La barzelletta dei due frati

 di Angelo Australi

  

Quando l’ho incontrato mi trovavo in una strada poco frequentata del centro. È spuntato all’improvviso da dietro l’angolo di una casa con un folto giardino, mentre mi stavo avvicinando al punto dove inizia la passeggiata che faccio nelle mattinate di sole, ogni giorno sempre gli stessi diecimila passi (almeno questo dichiara lo smartphone), fatti in gran parte sugli argini del fiume, nel tratto non ancora asfaltato che attraversa la campagna. Volevo tirare di lungo, ma Ottorino sembrava avere una gran voglia di parlare.

– Ciao Spartaco, stai andando a vedere lo spettacolo?

– Non so di quale spettacolo parli, Ottorino.

– Posizionano la capriata in ferro al ponte sul torrente, dove passerà la nuova variante. L’aspettiamo da trent’anni questo cazzo di strada che alleggerisca il traffico alla viabilità del centro. In certi momenti ho pensato che non ce l’avrei fatta a vederla ultimata prima di morire. È assurdo, … così tanto per realizzare appena un chilometro e mezzo di strada.

– Non saranno trenta, ma ci andiamo molto vicino.

– Spartaco, se ne parlava già quando eri segretario.

Teneva la mascherina abbassata, così gli ho suggerito di calzarla bene sulla faccia.

– Copriti con la mascherina Ottorino, questa non è mica una sciarpa che avvolgi al collo.

Facevo lo sforzo di essere serio, ma veniva da ridere per il suo impaccio.

– Sai, mentre cammino non riesco proprio a sopportarla.

– Però va tenuta, hai sentito no, dalle nostre parti ci sono già molte persone positive al virus. E anche dei morti… Purtroppo non è il momento di scherzare, capisci?

– Lo so, ma con questo trabiccolo si appannano gli occhiali, e allora non vedo dove mettere i piedi.

– Devi calzarla sotto la montatura delle lenti, altrimenti il fiato sale in alto. Fai così…

Lui ha subito imitato quel gesto, come eseguendo un ordine.

Porto anch’io gli occhiali da vista, conosco per filo e per segno quel tipo di disagio, e anche il fatto che mentre si cammina con la mascherina invece di respirare dal naso viene più naturale farlo con la bocca, ma a questo punto, non avendo un ricambio l’aria entra in un circolo vizioso e lascia sul palato un miscuglio di sapori gassosi provenienti dallo stomaco che hai la sensazione di vomitare da un momento all’altro. Ecco perché nelle mie passeggiate prediligo andare in un tratto di argine dove non trovi nessuno, almeno qui posso camminare senza sembrare un rapinatore di banche che si nasconde il volto.

– Va bene adesso?

– Sì, Ottorino, … è il modo giusto. Gli occhiali ci vanno appoggiati sopra, così potrai parlare senza appannare le lenti.

Nel tratto di fiume dove vado a camminare in solitudine fino a tutti gli anni Settanta c’erano delle draghe che svuotavano i campi dal terreno fertile alla ricerca di un deposito di sedimenti ghiaiosi da costruzione e adesso non restano che dei laghetti d’acqua limacciosa sparpagliati tra i campi. Il dislivello di dieci metri tra l’argine e il letto del fiume si riduce della metà dove ci sono i terreni coltivati, tutto questo grazie a un lavoro di bonifica e di regimazione delle piene fatto alla fine del Settecento da Pietro Leopoldo I, granduca di Toscana. I laghetti, nascosti dietro una folta boscaglia di rovi e di piante, sono diventati un’oasi salvaguardata dai volontari del WWF perché vi nidificano aironi cinerini, garzette, cormorani, una miriade di altri volatili.  All’andata il sole del mattino resta di spalle, mentre nel ritorno, avendolo in faccia, impedisce di osservare la natura. Quando la stanchezza si fa sentire mi assale una sorta di uggiosa insoddisfazione che non riesco a controllare. Non ne capisco fino in fondo il motivo, ma comincio a darmi del coglione per una qualsiasi inezia comportamentale e alla fine, senza che ci sia un collegamento razionale, impreco contro il mondo intero. Il fiato corto rinfaccia tutte le sigarette fumate, così provo a distrarmi da questa vena distruttiva scattando una o due foto con il cellulare. Qualsiasi immagine colpisca lo sguardo, che incuriosisce almeno un po’: il ramo di un albero, un orto ben curato, il fagiano che attraversa indisturbato l’argine, un istrice, un riccio, un gatto sperso nel maggese di un campo dove punta qualche cavalletta, topo o lucertola, un ramarro dal verde così acceso che sembra brillare. Se non ci fosse quel rumore costante delle auto che sfrecciano sull’autostrada si potrebbe pensare che il tratto d’argine sia tornato selvatico, spesso incontro dei caprioli, una famigliola di cinghiali, con un po’ di fortuna la volpe. A ridosso dell’autostrada c’è anche la linea lenta e quella veloce della ferrovia, ma per quanto mi riguarda il rumore del passaggio dei treni non è mai stato un fastidio, di solito il suo arrivo viene annunciato da un leggero sibilo che s’intensifica lentamente fino a raggiungere il massimo con un mugugno che poi sparisce in un trutru, turututu, turuturutu trutru turutu; questo ritmo che si ripete lo sento da una vita, ormai lo considero come il ritornello della melodia di un brano musicale molto familiare. Nel territorio dove vivo le tre linee di comunicazione avanzano parallele; poi c’è il fiume, che insiste nel suo percorso tagliando in due la vallata, con gli argini percorribili su entrambi le sponde. La vecchia linea dei treni si trova sul lato del paese, l’autostrada e l’alta velocità ferroviaria oltre il corso d’acqua, determinando una sorta di confine tra epoche diverse. Per la verità sono stato colpito dal rumore inconfondibile del passaggio dei treni fin da bambino, che li vedevo scorrere nei due sensi dalla terrazza di casa e giocavo a contare i vagoni; addirittura sostavo nei sottopassi della ferrovia perché ero affascinato dal rimbombante tremolio del suo rumore: stavo lì, incantato, come se assaporassi il brivido di una scossa di terremoto.

Non mi vergogno a dire che il motivo di questa passeggiata nella zona del fiume è intriso anche di una qualche nostalgia nascosta nei ricordi, se lo faccio volentieri è soprattutto perché camminare sulla terra battuta dell’argine mi riporta spesso all’epoca dell’infanzia, quando, nelle domeniche estive, il pomeriggio sul tardi, andavo a pescare con mio padre, mentre la mamma ci raggiungeva a bruzzico con la sua bicicletta, portando la cena in un tegame ancora caldo; menù fisso, ma una vera delizia: coniglio in umido, nel cui sugo erano stati cotti a buglione i fagioli serpentini. Un tempo ormai lontanissimo, si risale a prima che entrasse in vigore la legge sull’ora legale.

Naturalmente quella zona degli argini ha il vantaggio che non passano automobili, il traffico è interdetto da grosse catene inlucchettate poste alle due estremità. Ogni tanto incrocio un trattore mentre si sposta da un campo all’altro per lavorare la terra dove a breve farà la luna per la semina del granturco e dei fagioli zolfini, o qualche tizio sognante in bicicletta, che pensa e guarda chissà dove.

–Vedrai che spettacolo! A costruire il piano della travatura in ferro ci hanno passato l’inverno. Riparati da un sistema di teli per difendersi dal freddo e dalla pioggia, saldavano l’armatura e lavoravano a tutto il resto. Da quando hanno tolto la copertura sembra che abbiano costruito l’ossatura di una nave… Sono tutti là, i vecchi compagni.

– Allora non posso perdermi la rimpatriata.

– Senza illuderti, perché in quelle discussioni riconoscerai gli stessi inconcludenti brontolii che noi di sinistra facciamo da vent’anni, appena un po’ di chiacchiere per passare il tempo. Giustificate però, a un certo punto è sopraggiunto l’assessore ai lavori pubblici, ha parlato dieci minuti con i tecnici della ditta di costruzioni, ma quando si è sentito arrivare addosso una pioggia di domande dai curiosi che assistevano alla posa della capriata, ha preferito defilarsi. Oggi usa fare così, dai politici al governo del paese, appena eletti si barricano in comune come degli assediati. Difendono la posizione, tutto qui. Sembra di essere tornati al Medioevo, dove dettavano legge dei signorotti arroganti e presuntuosi. Sono giovani, ma per alcuni fare politica sembra solo un lavoro. Faticano a credere che anche noi abbiamo avuto quell’età, ci vedono come dei vecchi impiccioni, pieni di abitudini e basta, un po’ dei rincoglioniti che stentano a comprendere le trasformazioni avvenute nel mondo… Hai presente la barzelletta dei due frati?

– No, Ottorino, non conosco questa barzelletta dei frati.

– Ieri mattina sono arrivate due gru gigantesche. Per riuscire a posizionarle è stato bloccato il traffico sulla statale almeno un’ora. Adesso i camion sono piazzati ai due lati del torrente, con la travatura imbracata alle gru. Sembra un’impresa facile, ma non lo è; metti che si sganci o si spezzi un cavo, …sai che botto!

– Non vado mai a passeggiare verso quella zona del fiume. Osservo l’avanzamento dei lavori sulla nuova strada passando in auto nei giorni che raggiungo il centro commerciale per fare la spesa.

– La gente che vive alle case sparse e nelle frazioni si ricorda ancora di te.

– Spesso ne incontro qualcuno e mi fermo a parlarci. A volte arrivavano proprio a farmi incazzare. Non lo davo a vedere, ma era così, perché non riuscivano a capire la necessità di separare le problematiche dell’amministrazione comunale dall’attività politica del partito. Non sentivano la differenza che c’è tra questi due ruoli, di qualsiasi argomento si parlasse sovrapponevano la figura del segretario a quella del sindaco. Come vedi le abitudini non cambiano.

– Però in quelle assemblee nei circoli di frazione, anche se in partenza li avevi tutti contro, al termine finivano per stare dalla tua parte.

– Prima di replicare preferivo ascoltare lo sfogo delle loro arrabbiature, le stronzate che dicevano le tenevo dentro; ho smesso di fare politica attiva perché non reggevo più il peso di questa condizione.

– Anch’io dico cazzate?

– Tu sei il campione mondiale delle cazzate!

Mi sono messo a ridere, dopodiché gli ho ricordato che doveva raccontare la barzelletta dei due frati.

–La politica che si fa oggigiorno non mi appassiona, sicché per ammazzare il tempo lavoro un pezzo di terra, e quando gli ortaggi sono pronti li regalo agli amici o alla decina di ragazzi extracomunitari che ospita il parroco in un appartamento di proprietà della chiesa.

– Non sai stare senza far niente.

– Da quanto sei in pensione?

– Oramai sono quattro anni, … più qualche mese.

– Adesso non ti lamenterai del poco tempo da dedicare alla scrittura dei tuoi libri.

– Magari fosse solo un problema di tempo, caro Ottorino.

– Se continua così fra qualche anno ci saranno più scrittori che operai. Avresti mai pensato che finisse in questo modo? Sembra di essere tornati al dopoguerra. Quando ero bambino si faceva la fame per davvero, non lo auguro a nessuno di vivere in quelle condizioni.

L’ho fissato negli occhi, dandogli ragione.

– Però, caro Ottorino, non sarebbe un male che fossero gli operai a scrivere le loro storie.

– Sono mondi distanti, che non si parlano più.

– Sì, ma secondo me una cosa è raccontare direttamente quello che vedo o vivo, altro è leggere quello vogliono che io veda. Oltre a occupare del tempo libero, la scrittura è sempre una questione di punti di vista, e di linguaggio.

– Un po’ come succede nella barzelletta dei due frati.

– Raccontala, dai, … questa barzelletta. Non farmi stare sulle spine.

– Davvero vuoi sentirla?

– Sì, certo!

– L’ha raccontata Ettore, … appena un’ora fa, …quando si aspettava l’alzata della travatura del ponte e l’assessore, invece di rispondere alle sue critiche argomentando un’idea di paese, ha tagliato la corda… Ti ricordi di Ettore, non è vero? Era un compagno che lavorava alla fabbrica di borse, ormai chiusa da tre anni. La crisi del lavoro è iniziata molto prima di questa pandemia.

– Certo che lo conosco! … Che fa adesso?

– Vive con il sussidio del reddito di cittadinanza. Gli restano ancora sette anni, prima di vedersi la pensione. In questo periodo anche sua moglie è preoccupata di perdere il lavoro, e hanno due figli che studiano alle superiori. Il lavoro oggi è un problema gigantesco …

– … Ettore questa barzelletta l’ha raccontata ridendo nel suo modo svagato, nonostante la rabbia di non essere ascoltato da nessuno… Dunque, comincia così: ci sono due frati che vivono in conventi diversi. O meglio, uno è un monaco vallombrosano dell’ordine dei benedettini, l’altro è un cappuccino, un ordine dei frati mendicanti che costituiscono la famiglia dei francescani

Quella che segue è la viva voce di Ottorino, mi sono tolto lo sfizio di fargli un video con il cellulare, trascrivendola ho cercato di mantenere integra l’autenticità del suo pensiero, il tempo dei verbi, le parole gergali, evitando di togliere o aggiungere qualche frase di collegamento per abbellire il discorso. In fondo le barzellette fanno ridere solo se sono spontanee.

… Siamo intorno alla metà del Cinquecento, anno più anno meno. Tra i due conventi esiste storicamente una rivalità insanabile, così radicata da dividere in fazioni anche la gente che vive sul territorio. Il monastero dei monaci vallombrosani possiede molte ricchezze, ha poderi e tenute sparsi ovunque, una fornita biblioteca di libri antichissimi, mentre il convento dei frati cappuccini, nel rispettare le regole del suo ordine, vive solo di elemosine. I monaci sono tutti imparentati con le famiglie nobili dell’epoca: figli di conti, notai e baroni. Invece la maggior parte dei frati cappuccini è arrivata a scegliere la vita del convento perché le loro famiglie non riuscivano a sfamarli.

Il monastero dei vallombrosani sorge su di una collina posta sulla riva destra del fiume, ha delle mura fortificate e si entra attraversando un grosso ponte levatoio. Oltre le mura c’è un giardino sempre fiorito, e poi tante piccole casette allineate su tre file, dove ogni monaco dedica la sua esistenza alla preghiera, alla contemplazione spirituale. Sui versanti della collina si sviluppa un fitto bosco che lo cela allo sguardo dei curiosi. Il convento dei cappuccini si trova sulla riva sinistra del fiume, si tratta di una misera struttura a due piani realizzata a ridosso di una piccola pieve romanica di campagna. Davanti al complesso conventuale c’è un prato dove giganteggia un grosso olmo, all’ombra del quale si riuniscono le persone a parlare prima e dopo la santa messa.

La rivalità tra i due ordini nasce quando la fama dei frati cappuccini si diffonde nel circondario al punto che quella modesta pieve romanica non è in grado di contenere l’immensa folla di fedeli partecipanti alla santa messa. Questa novità infastidiva assai i monaci vallombrosani: fino a quando la frequentavano le poche famiglie di contadini era un conto, ma adesso la gente arrivava anche da paesi molto distanti, facendo a piedi decine di chilometri, portando in dote ai poveri frati doni di ogni tipo. Non era tanto per come veniva celebrato il rito della messa, nella loro ignoranza i cappuccini stentavano a mettere insieme le parole per argomentare una predica, le persone andavano lì per ritrovarsi, stare insieme, parlare serenamente sotto l’ombra che circondava il grosso olmo, assaporando il piacere di sentirsi una comunità dimenticavano le fatiche del lavoro almeno nei giorni di festa.

Per reagire all’evidente decadenza nella quale rischiava di avvitarsi, il monastero dei vallombrosani pensò bene di chiedere udienza al vescovo della diocesi perché si facesse carico di organizzare una disputa teologica tra i due ordini. Il vescovo sentenziò che la controversia doveva svolgersi di lì a un mese, così un messaggero raggiunse il convento dei cappuccini per informarli sulla sua decisione e per avere il nominativo del frate che li avrebbe rappresentati nella disputa contro l’abate dei vallombrosani. Sentito l’ordine perentorio del vescovo, i frati cappuccini furono presi dallo sconforto, tra di loro non c’era nessuno che avesse studiato sui misteri della fede da rivaleggiare con l’abate dei vallombrosani, un erudito che teneva lezioni di teologia nelle università più prestigiose d’Europa, la sua fama era così grande che anche il Santo Papa si serviva della sua saggezza per scrivere le sue encicliche, qualcuno di loro sapeva a malapena scrivere, il convento aveva la disponibilità di cinque o sei libri, anche leggerli tutti non avrebbe pareggiato la cultura di quell’abate che conosceva il greco, il latino, che aveva letto tutti i libri esistenti a quel tempo sulla faccia della terra. I frati cappuccini furono assaliti dalla disperazione e dal panico più vigliacco e cagnesco, in tutti c’era la consapevolezza che addirittura la sproporzione del confronto segnava la sconfitta sulla linea di partenza. Stavano ormai per rassegnarsi a tirare a sorte il nome del disgraziato che li doveva rappresentare nella controversia con l’abate dei vallombrosani, quando si fece avanti fra Girolamo, il più misero e ignorante di tutti, colui che a malapena, dopo essere stato a coltivare l’orto, entrando in chiesa si faceva il segno della croce. Tutti lo guardarono con meraviglia e una punta di derisione.

“Te, fra Girolamo, … che manca poco non sai pulirti il culo quando cachi! Lo capisci vero, chi ti troverai davanti?”

“Non importa chi sia questo abate illustrissimo, cari fratelli. Solo nostro Signore Gesù Cristo sa vedere nel futuro perché è il figliolo di Dio. Se lui mi assiste, posso anche vincere questa benedetta controversia teologica. In fondo in fondo, che timore avete? Sono l’uomo di fatica del convento, coltivo l’orto, salo il maiale, vado nei boschi a far legna, alla bisogna mi arrangio a murare due mattoni. In caso di una mia sconfitta vi sarà facile salvare la faccia, mentre il vanto dei vallombrosani risulterà ben modesto. Pensate invece alla fama che potrà circondare questo misero convento, se uno dei pensatori più illustri della nostra epoca si arrende davanti alle argomentazioni di un insignificante fratacchione?”

Insomma, fra Girolamo riuscì a convincerli. Suggerì ai suoi fratelli di far sapere al vescovo che visto l’abate aveva scelto l’argomento della disputa, era nel loro diritto stabilire le regole: la controversia doveva svolgersi con i contendenti sistemati sulle opposte sponde del fiume e che si sarebbero parlati, anziché a parole, con l’uso esclusivo del linguaggio dei gesti. L’abate dei vallombrosani era così sicuro di vincere che accettò queste condizioni senza neppure rifletterci un secondo. Così la sfida ebbe luogo nei tempi stabiliti, alla presenza di una marea di gente. Molti osservatori provenivano da altri conventi dei due ordini, e poi c’era la nobiltà del clero, vescovi, cardinali, dei dotti di fama mondiale, tutti schierati sulla sponda del fiume in cui si trovava l’abate dei vallombrosani, mentre dall’altra parte, a fare il tifo per fra Girolamo, oltre ai fratelli cappuccini c’era una massa scalcinata di contadini, di artigiani, di poveri disgraziati nulla facenti, in rappresentanza del popolino scalzo e ‘gnudo. Tutta la gente si era schierata sugli opposti argini, a una distanza ragguardevole dai due oratori, per evitare ogni possibile suggerimento da parte delle opposte tifoserie.

Ha quindi inizio la controversia tra i due contendenti che, come ho detto, dovevano esprimere i loro concetti solo con la mimica dei gesti.

La prima mossa fu quella dell’abate dei monaci vallombrosani, che semplicemente alzò il dito indice della mano destra verso l’alto, accompagnando la mossa con la testa rivolta all’altra sponda del fiume. A quel punto fra Girolamo alzò due dita, facendo trasparire in un sorrisino maligno la più piena soddisfazione del suo volto per quella tempestiva risposta. L’abate, dopo un momento di incertezza, rilanciò alzando addirittura tre dita, questa volta puntando lo sguardo verso l’azzurro del cielo. Fra Girolamo cominciò a scuotere la testa ridendo di gusto, e in simultanea fece il gesto di mandarlo a quel paese colpendo ripetutamente con la mano sinistra l’avambraccio destro. L’abate, che non aveva assolutamente considerato un tipo di gestualità così volgare, lasciò sconsolato il campo di battaglia voltandogli le spalle.

La controversia si era chiusa in un lampo, a favore di fra Girolamo.

Naturalmente le urla di gioia dei fati cappuccini e del popolino erano così fortemente scatenate che riuscivano a sfondare il cielo, tutti si accalcarono attorno al vincitore, asfissiandolo di abbracci e di complimenti, mentre fra Girolamo, essendo di carattere un modesto, cercava di farsi strada tra la folla per tornare alle sue faccende quotidiane.

La cena, dopo i fatti di quel pomeriggio leggendario, ebbe naturalmente esiti diversi, al monastero del vallombrosani l’abate ordinò che si cenasse a pane e acqua, visto che una simile umiliazione sarebbe stata ricordata per secoli e secoli, mentre per i frati cappuccini fu tutta un’altra storia, fecero una gran baldoria, bevvero e gozzovigliarono dando fondo a gran parte delle riserve alimentari presenti in cambusa, e poi ubriachi fradici si misero a ballare e a cantare saltellando in cerchio intorno al grande olmo che si trovava sul prato di fronte alla chiesa. Ai monaci vallombrosani questa débâcle non andava giù, nessuno si era opposto quando l’abate aveva suggerito di andare dal vescovo con l’idea di organizzare una controversia teologica che umiliasse i frati cappuccini, ora però una risposta doveva fornirla. Fu il bibliotecario, anche lui erudito di riconosciuta fama, che domandò all’abate: “Com’è potuto succedere, Signor abate, che una persona colta come lei si sia fatta prendere in poponaia da un buzzurro diventato frate solo per il piacere di rimpinzarsi, da uno convinto che lo Spirito Santo risieda nelle budella dello stomaco?”

E l’abate, preso dallo sconforto, abbassò la testa rispondendo così: … “Non riesco a capacitarmi di come sia potuto succedere, avevo alzato l’indice verso il cielo per indicare che esiste un solo Dio, questo sembra perfino scontato per ogni cristiano, ma quando fra Girolamo ha replicato alzando due dita ho subito pensato a Dio e a suo figlio Gesù Cristo, così ne ho alzati tre per indicare la Santissima Trinità dello Spirito Santo. Quando lui ha risposto mandandomi a quel paese in quel modo, che altro potevo fare, cari fratelli? … Pensateci un po’.”

Al convento dei cappuccini l’atmosfera festosa si protrasse fino a tarda notte, ubriachi com’erano, per veder meglio dove poggiare i piedi accesero un grande falò che illuminava per un largo raggio il prato di fronte alla chiesa, con l’olmo che a quel punto sembrò raggiungere un’altezza spropositata. La gioia di quei fraticelli traboccava da ogni poro della pelle, nel sudore della vita. “Come hai fatto fra Girolamo, a mettere alle corde quella cima mentale dell’abate, spiegaci dove sta il trucco?” A quel punto fra Girolamo, anche se restio a parlare, si spiegò dicendo: “… non ci sono trucchi, cari fratelli, e neppure qualche forma di magia. Appena l’abate ha indicato di ficcarmi un dito nell’occhio, agendo d’istinto ho rilanciato minacciando di accecarlo da entrambi. Allora lui ha alzato tre dita verso l’alto e io mi sono detto, ti vado nel culo perché ho solo due occhi.” 

– Non ti ha fatto ridere?

– Sei una disperazione, Ottorino!

– Lo immaginavo che non veniva bene.

– Non hai mai raccontato barzellette, in vita tua.

– Ce lo prendiamo un caffè?

– Sì, dai … ormai si è fatto tardi per la passeggiata sugli argini.

Nel periodo che facevo politica Ottorino era uno dei compagni più attivi a organizzare la Festa de l’Unità. Dovrebbe essere sui settantacinque, avere un dieci anni più dei miei, e non si è mai sposato. Al tempo che il PCI in paese superava abbondantemente il migliaio di iscritti, lui aveva il compito di consegnare le tessere ai compagni che vivevano nelle frazioni e alle case di campagna. Appena pochi giorni dopo il congresso in cui mi elessero segretario di sezione, Ottorino pretese che lo seguissi in questo giro, secondo il suo punto di vista le elezioni si vincevano coltivando le relazioni con chi abitava nelle case sparse, e visto che partecipavano raramente alle riunioni di sezione, per non perdere i contatti bisognava che il segretario li tenesse costantemente aggiornati e motivati. Anche se già allora quasi nessuno viveva del lavoro della terra a tempo pieno, erano pur sempre famiglie numerose che in politica si affidavano alla scelta dei più anziani, alcuni dei quali, tra il luglio e l’agosto del 1944, giovanissimi avevano contribuito a liberare Firenze dalle truppe tedesche. Io sono nato dieci anni dopo, in quello stesso giorno che fu liberato il mio paese, il 27 luglio. Ancora oggi, a mezzogiorno, in questa data si mette a suonare la campana che si trova sulla torre del comune, così nel festeggiare il compleanno ricordo anche le atrocità di una guerra che per fortuna non sono stato costretto a vivere.

                                                                           marzo 2021

 

 

15 pensieri su “La barzelletta dei due frati

  1. Ha una descrittiva che cade “a fagiolo”… Fagioli serpentini, Fagioli zolfini… M’hai rinsoprellato l’appetito!… La barzelletta dei due frati.

  2. …ancora una volta Angelo Australi con questo racconto si dimostra maestro nel saper ricreare atmosfere di un passato non cosi’ remoto, ma lo sembra per via di quelle tecnologie che ci hanno distanziato in nome del progresso…Lo scontro tra i due frati, il monaco e il cappuccino, mi ha ricordato l’atmosfera delle stalle di una volta, dove i contadini d’inverno si riunivano per riscaldarsi al tepore degli animali, ma anche a raccontarsela, consolidando legami e orgoglio di classe…Mia nonna era tra quelli e il mito di Bertoldo, scarpe grosse e cervello fino, capace dileggiare i re con la sua arguzia e le sue trovate, veniva sempre rinverdito in nuove versioni…belle le passeggiate sull’argine del fiume, il profumo dell’erba, gli animali quasi imbucati, clandestini in un ambiente sempre piu’ non a loro misura…i rumori dell’autostrada, del treno ad velocità…un racconto lento ed evocativo..grazie

    1. Grazie a te, Annamaria …
      Anche se oggi è così di moda affermare che non sarà più come prima, invece è sempre come prima; un po’ come nel pozzo di San Patrizio che c’è a Orvieto, dove si scende e arrivati in fondo si risale da un percorso diverso. Forse perché in ogni esperienza è troppo complicato, arrivati alla fine, tornare indietro dalle scale da cui siamo scesi. Io non ci rinuncio a questa possibilità che mi concede la letteratura.

  3. Grazie Spartaco-Angelo per il racconto. Che si apre con l’epidemia e si chiude a circolo con un ricordo della guerra. In mezzo, il tempo che ha travolto il vecchio per un nuovo ancora indecifrabile. Vecchio e nuovo: entrambi di accezione perfettamente politica e sociale, come sempre in Australi. Nel mezzo del racconto, invece, la barzelletta dei due frati, che appare più un apologo, si rivela significativa: tra la Seconda Guerra Mondiale e l’adesso si è aperta una frattura, come tra i vallombrosani e i cappuccini divisi dal fiume, tra classe dirigente (o intellettuali) e persone (o popolo). I due gruppi appartengono ormai ad ambienti così distanti che non si vedono nemmeno più; mentre fino a tutti gli anni Settanta il PCI era riuscito, anche se con sempre meno energia, a tenerli uniti. E così avrebbe dovuto continuare a fare una sinistra che si rispetti. E quando questi due gruppi non si parlano più, le persone regrediscono al gesto, credendosi furbe, e le classi dirigenti si ritirano nei loro ricchi conventi, credendosi superiori. Senza accorgersi che le une senza le altre in realtà non esistono: le classi dirigenti senza le persone sono geroglifici incomprensibili; le persone senza intellettuali smorfia e gestaccio. E il fiume che li separa si ingrossa, si ingrossa, si ingrossa. Fino a straboccare.

    1. Caro Daniele, hai centrato in pieno questa sensazione di incomunicabilità tra alto e basso che volevo trasmettere.

  4. ACCOSTAMENTI

    “E quando questi due gruppi non si parlano più, le persone regrediscono al gesto, credendosi furbe, e le classi dirigenti si ritirano nei loro ricchi conventi, credendosi superiori. ” (Barni)

    “Da parte mia ho insistito fin troppo anche in questa occasione a proporre la necessità di stabilire un dialogo tra il filosofo e il tonto (Fortini), a mirare alla fluidità dei rapporti tra saperi alti e saperi bassi, a confrontare tradizioni culturali storicamente contrapposte invece di arroccarsi in esse” ( E. A. http://www.poliscritture.it/2021/04/01/su-le-rondini-e-la-polemica-casati-grammann/#comment-101419)

  5. .. sono d’accordo con F. Fortini sulla necessità che il filosofo è il tonto dialoghino tra loro, tuttavia mi sembra che questo racconto della barzelletta dei due frati si rifaccia ad una tradizione più antica, di cui tener conto, cioè la dissacrazione da parte del popolo del potente, che sia un re, un principe, un ‘autorità religiosa, l’ Azzeccagarbugli..Bertoldo, frate Girolomo, alcune maschere, lo stesso teatro di Dario Fo e Franca Rame possono rientrare in questa tradizione, che poteva ben precedere il dialogo.. auspicabile oggi se vero, se non viziato in partenza..

  6. Un tema affrontato ripetutamente quello dell’incomunicabilità tra ceti sociali, tra il centro e la periferia, tra una borghesia teoricamente illuminata, istituzionale direi e una piccola borghesia per nulla coinvolta dalle stesse istituzioni.
    Invece l’opportunità di confrontarsi, ci rende possibile di entrare nel contradditorio, ossia di mettere in discussione le nostre sicurezze per cambiare. Le differenze hanno rappresentato e rappresentano un tema universale…. a volte ho l’impressione che l’umanità nel suo complesso, non riesca a fare altro che autodistruggersi.

    Una piacevole lettura: bravo Angelo.

  7. Rispondo ad Ennio Annamaria:
    La realtà in partenza è sempre come la percepiamo, perché un dialogo sia auspicabile tra mondi ormai distanti occorre una politica in grado di fare sintesi tra alto e basso, cosa che oggi non mi par di vedere. Anzi, percepisco sempre un maggiore distanziamento dell’alto che schiaccia chi si trova in basso.
    La barzelletta dei due frati nasce da una cultura popolare stratificatasi autonomamente, che per fortuna ancora esiste. Lo vedo quando mi fermo a parlare in strada con le persone, di ogni età: condizionabile quanto si vuole, ma capace di tradurre in sberleffo dissacratorio qualsiasi elemento mediatico che provi a “normalizzarla”.

  8. Caro Angelo, il tuo racconto invita a riflettere sulla nostra realtà culturale, politica e di costume.
    Divertente e significativa la barzelletta della disputa tra i frati.
    E altrettanto significative le considerazioni sui comportamenti deludenti di una classe politica che sembra non sapere più dove andare.
    Quando in casa capita di frugare fra le nostre librerie, trovo i tanti testi che venti o trent’anni fa venivano venduti a prezzi bassissimi assieme ai quotidiani, mi si serra la gola. Roba scelta fra i classici o fra scrittori, filosofi, storici che avevano davvero qualcosa da dire e da insegnare. Ho un librettino del 1993 dal titolo “Dialogo col televisore” del cardinale Carlo Maria Martini regalato con l’Unità! E’ un vero gioiellino di “sociologia” e la dice molto lunga sul contemporaneo.
    Lucia

  9. Come sempre un bel racconto, dal godibile taglio misto, un po’ all’americana (alla Salinger? So che lo ami molto!), ovvero sfrondato da tutto quanto non dà risalto all’azione, ma dall’altro dolcemente caratterizzato da certe descrizioni che ricordano la pittura di Rosai e vivacizzato da uno stile arguto e secco, soprattutto nei dialoghi, che riflette tutta la tradizione popolare toscana, in particolare quella della zona del Valdarno, che ti appartiene. La barzelletta dei due frati e i mondi contrapposti (anche all’interno di una piccola comunità o della stessa chiesa) ci riportano a un’epoca che sembra lontanissima, ma, di fatto, ha coinvolto gli anni più giovani di tanti di noi e viene riassaporata sempre con nostalgia, anche se ora appaiono chiare tante contraddizioni. Ma soprattutto viene accolta con immensa gratitudine nei confronti di chi sa ricostruirla così vivamente con le parole. Inoltre, uno sguardo consapevole al passato aiuta sempre a capire meglio il presente (purtroppo non meno pieno di contraddizioni…). Grazie Angelo!

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