Rileggendo “Una lettera a Nietzsche” di Franco Fortini

di Ennio Abate

Sono passati ben 37 anni da quando lessi «Una lettera a Nietzsche», la sezione di dieci testi che apre «Insistenze» (Garzanti 1985)[1] e l’acuta analisi che Elena Grammann ne ha fatto su Poliscritture (qui) mi ha spinto a riprendere in mano questo libro. Fortini vi aveva raccolto articoli del periodo 1976-1984 con una dedica significativa: «a chi abita le prigioni». Erano riflessioni coraggiose e, assieme a quelle di Rossanda o Sciascia, davvero rare in quegli anni. La quarta sezione, «I nomi dei nemici», conteneva quattro scritti: Un decennio di terrorismo, A un detenuto, Dalle carceri e Quindici anni da ripensare, che in me ebbero ed hanno forti risonanze emotive e intellettuali. In particolare «A un detenuto» è una lettera indirizzata da Fortini nel marzo 1983  a Piero Del Giudice, mio collega all’ITIS di Sesto San Giovanni negli anni ’70,  recluso nel 1980 in un carcere “speciale” per “partecipazione a banda armata” e scomparso nel 2018 (qui). A Cologno Monzese, dove abito, un libro di Del Giudice carcerato, «Le nude cose», presentai nell’ottobre dello stesso 1983 proprio assieme a Fortini. Durante una serata  catacombale, presente una manciata di persone che avevano corso il rischio di passare per fiancheggiatori di un “terrorista”.  Questo per dire che il contrasto tra Ritschl e Nietzsche, che è al centro dello scritto di Fortini, in uno come me  evoca altri contrasti,  forse vagamente somiglianti  a quello ma altrettanto precisi:  – tra Fortini e Elvio Fachinelli, che seguii da lettore dei «Quaderni piacentini»[2]; – tra Fortini e gli intellettuali francesi sostenitori del movimento del ’77[3]; – tra Fortini e  Massimo Cacciari che è all’origine dello scritto in questione.

Pur a distanza di tanti anni mi sento di condividere la posizione intellettuale di Fortini chiarissima e senza sbavature.  Fu uno dei primi e dei pochi che si oppone rigorosamente a Cacciari e alla Nietzsche-Renaissance. E le sue insistenze, appoggiate sulla salda lezione del troppo trascurato Lukàcs [4] si ripeterono in varie occasioni: –  nel ’68-’69, come ho detto, nel caso dello scontro con Fachinelli,  ma anche contro  i modernizzatori di «Quindici» e della neoavanguardia;  – alla fine dei Settanta di fronte alle avvisaglie in Italia della «società dello spettacolo», che egli lesse come stanca reviviscenza dell’avanguardismo primo novecentesco riprodottosi ora  in un «surrealismo di massa»  tra masse giovanili già ricacciate nel lavoro precario o nella marginalità [5] e di cui colse  il “dionisismo” da disperati[6]. Fortini ripeté fino alla sua morte quel suo gesto «ottimistico e ortativo»,  pur con la consapevolezza  che le sue insistenze  stavano per mutarsi in inesistenze.

Nel vivo di quegli anni drammatici la sua difesa della tradizione o, meglio, di una tradizione in particolare: quella del marxismo comunista critico [7],  servì a molti di noi (studenti, insegnanti ma anche operai e impiegati) che vivevamo un confuso rifiuto  delle «due Chiese» (cattolica-democristiana  e dei partiti di sinistra)  e che fummo sballottati tra i poli – per alcuni opposti, per altri da mediare – dello “spontaneismo” e dell’”organizzazione”[8]. Servì, anche se presto e brutalmente fummo sloggiati –  già nel dicembre  ’69 con la bomba di Piazza Fontana –  dai luoghi (fabbriche, scuole, quartieri) simbolici della modernità [9] che pensavamo di  rinnovare o rivoluzionare.

Conta oggi poco o niente stabilire se e quanto – nel ’68 o nel ’77 – fummo blandamente o fanaticamente dionisiaci e nicciani. Sta di fatto che negli anni successivi si impose il ritorno nel privato o all’ordine della politica. E oggi, a conti fatti, è chiaro che quella   ventata libertaria e dionisiaca, ora mescolandosi con gli “spiriti animali” del capitalismo ora con la “ricerca di Assoluto”, ha trovato nel pensiero di Destra e  nella Nietzsche-Renaissance  lo strumento  per cancellare tutte le versioni  del marxismo allora rispuntate: il leninismo operaista di Avanguardia Operaia, il populismo spontaneista di Lotta Continua, il togliattismo temperato del Pdup;  e poi l’operaismo fabbrichista o sociale dell’Autonomia Operaia. Compreso  il marxismo  alla Fortini, già allora contestato (e non solo da Fachinelli[10]). Sul piano sociale  la rivoluzione informatica tagliava l’erba sotto i piedi  alla “classe operaia”, il soggetto sociale sul quale quelle tradizioni credevano di avere solide fondamenta. E la sconfitta degli operai della Fiat nel 1980 fu sul piano sociale il corrispettivo della sconfitta di tutte le versioni del marxismo sul piano culturale.

Così è stato ancora possibile convalidare come unica possibilità reale  la dinamica “naturale” dei conflitti sociali.  E il  monumento  culturale costruito da Nietzsche con la «Nascita della tragedia» ha oscurato quasi del tutto  il filone del pensiero cristiano e comunista. Che, se ci si districa dagli scolasticismi,  mirava a realizzare non il Bene o un Paradiso in terra per i deboli in preda al risentimento e all’invidia verso i forti (e ricchi) ma un salto ragionevole verso lotte che, invece di continuare a «fare dell’uomo un lupo per l’uomo, possano essere superate, conservandone tuttavia la memoria per impedirne il ritorno».[11].

Siamo stati sconfitti. E oggi è dalla condizione di sconfitti che dobbiamo parlare e agire. Nessun autodafè.  Nessun orgoglio o delirio. Non si tratta di continuare a  predicare  nel deserto né dobbiamo sventolare pateticamente « sotto il naso di Nietzsche il panno rosso delle “«virtù» cristiane e borghesi”:  abnegazione, affetto, vivere con e per l’altro, profonda umanità»[12]. Non mi pare accettabile una caricatura beffarda del comunismo di Fortini o confondere le verità che egli chiedeva di  proteggere con quelle del Papa (come ha chiarito Roberto Fineschi qui). No, i suoi non furono sermoni. Anzi va ricordato che riconosceva  i  limiti di un’antropologia  marxista.

E allora? Anche se, dissoltesi le tensioni di quell’epoca in cui la sua generazione e la nostra  fecero un tratto  di strada quasi insieme,  egli e noi possiamo sembrare dei Don Chisciotte, le cui idee non trovano più giustificazione nel presente  e appaiono arbitrarie o perfino grottesche,  senza sottovalutare il peso di Nietzsche,  teniamoci Fortini (e Lukács)   e rinnoviamoci, se ne siamo capaci,  insistendo sulle sue insistenze.

 

Note

[1] Il lungo sottotitolo di copertina li richiama così: «Cinquanta scritti sui nostri dilemmi: memoria difficile e oblio organizzato, anarchia conformista, dissenso e reazione. Gli imperi e noi».

[2] I testi di Elvio Fachinelli, «Il desiderio dissidente» (http://www.bibliotecaginobianco.it/?e=flip&id=37, N. 33  febbraio 1968 di Q.P.) e di Franco Fortini, «Il dissenso e l’autorità» (http://www.bibliotecaginobianco.it/?e=flip&id=37, N. 34 maggio 1968 di Q.P.) sono consultabili nella rivista ora on line.

[3] Ricordo il Convegno sulla repressione che ebbe luogo a Bologna tra il 23 e il 25 settembre 1977. Ci fu un appello  pubblicato il 5 luglio da «Lotta continua» e firmato da alcuni intellettuali francesi tra cui Jean-Paul Sartre, Michel Foucault, Félix Guattari, Gilles Deleuze e Roland Barthes.  Cfr. anche E. A., Le disobbedienze dimenticate di Franco Fortini, http://www.poliscritture.it/2014/11/07/le-disobbedienze-dimenticate-di-franco-fortini/

[4] Sul György Lukács de La distruzione della ragione, prima edizione italiana 1954 è tornato di recente Mimmo Cangiano in un articolo su Le parole e le cose 2  (qui). Ha ben spiegato i limiti di una generazione di studiosi marxisti che utilizzò «il concetto lukácsiano di “irrazionalismo” in modo indiscriminato e superficiale, riducendolo spesso a un vago misticismo, a uno spiritualismo mal chiarito, a propositi estetizzanti, banalmente anti-democratici o banalmente superomistici, sovrapponendolo all’irrazionalismo crociano o addirittura equiparandolo a quello dell’ultima generazione ottocentesca», ma ha difeso la critica fondamentale di Lukács nei confronti di una conoscenza non più intesa «come oggettività teoretico/culturale che è espressione e approssimazione di determinati rapporti storico-sociali, ma meramente come comprensione dell’eterna (non-storica) impossibilità stessa di una reale conoscenza». Sulla scia  di Fortini si è mosso anche Roberto Finelli sulle cui ricerche ho detto qui in un commento all’articolo di Elena Grammann.

[5] Si pensi alla teorizzazione delle «Due società» di A. Asor Rosa.

[6] Tanto che ad essi rivolse un paternalistico o esorcistico rimprovero: «O voi quasi gli stessi!/ O sempre troppo figli!// Passate oltre voi stessi – o finirà/ la tragedia in sbadigli.» (F. Fortini, Disobbedienze I,  pag.144, manifestolibri, Roma 1997).

[7] In «La lotta Mentale. Per un profilo di Franco Fortini» ( Editori Riuniti, Roma 1986) Romano Luperini dedicò un capitolo (6. L’insistente) a questo libro.. Si soffermò sul titolo e sull’accostamento fatto dallo stesso Fortini nella prefazione del libro (pag. 10)  del termine ‘insistenze” al termine ‘insistenze’: «se i significanti hanno qualche loro autonomia, la sola aggiunta di una “e” muta le insistenze in inesistenze e il prefisso di tendenza può trasformarsi in una negazione». Per il resto sottolineò  la «sorda aggressività», l’«isolamento»  e l’ostentazione dei suoi maestri «tutti fuori di moda» (pag. 92) ereditati dal «pensiero borghese e rivoluzionario». Con «Insistenze» Luperini vedeva Fortini ancora  come «l’erede più rigoroso e coerente della cultura del ‘68» (pag. 94)  e lo contrapponeva a Pasolini, intellettuale per lui  interprete del movimento del ’77. Ecco un brano in cui li confronta: «Fortini è rimasto chiuso in solitudine, in una purezza austera (e altèra), in cui la vocazione classica e la tentazione narcisistica corrono il rischio di una automonumentalizzazione, ma che testimonia ancora di un rigore non disposto a cedimenti opportunistici: Pasolini, oscillando tra Pci e Pr, ha fiutato il vento con grande prontezza e ha cercato con intelligenza e passione un nuovo legame con le masse giovanili utilizzando i canali dei partiti vecchi e nuovi ma ponendosi sostanzialmente al di sopra e al di là di essi (disorganico  anche nei loro confronti) e tentando un’autonoma gestione della propria immagine attraverso i grandi mass-media).». ( pag. 51)

[8] Categorie che alla larga corrispondevano al dionisiaco e all’apollineo nella visione di Nietzsche.

[9] Dove «tutto ciò che è solido si scioglie nell’ aria», secondo il Marx citato da Marshall Berman in «L’esperienza della modernità», il Mulino, Bologna 1985.

[10] Ne ho  avuto  una conferma, leggendo in questi giorni alcuni  articoli su Krahl (qui), la cui critica al marxismo di Adorno, tra l’altro principale riferimento di Fortini, si affiancava  a suo modo alle critiche di Fachinelli. Anche se quella di Krahl, a differenza di quella di Ritschl, è da giovane filosofo a un anziano filosofo. Krahl rimproverava ad Adorno   di cedere «nel suo conflitto con il movimento studentesco, a una fatale complicità – che nemmeno lui comprendeva – con i poteri dominanti» e gli rimproverava «l’incapacità,…] di affrontare il problema dell’organizzazione», pur essendo stato proprio «il pensiero di Adorno a comunicare agli studenti politicamente coscienti quali erano le categorie emancipatorie che svelano il dominio e corrispondono inesprimibilmente [unausdrücklich] alle mutate condizioni storiche della rivoluzione nelle città».

[11] Fortini, Insistenze, quarta di copertina.

[12] Come pare rimproverarmi in particolare Elena Grammann anche  in un  precedente scambio di opinione sulla continuità/ discontinuità tra cristianesimo e comunismo (qui ).

28 pensieri su “Rileggendo “Una lettera a Nietzsche” di Franco Fortini

  1. La critica di Lucàcs a Nietzsche nella “distruzione della ragione” è la parte migliore di quell’opera, ma per capire la ragione della distruzione serve anche Nietzsche.

  2. Ho letto ora (probabilmente ri-letto) i due testi di Fachinelli-Fortini, venendo presa da un incantamento, che è l’essermi sentita trasportata in vecchi moduli linguistici e culturali insieme a idee vive del presente: l’evaporazione del padre patriarcale e l’autorità necessaria.
    Perché quello che successe appena pochi anni dopo il ’68 fu lo spostamento dell’autorità sulla madre, non quella di cui scrive Fachinelli, oblativa come la interpretava il capitalismo che offre i consumi, ma la madre simbolica che offre un consistente principio di autorità nella genealogia femminile (Etica della differenza sessuale di Irigaray e La madre simbolica di Muraro). Contemporaneamente le giuste riflessioni di Fortini su autorità necessaria a combattere l’autoritarismo non trovavano (né allora né, temo, più) degni interpreti di quella necessaria autorità. Ai maschi da allora restò solo la dignità personale di coloro che si rifacevano a ragioni meditate e nobili: da singoli, vecchi e giovani, ma il taglio del Padre non regolava più il simbolico nel capitalismo socialconsumistico=socialdemocrazia e consumi.
    Per cui lontanissima da me la conclusione di Ennio che siamo stati sconfitti. Anche perché il femminismo invece è vivissimo.
    Siamo nella mischia piuttosto direi, e abbiamo da pensare un presente contraddittorio in cui potere e potenza, come sintetizza Braidotti, o potere e autorità, come dicevamo noi qui, sono più che mai attivi.

  3. A più tardi i riscontri sul cyborg, il materialismo corporeo, la vita stessa messa all’opera dalle biotecnologie, su cui sto riflettendo sulla scia di Braidotti.

  4. Due cose:

    – “Non mi pare accettabile una caricatura beffarda del comunismo di Fortini” (E.A.)
    Per quel che mi riguarda, nessuna caricatura beffarda. E’ abbastanza evidente che tutta una serie di espressioni piuttosto calcate nella lettera di Ritschl (relative appunto a virtù tradizionali e borghesi) dovevano avere su Nietzsche l’effetto di un panno rosso sventolato davanti a un toro – e infatti così sono state recepite da Nietzsche. Fortini si limita a sottolineare questo fatto.
    Inoltre. “Nel vivo di quegli anni drammatici la sua difesa della tradizione o, meglio, di una tradizione in particolare: quella del marxismo comunista critico…” Non metto in dubbio, ma nella “lettera a Nietzsche” Fortini non parla di marxismo comunista critico, bensì di tradizione pura e semplice, e anzi di una tradizione che la lettera di Ritschl legava indubitabilmente a una salda cultura borghese – quindi tutto un po’ strano, a meno di ipotizzare che la salda cultura borghese di cui Ritschl si fa portavoce non avesse le sue radici in un cristianesimo originario al quale, par dessus la borghesia, si collega Fortini. E ci si potrebbe chiedere perché, a questo punto, non ci teniamo la salda cultura borghese con le sue implicazioni economico-produttive le quali, posto che sia data “la giusta mercede agli operai”, non confliggono in nulla col cristianesimo. Per dire che il rapporto di Fortini con la tradizione non mi sembra così chiaro.
    Ma non c’era alcuna intenzione beffarda.

    -” No, i suoi non furono sermoni” (E.A.)
    “Se la richiesta etica si fosse misurata alla realtà dei rapporti di classe, gioia, integrità e autenticità sarebbero facilmente apparse, come sono, beni non individuali che si realizzano solo nell’azione comune per una meta, di cui essi non sono che il benefico fall-out, il “sovrappiù”. ” (Fortini, dal link ai Quaderni piacentini)
    “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33)
    Può darsi che non siano sermoni, ma un po’ ne hanno l’aria.
    D’altra parte, come tu dici, Fortini riconosceva i limiti di un’antropologia marxista. Che pare anche a me fortemente difettiva, tant’è vero che va volentieri in prestito da un’antropologia cristiana – con un salto acrobatico che tu non vedi, ma io sì, e bene.

    Per il resto mi associo – per quel che posso, non conoscendo l’opera di Lukàcs – al commento di Gianna Usafora.

    1. ?
      Ok, Fortini non ci vedeva differenza. Io sì. Lenin pare ambiguo, Stalin non è ambiguo, sappiamo qualcosa di Trotskij? Marx consigliava studi di teologia? Engels andava a messa? Il vero marxismo è quello di Fortini? La chiesa valdese è in realtà una formazione proto-marxista?
      E se tu sapessi quanto sono stufa di vedere il cristianesimo equiparato a Dostoevskij, come se diciannove secoli di cristianesimo non fossero esistiti che per produrre Dostoevskij, i cattolici son diventati tutti ortodossi e fan del panslavista e ortodosso feroce Dostoevskij, tutti in adorazione dell’anima russa come eterni sedicenni.
      La sai una cosa? Io ho la nausea di Dostoevskij.

  5. Prendo atto della nausea di Elena per Dostoevskij, ma non sto facendo né il piazzista del russo né di Fortini. Cerco di seguire il filo di un mio discorso sulla letteratura e non so neppure dove mi condurrà. Ognuno legga e impari, se può, dagli scrittori che gli garbano.

    1. “In modo identico, se avesse deciso che Dio e immortalità sono favole, senza perdere un attimo [Alioscia] si sarebbe iscritto fra gli atei e i socialisti (giacché il socialismo non è soltanto la questione del lavoro, o del cosiddetto quarto stato, ma è, eminentemente, la questione dell’ateismo, della moderna incarnazione dell’ateismo, la questione della torre di Babele, da edificare appunto senza Dio, e non per raggiungere dalla terra il cielo, ma per portare giù il cielo dalla terra”
      Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Parte prima, libro primo, cap.V)

      Dostoevskij è anche, e forse soprattutto, questo. E se lo si prende bisogna prenderlo tutto, non si può andar scegliendo fior da fiore quello che fa comodo.

      1. Quante migliaia di anni fa l’amico noioso Dostoevskij presentava questioni che ci stringono anche ora?
        Ma non li affrontiamo, come se ateismo (e panteismo), immanenza con il banale aspirare a trascendenze di corto raggio, rassegnazione alla mortalità e virile sfida alla stessa, ci potessero appagare. Come se, cioè, l’ingiustizia fosse affare contingente da risolvere oggi. Il cielo in terra: e domani che risorge.
        È una fondazione profonda di cui abbiamo bisogno. Agamben e altri hanno mostrato le condizionalita’ di cui il cristianesimo è impregnato. E allora, dopo? Dopo che, dopo chi? Chi, chi offre una visione complessiva del futuro umano? Capisco quasi i filocinesi. Ma il rapporto tra oltre e qui, del potere cinese che si è appropriato del buddismo in modo credo filisteo, non lo sostengo. (Del resto i buddisti tibetani e indiani non si sottomettono volentieri al potere cinese.)
        Credo mai una epoca molteplice e connessa, e conflittuale in potenza, come la nostra. Tutto da pensare, con sforzo.

        1. “Ma non li affrontiamo, come se ateismo (e panteismo), immanenza con il banale aspirare a trascendenze di corto raggio, rassegnazione alla mortalità e virile sfida alla stessa, ci potessero appagare. Come se, cioè, l’ingiustizia fosse affare contingente da risolvere oggi. Il cielo in terra: e domani che risorge.” ( Fischer)

          Ma perché fare la caricatura delle posizioni che non si condividono o ridurre a clichè un pensiero (Marx in fondo è sempre quello il bersaglio) invece di criticarlo seriamente ?

          P.s.
          Giorni fa sulla sua pagina FB Roberto Buffagni ha riproposto il suo amato Del Noce (https://www.facebook.com/roberto.buffagni.35/posts/6605013676191554). Ammirevole (indipendentemente da quel che nepenso) l’intervento di Pierluigi Fagan. Così si discute:

          Pierluigi Fagan
          Lo analizza quale esito di una certa modernità, che non si identifica a partire dalla traiettoria soggettivistica cartesiana, come sostiene in generale il pensiero cattolico, bensì a partire dal marxismo, suprema forma del razionalismo (sostituzione della filosofia della prassi alla filosofia speculativa e, dunque, alla metafisica). La grande colpa del marxismo è l’aver eliminato l’idea del peccato originale, a partire da una concezione della negatività del finito che Del Noce fa derivare da un frammento di Anassimandro e che si trova espressa in modo compiuto nel pensiero hegeliano, cosicché il riscatto dell’uomo non sta più nella vita eterna, bensì nell’annullamento nella totalità (il finito, male in sé e non a seguito della colpa di Adamo, deve annullarsi e fondersi con la totalità: se per Hegel la totalità è lo Spirito, per Marx diventa il “noi” collettivo). Completato il processo “pedagogico” immanentista (da Marx a Gentile e da Gentile a Gramsci il passo è breve e del tutto consequenziale), il marxismo accompagna l’evolversi della società borghese in società opulenta (grazie alle rimodulazioni gramsciane e freudomarxiste, concepite come sviluppi necessari e non come incidenti di percorso), la quale non avverte neanche più il bisogno di porsi il problema dell’esistenza o meno di Dio; il suo tratto caratteristico è, semmai, l’indifferentismo ed il rifiuto di fare domande che pertengano alla sfera religiosa (il nuovo totalitarismo “azionista”). Quanto i cattolici abbiano contribuito con le loro mani alla realizzazione di questi esiti è un processo che Del Noce descrive nell’intera sua produzione.

          1. “Così” si discute! E immaginarsi se mancava la predica… Conosco abbastanza Del Noce e la sua idea sul modernismo, perchè quello è, cioè l’abbandono della trascendenza. Quindi non Marx soltanto, risale a Cartesio, ben prima.
            Forse non hai letto fino in fondo il mio commento, e non mi metto su un piano di storia della filosofia. Dostoevskij ripropone il cristianesimo come finitudine di fronte alla trascendenza, il Cristo è silenzioso a lato del Grande Inquisitore.
            Ho avanzato l’idea che il nostro presente lo ignori, quel Cristo silenzioso. E che il Grande Inquisitore sia -persino!- un panteista/ateista. Il buddismo, ho azzardato, è forse questo, un panteismo.
            Sto ragionando sul materialismo corporeo di Braidotti, in rapporto al materialismo filosofico, quello di cui tratta il libro Il dio sensibile, di Emanuele Dattilo. Ma poi… anche Arendt in Vita della mente, quando sul rapporto tra intelletto e volontà dedica molte pagine a Duns Scoto, deve ritornare alla divisione netta, che Duns Scoto evoca, tra il mondo finito e l’amore come volontà attiva, che supererà nell’oltrevita la pura conoscenza -intelletto- di dio. E, che dio mi aiuti, anche Franca D’Agostini in quel bel saggio di qualche anno fa sul nulla, deve riconoscere che il nulla è carico di cultura linguaggio e storia e quindi… a qualcosa corrisponde. Il limite… E la coscienza del limite. Fa parte della nostra cultura occidentale, cristiana, creazionista.
            Figurati quindi se stavo criticando Marx, ma mi faccia il piacere.
            In sintesi: il richiamo che Elena faceva a Dostoevskij, che bisogna prenderlo tutto e non scegliere fior da fiore, mi convinceva, anche se l'”altro” discorso che hai fatto, con Ferrieri, ha la sua autonomia. Ma, appunto, rimanda a un chiarimento approfondito sulla autonomia dell’al di qua.
            Banale, fin che appunto si è di qua. Ma quello che volevo sottolineare, e ho sottolineato, è che il discorso sulla dismissione della trascendenza è diventato materia comune, ma non in modi troppo approfonditi. (Tanto è vero che ci si impegna poi a leggere e discutere Del Noce e altro…).
            Addirittura mi sono chiesta se la diffusione di essere filocinesi non abbia a che vedere con questa dismissione non troppo approfondita nella nostra cultura media occidentale, che invece è fondata sul rapporto tra dio e la creazione.
            Per la mia passione filosofica, so quanto la radice creazionista influenzi il modo di pensare più diffuso e anche lontano. Allora mi pongo davanti i temi del panteismo, dell’ateismo e della critica approfondita che Agamben ha fatto dell’impianto filosofico cristiano. Evidentemente queste riflessioni un po’ mi scappano, e in un commento dò per scontato il filo dei pensieri che sto seguendo.
            Ma mi incavolo davanti alle tue critiche riducenti!! (E dàgli!)

      2. “Dostoevskij è anche, e forse soprattutto, questo. E se lo si prende bisogna prenderlo tutto, non si può andar scegliendo fior da fiore quello che fa comodo.” ( Grammann)

        E perché mai? Mica siamo ad una compravendita: o prendere o lasciare. Oppure ad un atto di fede o affiliazione di discepoli.
        Chi stabilisce questo modo che a me pare ricattatorio di accostarsi ad un autore o ad una cultura? E perché l’altra possibilità dovrebbe essere il capriccio della scelta “fior da fiore” o di ciò che fa “comodo”?
        L’opera di uno scrittore o un pensatore richiede uno studio approfondito e serio, questo sì. E quel che ne uscirà dipende dallo studioso o dall’interrogante: dal tempo di cui dispone, dai problemi si pone o vive e che entrano in gioco nel rapporto con quell’opera. La ricerca non è predeterminata. E’ anche avventura. Eclettismo, contaminazione, meticciato non dovrebbero essere sottovalutati. ( Del resto abbiamo tra noi Ferrieri che un tale atteggiamento lo teorizza: http://www.poliscritture.it/2021/06/07/lavoro-culturale/)

        1. “E quel che ne uscirà dipende dallo studioso o dall’interrogante: dal tempo di cui dispone, dai problemi si pone o vive e che entrano in gioco nel rapporto con quell’opera”.
          Come no. Lo dice anche Foucault. Anzi, è il suo punto.

  6. @ db

    Non mi pare che nel dissenso tra Fortini e Fachinelli, che avvenne nel 1968 [Vedi Nota 2 che riporto qui*], sia in primo piano il maoismo o la scelta maoista, che indubbiamente Fortini andò maturando soprattutto per l’influenza di Edoarda Masi, che anche lei nel 1968 pubblicò da Einaudi “La contestazione cinese”. Possiamo rileggere i testi linkati e approfondire. La mia ipotesi è che lo scontro tra i due rimandi proprio a concezioni antropologiche e filosofiche (e, di conseguenza, anche politiche) in contrasto: quelle a cui ho accennato dello “spontaneismo” e dell'”organizzazione”. E, per stare schematicamente al discorso di Nietzsche, vedrei un Fachinelli “dionisiaco” e un Fortini “apollineo”.

    *
    [2] I testi di Elvio Fachinelli, «Il desiderio dissidente» (http://www.bibliotecaginobianco.it/?e=flip&id=37, N. 33 febbraio 1968 di Q.P.) e di Franco Fortini, «Il dissenso e l’autorità» (http://www.bibliotecaginobianco.it/?e=flip&id=37, N. 34 maggio 1968 di Q.P.) sono consultabili nella rivista ora on line.

    1. non ci siamo capiti: riguarderò i link del 68, ma da quanto ricordo io, quella che nel 68 era differenza, solo nel ’73 a proposito di lin piao diventò contrasto.

    1. ho riletto il fortini 68 ccon la dovuta attenzione: è proprio lì che comincia lo scontro, antropoligico penso sia la parola giusta, da te adottata

  7. TRE SPUNTI SUL NODO FACHINELLI-FORTINI

    1.
    “Chi, come me, non ha fatto che mettere in guardia, con se stesso, i propri amici dell’inganno storico che riducesse la rivoluzione alla redità democratico-giacobina e poi positivistica del marxismo, e poi della sua filiazione inevitabile, l’eurocentrismo operaistico, dovrebbe riconoscere e riconosce infatti nell’accento di un libro come questo [“Lettera a una professoressa” di Lorenzo Milani] il timpro di una nuova lega metallica, risonante, come scrive Fachinelli, ai quattro angoli del mondo, nella volontà, entusiastica o ironica, di unire attimo e illimitato, fraternità e felicità, rifiuto del consumo e consumo di se stessi: “perché anche io ti amo, o Eternità”. Eppure – eppure sente di voler dire che qui, in questo libro e probabilmente in molti dei movimenti e dei momenti che oggi corrono il mondo, c’è o almeno prevale un aspetto dell’autentica passione religiosa e rivoluzionaria: l’aspetto della “nazione”, del “popolo scelto”, della città dei santi”. Quanto più si insiste sul momento del “tutti”, più si privilegiano i poveri, gli oppressi, gli “idioti”, insomma gli eletti. La “cultura” dei “padroni” appare come qualcosa che contamina, sostanzialmente inutilizzabile”

    (pagg.113-114)

    2.

    (pagg. 557- 558)

    3.

    (pag. 700)

    da Franco Fortini, “Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-1994) a cura di Velio Abati, Bollati Boringhieri, Torino 2003)

  8. l’aneddotica è ricca, tipo la colletta di Cases-Fortini per il direttore nominale del primo “Lotta continua” (bellocchio?) finito in carcere. c’è nelle Grottesche di fachinelli, ma non ce l’ho sottomano.
    risfogliando prima in rete Q, mi hanno colpito le considerazioni di Fortini sui beatnik, molto simili a quelle di PPP, da sponde opposte: una piccola conferma empirica del nesso Sade-Kant azzardato da Lacan.
    il senso comunque mio personale risfogliando QP in genere, è di tristezza (e di sollievo solo nell’avere avuto 18 anni nel 68, e non 38 o più.

    1. @ db

      Vanno bene tutti i sentimenti: tristezza, nostalgia, noia. Ma possiamo ragionarci un po’ su? Capire, ad es., cosa ti rattrista a sfogliare QP e perché?
      Quanto al giovane Cacciari, che avevo letto a suo tempo frastornato dal filosofese (suo e un po’ anche tuo, in tutta sincerità), mi diresti cosa pensi oggi della Nietzsche-Renaissaince, della posizione di Fortini, degli effetti culturali (positivi? negativi?) che essa ha poi avuto?
      Così, per conoscerci meglio tra nuovi rubricanti…

      1. mi dispiace Ennio, non ci penso nemmeno: se fosse il mio argomento di studio, ben volentieri. posso fare una precisione, su quella che ho. chiamato qui sopra commissione: venne da Fortini. che, rileggendo il suo articolo 68 e trattandosi di una baruffa, possiamo tranquillamente dire che fu lui a cominciare con Fal, e la ricominciò a proposito di Lin piao.

  9. Un incrocio di tempi. Ma parto dalla *domanda iniziale* con cui Ennio Abate inizia il resoconto di un convegno che si era tenuto a Milano alla fine del 1998: “parla ancora il giovanile desiderio dissidente di Elvio Fachinelli?”
    Questa domanda viene riproposta più di 20 anni dopo, nel gennaio 2020, ripubblicando quello stesso resoconto, perchè nonostante le insistenze di Fortini il privato del desiderio dissidente (“la piega impolitica/apolitica con la quale i suoi amici e colleghi psicanalisti lo ricordarono in quel convegno”) resta un “problema enorme e irrisolto per qualsiasi progetto, sia esso di spostamento o di rinnovamento o di rivoluzione. Allora [nel ’68] la contraddizione era visibile … oggi … la contraddizione non si sa se c’è o non c’è più”.
    Non quella contraddizione, contenuta cioè nei termini di quello scontro. Quello stesso “desiderio dissidente” che abitava Fachinelli produceva altre contraddizioni, altre fratture, che sono diventate altre realtà. La contraddizione è anche origine, è nascita, è arché. Così è stato per il desiderio che ha originato la politica della differenza sessuale, per esempio.
    Riporto un breve spezzone di una intervista fatta a Luisa Muraro sul suo rapporto con Fachinelli, in cui si intrecciano, sullo stesso terreno, il desiderio che si fa politica, e la pena degli affetti in cui si combattono, ahimé, da sempre lotte escludenti. Qui secondo me è la vera contraddizione, non nel desiderio che si realizza, ma nelle emozioni e negli affetti, in cui sta entrando peraltro pesantemente la nuova cultura transumana e tecnologica del capitalismo. https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/limbroglio-del-transumano-base-dellidentit-di-genere?utm_medium=Social&fbclid=IwAR3k5Gh4hngFzmlFUfLs3cEgy5sbVYaIpncUQ1OKDqr0MXRRmTwN5CIgf3s
    Ecco il pezzo dell’intervista a Luisa Muraro:
    “Nell’idea di una nuova pedagogia partecipai alla nascita della rivista L’Erba Voglio, il primo numero uscì nel 1971. Vi collaboravano tra gli altri Lea Melandri e Giuseppe Sartori. Ma il vero ideatore fu Elvio Fachinelli, un uomo di grande intelligenza, psicoanalista per niente ortodosso, in grado come pochi di leggere i movimenti, allora nascenti, senza schemi preconcetti”.
    Quanto durò il vostro sodalizio?
    “Fino a quando non scoprii il femminismo. Lo piantai infliggendogli una sofferenza che nel tempo è diventata la mia”.
    La sua perché?
    “Non è facile da spiegare. Le nostre strade politiche e culturali si erano separate. Poi, era il 1989, ricevetti un suo libro. L’ultimo: La mente estatica. C’era una dedica per me: “Troppo lontano?”. Mi fece incazzare. Lontano da cosa? Certo non dal misticismo che lui affrontava nel libro e che io stessa da tempo studiavo”.
    Ma non c’era niente di offensivo in quella frase.
    “Lo so. Ma il mio femminismo era molto combattivo. Andava dritto contro la società degli uomini. Noi donne stavamo per conto nostro. Quello che non sapevo era che Elvio stava già molto male e quando morì, mi riferirono che fino all’ultimo aveva atteso una mia visita. Che non ci fu. Ho provato dispiacere. Mi sono arrabbiata con me stessa. Gli ho dedicato delle parole, successivamente. Ma resta il fatto che non c’ero quando avrei dovuto esserci”. https://www.repubblica.it/cultura/2014/05/12/news/luisa_muraro_ho_lottato_con_amore_per_le_donne_ma_l_egoismo_la_mia_vera_forza-85907256/

  10. DA POLISCRITTURE 3 SU FB

    Samizdat

    DAL CITATORE( ADRIANO SOFRI) AL CITATO (EDOARDO CAMURRI
    )
    (https://www.facebook.com/edoardo.camurri/posts/10226924972289882)

    Gentile Camurri, in riferimento allo stralcio del suo articolo che allego sotto. Mi chiedo perché mai i “deboli” (termine subdolo, perché non lo sono per natura, come sosteneva quel filosofo, trattandosi di lavoratori o gente comune indebolita dalla organizzata prepotenza dei “forti”) dovrebbero “frequentare l’abisso” o andare a lezione proprio dal fantasma di Nietzsche. Per farsi le ossa e sperando in una indeterminata “liberazione”? Ma nell’”abisso” già ci sono. E più che insistere a frequentarlo, toccherebbe tentare di uscirne. Non con gli “esorcismi” ma edificando e utilizzando i fatti contro i fatti dei “forti”. E, se proprio ci tiene ad una “evocazione spettrale”, meglio scomodare Marx.

    P.s.
    Ieri avevo lasciato un commento amaro sulla pagina “Conversazione con Adriano Sofri”. Glielo copio qui per sua comodità:
    “tutto questo per dire che estratto da dove felicemente luccica, il decreto di Nietzsche, “non esistono fatti, solo interpretazioni”, è un messaggio micidiale” (Sofri)

    E allora c’è da complimentarsi col pur brillante suo ambasciatore?
    Memore dei primordi della Nietzsche-Renaissance da pochissimi osteggiata, preferisco ancora un po’di indignazione ragionata contro questi suoi nipotini televisivi:
    http://www.poliscritture.it/2021/06/10/rileggendo-una-lettera-a-nietzsche-di-franco-fortini/⁠

  11. Gironzolando attorno alla “questione Nietzsche”…

    SEGNALAZIONE

    A PROPOSITO DI NIETZSCHE Meotti Sofri Camurri
    https://mabastainsoma.blogspot.com/2021/07/a-proposito-di-nietzsche-meotti-sofri.html

    Stralcio:

    Con il suo ‘Nietzsche and Philosophy’, pubblicato nel 1962, Deleuze riaccende l’interesse per il pensiero nicciano, definito una macchina da guerra contro la dialettica socratica, il pensiero cristiano e la filosofia hegeliana della storia. La decostruzione delle ‘grandi narrazioni’, che deve molto a Nietzsche, è all’origine del pensiero postmoderno, fondamentalmente relativistico. Ma, a partire dagli anni Ottanta, nei campus americani abbiamo assistito all’ampliamento del campo della decostruzione: i decostruttori hanno attaccato la civiltà europea o occidentale, ridotte a una produzione della presunta ‘razza bianca’ patriarcale, etero, imperialista e razzista. Dopo la decostruzione del ‘logocentrismo’ da parte dei seguaci di Heidegger e di un Nietzsche heideggerianizzato, seguita da quella del ‘fallocentrismo’ sotto la pressione delle femministe radicali, attraverso quella del ‘fallogocentrismo’ (Derrida), i decostruttori sono venuti da lì. Per attaccare il ‘leucocentrismo’ (da leukós, bianco), denunciano il ‘privilegio bianco’. Siamo qui molto lontani da Nietzsche, ma dobbiamo comunque riconoscere nelle illusioni ideologiche decoloniali le tracce di un’eredità falsificata dell’ultima filosofia di Nietzsche, quando quest’ultima invitava i suoi lettori a fare filosofia ‘a colpi di martello’. Ma né il ‘rovesciamento del platonismo’ né il suo desiderio di porre fine all’eredità cristiana implicavano per Nietzsche la distruzione del ‘pensiero bianco’. Troviamo nel niccianesimo politico di estrema sinistra degli anni Sessanta e Settanta un grande tema decostruzionista: far sparire, mettere a morte, non solo il soggetto o la coscienza, ma anche il reale e la verità. C’è tra i teorici della decostruzione, postmoderni o poststrutturalisti, un ‘nuovo fascino per il sovversivo’ come ha sottolineato Karl-Otto Apel, così come un giubilo per ‘l’autodistruzione della ragione’ nell’eredità del pensiero nicciano. E’ questo gusto per il ‘radicalismo’ nella critica della razionalità e della verità che i decostruzionisti contemporanei credevano di trovare in un Nietzsche che denuncia la verità come somma di errori utili o illusioni dannose”.

    La decostruzione si trasforma. “Diventa così un rito ossessivo, senza altra finalità se non la sua indefinita ripetizione ed estensione. I pensatori postmoderni più radicali, trascinati dallo spirito di provocazione, hanno così intrapreso una crociata irrazionalista, conseguenza insoddisfatta del relativismo cognitivo, culturale e morale presupposto dalle loro analisi e dalle loro posizioni. Anche se si sono dati il compito di privare la militanza delle sue basi ‘metafisiche’ – le ‘grandi narrazioni’ della liberazione – rimangono attivisti, ma la loro causa si riduce al progetto di decostruire, cioè di distruggere tutto. Le eredità del pensiero europeo, a partire dalla ricerca della verità attraverso la conoscenza razionale”.

    Esiste un legame tra decostruzione e valutazione positiva della decadenza. “Decostruire è distruggere e spingere per distruggere. E’ incoraggiare e radicalizzare la distruzione di tutte le tradizioni e sistemi. In ‘Così parlò Zarathustra’, Nietzsche è molto esplicito: ‘Fratelli miei, forse sono crudele? Ma io dico: a ciò che sta cadendo si deve dare anche una spinta! Tutto quanto è dell’oggi – cade, decade: e chi può aver voglia di trattenerlo! Ma io – io ‘voglio’ anche dargli una spinta!’. Questo è un nuovo modo di pensare alla decadenza come a un processo globale che si fonde con la storia della civiltà occidentale. Da questa prospettiva decostruzionista e ‘sovversiva’, se giudichiamo che c’è decadenza, dobbiamo accelerarne il movimento. Ma questo tema non è affatto fissato nell’estrema sinistra intellettuale. Pensatori di tutti gli orientamenti politici che affermano di essere Nietzsche rientrano nel vecchio ritornello: ‘Viva la decadenza!’. La sensazione di assistere alla decadenza finale e di sperimentare il collasso di un mondo non porta necessariamente alla disperazione. La visione morale della decadenza viene abbandonata, a favore di una visione estetica e vitalista. L’estetizzazione del declino o della decadenza porta regolarmente alla contemplazione di una ‘gioiosa apocalisse’, il prodotto di una festosa trasfigurazione del taedium vitae. Va ricordato come lo stesso Nietzsche celebrò nel 1884, con lirismo, la contemplazione estetica dell’agonia europea: ‘Un mondo che crolla è un piacere non solo per chi guarda, ma anche per il distruttore. L’Europa è un mondo che crolla’. Accentuare e accelerare il movimento di decadenza, e goderne: questo è uno dei temi nietzscheani che si ritrovano negli autori più disparati. Questo programma consiste nel passare, in termini nicciani, dal ‘nichilismo passivo’ al ‘nichilismo attivo’. La svalutazione di tutti i valori non è sufficiente, dobbiamo trattarli come chimere dannose e sradicarle. In altre parole, la morte di Dio, quella del Dio cristiano, non è sufficiente.

Rispondi a Ennio Abate Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *