Riordinadiario sul finire del 2020. Michele Ranchetti

Nel novembre 1995 all’università di Siena  per la commemorazione di Franco Fortini, morto l’anno prima (28 novembre 1994) seguii gli interventi tenuti da suoi amici e discepoli sulla sua figura e la sua opera.  Tra tutti fui  colpito da quello di Michele Ranchetti, tanto che scrissi una poesia (Abbiamo amato un poeta “fragile”). Nel 1996, dopo averlo incontrato in alcune riunioni del Centro Franco Fortini, gli scrissi una lettera, che andò dispersa. Gliela rimandai nell’aprile del 1997, dopo una sua  amichevole telefonata e da allora iniziò tra noi un saldo legame. Leggendo i suoi “Scritti diversi”, che mi donò, e gli articoli che andava pubblicando  su “il manifesto”, mi accorsi  di quanto fosse forte la sua personalità, ben distinta e per certi versi in contrasto con quella di Fortini, che io seguivo da tempo e sentivo più vicino a me per la sua scelta marxista. E capii pure che la sua riflessione così radicale e critica sulla storia della Chiesa Cattolica e sulla psicanalisi mi aiutava a ridiscutere nodi irrisolti della mia esperienza sentimentale ed  intellettuale stretta tra due crisi: quella della formazione giovanile cattolica meridionale   e quella della militanza marxista degli anni ’70 al Nord. Il materiale che pubblico (appunti  di diario, sunti di letture + alcune lettere) è abbondante e  per alcuni sarà  di gravosa lettura.  Ciascuno scelga liberamente  se e cosa leggere.  Pubblicarlo per me è un atto di gratitudine alla sua figura non più prorogabile; e ho voluto – non so bene perché – renderlo noto entro la fine di questo terribile 2020.  Se  stimolerà  altri a Rileggere Ranchetti, come non ho smesso di fare io anche dopo la sua morte, tanto meglio. [E. A.]  

4 dicembre 1995

 Abbiamo amato un poeta “fragile”

Ranchetti è stato il solo / a spogliare Fortini da mantelle letterarie / e religiosizzanti / parlare di letteratura / è un alibi / questo commercio con l’Olimpo cristiano / Fortini l’odiava / tragica / esemplare / è l’empietà dei suoi ultimi versi / c’era una fragilità di fondo / nell’ambito degli affetti / certo / se abbiamo da difendere la Letteratura / o l’anti-Letteratura / la Religione o la Laicità / la caverna psicoanalitica di Ranchetti / non si frequenterà

28 novembre 2001

Su Ranchetti (leggendo La mente musicale e Verbale)

m'intimidisce la poesia dell'uomo religioso
che il mondo s'è strappato dagli occhi
e conserva come incubo e reliquia in lingua morta

altri eremitaggi ho praticato
quasi addosso alla morte
da bambino però

con terrore di fiabe contadine sulla pelle
sempre incomprensibile il latino del prete

dagli esili in sé (42)
uscii, esplodendo in quotidiani ora dimenticati

Nota. Cos'è una scrittura di morte, addosso alla morte, sotto la morte...

29 dicembre 2001

Sogno [in relazione alla telefonata a Michele per chiedergli i  suoi libri]

Sono in casa di Ranchetti. Mi pare con R e i miei primi due figli. Scopro in un cassetto una serie di lettere di Michele. Sono conservate ordinatamente come in bustine di medicinali. Prendo quelle a me indirizzate. Ce ne sono altre indirizzate a personaggi importanti. Una a Sapegno. Poi mi è parso di capire che Ranchetti fosse in conversazione con Foucault.

21 marzo 2002

A Firenze per la mostra di Ranchetti

In treno, andata. Lettura di Impero di Hardt e Negri. Se questo mondo postmoderno è una realtà,  mi ritrovo in una collocazione per nulla entusiasmante. Le esperienze  anni ‘60-‘70 che Negri esalta mi sono rimaste in buona parte estranee. Conosciute indirettamente forse.

I disegni di Ranchetti mi fanno pensare al Klee prima maniera e al segno di Casorati. All’inaugurazione c’è molta gente. Dei presenti conosco solo Giuseppe Nava e sua moglie Tullia. Nava è imbarazzato. Gli espongo la mia critica al “giro di vite” del Centro F.F. Mi confida che l’ha voluto soprattutto Luperini.

In treno, al ritorno. Intervengo in una discussione di alcuni studenti sulla riforma Moratti. Martello il più accanito e spocchioso che difendeva una scuola fatta soltanto per chi ha voglia di studiare. Ma la “scuola per tutti” è un’astrazione. La “fuga dalla scuola” è una realtà.

6 maggio 2002

 Telefonata  con Ranchetti

Mi ha dichiarato una sua difficoltà a dialogare congenita. Ma a me resta il dubbio che siano i contenuti da me sollevati a suscitargli ritrosia. Come se non lo prendessero. Come se dovesse fare troppe premesse. (Mi rimanda la stessa chiusura di un Luciano Amodio).

10 luglio 2002

Decisione

Non vado a Monte Giovi, dove intendevo seguire un seminario  con Ranchetti e Rossanda. Non inseguire chi non risponde. Non scrivere neppure a Negri. È troppo incolmabile la distanza tra me e loro; e non c’è una ragione profonda per entrare in un rapporto che vorrei  di collaborazione. Gli incontri devono  capitare.

3 settembre 2002

Telefonata di Ranchetti

Mi telefona lui. Cordiale. Fuga i miei dubbi sul suo lungo silenzio. È appena tornato (da qualche suo viaggio all’estero). Non è che mi evitava. È disponibile all’incontro con la redazione milanese di «INOLTRE». Mi chiede di Matteo, delle mie attività. Gli spedirò per e-mail moltitudine e poesia.  Loda samizdat colognom 4. Mi chiede della pubblicazione delle mie poesie.

18 giugno 2003

Una lettera-commento di Ranchetti al mio inedito «Reliquario di gioventù»

18 giugno 2003

Caro Ennio,

ho letto le tue poesie più volte: l’immagine che mi è venuta in mente è quella di un grappolo d’uva nera su un tralcio abbandonato. Gli acini sono dolci, amari, secchi, verdi, maturi, rossi: il vino che ne risulterebbe sarebbe rosso scuro, forte, mezzo buono e mezzo no, amaro, e che va subito alla testa.

Alcune poesie sono belle da sole, altre diventano belle, o almeno necessarie, nel rapporto con le altre. Alcune sono, per me, troppo furbe; altre di una tragicità spezzata prima di divenire retorica. Come tu scrivi molto bene sono ‘ritratti’ di un’infanzia che diventa una ferita inguaribile e insieme provvida, perché dà un senso, anche se doloroso, a ciò che sembra disperdersi nel confronto con l’esterno, la città, la vita adulta. Le poesie milanesi mi piacciono meno perché corrispondono, mi sembra, ad una scelta di luoghi poveri e per questo privilegiati come più veri e significativi, per te. Dove era una vita in un paese (e in un dialetto) c’è ora una solitudine che non si confronta e che sceglie  come a sé più familiari periferie e latterie a poco prezzo. Ma la loro ‘evocazione’ poetica rimane fissa nell’ostilità, nell’acredine, non diviene ricordo.

In ogni caso, anche queste sono poesie vere, non fatte…..

Settembre 2003

Pubblicazione di «Salernitudine». Presentazione di Michele Ranchetti

Tra le due quinte in prosa – due testi bellissimi – si apre il paesaggio meridionale della poesia di Abate. Chi legge, assiste ad una storia di paese e di infanzia, ne vede i particolari, le figure: il padre, ritratto da vecchio, impettito e quasi oleografico, soprattutto la madre, sempre presente in una memoria senza tempo né storia, i compagni di giochi, le tentazioni, che richiamano saghe, proverbi e storie di briganti ma non hanno nulla di incantato. Sono, anzi, oscure e ataviche, sgraziate e senza innocenza. Come senza innocenza è la poesia di Abate, che insegue e interroga le figure della sua orgine per riconoscere la natura difficile e paurosa di se stesso bambino, senza alcuna pietà. Questo carattere spietato esclude dal ricordo narrativo ogni idillio e ogni nostalgia; il paese può mutarsi nella memoria e nella storia che lo viene investendo, ma non diviene un luogo immaginario in cui si è fissata la prima giovinezza e da cui si è fuggiti per divenire adulti e consapevoli: è rimasto un paese reale e vivo, ed è la sua natura tragica a non piegarsi alla rievocazione. Nelle poesie di Abate, in particolare in quelle in salernitano, i personaggi non si mutano in caratteri: restano fissi in sé, come se il presepe del sordo della prima prosa li avesse accolti nella sua cartapesta. Il poeta li visita senza entrare nel loro tempo e neppure nella loro possibile rappresentazione; non li compone in un uno scenario diverso, uno scenario adulto. Il ragazzo che li ha incontrati non è cresciuto contro di loro, e per questo non li giudica, si limita a guardarli e non presta loro la paura che invece invade se stesso, anche al confronto con essi. È possibile che il poeta si chieda, ora che vive altrove, e non è più un ragazzo ed ha scelto di non piegarsi a un mondo ostile, tutto il mondo, piuttosto di isolarsi, come chi si ritrae per attaccare meglio il nemico, tutti i nemici, da dove abbia origine la sua paura e quel rigore morale che a volte riconosce in se stesso. Ed ha provato a rivolgersi alla poesia, che è una forma più consapevole della prosa e certo della letteratura e della critica. Le poesie che ne sono nate sono dunque un’interrogazione sulla propria origine e sul senso di una educazione religiosa che, pur avendo duramente condizionato la sua esistenza, non sembra trovare alcun riscontro nella vita degli uomini. Il percorso a ritroso non ha riconosciuto alcuna coerenza: i pezzi dell’esperienza non si sono ricomposti in una figura, anzi si sono frantumati in immagini senz’ombra, dure e incomprensibili, staccate dal resto che non ha forma né confini, fisse nell’istante del loro apparire poetico. Chi aveva voluto diventare testimone, anche di se stesso, è diventato un estraneo che non capisce la propria lingua (le due lingue del testo ne sono un segno). Eppure qualcosa si è dato, se chi legge diviene partecipe, se condivide con chi ha scritto queste poesie la sua necessità di prendere atto di sé e talvolta si incanta, come lui, per la bellezza di un verso o di un albero.

Agosto 2003

Bozza lettera a C.  de «Il grande vetro».

D’accordo col Pontefice? Troppa sinistra finisce per essere d’accordo col papa perché non ha saputo interrogarsi sulla propria sconfitta; e non vede più l’elemento reazionario della Chiesa. Ti consiglierei l’ultimo libro di Ranchetti, Non c’è più religione, uscito da Garzanti.  Accantonare l’ideologia? Troppo facile: tu accantoni la tua ideologia (invece di criticarla, che non è  mai disfarsi di qualcosa) ma gli altri ingigantiscono la loro).

3 luglio 2004

Sogno

Siamo con Michele Ranchetti su un alto promontorio sul mare. D’un tratto lui supera la ringhiera e precipita giù nel mare. Insieme ad altri corriamo per scendere in basso e portargli aiuto. Segnalo la cosa ad una ragazza in costume giallo, come se lei potesse tuffarsi da così in alto direttamente in mare. Poi, piangendo, corro in senso inverso alle auto che arrivano su una strada intasata dal traffico. Spero di commuovere gli automobilisti a lasciarmi spazio per correre. Quando arrivo al luogo dov’è precipitato Ranchetti, sento parlare di Nabokov.

[Giorni fa a Radio tre ho sentito leggere brani di Lolita. Bel contrasto fra un Ranchetti e un Nabokov!]

23 dicembre  2004

La Valle-Fortini

Leggo  con curiosità e diffidenza brani del libro di La Valle, Prima che l’amore finisca.  Il capitolo su Claudio Napoleoni mi conferma che La Valle parla da cattolico e mira ad un’uscita dalla crisi del moderno  recuperando «l’ipotesi Dio nella ricerca delle vie politiche» e parla di «salvezza dell’uomo in termini pienamente religiosi (168). Rileggo poi una nota diaristica di Fortini su Claudio Napoleoni in Extrema ratio (p. 115). La critica di Fortini all’adesione di Napoleoni alla formula heideggeriana è netta. A differenza di La Valle egli scrive: «il dominio sulle cose attraverso la tecnica si banalizza diventando esercizio di tutti, tutti sono più che mai alienati, tutti sono non liberi e non liberati dal dominio» (162). Fortini ribadisce: «E da quando capitale è capitale forse che i padroni non hanno sempre sostenuto di essere appena ruote di un ingranaggio che li asservisce alla pari di un qualunque manovale? Abbiamo dimenticata la lunga storia di meccanicismo biologico e sociologico, spacciata per materialismo?» (115).

Fortini, riprendendo qui il tema della transustanziazione («inseparabilità di apparenza e sostanza»,118). vede nella modernità occidentale un processo in cui è avvenuta una negativa «sostituzione della religiosità  alla religione, dello spirito alla istituzione, delle interiorità al rito» (116). Religiosità («un sincero epigono: Pasolini»), panteismo, quietismo, senso del mistero, spiritualismo orfico o nevrotico sono stati facilmente incamerati dai rappresentanti delle religioni istituite (116-117). Mentre «religione» in senso positivo è «organizzazione delle esperienze e memorie della compresenza e inscindibilità di mille realtà contraddittorie», legame fra prassi e contemplazione (117)…….

 Ranchetti, Come stanno le cose. Ricordo di Claudio Napoleoni, in Scritti diversi II, pag. 101

Ritiene sbagliato leggere il percorso intellettuale di Napoleoni partendo dalla conclusione della sua esistenza. Per lui il tema dell’«assenza di una forma di possibile trascendenza nella storia» è presente in Napoleoni ben prima dell’ultima fase della sua vita (101). La sua volontà di tenere assieme Storia (Politica), Economia e Filosofia (102) era simboleggiata dalla sua stessa amicizia con Franco Rodano e Felice Balbo: in tre avrebbero composto «la triade dei “primi compagni” di una nuova Compagnia di Gesù».  La traccia di questa visione unitaria si trova per Ranchetti nel programma della «Rivista trimestrale», uscita per la prima volta nel 1962 (103). Per Napoleoni essa doveva legarsi all’”attualità” («la sua è una riflessione sul quotidiano che viene interrogato e compreso alla luce del passato  e della storia ma anche della prospettiva, appunto del progetto» (104). Pur avendo partecipato a questa scuola romana per borsisti, Ranchetti sottolinea la propria distanza: lui non ha alcun «progetto» (104). Per Ranchetti «Napoleoni non ha mai rinunciato ad una visione globale». Aveva «una concezione unitaria del sapere e del vivere» in contraddizione con il carattere per eccellenza specialistico della sua disciplina, l’economia. Non si accontentava di «risultati o costruzioni  parziali», anche se utilizzava suggerimenti di diversa provenienza (105). Ma questa necessità di una visione globale e di un percorso coerente ad un certo punto è stata interrotta da «qualcosa» (106). Una rottura è intervenuta nelle certezze del suo percorso e in una lettera a Del Noce riconosce la «impossibilità delle sole forze dell’uomo» (107). Ranchetti  sembra anche ridimensionare il riferimento ultimo di Napoleoni a Heidegger. Per lui Napoleoni è un “realista”, poco incline ad ogni esoterismo. Era incline però ad «allearsi con altri», ritenuti «più esperti di lui stesso» (107), non ritenendo possibile “fare  da solo” (102). Aveva  un «bisogno di certezze e di chiarezze, un bisogno “materialistico” e per nulla “spiritualistico” e, quindi, era poco propenso a vedere una “presenza” (di Dio?) che non fosse reale. Non si rassegnava né al simbolico né all’allegorico (108) :«ha sempre cercato di vedere come stanno le cose, non si è mai convertito ad altro che ad un perfetto realismo» durante la sua vita e

25 dicembre 2004

Appunti su Fortini/Ranchetti

Rileggo Franco Fortini esorcista (Scritti diversi II, pag.233). Credo di poter individuare lo «splendido epigramma su di sé in cui Fortini maschera a stento l’impotenza  verso lo sfacelo della propria bellezza» (233) nell’epigramma 81 a pag. 108 di L’ospite ingrato I (ed. Marietti), che fa: Ah l’infelicità. Sono io quello./Spelacchiato culone di storte lenti presto la pappagorgia io che credevo/ ancora almeno cerula la pupilla (sì, la cispa [secrezione delle palpebre]/ e anche gonfio e senza garbo seriosamente./Somiglio Lucien Goldmann ebreo rumeno/ au coin de la rue Serpente in sandali ventruto./Non l’avrei creduto. Sadismo di Ranchetti  che parla (utilizza) attraverso il masochismo di Fortini, mi pare. C’è distanza, sguardo dall’esterno, nessuna timidezza verso i meriti letterari di Fortini. Anzi svalutazione della letteratura («il parlarne e l’occuparsi di essa [è], molto spesso, un rimandare, un rinvio rispetto al presente» (233). Ne parla da pari a pari, esplicitando i suoi  sentimenti («forte nostalgia» per gli incontri con  Fortini, insofferenza per il «dover sottostare senza colpa alcuna, al suo giudizio». Nessun coinvolgimento, dunque, sui campi culturali praticati da Fortini (letteratura, politica, che a me, che tanto seriamente li ho presi, tanto mi hanno condizionato  nei confronti di questo scrittore (toscano e antidialettale,  figura subito paterna, con l’alone prestigioso del suo passato culturale e politico). Tanto che può  centrare il suo ritratto-bilancio su due (o alcuni) ricordi sempre personali, privilegiando al massimo, dunque, la soggettività dell’approccio; e anzi facendone il perno dell’interpretazione di Fortini.

[Nella frase rivoltagli da Fortini all’inizio della loro conoscenza: «Povero te, così giovane…»  e da lui interpretata come se Fortini lo invitasse ad abbandonare «un narcisismo doloroso… per provarsi con la realtà della vita» (235), Ranchetti vede  un’ingenuità di Fortini: come se egli [Fortini] non capisse – semplificando – che “poeti si nasce” («l’esperienza poetica precede l’esperienza vissuta»)  e che – ancora semplificando – il poeta nulla impara dall’esperienza e dalla realtà («Non vi è… alcun dato di realtà, o di esperienza, che possa far deflettere l’intelligenza poetica dalle sue verità, dalle sue conquiste in una ricerca che precede (talvolta supera il fatto, l’occasione» (235). È una riaffermazione – sia pur non entusiasta ma dolente – dell’autonomia della poesia. Alla sua affermazione che «il dolore che figurava in quelle poesie giovanili, non è stato contraddetto da gioie o da dolori diversi» (235) si potrebbe obiettare: perché non si sono cercati. Oppure che quel narcisismo doloroso non si è messo alla prova della realtà, almeno quella (politica?) che intendeva Fortini. La distanza tra i due è notevole: Ranchetti è per una «poetica [che abbia]carattere di esperienza particolare» e non può che respingere  una poetica «risultato di un esercizio di ragione, sia pur di ragione poetica» (236). E sembra esaltare proprio quello che Fortini respingeva: «quelle cadute verticali nell’immaginazione poetica (e sia pure un Grand Hotel Abgrund» (236)].

E come pone l’accento (ancora una volta con sotterraneo sadismo, mi pare) sulla contraddizione di Fortini, che per lui consisterebbe  nell’aver rifiutato il sapere religioso («questo sapere privilegiato e consolatorio»,235), «dopo qualche frequentazione protestante», ma di averne  poi nostalgia. E specie negli ultimi anni di solitudine «non confortati che da un rigore impassibile e violento di fronte alla fine della speranza politica e alla propria morte corporale» (235), mostrando perciò una sorta di inerme attrazione verso uno come Ranchetti, possessore agli occhi di Fortini di «un supposto sapere religioso e teologico», che Ranchetti nega di possedere (con un po’ di malafede mi pare….) (234).  Sembra anche insinuare che «la ragione della sua [di Fortini] generosità» nei confronti della  storia presente, della storia vera, che lo rendeva così disponibile «a ragionare, a criticare, a capire» sia da collegare a «una certa carenza affettiva pratica, un impaccio emozionale» (236).  O, in un altro passo, dice: «Una fragilità.. nell’ambito degli affetti, non della ragione» (237).  Sia pur come «congetture provvisorie», egli afferma che Fortini «aveva paura» (236). E perciò, malgrado i numerosi attestati che gli venivano per il suo essere «vigile di fronte all’esistenza» e  nei campi della politica, della storia, della cultura, Ranchetti insiste a parlare di «una sua fragilità protetta e oscurata dalla grande intelligenza e dalla generosità verso gli altri». Ma di cosa aveva paura? Ranchetti pare rispondere: del «giudizio dei grandi dei diversi settori di competenza» [ e mi pare un appunto da accademico, di uno che sa bene come si lavora in modo specialistico… e non prende assolutamente  in considerazione la critica allo specialismo….] (237). Oppure paura di «parlare in prima persona»; di «riconoscersi appieno nel soggetto, in chi, singolo o momento collettivo di verità, agisce nella storia» (238).

 [Alla rilettura, questo  scritto mi pare  molto più severo di quanto mi sia apparso in passato. E forse. almeno in parte, spiega anche il silenzio di Ranchetti alle osservazioni in difesa di Fortini che gli inviai;  e anche il fatto  di averle perse come si fa con qualcosa di trascurabile (gliene avevo richieste dopo  l’incidente al computer…)]

26 dicembre 2004

Ancora su Ranchetti: Sopra una qualsiasi rivoluzione in Scritti diversi II pag. 215

Il personaggio, giovane e borghese, decide di prender parte agli avvenimenti, di guardarsi attorno e cercare «chi per dottrina o per ingegno spiccasse fra gli altri, degno del suo affetto e della sua confidenza» [inserirsi in una compagnia d’élite] (215). È pronto a seguire «un ideale, fosse pure violento». Entra in contatto con altri giovani  che assieme agli «uomini della strada e delle fabbriche in accese conversazioni… trattavano via via i problemi cui deve attendere l’uomo moderno, se tale vuole essere: massa e lavoro, abolizioni di leggi e di miti erano i temi che ricorrevano di frequente» [ il lessico stesso sottolinea la distanza, l’estraneità al linguaggio politico corrente allora e adesso; le metafore rimandano all’immaginario cattolico: la stanzetta dove avveniva l’«adunanza» e «come una cella di convento» (216) Non c’è descrizione di questi «uomini della strada e delle fabbriche», l’attenzione è subito concentrata sul «capo ideale, un giovane dotato più degli altri»].  Emerge la figura del giovane capo capace di «trovare la risposta adatta, la soluzione attesa» (216). L’attenzione all’economia, «un sapere economico, di già fatto collettivo», entrava in conflitto con «l’etica e il sapere religioso» (217) [«suscitare quell’inferno del collettivo benessere» … «Convincere altrui non era che convertire i deboli» (217)! La negazione di ogni valore alla lotta fra le classi:« un nemico non vince un nemico, un male l’altro male: sostituire non significa certo intendere né distruggere»… l’accusa: «attenzione eccessiva verso il nemico» (giusta…)… di elitarismo («preparare fra quelle mani un potere di cui giovarsi essi, i migliori, i quali poi lo avrebbero generosamente distribuito» (218).. di astrattezza nel discutere di democrazia…contrapposizione fra criticismo postkantiano e razionalismo scientifico (219).. critica al «mito della libertà» fondato su altri «di più bassa origine, quello di sociale comunità, do orgoglio nazionale» (220) …legge tutto quel razionalismo come «attacco a fondo contro la religione, mosso da un astio intellettuale contro ogni valore costituito» (220) !.. torna l’accusa verso «la comunità [ il partito, la classe] che riproduce nei suoi lineamenti l’altra comunità di cui vuol essere l’antidoto… il modellarsi del carnefice sulla vittima [ o viceversa?] … propagande opposte e del tutto simili… considera tutto una «ingenua festa dell’eresia collettiva» (221)… un’altra accusa: si tratta di «giovani, come lui benestanti» (221) [linguaggio criptico] … ancora sulla figura del capo e del suo esercizio dell’autorità, sul suo volontarismo (224) sul suo misticismo di fondo (225.. i rivoluzionari erano quelli che praticavano il sapere ma  non sanno… per agire bisogna che siano meno liberi nel pensiero e «dipendenti da un’autorità altrui»… (225) «come fanciulli guidati da una mano altrui, leggera, e dalla stessa mano percossi e accecati» (226)… critica il divario troppo ampio tra la teoria e la pratica, colmato solo con salti logici.. li accusa di irrazionalismo (227).. di voler mutare quello che non sanno conoscere «per poterlo conoscere» (228)…. vede il vizio d’origine del tentativo dell’intellettuale che si vuole rivoluzionario («una vana loquela irta di retoriche», ma sa di contrapporgli «un’altra indifferenza più colta ma non meno sterile» (229))

[Catturato dal duello con Ranchetti leggo ancora..]

Prefazione di Non c’è più religione

Il pubblico  che incontra è di gente   che spera ancora di trovare nella Chiesa «un’alleanza e una guida» (5). Ranchetti è sgomento: anche i suoi volenterosi interlocutori hanno dimenticato gli «elementi fondamentali della religione cristiana come l’incarnazione e l’eucaristia, diseducati da tutto il processo storico che ha portato, attraverso il magistero della chiesa, a ridurre la religione cristiana a «norma di comportamento borghese», e cioè ad una progressiva riduzione del «sacro» o del «soprannaturale» a favore della prassi (o dell’etica). Cosa per lui inconcepibile, perché non esiste «un’etica religiosa, un’etica che tragga dall’esistenza di Dio una legge di comportamento «religioso» (9). La sua presa di posizione  contro la Chiesa cattolica mi fa pensare alla polemica col Partito in area comunista. Non c’è più religione equivale a Non c’è più rivoluzione. E nel pezzo su Rossanda, In margine a Rossanda, pag. 239, Ranchetti sottolinea l’importanza avuta per Rossanda del Partito, «della sua difficile fedeltà ad esso, nella persuasione che è solo col partito e almeno in riferimento alla sua necessità di esistenza che si comprende la storia del nostro tempo» (242) Sottolinea anche i due diversi percorsi: quello politico di lei, da lui non seguito (con dispiacere); quello dell’insegnamento e dell’editoria suo (243)  [la lettura di Ranchetti permette di vedere quello che, uscito dal mondo cattolico, non ho più visto, col rischio di non capirne più lo spessore filosofico, antropologico, sociale e di accontentarmi di banalità anticlericali e economiciste. Io vengo da lì e mi sono immesso in una cultura di sinistra e marxista. Di  questa ho seguito anche sul piano dottrinale la ripresa e la crisi. Di quella, che pur è in crisi profonda nei suoi principi come sostiene Ranchetti, posso disinteressarmi?  C’è, insomma relazione  fra crisi del marxismo e crisi della religione, crisi del cristianesimo divenuto istituzione e crisi del comunismo disfattosi in burocrazia?  Se sì, conviene confrontare i due processi.

fine gennaio/ inizi febbraio 2005

Ho lavorato  all’intervista a Michele Ranchetti su Non c’è più religione (qui

28 luglio 2005

Cases

È morto. Un vero intellettuale borghese. Come Fortini e Ranchetti. Abituati a muoversi nell’accademia anche se da critici militanti. Montale, Majorino, Neri già sono ad un altro livello. Sono anche loro dei periferici. Rileggo su suggerimento di Raffaeli (manifesto 28 luglio) Cosa fai in giro? [in Il testimone secondario].

31 agosto 2005

Dopo seminario a Montegiove su “Paolo tra due mondi”

Cosa mi ha spinto quest’anno a Monte Giove, a seguire questo seminario?| Cosa ho trovato d’imprevisto nei suoi interstizi? [ il contatto con Virno, quello con Stefano Levi Della Torre]| Delusioni [Miegge,  in parte Tronti, l’elusione del problema da me più sentito: attuale questo Paolo anche per dei  non credenti ( o dei credenti oltre il religioso, che sento come limite)?| Tenerezza per la radicalità di Ranchetti, inerme e tollerata da quell’ambiente cattolico-valdese, di “sinistra” ma non accolta | ammirazione per lo spessore della riflessione metastorica di tutti i relatori, ma anche sensazione che si tratti di un privilegio di élite|

6 settembre 2005

Sbratto

Improvviso bisogno di prendere in mano e leggere Anima e paura, studi in onore di Michele Ranchetti comprato anni fa. Leggo Agamben, Il Messia e il sovrano. Il problema della legge in W. Benjamin. Due punti mi prendono: 1) l’attualità dell’analogia che Benjamin stabilisce tra  tempo messianici e stato di eccezione [Schmitt]:«Nel frattempo in ogni ambito della nostra tradizione culturale, dalla politica alla filosofia, dall’ecologia alla letteratura, lo stato di emergenza è diventato la regola. In tutto il pianeta, in Europa come in Asia, nei paesi industrializzati avanzati come in quelli del terzo mondo, noi viviamo oggi nel bando di una tradizione che si trova permanentemente in stato di eccezione. E ogni potere, non importa se democratico o totalitario, tradizionale o rivoluzionario è entrato in crisi di legittimità, in cui lo stato di eccezione, che era il fondamento nascosto del sistema, emerge in piena luce. Se il paradosso della sovranità [Schmitt sempre] aveva la forma: “non c’è un fuori della legge”, nel nostro tempo, in cui l’eccezione è diventata la regola, il paradosso si rovescia nella forma perfettamente simmetrica: “non c’è un dentro della legge”, tutto – anche la legge –  è fuori della legge. E l’intera  umanità, tutto il pianeta diventano ora l’eccezione che la legge deve con-tenere nel suo bando» (18-19); 2) l’analisi della «leggenda kafkiana» Davanti alla legge. Con grande sottigliezza Agamben contesta le interpretazioni che vi vedono una sorta di «apologo di una sconfitta, dell’irrimediabile fallimento del contadino di fronte al compito impossibile che la legge gli pone» e sottolinea piuttosto la «complicata strategia » del contadino che ottiene la chiusura di quella porta il cui rimanere aperta rappresentava invece «il potere invincibile della legge» (20-21)

|Il tono di voce di Ranchetti, sbrigativo, a volte smozzicato come di uno che sa tante cose che non possono entrare nel dialogo che tenti con lui, cose che hanno bisogno di tempo, di studio, di meditazione solitaria e non di confronto. È come se sfuggisse al confronto serrato. Lui la verità, anche se non ce l’ha, la cerca al di fuori del confronto diretto, del dialogo. Il dialogo è accessorio e anche tu sei in parte accessorio.|

6 ottobre 2005

Lettera a Ranchetti su Fortini

Caro Michele,

 qui sotto trovi osservazioni, obiezioni e a volte semplici richieste di chiarimento sul tuo ritratto di Fortini. Forse ti sembreranno tendenziose o maliziose, ma a me servono per mettere a fuoco quel vostro rapporto fraternamente ostile, direi, e che mi ha interessato per le sue implicazioni psicologiche e storiche,  fin da quando ti  sentii parlare di lui la prima volta all’università di Siena nella tavola rotonda commemorativa dopo la sua morte. Lo trovo rivelatore anche per  far luce su aspetti della mia storia personale e politica.

Concorderemo poi come pubblicare la tua nota e il  commento che scriverò anche in base a quanto vorrai aggiungere.

Ho nel frattempo scritto una e-mail al Gabinetto Vieusseux di Firenze per ottenere l’altro tuo intervento. Gentilmente mi hanno promesso che me lo spediranno appena sarà pubblicato.

Un caro saluto

Ennio

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  1. Qual è la poesia di Sereni che riguarda «queste cose, persone e tempi»?
  2. Quello che chiami contrasto fra i Servizi sociali (aziendali) e i Sindacati era per te un falso problema? Non mi è chiaro se tu quel conflitto, che anche  per me appare «di classe», lo sentivi reale oppure lo ritenevi (e lo ritieni adesso) una costruzione soprattutto ideologica, immaginaria di Fortini o di altri.

2.1. I modi poi con cui quel gruppo di intellettuali lo viveva o lo sentiva possono essere stati davvero discutibili o schematici per la loro tendenza ossessiva a ricondurre tutto a quel «contrasto insanabile». Ma un problema si pone: quel conflitto c’era o non c’era? E se magari era – posso concedere – sanabile in parte alla Olivetti di allora, non lo era e non lo è poi stato alla Fiat, ad es., ed era così «insanabile» che  in questo caso si è risolto con la sconfitta nel 1980 della classe operaia (o degli operai).

  1. Cos’era e cosa è oggi quel «resto» di cui discutevano tanto quegli intellettuali sia pure «in situazione privilegiata e marginale»? Solo definendolo, nominandolo magari in altri modi ( non marxisti o paramarxisti o sociologici come facevano quegli intellettuali) si può valutare l’entità della «sproporizione originaria e non avvertita» in quel loro discutere e anche la qualità di quel tuo «imbarazzo».
  2. Mi colpisce l’osservazione «Fortini, mi pare di ricordare, prendeva tutto questo ‘ragionare’ molto sul serio». Rivela – credo – il tuo profondo scetticismo verso quei tentativi (velleitari a tuo giudizio) di affrontare quel «resto». Pare di capire che per te non si trattava «di questioni di vita e di morte» (le uniche che possono o debbono davvero interessare?). Qui ci sento la tua “indifferenza” al marxismo (o dovrei dire al «mondano»?). Perché infatti non si dovrebbe ragionare seriamente su quelle cose ( il «resto») e magari anche infervorarsi? Che poi non si riesca a cavare un ragno dal buco è un’altra questione.
  3. «io mi accorsi di quanto fossero rilevanti, per lui, tutte le cose, direi tutte le forme dell’esperienza del vivere». Perché, per te non è così? E se no, si può dire che solo una parte di esse per te lo sono? O – mia supposizione – tutte non lo sono, per l’incombere della morte, del peso che essa ha nel tuo pensare alla vita o per quel che ti fa intravvedere di Altro la fede?
  4. Accentui in modo che a me pare unilaterale il contrasto tra te giovane, che presenti le tue poesie («una materia per me allora così privata e segreta», e il Fortini «maestro d’arte». Qui il contrasto, al di là del rapporto personale o generazionale, a me pare essere tra una concezione (tua) della poesia soprattutto come fatto intimo, misterioso, inconscio e una concezione (di Fortini) della poesia soprattutto come istituzione storica, pubblica, sociale.

6.1. Certo Fortini era un giudice sovraccarico di tutto il peso di secolari armamentari critici. Ma mi verrebbe da chiedere: non lo sapevi? non cercavi , rivolgendoti proprio a lui, di provare come funzionasse sulla tua poesia il suo  “occhio clinico” oppure di far uscire la tua ricerca poetica (clandestina allora penso) dalla sua dimensione privata e segreta?

