Su “I turbamenti del giovane Törless”

di  Davide Morelli

Omen nomen, nel nome un destino: Torless significa letteralmente “senza porta”, perciò da intendersi qui come chiuso, introverso. Prima di tutto una curiosità: alcuni traducono il titolo di questa opera  “I turbamenti del giovane Torless” ed altri “I turbamenti dell’allievo Torless”. In questo romanzo di esordio di Musil, in parte autobiografico e pubblicato nel 1906, vengono descritte le esperienze di un allievo sedicenne, proveniente dalla buona borghesia, in un esclusivo collegio militare austro-ungarico. È un romanzo sia di formazione che psicologico. Descrive minuziosamente la crisi esistenziale del ragazzo.

Da una parte troviamo il contrasto tra intelletto e passione, mentre dall’altra troviamo la crescita personale e l’evoluzione del giovane. È un libro che tratta tutte le sfumature dell’animo di un ragazzo lontano da casa (può solo scrivere delle lettere ai suoi familiari), costretto a vivere in collegio, ed al contempo tutte le sfaccettature di questa istituzione così malsana. L’autore parlò di  questa opera come crudele e tenera allo stesso tempo. Inizialmente Torless prova molta nostalgia di casa ed una grande monotonia per la vita del collegio. Da un lato c’è la rigida disciplina e dall’altro i soprusi e le esperienze al limite dei giovani cadetti, che hanno esperienze sessuali di varia natura, anche mercenarie ed omosessuali. Potremmo oggi definire quelle angherie ed umiliazioni con il termine nonnismo. Oggi si è sempre più diffuso il termine pansessuale, coniato dallo scrittore Mario Mieli, che si ispirò a sua volta al concetto freudiano di bambino come “perverso polimorfo”. Ai tempi dei tempi, usando un linguaggio datato, avrebbero affermato che questi giovani fanno del sesso senza trasporto, cioè senza coinvolgimento emotivo né sentimentale. È l’età dell’esplosione ormonale. Secondo Kinsey non esisteva una netta contrapposizione tra eterosessuali ed omosessuali, ma esisteva un continuum nella popolazione. Questo grande studioso della sessualità americana ideò una scala fatta di sette livelli. Agli estremi c’erano le persone totalmente eterosessuali ed omosessuali. In mezzo stavano i bisessuali. C’erano anche gli asessuati. Ma c’erano altri gradi intermedi. Come in questo romanzo, in cui diversi ragazzi sono eterosessuali, che hanno esperienze omosessuali. Probabilmente però la verità è che a sedici anni si è certi di poco; alcuni non sono certi del proprio orientamento sessuale. Ai tempi del social network MySpace alcuni mettevano nel loro profilo “orientamento sessuale incerto”. Ecco molti giovani di questo romanzo hanno l’orientamento sessuale incerto.  Un tempo si diceva che la carne è debole. Tradotto in termini più attuali, potremmo affermare che tutti  provano piacere se viene stimolata una loro zona erogena, indipendentemente da chi provoca questo turbamento. È anche vero che almeno in teoria dovremmo fare sesso con la persona di cui si è innamorati o con chi ci attrae veramente sessualmente.  Resta da stabilire quanto si sia determinati e quanto sia una scelta di vita il proprio orientamento. L’argomento è controverso. Comunque sia, attraverso il sesso c’è in questo romanzo anche la sperimentazione e la ricerca di sé. Torless vive degli sbandamenti. Assiste agli abusi sessuali da parte di due suoi amici nei confronti di Basini, un allievo effeminato e unico veramente omosessuale, che questi due sadici hanno scoperto a rubare ed ora  ricattano, e di Bozena, una prostituta del villaggio vicino.  Ancora una volta viene da chiedersi se siano i ragazzi malati o se sia l’istituzione malata. Viene da interrogarsi quanto  questi ragazzi siano adulti in miniatura e quanto il collegio sia un modello in miniatura della società di quella epoca.  