La Comune di Parigi (18 marzo-28 maggio 1871)

 Tra “assalto al cielo” e dura e terrena realtà del potere e delle armi dei dominanti.

A veloce introduzione di questa riflessione di Riolo un appunto tratto da una recensione de “il manifesto” del 2. 10. 2019 (qui): « Forse qualche rimpianto ma nessun rimorso per il tempo passato che va solo studiato e compreso; non si torna alla Comune, ma lo spirito di quell’esperienza, la pratica di condivisione e fraternità che ha animato il tempo breve della primavera parigina del 1871 può essere utile per costruire una nuova, radicale comunità dell’Europa». [E. A.]

di Giorgio Riolo

I.

Nella primavera del 1971, centenario della Comune di Parigi, molti di noi, giovani e giovanissimi, cominciammo a conoscere, meglio e profondamente, questo passaggio decisivo nella storia dei movimenti di emancipazione, del movimento operaio in particolare. Avevamo comunque alle spalle il biennio 1968-1969 e la scuola e la pedagogia e l’autoapprendimento della ondata trasformativa di quella particolare fase storica. In Italia e in Occidente e nel resto del mondo.

Da allora la Comune si è oggettivata nella nostra testa e nel nostro cuore come un “universale”, come un “simbolico”, oltre la concretezza, il “particolare” del suo accadere. Che ci ha trasformati e ci trasforma ulteriormente, al pari di passaggi decisivi della liberazione umana. Altri “assalti al cielo”, da Spartaco all’Ottobre 1917, al risveglio dei popoli coloniali ecc. ecc.

Ogni universale, tuttavia, ha un corrispettivo fattuale, del corso storico reale, il particolare concreto, della dura realtà della storia e della società a cui si riferisce. E la Comune non sfugge a questa dialettica.

II.

Gli avvenimenti della guerra franco-prussiana del settembre 1870 e la sconfitta di Sedan e la fine di Napoleone III e del Secondo Impero costituiscono l’antecedente storico immediato. Così come la nascita della Repubblica e tutte le vicende e manovre di ceti politici borghesi francesi alle prese con la volontà della classe operaia, in primo luogo, e di artigiani e di piccolo-borghesi parigini, di non cedere alle armate prussiane di occupazione e di resistere ad oltranza all’assedio tedesco di Parigi.

Il problema è il popolo in armi. Con la Guardia Nazionale che non depone le armi così come ordina di fare il governo Thiers. Al tentativo fallito, il popolo parigino, alla cui guida sono esponenti proudhoniani, blanquisti, neogiacobini ed esponenti della Prima Internazionale, alcuni dei quali valenti seguaci di Marx, proclama la Comune, sul modello della “patria in pericolo” della Grande Rivoluzione del 1792-1794.

Il 18 marzo 1871 il governo, i ministri, l’Assemblea, i grandi faccendieri, la grande borghesia capitalistica e i grandi proprietari terrieri, con il codazzo di funzionari e di addetti e addette di varia natura, fuggono a Versailles. Parigi rimane in mano agli operai e artigiani e al popolo in armi della Guardia Nazionale.

La Comune, con il Consiglio e i Commissari e con le sue articolazioni e le sue assemblee durerà dal 18 marzo al 28 maggio. Nella sua breve esistenza essa ebbe da risolvere problemi e questioni grandi e adottare misure in corso d’opera. Molte inedite e di grande valore, esempi per la storia successiva delle rivoluzioni e dei movimenti sociali. Entro la difficile navigazione a vista tra, all’interno, disparità di vedute delle sue componenti e correnti, molte attenuate comunque dall’eccezionalità della situazione, e, all’esterno, i prussiani alle porte e le manovre e l’accerchiamento costante dei “versagliesi”, i dominanti costretti a rifugiarsi a Versailles.

Ricordiamo solo alcune misure adottate dalla Comune, per capire il valore della sua esperienza.

  1. Elezione diretta di tutte le cariche. Dirigenti e funzionari revocabili in ogni momento.
  2. Salario equivalente a quello di un operaio specializzato per ogni esponente e ogni carica, dai componenti del Consiglio ai magistrati, ai poliziotti, ai semplici funzionari e impiegati.
  3. Non esercito professionale, ma popolo in armi.
  4. Misure per il lavoro, con proibizione del lavoro notturno, a partire da quello dei fornai. Regolamentazione del lavoro femminile e minorile.
  5. Asili, scuola elementare laica gratuita.
  6. Partecipazione e ruolo attivo delle donne. “Unione delle donne per la difesa di Parigi” e due esemplari, nobili figure femminili alla testa dell’Unione, da ricordare sempre. Louise Michel, maestra e rivoluzionaria, e l’esiliata russa Elisabeth Dimitrieff, di origini nobili e divenuta seguace di Marx.
  7. “Nei confronti dello Stato la religione è un affare privato”.

 

III.

Marx ed Engels e il Consiglio Generale di Londra della Internazionale avevano ben chiaro in quale disperata condizione si stava compiendo questo “assalto al cielo”, questo esperimento di nuovo assetto sociale e politico, di autogoverno delle classi subalterne, di costruzione di uno Stato e di un mondo nuovi.

Nelle circolari redatte da Marx, note come Indirizzi del Consiglio Generale della Associazione Internazionale dei Lavoratori, si analizzano gli avvenimenti nello svolgersi degli stessi. Il terzo Indirizzo, letto da Marx al Consiglio Generale due giorni dopo la tragica fine della Comune, è conosciuto come La guerra civile in Francia ed è un capolavoro letterario nella analisi politica e nella esposizione dei fatti.

Egli aveva chiaro che le condizioni in cui si venne a trovare Parigi e il suo popolo in quel particolare momento esibivano un’alternativa secca. O capitolare e deporre le armi, e allora la “demoralizzazione” e la sconfitta senza ingaggiare lo scontro, o ingaggiare battaglia e provare a prendere il potere, ma in un contesto sfavorevole, molto difficile.

Due soli rilievi, da parte di Marx ed Engels, tra gli errori fatti. Il non aver marciato su Versailles prima che le forze militari versagliesi di Mac Mahon si riorganizzassero e venissero ampliate con reclutamenti vari, anche dei prigionieri di guerra francesi rilasciati dai prussiani. Il non aver messo le mani sulla Banca di Francia, per spingere la borghesia capitalistica e l’aristocrazia affinché costringessero il governo Thiers a cercare un compromesso con la Comune e a non procedere nella repressione violenta e definitiva.

Rimaneva comunque il problema generale di ogni rivoluzione o di ogni insurrezione a Parigi e quindi anche della Comune. L’essere sempre isolata rispetto alla campagna francese, composta com’era di molti contadini beneficiati prima da Napoleone I e poi da Luigi Bonaparte. La Francia bonapartista e sciovinista per antonomasia.

L’8 maggio l’esercito versagliese, forte di 160.000 uomini e dei cannoni a esso ceduti dai prussiani, procedette all’attacco e al bombardamento continuo di Parigi. Il 21 maggio i soldati penetrarono in città e si abbandonarono a massacri, fucilazioni e sventramenti di uomini, donne e bambini. Fu la terribile “settimana di sangue” dal 21 al 28 maggio.

Vennero passati per le armi circa 31.000 esponenti del popolo parigino, molti fucilati sul posto, compresi donne e bambini. Più di 38.000 furono fatti prigionieri e deportati con estenuante marcia (simile ad altre “marce della morte” di novecentesca memoria) al campo di concentramento di Satory. Qui ulteriormente decimati, lasciati all’aperto, tra fango e malattie. I sopravvissuti vennero deportati nella Nuova Calendonia, in Oceania. Negli scontri, precedenti la “settimana di sangue”, erano caduti circa 10.000 combattenti della Comune.

Un solo testimone. Non simpatizzante della Comune bensì del governo Thiers. Il corrispondente del Times di Londra scrisse il 29 maggio “I Francesi stanno scrivendo la pagina più nera della storia loro e dell’Umanità”.

Il colpo per il movimento operaio e socialista francese fu mortale. Nel settembre 1871 si tenne a Londra una Conferenza dell’Internazionale. In quell’occasione Marx fece intendere che la Comune costituiva un tornante, un punto di svolta, nella storia del movimento operaio e socialista. Occorreva prenderne atto. “La classe operaia deve costituirsi in partito politico”. Era l’impulso alla formazione di partiti socialisti su base nazionale. Con relativa revisione delle forme politiche e organizzative e delle forme di lotta. Forme aderenti a un percorso di azione politica che tenesse conto delle trasformazioni del capitalismo e della società borghese.

