in quanto tale, quanto la politica reazionaria della Chiesa, in nome della sua stessa tradizione. In un opuscolo del 1905, La Chiesa e il socialismo, affermò che i socialisti moderni erano più fedeli ai precetti originari del cristianesimo del clero conservatore di oggi.

    5.
    Ernst Bloch è il primo autore marxista ad aver cambiato questo quadro teorico – senza abbandonare la prospettiva marxista e rivoluzionaria. In un approccio simile a quello di Engels, distingue due correnti sociali opposte: da una parte, la religione teocratica delle chiese ufficiali, oppio del popolo, apparato di mistificazione al servizio dei potenti; dall’altra la religione clandestina, sovversiva ed eretica dei catari, degli hussiti, di Gioacchino da Fiore, Thomas Münzer, Franz von Baader, Wilhelm Weitling e Léon Tolstoï. Nelle sue forme protestatarie e ribelli, la religione è una delle forme più significative della coscienza utopica, una delle più ricche espressioni del Principio Speranza e una delle più potenti rappresentazioni immaginarie del non-ancora-esistente[12].
    Bloch, come il giovane Marx della famosa citazione del 1844, riconosce evidentemente il doppio carattere del fenomeno religioso, il suo aspetto oppressivo insieme al suo potenziale di rivolta. Per comprendere il primo occorre ciò che egli chiama «la corrente fredda del marxismo»: l’analisi materialistica spietata delle ideologie, degli idoli e degli idolatri. Per il secondo, invece, bisogna ricorrere alla «corrente calda del marxismo», per cercare di salvaguardare il surplus culturale utopico della religione, la sua forza critica e anticipatrice.

  14. Questo dire che i socialisti sono più cristiani delle gerarchie ecclesiastiche fa naturalmente un certo effetto, ma non è altro che ben intenzionata retorica. Il Vangelo, per quanto insista sulla compassione e sull’amore del prossimo, non è egualitario. Al giovane che gli chiede cosa deve fare per ottenere la vita eterna, Gesù risponde che deve osservare i comandamenti. Solo quando l’altro insiste e non è soddisfatto aggiunge: “Se vuoi essere perfetto…”, ma la perfezione non è una condizione necessaria, infatti pochissimi cristiani vanno, vendono tutto ciò che hanno, danno il ricavato ai poveri ecc. Tuttavia anche quelli che non lo fanno nutrono fondate speranze di salvarsi. E anche la perfezione (vendere tutto ciò che si ha, dare il ricavato ai poveri ecc.) non è vista nella prospettiva di una efficacia sociale o anche solo del risultato concreto, ma nella prospettiva della perfezione spirituale di colui che si mette nella sequela radicale di Cristo. Il quale lo dice peraltro chiaramente: “I poveri li avrete sempre con voi”. Limitatamente all’aldiquà, Dio se ne frega dei poveri, come se ne frega di coloro che soffrono, che hanno fame e sete di giustizia ecc. Tutti i conti sono rimandati all’aldilà – o comunque a una dimensione spirituale. Perché può darsi benissimo che i poveri siano beati già da adesso: nella misura in cui riconoscono nella povertà, la sofferenza, l’ingiustizia patita ecc. la loro beatitudine (vedi la “perfetta letizia” di San Francesco: Fioretti, cap. VIII). Quindi non vedo cosa c’entri il socialismo col cristianesimo.
    I vari movimenti pauperistici e egualitari saranno pure partiti da una certa lettura del Vangelo, ma sono di fatto movimenti politici i cui risultati, quando ci sono stati, non hanno quasi nulla a che fare col cristianesimo (vedi i “puri folli” anabattisti di Münster, e sostanzialmente anche il movimento cataro).
    Quanto ai puritani ribelli perseguitati dalla monarchia inglese che rappresenterebbe il lato reazionario e conservatore della religione, emigrati in America hanno messo in piedi delle comunità ferocemente omogenee, in cui il controllo sociale sui singoli era ferreo e impietoso, e chi non si omologava era, nel migliore dei casi, cacciato. Cioè sono diventati pienamente reazionari – che è precisamente ciò che è accaduto a tutti i socialismi reali. Mi pare l’unico punto di contatto fra cristianesimo (egualitario), chiese in generale, e socialismo. Per soluzioni reali e concrete, forse sarebbe meglio guardare all’illuminismo piuttosto che al cristianesimo.

    1. Bah, tra le chiusure del socialismo realizzato e quelle del cristianesimo trionfante, dire chi è peggio… Invece vedere quali diversi scopi di potere da mantenere e accrescere sarebbero più produttivi offrirebbe maggiori possibilità di analisi. Si tratta sempre di gente concreta che gestisce azioni temporalmente circoscritte, con le loro possibilità determinate – in vista di fini generali condivisi e ideali.
      Molti anni fa, quasi 40, ero in Egitto con un prete parlante arabo. Un giovane ci espresse il desiderio di emigrare in Italia. Io reagii con dubbi: c’era lavoro da noi sufficiente per accoglierlo?
      Il prete invece lo incoraggiò, con mio stupore.
      Oggi me la spiego così: l’immigrazione raccoglierebbe tra noi una maggioranza – cristianizzata/colonizzata nella mente- per conquistare al cristianesimo territori infedeli.
      Dio non voglia sia così! D’altra parte, come accettare, da parte cattolica/cristiana, la differenza/eterogeneità?

      Si corrisponde a quanto scrive Elena Grammann, no? L’essenziale è non ammettere le differenze. La differenza, ancora.
      Culture improntate alla omogeneità, alla uniformità. Ancora qui siamo. Altro che messaggio cristiano!
      O socialista!

  15. Ridurre la storia della civiltà occidentale all’influenza dell’Illuminismo (nel bene e nel male) è una considerazione a-storica e strumentale, che ignora la forza e le conseguenze dei grandi movimenti culturali che hanno investito l’Occidente a partire dalla caduta dell’Impero Romano fino ai nostri giorni.

  16. Esiste un Umanesimo Cristiano, così come una Dottrina Sociale della Chiesa; ma il Cristianesimo è la fede in Cristo risorto, come insegna S. Paolo.

  17. ANCORA UN APPUNTO

    Continuità – possibile o infondata? – tra cristianesimo e socialismo. Questo è il problema che avevo posto nei tanti (troppi?) appunti di questo Riordinadiario.
    Qui mi preme dire che non condivido la svalutazione che Elena Grammann fa del problema: « Questo dire che i socialisti sono più cristiani delle gerarchie ecclesiastiche fa naturalmente un certo effetto, ma non è altro che ben intenzionata retorica».

    Non basta ricordare che solo «pochissimi cristiani vanno, vendono tutto ciò che hanno, danno il ricavato ai poveri ec». (e altrettanto si potrebbe dire per i comunisti, che nel “socialismo reale” conservarono o conquistarono solo per sé consistenti privilegi “borghesi”). Se ho segnalato l’articolo di Biagi (sopra), è perché esso sottolinea l’importanza storica della “doppiezza” del cristianesimo, che è il punto su cui poggia l’analogia cristianesimo-socialismo.

    Biagi scrive: «Engels, distingue due correnti sociali opposte: da una parte, la religione teocratica delle chiese ufficiali, oppio del popolo, apparato di mistificazione al servizio dei potenti; dall’altra la religione clandestina, sovversiva ed eretica dei catari, degli hussiti, di Gioacchino da Fiore, Thomas Münzer, Franz von Baader, Wilhelm Weitling e Léon Tolstoï». E questo è il punto – «il doppio carattere del fenomeno religioso, il suo aspetto oppressivo insieme al suo potenziale di rivolta» – che sfugge agli illuministi (e a Grammann). Se nel cristianesimo queste due correnti sociali opposte ci sono state (e ci sono ancora), è secondario che «Dio se ne frega dei poveri, come se ne frega di coloro che soffrono, che hanno fame e sete di giustizia ec» (Grammann). Perché possiamo ragionare sui movimenti sociali concreti i quali, usando parole e idee cristiane, hanno prodotto lotte impensabili prima; e, anche se sono stati sconfitti, hanno aperto fratture nella storia del dominio, svelando come minimo l’ipocrisia di una Chiesa che, invece di essere povera o vivere anche solo spiritualmente la povertà tanto esaltata dalle sue gerarchie, se n’è distaccata ed ha accettato di amministrare una religione dei ricchi per i ricchi e ai danni dei poveri.

    Giudico, perciò, la posizione marxista di Bloch superiore al punto di vista illuminista. Legge la storia passata (e quindi anche quella del cristianesimo) alla luce del presente moderno e quindi dell’ipotesi socialista formulata nell’Ottocento. Non è possibile, certo, sostenere che i movimenti pauperistici del Medioevo sono socialisti (e io direi neppure: presocialisti).

    Mi pare però indubbio che, essendo «partiti da una certa lettura del Vangelo», hanno a che fare con la storia del cristianesimo e non vanno da essa esclusi. A meno di non considerare cristianesimo solo quello della Chiesa ufficiale. Questo significherebbe rigettarli nello spazio astorico di una indeterminata follia e negare ogni valore alla possibilità, emersa nella modernità, di rimettere coi piedi per terra quello che durante il Medioevo poteva essere pensato solo in linguaggio evangelico e spirituale. Nella modernità il salto nella storia del dominio, che non era riuscito ai catari o a Müntzer, è parso di nuovo possibile. In un’epoca in cui l’industrializzazione riproponeva l’antico conflitto tra poveri e ricchi nella forma di un nuovo (analogo ma non identico) conflitto tra capitalisti e lavoratori organizzati in movimento operaio, l’analogia tra cristianesimo e socialismo ha avuto un senso. L’ipotesi socialista – almeno in Bloch – ereditava anche utopie del passato mirando ad una ricomposizione dello spirituale con il materiale. Questo “possibile”, che ogni tanto rispunta nella storia del dominio – ora nel Medioevo, ora nella modernità -, non va dimenticato, anche se oggi la postmodernità torna a soffocarlo.

    1. Forse non ci siamo capiti. Io affermo semplicemente che nel Nuovo Testamento, e in particolare nei Vangeli, non è contemplata l’ipotesi della rivolta e che il punto non è nemmeno una società egualitaria eventualmente realizzata pacificamente. Mi dispiace, ma per il cristianesimo il Paradiso non è in terra. Questo era il senso delle frasi che citi.
      Sicuramente ci sono stati movimenti egualitari che utilizzavano il vocabolario del Vangelo perché quello avevano a disposizione – non vuol dire che lo utilizzassero come andava utilizzato; come mettere nello stesso calderone Thomas Müntzer e i catari mi sembra poggi sull’unica analogia che si opponevano alla Chiesa ufficiale.
      Capisco che si voglia sottolineare la differenza fra una Chiesa ufficiale che si appoggiava alle classi alte e movimenti rivendicatori dal basso, ma intanto è la scoperta dell’acqua calda e poi, ribadisco, guardiamo per favore ai casi in cui questi movimenti si sono anche solo in parte realizzati e istituzionalizzati – quanto ci rimaneva di cristiano.
      Io ci andrei piano a mettere qualcosa al di sopra del punto di vista degli illuministi, soprattutto quando si parla di politica e di istituzioni. Diritti dell’uomo, abolizione della tortura e della pena di morte, suffragio universale, diritto all’istruzione, libertà di opinione, libertà di stampa ecc. ecc., tutte cose che ci sembrano acquisite e banali (e che lo sono soltanto in Europa) sono sudati frutti dell’illuminismo. I messianismi, di qualsiasi specie, per il momento non hanno quel gran che da far valere.

      1. P.S.: sudati frutti dell’Illuminismo, che ha le sue radici nel Rinascimento, che ha le sue radici nell’Antichità classica. Cioè non ha niente di a-storico.

  18. @ Elena Grammann

    Capiti ci siamo ma c’è disaccordo e diversità nel porre gli accenti, penso. Chi stabilisce che nel Nuovo Testamento o nei Vangeli « non è contemplata l’ipotesi della rivolta»? Il conflitto delle interpretazioni ha caratterizzato tutti i grandi libri di riferimento di una comunità o delle varie discipline del sapere.( Lutero nei confronti del papato, Lenin nei confronti della socialdemocrazia, Galilei, ecc. tanto per fare i primi esempi che mi vengono). Che « per il cristianesimo il Paradiso non è in terra» lo sostenevano Lutero e i prìncipi tedeschi contro Müntzer. Solo rigettando quest’ultimo tra i “folli” si può dire che il Vangelo non «andava utilizzato» come lui tentò. Quanto aI movimenti ereticali sono stati studiati nelle loro analogie e differenze; e io lessi a suo tempo Bainton, Cantimori, Berengo; quindi si può evitare il «calderone» ( ammesso che io l’abbia evocato avendo nominato velocemente catari e Müntzer insieme). Inoltre, ci penserei molto prima di definire « scoperta dell’acqua calda» lo scontro di lunga durata, che continuamente si è ripresentato nella storia della Chiesa (Chiesa povera, modernismo) e in forme poco decifrabili e sempre più complicate tuttora vi serpeggia (vedi articolo su papa Bergoglio di Cristiana Fischer appena pubblicato). Il fatto che certi movimenti siano falliti o degenerati non è mai un argomento definitivo, a meno di non sostenere che la storia sia terminata ( Fukuyama). Infine con l’illuminismo ci sono andato piano e sono tranquillo. Non credo che la mia critica, che ha in mente echi della Dialettica dell’illuminismo di Adorno e Horkheimer, possa confondersi con quella dei nostalgici dell’ancien régime.

    1. Molti anni fa mi ero dedicata a letture sulle beghine e i mistici nei prime tre secoli dopo il mille. Che sono andati avanti a lungo, per altri secoli, in Germania e in Spagna, fino ad accomodarsi nella “pratica” della controriforma. Cosa ne ho ricavato? Che il movimento delle beghine probabilmente è all’origine delle correnti mistiche successive, vedi gli studi di Romana Guarnieri.
      Forse anche san Francesco ha appreso parecchio da loro, e le ha conosciute. In generale quindi si può affermare che la modernità del laicato comunitario nella chiesa cattolica deve molto alle donne. Papa Bergoglio ha nominato una (: una!) suora inglese segretaria del prossimo sinodo. Insomma, il Tempo, per la chiesa -ma in generale per le religioni tutte, mi pare- non è quella fretta di ridurre al presente tutto quello che vale, onde poter qui e ora discriminare il giusto dall’ingiusto.
      Questo mi fa respirare, mi toglie preoccupazioni e mi infonde fiducia: c’è tempo, tanto ne è passato, tanto è successo, e come andrà domani dipende da noi.
      Come gli studi sulle beghine hanno aperto spazi insospettati, anche altri passati possono aprire spazi diversi. Ci pensiamo derivati da una Storia lineare, progressiva, su un unico stretto sentiero. Invece la terra è amplissima e tutta popolata.

      1. “Ci pensiamo derivati da una Storia lineare, progressiva, su un unico stretto sentiero. Invece la terra è amplissima e tutta popolata.” ( Fischer)

        Troppo generico. Chi si è pensato come seguito di “una Storia lineare, progressiva, su un unico stretto sentiero”? Meglio precisare. In Italia il PCI crociano-storicista, ma “noi” (del ’68-’69) siamo spuntati proprio in rottura con quella visione progressista e abbiamo criticato lo stalinismo che ne era la figurazione. Quanto a Poliscritture il riferimento (almeno di alcuni di noi) a Fortini, critico del progressismo, ci ha resi davvero refrattari a questa visione.
        E allora? Meglio non evocare fantasmi che qui non hanno corso.

        1. Pensavo di essermi spiegata meglio. Per esempio Fagan cerca di identificare quando si sono formate le élites, decine di migliaia di anni fa. Difficile per tutti non identificare una linea storica che vede cacciatori raccoglitori, pastori nomadi, agricoltura stagionale, eccetera. Questa è una storia UNA, lo storicismo non c’entra nulla.

    2. Il calderone era qui:
      “dall’altra la religione clandestina, sovversiva ed eretica dei catari, degli hussiti, di Gioacchino da Fiore, Thomas Münzer, Franz von Baader, Wilhelm Weitling e Léon Tolstoï. ” (Biagi punto 5)

      Un conto è affermare che il clero non si comporta secondo il Vangelo, il che potrebbe indicare un’aporia dell’istituzione qua istituzione; un altro fare del Vangelo il fondamento di una nuova struttura sociale e politica – operazione per la quale il Vangelo non offre margini. Perché va bene che, come insegna la filosofia ermeneutica, l’interpretazione è tutto, ma se qualcuno, interpretando Marx, ci dicesse che egli promette la vita eterna in un aldilà beato che si chiama la società senza classi, ammetterai che la perplessità potrebbe essere giustificata.

      Se certi movimenti sono sempre falliti o degenerati è lecito immaginare che ci sia un problema strutturale – legato alla loro struttura essenziale – che li porterà a continuare a fallire o degenerare. E ci si può anche ragionevolmente chiedere se la portata di certe degenerazioni non dovrebbe già da sola mettere in guardia dal tentare di ripetere l’esperimento. Questo non significa per nulla la fine della storia. Sono d’accordo con Cristiana che non dobbiamo pensare a “una Storia lineare, progressiva, su un unico stretto sentiero.” Ci sono un sacco di cose che succedono e possono succedere, cose che non immaginiamo neanche.

  19. « se qualcuno, interpretando Marx, ci dicesse che egli promette la vita eterna in un aldilà beato che si chiama la società senza classi, ammetterai che la perplessità potrebbe essere giustificata» (Grammann)

    Certo, ma le cose restano complicate. La questione dell’interpretazione (della Bibbia, del Vangelo, del Capitale, ecc.) non va considerata solo al livello delle tavole rotonde degli intellettuali. Hai un bel reclamare che non si può o non si deve « fare del Vangelo il fondamento di una nuova struttura sociale e politica – operazione per la quale il Vangelo non offre margini». Se si verificano certe circostanze storiche – e si sono verificate – nel Cinquecento ti ritrovi i contadini in guerra contro i feudatari e Müntzer, un predicatore “folle” (per te) che, appellandosi ai sacri testi, vuole realizzare subito il Paradiso su questa terra di lacrime. Puoi fare il notaio dicendo che questo non è previsto dalla Legge (dei più forti)? E se ti ritrovi in mezzo ad una Prima Guerra mondiale che doveva essere “lampo” e invece s’è prolungata sfiancando tutti e un gruppo di “folli” prende il potere in Russia e non attende , secondo il professorale marxismo di Kautsky, che il capitalismo si stabilizzi in quel Paese, che fai? Condanni Lenin? O perplessa ti chiedi « se la portata di certe degenerazioni non dovrebbe già da sola mettere in guardia dal tentare di ripetere l’esperimento»? Perché la storia ha partorito sia queste che altre “follie”. Proprio perché – Fischer docet – nella storia umana non si viaggia « su un unico stretto sentiero» e «invece la terra è amplissima e tutta popolata» (anche dai “folli”, tra i quali comunque distinguerei…). E tu stessa concludi – giustamente – che «ci sono un sacco di cose che succedono e possono succedere, cose che non immaginiamo neanche». Tanto per dire, nel calderone del ‘68’-’69 ci sono stati consistenti gruppi di «cristiani per il socialismo». E allora? Non avrebbero dovuto neppure sorgere? Li saltiamo? O è meglio chiedersi perché sono nati e cosa hanno prodotto? Lo stesso vale poi per Marx. Le dispute scolastiche dei vari marxismi l’hanno presentato ora come filosofo ora come scienziato. Nell’Urss di Stalin è stato ingessato nel Diamat, nella Cina di Mao “contadinizzato”. Come ci sono quelli che l’hanno visto unicamente a braccetto di Hegel e altri l’hanno fatto incontrare con Nietzsche, ecc. E sempre nel calderone del ‘68’-’69 ,nel movimento concreto fatto da migliaia di militanti d’ogni provenienza (cattolica, comunista, socialista, anarchica, ecc,), abbiamo avuto torsioni del suo pensiero operaiste, emmelliste, francofortesi, consiliariste, ecc. Viene il capogiro tanto la situazione è diventata complessa ma forse bisogna proprio allenarsi a pensare dentro questo caos.

    1. Precisazione: ho controllato, non ho mai dato del folle a Thomas Müntzer, lo conosco troppo poco per farlo. Posso invece certificare che gli anabattisti di Münster erano pazzi tronchi, ma appunto quella follia che viene su molto bene in “certe circostanze storiche” e non in altre, che ha bisogno di un certo humus egualitar-religioso per prosperare, per cui sono molto scettica nei confronti precisamente di quell’humus.

      “E se ti ritrovi in mezzo ad una Prima Guerra mondiale che doveva essere “lampo” e invece s’è prolungata sfiancando tutti e un gruppo di “folli” prende il potere in Russia e non attende , secondo il professorale marxismo di Kautsky, che il capitalismo si stabilizzi in quel Paese, che fai?” E’ molto semplice: sto coi menscevichi.

      Tu mi accusi di voler “professoralmente” eliminare dalla storia fenomeni che secondo me non avrebbero avuto titolo per prodursi. Ma questo non è vero. Io non nego che certe interpretazioni del cristianesimo abbiano prodotto tentativi di riforma sociale / rivolta (peraltro assai variegati); ho detto semplicemente – e lo mantengo – che il Vangelo non si propone alcuno scopo di riforma o neofondazione sociale; che interpretarlo così significa distorcerlo; e che le distorsioni portano abbastanza facilmente alle degenerazioni.

      Che poi l’aggettivo ‘cristiano’, anche in tempi recenti, sia finito in tutte le salse, non c’è da stupirsene; in Italia almeno, dove in fondo siamo tutti cristiani, e quindi, per poco che ci mischiamo alla vita attiva, finisce che siamo cristiani e… o cristiani per…

  20. @ Grammann

    Le precisazioni sono utili ma secondarie. Sì, non hai mai dato del folle a Thomas Müntzer ma lo dai agli anabattisti di Münster che con lui ebbero a che fare ( « il movimento anabattista sarebbe nato in Sassonia, con esplicite tendenze rivoluzionarie e sarebbe stato direttamente collegato alla predicazione dei Profeti di Zwichau e di Thomas Müntzer: https://www.homolaicus.com/storia/moderna/riforma_protestante/anabattismo/origini.htm).

    Ed è evidente che nella Russia del primo Novercento saresti stata coi menscevichi.

    Non ironizzo né mi scandalizzo. Come ho scritto, tra noi «c’è disaccordo e diversità nel porre gli accenti» sui temi che stiamo trattando. Semplicemente quelle che a te paiono «distorsioni» o «degenerazioni» addirittura prevedibili e evitabili (con un po’ di buona volontà?), per me sono eventi storici che hanno visto scontrarsi interessi, ideali e desideri inconciliabili. Riesaminandoli, non ci si può non chiedere: io da che parte sarei stato/a.

    1. Scusa ma se mi si distorce devo precisare:
      – una “distorsione” non è un evento ma un’interpretazione quantomeno assai discutibile, se non palesemente errata, di un testo – appunto come se qualcuno venisse a dire che Marx predica l’avvento del regno dei cieli nell’aldilà. In sé, “distorsione” non dice ancora nulla dell’evento che eventualmente da quella distorsione si produrrà.
      – prevedibilità e evitabilità si riferiscono a eventi futuri e non passati, ma cercano di trarre lezioni da ciò che è accaduto.
      – le degenerazioni esistono, e si definiscono rispetto alla lontananza e diametrale opposizione dei risultati e della prassi concreta rispetto agli obiettivi dichiarati. Esempi ne sono il governo anabattista di Münster e, in tempi più recenti, la Cambogia dei khmer rossi.
      Se poi tu invece ritieni che in entrambi i casi nella realizzazione concreta (perché di quella si tratta) non ci troviamo di fronte a degenerazioni culminanti nella follia, storica fin che ti pare ma pur sempre follia, ma a “eventi storici che hanno visto scontrarsi interessi, ideali e desideri inconciliabili”, allora possiamo effettivamente chiuderla lì.

      Riguardo al “da che parte sarei stato”. Quando penso alle guerre dei contadini, le innumerevoli rivolte, jacqueries, massacri ecc. che, nel momento in cui si sono prodotti, non avevano la minima possibilità di successo, mi dispiace immensamente per quelli che erano coinvolti, ma non mi chiedo da che parte sarei stata. Non capisco neanche cosa vuol dire. A livello di solidarietà sto con chi subisce ingiustizia, ma non mi faccio il film di Robin Hood.

  21. @ Grammann

    E allora preciso io pure:

    1.
    « come se qualcuno venisse a dire che Marx predica l’avvento del regno dei cieli nell’aldilà».

    Perché insistere con questo esempio di “distorsione” alquanto astruso, raro o usato in modo caricaturale per appiattire il marxismo sul millenarismo medievale? Le “distorsioni” dei protestanti radicali (anabattisti, Müntzer) o ai tempi nostri dei “cristiani per il socialismo” (riassumiamo con questa formula una serie variegata di esperienze) – di queste stiamo discutendo – hanno un pregio: pur essendo scorrette da un punto di vista strettamente logico come interpretazioni del Vangelo, si sono manifestate nella storia in fatti e personaggi realmente esistiti, hanno prodotto fatti. Che possiamo giudicare – come si vede – in modi contrapposti. Io insisto a considerarne alcune – la guerra dei contadini, la Comune di Parigi, la rivoluzione del ’17, non certo lo stalinismo o la Cambogia dei khmer rossi – tutto sommato positive. In quelle rivolte è comparso “qualcosa” che andava positivamente oltre gli assetti dei poteri giustificati religiosamente dalla Chiesa a favore dei potenti del tempo. Saranno state poi soffocate. E saranno state sicuramente accompagnate da parole deliranti o da violenze raccapriccianti (comunque inferiori a quelle normalmente amministrate dai Poteri costituiti), ma quel “qualcosa” più è rimosso e più si ripresenta; e svela “di che lagrime gronda e di che sangue” il Potere costituito. Non è poca cosa.

    2.
    «Se poi tu invece ritieni che in entrambi i casi nella realizzazione concreta (perché di quella si tratta) non ci troviamo di fronte a degenerazioni culminanti nella follia, storica fin che ti pare ma pur sempre follia, ma a “eventi storici che hanno visto scontrarsi interessi, ideali e desideri inconciliabili”, allora possiamo effettivamente chiuderla lì».

    No, in un evento storico non si tratta di considerare e valutare esclusivamente «la realizzazione concreta». Questa è il risultato – spesso imprevedibile – dello scontro tra le forze contendenti. E non è mai la meccanica e unilaterale applicazione di una idea giusta (per i suoi fautori) che diventa ingiusta mentre la si realizza (eterogenesi dei fini) a causa di errori o tradimenti soltanto dei suoi sostenitori. Si tratta anche di valutare e scegliere sul piano razionale per quale bisogno o valore vogliamo combattere o altri hanno combattuto in passato. Religione dei prìncipi tedeschi o religione popolare dei contadini nel Cinquecento. Liberalismo o socialismo nell’Ottocento. Fascismo o comunismo nel Novecento. Certo, entra in gioco anche la follia. Ma la follia è spesso un’etichetta liquidatoria e schematica che i contendenti, nel corso dello scontro, si rinfacciano a vicenda. Ci sono idee giudicate folli solo perché se ne ha paura. E non possiamo buttare via l’acqua sporca di una generica follia con il possibile bambino che essa contiene.

    3.
    «Riguardo al “da che parte sarei stato”. Quando penso alle guerre dei contadini, le innumerevoli rivolte, jacqueries, massacri ecc. che, nel momento in cui si sono prodotti, non avevano la minima possibilità di successo, mi dispiace immensamente per quelli che erano coinvolti, ma non mi chiedo da che parte sarei stata. Non capisco neanche cosa vuol dire. A livello di solidarietà sto con chi subisce ingiustizia, ma non mi faccio il film di Robin Hood.»

    Io invece me lo chiedo anche per le lotte che non hanno o non avevano «la minima possibilità di successo». È un lavoro di riflessione e immaginazione che andrebbe fatto sulle rivolte di Spartaco, sulle jacqueries, sul brigantaggio nel Sud d’Italia, sulla rivolta nel ghetto di Varsavia e sui tanti episodi minimi di resistenza nei lager o nei gulag o oggi in Birmania o in tanti posti devastati dalle guerre. Non per farsi film, ma per non assuefarsi allo sbrigativo motto che solo ciò che è reale (nel senso: che ha vinto) è razionale e degno di attenzione. [1]

    Nota

    [1]
    «dare senso e rendere giustizia alle vittime, non è un compito che viene assunto e garantito dalla divinità o dalla storia dell’umanità (quasi che tali orrori fossero stati necessari a un miglioramento o all’approdo di una qualche beatitudine collettiva). Le macerie della storia restano mute dinanzi alla nostra interrogazione, non trovano giustificazione, non acquisiscono dignità per ciò che hanno prodotto o per quello che hanno rappresentato, visto che la storia dell’uomo è rimasta la storia di sangue e morte che è sempre stata. Per questo l’Angelo di Klee guarda angosciato il passato, mentre il vento (il tempo) lo spinge via, quando vorrebbe restare tra quelle vittime per tenerle strette a sé, per garantire ad esse un significato di qualche tipo.
    In Walter Benjamin, l’unica redenzione possibile è quella offerta dalla memoria: solo serbando il ricordo delle vittime, e perciò testimoniando della loro dipartita, dell’insensatezza della loro sconfitta e delle loro sofferenze, si può interrompere il giogo del “tempo mitico” dei vincitori, ovvero la visione della Storia ufficiale che resta ancora all’ipotetico e incontrovertibile “dato di fatto” escludendo l’ambito delle “possibilità non date”».
    (https://www.fucinemute.it/2012/04/langelus-novus-langelo-redentore-di-walter-benjamin/)

    1. O.k. Ennio, capisco (quasi) tutto.

      Credo che la divergenza riguardi “l’ambito delle ‘possibilità non date’ ” e la fiducia che si può avere nella tabula rasa dell’esistente sulla quale si andrebbe a fondare una società mai ancora sperimentata (durevolmente, in una realizzazione credibile).

  22. La discussione tra Abate e Grammann mi è parsa (prima dell’ultimo commento di Elena Grammann sabato alle 10.48) avvenire in una bolla: tra legittimità del principio speranza (la «corrente calda del marxismo», per cercare di salvaguardare il surplus culturale utopico della religione, la sua forza critica e anticipatrice) e razionalismo illuminista (Diritti dell’uomo, abolizione della tortura e della pena di morte, suffragio universale, diritto all’istruzione, libertà di opinione, libertà di stampa ecc. ecc., tutte cose che ci sembrano acquisite e banali -e che lo sono soltanto in Europa).
    La chiamo bolla perchè non è lecito chiudere il presente, e il suo estremamente complesso essere intero mondo interconnesso, in schemi passati che tirano il vangelo (i 4 canonici), il socialismo, le rivolte degli oppressi (da Spartaco, a Muntzer, a…), in sole due ben definite direzioni: 1. aspirazione a uguaglianza umana sostanziale, e 2. razionale e possibile convenire su utile e meglio per il maggior numero (leggi generali, organismi mondiali, diritti universali).
    Anche perché l’altalenare tra possibile e giusto (il giusto come principio regolativo, trascendentale si diceva una volta) attraversa sia la storia del cristianesimo (quello connesso alla pretesa di signoria occidentale sul mondo) come anche l’aspirazione illuminista a principi universali (che sono anche nell’aspirazione alla giustizia dei moti rivoluzionari e degli stati socialisti).
    Occorre allargare la considerazione dei conflitti alla scena mondiale (N.B. non solo, anche a tante diverse storie presenti nel nostro passato): tra le larghe entità statuali e i movimenti ideali globali come il femminismo, l’ecologia, la salute che dipende da “una vera e propria ‘guerra globale’ alla Natura: all’intera ecosfera e in particolare alla biosfera” (SCIENZA & TECNOLOGIA Dopo un anno di pandemia Siamo ostaggi di Big Pharma?20 genn 2021 ERNESTO BURGIO).
    Ma mi pare che alla fine Elena riassuma bene il contrasto, che sta tra “l’ambito delle ‘possibilità non date’ ” e la fiducia che si può avere nella tabula rasa dell’esistente sulla quale si andrebbe a fondare una società mai ancora sperimentata (durevolmente, in una realizzazione credibile)”.
    Alla quale però nessuno ancora rinuncia, mi pare.

    1. @ Fischer

      Non ho capito bene la faccenda della discussione “in bolla” ma se come giustamente dici “occorre allargare la considerazione dei conflitti alla scena mondiale” (per uscire dalla “bolla”?), anche questo articolo dà una mano. Magari a spaventarci!

      SEGNALAZIONE

      Il futuro non è scritto
      Francesco Guglieri
      https://www.doppiozero.com/materiali/il-futuro-non-e-scritto?fbclid=IwAR2jH39uNNSgjNtzZy4hJVPS7EAKV4sstYoxAN7eth9ae9hwMON7f1ELpCo

      Stralcio:

      Oggi quel futuro di cui gli scrittori cyberpunk ricevettero i primi “invii”, in forma di immagini visionarie e storie rutilanti, è stato distribuito a tutti noi. Ci suona al citofono. Mentre scrivo queste righe, Elon Musk, il visionario e controverso industriale e inventore che sembra la versione reale di Tony Stark, ha annunciato che una sua compagnia, la Neuralink, ha trovato il modo per collegare un’Intelligenza Artificiale a un cervello umano; qualche mese prima la sua compagnia aerospaziale, la Space X, ha inviato un equipaggio umano sulla Stazione Spaziale Internazionale: è la prima volta che accade grazie a un razzo di una compagnia privata; l’uomo più ricco del pianeta, Jeff Bezos, sta diventando ancora più ricco grazie al commercio elettronico durante il lockdown per la pandemia da Covid-19 (nelle undici settimane di blocco ha guadagnato 32 miliardi di dollari; potrebbe diventare il primo trilionario della storia): è così ricco che ha pensato bene di investire anche lui nella corsa spaziale con una sua società, la Blue Origin; a fine luglio i capi di Facebook, Google, Amazon e Apple sono stati convocati per un’audizione al Congresso degli Stati Uniti per render conto della loro posizione dominante sul mercato: del resto hanno fatturati superiori al Pil di intere nazioni; hacker russi e cinesi minacciano il regolare svolgimento delle elezioni presidenziali americane a novembre (interferenze esterne del resto sono già state dimostrate per le precedenti elezioni del 2016 o per il referendum sulla Brexit del 2017); la pandemia globale da Covid-19 sta causando centinaia di migliaia di morti e mettendo in ginocchio le economie di molti paesi; le strade americane sono ancora attraversate dalle proteste e dagli scontri successivi all’omicidio dell’afroamericano George Floyd da parte della polizia; la California è devastata dalla più grande e distruttiva concentrazione di incendi della storia. Ah, certo, il cambiamento climatico sta rendendo l’estinzione della vita umana un’idea da prendere in considerazione. Mentre stavo scrivendo la frase precedente ho visto, condiviso da chissà chi su Twitter, un video deepfake (una tecnologia che permette di falsificare i video grazie all’aiuto dell’Intelligenza Artificiale) in cui Hitler e Stalin cantano Video Killed the Radio Star!
      Sì, decisamente il futuro è stato distribuito a tutti, ma purtroppo non c’è diritto di recesso.

      Sarà per questo che c’è una diffusa sensazione di morte del futuro? Come se qualsiasi progetto utopistico, rivoluzionario o comunque di cambiamento profondo fosse impossibile. O, di nuovo, è questo bombardamento di informazioni, la sensazione di dover essere costantemente aggiornati, allineati con i cambiamenti tecnologici velocissimi e ormai impossibili da gestire, a impedirci di sollevare lo sguardo e il pensiero dall’immediato? Perché sembra che non ci siano alternative all’esistente?

        1. @ Fischer

          Fare attenzione a collocare il commento sotto quello a cui ci si riferisce, cliccando prima ‘rispondi’

          1. @ Ennio: infatti non è che a “rispondi” si collega sempre il commento…

            Nota E. A.
            Sì, invece.

  23. A proposito dello sguardo rivolto al passato (Autosegnalazione)

    Quale miglior punto d’osservazione, per uno guardo rivolto al passato, dei cimiteri di campagna, se ancora ce ne sono che conservano le vecchie tombe, i nomi senza fotografia, le scritte incise che bisogna sillabare a fatica perché il colore nero è stato lavato via dal tempo. Passeggiate nei vialetti del cimitero, anni fa, con mia madre, riepiloghi di storia locale, i documenti sottomano.
    Tutti quei giovani, adolescenti, bambini, tutti morti di tubercolosi, tre quattro nella stessa famiglia, se la attaccavano uno con l’altro diceva mia mamma. Bisognerebbe contarli una volta o l’altra – quelle prime foto sbiadite, le ragazze coi capelli pazzarelli sulle tempie, la camicetta con un giro di falpalà, borghesi, contadine, i bambini che nella foto quasi indistinguibile sembrano già dei cadaverini…
    Bisognerebbe che l’Angelo della Storia, quando si guarda indietro, si facesse accompagnare dall’Angelo della Biologia, e già che c’è anche dall’Angelo della Psicologia e dell’Antropologia. Perché se si guarda indietro da solo rischia di avere una visione un po’ ristretta.

  24. In un articolo per me troppo “arravugliato” in un compiaciuto linguaggio filosofico almeno questo brano, che ho copiato, ha qualcosa a che fare con la nostra discussione…

    SEGNALAZIONE
    Tristi cronici. A che punto siamo del disagio – di Biagio Sarnataro
    https://www.altraparolarivista.it/2021/03/06/tristi-cronici-a-che-punto-siamo-del-disagio-di-biagio-sarnataro/

    Stralcio:

    Guido Mazzoni nel saggio richiamato sopra si inserisce in questa ambiguità. Credere di aver creduto, nelle varie debolezze del pensiero, alla catallassi, che il mercato fosse l’orizzonte esistenziale più libertario e razionale, ha significato non tanto la fine della storia, né lo sciopero degli eventi, ma convivere con la fine nella storia. Se gli anni ‘90 sono connotati secondo Mazzoni dall’inaccadenza, questi anni 20 del 2000 possono davvero essere letti come storia.

    La storia di 4 crisi: crisi economica del 2008. Dopo il 2008 la posizione di vantaggio che la middle class occidentale deteneva si è consumata. Crisi della decisionalità: la globalizzazione del capitale ha infiacchito il nomos della terra sostituendolo con una normatività più aerea, acquatica, come già poteva raccontare alla sua Anima (la figlia) Carl Schmitt in Terra e Mare[17]. Crisi della governance che all’interno dei singoli stati si è avvertita su vari livelli di scomposizione e disgregazione. Intanto lessicali: la semantica delle riforme è passata dal campo progressista a quello spudoratamente neoliberista. Poi, e reazionari come Michel Houellebecq stanno lì con molto talento a fare i foglianti e a ricordarcelo, la comparsa di una società civile globale ha generato fenomeni irreversibili di inappartenenza. Accanto e a partire da questo problema, è emersa l’ossessione del neoliberalismo per le regole: l’attaccamento patologico alle regole è il feticcio che rivela una consapevolezza inconfessabile. Al di sotto di quelle agiscono forze che tendono al conflitto e alla separatezza. Questa ossessione sta a garantire i profitti.

    Ecco cosa è diventata l’ insocievole socievolezza di cui parlava Kant[18]: inimicizia mascherata da correttezza politica, l’equivalente intrapsichico delle regole del mercato, sdoppiato secondo i canoni di un apparato esterno, cioè governamentale e poliziesco, e interno, cioè superegotico, per nascondere a tutti i costi il fondo grigio e oscuro delle nuove forme di accumulazione.

    In definitiva: la fine degli ideali collettivi di emancipazione ha spianato la strada al realismo capitalista. Il progetto illuministico di uscita degli esseri umani dalla minorità è di molto arretrato. Dall’altro lato però aggiunge Mazzoni «l’illuminismo come fenomeno politico si basa su un equilibrio fra istanze contraddittorie: non c’è rischiaramento senza corpi intermedi, e inversamente i corpi intermedi portano con sé un intrinseco elemento paternalistico, autoritario». Una società governata da soli corpi intermedi «è un elitismo illuminato, non una società illuminata».

    Che fare? Secondo Mazzoni lo scenario migliore che possiamo immaginare sembra quello di un ritorno alla socialdemocrazia, a una rinnovata intraprendenza dello Stato. Ogni piano di trascendenza rispetto a questo piano di realtà, ogni utopia, sembra essere velleitaria.

    Rispetto a questo si può dire: non ci resta che piangere, oppure, data l’eccedenza dei problemi e l’irrigidimento delle soluzioni in quest’anno di pandemia, che abbandonare i piani di realtà prima che questi ci abbandonino definitivamente. Abbandonare un piano di realtà per approdare a piani di immanenza.

    Persino la realtà al confronto con l’immanenza sembra così trascendente. Ma che cos’è l’immanenza? Una vita: realismo ecologico contro realismo capitalista. È nel realismo ecologico che dobbiamo abolire la frattura metabolica, il conflitto delle facoltà. E come? Dialetticamente, cioè a partire dalle contraddizioni, dai sintomi dissidenti. Per un Aufhebung desiderante. Coscienti, però, che siamo ancora ben al di qua da dimostrare l’inconciliabilità di questo movimento istituente con il piano del molteplice neoliberale.

    1. @ Ennio Abate: “arravugliato” sarebbe a dire concentrato sull’ombelico (che è attorcigliato di suo)?
      Non dicevo discussione “in bolla”, quella che usano i muratori, tipo “a livella” di Totò, ma in una bolla, come quelle di sapone dei bambini, destinate a sciogliersi all’aria aperta. E al sole, Woitila, che era un bel reazionario, comunque una cosa giusta l’ha detta: non abbiate paura.

    2. “È nel realismo ecologico che dobbiamo abolire la frattura metabolica, il conflitto delle facoltà. E come? Dialetticamente, cioè a partire dalle contraddizioni, dai sintomi dissidenti. Per un Aufhebung desiderante. Coscienti, però, che siamo ancora ben al di qua da dimostrare l’inconciliabilità di questo movimento istituente con il piano del molteplice neoliberale.”

      Fiducia: e io dovrei fidarmi di questi qua per una rifondazione ex novo della società?
      ( Vorrei sapere se costui pensa di dar da mangiare alla gente con la Aufhebung desiderante.)

      1. @ Grammann

        Una segnalazione è un invito all’analisi delle opinioni correnti (più o meno sintomatiche o più o meno interessanti) e alla critica non un invito a fidarsi.

  25. Anche questo articolo, un po’ lungo, ha a che fare con la nostra discussione o la sfiora in alcuni punti. Mi limito a scegliere alcuni stralci, rimandando al link chi fosse interessato [E. A.]

    SEGNALAZIONE
    Finitudine ed escatologia nell’era del presente esteso
    di Roberto Paura
    https://www.sinistrainrete.info/filosofia/19910-roberto-paura-finitudine-ed-escatologia-nell-era-del-presente-esteso.html?highlight=WyJyb2JlcnRvIiwicGF1cmEiLCJwYXVyYSciLCIncGF1cmEiLCIncGF1cmEnLCIsInJvYmVydG8gcGF1cmEiXQ==

    1.
    La verità è che le società antiche possedevano molti modi per trascendere la ciclicità del tempo mondano, mentre quella in cui viviamo non ne ha più nessuno. Per Zygmunt Bauman “l’escatologia sarebbe stata trionfalmente dissolta nella tecnologia” (Bauman, 1995).
    Una situazione analoga sembra essersi verificata anche nel pensiero teologico, al punto tale che si potrebbe affermare che la scomparsa dell’escatologia – ossia del pensiero del dopo – nella condizione postmoderna non sia che il riflesso di un’analoga eclissi escatologica nella teologia occidentale, e non viceversa, come invece spesso si crede (cioè come frutto della secolarizzazione della modernità).
    Questa tesi è stata esplorata da Brunetto Salvarani in Dopo. Le religioni e l’aldilà (2020), secondo il quale “il discorso sui novissimi” (come spesso nel linguaggio dottrinale si indica l’insieme degli argomenti di escatologia, ossia la vita dopo la morte e la parusia, il ritorno di Cristo sulla terra) “con il tempo ha finito per essere screditato, tanto che su di esso oggi sembra regnare il silenzio, l’oblio, se non persino una vera e propria rimozione, più o meno voluta e più o meno compresa nella sua portata”.

    2.
    È possibile allora tracciare un collegamento tra ciò che i sociologi definiscono defuturizzazione, ossia la progressiva scomparsa della dimensione del futuro che caratterizza la condizione postmoderna, e l’individualizzazione della speranza escatologica, ossia la sostituzione dell’attesa della venuta del regno (la salvezza collettiva) con la preoccupazione sul destino individuale dopo la morte?

    3.
    Salvarani rilegge il dibattito contemporaneo sull’escatologia nella teologia cristiana, impegnato in un faticoso tentativo di evitare da un lato una fatalistica e passiva attesa come in Aspettando Godot di Samuel Beckett, che Johann Baptist Metz ha definito (ricorda Salvarani) una celebrazione “dell’epocale incapacità di attendere qualcosa”, e dall’altro la tentazione di cercare di realizzare il regno futuro già qui sulla terra, come proponevano le teorie marxiste di Ernst Bloch con il suo Il principio speranza (1954).

    4.
    Bart Ehrman ricorda che, lungi dall’essere una concezione moderna, quella dell’apocatastasi, ossia della salvezza di tutte le anime, era stata promossa fin dal IV secolo dall’influente teologo Origene, da Gregorio di Nissa e dal Vangelo di Nicodemo, che risale proprio a quel periodo, che racconta della discesa agli inferi di Gesù per liberare tutti coloro che vi si trovano. “Ade stesso non aveva dubbi su ciò che era accaduto: era rimasto totalmente vuoto; non era rimasto nessuno”, riassume Ehrman. L’inferno vuoto, pur non essendo diventato – per ovvie ragioni – dottrina della Chiesa, anzi da sempre in odore di eresia, resta comunque per Ehrman come per Salvarani l’unica possibile dottrina escatologica del cristianesimo, poiché non avrebbe alcun senso la speranza di un futuro oltre la morte se questa non fosse associata alla salvezza di tutti.

    5.
    Ma cosa possono sperare, invece, coloro che non credono? Il filosofo della scienza Telmo Pievani, fervente evoluzionista e decisamente ostile a ogni discorso metafisico, ne ha scritto in un romanzo filosofico uscito nei mesi della pandemia di Covid, Finitudine (2020). Immaginando un lungo dialogo tra Albert Camus, ferito ma non ucciso nell’incidente stradale che nella realtà gli sarà fatale, e Jacques Monod, co-autori di un testo dedicato appunto al tema della finitudine in dialogo tra scienze esatte e filosofia esistenzialista, Pievani scandaglia le diverse escatologie scientifiche proposte per soppiantare quelle religiose, mostrandone le debolezze.

    6.
    che senso ha andare su Marte, se anche questo pianeta sarà ridotto in cenere quando il nostro sole diventerà una stella rossa gigante? E in generale che senso ha sperare di salvarci da questo destino diffondendoci nell’universo, se in base al secondo principio della termodinamica anche quest’ultimo è destinato a morire?

    7.
    il sogno del transumanesimo: mettere il proprio corpo – o perlomeno il proprio cervello – sotto ghiaccio per il tempo necessario a trovare una cura non per le malattie, ma proprio per la morte, e farci risorgere tutti. A quel punto entreremmo in una società post-morte in cui davvero, a differenza “l’ultimo nemico” sarà sconfitto e potremmo dire, con Paolo: “Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?” (1Corinzi, 15:55). Ma si tratta di fantasie, secondo Pievani, che si scontrano con il fatto che la macchina umana è pensata per invecchiare a partire dall’apice della sua capacità di procreare, segno che – come sostiene Richard Dawkins – non siamo altro che complessi custodi di “geni egoisti” il cui unico obiettivo è quello di riprodursi nel tempo. “La mortalità non è, sul piano evolutivo, una malattia da curare: è una condizione strutturale inscritta in ogni componente della nostra organizzazione fisiologica”.

    8.
    Che dire, infine, della fede nel progresso? Non è forse vero che il progresso scientifico ci spinge sempre più in avanti, ogni volta superando limiti che sembravano invalicabili? “Anche questa, dopotutto, è paradossale rivolta contro la finitudine: sfidare con il sudore la natura ostile e avara da cui proveniamo e che ci condanna a essere mortali”, scrive Pievani. Ma alla fine il filosofo conclude che nemmeno le “magnifiche sorti e progressive” ci garantiranno l’immortalità rispetto alla finitudine. Il progresso è una falsa religione, che nasconde le sperequazioni sociali del mondo, che ha promosso il colonialismo, le guerre e il razzismo, senza contare che, da un lato, il progresso può sempre regredire, come mostra la storia anche recente, mentre dall’altro le soluzioni ai problemi che affliggono l’umanità tendono a creare nuovi problemi. È qui che naufragano narrazioni ingenuamente ottimistiche, come quelle di Steven Pinker, che in libri come Illuminismo adesso (2018) ci mostra in tutta la sua grandezza la trionfale marcia dell’umanità verso il progresso. In realtà, se da un lato molte sfide vengono vinte (pensiamo a quanto sono calati i morti per malnutrizione, alla scomparsa del vaiolo, alla riduzione della povertà estrema), altre ne nascono, cosicché il progresso umano assomiglia molto più all’immagina camusiana di Sisifo, che non a caso ritorna continuamente nel libro di Pievani.

    9.
    Piuttosto che accettare semplicemente la finitudine, dobbiamo considerarla una provocazione, uno scandalo, come il cristianesimo provò per primo a fare. La morte è la contraddizione della vita ed è l’unica certezza del nostro futuro. È in rapporto a essa che costruiamo i nostri progetti di vita e pertanto dobbiamo riservarle un posto centrale nella nostra riflessione. Se, come sostiene Rosa, l’accelerazione sociale è un tentativo di sostituire la promessa trascendentale della vita eterna, allora forse non dovremmo scartare così facilmente questa promessa e trovare il modo di realizzarla anche in un’epoca secolarizzata

    10.
    Sbaglieremmo a credere che la scienza riuscirà a liberarsi dalle sue fantasie escatologiche, perché esse sono strettamente connaturate all’impresa scientifica. La scienza, per sua natura, non può fare a meno di cercare di andare oltre la finitudine. I miti del progresso, dell’espansione spaziale o del transumanesimo non faranno altro che moltiplicarsi in futuro, perché l’essere umano non può fare a meno di sperare in un futuro migliore e in un affrancamento dalla morte, che mette fine a questa speranza

    11.
    Il rabbino e biofisico argentino Abraham Shorka, promotore del dialogo interreligioso, ha proposto di partire da un ripensamento delle categorie di “redenzione” e di “salvezza”, che potremmo usare anche in chiave laica per restituire alla società contemporanea una capacità di agire in vista del futuro. La redenzione (in ebraico geulah) e la salvezza (yeshuah) non significano esattamente la stessa cosa: la redenzione allude “al ritorno a una situazione ideale del passato che è stata compromessa o persa”, espressione della visione ebraica “di una società ideale dove la terra o i beni erano divisi in modo equo tra le famiglie per renderle autosufficienti”, e pur provenendo in ultima analisi da Dio richiede lo sforzo collaborativo degli uomini. La salvezza è invece la liberazione dell’essere “da un’oppressione inerente alla condizione umana”, e nei suoi confronti va riposta fede e speranza, essendo legata alla promessa di Dio. Shorka ritiene che con l’avvento del cristianesimo questi due concetti abbiano preso a divergere, mentre è arrivata l’ora di provare a unirli.

    12.
    Quello che possiamo sperare, dunque, per rispondere oggi alla domanda kantiana, non è riuscire a vincere la morte né finire in paradiso, ma operare nel mondo, generazione dopo generazione, nella speranza che il nostro agire sarà in grado di cambiarlo radicalmente e renderlo più simile a ciò che desideriamo, sapendo che forse questo sforzo non avrà mai fine ma nondimeno provandoci e sperando. Come conclude brillantemente Pievani:
    “Bisogna immaginare Sisifo inquieto. Inquieto non dell’inquietudine di chi insegue piaceri innaturali e non necessari – fama, gloria, onori, potere e ricchezze – ovvero piaceri che non soddisfano bisogno reali e non eliminano il dolore, ma, al contrario, generano affanni e angosce. No: la sua, la nostra, è un’inquietudine costitutiva, una disobbedienza congenita. La finitudine ci lascia infatti senza requie, tormentati. La sappiamo invincibile, ma ciò nonostante la sfidiamo, e così facendo protestiamo contro la morte. Consapevoli della caducità di tutte le cose, ci attacchiamo alla vita fin dal primo vagito, tanto che ci sembra una preghiera il suggere della bocca nei cuccioli d’uomo e animale”.

    TRE COMMENTI SELEZIONATI

    1.
    Giulio Bonali

    La lotta per un futuro migliore e più giusto può ben condursi sulla sorta di una sobria, razionalistica, “epicurea” accettazione della morte e della “finitudine” per lo meno non meno bene ed efficacemente che inseguendo categorie irrazionali come quelle di “redenzione” e “salvezza” (che ben vengano, comunque, nella misura i cui masse umane se ne servono e ne traggono ispirazione in questa lotta).

    2.
    Eros Barone
    Sono d’accordo con l’impostazione e la soluzione che Giulio Bonali, il quale è, ad un tempo, medico, comunista e marxista, dà al problema affrontato dall’autore di questo articolo. Dal canto mio, pochi mesi fa ho sperimentato con dolore e tremore, ‘vivendo’ la malattia. l’agonia e il decesso di mia madre (con tutte le limitazioni, inumane ma indispensabili, imposte dal regime sanitario in questo periodo di pandemia), che cosa possa significare l’incontro, per me non nuovo ma in questo caso terribilmente lacerante, con la morte, con la fase che la precede e con la fase che la segue (in concreto, dall’ospedale al funerale e da questo al cimitero). Sennonché si può dubitare che la morte non sia un fatto naturale, nemmeno nel senso fisiologico, poiché, come è noto, la scienza non è riuscita a dimostrarne la necessità organica e resta canonica la definizione ‘negativa’ di Bichat sulla vita come l’insieme di tutte le funzioni che si oppongono alla morte. Perfino un illuminista come Condorcet faceva notare, più di due secoli orsono, che noi non abbiamo nemmeno nessuna prova di non essere immortali perché nessuno è mai morto di ‘morte naturale’, come la famosa fiammella che si spegne (questo era ciò che desideravo per mia madre, mentre purtroppo le cose sono andate diversamente), ma solo di morte violenta o di malattia, che è pure una forma di violenza. A oltre duecento anni di distanza siamo a quel punto, perché di morte naturale non è mai morto nessuno. Quindi la morte naturale non è un fatto, ma un postulato da attuare, e che se si potrà attuare (dubito che allora scopriremo, come sperava Condorcet, che siamo immortali), si potrà attuare solo in una società che si ponga questo compito.

    2. 1.
    Stralcio:

    A questa altezza dei problemi che si pongono agli uomini dell’inizio del terzo millennio, in un’epoca che, come dimostrano la mancata ‘parusìa’ e l’esistenza stessa della Chiesa (ossia il mancato ritorno di Cristo redentore), è ormai oggettivamente post-cristiana, sarebbe auspicabile che la risposta alle domande di senso e la ricerca di un’alternativa religiosa fossero costantemente misurate sulla realtà dell’‘ateismo pratico di massa’. Si tratta di un presupposto che, nei paesi più evoluti del mondo, ha un’evidenza impressionante, ma che, come tutto ciò che è noto, non sempre è conosciuto. Si può descrivere tale presupposto in questi termini: milioni di uomini in Europa, tacitamente, senza dirlo, sono usciti dal cristianesimo e dalla Chiesa, si sono allontanati dalle prescrizioni religiose in materia di condotta individuale e sociale, hanno adottato modelli di vita completamente schiacciati sulla considerazione della dimensione mondana e immediata come criterio delle opzioni razionalmente valide, hanno smesso il cristianesimo come un vestito non adatto, hanno abbandonato il cristianesimo come se fosse un cimitero che si visita ancora occasionalmente, per motivi specialissimi, ma in cui non si abita e non si vive. Occorre pertanto riconoscere che il capitalismo, in quanto modo di produzione onni-avvolgente della società in cui viviamo, ha pressoché completamente svuotato di senso l’ideologia religiosa, privandola perfino di quella carica che era costituita dal suo potenziale alienante e realizzando letteralmente e fattualmente il trionfo del nichilismo nicciano. Nella situazione che in tal modo si è generata diventa allora sempre più esteso il territorio (fisico, spirituale, politico e sociale) dominato da quelle che Spinoza definiva “passioni tristi”: precarietà, senso di impotenza, paura. Sennonché la religione si nutre di questa paura. Essa vuole che il reale non sia vero e che la finzione sia più vera del reale. La morte che è vera non esiste, ma l’immortalità che non esiste è vera: così è ogni religione. La civiltà, che si è cristallizzata intorno a questo bisogno ontologico-sociale, dovrebbe ora imparare a liberarsene e a vivere secondo ragione. Ma la pandemia con le centinaia di migliaia di vittime che sta causando opera nel senso opposto, spingendo verso un ulteriore ‘ritorno di Dio’. Da questo punto di vista, mi sembra però, pur con tutto il rispetto per la sincerità della fede che può animare tale ‘ritorno’ fra larghe masse di popolo, che non si possa parlare del superamento della ‘impasse’ che ho evocata, ma bensì di un’ulteriore espressione della crisi che attanaglia la cultura della nostra civiltà. Tale crisi si esprime nella drammatica carenza di orientamento e di finalità della cultura borghese in tutte le sue manifestazioni: carenza che nasce dall’intangibile postulato della intrascendibilità dell’orizzonte capitalistico, cui tale cultura non può rinunciare senza perdere la propria identità. Soltanto il socialismo, sostituendo il modo di produzione capitalistico con un’economia pianificata e centralizzata e, in prospettiva, con l’autogoverno dei produttori associati, è in grado di attuare il passaggio dalla competizione concorrenziale alla solidarietà organica della specie umana, dallo sfruttamento dissennato delle risorse naturali ad un uso razionale delle medesime. Esso rappresenta, per la stragrande maggioranza dell’umanità, l’unico effettivo superamento di tale crisi e della ‘Stimmung’ dualistica che la caratterizza: la paura e la disperazione in negativo, la ricerca di una vita degna di essere vissuta in positivo

  26. Fin dal paleolitico superiore ci sono tracce di “religione”, cioè di culto dei morti (dipinti con ocra rossa, rivolti a est, posizione fetale). Quindi le tre religioni del libro (con l’ebraismo che rimonta a poche migliaia di anni) sono da interpretare “nella storia”. Però, siccome la faccenda riguarda il nascere e il morire – e soprattutto, siccome il morire non si riduce alla tautologia epicurea: “finché sei vivo non sei morto, quindi dov’è il problema?” ha detto, ma in realtà quasi mai è un morire naturale, invece arricchito da sofferenze varie – siamo sempre al punto zero. E mi dà solo fastidio, Barone, che mette tra i piedi la “drammatica carenza di orientamento e di finalità della cultura borghese in tutte le sue manifestazioni”!

  27. La peggiore condanna che si potrebbe infliggere all’uomo sarebbe quella di farlo vivere in eterno, privandolo della morte. Non oso pensare a quali relazioni umane si creerebbero sulla terra, visto che in quel poco di tempo che abbiamo per vivere facciamo di tutto per violentarci a vicenda. Verremmo al mondo per essere schiavizzati in eterno. Ben venga la morte, senza rimpianti!
    E ben venga l’idea di una visione escatologica, di una trascendenza che ci faccia sollevare la testa da questa ‘valle di lacrime’; non c’è niente di razionale o di ideologico in questa aspirazione, ma solo una fede vissuta, con l’aiuto di quello Spirito di cui il Cristo è stato portatore e ci ha lasciato in eredità.
    ‘Se Cristo non è risorto vana è la nostra fede’ afferma S. Paolo: contro ogni logica, solo per una esperienza vissuta, da ebreo radicale convertito alla religione di Cristo.
    Mi rendo perfettamente conto che, con queste affermazioni, provoco l’ilarità di chi crede in un socialismo distillato; ma faccio presente che nel mondo ci sono tanti milioni di persone che credono nell’insegnamento del Buddha, di Maometto, di Confucio, di Lao Tse e di altri iniziati.
    Il cristianesimo è uno scandalo, la Parusia non si è ancora manifestata, eppure Gesù ha parlato nel nome del Padre.

  28. “da ebreo radicale convertito alla religione di Cristo” (Casati)
    In generale, i convertiti sono i più tremendi. Devono costantemente rendere conto, a sé stessi prima che agli altri, della bontà della nuova fede rispetto alla vecchia.
    Se poi uno era radicale già nella vecchia…

    @ Casati
    Cos’è il “socialismo distillato”?

  29. Un ripasso del vecchio Lukacs….

    SEGNALAZIONE

    GLOSSE SULLA “ONTOLOGIA DELL’ESSERE SOCIALE“ DI LUKACS (III)
    di Carlo Formenti
    https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/

    Stralcio:

    Nel IV volume dell’Ontologia Lukacs dedica ampio spazio al tema della religione. Qui mi limiterò a evocare sinteticamente tre momenti di questa complessa elaborazione: la religione come fattore della prassi sociale reale; l’illusorietà dell’idea illuminista secondo cui il progredire delle conoscenze scientifiche dovrebbe inevitabilmente emancipare l’uomo dalle credenze religiose; la dialettica fra chiese e movimenti settari. Partiamo dal primo aspetto. Dopo un passaggio in cui afferma che l’arte e la filosofia sono le forme più pure dell’ideologia in quanto non intendono e non possono esercitare alcuna azione diretta sull’economia e sulle strutture sociali con essa collegate, indispensabili per la sua riproduzione sociale, Lukacs prende le distanze da Hegel, il quale le associa alla religione laddove tratta dello spirito assoluto: Noi qui invece la lasceremo da parte, perché essa come fattore della realtà sociale non è mai stata e non è una pura ideologia nel senso ora detto, ma rappresenta anche e soprattutto un fattore diretto della prassi sociale reale degli uomini. E poche righe più in basso, la definisce una forma intermedia sintetica fra la politica e la filosofia (vol. IV, p. 518). Dopodiché motiva questa importanza accordata al fattore religioso nella concreta esperienza umana con la obiettiva difficoltà di controllare le conseguenze impreviste – e imprevedibili in linea di principio – dell’agire teleologico: La prassi quotidianaè sempre avvolta da una cerchia di ignoto che è impossibile padroneggiare completamente. Quale meraviglia, allora, se in questa situazione che varia di continuo sul piano qualitativo e quantitativo, ma che resta costante per il suo tratto di fondo, nella vita degli uomini – nell’immediatezza della quotidianità – la trascendenza coesiste con l’immanenza dell’ambiente conoscibile e viene sentita come realtà in ultima istanza decisiva? (vol. IV, p. 637).

    Ma se il bisogno sociale della religione è relativamente semplice da spiegare, non va dimenticato che nessuna religione socialmente davvero attiva può mai essere un’ideologia a sé, interiormente ben differenziata, come per esempio il diritto e la morale. Piuttosto essa deve costituirsi in una entità complicata, assai articolata e multiforme, per gettare un ponte fra i particolarissimi interessi singoli degli uomini quotidiani e i grandi bisogni ideali di quella data società nella interezza del suo essere-in-sé (vol. IV, p. 672).Dal che si comprende il motivo della definizione della religione come “forma intermedia sintetica fra la politica e la filosofia”; concetto che viene ribadito nel seguente passaggio: Ogni religione comprende in sé tutti i contenuti che in una società normale sono di solito presenti nel sistema complessivo della sovrastruttura, nell’insieme delle ideologie (vol. IV, p. 673)

    Questa sua proprietà di lanciare un ponte fra vita particolare del singolo e questioni generali della società, aggiunge tuttavia Lukacs poche righe sotto, non dovrebbe mai farci dimenticare che tali finalità della vita quotidiana sono, nel loro contenuto, mondane, terrene. Nessuna persona desidererebbe mettere in moto delle potenze trascendenti (cioè non crederebbe alla loro esistenza) se non sperasse di ricevere da loro un aiuto per le sue finalità terrene (vol. IV, p. 672). Questa considerazione può suonare scontata e vagamente banale, ma appare meno banale ove si consideri che questa relazione di do ut des rispecchia una forma consolidata nella totalità delle relazioni sociali: nel cristianesimo, si chiede Lukacs, che altro è la salvezza dell’anima, se non un – pur spiritualizzato – valore di scambio (vol. IV, p. 659).

    È per questo radicamento materiale nelle concrete esigenze e aspettative della vita quotidiana, che la fede non può essere indebolita dalla vita mondana di quegli aderenti a una Chiesa che può anche sembrare un arbitrario non senso nell’ottica dei veri credenti. Ciò perché resta comunque il fatto che un comportamento che sia divenuto sociale non può rimanere in vigore e funzionare in nessuna società – religiosa o laica – se esso in qualche modo, magari con motivazioni distorte, non soddisfi un bisogno sociale reale (vol. IV, p. 631). A maggior ragione – e qui siamo al secondo dei puntianticipati – è priva di qualsiasi fondamento l’aspettativa che la religione debba ritrarsi dal mondo a mano a mano che in esso cresce il livello delle conoscenze scientifiche: quantunque il processo di incivilimento produca di continuo conoscenze nuove intorno alla natura e alla società, cadrebbe di nuovo vittima delle illusioni illuministiche chi pensasse che esse di per sé costituiscano delle armi spirituali contro le estraniazioni, anche contro quella religiosa. Si potrebbe quasi affermare che avviene il contrario (vol. IV, p. 643).

    Quest’ultima affermazione, apparentemente paradossale, si spiega con la complessa analisi storica che Lukacs dedica all’evoluzione del rapporto fra scienza e religione, a partire da quello che definisce il “compromesso bellarminiano”, in ragione del quale il cardinale Bellarmini avrebbe risparmiato Galileo in virtù di un tacito accordo che, mentre concede alla scienza la conoscenza della realtà, ridotta alla mera utilità pragmatica e dunque privata di ogni valenza ontologica, conferma la validità ontologica delle verità della teologia. Un compromesso, argomenta Lukacs, che è stato ulteriormente consolidato da quella svolta neopositivista in campo epistemologico che nega qualsiasi interesse scientifico agli interrogativi “metafisici” sulla realtà (7).

    Passiamo all’ultimo punto che intendo affrontare in questa sotto sezione, vale a dire al rapporto fra chiese e sette. L’elemento politico che distingue la religione dall’arte e dalla filosofia, sostiene Lukacs, consiste nel fatto che la prima, a differenza delle seconde, si dota di strumenti organizzativi attraverso i quali esercita un potere temporale oltre che spirituale. Ciò che distingue le sette dalle chiese è il fatto che esse percepiscono questi apparati di potere, ma soprattutto il loro situarsi oltre il limite di un’azione solo morale, come contrari all’essenza stessa della religione (vol. IV, p. 519). Lukacs approfondisce e articola così – in un passaggio che richiama certe argomentazioni di Max Weber (8) – questa differenza: posto che settae religione si fondano entrambe sulla fede in una verità rivelata, la loro diversità consiste semplicemente nel fatto che le sette sono legate all’immediatezza, all’azione permanente e profonda delle loro dottrine sulla vita personale, per cui riconoscono come propri membri soltanto coloro che accolgono senza riserve le loro dottrine, facendone il filo conduttore della propria vita. Viceversa la religione divenuta chiesa, nella misura in cui punta a una propria diffusione universale per un verso deve organizzare oggettivamente l’appartenenza ad essa mediante istituzioni, per l’altro è costretta (…) a fare di continuo grosse concessioni ai propri aderenti nel campo della fede e soprattutto nella condotta di vita (vol. IV, p. 674).

    Uno degli esempi storici concreti di queste logiche contrapposte, secondo Lukacs, coincide con l’evoluzione storica dal cristianesimo originario al cristianesimo istituzionalizzato, evoluzione in ragione della quale la religione cristiana perde la sua carica “sovversiva”, associata all’attesa della parusia come evento imminente, per convertirsi in una istituzione interclassista e universalista: le speranze sociali degli strati inferiori erano legate alla vicinanza della parusia per cui è evidente come solo lo spostamento all’infinito della sua data potesse garantire il predominio nella religione di un orientamento che li staccava dalla sovversione sociale. Con ciò, naturalmente, si attenuava anche l’originario settarismo plebeo, per far posto a un più organizzato modus vivendi con i proprietari (vol. IV, p. 676).

    Per inciso, Lukacs rimprovera alla critica marxista della religione l’avere trascurato questo originario potenziale sovversivo (senza dimenticare, aggiungerei, il suo periodico ripresentarsi in forme rinnovate). La vitalità e il fascino che la figura di Gesù è riuscita a esercitare nel corso dei millenni è frutto della capacità di evocare tale potenziale. Al tempo stesso, nella vitalità di questa immagine, scrive Lukacs, si esprime il carattere duplice della religiosità settaria: insieme la sua forza e la sua debolezza. La forza deriva dal fatto che le sette autentiche, capaci di muovere e spesso di scuotere a fondo la società, si basano sulle contraddizioni reali che mettono in forte movimento gruppi alquanto estesi fra le persone più avvertite e cercano per essi una via d’uscita degna dell’uomo (…) Di qui, come plasticamente appare nell’opera di Gesù, il loro orientamento in prevalenza plebeo (vol. IV, p. 681).

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