Corrispondenze

per Cecilia Mangini

di Alessio Anelli

 Sono certo che sorrideresti, cara Cecilia, se ora potessi leggere queste parole che ora scrivo in tuo ricordo.

Non so se tu credessi nelle coincidenze…

Ma va’, sbotteresti, a quarant’anni vai ancora dietro a queste sciocchezze!

Io col tempo, per un fatalismo che si è attenuato con l’età, ho cominciato in realtà a chiamarle “corrispondenze”, come quelle che aprono “I fiori del male” di Baudelaire (poesie censurate, come a volte lo sono stati i tuoi documentari). Quelle che, se sai riconoscerle, e se hai uno sguardo acuto come tu lo avevi, rendono sapida la vita e vi danno senso.

Credo che per te, attenta fotografa, fosse ormai diventata naturale l’idea di trovarti nel luogo giusto nel momento giusto e fossi grata alla realtà ogni qual volta si rivelava in un tuo scatto. Non è una forma di corrispondenza anche questa?

Tu, non credente, eppure chiamavi la realtà “una divinità” che si concede molto di rado e solo a chi sa acciuffarla! Non è un caso che lo strumento con cui ti muovevi per il mondo si chiami “macchina da PRESA”.

Per questo ora mi preme raccontare come sia stata proprio una “corrispondenza” quella che mi ha spinto a chiamarti, ignaro di tutto, proprio il 21 gennaio, il giorno in cui ci hai salutato (ma dico, non l’avrai fatto mica apposta ad andartene nello stesso giorno della morte di Lenin e del centenario della fondazione del PCI!?!).

Ascoltavo su radiotre il programma Hollywood Party, cosa che non faccio di solito e il direttore della Cineteca di Bologna stava raccontando del restauro dei filmati sul Congresso di Livorno del 1921. Sentii che ti ringraziava in diretta, anche lui forse augurandosi fossi a casa come me ad ascoltarlo, perché sei stata proprio tu a donare alla Cineteca quelle preziose pellicole, come hai donato gran parte del materiale da te girato perché se ne prendessero cura e diventasse patrimonio comune.

Sorpreso da questa notizia, ho cercato il tuo nome sulla mia rubrica, ma la prima volta, senza neanche attendere il primo squillo, ho riattaccato, temendo di disturbare. Alla radio intanto continuavano a parlare ancora di te, così mi sono fatto coraggio e ho provato a richiamarti una seconda volta per invitarti a sintonizzarti. Alle 19,30 il tuo telefono risultava occupato. Ho solo fatto in tempo a mandare do n messaggio, poi letto durante il programma, nel quale ti ringraziavo per averci regalato uno straordinario Riccardo Cucciolla nei panni di Gramsci.

Finita la trasmissione mi ero ripromesso di chiamarti il giorno dopo, in un orario più consono per una signora di 93 anni.

Ma l’indomani mattina mi è giunta la notizia che non avrei mai voluto ricevere!

Addolorato per non essere riuscito a salutarti, negli ultimi giorni mi sono messo a riordinare i ricordi che mi hanno legato a te.

Rutigliano Foto di Cecilia Mangini

Le prime volte il tuo nome entrò con i cineforum che organizzavamo nella redazione di Realtà Nuove, il mensile indipendente di Mola, tua città natale, al quale collaboravo.

Seguirono poi le partecipazioni alle rassegne “Ignoti alla città” promosse dal tuo affezionatissimo Gianluca Sciannameo.

Il tuo nome risuonò inaspettatamente un giorno anche nel Conservatorio di Bari, in quell’aula buia dove il maestro  Gioacchino De Padova proiettò per noi Stendalì, il tuo documentario sul lamento funebre nella Grecìa salentina.

Non ti persi di vista neanche quando mi trasferii a Genova dove coltivavo il sogno di invitarti.