6.2. Se uno fosse deciso davvero a coltivare la poesia come fatto incomunicabile e ingiudicabile, non la farebbe mai leggere, specie a dei letterati di professione.  Al momento che la presenti a un altro (poeta e critico per giunta), è perché tu stesso ti  vuoi distanziare da quello che hai scritto e desideri che altri partecipino a quel tuo sentire segreto oggettivatosi  sulla carta. Accetti insomma di entrare nell’altra dimensione (storica, pubblica, sociale) della poesia. E sai o impari subito che lì non trovi solo amici benevoli o distratti, ma lettori carichi o sovraccarichi di competenze estetiche, filosofiche, istanze politiche, religiose, ecc. Esse entrano in gioco più o meno pesantemente o accortamente illuminado o oscurando pure la singolirtà  che ha prodotto quei testi. Credo che capiti anche a te (è capitato – mi pare – quando ti ho chiesto la presentazione per la mia Salernitudine). Non è il gioco “infinito” dell’interpretazione?

6.3. Che poi il giudizio di Fortini tendesse alla Totalità, si sa. Ma il suo, se era un «giudizio universale», a me non pare «privato». Era quello di un intellettuale marxista, che aveva studiato Lukács e Adorno. Era tutta una generazione per la quale «una poesia non poteva in un certo senso essere bella, se non era anche buona o giusta».

6.4.E poi anch’io non sono del tutto convinto:  davvero una poesia può essere solo «bella»?

  1. L’affermazione «…perché non c’è nulla che non abbia importanza e significato» mi pare diversa sostanzialmente dalla successiva «non c’è nulla di cui non si debba rendere conto».

7.1. La prima mi pare indicare un’apertura, un’attenzione al mondo (magari ingenua e destinata alla sconfitta: col tempo  molte cose diverranno senza importanza e significato o risulteranno false…). 7.2. La seconda introduce un elemento esterno (superegoico), al quale render conto del rapporto che si stabilisce con le cose (il mondo).

7.3. Probabilmente in Fortini erano presenti entrambi questi aspetti e confliggevano (con prevalenza – concordo – del secondo). Mi chiedo però – ripeto – quanto quella «sorta di giudizio universale» (io direi: tarlo della Totalità), che tu gli imputi, fosse davvero «privato».

  1. Capisco che un giudizio che assaliva «ogni sua frase e ogni suo atto, di vita e di pensiero» desse (e ti desse) fastidio. Ma proprio perché nasceva da un individuo che tu stesso riconosci come «generoso» e capace di solidarietà verso le sorti degli altri, quel fastidio andrebbe interrogato.

8.1. Dell’accanimento fortiniano nel giudicare  dai una motivazione che a me pare antilluministica: «si riproponeva il meglio da sé e dagli altri»; aspirava o aveva fiducia in «una perfettibilità infinita». Riecheggi – mi pare – le antiche accuse di prometeismo e di astratta  fiducia nella natura umana mosse appunto agli Illuministi e ai marxisti in genere.

8.2. Moltissime pagine di Fortini smentiscono che egli nutrisse tali convinzioni o possa essere della stessa  famiglia dei fautori del Progresso. S’era pur formato su Adorno.  Aveva conosciuto gli effetti deleteri della dialettica dell’illuminismo. E  dello stalinismo aveva criticato ampiamente la fede nell’«uomo nuovo». Era stato attento alla lezione di Timpanaro. E proprio il suo particolare marxismo («critico» appunto) e il suo cristianesimo (comunque pessimista) lo tenevano alla larga da questa eccessiva fiducia nella perfezione.

8.3. Che poi sotto la lucidità amara di questi suoi scritti  perdurasse un’illusione perfezionistica residua in conflitto con quanto dichiarava, si può supporre. Ma andrebbe secondo me dimostrato. (Non era un freudiano, certo. Usava semmai la lezione di Freud da umanista, credo).

  1. Perché non prendere anche in considerazione che quell’«accanimento critico che non si apre quasi mai ad un’esclamazione libera dell’io, che appare ritroso a scoprirsi, ad esporsi» nascesse da altro; e cioè dall’esperienza vissuta e poi intellettualmente consapevole dell’ingiustizia del potere nelle nostre società?

9.1. Tieni conto della sua vicenda familiare, del suo coinvolgimento nella guerra, delle frustrazioni continue della sua partecipazione politica.

9.2. Non credo che in Fortini sia  stata del tutto assente «un’esclamazione libera dell’io». È che il suo «io» è diverso da quello di Pasolini (di cui mi parlasti – ricordi?- durante l’intervista che ti feci). Il suo fu un «io» fortemente politicizzato  in senso marxiano e che sicuramente si «barricò» in una concezione “classica” della cultura.

9.3. Si può ammettere certamente che questo  «io politico» in lui castigasse eccessivamente quello «privato», quello  – ad es. – giovanile più aperto al desiderio di godimento e forse di confidenza [mi aveva colpito la schiettezza erotica della poesia La buona voglia (pag.46 di Una volta per sempre, Einaudi ’78; e anche certe sue “divagazioni-confessioni” sui suoi interessi per l’arte e la pittura…].

9.4. Mi pare però che «in tempi di disperazione e disordine» sia quella sua concezione della cultura, «obsoleta e fastidiosa», sia quel suo «io politico», ritroso a espandersi in confidenza, abbiano dato prove di coraggio (Penso alle sue prese di posizione su  certi avvenimenti negli «anni di piombo»,  che non so considerare per la mia generazione «fatti minori»).

9.5. Perciò più che di «reticenza» a parlare di sé, a «scoprirsi, ad esporsi» – ricordo il racconto-confessione del suo comportamento  “ottuso” nei confronti di Elvio Fachinelli – direi che egli si è esposto fortemente per come si era costruito: come «io politico», capace non solo di intelligenza ma anche di passione (politica). Fortini a me pare uno dei pochi letterati davvero fortemente segnato da una partecipazione passionale alla politica (ovviamente ad una certa politica). E perciò è quasi ovvio che nei suoi diari [A proposito sai quando escono? Ne possiedi la fotocopia delle bozze? È riservata?] non vi possa essere «quasi traccia di una riflessione che non abbia note di conferma storica o bibliografica». Non è giustificatorio dire che nella storicità delle cose (dalla guerra  fin  nella «cronaca minore») si “buttò” con tutto se stesso. E fu questa con la sua brutalità che gli impedì quell’«esclamazione libera dell’io» e rafforzò forse la sua «concezione della cultura come dignità hominis di tradizione umanistica». (Ma forse qui sono troppo brechtiano).

  1. Sulla “inattualità” di certi temi da lui trattati per tutta una vita (industria culturale, ecc.). direi che la sua lezione può apparire esaurita perché a tutto il lavoro intellettuale è stato imposto con la «forte accelerazione tecnologica degli ultimi decenni» un altro contesto (che è anche di guerra!). Ma lo si può accettare? A quelli che a questo contesto si sono adattati i suoi scritti potranno apparire solo rozzi e superati. A quelli che come me resistono, qualche suggerimento (etico più che politico) ancora lo danno.

 

30 luglio 2006

Sogno

Nella segheria [zi Vicienze…] di Michele Ranchetti. Sono solo. Mi turbano presenze ignote. Decido di collocare su un tavolo dei pani da far lievitare [come quelli che fa Monica], di chiudere la porta con un lucchetto e di andare via. Ma vedo arrivare Michele. È con donne ricche e belle. Mi parla di un viaggio da fare insieme. Ma è costoso ed io non ho soldi. Lui  replica: sappi che ti sono arrivati i soldi del lavoro che hai fatto in questi anni. D’un tratto m’accorgo che nella segheria è successo qualcosa di grave. Corriamo a vedere. Le cose che io avevo lasciato sul tavolo sono sottosopra.

5 settembre 2006

Lettera a Ranchetti su Fortini e don Milani

Caro Michele,

[…] Oggi, di fronte alla tua interpretazione del rapporto tra Fortini e Milani, che ho letto dalla fotocopia  dell’Antologia Viesseux (N. 31, gennaio-aprile 2005), ritrovo [una certa tua] ostilità  verso Fortini. E cerco di capire, sentendomi chiamato in causa, appunto perché ho/ «abbiamo amato un poeta “fragile”» [1] e  un po’  anche – e con riserve non dissimili da quelle di Fortini – il don Milani di «Lettera a una professoressa».

Lo «scontro» (o «sfida») tra i due c’è stato e alla pari: «un intellettuale contro un intellettuale» e non «un penitente di fronte a un confessore» (22), come ben dici; ed io lo trovo leale e istruttivo, specie se calato in quel contesto storico, per cui i due, pur appartenendo a “chiese diverse”, sono stati odiati e ignorati dai funzionari di entrambe e hanno avuto seguaci che, come succede sempre nella storia, hanno usato o mescolato il loro pensiero con bisogni più confusi, ma non  trascurabili.

Ad es., credo che tu sottovaluti l’importanza storica della ricezione sociale della «Lettera a una professoressa», delle «mille Barbiane», quando vi contrapponi la convinzione che «il suo testamento avesse ad essere ben altro» (p.18 ). Quelli, che a te dovettero apparire “scarti” del messaggio milaniano (e che credo pure Fortini tenesse in minor conto), smossero nei partecipanti in vari modi al movimento degli studenti, in buona parte provenienti dal mondo cattolico o in esso formatisi, energie potenti che forse solo *quel* libretto-manifesto poteva *allora* smuovere. Questo  sarebbe un altro discorso, più di storia sociale e politica e meno di storia delle idee forse, che però andrebbe fatto.

A te però interessa poco o di meno, credo. E l’analisi del rapporto Fortini-Milani è tutta spostata su un piano che definirei approssimativamente psicologico-ideologico. Su di esso vedo agire (con punte di contraddizioni) sia la lezione psicanalitica, profondamente antideologica, sia il richiamo a «qualcosa d’altro in sé» (p.19), che esito a chiamare piattamente cattolicesimo, ma che da quella tradizione proviene e ti fa sbilanciare decisamente a favore di Milani contro il Fortini *fragile*, “pauroso”, “ex-protestante”, che faticava a «parlare in prima persona», ecc.

Questa mia impressione di fondo la ricavo da  vari passaggi del tuo testo, che è acuto e non manca *in superficie* di riconoscimenti verso Fortini.

Ad esempio, scrivi che: – di fronte a Milani, Fortini si è “messo in gioco”, esponendo una volta tanto «qualcosa di personale, direi quasi di privato» (p.17); – ha intuito «ben più di quasi tutti i primi commentatori etc.» l’importanza della «contraddizione fra vero e falso, verità e errore»; – non riduce a verità «letteraria» (di minor valore, a tuo avviso, perché «attiene a un ambito particolare», p. 18) quella presente nel libro di Milani (anche se quest’affermazione  mi pare contrasti con l’altra: Fortini «non riceve la *Lettera* come un annuncio ma solo come un libro», p. 18).

Ma poi gli tiri un fendente non da poco e sul punto cruciale e che a te sta davvero a cuore. La tua lettura, infatti, stabilisce una netta distinzione: la verità che Fortini coglie in Milani  non è «una verità di fede» (sottinteso: quella che conta davvero). Attento anche lui alla «contraddizione fra vero e falso, verità ed errore» e accettando anche lui che  «il sapere non è un bene in sé, ma uno strumento», non arriva a dire  l’essenziale (per te), e cioè che «il sapere è il sapere di Dio» (p.18). Non è «esplicito al riguardo».  Dice soltanto che quella di Milani «è una verità non letteraria» (18), ma non dice che è quella divina. Mi sbaglio?

Ancorandoti a tale fondamentale distinzione, sei portato, secondo me, ad accentuare eccessivamente la contrapposizione tra Fortini e Milani (e, sotto sotto, tra te e Fortini). Il tutto a scapito di certe affinità che, come ho sopra accennato,  a me paiono esserci state non solo tra il “prete ribelle” Milani e “l”intellettuale critico” Fortini, ma anche tra il tuo percorso e  quello di Fortini.  E direi pure nelle tappe finali di questi percorsi: perché se gli ultimi anni di solitudine di Fortini ti sono apparsi (e anch’io in parte ho avuto questa impressione di fronte a «Composita solvantur») «non confortati che da un rigore impassibile e violento di fronte alla fine della speranza politica e alla propria morte corporale» (Scritti diversi II, p. 235), non dissimili, a quanto mi dicevi durante l’intervista che ti feci nel gennaio 2005 (o aggiungevi in quel tuo intervento al seminario su Paolo a Montegiove), sembrano i tuoi; e forse anche  i miei e quelli di altri.

Da questo tuo scritto ricavo però soprattutto l’impressione che Milani, malgrado le contraddizioni messe in evidenza da Fortini, valga più di lui perché «si è iscritto con consapevole e accanito volontarismo» alla tradizione cattolica (22); mentre Fortini, impacciato dalla sua dialettica e dalla sua (iper)cultura, si ritrova a contrastare Milani «con un pugno di conoscenze in mano» e «in preda a sentimenti ed affetti» di nostalgia per quella tradizione religiosa abbandonata o “tradita” per il marxismo.

Ora io mi chiedo (e ti chiedo): perché la “fragilità” di Fortini conterebbe di meno del  «consapevole e accanito volontarismo» con cui Milani restò nella tradizione cattolica (22)? Perché quella “fragilità” «nell’ambito degli affetti» (che sono disposto a riconoscere) dovrebbe inficiare del tutto quanto da lui fatto nell’ambito della «ragione», o della cultura o della politica, *malgrado questa “fragilità”* e malgrado la sconfitta della parte (partito) a cui si è a modo suo “iscritto”? (Vedi quanto dico nel mio commento a «Un giorno o l’altro»).

Questa mia supposizione di un eccessivo sbilanciamento tuo a favore di Milani ha per me trovato conferme anche nella lettura dell’intervento che Fortini fece a quel convegno di Firenze del 1980 (pag. 1540 di «Saggi ed epigrammi»). Condivido, ad es., varie sue critiche a Milani: – dove  definisce la sua scrittura «premoderna» (1544) e afferma che «non è sfiorata dal sospetto che il linguaggio abbia dei buchi neri o che la scrittura sia sempre a doppia faccia», p. 1549); –  quando afferma che sottovalutava la «potenza dei mezzi di manipolazione di massa» (1547),  limite che – tra l’altro – Fortini, nel 1980,   ammetterà sia stato anche suo. Inoltre in quell’intervento non trovo traccia (ma posso sbagliarmi…) di un’opinione di un certo peso nel tuo scritto e che attribuisci a Fortini: Milani avrebbe agito «come se il cristianesimo fosse vero» (22).

Mi sono posto anche una domanda: cosa seleziona Ranchetti nei due testi di Fortini che esamina? Risposta mia: i riferimenti evangelici (li enumeri uno a uno). Ma la mia impressione è che,  invece di esserne contento o di giudicarli una permanenza preziosa anche in un uomo “iperculturalizzato” e passato al marxismo come Fortini, sembri insistere che si tratterebbe quasi di un “trafugamento” di termini dall’ambito religioso ad un ambito “non religioso” (o laico o mondano…). Parli infatti di «senso improprio». Che è poi – mi viene  da  dire – quello che hanno fatto tanti insegnanti della «Lettera a una professoressa» e che io non giudico  dannoso. Porti, cioè, all’estremo e all’inconciliabilità la distinzione-contrapposizione tra lingua e cultura di Fortini e lingua e cultura di Milani. La formula fortiniana «rivoluzione-salvezza» è contrapposta a quella milaniana «istruzione-salvezza». Il nesso fra ‘rivoluzione e salvezza’ – sottolinei – è di Fortini non di Milani (19). Certo. Ma la contrapposizione è forse soprattutto tua (non so di Milani).

A me pare che qui tu recalcitri di fronte alla possibilità/eventualità di una commistione fra vangelo e politica, fra premoderno e moderno, fra discorso di salvezza e rivoluzione, che è stata di un certo marxismo (Ernst Bloch) e – credo – pure di Fortini. Di conseguenza  Fortini  sarebbe uno che ha “forzato” troppo e malamente il testo di Milani. Vedi, ad esempio,  anche il passo riguardante l’arte. Trovi strano questo modo di Fortini di considerare «equivalenti o interscambiabili» termini come amore, odio, salvezza, rivoluzione, verità «disconoscendo le tavole della legge» [!].

Qui io arretro intimidito. Le «tavole della legge» mi fanno paura; e il discorso m’imbarazza e non saprei da dove cominciarlo. E mi fermo alla mia impressione, per quel che conta: che sei tutto dalla parte di Milani, che ti pare «più semplice… più tradizionale», più portato al «ripristino della lettera contro l’interpretazione» (20).

 Non so quanto la mia interpretazione sia azzeccata, perché nel tuo testo ho trovato anche passi che non sono riuscito a capire. Ma mi viene di accostarlo ad una nota che mi scrisse Giorgio Bouchard in un librettino che editammo a Cologno nel dicembre 1996 per commemorare Fortini.

Ricordando l’incontro del giovane Fortini con il valdese Tullio Vinay a Firenze diceva: «Per Fortini questo episodio evangelico è stato solo un momento di transito verso quel marxismo emancipatorio a cui dedicherà tanta passione, e in cui incontrerà, anche, qualche, delusione. E tuttavia, nella scrittura di Franco Fortini resteranno sempre tracce del linguaggio evangelico appreso in quegli anni […] Personalmente, pur militando nella sinistra, non ho mai condiviso l’idea di Fortini (e di qualcun altro) che il messaggio cristiano potesse perdere la sua radicale alterità per risolversi e dissolversi nel linguaggio – e nella prassi – d’una rivoluzione un poco mitizzata» (pag. 12 «Se tu vorrai  sapere. Testimonanze per Franco Fortini», Comune di Cologno Monzese, 1996). Ecco, qui mi pare detto in modo limpido quello che tu fai intendere ma non nomini mai: il marxismo di Fortini, la sua scelta di commistione, che ti risulta ostica, come a Bouchard, credo.

Scusami se  ho tagliato con l’accetta.

Un affettuoso saluto

Ennio

[1] Titolo di alcuni miei versi inviati a Ranchetti dopo aver partecipato a una commemorazione di Fortini all’Università di Siena nel dicembre 1995

Nota

Passaggi del tuo discorso che mi sono rimasti oscuri:

– Mi sembra di capire che rimproveri a F. di non accettare o «passare alla tradizione e alla lingua della confessione di fede» perché sarebbe convinto che esse debbano riscattarsi «da una falsa cultura» [quale?],  il che potrebbe avvenire solo facendo «rifluire» in quella tradizione e lingua religiosa  «un antagonismo che si è svolto al di fuori delle confessioni religiose», in altri termini  il frutto delle lotte dei singoli e dei popoli: la rivoluzione (19);

– Quando scrivi che F. ha colto «la disperazione in quelle pagine di apparente meticolosa denuncia e in quel linguaggio di forzata fanciullagine toscana» (19), affermi che egli l’ha colto attingendo «a qualcosa d’altro in sé». Non capisco l’espressione successiva: «che si contrapponesse a quella forma e a quella disperazione, nel rifiuto del carattere sacrale insito e riconoscibile nella stessa denuncia dell’ingiustizia, e soprattutto nell’offerta, che la conclude e la sublima, della «mano tesa al nemico perché cambi» (p.19);

– Quando scrivi «È questo il soggetto Fortini, ed un soggetto…che si definisce duplicemente»: per l’aspetto di predicazione (la grande pedagogia senza appartenenze di Fortini) e le assisi culturali per negazione»(p. 20)..

– Fortini avrebbe parlato dei legami tra la lingua e la scrittura di M e il «fiorentinismo» letterario di destra «in modo leggero, ma con un evidente rancore». Perché?

20 settembre 2006

Sbratto

Ranchetti: insiste sul fatto che lui non ha  «mente filosofica» e non è dialogico ma «assertivo»; e dunque trova «intelligenti» le cose che gli ho scritto sul suo Fortini e Milani, ma non intende controbattere. Non riesco a stanarlo.  Mi dice che quello che ha da dire l’ha detto nelle sue poesie. E il resto è aggiuntivo, secondario forse. Mi annuncia che ha tradotto Rilke. Gli chiedo di  mandarmi qualche poesia per Poliscritture. Lo farà [ma non l’ha ancora fatto].

4 febbraio 2008

A Firenze  in fretta per il funerale di Ranchetti

Avvisato da una e-mail del Centro F.F. solo lunedì mattina. Riesco a prendere il treno delle 13 e in taxi ad arrivare per i funerali fissati alle 16 nella chiesa di San Salvatore a Monte, sopra piazza Michelangelo e  sulla strada che porta alla casa di Michele, dove sono andato per qualche riunione del Centro F.F e a fargli l’intervista. Vedo e saluto Bologna, Lenzini, la Nencini, Cappitti e Baranelli.  Cerimonia sobria.  Un centinaio di persone. Il prete, amico di Michele ricorda il  suo atteggiamento fortemente anticlericale ma la fede in Cristo. Intervengono per  dire brevi ricordi o salutare alcuni suoi amici. Poi vado via subito. Alla fermata intravedo un signore che ha in mano  il  foglietto con le preghiere distribuito in chiesa. Gli chiedo se è amico di Michele.  Prendiamo il pullman insieme. È Marasco, uno psicanalista. Ci scambiamo notizie e gli indirizzi.

5 pensieri su “Riordinadiario sul finire del 2020. Michele Ranchetti

  1. Questo testo che Abate presenta è lungo e fatto di frammenti, ma lo chiamo così, “testo”, in quanto è comunque un intreccio, tessitura di trama su ordito, perché gli elementi che lo compongono lungo tredici anni (riflessioni su pagine di Ranchetti, lettere a R., note su episodi che coinvolgono R., unite a sogni, autoanalisi biografiche e ideologiche, dichiarazioni di poetica) li trovo unificati lungo tre tracce che, come fili colorati, percorrono l’intero materiale.
    E “testo” anche perchè la motivazione a pubblicarlo, a darne conto, risponde a una motivazione profonda, quanto non resa esplicita alla consapevolezza, dell’autore stesso: “Pubblicarlo per me è un atto di gratitudine alla sua figura non più prorogabile; e ho voluto – non so bene perché – renderlo noto entro la fine di questo terribile 2020”.
    Nomino i tre fili che si sono richiamati lungo la lettura e la hanno per me unificata. E dichiaro che, mentre credo di comprendere la ragione poetica di Ranchetti, mi sento lontana dalla prospettiva razionale della poesia bella buona e giusta (“Era tutta una generazione per la quale «una poesia non poteva in un certo senso essere bella, se non era anche buona o giusta»”) che Abate dichiara di condividere con Fortini.
    Un primo filo è quello della storia culturale che Abate segue, dal primo incontro nel novembre 1995 all’università di Siena  per la commemorazione di Franco Fortini, dal quale nasce il rapporto tra l’autore e Ranchetti, fino all’ultimo convenire “in fretta per il funerale di Ranchetti”, nel 2008 (“Vedo e saluto… Cerimonia sobria. Un centinaio di persone … Poi vado via subito.”).
    Il filo degli anni si svolge in una insistita triangolazione -ed è il secondo filo colorato- tra Ranchetti, Fortini e Abate stesso, che interroga il primo sulla sua distanza dal secondo (un rapporto “fraternamente ostile”) con il quale invece Abate si sente consonante. Per questo forse Abate mette in chiaro fin dall’inizio che Ranchetti si scusa di non entrare agevolmente in dialogo con lui per una “difficoltà a dialogare congenita”. Ma, aggiunge Abate, “a me resta il dubbio che siano i contenuti da me sollevati a suscitargli ritrosia. Come se non lo prendessero.” La triangolazione verte su soggettività poetica e razionalità. Scrive Abate: “La distanza tra i due è notevole: Ranchetti è per una «poetica [che abbia]carattere di esperienza particolare» e non può che respingere  una poetica «risultato di un esercizio di ragione, sia pur di ragione poetica»”.
    Il terzo filo si annoda sulla parola “incarnazione”, parola che compare nel testo di Abate una volta sola, ma è un concetto centrale per Ranchetti (“elementi fondamentali della religione cristiana come l’incarnazione e l’eucaristia”, dalla prefazione a Non c’è più religione) e del resto è, storicamente, la matrice dei concetti hegeliani e marxiani di oggettivazione e realizzazione.
    Un momento di vicinanza di Abate a Ranchetti riguarda il possibile parallelismo fra la critica di R. al cristianesimo e la critica politica del marxismo: “C’è, insomma relazione  fra crisi del marxismo e crisi della religione, crisi del cristianesimo divenuto istituzione e crisi del comunismo disfattosi in burocrazia?  Se sì, conviene confrontare i due processi.”
    Distanza invece si verifica a proposito della poetica, dove Abate concorda con Fortini: “il contrasto … a me pare essere una concezione (tua) della poesia soprattutto come fatto intimo, misterioso, inconscio e una concezione (di Fortini) della poesia soprattutto come istituzione storica, pubblica, sociale.”
    Se Ranchetti attribuisce a Fortini una “paura di «parlare in prima persona»” Abate esibisce a Ranchetti una sua contraddittorietà a proposito della richiesta a Fortini di leggere le sue poesie: “Se uno fosse deciso davvero a coltivare la poesia come fatto incomunicabile e ingiudicabile, non la farebbe mai leggere, specie a dei letterati di professione. Al momento che la presenti a un altro (poeta e critico per giunta), è perché tu stesso ti  vuoi distanziare da quello che hai scritto e desideri che altri partecipino a quel tuo sentire segreto *oggettivatosi* (c.vo mio) sulla carta. Accetti insomma di entrare nell’altra dimensione (storica, pubblica, sociale) della poesia”.
    Sulla dimensione storica pubblica sociale della poesia si misura la distanza di Ranchetti: “non intende controbattere. Non riesco a stanarlo.  Mi dice che quello che ha da dire l’ha detto nelle sue poesie!”
    La poesia non si oggettiva. Per Ranchetti “Non vi è… alcun dato di realtà, o di esperienza, che possa far deflettere l’intelligenza poetica dalle sue verità”. Come scrive in quegli stessi anni (“Poesie ultime e prime”): “Peregrinata ratio id est/in interiore nominis.”

    1. @ Cristiana Fischer

      Credo che il tuo intervento faccia bene a distinguere nel mio lungo e frammentario scritto tre tracce. Non saranno solo tre ma per cominciare un approfondimento vanno bene. Nella descrizione che ne fai, però, forse c’è qualche forzatura ed accentuazione tendenziosa, che oscura in parte la problematicità del mio atteggiamento nei confronti di Ranchetti (e, come dirò, anche nei confronti di Fortini).

      Per dirla in breve e con chiarezza: a me non pare giusto parlare di «triangolazione…tra Ranchetti, Fortini e Abate». Vedo delle distanze e delle differenze tra Ranchetti e Fortini (e andrebbero meglio precisate con studi approfonditi), ma credo che le hanno viste o le vedrebbero anche altri lettori. E, quindi, perché parlare di triangolazione, se io m’interrogo sulle loro posizioni non esprimendone una mia o una terza, ma indicando al massimo una mia preferenza o un maggior coinvolgimento nel discorso marxista di Fortini o esponendo a Ranchetti dei dubbi o delle perplessità su quanto lui scrive di Fortini?)

      Altrettanto problematica è la mia ipotesi sul « possibile parallelismo fra la critica di R[anchetti] al cristianesimo e la critica politica [comunista] del marxismo». O, più esattamente, tra le due crisi (del cristianesimo e del comunismo). Lo è ancor più se, come ho detto rispondendo a Elena Grammann in un commento precedente (http://www.poliscritture.it/2020/12/25/riordinadiario-sul-finire-del-2020/#comment-99013), questa mia ipotesi non è granché condivisa ed è anzi respinta da posizioni sicuramente affini a quelle di Ranchetti.

      Correggerei anche quanto dici sulla poetica. Ho fatto notare le differenze tra Fortini e Ranchetti («il contrasto … a me pare essere una concezione (tua) della poesia soprattutto come fatto intimo, misterioso, inconscio e una concezione (di Fortini) della poesia soprattutto come istituzione storica, pubblica, sociale.»), ma non ho espresso nessuna piena concordanza con la poetica di Fortini. E per ragioni – in parte generazionali, in parte sociologiche o biografiche – difficili da spiegare qui ( ma che cercai di delineare in una vecchi intervista che mi fece Ezio Partesana nel 2013 o che sto sviluppando nel mio “Nei dintorni di F. F.”).

  2. Ho letto con vivo interesse gli scritti di Michele Ranchetti. Questo sito supplisce alla mia scarsa frequentazione della saggistica perché, specialmente dopo gli studi universitari dove si privilegiavano i saggi, seguendo un principio di piacere, preferisco la lettura di testi letterari di autori. E. A., invece, che mi sembra un po’ erede di una certa tradizione speculativa filosofica partenopea (da Vico a Croce), è uno che ci nuota dentro e ama, come si dice, rompere il capello in quattro.
    All’interno di un sostanziale confronto fra Ranchetti e Fortini egli cerca uno spazio proprio, che fatica a trovare; così come nella dialettica tra Fortini e Ranchetti si creano dei vuoti, dei silenzi, che i due non riescono o non vogliono colmare. Di tutto rilievo anche il confronto con don Lorenzo Milani, per chi sappia attentamente valutarlo. Anche per me don Lorenzo Milani è stato come un faro di luce, nella mia realtà di uomo e di insegnante. Spiego brevemente: : come i miei coetanei dell’epoca, anni 60/70, anch’io frequentavo la parrocchia e l’oratorio. Verso i 18 anni d’età, durante una riunione parrocchiale serale, presieduta dal parroco-monsignore il quale sosteneva che l’autorità politica viene da Dio, io, fresco di lettura del Contratto Sociale del Rousseau, chiesi la parola in mezzo all’assemblea e sostenni che l’autorità politica viene dal popolo. Il giorno dopo venni convocato nello studio del curato, che era stato presente, e fui invitato ad allontanarmi dalla parrocchia, perché “le mele marce vanno tolte dal cesto”.
    Si era in piena epoca di dominio democristiano; sotto questa cappa di potere, oltre che dalla Chiesa mi allontanai dall’interesse verso la politica, e nemmeno guardai all’opposizione, perché capivo che anche lì cercavano il potere, sotto un’altra bandiera. Frequentai per qualche anno una Chiesa Pentecostale, ma culturalmente insoddisfatto presi contatto con i Valdesi. Così, verso i vent’anni, come Franco Fortini, lessi le opere di Giovanni Miegge, saggi su Martin Lutero, studi biblici e altro. Ma avvertivo molta freddezza in quella Chiesa, mi mancava soprattutto la vivacità dell’oratorio e i miei amici, e non mi andava di condividere un marcato interesse per la politica. Rimasi isolato. Più avanti negli anni, nella mia esperienza di insegnante, mi capitò di leggere, e ne fui profondamente colpito, ‘Lettera a una professoressa’ di don Lorenzo Milani. Sentii scaturire una forza spirituale e una visione sociale che mi segnarono per sempre. A questa accompagnai la lettura delle opere di don Primo Mazzolari. Gradualmente ripresi contatto con la Chiesa, i tempi erano cambiati, pur conservando una certa visione protestante, soprattutto in relazione alla teologia. Incontrai semplici sacerdoti, ‘operai nella vigna del Signore’, che non chiedevano niente di più e di meglio, con personali rinunce e sacrifici. Nel contempo mi avvicinai a poeti come Umberto Saba e Mario Luzi, per la profondità dell’ispirazione e la bellezza espressiva, e approfondii lo studio degli Inni Sacri del Manzoni.
    Ecco perché ho guardato con particolare attenzione a questo tra confronto tra Fortini e don Milani, proposto da E. A. In ogni caso, il compendio a quattro voci rivela la sofferta autenticità di una ricerca intellettuale che apre a scenari culturali significativi del nostro tempo.
    Siccome nel testo ho trovato la citazione di tre sogni, che forse E. A. ha messo lì come esca per i pesci, data la mia irrefrenabile spinta junghiana, mi permetto di avanzarne una sommaria e personale interpretazione.
    Nel primo sogno si evidenzia l’importanza del rapporto col Ranchetti, che coinvolge anche la famiglia del sognatore. I valori culturali che il Ranchetti esprime vengono considerati benefici (bustine di medicinali), gratificanti. Egli se ne sente oggetto (‘prendo quelle a me indirizzate’), così come ne sono oggetto personalità importanti della cultura come Sapegno o Foucault che, così facendo, elevano Ranchetti e il sognatore al loro stesso livello.
    Il secondo sogno è drammatico: forse prefigura la morte del Ranchetti (il precipitare dall’alto scoglio), o il timore verso una sua scelta suicida; comunque la perdita repentina del rapporto valoriale auspicato dal sognatore. C’è un sincero desiderio di soccorso e di dolore (piangendo), l’espressione di una calda amicizia.. Ma la ragazza, che veste un costume giallo, segnala un sentimento di gelosia verso qualcuno che mira a una perdita potenziale dei comuni valori culturali fra lui e Ranchetti. Ciò si avvera quando il sognatore sente parlare di Nabokov nel luogo dell’amico perduto. La cultura elitaria e positiva del Ranchetti viene messa in pericolo dai disvalori.
    Il terzo sogno è ancora più esplicito: i pani da far lievitare sono i valori che il sognatore intende fare emergere; ma si sente solo, ha paura (presenze ignote); decide di chiudere la porta col lucchetto contro un temuto furto. I suoi timori si avverano, perché il Ranchetti che compare sulla scena è un personaggio godereccio, spensierato. Ma anche in questa situazione gratifica il nostro con l’annuncio dei soldi, che potrebbe sembrare una tentazione. Subito la situazione precipita, i timori si sono avverati, qualcosa ha scompigliato i pani sul tavolo, quei valori che il sognatore vorrebbe condividere col Ranchetti.
    Questi sogni, in sostanza, rappresentano l’incertezza del sognatore nei confronti di questa autorità culturale come guida, ma anche la paura o il dispiacere di dovervi rinunciare. Propende di più per il no, anche contro il suo stesso desiderio.
    L’interpretazione potrà non essere del tutto corretta, ma il mio sforzo è stato sincero.

  3. @ Franco Casati

    A me pare di grande interesse cogliere i momenti precisi in cui in una vicenda esistenziale (la tua nel caso) – attraverso un episodio rivelatore (la riunione parrocchiale, cui accenni) o la lettura (di “Lettera a una professoressa” o delle opere di Giovanni Miegge, ecc.) – irrompono idee e problematiche che prima non si coglievano e ci si accorge che altri delle generazioni che ci precedono le hanno affrontate meglio e più in profondità. Insisto sui “momenti precisi”, che non intendo soltanto in senso cronologico o di date da fissare ma di sensazione soggettiva di accostarsi a un sapere che non si aveva prima, perché è lì che il confronto con chi più sa o ha saputo prima e meglio può aiutare a rielaborare la propria visione del mondo sentita come “naturale” o “normale” e a rimetterla in discussione. Non è un lavoro facile.

    Grazie anche della tua interpretazione dei sogni. Ci rifletterò, ma non vorrei deviare l’attenzione da Ranchetti e dai problemi che ha posto nei suoi scritti.

  4. Solo una precisazione: dico triangolazione perché è un dialogare continuo tra tre individui, anche se tu sei l’autore, gli altri due emergono come personaggi. È infatti un testo, narrativo di un certo tipo: in cui l’autore è anche personaggio con gli altri.

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