Per alcuni Musil evidenzia il declino inarrestabile della società Mitteleuropea. Va sottolineato poi che anche in chi viene dominato nel sadomasochismo c’è un rilascio di endorfine. C’è piacere anche nel dolore, cosa scabrosa e sconveniente a dirsi. Non solo ma una componente sadomasochista secondo Freud esiste in tutte le relazioni. Si pensi agli atti preliminari di mordicchiare, di stringere forte, di tenere la testa con forza.  Anche se Torless non prende parte alle umiliazioni e non schiavizza Basini e Bozena, è in un certo qual modo  complice psicologicamente. Potremmo anche affermare che è un voyeur. Nel migliore dei casi è una sorta di bystander, uno spettatore passivo, che non fa niente e non chiede aiuto.  I due allievi sadici si ispirano al superomismo ed all’esoterismo. Anche il protagonista fa sesso con Basini, però quest’ultimo è consenziente e  si concede volentieri. Ma il sadismo, la crudeltà, il sesso, entrambi fini a se stessi, non ne fanno un romanzo erotico. Il sesso forse è solo un pretesto per affrontare ben altro. Di certo Musil ha voluto affrontare a 360 gradi la vita di un collegio militare e non ha escluso nulla, neanche l’argomento tabù per eccellenza, ovvero il sesso. La sessualità quindi non è concepita qui come finalizzata alla procreazione, né come dovere coniugale, né da un punto di vista ludico. Piuttosto si tratta di una iniziazione sessuale, di una scoperta di sé e del mondo. Nel protagonista si nota una lotta incessante tra le sue pulsioni sessuali, la sua parte più animalesca e la sua necessità di razionalizzare e trovare un ordine alle cose. L’autoritarismo  e le gerarchia militare dell’epoca sono rappresentate magistralmente. Il collegio vorrebbe reprimere con le sue regole ferree. È una istituzione castrante, sessuofobica, opprimente. Finisce che, coercizione dopo coercizione, quasi tutti interiorizzato i codici del collegio o quantomeno tutti li accettano passivamente e con rassegnazione. La sessualità si può sfogare, reprimere o sublimare. Ma Torless è troppo giovane per utilizzare uno dei migliori meccanismi di difesa psichici: la sublimazione. Questo romanzo è un’eccezionale mistura di ambiguità sessuale, delinquenza giovanile, elucubrazioni filosofiche, smarrimenti esistenziali. Musil scandaglia l’abisso dell’animo umano. Si rivela un profondo conoscitore della natura umana, così enigmatica. Insomma Ulrich è l’uomo delle possibilità, che non vengono realizzate. Più che un uomo senza qualità, come hanno notato molti, ci sono delle qualità senza più l’uomo. Ulrich è un uomo fatto, non ha scusanti e manca come persona. Torless è un giovane alla ricerca di senso ed ordine, anche in presenza di quello che in modo retrogrado un tempo chiamavano disordine morale e che adesso non scandalizza più nessuno. Torless è messo in crisi dalla sua sensualità, dal suo lato oscuro, dalla sua Ombra, per dirla alla Jung, e compie il suo tortuoso percorso di individuazione. Ulrich è l’uomo che potenzialmente potrebbe essere tutto a livello esistenziale. Torless è un giovane che prova di tutto, si forma e si salva all’ultimo, nonostante le asperità. Alcuni hanno visto in Torless un Ulrich ragazzo. Massimo Cacciari ha parlato del capolavoro “L’uomo senza qualità” come di un esperimento da parte di Musil. In fondo anche “I turbamenti del giovane Torless” è un esperimento. Inoltre Musil, nonostante alcuni sottili distinguo, era discepolo del filosofo Mach, che dava importanza all’esperienza, alle sensazioni, ai fatti. Mach era per il primato della scienza, pur riconoscendo ad essa dei limiti conoscitivi. Non aveva perciò una fiducia smisurata nel progresso scientifico. Musil riporta queste problematiche gnoseologiche nel romanzo. Infine per ironia della sorte Torless viene espulso dal collegio ed i due compagni aguzzini vengono lodati come allievi retti ed esemplari. L’istituzione rivela la sua totale assurdità. Da leggere inoltre il discorso finale del protagonista.

Questo romanzo si occupa di adolescenza, che è una stagione, in cui avvengono grandi mutamenti. L’adolescente è sottoposto a varie pressioni, che agiscono spesso in senso opposto e contrario. Se da un lato ogni ragazzo è sottoposto ad una tempesta ormonale, dall’altro è anche vero che grazie allo sviluppo del pensiero ipotetico-deduttivo si innamora spesso delle idee. Mai come in questo periodo della vita si è al tempo stesso innamorati del sesso, del cosiddetto amore romantico e delle idee. Ma l’adolescente è in continua tensione proprio perché non riesce ancora a trovare un equilibrio tra pulsioni sessuali, sentimenti e idealismo. Oscilla continuamente tra istinto e razionalità. Se dal punto di vista dello sviluppo fisico l’adolescente è a tutti gli effetti un uomo, quindi in grado di procreare, dal punto di vista emotivo, affettivo e psichico è una crisalide.

Mai come in questi anni si presenta in famiglia il divario generazionale tra genitori e figli e le posizioni assunte dai genitori possono apparire talvolta ai figli assurde e inconciliabili con le proprie. Ciò è dovuto non solo al divario generazionale, alle differenti mentalità, all’assunzione di ruoli diversi, ma anche alla perentorietà delle affermazioni, alle certezze, all’ingenuità dei figli. Dall’altro lato della medaglia è anche vero che esistono dei genitori, che sono iperprotettivi ed enfatizzano le insidie del mondo esterno, che l’adolescente vuole esplorare sempre e comunque a tutti i costi.

L’adolescenza è la stagione maniaco-depressiva per eccellenza. Basta uscire con una ragazza per essere euforici, è sufficiente un innamoramento non corrisposto per essere depressi per mesi. L’adolescenza è un insieme di complessi, di ansie, di frustrazioni e di sentimenti, che non saranno mai più esperiti con la stessa intensità nel corso dell’intera esistenza. Negli anni successivi tutto si affievolirà. Non solo ma spesso le cose ritenute importanti in questo periodo non saranno più considerate tali nella giovinezza. Già dopo pochi anni nella maggioranza dei casi si assisterà ad un mutamento, se non proprio ad un ribaltamento, di prospettiva.

L’adolescente è colui che ha il caos dentro di sé. E’ colui che non ha ancora fatto sufficientemente chiarezza su di sé. Però allo stesso tempo l’adolescente si interroga e cerca una propria identità. Molti adulti invece si negano questa possibilità. Considerano di avere ormai una identità acquisita e non interrogano più se stessi e il mondo. L’adolescente ricerca, ma una volta divenuto uomo conclude la ricerca e fonda la propria identità nella maggioranza dei casi su ciò che fa, su ciò che ha, sull’immagine e la considerazione che gli altri hanno di lui. La ricerca invece dovrebbe essere incessante nel corso di tutta la vita, anche se priva dell’entusiasmo giovanile.

Ma veniamo ora al rapporto del protagonista con la matematica.

In definitiva la matematica esiste per contare, per misurare ed anche per dimostrare. Per i formalisti i numeri non sono altro che simboli. Ma la matematica può essere rivelatrice di qualcosa di più profondo, inerente l’esistenza. Nel romanzo di Musil a proposito dei numeri immaginari il protagonista dice: “Questa unità non esiste. Ogni numero, positivo o negativo che sia, elevato al quadrato dà una quantità positiva. Dunque non può esistere un numero reale che sia la radice quadrata di una quantità negativa”. Torless, nonostante la sua timidezza, espone i suoi dubbi al professore di matematica, ma questo gli risponde così: “Nello stadio elementare, dove lei ancora si trova, è molto difficile dare la spiegazione giusta di molte cose che occorre toccare. Per fortuna pochissimi allievi se ne accorgono, ma se viene uno, come è venuto lei oggi allora non si può far altro che dire: Caro giovane amico, devi credermi sulla parola; quando saprai di matematica dieci volte tanto di quel che sai ora, capirai; ma per adesso, credi!”. Musil quindi pone l’accento sui limiti intrinseci dello scibile umano, sulle difficoltà espressive di ognuno.

Ma che cosa turba davvero Torless? Una prostituta disposta ad essere schiava, la crudeltà dei compagni del collegio o proprio i numeri immaginari? Che cosa fa vedere a Torless la realtà in due modi, cioè quello ordinario e quello che fa intuire “una vita segreta” delle cose? Forse sono davvero i numeri immaginari e non certe esperienze di vita? Non lo sapremo mai. Musil in fondo era sia un ingegnere che uno studioso di psicologia. Lo turbava di più il lato oscuro dell’animo umano oppure la filosofia della matematica, la metafisica dei numeri?

Forse Torless era turbato allo stesso modo da entrambe le cose. La tematica della matematica è ricorrente in Musil. Anche Ulrich è un matematico. Potremmo affermare, facendo una analogia tra matematica e realtà, che l’irrazionale erompe dal razionale, come la diagonale di un quadrato di 1 centimetro che rappresenta appunto un numero irrazionale deriva da due lati quantificabili con un numero intero e naturale. La realtà presenta caso o quantomeno disordine a cui molti esseri umani vogliono mettere ordine. Ci sono alcuni scienziati che cercano di predire le urgenze di un ospedale in un dato periodo oppure alcuni eventi nefasti come le bombe d’acqua, la caduta di un meteorite e i terremoti. Eppure non tutti gli esseri umani cercano la sintropia.

Ci sono anche artisti che godono dell’entropia e che vogliono aggiungere disordine al disordine. Scriveva Nietzsche che “bisogna avere un caos dentro di sé per partorire una stella danzante”. Ci sono sempre stati nella storia dell’arte e della letteratura sia artisti organici che disorganici. Non sempre si è razionali. L’inconscio è una struttura portante della nostra psiche. L’irrazionale erompe dall’ordinarietà: lo sanno bene i baristi che talvolta si imbattono nel fine settimana in alcuni clienti sbronzi, che raccontano loro la storia della vita.  Che mistero la vita! Quante generazioni! Ci passiamo il testimone. Facciamo da staffetta. Ci avvicendiamo, ci alterniamo sulla faccia della Terra. Chi va e chi viene. Di quanti istanti è fatta una vita? Per quanto tempo ancora saremo rimasti sulla scena? Le vite si sfiorano, si intrecciano, si combaciano, si compenetrano, si aggrovigliavano, si allontanano, si evitano. Non si può far altro che presumere. Non c’è formula che riassuma l’esistenza. Non c’è metafora calzante che la imprigioni.  La vita è uno splendido garbuglio.

L’irrazionale emerge dal quotidiano, come un biglietto trovato in un libro preso a prestito in biblioteca o nel giubbotto appena ritirato dalla lavanderia. A volte ci chiediamo se alcuni piccoli dettagli siano davvero insignificanti o se siano degli indizi di qualcosa più grande come le coincidenze. Ma ritorniamo ai numeri. Lo stesso rapporto tra la misura di una circonferenza e il suo diametro dà come grandezza il pi greco, che è anche esso un numero irrazionale. In fondo non c’è da stupirsi perché lo stesso Galileo Galilei considerava la matematica il linguaggio della natura. Anche i fiocchi di neve e le frastagliature delle coste possono essere rappresentati con dei frattali. Dietro una apparente irregolarità si cela una regolarità, che può essere descritta da numeri. Forse le scienze non possono esistere senza formule matematiche. Tutto quindi, seguendo questi criteri, dovrebbe essere matematizzato. Concludendo, il giovane Torless, col suo rapporto ossessivo con i numeri, è l’opposto del giovane Holden, che si innamora del linguaggio e che si attacca ad esso. La verità è che abbiamo bisogno sia di numeri che di parole: la mente umana è un mirabile sistema alfanumerico, anche se molti se lo scordano, svalutando il linguaggio in questa società tecnologica.

17 pensieri su “Su “I turbamenti del giovane Törless”

  1. A che serve una tale lunga argomentazione se non a segnalare un cruccio, neanche così storicamente diffuso, e permanente, sulla dissimmetria tra strumenti mentali e l’ambiente esterno (physis, materia, creazione, eternità)?
    Da quando nella cultura occidentale abbiamo inteso annullare il limite di partecipazione – nella formula gnoseologica antica di soggetto vs oggetto – ? Mai.
    Invece di accettare la non esaustiva conoscibilità, appunto, anche della materia vivente di cui siamo parte?
    Ma una consapevolezza dei limiti che ci costituiscono, se fosse davvero laicamente accettata, casserebbe alla radice il peccato gia individuato capitale: superbia.
    A quello però non si rinuncia.

    1. Gentile prof. Cristiana,
      la ringrazio per il commento; ha senz’altro le sue ottime ragioni. Io ho voluto più che altro fare solo una recensione di taglio psicologico, che fosse un poco accurata e riguardasse tutti gli aspetti del romanzo. D’altronde non sono un letterato. Mi sembra però, ma mi potrei sbagliare, che lei si focalizzi troppo su una tematica (ma chi può dirlo? Forse ha ancora una volta ragione lei. Io sono sempre aperto al dubbio). Può darsi che la problematica, da lei citata, non sia un cruccio “storicamente diffuso”. Le scienze umane ad ogni modo negli ultimi decenni hanno coniato un nuovo termine, ovvero “la razionalità limitata”. In psicologia il cognitivismo ha scoperto i limiti della nostra memoria a breve termine. Ancora più recentemente in psicologia sono state scoperte le euristiche, ovvero delle scorciatoie cognitive che tutti mettiamo in atto. Non sono affatto un matematico, ma il paradosso del barbiere di Russell ed i due teoremi di Godel hanno dimostrato che la matematica non è una scienza esatta, come si diceva anticamente. Il principio di complementarietà di Bohr e quello di indeterminazione di Heisenberg hanno dimostrato i limiti conoscitivi della fisica. Di limiti mentali, psicologici, ontologici ne abbiamo a bizzeffe. Ma tutto ciò è ben poca cosa. La consapevolezza non è così diffusa, anche se qualche passo in avanti è stato fatto dall’umanesimo e dalle scienze umane recentemente. L’atteggiamento dominante però è un nuovo superomismo (parlare di titanismo sarebbe troppo poco) sotto forma di scientismo. Ha ragione: la scienza moderna non si pone limiti, c’è la convinzione diffusa che la conoscenza debba progredire all’infinito e possa manipolare tutto. Il progresso scientifico viene considerato cumulativo e progressivo. D’altronde questa sorta di ottimismo epistemico è dovuto al fatto che l’homo sapiens, nonostante non si sia ulteriormente evoluto cerebralmente (siamo dei nani sulle spalle dei giganti) negli ultimi millenni, è riuscito a compiere grandi imprese scientifiche. Però non si riescono mai a prevedere le conseguenze nefaste di certo sviluppo tecnologico. Non so se sia superbia, incoscienza, irresponsabilità o miopia. Forse entrambe le cose. Di certo c’è anche del buono. Nessuno può criticare i progressi della medicina. Non si può certo gettare il bambino con l’acqua sporca.

      1. Probabilmente lei ricordandomi la “razionalità limitata” riprende giustamente quel limite di partecipazione conoscitiva che abbiamo assolutizzato con il rapporto soggetto-oggetto.
        Ho trovato curioso, anzi a dire il vero esilarante, il fatto che i ricami sulla conoscibilità siano stati anticamente classificati sotto la Superbia. La sapevano lunga, in fondo… Non trova?

        1. Mi dia pure del tu. Non mi offendo. Anzi. Anche lei la sa lunga. I suoi commenti sono sempre acuti. Ritornando alla questione, l’intuizione artistica è considerata puro irrazionalismo, la riflessione filosofica invece veteroumanesimo, il senso comune è invece considerato una serie di ovvietà. Purtroppo l’unica razionalità è considerata quella scientifica. È essa che risolve i problemi pratici e ci allunga la vita. Chi si lamenta di questo stato di cose viene mal tollerato o deriso. Nel migliore dei casi viene giudicato con bonaria indulgenza un retrogrado o un ingenuo.

  2. A proposito di «dissimmetria tra strumenti mentali e l’ambiente esterno» (Fischer) segnalo questo stralcio di un saggio (che ho appena letto) su altro tema. In apparenza pare abbastanza lontano dalla problematica del giovane Torless di Musil ma – a rifletterci – non poi così tanto. Perché di violenza in entrambi i casi si tratta:

    «Si tratta di ripartire dai presupposti del nostro mo(n)do, della nostra onto-epistemologia. Il quadro, con qualche semplificazione, può essere tracciato così: il pensiero occidentale si è caratterizzato, a partire almeno da 2.500 anni fa, per un approccio prevalentemente partitivo: soggetto/oggetto, natura/cultura, umano/ambiente, essere/non-essere. Uno dei perni centrali di questa partizione è l’istituzione di ciò che ancora oggi chiamiamo “natura”.
    L’idea di “natura” – lungi dall’essere “naturale” – costituì nella polis greca l’ambito fondamentale per dare spiegazioni fisiche vincenti. I filosofi battagliavano: chi era più convincente aveva più allievi e quindi più prestigio e denaro. «Il modo di spiegare le cose dei naturalisti era superiore – o almeno così essi credevano – proprio perché restava esclusivamente in termini di natura. La loro spiegazione eliminava in teoria l’arbitrario, il premeditato, l’arcano in favore di ciò che era in linea di principio regolare e osservabile»[8]. L’ambito divenne progressivamente autoreferenziale ed escludente, fino a pretendere di includere tutta la realtà possibile. La “natura” in quanto alterità diventava così l’oggetto-mondo del quale poter dire la “verità”. La distinzione parmenidea tra essere e non-essere rappresenta forse l’emblema più chiaro di questa operazione: l’essere è unico, compatto, uguale a se stesso, non soggetto al divenire; ciò che è mutevole appartiene al regno dell’opinione, della non-verità. Attraverso la spiegazione razionale, la logica formale ed il principio di non-contraddizione si afferma, in definitiva, una forma di monismo: c’è un unico essere e un’unica verità su di esso.
    Questa traccia non si perde nel tempo, anzi, si radicalizza con la scienza moderna: vi è un’unica natura e un unico metodo (corretto) per conoscerla, la scienza. Questa natura viene letta sotto la lente del riduzionismo: comprendiamo il mondo quantificandolo, frammentandolo in piccoli pezzi, ciascuno dei quali dotato di caratteristiche sue proprie. Il problema centrale di questo approccio è che si fonda sulla separazione. La relazionalità non è nel cuore del reale: gli enti possono intrattenere delle relazioni, ma la loro essenza non è relazionale.
    Questi presupposti sono alla base di una particolare idea di “identità”. Come sottolinea Stefania Consigliere, in questo modo si «fonda la concezione atomistica dell’identità, in cui l’esistenza dipende dall’identità, e questa dipende esclusivamente dalle proprietà intrinseche dell’ente: ciascuna cosa è ciò che è in virtù delle sue qualità, indipendentemente dalle relazioni».
    La “natura” è spiegata in termini di natura, l’identità è definita nei termini del proprio: il campo della discussione (e la possibilità di deduzione) sono ben circoscritti – perciò controllabili – e “decisi in anticipo”.
    È la stessa espressione che Horkheimer e Adorno usano nella Dialettica dell’illuminismo: questo è il più totalitario dei sistemi proprio perché in esso “il processo è deciso in anticipo”. Il ragionamento (la lettura del mondo e dell’umano) funziona molto bene se si tiene arbitrariamente fuori ciò che lo può far saltare. C’è un escluso, o meglio, ci sono molti esclusi: l’indefinibile, il non-oggettivabile, il continuo, il non-quantificabile, il contraddittorio, per certi versi quel “noi” che non si limita ad essere la somma di tanti “io”. È una forma di razzismo epistemologico: io sono io solo se pretendo di non essere anche altro; la natura è “quella cosa lì” se pretendo di poterne circoscrivere e sigillare i componenti. L’unica ragione ammessa è quella strumentale.
    Questa lettura del mondo regge nella misura in cui separa ed esclude l’alterità. La storia ci mostra, però, come l’impalcatura scricchioli: “l’io non è padrone nemmeno in casa propria”, si dice con la nascita della psicoanalisi, mentre oggi l’ecologia radicale ci mostra come nulla “in natura” sia realmente circoscrivibile: il corpo umano contiene migliaia di “specie” diverse; l’Altro è in ogni “cosa”.»

    ( da https://www.altraparolarivista.it/2021/04/20/dallidentita-alla-noita-immagini-di-un-arcipelago-antirazzista-di-carlo-perazzo/)

  3. “Io ho voluto più che altro fare solo una recensione di taglio psicologico, che fosse un poco accurata e riguardasse tutti gli aspetti del romanzo.” (Morelli)

    Raccomandazione. Vorrei proprio invitare a non perdere di vista che, appunto, si tratta – e non a caso – di “romanzo”. Teniamone conto nel discuterne.

  4. “Torless significa letteralmente “senza porta”, perciò da intendersi qui come chiuso, introverso.”
    La dieresi è un imperativo categorico nella lingua tedesca, prima di tutto, qui Torless non significa nulla!
    —-
    “senza porta” si deve intendere “come chiuso”? “introverso”?
    Se mi avvicino dall’esterno (estroverso), da uno spazio aperto a uno spazio che poiché “senza porta” intendo come chiuso non ho una idea chiara di dove mi trovo; per definirlo chiuso devo fare un giro perimetrale, e solo a questo punto posso intendere chiuso lo spazio a cui mi avvicino. Ma un ragazzo chiuso non è uno spazio.
    Definirlo “Introverso” è essere in una altra dimensione.
    Chiuso non si intende introverso, e né il contrario.
    ———————————————————–
    Più che matematica, è geometria.

    1. Gentile Sagredo,
      mi scuso per la dieresi. Questo senz’altro. Per il resto: senza porta, ovvero murato. Pensavo che si capisse. È una interpretazione. Si tratta di linguaggio figurato. Comunemente si usa dire che una persona introversa è chiusa. La sua argomentazione sfida il linguaggio corrente e l’uso dei sinonimi. Più che matematica o geometria è italiano.

  5. Comunque quando lessi la prima volta nn lingua tedesca il racconto (adesso non sono più capace) era, se non erro, il 1965… poi ho riletto, molto dopo, più volte, ma stavolta in italiano – abbiamo avuto e abbiamo ottimi germanisti; come poi nel mio campo, ottimi slavisti.
    La mia impressione allora, dopo la prima lettura, fu che accomunavo i mondi “paralleli” di Benn (Ronne), di Heym, specie di Trakl… con quelli di Musil… ne realizzavo l’atmosfera che li accomunava – ancora oggi non so perché…. ma il film straordinario che fu tratto dal racconto di Musil (non ricordo il nome del regista, adesso) mi confermò che mi sbagliavo di poca cosa… e che la mia intuizione che il racconto fosse una prima denuncia del futuro nazional-socialismo non era del tutto errata.
    cari saluti , Sagredo

  6. Gentile Sagredo,
    lo so che lei è un traduttore e un poeta. Mi scuso un poco per il tono, ma del suo commento non mi convinceva l’argomentazione. La prima pubblicazione di questo romanzo è del 1905 (se non erro). Ad ogni modo qualcuno dà questa sua chiave di lettura, che a me pare plausibile ma un poco forzata (e per questo motivo l’ho omessa). Un caro saluto.