Engels nella famosa Introduzione alla edizione del 1894 dello scritto di Marx Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 espresse questa nuova visione. Le forme di lotta non potevano essere le solite forme ottocentesche dello scontro armato di strada, il cui simbolo era la proverbiale barricata parigina. Detto grossolanamente, i prodromi di una visione che con molti passaggi intermedi giungerà alla concezione gramsciana della “rivoluzione in Occidente”.

Ma qui siamo andati molto avanti.

 

IV.

Chi tenta l’“assalto al cielo” confida molto sul “fattore soggettivo”, sul volontarismo, sullo spirito di abnegazione e di sacrificio. La generosità umana e la dignità morale sono indiscusse. Nel Novecento il filosofo marxista Ernst Bloch denominerà questa modalità dell’umano con la nozione di “corrente calda” della società e della storia. Essendo la esatta ricognizione del cosiddetto “fattore oggettivo”, delle condizioni oggettive, delle condizioni economiche, sociali e politiche, dei rapporti di forza tra le classi ecc. la “corrente fredda” nella dinamica storica e sociale.

L’esperienza storica successiva alla Comune mostra molte cose.

In primo luogo, la Comune e la Rivoluzione d’Ottobre, l’altro “assalto al cielo”, sono state sconfitte (il socialismo reale nel 1989), ma hanno trasformato il mondo.

In secondo luogo, sempre alla luce dell’esperienza storica, piuttosto che di “rivoluzioni” puntiformi forse occorre parlare di avanzamenti, di incessanti trasformazioni di “lunga durata”, con possibili temporanei arretramenti sociali e politici. Sempre da tenere nel conto. Sempre avendo chiaro l’ammonimento dello stesso Bloch secondo cui il confidare solo sulla “corrente calda” può condurre all’avventurismo, al colpo di mano, all’inutile sacrificio, mentre il confidare solo sulla “corrente fredda” può condurre all’opportunismo, al considerare la realtà storica e sociale non trasformabile, immodificabile.

Per concludere, e perché questa nota nell’anniversario della Comune. La sua lezione rimane come punto fermo della “nostra” storia. Veramente, con le parole di Marx. I suoi martiri hanno per urna il grande cuore della classe operaia. E, noi aggiungiamo, dei movimenti antisistemici e di chi non crede o si adagia alla “fine della storia”.

Milano, 16 marzo 2020

3 pensieri su “La Comune di Parigi (18 marzo-28 maggio 1871)

  1. Un altro modo (più visionario o semplicemente comunista?) di pensare a La Comune di Parigi e a quelle esperienze che oggi – con debite differenze (e altrrettanti e più rischi) – potrebbero assomigliare a quella del 1871 …

    SEGNALAZIONE
    “DALLA COMUNE AL COMUNE”
    Di NICCOLÒ CUPPINI e TONI NEGRI
    http://www.euronomade.info/?p=14308&fbclid=IwAR0Eb7jid1_pojVthsmyShrvRGBW4rkcGj_4z96uGznoiKHp0ogPIsTZN18

    Stralci:

    1.
    Contro i versagliesi e i prussiani, per la Comune, ci sono un po’ tutti, dai garibaldini agli anarchici – che ne hanno poi assunto facilmente il modello – fino ai marxisti. Io credo comunque che ci volesse il movimento operaio così come è venuto costituendosi attraverso l’azione teorica di Marx, perché la Comune risaltasse con il fulgore che ha avuto. Ma davvero questi ultimi hanno preso questo evento in maniera tutta diversa dagli anarchici, o forse no? O forse la Comune funziona come matrice di tutte le stirpi, di tutte le razze, di tutti i generi? La Comune, lo dico spinozianamente, è come la sostanza da cui saltano fuori tutti i modi di essere comunisti. Per me è questo.
    2.
    A me tuttavia interessa, lo dico in modo radicale, il tema comunardo dell’estinzione dello Stato. Non credo ci sia la possibilità di dirsi comunisti se si molla questo concetto.
    3.
    si pone anche, come dovere di un’etica radicale, l’impegno a dover distruggere ogni idea di “monopolio” della violenza legittima da parte dello Stato. Diciamolo chiaramente: a distruggere lo stesso concetto di legittimità del potere, e a introdurre l’idea della possibilità di un dispositivo plurale di poteri, di consigli, di articolazioni che mettano in atto la dissoluzione della complessità capitalista e di tenere il comando su questa dissoluzione.
    4.
    Resta il problema di cosa debba essere una transizione: da A a… cosa? Probabilmente sarà la formula stessa della transizione che costituirà la forma sociale dell’organizzazione comunista, e cioè la forma di quell’attività di costruzione di un intreccio di poteri coi quali, attraverso i quali, si potrà affermare il massimo della libertà e il massimo dell’eguaglianza.
    5.
    per me recuperare – probabilmente con Lefebvre – una certa versione dell’umanesimo comunista, resta qualcosa di centrale. Il libro di Kristin Ross, dietro tutte le sue eleganze post-moderne, in realtà tira fuori da ottuse e antiche polemiche proprio questo elemento lefebvriano, l’umanesimo della Comune così come l’umanesimo del primo Marx. Ecco, qui bisogna stare un po’ attenti, perché quando Lefebvre si era occupato del primo Marx, lo aveva fatto con un po’ troppo di connivenza (bisogna riconoscerlo!) con quella che era stata una moda reazionaria dell’inizio del secondo dopoguerra. In questo quadro, l’umanesimo degli scritti di Marx del ’44 viene alzato polemicamente contro il Marx del Capitale. In Italia è Norberto Bobbio che diventa l’eroe del Marx del ’44, civettando naturalmente con Roderigo di Castiglia (pseudonimo di Togliatti su Rinascita). In Germania c’è Iring Feschter che è un colossale revisionista, ben sorretto dall’anima reazionaria dell’intera Scuola di Francoforte. Lefebvre rimane incastrato in questo gioco, e dato che il Partito comunista francese non era così gentile come il Partito comunista italiano, invece di essere trattato con i guanti – come è avvenuto a Bobbio – viene isolato ed espulso dal partito, in maniera infame. Di contro, Althusser interpreta il “puro Marx” contro il Marx giovanile, il logico contro l’umanista, e dà spazio alla cesura per cui Marx diventerebbe solo dopo il ’48 un marxista materialista. Non sono vere né l’una né l’altra cosa: lo sappiamo bene. Ma la politica è al di sopra della verità! Lefebvre aveva a metà ragione, si è fatto prendere in un gioco più grande e ha pagato, perché malgrado fosse indubbiamente il più intelligente del Partito comunista francese, malgrado avesse aperto a un umanesimo biopolitico, all’analisi dei modi di vita e all’invenzione di una nuova fenomenologia materialista del vivere in comune, dando su tutto ciò uno dei più importanti contributi a tutta la nostra esperienza e capacità di analisi di comunisti – malgrado tutto questo, è stato isolato dal milieu che più lo interessava.
    6.
    Il ’77, se vuoi, ci sta dentro alla tradizione della Comune. Ma il ’77 era molto ignorante, era proprio bieco, le sue fonti erano i fumetti. Comunque è fuori di dubbio che il ’77 nelle sue espressioni ludiche e politiche e nell’organizzazione dei suoi spazi – altra tematica molto recente, la spazialità dei movimenti – è dentro questa tradizione.
    7.
    bisogna ben ricordare che la lotta di classe è anche una lotta di lutti, di rotture, di perdite, di morte. Non so se sei mai stato a Père-Lachaise, al cimitero della Comune, dove c’è il muro dei fucilati e le fosse comuni. È una cosa che ti viene da piangere quando vai lì, e però bisogna ricordare anche questo: la lotta di classe è bella, ma anche una questione di vita e di morte, e per la Comune è stato anche questo – Lissagaray lo racconta bene.
    8.
    La Comune ha avuto un enorme significato nel pensiero politico in quanto appunto è stata trattata come forma politica. Ogni esperienza politica, reale, nella quale abitiamo, la ricorda invece come un evento, e spesso come evento sconfitto. Quindi abbiamo da un lato il modello politico della Comune, come modello consigliare, come democrazia diretta. E dell’altro abbiamo l’esperienza di una forma politica reale, di un evento politico reale, che è un evento di sconfitta, di cruda repressione.
    9.
    Chiediamoci allora: come si costituisce un contropotere, o meglio, una pratica di rottura che attraversi e distrugga la complessità del potere capitalista? Non c’è più il solo prendere lo Stato, c’è la sovranità da distruggere, la sovranità capitalista. È purtroppo un altro paio di maniche. E questo passaggio è un qualcosa di maledettamente difficile, anche solo dal punto di vista dell’immaginarlo, ma è il terreno sul quale dobbiamo provare fino in fondo la nostra capacità di analisi e le nostre esperienze. Con la certezza poi che ogni volta che rompi su questo snodo, è una catena che si rompe; ogni volta che rompi quel passaggio, è quasi automatico che tutto il resto crolli, come sempre accade quando si rompe qualcosa di teso. Detto ciò, è chiaro che tutti i problemi singolari conglomerati nel potere (il problema ecologico è indubbiamente centrale oggi) vanno tutti collegati nella distruzione e nella trasformazione dentro una catena prospettica, dentro un solo dispositivo. Questo c’insegna la Comune.
    10.
    Dobbiamo inventare il cyborg del comune. Si tratta di combinare il post-moderno (cioè l’economia, la tecnologia, i rapporti sociali e culturali e tutto quello che ci sta dentro) con la passione umanista della Comune, dello stare insieme, del costruire insieme, nella libertà e nell’eguaglianza.
    11.
    Ci sono tre cose che in questi anni mi hanno colpito enormemente. Una è Black Lives Matter, la seconda i Gilets jaunes; la terza, che mi sta colpendo in maniera formidabile (anche perché ho avuto la fortuna di costruire un contatto diretto), sono le donne in Bielorussia. Quello che sta avvenendo lì è incredibile: sono donne, solo donne, che manifestano ogni domenica riempendo le piazze a centinaia di migliaia. Donne che hanno prodotto un movimento politico irresistibile – i poliziotti del potere invece sono solo maschi. Questo movimento di donne si presenta in un paese tutt’altro che miserabile, che è riuscito a mantenere un notevole livello di industria pesante e leggera, legata alla Russia ma sufficientemente autonoma da poter essere, per esempio – e questo spiega anche molte delle ansie dell’Ovest –, impiegata alla cinese, come forza lavoro subordinata, dai grandi pool occidentali. Queste donne manifestano per chiedere una trasformazione dell’ordine politico in senso democratico dentro una società con un tradizionale buon livello di welfare e ovviamente già mettendo dentro la lotta la difesa e lo sviluppo di tutti i loro bisogni di donne. È una cosa formidabile: è la prima volta che si dà un movimento politico interamente fatto da donne. Non voglio farmi fare del male dalle mie compagne, che giustamente osserveranno che ogni movimento delle donne (in particolare quelli che abbiamo visto ultimamente da noi e in America latina) è politico, ma qui si tratta proprio di un politico che guarda direttamente al comune e allo Stato, e alla sua radicale trasformazione.
    12.
    e invece eccoti i Gilets jaunes, e l’invenzione di uno spazio mobilizzato il sabato, nel giorno in cui la gente riposa. Una mobilitazione nel giorno di riposo… Mi chiedevo, le prime volte che li vedevo: “Cosa fanno questi, vanno alla Messa?”. Davano un po’ questa impressione. In breve, il movimento ha rivelato qualcosa che superava decisamente ogni pretesa e possibilità di essere ridotta a fatto liturgico, è diventato un’invenzione permanente, perché questo mettersi insieme si è rivelato (e questo penso valga per la Comune in generale) una vera forgia di potenze, un momento di espressione formidabile. Al mettersi insieme in una società in cui tutti dicevano che il politico era finito, che il politico era morto… col cavolo! Lì si è rivelata una politicizzazione dal basso eccezionale. È stato un mettersi insieme e marciare il sabato pomeriggio e ne è venuta fuori una tabella di marcia in cui tutta la complessità del dominio capitalista è stata, una foglia dopo l’altra, come con una margherita, sfogliata. Questo è il primo elemento comunardo.
    13.
    il comune come privilegio antropologico è ormai impiantato nella nostra natura e può diventare esplosivo: è chiaro che, se riusciamo a esprimerlo, tutto salta per aria. E lì bisogna starci molto attenti, perché bisogna sempre ricordare quanto Lissagaray diceva della lotta di classe… anche di fronte a una sola rottura singolare, il capitale risponde con la totalità delle sue forze. Il capitale è carogna, e non lo dico in termini leggeri. Sa che bisogna distruggerne uno per impedire ai molti, ai troppi, di distruggerlo. E allora viva il comune e che ci porti bene!