Feci pertanto salti di gioia quando mi scrivesti che accettavi volentieri la mia proposta di venire in questa città con Mariangela Barabenente per presentare i tuoi documentari. C’erano diversi motivi per quel mio invito: uno più contingente, perché da poco avevate girato “In viaggio con Cecilia” che metteva al centro della vostra narrazione la drammatica situazione dell’Ilva di Taranto e ritenevo che sarebbe stato illuminante instaurare un dialogo con i lavoratori dell’acciaieria di Cornigliano. Ve n’era poi uno più lontano nel tempo, quelle sollevazioni del 30 giugno del ’60 che indussero te, insieme al tuo amatissimo Lino, a lavorare ad “All’armi siam fascisti”. Quasi sessant’anni prima eri venuta proprio qui a Genova immediatamente dopo quelle manifestazioni di popolo “incendiate” dai discorsi di Pertini per ascoltare i suoi protagonisti e raccogliere materiale documentario.

Ricordo che, in quell’aprile del 2017, prima di metterti in viaggio, mi avanzasti una curiosa richiesta. Mi chiedevi di aiutarti a ritrovare, nel caso fosse stato ancora vivo, quel ragazzo che aveva girato le scene della repressione delle camionette della polizia che inseguivano i dimostranti in Piazza De Ferrari. Purtroppo non ne ricordavi il nome. Quelle scene le avevi inserite nel tuo documentario e mi raccontasti che per ottenerle avevi dovuto superare la diffidenza del tuo interlocutore. Nei giorni successivi a quei moti di piazza infatti, gli zelanti funzionari della polizia di Scelba avevano sguinzagliato i loro scagnozzi sulle tracce dei manifestanti per sequestrare macchine da presa e cancellarne le prove che avrebbero potuto compromettere l’immagine del Ministero degli Interni (come sai, è accaduto qualcosa di analogo anni dopo, durante i giorni del G8, quando nell’irruzione dentro la Scuola Diaz gli agenti distrussero e sottrassero le memorie dei pc del Genova Global Forum).

Sono certo che quel ragazzo non ci mise tanto a capire, appena ti vide, che non potevi essere una spia al soldo del Governo Tambroni! E si fidò immediatamente di te, passandoti quelle pellicole, come tanti si sono generosamente affidati nelle tue mani di regista mostrandosi negli anni successivi davanti al tuo obiettivo.

Mi dispiacque in quell’occasione non essere riuscito a ritrovare quella persona, così come avevi ritrovato, nel tuo “viaggio” in Puglia assieme a Mariangela, gli operai dell’ILVA intervistati decenni prima.

Eppure, prima del tuo arrivo, un’altra straordinaria corrispondenza sembrò portarci sulla strada giusta.

Chiedendo ad amici e colleghi, questi mi suggerirono di contattare Giordano Bruschi che nei giorni della sollevazione aveva avuto un ruolo di guida tra i lavoratori: mi parve un segno del destino che il partigiano Giotto, così battezzato dal regista Gillo Pontecorvo durante la liberazione di Milano, potesse aiutare una documentarista come te in questa ricerca.

Fu bello farvi incontrare su a Molassana e ricordo ancora con tenerezza i momenti in cui Giordano ti accompagnava mostrandoti, il tuo braccio sotto il suo, le piante che curava nel suo orto.

Furono giorni intensi quelli trascorsi con te e Mariangela qui a Genova.

Trovai per voi una sistemazione non lontano dai luoghi degli scontri narrati nel tuo documentario e ricordo perfettamente il momento in cui ti fermasti a leggere con attenzione le parole incise sotto il Ponte Monumentale che proclamano la resa dell’esercito tedesco. Mi dicesti, e questo non posso certo dimenticarlo, che si comprendeva bene come dietro quelle parole c’era una città intera, che un esercito potente e ben armato si era dovuto arrendere davanti ad una straordinaria sollevazione di popolo.

Fu più o meno la stessa osservazione che appuntasti quando ti chiamai lo scorso 25 aprile per farti ascoltare “Dalle belle città”, la canzone scritta qui sui monti dai partigiani genovesi.

Mentre cantavo per te, sentivo dall’altra parte del telefono il tuo silenzio raccolto e mi sembrò di capire, forse per la prima volta, il senso profondo di quella frase di Simone Weil: “L’attenzione è la più alta forma di generosità”!

Quando terminai alla chitarra gli ultimi accordi osservasti: queste sono le parole di uomini liberi!

Non tutto, per la verità, andò per il verso giusto in quella breve rassegna genovese da me (non) curata!

Con rammarico registrammo infatti l’assenza dei lavoratori dell’acciaieria che, nonostante il nostro invito, si sottrassero a quell’occasione di confronto. E so quanto avresti voluto incontrarli!

Con la tua curiosità domandavi, interpellavi ciascuno di noi chiedendoci una posizione chiara su tante questioni.

Ci interrogavi… però, più spesso, eravamo noi ad interrogare te.

Quanto era bello starti ad ascoltare, Cecilia!

E ogni volta che terminavi una storia, mi veniva da chiederti, parafrasando Casablanca:

“Raccontacela ancora, Cecilia, di quella volta in cui cercasti Pasolini sull’elenco telefonico e lo chiamasti. Raccontaci di quando puntasti l’obiettivo della tua macchina fotografica contro l’obice dei vietcong”.

Una volta però ricordo bene che ti irrigidisti e mi rispondesti “Ma se la sai già questa storia, perché me la chiedi ancora?”

Accanto a te ero come un bambino che attende che la mamma gli legga la stessa fiaba, nonostante gli sia stata raccontata mille volte e sappia già come va a finire.

Ho ritrovato questa tua reazione orgogliosa di difesa guardando il tuo ultimo documentario, “Due scatole dimenticate. Un viaggio in Vietnam”, visto il giorno prima che chiudessero tutti i cinema. In una scena esclamavi con veemenza: “Basta! Non voglio più ricordare” mentre un bicchiere cadeva per terra frantumandosi in mille pezzi.

Anche per te che hai attraversato quasi tutto il Novecento con passo leggero di ragazza, deve essere stato a volte insostenibile il peso della memoria, l’affollarsi dei ricordi come fantasmi.

Tu che scrutavi il mondo dietro al tuo obiettivo confessavi, in quel tuo ultimo documentario, di quanto fosse difficile reggere lo sguardo di tutti quei bambini vietnamiti che ti rincorrevano.

Sapevo però quanto ti piacesse incontrare le persone, ascoltarle.

Per questo al termine di quei tre giorni trascorsi insieme a Genova volli con me alcuni amici sensibili che ti raccontassero la città. Con Laura che ti mostrava la Genova medioevale e con Carla raggiungemmo i Giardini Luzzati in quella splendida giornata di sole. Qui i cari Paolo Gerbella e Alessandra Ravizza che invitai in rappresentanza dei cantautori genovesi, ti regalarono le loro canzoni, alcune legate alla storia di questa città, come quella sullo sciopero dei portuali di Paolo e altre rivolte al mondo. Goodbye Amal che ti cantò Alessandra, sull’incontro tra una donna palestinese e un soldato israeliano, sarebbe potuta benissimo essere una storia raccontata da un tuo documentario.

I nostri incontri non finirono qui.

A Roma, nel novembre di quello stesso anno, ti invitai ad uno spettacolo teatrale.

Mi sembrò anche in quella circostanza che il caso avesse combinato una “corrispondenza” per te:

a leggere i versi del De rerum natura di Lucrezio c’era Roberto Herlitzka che tu avevi conosciuto sul set del film “La villeggiatura” di Leto per il quale scrivesti i dialoghi e, ad accompagnare la sua voce, un’orchestra che eseguiva le musiche composte da Lamberto Macchi, figlio del tuo caro amico Egisto che per i tuoi documentari ha realizzato colonne sonore straordinarie.

Mi figurai la scena di vederti chiacchierare allegramente insieme a loro passando in rassegna le esperienze di una vita.

Mancò poco che non sfumò tutto. Ricordo che mi chiamasti poco prima dello spettacolo perché avevi un problema con la macchina. Non so come risolvesti alla fine, ma se mi avessi detto che avevi messo le mani dentro al motore o che avessi cambiato da sola la ruota, ci avrei creduto senza battere ciglio tante erano le vite che ti attribuivo (e una da meccanico, magari appresa nelle retrovie tra i vietcong, non poteva certo mancarti all’appello!).

