Le parole o le cose?

Ugo Mulas – Suino danese

Storia del mio rapporto con “Lplc”

di Dario Borso

Le parole

L’11 settembre 2017 proposi al redattore del litblog “Le parole e le cose” Italo Testa, che avevo conosciuto al Baghetta 2013 (qui al minuto 4’30”), cinque prove di traduzione dal poeta tedesco Jan Wagner. Una settimana dopo Testa mi comunicò che la Redazione aveva approvato e che il testo sarebbe uscito a breve.

Il 23 settembre gli chiedo: Testa, quando uscirà il Wagner? E, siccome stava per uscire a mia cura da Humboldt Danimarca 1961 di Ugo Mulas, gli proposi di postare in anteprima su “Lplc” l’introduzione corredata di una foto compresa nel libro. Rapida risposta positiva di Testa, che mi assicura l’imminente uscita del Wagner.
Il primo ottobre la Redazione posta tre traduzioni dalla poetessa inglese Sasha Dugdale di Federico Italiano (qui), premettendo che il traduttore sta approntando con Wagner un’antologia in tedesco di nuovi poeti europei. Nel frattempo, come d’accordo, invio a Testa l’anteprima di Mulas raccomandando di postarla presto, e gli richiedo del Wagner. Il 5 ottobre Testa mi comunica che la Redazione non è più interessata alla pubblicazione per via della foto fuori formato (scusa risibile secondo Melina Mulas) e, siccome il libro era già uscito, non ebbi più tempo per contattare un altro litblog.
Stante l’infima qualità della traduzione italianesca di Dugdale, nei commenti fioccavano le critiche, con la Redazione prima irritata per l’andamento del thread, poi censoria al punto da bloccarlo. Essendo io in prima fila tra gli invisi criticoni, mi meravigliò dunque un’email del 10 ottobre in cui Testa mi comunicava che il giorno dopo avrebbe postato il “mio” Wagner, come effettivamente avvenne  (qui).
Anche qui, thread abbondante, ma collaborativo, di analisi delle singole poesie tradotte. Ciò malgrado, la Redazione intervenne bloccando in moderazione per ore i miei commenti. Lamentai con Testa più volte queste lunghe sincopi per il danno che arrecavano all’esame collettivo in corso, finché il 15 ottobre posi l’aut aut: o mi lasciate commentare oppure togliete il mio post. Risposta immediata di Testa, che decide la fine di ogni mia collaborazione futura.
Naturalmente accetto di buon grado, e seguo la discussione nel thread del mio post, sempre più interessante. La poesia in analisi era Störtebeker, talmente complessa che tra sincopi e approfondimenti il thread proseguì fino al 4 novembre, quando con un commento-comunicato la Redazione lo bloccò definitivamente. Al che il giorno stesso scrissi a Testa che bloccare l’interpretazione di un testo in quanto troppo lunga è ridicolo e umiliante per un intellettuale seppur postmoderno. Visto poi che su “Lplc” non si poteva, ho sviluppato l’interpretazione via email con Testa stesso, o meglio davanti a lui muto, e senza più contributo di due valide commentanti come Elena Grammann e Valentina Parisi: “Il centro della poesia è: decapitazione. A tal proposito, varrebbe la pena di far interagire un saggio del padre di Wagner (ordinario di diritto penale addottoratosi con una tesi su Dostoevskij) riguardante “das Narrative [la narratività]” testimoniale con il testo stesso del figlio. Inoltre, nel discorso di Wagner per il conferimento a lui del Premio Büchner di quest’anno apparso in rete giorni fa (qui), un punto focale è: ghigliottina”. Subito dopo invitavo lui e la Redazione a riflettere sul fatto che anche loro usavano nei mie confronti una sorta di ghigliottina telematica. Nessun ravvedimento però, né risposta. Nel frattempo ebbi  modo di conteggiare sul litblog “Satisfiction” (qui)gli errori (15 gravi e 13 leggermente meno) racchiusi nella traduzione di Italiano ch’era stata oggetto di dibattito e di  concludere il pezzullo con un’ipotesi complessiva. Il 4 dicembre 2017 la girai in forma di appello ai quattro poeti membri della Redazione, ossia il direttore Guido Mazzoni, il veterano Franco Buffoni e i due giovani, Massimo Gezzi e Italo Testa: “Vi rendete conto che, nel momento in cui voi compariste nell’antologia di Italiano-Wagner e io ragguagliassi gli altri poeti italici (per tacere del pubblico tutto dei lettori) intorno alla vicenda dei post su Wagner & Dugdale… mettendomi nei vostri panni, correrei subitissimo ai ripari”.

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La destra di Foucault

Il 7 maggio 2019 su “Lplc” la Redazione dava l’annuncio dell’uscita di Grand Tour, l’antologia italiana di cui sopra (qui).  Tra i poeti italiani scelti, solo due dei quattro redattori nel 2017: Testa e Gezzi. Ma solo perché nati come tutti gli altri fra gli anni Settanta e Ottanta, mentre Mazzoni e Buffoni erano, ahimè, fuori quota.

(continua)

5 pensieri su “Le parole o le cose?

  1. Questa occhiata nel retrobottega di LE PAROLE E LE COSE mostra la routine un po’ meschinella di certi litblog.
    Dei “vizi privati” di queste cerchie di intellettuali democratici in carriera Borso sa essere cronista brillante e puntuale (con la giusta dose di ben celato sadismo). Io, che pur ho frequentato attivamente LPLC fin dall’inizio (8 settembre 2011) – ma rigorosamente da “esterno”, cioè come commentatore (al pari di Elena Grammann mi pare) – dichiaro semplicemente la mia delusione.
    La indisponibilità di costoro a confrontarsi soprattutto con chi gli muove critiche argomentate è da manuale per Giovin Signori. (Il caso limite è Franco Buffoni, l’eccezione positiva Mauro Piras, che ha sempre replicato a tutte le obiezioni).
    Ma che devo dire degli autori di LPLC che provenivano dalla rivista ALLEGORIA? Hanno dato una piega al discorso culturale e politico sempre più acquiescente all’immobilismo e sfacciatamente di consumo. Altro che “critica materialistica della letteratura” tentata da quella rivista. Da farmi ribollire a pensare che avevano lavorato a stretto contatto con in povero Fortini, già pronti allo scatto per scalzarlo e cancellarne l’ingombrante presenza di marxista.

    P.s.
    A loro dedico questo Memento che coglie il cambio di epoca (e casacca):

    “[…] dice cose non nuove ma sacrosante Erich Linder: toccare le cellule nervose delle scelte editoriali significa toccare un punto relativamente periferico di una rete amplissima, allo studio della quale potrebbero esercitarsi i colonnelli della pubblica sociologia: quella dei sistemi di linguaggi “culturali” come articolazione del potere.
    A me pare che il discorso sia stato deviato verso tempi secondari: quello dei rapporti tra letteratura “alta” e “bassa”, di “qualità” e “di massa”; confondendo la circolazione dei generi che è interna ai processi letterari nel tempo, con i livelli di “valori”, oggi in larghissima parte stabiliti, nella mitologia culturale di ognuno di noi, dalla manipolazione generale. Né è mancato il trasalimento di crede ( o finge di credere) che ogni discorso sui supporti socioeconomici della letteratura sia un rozzo e pericoloso attentato alla libertà delle scritture. Senza intervenire direttamente, U. Eco guarda a queste cose, di cui in giovinezza vivacemente si occupò, con pupilla assai disillusa; e, mi si dice, i giovani non capiscono affatto che cosa ci sia da discutere e perché questi noiosi padri e nonni vadano in cerca di guai. Essi, consumatori di pic-nic poetici, di cinema, di corsi universitari nuovamente affollati e, chissà, dell’opera omnina di Kant e di Bokowski, sono sempre di più – con grande gioia intenerita dei loro pastori – persuasi che si debba discutere di *prodotti* quali si affacciano e propongono dalle pagine degli spettacoli, delle recensioni o delle bacheche universitarie e non già di chi quei prodotti promuove, finanzia, manovra e guida a destinazione accludendo le istruzioni per l’uso”.

    ( da F. Fortini, Insistenze, pagg. 81-82, Garzanti, Milano 1985)

  2. Ciò che si scrive non dura un attimo,
    tu volti il foglio già è remotissimo.
    Restan le cose, tangibilissime,
    di quelle scrivi, goditi l’attimo.

    1. Primato visivo o scritturale? Come se scrittura in qualche forma – tramandata in memoria da decrittare – non fosse già da sempre ideografica. E le forme sintattiche (antifrasi, somiglianze e opposizioni, parti per il tutto e generalizzazioni), non fossero forme anche visive.
      Che, come lo splendore della luce, dura e svanisce.

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