Q.I e creatività

di Davide Morelli

Il Q.I (o quoziente di intelligenza) è il risultato della seguente formula: (età mentale/età cronologica) x 100. La media è di 100 punti. Un individuo comunque che ottiene un punteggio tra 90 e 100 ha un’intelligenza nella norma. La frequenza dei punteggi nella popolazione viene rappresentata dalla curva gaussiana[1]. Anche caratteri biologici come altezza e peso si distribuiscono secondo la cosiddetta curva normale. Per misurare il Q.I gli psicologi utilizzano test standardizzati[2]. Nel vocabolario della Treccani alla voce “quoziente” c’è scritto: “d. in psicometria , Q. di intelligenza o intellettuale o intellettivo (abbrev. Q.I), valutazione del livello di intelligenza di soggetti in età evolutiva, espressa con un numero che costituisce il rapporto percentuale tra l’età mentale , valutata con uno speciale test, e l’età cronologica, calcolata in mesi (articolata in 7 livelli che vanno dal massimo di 1,28 intelligenza eccezionale, al minimo di 0,65, oligofrenia per deficienza); tali risultati sono in genere considerati come mera indicazione, in quanto possono variare, anche in forte misura, a seconda del momento di somministrazione del test e del tipo di test utilizzato. Un metodo analogo viene usato a volte anche per adulti, e in questo caso il quoziente esprime il rapporto tra il livello intellettivo del soggetto in esame e quello di un soggetto “medio” della stessa età e condizione socio-culturale”. È una definizione discutibile, ma riesce a dare l’idea di quanto la questione sia controversa. Innanzitutto cosa è un test? L’associazione internazionale di psicotecnica nel 1933 definiva così un test: “È una prova definita, che implica un compito da adempiere, identico per tutti i soggetti esaminati, con una tecnica precisa per la valutazione del successo. Il compito può comportare sia l’attuazione di conoscenze acquisite, sia di funzioni sensomotorie o mentali”. Da questa definizione si capisce perché molti considerino i test oggettivi, ma vedremo che non è così. Passiamo oltre. Già nell’impero cinese, nell’antica Grecia e nell’antico Egitto (per diventare scribi) gli individui si sottoponevano a prove di presunta intelligenza. Ma il primo test moderno di intelligenza lo dobbiamo a Binet nel 1905 in Francia. Nel giro di pochi anni questo test venne esportato negli USA e in Inghilterra. Colui che inventò il concetto di Q.I fu Stern nel 1912. I test di intelligenza divennero famosi nella prima guerra mondiale in America, quando vennero somministrati i test Alpha e Beta alle reclute dell’esercito per selezionarle. Oggi, anno dopo anno, si diffondono sempre più anche in Italia. Oggi, anche nel nostro Paese, se ne fa largo uso nelle aziende, nelle università, nei concorsi pubblici, tra militari, in ospedali. I test sono così diffusi in quanto c’è bisogno solo di carta e penna. Tutti pensano di poter valutare facilmente l’intelligenza altrui: di solito la valutano in base al rendimento scolastico o in base al successo professionale. Gli stessi insegnanti pensano di poter valutare facilmente l’intelligenza degli alunni. Talvolta, specie nell’adolescenza, i fattori che determinano un buon o uno scarso rendimento scolastico possono essere altri: ad esempio lo sviluppo psicofisico (una ragazza sviluppata sarà di solito più matura e perciò più diligente e quindi più brava di un suo coetaneo, ancora non sviluppato) oppure la separazione dei genitori oppure essere vittima di bullismo oppure una sindrome da deficit di attenzione o molto più semplicemente scarso impegno o difficoltà di concentrazione. Quindi per una misurazione attendibile bisogna andare da uno specialista (psicologo, psichiatra o psicoterapeuta): riviste e libri con i test non sono validi scientificamente (i test validi sono protetti da diritto d’autore e non si trovano in alcun libro o rivista). Ma anche i test di intelligenza standardizzati sono perfettibili. Innanzitutto c’è un problema di ordine metodologico. Il Q.I infatti è una misurazione indiretta soggettiva. Faccio un esempio. Misurare con un metro il lato di un tavolo è una misurazione diretta oggettiva. Calcolare l’area di un tavolo è una misurazione indiretta oggettiva. Ma un professore di psicologia, che voglia ideare una scala di intelligenza, deve dare una definizione operativa di intelligenza (soggettiva). Ad esempio un ricercatore potrebbe definire l’intelligenza come la capacità di adattarsi meglio all’ambiente. Un altro ricercatore potrebbe definire l’intelligenza come la capacità di apprendere. Un altro ancora potrebbe definire l’intelligenza come problem solving. Un altro ancora potrebbe definirla come la capacità di elaborazione di dati. Un altro potrebbe definirla come capacità di astrazione. Per il grande psicologo Piaget l’intelligenza “è ciò che si fa quando non sappiamo cosa fare”. Sono tutte definizioni plausibili, che darebbero luogo a test di intelligenza molto diversi tra loro ed è possibile che, una volta standardizzati, si scopra scarse correlazioni (il coefficiente di correlazione ci dice se due variabili sono in relazione tra di loro. La correlazione è positiva quando la relazione è diretta e le due variabili crescono o decrescono insieme. La correlazione invece è negativa quando è inversa. Il valore ci dice l’intensità di questo rapporto tra due variabili e varia tra 0 e 1 (- o +). Nel caso in cui sia 0 allora non c’è alcuna relazione tra le due variabili). Marta Montanini Manfredi e Paola Corsano scrivono che “non esiste una concettualizzazione univoca di tale facoltà umana, bensì permangono modalità differenti di considerare e, quindi, di valutare le capacità cognitive dell’individuo”. Inoltre non esiste solo l’intelligenza umana, ma anche quella degli insetti ad esempio o quella artificiale. Comunque la questione della definizione operativa non è l’unico problema di ordine metodologico. Per dirla in termini psicologici alcuni test di intelligenza sono attendibili (nel senso che c’è coerenza dei risultati ottenuti dai soggetti in diversi periodi….almeno per soggetti adulti), ma sono criticabili per quanto riguarda la validità di costrutto per il semplice motivo che l’intelligenza è un costrutto complesso[3]. Probabilmente ci sarebbe più bisogno di studi sperimentali (ricerca di base, formulazione di ipotesi, studi qualitativi, comprensione dei processi), mentre invece attualmente sono stati fatti soprattutto studi psicometrici (ricerche trasversali[4], misurazione delle differenze individuali, studi quantitativi). Un altro problema sorge nei soggetti a cui viene somministrato il test. Con buona pace dei comportamentisti non è detto che tra lo stimolo e la risposta non si situi qualche variabile interveniente come l’ansia, la depressione, la distrazione, l’originalità: variabili intervenienti che possono alterare il risultato del Q.I e far abbassare i punteggi dei soggetti in questione. I test del Q.I possono aiutare le persone nell’orientamento scolastico e nell’orientamento professionale. Inoltre i test possono essere anche un valido strumento diagnostico per valutare le prestazioni intellettive di pazienti, che hanno avuto traumi cranici o altri problemi neurologici. È stato però scoperto che alcuni pazienti possono soffrire di una sindrome frontale[5], avere Q.I elevati e nonostante questo avere dei deficit di intelligenza sociali (avere cioè comportamenti non appropriati). I test del Q.I possono avere una buona capacità predittiva[6] per quanto riguarda i risultati scolastici e la carriera, ma può darsi anche che tutto ciò possa essere determinato in parte anche dalla cosiddetta profezia che si autoavvera. Come per tutti i test anche per i test di intelligenza ci sono i falsi positivi ( persone che ottengono punteggi elevati e poi hanno prestazioni scarse a scuola o al lavoro) oppure falsi negativi (l’esatto contrario dei falsi positivi). La psicologia non è mai stata una scienza esatta e forse non lo sarà mai: falsi positivi e falsi negativi ci saranno sempre in test psicologici. Inoltre alcuni psicologi hanno fatto una distinzione tra pensiero convergente e pensiero divergente (il pensiero creativo). Secondo questi studiosi il Q.I misurerebbe il pensiero convergente. Per risolvere problemi che hanno un’unica soluzione plausibile (secondo gli ideatori dei test) è necessario il pensiero convergente, che non richiede alcun tipo di apertura mentale. Il pensiero divergente invece, partendo da una traccia iniziale, conduce ad una molteplicità di idee originali e diverse tra di loro. Come se non bastasse spesso nelle scale di intelligenza ci sono alcuni item[7] a risposta multipla. I principali difetti di questi item sono che i soggetti possono tirare a caso ed indovinare oppure che possono copiare facilmente se sono in gruppo. Inoltre in psicologia viene fatta una distinzione tra intelligenza fluida ed intelligenza cristallizzata. La prima riguarda la capacità di problem solving e dovrebbe diminuire con l’età. La seconda ha a che vedere con il linguaggio, la conoscenza, la cultura e dovrebbe tendere ad aumentare con l’età. L’intelligenza fluida, a differenza di quella cristallizzata, si usa, secondo questa teoria, quando ci imbattiamo in problemi totalmente nuovi. Non solo ma sembra che le attitudini non siano costanti, come credevano un tempo. La stessa Ornella Andreani Dentici parla di plasticità cognitiva. La letteratura scientifica parla a proposito di malleabilità dell’intelligenza. In fondo le neuroscienze hanno dimostrato recentemente la neuroplasticità[8]. Secondo il modello di Deustsh (adattato da Ornella Andreani Dentici) i fattori sociali, l’immagine di sé, le aspirazioni, la motivazione influirebbero in modo determinante sulle capacità cognitive. Anche Sternberg nel suo modello dell’intelligenza considera la personalità e la motivazione. Secondo “l’effetto Flynn” nel corso del secolo scorso il Q.I è aumentato a causa del miglioramento delle condizioni di vita e dell’aumento della scolarizzazione, ma nel corso degli anni duemila si sta registrando “l’effetto Flynn capovolto”[9], ovvero le nuove leve sono leggermente meno intelligenti, forse a causa di un pessimo uso della tecnologia. Veniamo ora alla questione dei test di logica e dei quiz di cultura nei test di ingresso delle facoltà. Forse è totalmente errato sottoporre gli studenti che vogliono entrare alla facoltà di medicina a 60 quesiti in 100 minuti a risposta multipla (5 opzioni di risposta) riguardanti la chimica, la biologia, la fisica, la matematica, la logica, la cultura generale. Per evitare che gli studenti tirino a indovinare probabilmente tolgono 0,4 punti per ogni risposta sbagliata, mentre dare la risposta giusta vale 1,5 punti e non dare alcuna risposta vale 0 punti. Ma ciò non toglie i limiti dell’impiego dei test a risposta multipla. Non controbilancia alcunché. Forse è totalmente errato che tutte le facoltà universitarie stiano diventando a numero chiuso. Lo trovo, a mio avviso, antidemocratico. C’è un principio che si chiama diritto allo studio, che viene prima del mercato del lavoro (pensando a quanti posti disponibili ci sono ad esempio per i laureati in medicina) e della qualità della didattica (a volte in alcuni corsi universitari c’è un rapporto di 1 docente su 400 studenti). L’art. 34 della Costituzione dice: “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Resta da stabilire come individuare “i capaci”. Con questo tipo di selezione? Forse il numero chiuso è un modo per standardizzare la logica umana e il sapere. E se fosse in atto una normalizzazione della classe dirigente? Che le cosiddette scuole di eccellenza facciano selezione in base a certi criteri può anche andare bene. Ma è legittimo se questa diventa la prassi per molte facoltà universitarie? Comunque ritorniamo ai test di intelligenza. Spesso è più importante valutare le attitudini specifiche di un individuo (le abilità mentali come le capacità verbali, le capacità numeriche, la visualizzazione spaziale, il ragionamento, la memoria, etc etc) che il fattore g ( l’intelligenza generale). Infine c’è un altro problema: il concetto di età mentale è arbitrario e senza senso per gli adulti. Per i bambini ha un significato perché un bambino di 5 anni con un Q.I di 120 può andare a scuola con un anno di anticipo. Un bambino di 4 anni con un Q.I di 150 invece potrebbe andare a scuola con due anni di anticipo. Ma che senso ha tutto ciò per un adulto? Cosa significa per un adulto di 60 anni con un Q.I di 150 punti dire che ha un età mentale di 90? Significa forse che ha la prontezza mentale di un novantenne? E che senso ha dire che un adulto di 60 anni con un Q.I di 50 punti ha un età mentale di 30 anni? Significa forse che ha la prontezza mentale di un trentenne? Naturalmente sto ironizzando, ma il concetto di età mentale si presta a fare delle battute. Come se non bastasse da decenni ormai ci sono delle polemiche per quanto riguarda il Q.I e le cosiddette “razze”. Secondo alcuni studi le persone di colore avrebbero punteggi inferiori ai caucasici. Non sappiamo però cosa misuri effettivamente il Q.I e se misuri qualcosa. Non sappiamo poi se sia più determinante l’ereditarietà o l’ambiente per quel che riguarda il Q.I Da decenni fanno ricerche su gemelli identici separati, correlazioni di consanguineità e bambini adottati. Ma eredità ed ambiente interagiscono sempre; ció che è innato è difficile da separare da ciò che è acquisito e non va dimenticato che Dna e ambiente sono solo due delle molte variabili, che possono determinare il successo, il reddito, il grado di istruzione di una persona: possono incidere anche fattori come la motivazione, l’impegno, la fortuna. Nella storia della psicologia ci sono stati sia genetisti che sfegatati ambientalisti, ma attualmente sappiamo che calcolare il livello mentale di un individuo non è facile come misurare l’altezza. Recentemente si sa che l’ereditarietà del Q.I è poligenica. Anche a livello biologico la questione è complessa. Non solo, ma come ha dimostrato Kamin[10] molti psicologi nei primi decenni del novecento, che avevano fatto ricerche sull’intelligenza, prima ancora che studiosi erano degli ideologi e le loro ideologie erano il determinismo biologico e il darwinismo sociale. Alcuni psicologi americani falsificarono i dati delle loro ricerche nel secolo scorso. Ad esempio nel 1912 furono somministrati i test di Binet agli immigrati. Secondo queste ricerche l’83% degli ebrei, l’80% degli ungheresi, il 79% degli italiani erano dei ritardati mentali. In questo caso la psicologia era serva di una politica conservatrice, che voleva limitare l’immigrazione proveniente dall’Europa. In definitiva le differenze di intelligenza esistono, ma non sono così facilmente quantificabili come alcuni vorrebbero far credere. Esistono infatti molte definizioni di intelligenza e come se non bastasse gli ideatori dei test di intelligenza avrebbero la pretesa di crearli “culture free”, ma nessuna intelligenza umana si può separare nettamente dalla cultura degli ideatori e dei soggetti presi in esame. Non esisteranno mai test totalmente culture free. Esistono infatti nei test anche i cosiddetti bias culturali, ovvero gli errori sistematici culturali. Alessandro Antonietti fa alcuni esempi di come il concetto di intelligenza dipenda dal contesto culturale. Per una popolazione indigena dello Zimbawe intelligenza significa cautela nelle relazioni sociali. Per i cittadini del Niger intelligenza significa rispetto delle tradizioni sociali e culturali. Per i giapponesi sono persone intelligenti coloro che pensano rapidamente, riescono a sintetizzare, hanno buoni risultati scolastici, prendono velocemente decisioni. Ogni professore ha la propria mentalità e cultura. Si pensi soltanto che per ideare dei test di intelligenza non può prescindere dalla propria cultura. Inoltre è sempre difficile separare nettamente abilità (innate) e competenze (acquisite) oppure attitudine e interesse. È difficile distinguere tra la componente cognitiva, quella culturale e quella motivazionale. È a mio avviso arbitraria anche la scelta delle operazioni mentali, che i soggetti devono eseguire per risolvere i test. In alcune prove di alcuni professori i soggetti devono risolvere successioni numeriche, anagrammi, completamenti di parole, analogie. In altre batterie di test le operazioni mentali sono altre. C’è da interrogarsi spesso sulla validità di costrutto, ovvero, come scrive Elisa Balconi, della capacità delle prove di rappresentare in modo corretto l’intelligenza. Non è questione comunque  di essere fautori e nemmeno detrattori di questi test. Sicuramente nel lavoro sono meglio di una raccomandazione per selezionare il candidato migliore e a mio avviso sono meno attendibili di un periodo di prova per un candidato. Comunque per chi si credesse un genio può contattare l’associazione Mensa, un club internazionale per plusdotati. Ma solo il 2% della popolazione risulta avere i requisiti per accedervi. Infine un’ultima cosa: spesso sui giornali leggiamo che secondo alcune ricerche le donne sono più intelligenti degli uomini, i bianchi più intelligenti dei neri, gli orientali più intelligenti degli occidentali, i mancini più intelligenti dei destri, i ricchi più intelligenti dei poveri, i più istruiti più intelligenti di chi ha studiato meno. Gli esperti potrebbero dirci che i campioni delle ricerche sono rappresentativi dell’intera popolazione. Ma anche se i test fossero somministrati a milioni di persone sulla faccia della terra siamo sempre in 7 miliardi attualmente. Sarebbero quindi sempre generalizzazioni indebite. Non solo ma oltre ai limiti della statistica induttiva ci sono anche i diversi limiti e difetti dei test di intelligenza, che secondo Rita Levi Montalcini godono di “una fama immeritata” (molto probabilmente perché sono costituiti da batterie di reattivi mentali semplici da calcolare e a causa anche della loro pretesa oggettività) e che secondo il premio Nobel non possono avere nessuna pretesa di scientificità. Anche altri premi Nobel come Lewontin e Kandel hanno criticato il Q.I. Bisogna quindi ricordarci che l’utilizzo di questi test ha delle implicazioni etiche in quanto può discriminare un gruppo di persone o un’etnia. Ricordo che i risultati di certi studi sull’intelligenza di alcuni gruppi sociali discriminati sono stati utilizzati a fini propagandistici da parte dell’estrema destra in varie parti del mondo, strumentalizzando e mistificando tutto.

 

Sulla creatività:

Che dire della creatività? Spesso si scambia la creatività con la bizzarria e l’eccentricità. È difficile definirla e allo stato attuale delle conoscenze è impossibile trovare dei correlati neurofisiologici, vista la complessità dell’argomento e la limitatezza della conoscenza in materia. Tutti sono alla ricerca di creatività nell’arte, nella scienza, nell’imprenditoria, nel design, nella moda, nella pubblicità, nel management, nel giornalismo. Il creativo per antonomasia è chi scopre o inventa qualcosa. Scoperte fondamentali che hanno cambiato la storia dell’umanità sono quella del fuoco, della scrittura, della ruota, della polvere da sparo. Ma spesso non sappiamo chi sono stati gli autori di queste scoperte così importanti. Una scoperta può avvenire anche per serendipity[11], ma Pasteur sosteneva che la fortuna aiuta le menti preparate ed i latini invece ritenevano che la fortuna aiuta gli audaci. È impossibile pronunciarsi sulla fortuna perché la casistica nella vita è pressoché infinita. Alcuni erroneamente enfatizzano la casualità nelle scoperte (la mela di Newton, il lampadario di Galileo, il pezzetto di paraffina di Fermi). Creativo è chi riesce nell’insight, come la scimmia Sultano di Kohler che infila una canna dentro l’altra per riuscire a prendere la banana fuori dalla sua gabbia. Creativo è chi pensa una cosa non ancora pensata. Ma per essere veramente creativi oltre alla ideazione ci deve essere la realizzazione. L’uomo con la sua creatività ha dominato la natura, ma questa sarà sempre più creativa dell’uomo. Per Roberto Vecchioni le donne sono detentrici della vera creatività perché fanno figli e agli uomini non resta che invidiare “il segreto di far nascere”. Ma c’è chi sostiene che anche la cultura sia biofila. Sono pochi i lavori che autorealizzano le persone: secondo Maslow coloro che svolgono lavori creativi si sentono autorealizzati e si sentono meno frustrati. In fondo per i creativi il lavoro è anche un gioco, conserva una componente ludica. Per Vittorio Rubini anche la creatività è distribuita lungo un continuo attitudinale. Secondo altri il genio non è il non plus ultra dell’intelligenza, ma una felice combinazione di talento e sacrificio. C’è chi sostiene che Einstein da ragazzo si immaginasse di cavalcare raggi di sole. Si sa che da grande ha affermato che “la logica porta da a a b, mentre l’immaginazione porta dovunque”. La creatività è significativamente correlata con l’istruzione per il fatto che per porsi problemi scientifici bisogna di solito essere scienziati, ma ci sono stati diversi casi nella storia di autodidatti o di intellettuali non brillanti scolasticamente. Ricordo il celebre detto italiano secondo cui i dilettanti hanno fatto l’arca di Noè ed i professionisti il Titanic. I premi Nobel italiani per la letteratura Quasimodo, Deledda, Montale e Fo erano autodidatti ad esempio. Persone molte colte possono spesso autocensurarsi ed inibirsi. In fondo per essere creativi bisogna esporsi e rischiare la brutta figura. Un tempo si parlava molto di creatività dei popoli latini. Noi italiani molto probabilmente per questo motivo ci sentiamo “nati imparati”. Secondo Orson Welles: «In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerra, terrore, omicidio, strage ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, con cinquecento anni di amore fraterno, democrazia e pace cos’hanno prodotto? L’orologio a cucù”. Per molto tempo la creatività non è stata studiata dagli psicologi. Solo Freud aveva dato un contributo. A lui si deve il concetto di sublimazione, secondo cui la libido può essere trasformata in energia creativa. La sublimazione è il meccanismo di difesa dell’io su cui si fonda l’intera cultura umana. Consiglio anche di leggere “il poeta e la fantasia”. Fu nel 1957, dopo il lancio dello Sputnik russo sulla luna, che venne messa sotto processo la scuola americana e gli americani iniziarono ad investire nel talento. Guilford in quegli anni presentò i suoi lavori sulla creatività. Secondo lo psicologo americano erano ben 120 le attitudini della mente. Distinse tra pensiero convergente (logica deduttiva comune) e pensiero divergente, che tra l’altro è simile al pensiero laterale dello psicologo De Bono: tutto sta a fare una analisi completa del problema e a vagliare tutte le possibili soluzioni senza scartarne alcuna, nemmeno le più improbabili e bizzarre. Chi è creativo ha una mente diversa? Segue una regola diversa? Non lo sappiamo. I creativi sono diversi dagli altri? Per Carl Rogers i creativi sono persone “aperte all’esperienza”. Per altri studiosi sono degli anticonformisti. Difficile stabilire se siano associati dei tratti di personalità alla creatività. Ma la domanda principale è chiedersi che cosa sia la creatività. Secondo la scuola della Gestalt il pensiero produttivo consiste nel comprendere tutti gli aspetti del problema. Il soggetto quindi giunge alla soluzione, dopo averlo ristrutturato cognitivamente (insight) e dopo averlo ridotto ai termini essenziali e perciò semplificato. Altro contributo importante è quello di Wallas, che nel 1926 concluse che ogni scoperta scientifica è il risultato di quattro fasi: preparazione (studio, raccolta dei dati, analisi del problema), incubazione (rielaborazione inconscia dei dati), illuminazione (intuizione intellettuale), verifica. L’inconscio quindi sembra avere un ruolo determinante anche nella creatività scientifica. Ad esempio Kerulè scoprì la struttura dell’anello benzenico in sogno. Kerulè scrive: “voltai la sedia verso il caminetto e mi assopii. Ed ancora gli atomi saltellavano davanti ai miei occhi. Questa volta i gruppi più piccoli stavano con discrezione sullo sfondo. Il mio occhio mentale, reso più acuto da ripetute visioni di questo tipo, riusciva ora a distinguere strutture più ampie, di varia conformazione; lunghe file, a volte più vicine l’una all’altra; tutte che si combinavano e si contorcevano con movimenti di serpente. Ma ecco! E quello cosa è? Uno dei serpenti aveva afferrato la propria coda, e la forma piroettava beffarda davanti ai miei occhi. Come per un improvviso lampo di luce mi svegliai….dobbiamo imparare dai sogni, cari signori”. È importante anche la testimonianza del matematico Poincarè. Il matematico francese scrive: “una sera contrariamente alle mie abitudini, bevvi del caffè, e non riuscii più ad addormentarmi: le idee mi si accavallavano nella mente, le sentivo come urtarsi fino a che due di loro, per così dire, si agganciarono per formare una combinazione stabile”. In questo caso si parla di incubazione, che è un periodo in cui l’inconscio riformula alcuni aspetti del problema, che fino ad allora, analizzato dal punto di vista cosciente, non sembrava avere alcuna soluzione. L’incubazione è quindi un lavorio inconscio che riesce a sbloccare la situazione mentale di stallo. Per quanto riguarda invece l’illuminazione Poincarè scrive : “arrivati a Coutamces, montammo su un trenino per non so quale passeggiata; nel momento in cui mettevo piede sul predellino , mi venne l’idea senza che niente nei miei precedenti pensieri sembrasse avermici preparato, che le trasformazioni che avevo usato per definire le funzioni di Fuchs[12] fossero identiche a quelle della geometria non euclidea”.

La scienza, per noi uomini, comuni procede dall’ignoto al noto, ma per i ricercatori procede dal certo (i dati) al probabile (le scoperte, le nuove teorie). La fantascienza ci mostra “Le meraviglie del possibile” (dal titolo di una celebre antologia di racconti di fantascienza). Possiamo esercitare la nostra fantasia, ma oggi non sappiamo come nascono certe intuizioni. Per Italo Calvino la fantasia è una fetta di pane con la marmellata. È difficile essere individui veramente completi o come si suol dire saper utilizzare entrambi gli emisferi. Alcune persone giungono all’insight, riescono a ristrutturare cognitivamente un problema e a risolverlo, ma non sappiamo il motivo. Possiamo per ogni scoperta scientifica descrivere l’intuizione che ha portato alla soluzione, ma non possiamo definire in modo esaustivo e calzante l’intuizione[13]: ogni definizione generica per ora è astrusa. Koestler ne “L’atto creativo” scrive che l’intuizione è “un salto nel buio”. Forse potremmo dire che l’intuizione è una illuminazione, un salto intellettivo fondamentale per il problem solving. Niente di più. Possiamo solo affermare che noi esseri umani siamo fortunati perché i nostri stati mentali corrispondono con la realtà. Possiamo anche affermare che non sappiamo se il progresso sia infinito perché non sappiamo se la conoscenza umana sia infinita. Realisticamente potremmo dire che se non sappiamo risolvere certi rompicapo per un meccanismo di compensazione vorrà dire che ne sapremo risolvere altri. Un’altra cosa da tenere presente è che bisogna sempre usare il rasoio di Occam: non si deve moltiplicare gli enti. Lo stesso Einstein era dell’idea che si doveva togliere, levare.  Quando chiedevano a Michelangelo come aveva fatto a fare il David rispondeva che era bastato togliere il marmo in eccesso. Per Einstein “everything should be made as simple as possible, but not simpler” (fate le cose nel modo più semplice possibile, ma senza semplificarle). In ambito scientifico e nella psicologia del pensiero sono state scritte migliaia di guide alla creatività, ma questa rimane allo stato attuale delle conoscenze un mistero. Per Enrico Fermi la creatività scientifica poteva essere stimolata cercando di fare stime approssimative ed insolite come ad esempio cercare di calcolare quanti accordatori di pianoforti c’erano in un paese di un certo numero di abitanti o come calcolare quante bevande di una certa marca vendesse in una settimana un negozio di alimentari in una certa città. Molto spesso i suoi studenti rimanevano spiazzati dalle sue domande[14]. Solo pochi dimostravano una certa capacità analitica. L’analisi di un problema può essere nota. Sappiamo quali sono le regole della logica deduttiva ed induttiva[15]. La questione controversa è come giungere alla sintesi e non all’analisi. Secondo Piaget per risolvere i rompicapo scientifici bisogna avvalersi del pensiero ipotetico-deduttivo, si deve cioè pensare ad ogni possibile combinazione e ad ogni possibile aspetto del problema. In una parola sola bisognerebbe vagliare tutte le ipotesi. Talvolta si tratta di riformulare il problema, altre volte si deve cercare nuove associazioni idee. Molto spesso bisogna chiedersi cosa succederebbe se si facesse in un altro modo, ma ciò che è difficile è trovare il modo giusto. Infine per il filosofo Peirce di fondamentale importanza nella scienza è l’abduzione[16]. Talvolta si ha la sensazione che alcuni scienziati si inventino col senno del poi nuove teorie della conoscenza scientifica. La stessa epistemologia può essere illuminante come filosofia della scienza, ma può lasciare a desiderare come metodologia della ricerca scientifica. Si pensi solo a Lakatos che teorizza l’anarchia metodologica. Insomma si brancola ancora nel buio o quantomeno si procede a tentoni in un terreno accidentato. C’è anche chi ritiene che la creatività non esista o che sia una terra di nessuno e che non si debba fare una mitologia del lampo di genio. Forse talvolta gli scienziati procedono per prove ed errori.

Spesso alcuni freni inibitori ostacolano la creatività. Secondo alcuni esperti per sbloccarla bisogna praticare zen, fare meditazione, rilassarsi, fare delle mappe mentali, fare il brainstorming ( di Osborn). Secondo diversi studi la creatività artistica dovrebbe essere legata alla depressione, alla ciclotimia, alla psicosi maniaco-depressiva. Italo Calvino in “Lezioni americane” scrive che gli scrittori hanno un temperamento saturnino. Ottiero Ottieri ha scritto dei poemetti in cui ha trattato dei suoi disturbi di umori, curati dallo psichiatra Cassano. Ricordo a proposito “L’infermiera di Pisa”. Ma molto probabilmente i disturbi dell’umore o addirittura una eventuale psicopatologia tolgono alla creatività più che essere indispensabili, anche se c’è chi pensa che siano strettamente collegate genialità e follia. Si cita a sproposito i casi di Nietzsche, di  Hölderlin, di Torquato Tasso. C’è anche chi pensa che per essere artisti ci voglia la sregolatezza dei sensi e l’alterazione degli stati di coscienza, ma ciò è diseducativo e porta all’autodistruzione. Per essere creativi bisogna anche sapersi gestire. Invece per quanto riguarda la creatività scientifica, secondo molti studiosi, non sarebbe correlata a nessun disturbo di umore. C’è chi ritiene che la creatività sia sinonimo di individualità ed individualismo; anche persone colte pensano che in gruppo ci sarebbero le cosiddette perdite di processo, dato che alcuni membri si disimpegnerebbero e regredirebbero. Insomma in gruppo ci sarebbero sabotatori e free rider[17]. Ma in gruppo si può anche apprendere ed essere valorizzati, spronati e motivati. Infine i risultati delle ricerche sulla relazione tra Q.I e creatività. Si è parlato di una soglia (Q.I di 115/120): le persone creative di solito raggiungono come minimo questo punteggio. Tutti sono concordi sul fatto che si possa essere intelligenti senza essere necessariamente creativi, ma che per essere creativi si debba essere necessariamente intelligenti. Ma anche qui ritorniamo al solito punto: chi è davvero intelligente? Intelligenti sono coloro che hanno ottime prestazioni nei test di intelligenza. Ma lo stesso Cattell, uno dei più grandi studiosi dell’intelligenza umana, alla fine si chiese in un articolo scientifico se i test di intelligenza erano davvero intelligenti. Molto probabilmente il Q.I è una misurazione grossolana dell’intelligenza. Diciamo che con il Q.I gli psicologi possono calcolare in modo molto approssimativo il pensiero convergente di una persona. Ma il grande psicologo Gardner ha teorizzato le intelligenze multiple. Non dimentichiamoci inoltre una cosa : anche il Q.I ha i suoi paradossi. Ad esempio lo scrittore Salinger aveva un Q.I di 104 punti; J.F.Kennedy un Q.I di 119; Andy Warhol un Q.I di 86; il premio Nobel Watson, che assieme a Crick scoprì la struttura a doppia elica del Dna, aveva un Q.I di 115. Muhammad Ali,che è stato anche leader dei diritti civili, aveva un Q.I di 78. Donald Trump, disgraziato ex presidente degli Usa, ha un Q.I di 156. Sappiamo infine per esperienza che anche i cosiddetti intelligenti possono fare cose stupide. Naturalmente è più raro che i cosiddetti stupidi facciano cose intelligenti, ma mai sottovalutare le persone e le loro potenzialità più o meno inespresse.

 

 

Note:

[1]https://it.m.wikipedia.org/wiki/File:Distribuzione_gaussiana_dell%27intelligenza.jpg

[2] Per test standardizzati si intende test che sono stati somministrati a svariate migliaia di persone e i cui risultati siano stati sottoposti ad analisi statistiche, che soddisfano i recenti requisiti di scientificità in psicologia. Per verificare l’attendibilità di un test ad esempio viene utilizzato il test-retest, in cui viene ripetuto lo stesso test allo stesso gruppo di soggetti a distanza di tempo e calcolata la correlazione, o il metodo split-half, in cui l’intera batteria di test viene suddivisa in due sottogruppi, di solito le domande pari e quelle dispari, e viene calcolata la correlazione tra le due metà. Ma un gigante della psicologia come Lewin aveva dei dubbi  sulla  statistica psicologica. Secondo Kurt Lewin i fenomeni psichici potevano essere ricondotti a leggi se poteva essere calcolata una media. Ma Lewin evidenziava anche alcuni limiti delle ricerche in psicologia: il passaggio dal calcolo della media ad esempio al concetto di bambino o adulto medio, il basarsi esclusivamente sulla frequenza e sulla regolarità, la mancata considerazione delle eccezioni, la mancata considerazione dei dati sia storici che geografici del campione studiato. Ancora oggi, per quanto si siano affinate le tecniche di campionamento e i calcoli vengono fatti col computer (e per questo oggi l’analisi fattoriale è sempre più diffusa), la psicologia ha sempre diverse di queste caratteristiche. Come ha osservato Caracciolo nel 1992 c’è chi da sempre pensa che sia impossibile quantificare le caratteristiche psichiche e mentali degli individui.

[3] Per Roberto Trinchero “Si definisce costrutto un concetto astratto riferito ad un individuo (ad es. l’intelligenza, la personalità, l’ansia, la motivazione, la creatività, ecc..), non rilevabile direttamente ma solo attraverso le sue conseguenze osservazionali o sperimentali e sulla base di più di un indicatore”.  Il costrutto è quindi “il prodotto di una fondata riflessione scientifica, un’idea sviluppata per permettere la categorizzazione e la descrizione di alcuni comportamenti direttamente osservabili” (Crocker & Algina 1986).

[4] In psicologia si distingue tra ricerca trasversale, in cui si prende in esame un campione di soggetti una sola volta, e ricerca longitudinale, in cui si prende in esame un piccolo gruppo di soggetti per un determinato periodo di tempo.

[5] Sindrome frontale, in questi casi di alto Q.I caratterizzata di solito  da un trauma cranico, che interessa il lobo frontale.

[6] Possono essere molteplici i fattori che determinano il successo professionale o meno. Che dire poi della vita? La vita è fatta anche di relazioni. La vita dipende dagli incontri che sono determinati anche dal caso. La vita è fatta anche di occasioni, di opportunità. A volte se si perde un treno quella occasione è perduta per sempre. Se non si sale su quel treno non ne passerà un altro per noi. Quando un treno della vita è passato non c’è niente da fare. Lo sappiamo tutti. In molti l’hanno già detto, ma io non mi stancherò di ripeterlo. I treni della nostra vita non passano di frequente, come quelli delle ferrovie dello stato. Le occasioni sono spesso eventi molto rari e casuali. Per essere imprenditori poi bisogna avere soprattutto una certa propensione al rischio. Ecco qui un articolo interessante e a mio avviso appropriato sul tema:

https://www.milanofinanza.it/news/se-siete-cosi-intelligenti-perche-non-siete-ricchi-e-solo-per-caso-201803021634458407

[7]  Item significa “domanda che fa parte di un test”, secondo la Treccani. È il singolo elemento di una intera batteria di test.

[8] https://www.corriere.it/salute/dizionario/neuroplasticita/index.shtml

[9]https://www.huffingtonpost.it/2019/04/01/cose-leffetto-flynn-capovolto-ossia-perche-stiamo-diventando-sempre-piu-stupidi_a_23703751/

[10]”Scienza e politica del Q.I” di Kamin ( Astrolabio, Roma, 1976)

[11] https://it.m.wikipedia.org/wiki/Serendipit%C3%A0

[12] Qui non è importante sapere tutto sulle funzioni di Fuchs. Bisognerebbe avere delle conoscenze specifiche ed approfondite di matematica. Al liceo scientifico non sono in programma. Le fanno solo ad ingegneria, a matematica e a fisica. Importante, in questo caso, è capire il processo creativo del matematico francese.

[13] Nell’ambito della filosofia moderna questo termine acquista diverse accezioni. C’è anche chi come Schilick non crede all’intuizione intellettuale perché ritiene che nel mondo della logica umana esistano solamente delle trasformazioni tautologiche. Ma il problema è più remoto. Chi come Schilick rifiuta ogni sorta di intuizionismo e crede soltanto ai giudizi analitici, in cui la connessione del predicato col soggetto viene pensata mediante un’identità (A=A è una tautologia ); chi invece pensa che l’uomo sia capace di creare giudizi sintetici, che portino qualcosa di nuovo ai concetti precedenti. L’importanza delle intuizioni umane è sempre stata scarsamente analizzata. L’intuizione per la filosofia kantiana è quell’elemento x a cui si appoggia la ragione umana per giungere alla sintesi a priori. Croce ad esempio distingue le categorie crociane, che formano lo spirito teoretico, in fantasia ed intelletto. Il filosofo scriveva: “l’arte è conoscenza intuitiva, non ha bisogno di padroni; non ha necessità di appoggiarsi ad alcuno; non deve chiedere in prestito gli occhi altrui, perché ne ha in forza di suoi propri validissimi”. Ma dell’intuizione ci dice ben poco. Husserl invece sviluppa il concetto di intuizione eidetica, che rappresenta l’idea di un’essenza. Quando ad esempio ascoltiamo una musica, ci ricordiamo successivamente l’essenza di questa musica, cioè la melodia, non le singole note. Questo concetto è precursore di alcuni  concetti della psicologia moderna, come la qualità gestalt. Qualcosa in più quindi Husserl riesce a dirlo. Un’astrazione campata per aria mi sembra la definizione di intuizione per H. Bergson. Per il filosofo francese questa è il momento di sintesi tra intelligenza ed istinto. Ricordo che per intelligenza intende la facoltà di fabbricare oggetti artificiali e per istinto la facoltà di adoprare questi oggetti. L’intuizione allora dovrebbe essere un’intelligenza istintiva ed un istinto intelligente. Bergson scrive: “Ci sono cose che soltanto l’intelligenza è capace di cercare, ma che da sé non troverà mai; soltanto l’istinto potrebbe scoprirle, ma esso non le cercherà mai”. Ecco allora che viene in soccorso l’intuizioneMa leggendo Bergson non si riesce ad avere una definizione operativa/pratica di intuizione. Ma viene da chiedersi: è possibile definire e descrivere adeguatamente e minuziosamente l’intuizione intellettuale? È possibile fare delle generalizzazioni o ogni intuizione intellettuale è diversa dalle altre e cambia dal tipo di problematica intellettuale che risolve? Probabilmente se l’uomo fosse capace di questo avrebbe trovato il segreto della creatività artistica, scientifica, etc, etc.

[14] Le cosiddette Fermi’s questions. La spiegazione approfondita si trova qui:

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Problema_di_Fermi

[15] Voglio fare una piccola annotazione riguardo all’induzione. Popper è noto a molti per aver criticato l’induzione. Secondo il filosofo esiste una asimmetria logica tra verificazione e falsificazione perché non basta una grande quantità di prove a confermare una teoria scientifica, mentre basta un solo caso negativo per smentirla definitivamente. Per Popper l’induzione e il principio di verificazione che ne consegue non sarebbero scientifici. Una teoria invece sarebbe scientifica soltanto solo se può essere falsificata. Il marxismo e la psicanalisi per Popper quindi non sarebbero teorie scientifiche. La scienza perciò procederebbe in modo deduttivo tra “congetture e confutazioni”. Ma io ho i miei dubbi. Un conto è la teoria. Un altro è la prassi. Che cosa sarebbero i medici senza induzione, ovvero senza pratica ed esperienza? Non devono anche loro vedere molti casi per diventare dei medici competenti? La critica che Popper fa alla psicanalisi e al marxismo non potrebbe forse essere rivolta alla medicina in genere? In mancanza di meglio ci si dovrebbe accontentare dell’induzione. Già Bertrand Russell aveva criticato l’induzione con l’esempio del tacchino induttivista. Per quel che mi riguarda non solo credo che l’induzione ci voglia nella ricerca scientifica, ma che senza di essa il tacchino di Russell morirebbe d’inedia molto prima delle feste. Nella nostra vita quotidiana risulta molto utile, addirittura necessaria, l’induzione. In fondo è grazie all’induzione se mangiamo, beviamo, prendiamo medicinali e ci manteniamo in vita. Inoltre senza l’induzione la ricerca scientifica cosa sarebbe? Pensiamo soltanto al calcolo delle probabilità. Ebbene i matematici non sono certo giunti con la pura logica deduttiva alla conclusione che se facciamo testa o croce c’è il 50% di probabilità che esca testa ed il 50% di probabilità che esca croce. Assolutamente no. Lanciavano mille volte la moneta e dopo annotavano il numero di lanci che usciva testa ed il numero di lanci che usciva croce. La stessa cosa facevano con i dadi. Quindi senza l’induzione non avremo il calcolo delle probabilità su cui si fonda oggi ogni scienza, visto che oggi tutto è multifattoriale e statistico-probabilistico.

[16]https://it.m.wikipedia.org/wiki/Abduzione

[17] Di solito per free rider si intende un furbastro in senso economico. Nel mio scritto si intende un furbastro in senso sociale. Comunque letterariamente ha questo significato:

https://www.treccani.it/enciclopedia/free-rider/

 

 

 

2 pensieri su “Q.I e creatività

  1. Un trattato lungo e impegnativo….ma talmente vasto che si perde il fuoco.
    Vorrei portare l’attenzione solo su due o tre punti interessanti:
    -i test nella scuola al posto dei compiti ‘liberi’: uccidono la capacità degli studenti di imparare, che non significa ingurgitare nozioni da rivomitare pari pari ma l’esatto opposto, diventare protagonisti di un percorso di appropriazione delle conoscenze.
    I test Invalsi sono parte di questo processo mortifero.
    -i test per l’ingresso al lavoro o all’università: appartengono alla categoria della verifica di nozioni o atteggiamenti precostituiti, quindi utili se uno deve avere una mansione fissa e ripetitiva (ivi compreso ripetere a pappagallo le formule vuote di significato che insegnano alla Bocconi o al Politecnico), inutili se si vuole una persona capace di affrontare situazioni diverse e anche inaspettate.
    -cosa sia l’intelligenza è un campo di ricerca aperto e tumultuoso (spinto anche dall’AI): serietà vorrebbe che ci fosse una definizione accettata prima di fare test

  2. Gentile Paolo Di Marco,
    la ringrazio per l’attenzione e per il commento. Mi scuso per la lunghezza del mio articolo, ma per affrontare la questione dovevo sia esporre teorie che argomentare. Mi auguro che ne sia valsa la pena e che il mio scritto aiuti a riflettere. Molti pensano a questi test quasi come ad un gioco di società per stabilire chi sia il più intelligente, quando ancora non è stato stabilito in modo univoco cosa sia l’intelligenza. A volte mi sembra quasi che la sottocultura dei quiz televisivi influenzi in modo determinante la scuola, compresa l’università.

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