  7. E in effetti quel turbamento di cui io e Lei dicevano, è un turbamento dello “spazio” intorno… non si a\di chi, come e in quale direzione…. più che un turbamento della mente, come invece Musil ci vuol far credere…. troppo comodo, troppa psicanalisi,
    forse psichiatria di cui era stracolma la sua epoca…
    e allora ci resta il turbamento dello spazio, la direzione, tanto “vitale” la richiesta da risultare infine una forza distruggitrice…
    e allora forse per me soltanto una risposta, questa con questi versi.

    —————————————————————————————————————
    E nei labirinti delle note scopre l’essenza
    – Acqua dei suoni nella cisterna antica della mia sorgente…..
    Vecchiezza del suono che da noi s’espande fino agli universi…
    Universi?

    Ma di noi s’infischiano, siamo interdetti ai loro confini
    E in un moto che non sappiamo il nostro turbamento,
    … e loro, i non esistenti senza legge,
    E soltanto coi numeri immaginari i circoli invano decrittiamo.
    E solo allora che l’orecchio cessa, strumento del sentire, di vibrare,
    E l’occhio fare a meno delle orbite e visioni e i restanti sensi ammutolire
    Davanti ai ricordi che dal futuro si fanno incontro con la dimenticanza.

    E nelle mie Legioni cantai gli scannamenti degli angeli ossessi
    Che alle ali negarono il volo come all’attore l’unico sospeso
    Gesto e alla sua voce la giusta e sublime intonazione negare
    Fin prima dell’origine primaria quando il kaos dominava
    E in se stesso teneva tutto avvinto… ma l’ordine e la legge
    E quel numero con cui noi tutti leggemmo del Tutto – un Nulla!

    La divinazione era sul leggìo una lettura ordinaria e la chiarezza
    Della nostra mappa era già segnata… noi uscimmo fuori quietati
    Dai tracciati per amore o amati da una fortuita combinazione.
    E fu uno stupore per la nostra soglia: dove volgersi? dove andare?
    E in quale dove? E del tempo ancora non avevamo il senso!
    E tante domande ancora e davanti a noi e a me il sangue dello Spazio!
    ….. che mi trascina e, recidivi lui ed io, rinasciamo nella ripetizione
    Che mai ho conosciuto… Quel calice che svuoto dell’assenza!
    Quel calice che mi colma di mancanze!

    (Parole Beate, 2015)

    1. Gentile Antonio Sagredo,
      lei è senz’altro un ottimo poeta. Fa sempre piacere leggere dei bei versi. La sua interpretazione dell’opera di Musil è originale. D’altronde chi può sapere con certezza che cosa volesse dire? Si può solo ipotizzare. Però di sicuro Musil seguì dei corsi di psicologia. Alcuni hanno scritto che era uno psicologo. D’altronde non c’era allora un albo professionale. Ho trovato che tenne nel 1922 una relazione al Ministero della difesa, dal titolo “La psicotecnica e la sua possibilità di applicazione nell’esercito”. Musil era intriso di psicologia totalmente e questo a mio modesto avviso lo dobbiamo tenere presente. Comunque complimenti.

  8. …. Lei mi sollecita e mi stimola positivamente….
    ricordo quando appena giunsi a Praga nel tardo autunno del 1971, dovetti il giorno dopo esaudire un desiderio di A. M. Ripellino, quello di andare a trovare sull’isola di Kampa, circondata dalle nere acque della Vltava un suo grande e vecchio amico, il poeta Vladimir Holan. Cosa che feci. Una settimana dopo ero gi à caccia dei luoghi “musiliani”… ora ricordo Hradnice, e ovviamente Brno col suo Politecnico…. mi fecero vedere l’aula che Musil frequentò e altro (avevo degli speciali lasciapassare per vedere questi luoghi e altri meno frequentati). Quello che mi incuriosiva di Musil fu che essendo ingegnere era anche uno dei maggiori scrittori della sua epoca (e non solo) – (da noi Gadda è una sorta di parallelo felice).
    Quindi vedere quei luoghi di campagna, i sentieri, i pluviosi sobborghi così ben “visionati” dal film omonimo fu per me esaltante, ma poi fui distratto da altri poeti e scrittori – boemi – che pretendevano una mia visita… devo confermare che le atmosfere grigie e umide, quella sorta di rosicante tristezza mi invadeva totalmente, e queste atmosfere erano le stesse di quelle che avevo “sentito” quando lessi per la prima volta i “turbamenti”.

    adieu, Sagredo

  9. Ho letto con interesse il saggio di Davide sul Törless, come sempre molto accurato e ricco, e la sua interpretazione psicologica, particolarmente interessante, credo, per lettori odierni (anche se nel saggio non c’è solo quella). Però mi sento più in sintonia con le osservazioni di Sagredo che spostano l’accento dalla psicologia adolescenziale al campo più generale della percezione – che è sì particolarmente acuta durante l’adolescenza, ma non può essere considerata semplicemente un’anomalia legata alla crescita, né, per l’esperienza di Musil, può considerarsi conclusa con questa.
    Trovo assolutamente pertinenti i riferimenti di Sagredo ai poeti che cita, soprattutto a Trakl (soprattutto perché lo conosco un po’ meglio). D’altra parte, per quel che può valere, Musil stesso afferma che il suo romanzo non è naturalistico ma simbolico, che il punto non è la psicologia della pubertà, ma la rappresentazione di un’idea, e che proprio per non essere frainteso ha posto in esergo al romanzo una lunga citazione di Maeterlinck (poeta e drammaturgo simbolista), molto affine all’idea che vuole rendere, e che riporto:
    “Non appena esprimiamo qualcosa, la diminuiamo stranamente. Crediamo di aver toccato il fondo degli abissi, e quando risaliamo alla superficie la goccia che scintilla sulla punta delle nostre dita pallide non assomiglia più al mare da cui è presa. Crediamo di aver scoperto una grotta di tesori meravigliosi; e quando riemergiamo alla luce non portiamo con noi che gemme false e pezzetti di vetro; e tuttavia il tesoro brilla immutato nelle tenebre.”
    La citazione suggerisce che il problema di Törless è la difficoltà, o l’impossibilità, di portare a espressione determinate percezioni. Per lui è come se la percezione della realtà si sdoppiasse: da una parte c’è l’aspetto quotidiano, normale, nominato e nominabile, dall’altra qualcosa di completamente nuovo, che non ha nome, per cui Törless non trova parole, e che per questo confonde e turba. Questo lo sottolinea anche Davide, ma io lo vedrei in una prospettiva meno esistenziale e più storica.
    L’ambivalenza o doppio aspetto della realtà rimane il problema fondamentale (e irrisolto) di Musil: conciliare razionalità e mistica, essenza pre-linguistica delle cose e linguaggio. Alla base però c’è una modalità di percezione intensissima della realtà, di cui adesso come adesso non si può nemmeno più avere idea, che si è manifestata intorno alla Jahrhundertwende, il passaggio fra Otto- e Novecento, e ha trovato variamente espressione nel simbolismo, espressionismo e, da ultimo, surrealismo. Ma prima e al di là delle espressioni artistiche è un modus sentiendi che ha davvero sconvolto l’esperienza e suscitato l’impressione dello scollamento fra realtà e linguaggio. In questo senso accosterei il Törless alla Lettera di Lord Chandos (1902) di Hofmannsthal.
    Io rileggerei così il Törless, ma forse è un modo vecchio, e è anche vero che l’ho letto parecchio tempo fa e molte cose che rileva Davide non le ho più presenti.

    1. Gentile Elena,
      grazie di cuore per questa sua riflessione, che terrò ben presente. La ringrazio per l’attenzione. Un cordiale saluto. Buon proseguimento di serata.

  10. Ho visto il post (di Davide Morelli) del 5 aprile 2021 sulle CANZONETTE e mi sono ricordato del poeta russo Osip Mandel’stam legato al tema della canzonette napoletane. Tema che si conosce pochissimo, e allora rendo noto qualcosa.
    A chi è interessato, vada a leggere,

    1. Gentile Antonio,
      la ringrazio molto.
      Volevo anche precisare che inizialmente il mio scritto si intitolava “Considerazioni su il giovane Torless”. Va benissimo anche come l’ha intitolato Ennio Abate. Niente da eccepire. Figuriamoci! Però questo per far capire che alcune mie riflessioni sono ad ampio raggio. Tutto qui.

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