    1. Molto bello lo scritto di Cuppini e Negri, tanto da invogliare ad altro che scrivere…
      Quindi solo una breve nota: la Comune è molto di più degli insegnamenti che se ne possono trarre, siano essi per la democrazia diretta o per il rapporto città-campagna.
      Molto di più se la vediamo come narrazione di un processo che è ancor oggi quello cui pensiamo se parliamo di rivoluzione.
      50 anni fa scrivevo (in ‘Teoria e prassi nel movimento operaio’) che il processo di cui parlava Marx si riferiva ad un periodo eccezionale di congiunzione tra condizioni oggettive e soggettive della lotta di classe, che non si sarebbero più ripetute. E la Comune è il punto più alto di quel periodo, che informa e trasforma la I Internazionale.
      Quello che cercherà di prenderne la bandiera, la forma partito, non ha dato gran prova di sè (per quanto forse indispensabile forma di passaggio), tanto da essere oggi scomparsa senza visibili rimpianti.
      Forse troppo fiducioso nelle disordinate forme organizzate del presente il discorso di Negri, ma un punto cardine dà forza al discorso: è ormai maturo il tempo prefigurato nei Grundrisse quando il lavoro diventa inadeguato alla misura delle forze produttive, e la struttura produttiva tutta un involucro vuoto di scopo se non l’autoriproduzione del capitale astratto.
      E quindi maturo anche un processo che riprenda la narrazione della Comune, in tutti i suoi intrecci di relazioni.

  2. SEGNALAZIONE

    Marx, la Comune di Parigi e la democrazia espansiva
    di di Andrea Girometti
    http://storiaefuturo.eu/marx-la-comune-di-parigi-e-la-democrazia-espansiva/

    Stralcio:

    La Comune fu proprio il tentativo di arginare la dismisura in atto: “il grande e supremo tentativo da parte della città di ergersi a misura e norma della realtà umana” – sostiene Henri Lefebvre – rispetto “all’artificiosità del denaro e del capitale” che prendeva il sopravvento (Lefebvre 1965). E allo stesso tempo – ricorda Bensaïd citando i situazionisti – fu “l’unica realizzazione di un urbanesimo rivoluzionario combattendo sul terreno dei segni pietrificati dell’organizzazione dominante della vita”; o ancora un “momento orizzontale” (Ross 1988) simbolicamente visibile nella caduta della colonna Vendôme, e dunque nell’occupazione di un “territorio ostile” in uno scenario in cui la città diventa “un teatro strategico” e la posta in gioco è “la capitale di un territorio” (pp. 76-77). Non è certo casuale – rincara Bensaïd – se “per tutto il XX secolo, i piani di sviluppo urbano non hanno smesso di scongiurare gli spettri della Comune, del Fronte popolare, della Liberazione o del Maggio ’68, privando la capitale delle sue energie popolari a vantaggio dell’edificazione monumentale e dell’esposizione fieristica della merce trionfante” (p. 78). Infine la Comune fu anche un esempio del nodo irrisolto tra “legalità e legittimità”. Sintetizzato nella contrapposizione tra il comitato centrale della Guardia nazionale – che di fatto si innalzava a nuovo potere decidendo di togliere l’assedio e organizzare nuove elezioni – e sindaci e vice sindaci legalmente eletti, con tutte le difficoltà che contraddistinguevano un potere in via di scioglimento ed uno ancora non pienamente tale anche a causa della disomogeneità e dei contrasti in seno a quest’ultimo. Riassumendo: “la Comune è un evento politico complesso in cui si articolano e si intrecciano tempi e spazi discordanti, e altrettanti motivi politici strettamente mescolati” (p. 80). Un’esperienza eccedente, non archiviata. Forse è anche per questo che la repressione fu brutale. Terrificante. Friedrich Engels nell’introduzione all’edizione del 1891 della Guerra civile in Francia ricorda così quegli ultimi giorni del maggio 1871:

    soltanto dopo una lotta di otto giorni gli ultimi difensori della Comune caddero sulle alture di Belleville e Ménilmontant; e l’eccidio di uomini inermi, delle donne, dei fanciulli, che infuriò con rabbia crescente per tutta la settimana, raggiunse qui il suo punto più alto. Il fucile a ripetizione non uccideva abbastanza rapidamente; i vinti vennero trucidati collettivamente a centinaia dalle mitragliatrici. Il “Muro dei federati” nel cimitero di Père Lachaise, dove fu consumato l’ultimo eccidio in massa, rimane ancor oggi come un muto ma eloquente documento della furibonda follia di cui è capace la classe dominante, non appena il proletariato osa farsi innanzi per far valere i suoi diritti (p. 175).

    È una storia nota, soprattutto per chi non smette, se non d’inventare, almeno di ricercare l’ignoto.

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