Riordinadiario 2013. Una polemica su Tolstoj

di Ennio Abate

Nel dicembre 2013 ebbi modo di leggere questo saggio: L. Tolstoj Le memorie di un folle, nel frattempo comparso sulla Rivista di psicologia analitica  (qui). Me l’inviò, chiedendomi un parere, l’autore, un certo Baio della Porta, pseudonimo di uno studioso che preferiva non rivelare la sua identità anagrafica. La mia reazione fu  di sconcerto, tanto trovai esasperata e ipersoggettivistica la sua dissacrazione del narratore russo. E risposi con questa lettera polemica di cui non mi pento neppure oggi. Non sono in grado di riportare direttamente il saggio su Poliscritture; e, per farsi  un’idea  precisa delle critiche a Tolstoj di Baio della Porta,  il lettore dovrà  andare al link che ho indicato.  [E. A.]

Gentile Baio Della Porta,

prima di esporle alcuni schietti e approssimativi appunti raccolti alla fine della lettura del suo testo, dichiaro subito di non conoscere il testo di Majakovskij contro Tolstoj, a cui lei si riferisce, sposandone secondo me in modi eccessivamente vincolanti (prendendolo troppo sul serio, insomma…) le idee; e sottovalutando lo scarto tra genere lirico e genere saggistico e pure l’ambivalenza e la finzione che sono  caratteri propri dei testi letterari e di un testo poetico in particolare. Lei a queste cose non bada? Io sì.

1.

Il ragionamento sotteso a tutto il suo scritto pare quello della  contrapposizione Vita/Cultura o, in altri termini, Arte in continuità diretta con la Vita (e la Morte) – Arte che negherebbe Vita e Morte. (Le sue maiuscole non sono casuali). Per lei, Majakovskii è «apologia assoluta del trionfo della vita: gioia totale. Poeta troppo vitale per morire vecchio e decrepito». Tolstoj sarebbe la sua antitesi. È solo alla luce di un vitalismo assoluto che lei può scrivere di Tolstoj:

Il Grande Vecchio muore coerentemente decrepito in tutto: fallito martire del regime, fallito maestro elementare, fallito artista, fallito pensatore, fallito profeta, fallito patriarca, fallito perfino come avvocato, ed infine fallito come mugiko, e fallito folle. Tutte se l'era inventate le fisime, e le follie. La sua follia è qui, non quella che ci  spaccia nelle Memorie di un folle che è un falsus psicologico, la negazione voluta della verità: operazione utilitaristica. Ma è che, la sua follia non mi tocca, non mi brucia, non mi da il tremore e il timore di chi si sa destinato al fuoco.

2.

Un non erasmiano elogio della follia è l’altro tratto tipico del suo scritto che non mi convince. Sulla scia di  alcune considerazioni di Adorno sul rapporto  tra arte e follia, ragiono così: le memorie di un folle non potranno mai essere scritte da uno in pieno stato di follia ma, al massimo, da uno che  ha vissuto periodi – brevi o lunghi – di follia  e ne sia in qualche maniera uscito almeno in parte per tenere la penna  in mano (o maneggiare oggi una tastiera di PC). E mi pare che lei stesso – en passant – lo dica: «Non si è mai sentito dire di un folle che avesse delle memorie», accostando però subito dopo a questa piccola ma incisiva verità un’eccezione, che a me pare non documentata: «che non fossero, anche, folli memorie». Ha qualche esempio su cui farmi riflettere?

3.

Non riesco poi a capire cosa intende per  depensamento. Cito: «depensamento, che pure sarebbe reale, se la memoria fosse folle: poiché il depensare è il ritrovare la follia della propria memoria, attraverso la rimozione. La rimozione si realizza attraverso il depensamento». Né riesco ad entusiasmarmi per la passione che lei dichiara per l’«autentica follia». (E lascio da parte il problema gigantesco di cosa si possa e si debba intendere  per ‘follia’, termine che andrebbe virgolettato e problematizzato).

4.

Né capisco perché lei abbia tanta voglia di “ferire” Tolstoj. Solo perché è «un patrimonio comune a tutti» e a lei piace distinguersi da questi tutti? Mi  pare di coglierne – vi ho già accennato al punto 1 – il motivo in questo altro passo:

«Se non si accetta la Morte e la Vita, non ci si può ferire, ma soltanto si può riferire. Tolstoj non poteva accettare la Donna, poiché non accettava la Vita. Non accettando la Vita, non accettava la Morte. E quindi accettava la Donna come depravazione, peccato, non come Gioia, Piacere, ultimo Desiderio. Il centro della sua angoscia, non la mia, è tutto qui».

Insomma a lei Tolstoj non va perché si sarebbe abbandonato alla « demonizzazione della sessualità» o avrebbe ceduto a una «riduzione della femmina a demonio, della sessualità a vizio, della Vita a vuotaggine.». Non sono un conoscitore delle culture slave e solo qualche volte e  tramite letture indirette (ricordo un testo di Nadia Fusini su Tolstoj vecchio, in urto con la moglie e scappato di casa) mi sono addentrato nella biografia di questo  narratore. Eppure mi  chiederei, prima di arrivare a conclusioni definitive e assolutizzanti come le sue,  in quale periodo della sua vita  Tolstoj la pensasse  nel modo che lei riferisce.

5. Quando poi lei scrive:

«Che me ne faccio di un uomo che non è capace di accettare come pura gioia la sessualità passando attraverso le donne come attraverso il fuoco, e non attraverso « il deserto d'ottusità e di tramortimento »

avendo un minimo di consapevolezza della varietà estrema dei comportamenti umani e accantonando un’analisi di questa sua metafora («passando attraverso le donne come attraverso il fuoco»), le chiedo: perché tutti dovrebbero essere obbligati a provare questa gioia che lei definisce «pura»? perché non ammettere che ci siano persone fredde, non passionali o persino pochissimo passionali? E perché si dovrebbe obbligatoriamente arrivare ad accettare la morte (anzi la Morte con la maiuscola), quando sappiamo  che la morte (con la minuscola) – accettata o meno – viene per tutti? Non vedo, dunque, quale merito in più ci sia per chi arrivasse ad accettarla «pura».

6. Un altro motivo della sua ostilità a Tolstoj riguarda la sua professione di non violenza:

«Le critiche, i divertimenti e i sarcasmi, per esempio di Cernysèvskij, Dostoevskij, Cechov, Majakovskij e altri sono giustamente spietati e mirano al centro della cosiddetta non-violenza che è principio malsano e capace di uccidere la vita più che far trionfare la vita»

Ora, pur avendo ricevuto un’educazione cattolica fino all’adolescenza, mai sono riuscito a condividere l’ideologia della non-violenza, non vedo la questione violenza/non violenza in termini moralistici. Non considero, cioè, la non-violenza uno scandalo o qualcosa di più dannoso e pericoloso della violenza, come mi pare di intuire dal suo scritto. Vedo la violenza – e qui forse non siamo d’accordo – come un dato storicamente variabile (non ontologico e immutabile) da controllare politicamente. Perciò non capisco la sua accusa:

«Tolstoj, purtroppo, non fece soltanto male a se stesso con la sua follia — cosa che sarebbe stata auspicabile, fece del male a tantissima gente, direttamente o no, ma comunque è responsabile di tantissime morti.»

In che senso, mi scusi?…

7. Un’altra accusa a Tolstoj è di non essere stato un artista. Ma perché mai Tolstoj, predicando che «la poesia che non commuove il cuore di un contadino non è poesia» e difendendo in base al suo cristianesimo una poesia pedagogica, si sarebbe posto fuori dal’arte o dalla poesia?  C’è forse  un unico modo di essere artisti?

8. Dovrei continuare a obiettare su tanti passaggi. Ad esempio:

 Mi sarebbe  piaciuto riferire dei tentativi di volo che avrebbe voluto compiere Tolstoj, che non furono, tuttavia, tutti insinceri, ma goffi senza rimedio e pericolosi per gli altri
 E non possedeva nemmeno il dono dello stupore. Lo stupore fu il marchio e il privilegio concesso dalla Natura soltanto a Pasternak.

ma mi fermo. Di fronte al suo ipersoggettivismo ,  a un modo di misurare gli altri partendo da se stesso e fermandosi al proprio modo di sentire [1], sento una inattaccabile (dalla critica) mancanza di generosità, un giovanilismo dissacrante,  avanguardista  o goliardico («Senza Tolstoj avremmo riso di meno. Ci sarebbe mancato un termine di paragone con le comiche finali!»). Lei non vuole fare i conti con la storia, le varietà e variabilità dei comportamenti umani  e segue un suo sogno di purezza e autenticità troppo gelosamente  e – mi permetto di dirlo – narcisisticamente custodito. Non nego che anche con un atteggiamento del genere si possa fare poesia , ma è quel tipo di poesia che posso ammirare per poi passare ad altro, perché mai potrò condividere il sostrato inconscio a cui attinge.

9. Per finire. Mi pare che lei si abbandoni con troppa facilità ai paradossi a prima vista eleganti e sorprendenti (ad es. «Coi folli è necessario essere folli») .  O agli abili slittamenti dei significati (riferisce/ferisce; rimette/dimette; differire/dissentire; come ad es.: «Tolstoj riferisce. Majakovskij, ferisce»). Sotto questo notevole armamentario retorico, però, a me pare si nasconda una gerarchia morale ed estetica, che lei non è disposto più a mettere in discussione. Ama  gli scrittori che “feriscono” ma scrivere non è sempre e soltanto ferire. E poi in fin dei conti – e lei stesso lo ammette – Tolstoj  almeno una volta ferisce:  «Timidamente, forse, soltanto con La morte di Ivan Il’ic (Saintsbury)». Non potrebbe accontentarsene?

Nota

 [1] Cito:  «sono sempre stato distantissimo!) dalla trasgressione di Tolstoj, poiché la sua fu una trasgressione per mentecatti, funzionale e strumentale secondo le circostante, opportunista, fideista, pro e contro i creduloni e i sinceri, pro e contro i Tranquilli di ogni ceto e di ogni popolo».

37 pensieri su “Riordinadiario 2013. Una polemica su Tolstoj

  1. “Personalia” in margine.
    1) Diffido dei critici che odiano i testi che criticano: dei critici critici e dei critici dei critici critici. Non l’odio del testo, ma la sua comprensione storica e filologica sono alla base della critica corretta, si trattasse pure del «Mein Kampf».
    2) Ho letto Tolstoj da lettore di media cultura e da lettore ingenuo, adolescente e in giovinezza: mi ha sempre rapito, emozionato, interessato. Non chiedo di più a un autore. Anche i più rari incontri in età avanzata e più esperta mi hanno fatto lo stesso effetto. Da ciò deduco – a torto o a ragione – che Tolstoj è davvero uno dei massimi scrittori del suo tempo e forse di tutti i tempi.
    3) Per me un libro vale la pena di essere letto quando produce almeno una delle tre reazioni seguenti: a) Diverte (e nel divertimento è compreso il piacere estetico, anche quello delle lacrime). b) Interessa per uno o più motivi e aiuta a chiarire qualcosa che la vita ci pone e propone. c) Ci serve da spinta e da documentazione per andare oltre.
    Tolstoi mi ha prodotto sempre tutte e tre le reazioni insieme, compresi gli scritti sulla non violenza. Sebbene non sia disposto a condividere fino i fondo l’entusiasmo di Gandhi: «La sua lettura [di Tolstoj] mi entusiasmò. Ne ebbi un’impressione indimenticabile. A quel tempo io credevo nella violenza. Quel libro mi curò dallo scetticismo e fece di me un fermo credente nell’ahimsa». “Ahimsa”, traducibile in italiano solo in modo approssimativo come “non violenza” e “assenza del desiderio di violenza”. Né sono del tutto d’accordo con il fondamento evangelico della non violenza per Tolstoj, essendo, a mio parere, la non violenza evangelica solo un tipo, uno dei tanti tipi, di non violenza giustificabili da punti di vista diversi, e per me prevalenti quelli sociali e politici.
    4) Prima di passare al liceo come docente di Storia e Filosofia, ho insegnato alcuni anni alle elementari. Ho messo a disposizione dei miei ragazzi alcune decine di libri che ritenevo adatti. Fra questi «I quattro libri di lettura» scritti / compilati da Tolstoj e dedicati «a tutti i fanciulli, da quelli della famiglia imperiale a quelli dei contadini, perché ne traggano le loro prime impressioni poetiche». Ed è stato uno dei libri più letti, spontaneamente scelto, dai miei allievi, insieme – non in concorrenza – con libri di Kipling e di pochissimi altri autori che hanno saputo davvero scrivere sia per ragazzi sia per adulti, sia per lettori ingenui sia per lettori esperti.

  2. Aggiunta, pensata mentre leggevo il testo di Ennio Abate ma poi dimenticata scrivendo qui direttamente il mio commento.
    5) Le memorie folli di un folle ci sono, più di una, raccolte da Saverio Tutino e dai continuatori della sua opera nell’Archivio Diaristico Nazionale. Qualcosa è stato pubblicato: rattristano dove si notano le ferite della follia e interessano dove, nonostante la follia, emerge l’originalità sotto forma di metafore creative, di lampi insoliti, di trasgressioni del pensiero in cui si riflette, spesso in modo inconsapevole, un dolore esistenziale che è critico nei confronti del modo di vivere prevalente dei “non folli” . Ma la follia vera, qualunque idea si abbia della follia, è perlopiù sofferenza, sofferenza e sofferenza. E, per empatia, sofferenza nel vedere la loro sofferenza. Ho conosciuto dei folli veri, non quelli tipo persona strana, o scemo del villaggio, che spesso sono simpatici e permettono di intrattenere con loro buone relazioni, ma quelli completamente sfasati, completamente incapaci di una vita autonoma – salvo in qualche periodo di miglioramento – , quelli presi da manie che alzano barriere di incomprensione e di distanza anche rispetto ai familiari e agli amici. Non c’è letteratura in questa follia, anche quando la “mania” si esprime, o meglio vorrebbe esprimersi, in forme letterarie, perché non c’è controllo, e nemmeno consapevolezza, dei propri mezzi e di quelli che si usano.
    Che dire a uno che si crede grande scrittore, rifiutato da tutti gli editori, che mi consegna un grosso dattiloscritto chiedendo il mio parere e nelle cui pagine trovo qua e là pensieri anche brillanti ma affogati in un mare di parole senza grammatica, senza sintassi, senza nessun filo logico, in un vagabondare a frasi sciolte e slegate? Ecco, si potrebbe dire che forse aveva, prima della follia, qualche capacità letteraria che poi la follia ha fatto evaporare.
    O a un mio vicino di casa che incontro spesso mentre passeggia avanti e indietro in cento metri di marciapiede (dal quale non si allontana mai da solo), che mi ha fatto leggere due suoi libri (gli unici scritti e fatti stampare a sue spese) nei quali leggo, ora in forma più diretta ora in forma estravagante, la storia di un giovane studente, di buona famiglia, fidanzato, che a un certo punto è “catturato” dalla patologia psichiatrica, non riesce più a proseguire gli studi, viene lasciato dalla fidanzata, passa un lungo periodo in clinica e, quando ne esce, ne esce per passeggiare sul marciapiede di casa e ritornare in clinica di tanto in tanto. Non più capace di riprendere in mano la sua vita. Due libri scritti nel primo periodo della malattia, quando ancora lo scrivente conservava momenti di lucidità, alternati a momenti di schizofrenia che la scrittura documenta prendendo l’aspetto di narrazione senza sequenza logica, con sintassi disturbata (molto diversa dalla sintassi di chi scrive senza sufficiente cultura; quella del folle è una sintassi senza radice, o meglio con la radice in un modo di pensare “onirico”, con strani salti, con strani vuoti, con strane affermazioni). E poi anche la “terapia” della scrittura è venuta meno e ora, a distanza di anni, se provo a chiedergli cosa fa e se intende scrivere ancora, sembra avere quasi dimenticato del tutto quei due libri e le sue intenzioni di scrittore. Pieno di psicofarmaci che ne bloccano la malattia ma anche la vita e il pensiero.
    E si potrebbe continuare con altri esempi di vita vissuta. Solo i “borderline” i cui disturbi non siano abbastanza gravi da essere incontrollabili riescono (e anche di questo ho un esempio pratico in un mio conoscente) a scrivere normalmente, bene o male secondo le capacità letterarie, ma con pieno possesso delle proprie facoltà.
    Un esempio a livello di alta letteratura potrebbe essere quello di Hölderlin, che continuò a scrivere fino alla morte. I suoi disturbi mentali sono riflessi nella sua scrittura, in modo via via più accentuato, ma credo però che fosse un borderline con momenti di lucidità, non un folle / schizofrenico completo.

    1. Concordo con Luciano Aguzzi. Nel numero prova del 2005 del cartaceo di Poliscritture (scaricabile dal sito), a proposito di uno scritto, “Alda Merini e l’erotismo polimorfo del materno” di Loredana Magazzeni, ripetevo osservazioni critiche simili a queste fatte a Baio della Porta:

      Mi chiedo: è il manicomio che crea la perla Merini? che è un punto di osservazione privilegiato? che santifica e permette di guardare gli Abissi? è il dolore la base della poesia? E non posso che ricordarmi di Adorno, che contro l’equiparazione romantica di genio e follia diceva che la poesia non è mai frutto della follia ma della resistenza del poeta alla follia. Si è tanto spesso discusso se la forza poetica di Leopardi derivasse dalla sua gobba o dalla sua infelice esperienza personale di malaticcio, solitario e senza donne. Lui lo escludeva contro il cattolico Tommaseo. I critici più seri hanno dimostrato a sufficienza che quel determinismo non c’è. E io penso che la Merini si sbagli di grosso nell’indicare la causa della sua poesia nella sua esperienza manicomiale

      1. È vero ciò che dice Adorno: la poesia è una resistenza alla follia, ma questa, a volte, prende lo stesso il sopravvento e nessuna resistenza gli resiste. Ben lo sapeva Christian Tito, amico e poeta, che di questo male fu vittima, di una “versione” del male poiché, come giustamente osservi Ennio, le sue forme sono innumerevoli così come le forme dell’arte e del desiderio.
        Non conosco a fondo Tolstoj, mi sono avvicinata solo di recente ai grandi scrittori russi, ma quello che ho letto mi ha sempre affascinata e rapita, come ogni vera narrazione deve fare. Non conosco nemmeno il contenuto della critica fatta da questo autore cui tu rispondi ma ho come la sensazione che scambi l’ardore rivoluzionario per “vera” letteratura a prescindere. Ma posso sbagliarmi. Leggendo queste tue note mi sono posta nuovamente una domanda sugli artisti che che mi ha fatto riflettere diverse volte senza però mai trovare una risposta convincente: perché molta arte (in generale) è considerata tale soltanto se viene da autori (in generale) tormentati? Perché non si può considerare arte sublime allo stesso modo quella che proviene da autori che non necessariamente soffrono?
        Un caro saluto.

  3. Scrivo di getto perché queste critiche velenose rivolte a Tolstoj mi lasciano basìto. Apprezzo sinceramente la pazienza di Ennio Abate di rispondere punto su punto a queste farneticazioni. Tolstoj non è stato solo un maestro della letteratura, ma anche un maestro di vita. Nei suoi libri si respira la grandezza della terra russa, l’amore per questa natura, l’ammirazione che egli nutriva verso i contadini, che considerava come i veri sacerdoti di questo immenso altare. In Guerra e Pace si può dire che i protagonisti riflettano ciascuno una parte dell’anima di Tolstoj, l’affresco storico che egli traccia è ricchissimo di valori oltre che di considerazioni storiche; in Anna Karenina dimostra una comprensione e una pietas verso la donna che ha pochi uguali nella letteratura. Potrei allungare la lista ad libitum, ma basta così. E’ pur vero che nell’ultima parte della sua vita egli è scivolato verso un assolutismo religioso poco umano, specialmente nei confronti dei suoi familiari, ma questo fa parte di un cammino interiore esasperato anche dai contrasti con la Chiesa ufficiale. Anch’io, come Luciano Aguzzi leggevo ai miei alunni ‘I quattro libri di lettura’, convinto di andare sul sicuro. Tolstoj rimane uno degli scrittori più equilibrati e più ricchi di contenuti di tutta la letteratura, di quelli che si fanno leggere e rileggere e che hanno contribuito a mettere le fondamenta di una moderna e cristiana civiltà.

  4. … avreste dovuto far conoscere e leggere ai Vostri allievi del liceo – I canti di Maldoror _
    di Isidor Ducasse , conte di Lautreamont… ..

    ….questa Vostra difesa ad oltranza di Tolstoj mi commuove e mi fa piangere fino a farmi ridere… da morirne.
    ….avreste dovuto far conoscere e leggere Ferdinand Celine , Joyce e non Tolstoj qualsiasi…
    …. cari benpensanti schizzinosi che amate il morbido letto privo di spine…
    ….alla fine della sua vita perfino Cechov lo rifiutò, il Tolstoj che aveva amato e di cui non sopportava già da tempo i moralismi, le ipocrisie sotto ogni forma, preferendo il moderno che s’affacciava col nuovo secolo..
    —–

    Ma una interessante suggestione avvicina Majakovskij a Cechov a proposito dell’elettricità e del vapore. Nel 1892 esce di Cechov il racconto satirico “La sala numero sei” che è contro la filosofia di Tolstoj, di cui da troppi anni s’era fatto influenzare. In una lettera all’amico Suvorin scrive:” La morale tolstojana ha cessato di toccarmi fino sin fondo all’anima. Ciò per il fatto che il sangue che cola nelle mie vene è sangue di mužik… Quanto alla filosofia tolstojana, ne sono stato soggiogato per quasi 17 anni! Ma ora c’è qualcosa in me che protesta: la ragione e il senso di giustizia mi dicono che nell’elettricità e nel vapore vi è più amore del prossimo che nella castità e nel rifiuto di mangiare carne.”(in “La steppa. Cechov, Garzanti 1966, p.12).

    ——————————-
    …sono i testi come quello che su ho indicato che formano e non le lamentazioni morali-religiose ecc. di uno scrittore già beffeggiato nella sua terra da alcuni poeti simbolisti e ancora e finalmente dai poeti futuristi russi, Majakovskij per primo – [andate a leggerveli ] che sapevano come stavano le cose in casa propria.

    Soltanto il Pasternak della prosa ha seguito Tolstoj [ricordava questi da bambino restandone ammaliato], ha poi fallito col romanzo [Dottor Zivago] poi che ha voluto in qualche modo imitarlo—- mentre il Pasternak delle poesia

    B. D. Porta… avreste dovuto far conoscere e leggere ai Vostri allievi del liceo – I canti di Maldoror _ di Isidor Ducasse , conte di Lautreamont… ..

    ….questa Vostra difesa ad oltranza di Tolstoj mi commuove e mi fa piangere fino a farmi ridere… da morirne.
    ….avreste dovuto far conoscere e leggere Ferdinand Celine , Joyce e non Tolstoj qualsiasi…
    …. cari benpensanti schizzinosi che amate il morbido letto privo di spine…
    ….alla fine della sua vita perfino Cechov lo rifiutò, il Tolstoj che aveva amato e di cui non sopportava già da tempo i moralismi, le ipocrisie sotto ogni forma, preferendo il moderno che s’affacciava col nuovo secolo..
    —–
    …sono i testi come quello che su ho indicato che formano e non le lamentazioni morali-religiose ecc. di uno scrittore già beffeggiato nella sua terra da alcuni poeti simbolisti e ancora e finalmente dai poeti futuristi russi, Majakovskij per primo – [andate a leggerveli ] che sapevano come stavano le cose in casa propria.

    Soltanto il Pasternak della prosa ha seguito Tolstoj [ricordava questi da bambino restandone ammaliato], ha poi fallito col romanzo [Dottor Zivago] poi che ha voluto in qualche modo imitarlo—- mentre il Pasternak delle poesia

    B. D. Porta

  5. Se Tolstoj potesse leggere Celine o Joyce si interesserebbe delle loro novità formali ma, soprattutto ne condividerebbe le istanze umanitarie; perché, diversamente dai lettori superficiali, ne comprenderebbe il travaglio interiore derivato da una storia, quella del Primo Novecento, che ha creato nell’uomo una frattura profonda fra realtà e coscienza.
    Il filo che unisce e si dipana nel corso della storia della letteratura, a partire dagli antichi, non è mai venuto meno anche se, a volte, sembra spezzarsi. La narrativa di Kafka o il teatro di Beckett, per chi li sa leggere, rappresentano proprio questo; così come, dalle nostre parti, ‘Cristo si è fermato e Eboli’ o ‘Se questo è un uomo’, o ‘Il male oscuro’.
    Baudelaire e Lautreamont, così come Majakovskij e altri occupano, a pieno diritto, degli scampoli di un abito che veste anche loro.
    A ciscuno, poi, le proprie scelte, in piena libertà!

  6. “Baudelaire e Lautreamont, così come Majakovskij e altri occupano, a pieno diritto, degli scampoli di un abito che veste anche loro.” (Franco Casati)

    Notare “scampoli”. Faremo sapere a Baudelaire che occupa uno scampolo.
    Splendido esempio degli enzimi digestivi della Chiesa Cattolica che, regolarmente falliti i tentativi dapprima intrapresi di espellerli, riesce a ingurgitare anche i bocconi che dovrebbero strozzarla, li sottopone al sapiente lavoro dei suoi succhi dissolventi e li risputa dall’altra parte omologati e totalmente irriconoscibili.

    1. la difesa ad oltranza di Tolstoj …
      \\\Se Tolstoj potesse leggere Celine o Joyce si interesserebbe delle loro novità formali ma, soprattutto ne condividerebbe le istanze umanitarie\\\
      ——————————ma che scrivete!
      Tolstoj scrisse
      \\\ Una cosa terribile questa continua preoccupazione della forma! – e aggiungeva\\ \poi che la forma ha per fine di mostrare il contenuto, essa sarà tanto migliore tanto, tanto piu perfetta, quanto piu semplice\\\ …
      …….e quando mai la forma ha avuto questa funzione!
      inoltre scrive di miglioramenti e di perfezioni senza rendersi conto di quanto afferma
      [da E. Lo Gatto, La letteratura russa moderna, Sansoni\Accademia 1968 pag. 383.]…
      …. \\\strano che non fosse capace di intendere quel che di vivo era nelle nuove correnti che cercavano di rinnovare la vita letteraria in Occidente e in Russia… egli risolveva a suo modo, ma non in contrasto con quanto come artista aveva creato…\\\

      di certo era scaltro..

      as

  7. @ Sagredo

    Non vedo nessuna «difesa ad oltranza di Tolstoj» e nessun benpensante schizzinoso tra i commentatori. È la liquidazione di Tolstoj di Baio della Porta che è sgangherata, fuori misura e di una partigianeria avanguardistica ormai in ritardo, anche se tenta di appoggiarsi ad autori russi di grande valore. Perché sbandierare oggi Lautreamont o Céline contro Tolstoj, come se dovessimo ridurci a fare i tifosi o dei buonisti o dei cattivisti anche in letteratura? E non si possono rifiutare i moralismi e le ipocrisie religiose dello scrittore russo senza sbeffeggiare tutta la sua opera? O distanziarsi dalla sua filosofia, che alcuni possono ancora condividere e altri non più, ma riconscere il grande valore artistico e umano dei suoi capolavori, come si fa con Dante, Céline e tanti altri?

    @ Casati

    Se la storia del primo Novecento (penso che alludi alla Prima Guerra mondiale e alla Rivoluzione russa) « ha creato nell’uomo una frattura profonda fra realtà e coscienza», temo che abbia spezzato o quantomeno sfilacciato anche « Il filo che unisce e si dipana nel corso della storia della letteratura, a partire dagli antichi». Continuità e fratture andrebbero valutate da vicino e senza illusioni.

  8. Ad Antonio Sagredo e al suo umorismo radical-chic vorrei ricordare che ‘Guerra e Pace’ viene giudicato da molti come il miglior romanzo europeo dell’800, visto che Tolstoj è incapace di intendere e di volere! Gli consiglio di coltivare il suo orticello poetico e di lasciar perdere le immense distese boschive e steppose della Russia.
    A Elena Gramman vorrei chiedere cosa c’entro io con gli enzimi digestivi della Chiesa Cattolica…
    In una nota precedente ho letto della sua furia distruttiva nei confronti della Chiesa: spero che salvi almeno me, povero cristiano, altrimenti non potrò più interpretare i suoi sogni…
    Nei confronti di Ennio Abate mi dichiaro più ottimista di lui, pur condividendo il suo stesso pensiero.
    Con l’occasione auguro ad Elena Gramman, ad Antonio Sagredo, ad Ennio Abate e a Luciano Aguzzi un sereno e felice anno nuovo. Ci risentiremo l’anno prossimo ( a Dio piacendo).

  9. radical-chic…

    non so cosa significhi, per cui…
    sopporto anche questa definizione gratuita
    —————————————————————————————————–

    e comunque rinnovo gli auguri per tutti

    almeno si finisce col botto in qualche modo

    comunque meglio fuori misura \come deve essere la POESIA futura\ che nei ranghi

    putrefatti
    e comunque rinnovo gli auguri in buona fede
    e proteggetevi

    a.s.

  10. Casati…
    — Ad Antonio Sagredo e al suo umorismo radical-chic vorrei ricordare che ‘Guerra e Pace’ viene giudicato da molti come il miglior romanzo europeo dell’800, visto che Tolstoj è incapace di intendere e di volere! Gli consiglio di coltivare il suo orticello poetico e di Ad Antonio Sagredo e al suo umorismo radical-chic vorrei ricordare che ‘Guerra e Pace’ viene giudicato da molti come il miglior romanzo europeo dell’800, visto che Tolstoj è incapace di intendere e di volere! Gli consiglio di coltivare il suo orticello poetico e di lasciar perdere le immense distese boschive e steppose della Russia.
    —————————————————————————————-
    Signor Casati ,
    Lei a Sagredo non è in grado di dare alcun consiglio perché quando dice di Tolstoj sono- fritture di vecchie cotolette- [M]ajakovskij]
    Lei non possiede gli strumenti critici letterari e filologici specificatamente slavistici -come me – per dire qualcosa su questo scrittore russo come su tutti gli altri…
    non conosce la lingua russa intanto, non conosce la storia letterari russa come uno slavista ecc.
    — se lo metta bene in testa che le sue banalità critiche sono ridicole…
    …la sua pochezza da provinciale gli fa dire sciocchezze che io debba — lasciar perdere le immense distese boschive e steppose della Russia.— territori che conosco molto bene per esserci stato come studioso, e non certo come potrebbe fare lei da semplice turista appena informato…
    … e il mio orticello poetico gli è vietato di calpestare perché non riconoscerebbe la gramigna dalla cicoria… lei non sarebbe capace nemmeno di comprendere un mio solo verso, il mio orticello è un campo minato e lei salterebbe subito in aria!

    … Tolstoj : viene giudicato da molti come il miglior romanzo europeo dell’800…
    e allora fuori i nomi di questi illustri studiosi! Che esistono, ma sono limitati!
    Ma lei che ne sa della vita privata di Tolstoj! , che dai suoi contadini e non solo, veniva definito come lurido vecchio! Per non riferire di altre cose immorali…
    Ha certamente letto cosa pensava Cechov di Tolstoj, un qualcosa che non avrebbe mai saputo, e allora uno slavista serve anche a riferire a chi non è del mestiere…
    ma Lei è capace soltanto di offendere… e quel poco che sa di Tolstoj le sembra tutto chi sa cosa!
    …e stia al suo posticino poi che Lei della steppa non conosce il profumo e la storia.
    E non mi secchi ancora con le sue chiacchiere e come diceva Puskin: non perdere tempo con gli sciocchi!
    ——————————————————————-

  11. Ad Antonio Sagredo un saluto da Verona, città di Dante e di Shakespeare, dell’Arena tempio della lirica e dello spettacolo; di San Zeno, Vescovo Moro.
    Agli insulti rispondo porgendo l’altra guancia.

  12. …spero non fuori tempo massimo, vi faccio gli auguri di Buon Anno…
    Mi è sembrato che il tema principale del post fosse la follia, che poi un anonimo autore attribuisce a L. Tolstoj, follia contestata da Ennio Abate e da molti…Sono d’accordo che Tolstoj non conobbe la follia come malattia conclamata che comporta grande sofferenza mentale e fisica e cure pesanti…Se mai la follia di un tormento interiore che porto’ il grande scrittore alla ricerca, senza sconti, della verità e della perfezione morale, cosa che gli costo’ rotture dolorose, soprattutto in ambito familiare…Alla fine della vita, dopo 48 anni di matrimonio, trovo’ la forza di lasciare moglie e figli, senza peraltro raggiungere la meta della fuga, infatti mori’ durante il viaggio e le sue ultime parole sembra che fossero: “Bisogna svignarsela”…Una resa nei confronti della vita? Mi ha colpito questo aneddoto…Forse perchè in contrasto con la forza e la lucidità dell’arte narrativa di L. Tolstoj…D’altra parte nella complessità e nelle contraddizioni si muove l’animo umano, arricchito proprio da quest’ultime se appartiene alla persona che scrive di un mondo come quello russo pre- rivoluzione…All’ist. Magistrale lessi “La scuola di Jasnaia Poljana”, dove si espone l’esperimento didattico che L.T. porto’ avanti nella sua tenuta con i figli dei contadini..per certi aspetti l’avevo accostato a quello di Don Milani nella scuola di Barbiana, ad esempio gli orari flessibili, per venire incontro agli impegni lavorativi degli alunni, il rapporto di stima profonda verso il fanciullo-contadino…Sono presenti anche pagine di alta prosa poesia, vi si racconta quando il “maestro” accompagnava dopo le lezioni i suoi ragazzi sino alle loro isbe, quasi notte nella tormenta di neve..tanti anni fa ho letto anche i suoi capolavori letterari, straordinari.
    Piu’ recentemete, della scrittrice saggista Grazia Livi, ho letto “Lo sposo impaziente” , un racconto, tratto dai diari della moglie di L. T., Sofia, in cui la figura dello scrittore emerge non sempre nelle sue caratteristiche migliori, del resto in linea con i tempi patriarcali e la società aristocratica a cui apparteneva…C’è pure Tolstoj asceta del “Discorso della Montagna”, che ebbe numerosi seguaci e si espresse a favore della non-violenza, dell’abolizione della proprietà privata e per la distribuzione della terre ai contadini…quante anime…la “follia” umana

    1. Anch’io qualche anno fa ho letto “Lo sposo impaziente” di Grazia Livi e la metamorfosi dello sposo in una bestia mi aveva fatto un certo effetto. Del resto, anche la “Sonata a Kreutzer”…
      Ma se è stato contemporaneamente un romanziere realista e un vagheggiatore di utopie religioso-sociali, bisogna supporre che in lui ci fossero almenodue anime.
      Buon anno anche a te, cara Annamaria!

  13. Devo dire che non mi piace la piega presa dal dibattito, per due motivi principali:
    1) Gli insulti, che trovo sempre inappropriati in un dibattito che dovrebbe unicamente basarsi sulle ragioni della ragione e sulle argomentazioni che la sorreggono e l’esprimono.
    2) Le battute ironiche, le frasi svolazzanti, che a volte possono servire a corredo, ma mai in sostituzione delle argomentazioni.
    Mi pare che la responsabilità maggiore, ai miei occhi di lettore, della scivolata verso interventi inappropriati e comunque per me privi di interesse, sia di Antonio Sagredo.
    Già altre volte ha preteso di chiudere la bocca a chi lui considera incompetente non spiegando in modo argomentato e comprensibile perché siano incompetenti, ma affermando che lui sì che se ne intende e che conosce il russo ed è uno slavista.
    Se è così competente, lo dimostri con le argomentazioni, e trattandosi, questo, di un blog per non specialisti, con argomentazioni umili e divulgative, rispettose sia della competenza sia dell’incompetenza degli interlocutori.
    O se non crede di doverlo e poterlo fare, se crede che non valga la pena di «perdere tempo con gli sciocchi!», allora non lo perda, taccia. E tenga per sé una competenza che dai suoi interventi appare sia dubbia sia maligna.
    ***
    I meriti che ha accumulato per le sue opere, documentate nei volumi editi e in interventi online per forma e contenuto leggibili, gli saranno comunque riconosciuti.
    ***
    Per i lettori che non avessero capito che Antonio Sagredo e Baio Della Porta sono la stessa persona, lo dichiaro qui. Sagredo, nato a Brindisi il 29 novembre 1945, ha usato qualche volta lo pseudonimo Alberto Di Paola, che, anagrammando, si trasforma in Baio Della Porta.
    Sagredo risiede a Roma e ha pubblicato alcuni volumi di poesia:
    “Testuggini” (Tortugas) Lola editorial 1992, Zaragoza;
    “Poemas”, Lola editorial 2001, Zaragoza.
    “Capricci” (2016), GSE Edizioni, poesie, con saggio introduttivo sull’autore a cura di Donato di Stasi.
    Altre poesie in varie riviste e blog. Ha inoltre pubblicato articoli o saggi in periodici, fra cui in “Rivista di Psicologia Analitica”, 1984, con lo pseudonimo di Baio della Porta, il saggio “Leone Tolstoj – le memorie di un folle”. Ha usato lo stesso pseudonimo per altri articoli, fra cui uno intitolato “A. M. Ripellino e il Teatro degli Skomorochi, 1971-74”. Con diversi pseudonimi ha curato traduzioni di poesie e poemi di poeti slavi: Il poema: “Tumuli” di Josef Kostohryz , pubblicato in «L’ozio», ed. Amadeus, 1990; “Il becchino assoluto” (in «L’ozio», 1988) di Vitězlav Nezval; poesie scelte di Katerina Rudčenkova, di Zbyněk Hejda, Ladislav Novák, di Jiří Kolař, e altri in varie riviste italiane e ceche. Recentemente nella rivista «Poesia» (settembre 2013, n. 285), ha presentato per la prima volta in Italia a un vasto pubblico di lettori: Otokar Březina- La vittoriosa solitudine del canto (lettera di Ot. Brezina a Antonio Sagredo).
    Ma qualunque sia la competenza di slavista di Antonio Sagredo, ripeto, difendere le proprie posizioni con interventi sprezzanti e non con argomentazioni, magari anche pazienti e divulgative, non fa buona impressione. Almeno a me.
    ***
    Nota: traggo le notizie biografiche dal sito: https://ilsassonellostagno.wordpress.com/tag/antonio-sagredo/

  14. Bene, il Prof. Aguzzi ha detto la parola definitiva e chiuso la questione (comunque già abbastanza conclusa per progressivo esaurirsi del combustibile).

    Una curiosità: ma davvero Ennio Abate non sapeva che Baio della Porta è Antonio Sagredo? O ha intenzionalmente dato fuoco alle polveri per regalarci uno spettacolo pirotecnico di fine d’anno?

  15. @ Elena Grammann e a tutti/e

    Baio della Porta è Antonio Sagredo. Lo sapevo ma non ho preordinato nessuno “spettacolo pirotecnico”. Anzi, per evitare che le note a Tolstoj di Giorgio Riolo, sulle quale lui dissentiva, fossero oggetto dei suoi commenti pesantucci e alquanto arroganti, com’era accaduto con l’articolo di La Grassa su Oblomov, avendomi inviato il pezzo di Baio della Porta come esempio modello del suo punto di vista, ho proposto di linkarlo accompagnato dalle critiche che già gli avevo fatto nel 2013. Questa scelta – dare voce a Riolo ma anche a Sagredo – è stata basata ancora una volta sulla regola ideale del confronto ( o “critica dialogante”) tra posizioni diverse e a volte anche in contrasto adottata fin dalla fondazione di Poliscritture.
    Di solito i commentatori e redattori la rispettano autonomamente. Ma ci può sempre essere chi la rifiuta e la trasgredisce. (Trascuro qui ogni analisi delle cause o delle motivazioni). Di fronte alla trasgressione c’è da valutare la giustezza o meno dell’atteggiamento individualistico, che io ho sempre criticato. L’intervento di Luciano Aguzzi, che condivido, chiarisce bene quale sia la posta in gioco.

    1. In questa faccenda ci sono diverse cose che mi sfuggono (es. il ruolo di Giorgio Riolo). Però, se si sceglie di pubblicare una serie di note (le tue) a un testo (linkato) di notevole virulenza, mi pare che ci sia un po’ di cattiva coscienza nell’aspettarsi commenti pacati e ragionevoli.
      Antonio Sagredo, sulle cui capacità autoriali non esprimo alcun giudizio perché le sue poesie sono troppo difficili per me, non è Thomas Bernhard. Tuttavia la sua manovra nei confronti di Tolstoj ricorda le manovre dissacratorie di Bernhard nei confronti di analoghi mostri sacri: Stifter, Heidegger, Goethe.
      Lasciando da parte il fatto che i suddetti mostri sacri sono stati importantissimi per Bernhard e che le ferocissime tirate con cui li bersaglia non esprimono tutto il suo pensiero, rimane che proprio quelle tirate dissacratorie e geniali mettono in evidenza quanto di ridicolo, ipocrita, limitato e inaccettabile c’è nella rotonda positività del buono, che è sempre per forza anche vero e bello. Così facendo danno un contributo inedito alla comprensione – cosa che gli apologeti e agiografi di sicuro non fanno.
      Capisco quindi molto bene che le tautologiche difese a spada tratta dei grandi autori patrimonio UNESCO facciano girare le scatole. Certo bisognerebbe astenersi dagli insulti – ma questi, come facevo osservare, si smorzano fisiologicamente da sé – ricadono in lembi di carta bruciacchiata come i fuochi d’artificio.

  16. “In questa faccenda ci sono diverse cose che mi sfuggono (es. il ruolo di Giorgio Riolo). Però, se si sceglie di pubblicare una serie di note (le tue) a un testo (linkato) di notevole virulenza, mi pare che ci sia un po’ di cattiva coscienza nell’aspettarsi commenti pacati e ragionevoli.” (Grammann)

    Nessun ruolo nella faccenda ha Giorgio Riolo, che ogni tanto collabora con sue proposte a Poliscritture. Ed è per questo che ho cercato di tenerlo fuori da essa per quel che mi è stato possibile. Non è la prima volta che, come amministratore del sito, mi trovo tra l’incudine e il martello, cioè tra posizioni che rifiutano ogni mediazione e a volte oltrepassano il confine del confronto serrato ma produttivo o, per essere comprese, implicherebbero un’analisi che non può esaurirsi nel giro di un commento. Un amico di lunga data ha rotto tutti i rapporti con me per uno scontro tra lui e un altro, ritenendomi un Ponzio Pilato, mentre cercavo solo di non rinunciare al principio che su Poliscritture i testi che hanno un minimo di qualità vanno pubblicati e sottoposti alla libera discussione e chi ha più filo da tessere lo fa. O si ritira sdegnoso. Quindi nessuna cattiva coscienza: non mi aspettavo commenti pacati, ma argomentati sì. Non censuro le dissacrazioni cui Sagredo tende in modo fisso anche nei suoi testi poetici, che sarò uno dei pochi ad aver preso sul serio (http://www.poliscritture.it/2015/12/04/date-a-sagredo-quel-che-e-di-sagredo/), ma gli ho sempre ricordato che non basta appellarsi ai Grandi autori della letteratura russa, che lui conosce nella loro lingua, per chiudere la bocca ai lettori.

  17. Scusa se insisto, ma non è facile ricostruire tutti i passaggi:
    1)Giorgio Riolo ha pubblicato il pezzo su Dostoevskij in cui parla anche di Tolstoj;
    2) in seguito a ciò, e in polemica con Riolo, Antonio Sagredo ti ha inviato per la pubblicazione un articolo che ti aveva già mandato nel 2013 e a proposito del quale tu gli avevi comunicato privatamente le note che fanno l’oggetto del presente post;
    3)tu pubblichi le tue note e metti il link al pezzo di Baio della Porta, alias Sagredo, pubblicato poi su altra rivista, pensando così di smorzarne la carica esplosiva.
    4) cautela inutile, perché seguono immediatamente le reazioni indignate e prevedibilissime di alcuni commentatori; talmente indignate e prevedibili che portano qualcuno (es. me) a protestare contro l’inconcusso e indiscusso regno del Bene;
    5) seguono le reazioni intemperanti (e prevedibilissime) di Sagredo, poi di altri.
    6)segue autorevole reprimenda di Aguzzi.

    Secondo me c’è un problema di metodo. Ho riletto l’articolo di Baio della Porta. Non è un testo argomentativo. E’ un’invettiva. Con le caratteristiche retorico-euristiche che dicevo sopra a proposito di Bernhard. Pretendere di discuterla argomentandone gli argomenti (mi scuso per il bisticcio), è come pretendere di sorbire il brodo con la forchetta. ( E oltretutto Sagredo non è portato per i confronti argomentativi, questo l’avevo capito anch’io che lo conosco da poco).
    Restituendo il testo di della Porta al suo genere letterario di appartenenza, possiamo cavarne quello che sicuramente c’è di interessante, senza scaldarci tanto.

    Saluti

  18. @ Elena Grammann

    Fai bene a insistere. Così gli equivoci o i sospetti si possono sciogliere. Preciso che, pubblicando il pezzo di Baio della Porta/ Sagredo, non intendevo «smorzarne la carica esplosiva» (reale o supposta) del suo scritto. Pubblicandolo a parte e non come commento sotto l’articolo di Riolo, volevo solo evitare che apparisse come un attacco personale indirizzato esclusivamente a lui. (Preoccupazione che – devo dirlo – era dello stesso Sagredo).

    Le reazioni – prevedibili o prevedibilissime, viscerali o meditate – si possono governare ( com’è stato fatto e si sta facendo). Non vedo altra via, a meno di non restringere la gamma degli articoli pubblicati su Poliscritture a quelli che potrebbero piacere a un ipotetico lettore o commentare medio (secondo me oggi inesistente).

    L’articolo di Baio della Porta/Sagredo «non è un testo argomentativo. E’ un’invettiva». E Sagredo – lo so/lo sappiamo dal 2013, anno in cui ho cominciato ad ospitare i suoi testi – « non è portato per i confronti argomentativi». Concordo. Ma questo deve significare: prendere o lasciare? censurare Sagredo o censurare quelli che osteggiano le sue invettive? Mi parrebbe un’amputazione del dibattito culturale (anche se ci sono siti che escludono i commenti sotto gli articoli che pubblicano) . Io come lettore dell’articolo di Sagredo mi sono sentito di argomentare le mie reazioni. E non si capisce perché un autore chiede la pubblicazione su Poliscritture se non vuole saggiare le reazioni dei lettori. Se lui non sa argomentare o non vuol farlo – in realtà lo comincia a fare ma poi smette subito per appellarsi alle sue Autorità e ai loro ipse dixit o passare alle offese (almeno nei confronti di alcuni suoi interlocutori) – la comunicazione tra noi si spezza.

  19. Capisco la tua posizione e il tuo dilemma.
    Credo che l’errore – un po’ di tutti, e suggerito dello stesso Sagredo – sia stato di leggere il pezzo come un saggio di critica e non come un testo poetico o quantomeno letterario. O, se di critica vogliamo parlare, una critica che va oltre Tolstoj come fenomeno letterario e investe categorie per le quali egli è solo un esempio. “Beethoven non si prostrò davanti al Potere, Goethe, sì” scrive Sagredo. Non si tratta di depennare Goethe dallo scolastico registro degli immortali, ma di sottolineare la sua innegabile tendenza a collaborare con il Potere, che fa tutt’uno con certe caratteristiche della sua opera e della sua scrittura.
    Può darsi che Sagredo per primo non sia d’accordo con me, ma io così ho letto il suo testo e in questo senso l’ho apprezzato.

  20. Non ho mai desiderato una forma perfetta
    che fosse soltanto poesia e prosa insieme
    per un non comprendersi rivolto a tutti
    con una misera sofferenza per il poeta e il suo lettore.

    La poesia è decente quando è estranea a se stessa:
    da noi si genera tutto ciò che già sapevamo,
    gli occhi sono fissi per accogliere perfino una tigre,
    senza requie lei nella luce con la sua coda immobile.

    È ingiusto pensare che la poesia è soggetta agli angeli,
    umilmente si crede che siano dei demoni.
    L’umiltà dei poeti si genera in luoghi conosciuti,
    la loro superbia è possanza della consapevolezza.

    Quale creatura irrazionale desidera il potere degli angeli
    che una sola lingua ciarlano in una casa non loro.
    E che felici e gioiosi donano labbra e dita
    per non mutare a loro vantaggio la sua destinazione?

    Perché ciò che ieri era sano è stato disprezzato,
    tutte le creature non hanno idea di come io sia triste
    poi che invano ho cercato una maniera
    per odiare l’Arte con estrema severità.

    Mai c’è stata un’epoca in cui si leggevano libri ottusi
    per avere gioia e felicità con Intolleranza e avversità.
    È la stessa cosa di quando non si è letta nessuna pagina
    di opere che ci giungono dalla Clinica delle Felicità.

    Antonio Sagredo

    marzo 2016

  21. SEGNALAZIONE/AL VOLO

    Arguire
    La strana coppia
    ar-gu-ì-re

    SIGNIFICATO Dedurre, desumere, inferire; denotare, palesare

    ETIMOLOGIA voce dotta recuperata dal latino argùere ‘dimostrare’, ma propriamente ‘far brillare, rischiarare’.

    «In genere la gente litiga perché non sa discutere» recita un celebre aforisma dello scrittore inglese G.K. Chesterton (1874-1936). Il confine tra le due cose, in effetti, è labile, anche nel linguaggio; e che in italiano, non a caso, discutere significhi anche ‘litigare’, e discussione ‘litigio’ non sorprende troppo, visto che l’etimo ci trasporta in lande assai poco placide: fulcro del latino discutere è il verbo quatĕre (quàtere), ossia scuotere, sconquassare. Ma sarà così anche in inglese? Leggiamo la citazione di Chesterton in originale: «People generally quarrel because they cannot argue». In apparenza, le cose peggiorano: litigare è quarrel, mentre discutere è argue – che però, nell’uso comune, ha proprio il senso di ‘litigare’! Poca speranza che la discussione non degeneri, insomma. L’etimo, però, stavolta ci racconta un’altra storia: argue viene dal francese antico arguer, a sua volta dal latino arguĕre (argùere), da cui deriva anche il nostro arguire.

    Arguire? E che rapporto potrà mai esserci tra questo verbo così cerebrale, apparentemente alieno dalla contesa e dal dissidio, e il bellicoso argue? Per noi, oggi, ‘arguire’ ha un unico significato: dedurre, desumere, inferire: da una microscopica macchia sulla camicia Miss Marple ha arguito che il colpevole era il maggiordomo; arguisco dal tuo silenzio che sei offesa; dalle pozzanghere per strada si arguisce che stanotte è piovuto. Un tempo, però, vi era un’altra accezione, quella di denotare, palesare – oggi del tutto obsoleta –, che rivela la scaturigine più profonda di questa parola, tale da accomunare non solo arguire e argue, ma anche l’arguto, l’argomento, l’argento, l’argilla e – crepi l’avarizia – pure gli Argonauti. Sciogliamo gli ormeggi.

    Tutto inizia da una radice indoeuropea ricostruita arg-, portatrice di significati inerenti alla brillantezza, al chiarore, al biancore. L’aggettivo latino argutus, prima di prendere i significati metaforici di sagace, espressivo, scaltro, aveva infatti quelli sensoriali (attinenti a suoni, immagini, odori o sapori) di nitido, brillante, acuto, penetrante – ed è qui che trovano posto e senso il luccichio dell’argento e il biancore dell’argilla (in greco árgillos era ‘creta bianca’). Similmente, il verbo arguĕre significava anzitutto rischiarare, far brillare; poi, in senso figurato, dimostrare, asserire, provare, e da lì, scivolando fatalmente su un piano inclinato di sempre maggiore aggressività, dimostrare erroneo, confutare, biasimare, incolpare. E da arguĕre, naturalmente, derivò redarguĕre, da cui il nostro redarguire.

    L’inglese argue, in effetti, ha conservato e sviluppato coerentemente la varietà dei significati figurati di arguĕre: asserire, sostenere con argomenti (to argue that…), e quindi argomentare, dibattere in modo anche acceso, animato. Ma l’italiano arguire, com’è arrivato al senso di ‘desumere’? Beh, l’argomentare consiste nel dedurre una conclusione da determinate premesse, (argumentum in latino è prova, segno, indizio), e se considero questo procedimento dal punto di vista della coscienza individuale, prescindendo da un interlocutore esterno, ecco che arguire qualcosa, portarlo alla luce, dimostrarlo, equivale a desumerlo, inferirlo.

    È qui che arguire e argue si rivelano fratelli: sono entrambi figli di Arguzia, senza la quale in italiano non si arguisce ma si inferisce a pera, in inglese si finisce per litigare – e giustamente Chesterton sottolineava che l’una cosa è causa dell’altra.

    No, non abbiamo dimenticato gli Argonauti: Giasone e compagni si chiamavano così perché navigavano sulla nave Argo (‘la Veloce’); ma argós in greco significava, oltre che ‘rapido’, anche ‘splendente, brillante’. Perché le cose veloci, specialmente in mare, guizzando scintillano, balenano…

    ( DA https://unaparolaalgiorno.it/significato/arguire?rm=_)

  22. Mi inserisco tardi nel dibattito. È un confronto ricco. È l’occasione per dire cose importanti sulla letteratura, sulla cultura, sulla storia, sulla società, su noi esseri umani. E questo grazie e merito a Tolstoj, al dissacratore Antonio Sagredo, a Ennio e a Poliscritture e a tutte e tutti voi.
    C’è però un alone sgradevole nelle parole iniziali dell’autore. Personalmente non amo i giochi linguistici, retorici, letterari, fare piroette con le parole e con i concetti. Ognuno è bene che denunci subito i propri limiti. Si poteva dissacrare, scandalizzare, scuotere dal torpore metafisico tolstoiano senza però dare a noi del “tranquilli”, “miti” (questo sì lo rivendico come cristiano, comunista, socialista, illuminista ecc.), “lacrimevoli” e via denigrando, nelle intenzioni vitalistiche, estetizzanti e superomistiche dell’autore. Ci mancava di essere definiti “perdenti”, “sfigati”, “falliti” (come Tolstoj stesso).
    Beninteso, si può essere tranquillamente anche questo, senza vergogna e anzi con merito, in un mondo contemporaneo dove fa premio l’arroganza, l’aggressività, la mancanza di pudore morale e intellettuale, il narcisismo, l’individualismo competitivo, la non solidarietà ecc. Poi c’è stata una escalation e si è finito con l’offesa personale. Non va. Stiamo al tema.
    Sottopongo a parte a Ennio e a Poliscritture un mio scritto su Tolstoj. Si tratta della consueta nota introduttiva che faccio avere al gruppo di letteratura come guida per la lettura. Nel 2019 abbiamo letto e commentato “Anna Karenina”, dopo la lettura nel ciclo 2009-2010 di “Guerra e pace”, “La morte di Ivan Il’ic”, “Padre Sergio”, “Il divino e l’umano” ecc. Quest’anno è la volta di “Resurrezione”.
    Qui mi permetto di dire solo questo. Tolstoj, come molti esseri umani e come moltissimi letterati, pensatori, intellettuali, artisti in genere, non è univocamente definibile. Ha sperimentato nella sua vita cambiamenti, trasformazioni, “conversioni” ecc. Molti passaggi anche contraddittori, ambivalenti.
    Un rappresentante della ricca e potente aristocrazia russa che vuole farsi contadino povero, al pari di un mužik, che persegue, a partire dal suo amato Jean-Jacques Rousseau e dalla sua esperienza di vita, l’utopia di un cristianesimo plebeo-contadino, rigorosamente conforme allo spirito e alla lettere dei Vangeli, patriarcale e conforme al genuino, autentico popolo russo (Platon Karataev), negatore della modernità capitalistica, delle città, delle fabbriche, rea di dare l’assalto alla integrità della natura e dell’ambiente (l’inizio di “Resurrezione”…).
    Che vuole controllare la sua natura vitalistica, la sua eccessiva carica sessuale, che vuole elevare lo spirito e dotarsi di una religiosità profonda, interiore, vissuta ecc. (da qui il paradosso, soprattutto nella Postfazione, di quel, per altri versi, potente racconto “La sonata a Kreutzer”). Che vuole negarsi come artista e che nega l’arte, se non quella che possa servire ai contadini e al popolo incolto (“Che cos’è l’arte?” del 1897, proprio mentre concepisce e scrive quel capolavoro che è “Resurrezione”, altro che “romanzo a tesi” ecc. e scriverà l’altro potente capolavoro, il racconto lungo “Chadži-Murat”). Qui mi fermo.
    Si chiede troppo. E da qui molte contraddizioni, molte nevrosi (altra cosa è la follia e ha detto bene Luciano Aguzzi, pura, dolorosa sofferenza), molti conflitti, con se stesso e soprattutto con i famigliari. Ma c’è contraddizione e contraddizione. Feconde contraddizioni sono queste. Che ci aiutano e ci spronano, come deve fare la letteratura, l’arte e il pensiero, a riflettere, a maturare, a migliorarci possibilmente. Altro che fallito. Se ne stiamo parlando e se nel mondo Tolstoj è una presenza viva e vitale, non solo in letteratura, è la prova che proprio fallito non è stato.
    Due sole osservazioni su Anton Cechov e su Lenin.
    Cechov ricorda nella lettera a Suvorin citata che egli per un periodo era stato influenzato dal tolstoismo ma che poi è riuscito a emanciparsi, lui che aveva ancora nelle vene sangue di mužik. Ed esprime da par suo tutta la dialettica della vita e della storia quando dice che c’è più amore per il prossimo nell’elettricità e nel motore a vapore che nell’astinenza e nel non mangiare carne. Questo detto nel suo tempo, tempo della violenza della fame, dell’arretratezza, della fatica delle braccia, dell’immane analfabetismo, dell’idiotismo rurale tipico del mondo contadino russo ecc. Dialettica grande. Anche se il monito di Tolstoj rimane oggi in ampi settori dell’ecologismo occidentale contemporaneo. Altro discorso è nel Sud Globale.
    Tuttavia il mite, sobrio, riflessivo Cechov considererà Tolstoj sempre un grande letterato e un grande uomo. Necessario alla terra russa.
    A proposito di Cechov. “Reparto n.6” (o Stanza, Camera ecc. a seconda delle traduzioni) è un grande racconto. Tragico. È riduttivo, improprio anche, dire satirico, critico nei confronti del tolstoismo.
    Lenin non dà solo quella definizione di Tolstoj. I suoi articoli su Tolstoj sono molto penetranti e la sua grandezza, con i suoi limiti (Tolstoj, “espressione dell’arretratezza del movimento rivoluzionario russo…”), viene apertamente riconosciuta.
    Sempre rimanendo tra i russi, concludo con le parole del grande Viktor Šklovskij, proprio a chiusa del suo bel libro su Tolstoj “Un dolore immenso, l’indignazione e la lucidità del profeta si manifestarono nella forza delle opere di Tolstoj. Gli insegnavano il buonsenso, ma fu tra coloro che distrussero il tempio del vecchio mondo”.
    Concludo veramente questa nota dicendo che si può amare Tolstoj o Dostoevskij o Stendhal o Balzac o Thomas Mann o Proust ecc. senza per questo negare il valore di tanti altri scrittori, di varia tendenza e di diverse correnti. L’arte è lunga e la vita è breve.

  23. Nicola Chiaromonte su Tolstoj e la crisi del romanzo…

    SEGNALAZIONE
    La verità del dialogo. Un ritratto di Nicola Chiaromonte
    di Matteo Marchesini
    http://www.claudiogiunta.it/2017/09/la-verita-del-dialogo-un-ritratto-di-nicola-chiaromonte/?fbclid=IwAR0WHtzHQvApuwmp0dq4nLov7Yxs8p1_wk71xSZjNKzAipsiNsEaMUa9yuk

    Stralcio:

    E a Chiaromonte interessano gli esperimenti nei quali questa contraddizione si estremizza fino a incrinare l’impianto formale. Lo interessano cioè i romanzieri che tengono fermo lo sguardo sulla vanità di quelle ideologie con un coraggio e una lucidità tali da spingerli a tagliare il ramo su cui sono seduti. Il caso più esemplare è ovviamente quello di Tolstoj. Ma anche l’altro protagonista di Credere e non credere, l’autore della Certosa di Parma, mostra sullo stesso piano una spregiudicatezza sorprendente, tanto più se si considera che scrive ancora nell’età eroica del romanzo. Già in Stendhal, spiega Chiaromonte, questa forma è messa sottilmente ma strutturalmente in discussione: tende a divenire una “favola”, un apologo che illustra l’estraneità degli “eventi” e dei “sogni”, accomunati solo da un’uguale inconsistenza. «Tutto Stendhal sta, si può dire, nella capacità di tenersi allegramente alla punta estrema del paradosso per cui né il cosiddetto mondo esterno – la società con le sue trame, gli altri con i moti imprevedibili del loro animo – è reale, né i sentimenti e le immaginazioni dell’individuo: reale è sempre e soltanto lo scontro fra i due ordini di fatti, la “commedia di equivoci” che ne scaturisce», scrive Chiaromonte. Questo scontro è l’argomento fondamentale di Stendhal: e se riesce a trattarlo in una forma ancora apparentemente romanzesca, è perché quel suo mondo narrativo, in cui il vissuto e la Storia rischiano di dissolversi a ogni pagina, è tenuto in piedi da un ultimo fragile mito individualista, il mito della vulnerabile ma indomabile energia giovanile, della fresca sensibilità adolescente che s’impone poeticamente su tutto e malgrado tutto.
    Anche Tolstoj ha un mito: la naturalezza della vita “semplice”, la vita fatta di passioni pure, elementari, e dunque rousseauianamente morali. Ma questo mito è ancora più fragile. Nei capolavori del romanziere russo, infatti, la naturalezza si scopre illusoria non appena un’emergenza, un improvviso disordine esistenziale e soprattutto il disordine della guerra mostrano la «grave dipendenza» che lega tra loro gli uomini, denudando quelle relazioni dal cui groviglio si sprigionano le forze incontrollabili di un potere malvagio e impuro. Nella Storia, nelle gravi faccende pubbliche non c’è alcuna verità; ma infine anche la vita semplice si rivela un’illusione in sé. Anche la quotidianità, come prova Anna Karenina, viene inevitabilmente scossa dalla furia arcana del destino e della nemesi. Anzi, per apparente paradosso, quel sentimento del divino che nelle vicende umane sembra il solo spiraglio offerto alla ricerca del vero, getta sui personaggi la sua luce più pura proprio davanti alla violenza bellica. La guerra, certo, tende a trasformarli in oggetti con brutalità inaudita: ma proprio per questo, assai più dell’esistenza normale, li obbliga anche a intuire ciò che in loro non può mai essere ridotto a materia, sottomesso o distrutto. Questa, in Guerra e pace, è l’esperienza totale di Andrej e di Pierre. Ma si tratta pur sempre di un’epifania istantanea, di un’intuizione e di un sentimento che balenano un attimo squarciando le opacità della coscienza per poi subito svanire, o comunque per perdersi in una ineffabilità inutile e incondivisibile. Non si possono esprimere, trasformare in durata e discorso, se non al prezzo di tradirne la purezza: ed è ciò che avviene quando Tolstoj prova a tradurli in una religiosità universale, dando nomi sempre più improbabili o quasi filistei a una fame di verità che di filisteo non ha nulla. Ma questo difetto, che riguarda il Tolstoj pedagogo, non inficia la superiore onestà del romanziere, la cui obiettività di sguardo è tale da escludere o comunque problematizzare al massimo ogni mitizzazione della vita “naturale”. E a metterlo in guardia è prima di tutto la scoperta decisiva compiuta al tempo di Guerra e pace: la coscienza, cioè, del fatto che è impossibile naturalizzare davvero la vita degli uomini, interpretarla e modificarla come s’interpreta e modifica il mondo della natura.
    10.
    Niente come l’atteggiamento di Chiaromonte verso Tolstoj spiega il suo modo di guardare alla narrativa moderna: il romanziere che più ama è quello che col suo estremismo etico e teoretico mette sotto scacco il romanzo, è lo scrittore che porta questa forma al suo massimo splendore ottocentesco, ma al tempo stesso si mostra già novecentescamente insofferente dei suoi limiti. Tolstoj muore nel 1910. Nell’ottica chiaromontiana, imbastire plot romanzeschi senza peccare di volontarismo e malafede diverrà di lì a poco quasi impossibile, come diverrà quasi impossibile tentar di restaurare senza volontarismo e malafede lo Stato liberale e le credenze su cui poggiava. La “realtà” compatta da cui emanavano le narrazioni moderne si rivela nel Novecento un mito, una fantasia ormai logora e staccata dai fatti. Perciò le riproposizioni del realismo ottocentesco suonano false, e la trama del romanzo “medio” diventa un succedersi di meri casi insignificanti, del tutto surrogabile dal succedersi dei fotogrammi cinematografici. A questo punto, delle due l’una: o si dissolve il romanzo dall’interno, immergendosi nelle pieghe e nei tempi interiori della psicologia e fabbricandosi una «eternità» estetica come Proust; oppure si abbandona il campo, e si torna alle domande extraestetiche e primarie, interrogandosi sulle ragioni per cui le vecchie credenze sono morte. Così, almeno, vorrebbe il rigore chiaromontiano. Nei fatti, ovviamente, la situazione è molto più ambigua. E uno dei casi più interessanti di ambiguità glielo offre il suo amico Moravia: che, come Forster, trucca superstiziosamente da romanzi realistici parabole il cui pregio è invece la nuda e non più romanzesca esemplificazione di un mondo ormai carente di realtà.
    In ogni caso, ciò che rimane di romanzesco e di naturalistico nell’arte sembra ormai inservibile e tendenzialmente menzognero. Del resto è proprio per mentire, per escludere artificiosamente una parte di esperienza vera, che gli artisti engagés e soprattutto i cosiddetti “realisti socialisti”, cioè le incarnazioni intellettuali dell’ortodossia politica, si rifanno a modelli ottocenteschi piegandoli alla propaganda. Il fatto, nota Chiaromonte, è particolarmente evidente nelle arti figurative: qui i rappresentanti del realismo socialista credono di potersi servire del naturalismo dell’Ottocento come i gesuiti si servivano del classicismo del Cinquecento e del Seicento. Ma poiché l’arte postromantica non è normativa, e il suo realismo esiste solo come continua e anarchica ridefinizione del reale, se s’irrigidisce la sua tradizione in norma si scade subito in un eclettico poncif.

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