Dopo lo spettacolo, prima di salutarti, ti regalai il libro “La ragazza con la Leica”. Avevo trovato sorprendente la somiglianza, non tanto nei lineamenti quanto nella posa, tra la foto della grande reporter Gerda Taro e la tua. In entrambi quegli scatti, che metto qui uno accanto all’altro, mi sembrò di scorgere la stessa disinvolta sfrontatezza di due donne libere pronte a sfidare il mondo a viso aperto.

Con franchezza mesi dopo mi confessasti che il libro non ti era piaciuto.

Dovevo saperlo che non si regalano i libri se non li si è prima letti, neanche se sono dei Premi Strega!

Dopo che hai trascorso un’intera vita ad interrogare il mondo, rivolgendo verso ciascuno di noi la tua macchina da presa, ora rimangono ad interrogarci le tue opere, limpide nella domanda: “Come ti poni di fronte alla vita? E alla vita degli altri?”

A stare accanto a te si doveva allentare il passo ma acuire la mente.

E nel salutarti mi tornano ora alla memoria i versi di Franco Fortini che un giorno invitaste nel vostro laboratorio per mostrargli il montaggio di “All’armi siam fascisti” nell’intento di convincerlo a scrivere per voi il testo che avrebbe accompagnato le immagini.

Mi raccontavi che non ci fu bisogno di parlarsi: quando sulle scene della guerra civile spagnola lo vedeste piangere capiste subito che si sarebbe unito a voi.

E con quelle lacrime e con i suoi versi ti saluto, cara Cecilia

Le voci odo lontane come i fili del tramontano tra le pietre e i cavi…

Ogni parola che mi giunge è addio.

E allento il passo e voi seguo nel cuore,

uno qua, uno là, per la discesa.

p.s. Eri tanto libera e schietta nell’esprimere il tuo pensiero che in un’intervista riuscisti a sorridere anche della paura di tua madre che, temendo saresti finita nel limbo se non fossi stata battezzata, ti battezzò per sicurezza due volte. Un po’ come si fa in questi giorni con il vaccino. Ma una figura mobilissima come la tua non potrebbe mai restare imprigionata nel limbo. Sarai una cometa sfrecciante nel firmamento, e ogni tanto tu illuminaci con uno dei tanti flash della macchina fotografica che ti sei portata lassù!

2 pensieri su “Corrispondenze

  1. Grazie Alessio, per queste dense righe e per la cura con cui “maneggi” i ricordi. Nelle tue parole ho ritrovato tanto della Cecilia che anch’io conoscevo. Le scene degli scontri a Genova sono finite anche nel mio documentario, non ricordavo la storia dell’operatore tramite il quale queste furono inserite nel montaggio di “All’armi”. Grazie anche per aver chiuso con “gli amici” di Fortini. Mi farebbe piacere poterti inviare il mio documentario su di lui, da me dedicato a Cecilia Mangini mentre era ancora tra noi. Attendo una tua mail per scriverti di persona. Un caro saluto Lorenzo

  2. Gentile Alessio,
    ho proposto subito un parallelo (qualcosa di più ovviamente) fra la Mangini e la Pedicini… dalla foto più sopra della Mangini si può senza sforzo vedere una somiglianza intendo non proprio fisica ma di carattere culturale che le accomunava.
    Queste due figure brilleranno a dispetto della cinematografia accomodante oltre anche a quella di costume “spicciolo” di facile manierismo.
    Resta a chi ama queste due figure il rimpianto che la seconda, la Pedicini, se ne è andata via troppo presto… penso che la Mangini sarebbe stata la prima a plaudirla perché cosciente che il suo superamento era lì a due passi.. e là al traguardo di alti risultati c’era già arrivata… Venezia e Brindisi e l’oltralpe l’avevano già consacrata!
    In questi giorni sono a Brindisi (un nativo) a convincere qualcuno “importante” a dedicare una via alla Pedicini, che la maggior parte della popolazione non sa chi essa sia stata.
    Grazie
    A. S.

Rispondi a antonio sagredo Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *