Sofferenza individuale e Storia

Dario Borso, Ostaggi d’Italia. Tre viaggi obbligati nella storia, Exorma 2021

di Elena Grammann

Se c’è un fatto che emerge immediatamente dall’ultimo lavoro di Dario Borso: Ostaggi d’Italia. Tre viaggi obbligati nella storia (Exorma 2021), è che la diseguaglianza, in pace, fra “popolo” e “signori” si acutizza in guerra fino a un diapason di sofferenza difficilmente immaginabile e generalmente ignorato.

Non stiamo parlando di popolazione civile, stiamo parlando di soldati – declassati allo status vagamente vergognoso di prigionieri. Cosa succede ai soldati, dal momento in cui gettano le armi a quando finalmente ritornano, se ritornano, a casa? Mah. Dei soldati italiani prigionieri in Germania dopo il ’43 qualcosa, a livello di conoscenza diffusa, si sa. Del resto? Dei prigionieri degli inglesi? degli americani[1]? dei russi? O addirittura di guerre precedenti? Certo, se pensiamo a Caporetto immaginiamo che gli austriaci abbiano fatto dei prigionieri, e l’idea di base è che è andata meglio a loro che ai morti. Ma non ne abbiamo nessuna rappresentazione, nessuna concretezza. I soldati nelle trincee hanno un rilievo nell’immaginario collettivo, magari sbiadito ma ce l’hanno, non fosse che per l’Ungaretti che si studia a scuola; i prigionieri di Caporetto non ne hanno alcuno. Letteralmente non esistono; figuriamoci quelli di Adua. Oltretutto non sono una pagina gloriosa, naturale che non li si voglia mettere in luce. Che li si obliteri.

Il libro di Dario Borso restituisce disegno e colore alle zone ipocritamente sbiancate dell’affresco. Lo fa attraverso tre (anzi come vedremo quattro) diari o memorie di prigionia di altrettanti soldati semplici degradati a prigionieri dopo tre débâcle nazionali: Adua, Caporetto, 8 settembre. Ma perché, nel titolo, ‘ostaggi’? Potremmo dire per vocazione nazionale all’ambiguità; ma specificando: per i prigionieri di Adua fu pagato un riscatto – e in vista del riscatto non ebbero tagliata la mano destra e il piede sinistro e cavato un occhio, come chiedeva espressamente la regina Taitù e come andò invece agli ascari, per i quali non era previsto riscatto; ai prigionieri di Caporetto fu imputata la sconfitta; si disse che avevano preferito arrendersi vilmente anziché combattere, quindi il governo italiano se ne disinteressò e non intervenne con aiuti attraverso le reti previste; quanto al terzo caso, gli IMI, i militari italiani che rifiutarono di unirsi all’esercito tedesco “classificati come Italienische Militär-Internierte in quanto cittadini di uno stato alleato come la rsi, […] non godettero delle tutele garantite dalla Convenzione di Ginevra né degli aiuti materiali forniti dalla Croce Rossa Internazionale”.

Ai diari Dario Borso arriva da storico, da critico e da filologo. Non sono infatti inediti, ma chi, in anni lontani, li ha editati e pubblicati[2] non è uno storico bensì uno scrittore: Giovanni Comisso. Cosa poteva spingere il fascista della prima ora e nazionalista convinto Comisso a pubblicare, poco prima della guerra d’Etiopia e dei fasti dell’Impero, i diari di prigionia di soldati semplici, dai quali nessuna gloria poteva riverberare alla nazione ma piuttosto vergogna, la realtà che sta dietro la retorica, la stupefacente sofferenza che, come fosse un’ovvietà, tocca in sorte al popolo[3]? Nient’altro che un interesse per le “classi subalterne”. Un interesse fascista e aristocratico, ma comunque un interesse:

“[…] agli snodi del secolo breve Comisso fu sempre presente e partecipe: Grande Guerra, fascismo, Seconda guerra mondiale, dopoguerra, boom economico […]. Presente anche con le opere in cui essi traspaiono […], e ovviamente presente al modo suo, che è quello di un nazionalismo a volte sobrio, altre assai meno, e comunque accompagnato da un’attenzione bonaria, tra l’amorevole e il signorile, alle classi subalterne.

Naturalmente, ciò che garantisce “bonomia e sorriso” è “la distanza sociale tra rampollo agiato e classi subalterne”.

La presenza sua poi si realizzava in una forma modernissima, nient’affatto impolitica, di performance letteraria: stimolava i subalterni a parlare e soprattutto a scrivere, diventando così una specie di talent scout nonché di editor.

Il primo prodotto dell’attività di scouting, le Memorie della mia prigionia dell’alpino Mariano Callegari, di Caprile, frazione di Alleghe, pubblicate da Comisso nel numero di dicembre 1932 dell’«Italiano», […] di voce se non di mano di un soldato semplice [, …] è sicuramente scritta da Comisso, non tanto per lo stile e l’assenza pressoché totale di errori ortografici, lessicali o sintattici, quanto per un lapsus finale inimmaginabile nel soldato – confusione fra il porto di Zeila (500 km da Addis Abeba) e quello di Tripoli (3.500)”. A questa testimonianza, ricca di dettagli “vissuti” ma redatta in uno stile abbastanza asciutto da Comisso, Dario Borso intercala Le mie memorie in Africa del caporale di fanteria Stefano Pagliari, racconto vigoroso e sgrammaticato, viva voce vergine di editing che meglio restituisce l’immediatezza dell’esperienza.

Delle tre testimonianze, quella “africana” è la più favolosa, pur con tutta la sofferenza non ha carattere tragico. Il che non vuol dire che non sia patetica, nel senso originale e migliore del termine. Si partecipa e si soffre con l’alpino e con il fante per l’incertezza costante della sorte, le speranze di un rimpatrio che non avviene mai, la ferita, le lunghe marce, lo sfinimento, la fame, soprattutto la fame. Ma i luoghi sono esotici, i prigionieri non sono in un campo, niente filo spinato e reticolati, sono affidati a famiglie e capivillaggio; questi non sempre sono gentili, ma se sei fortunato lo sono e ti invitano a pranzo; la sorveglianza è relativamente blanda, dove vuoi mai che scappino? Scappano infatti, tutto sommato in the wild si sta meglio, ma la meta è Addis Abeba e il ritorno, i “mori” ti indicano la strada, e se le donne sono cattive e ti aizzano contro i cani, gli uomini sono invece caritatevoli e danno sempre qualcosa. Soffrono la fame, spesso non c’è pane, razioni minime di farina di sorgo o anche niente; poi d’improvviso si è trasferiti ai tempi della Regina di Saba: banchetti nel palazzo di Menelik, il sovrano si intrattiene familiarmente coi prigionieri, saputo che il nostro alpino è di professione tagliapietre lo mette al lavoro (retribuito) nel suo palazzo, si comprano asini e cavalli per un ritorno che ha quasi l’aria di una marcia trionfale e di una festosa crociera: Addis Abeba, Zeila, Massaua, Alessandria d’Egitto, Messina, Napoli.

A leggere si piange, ma non di disperazione: di commozione, cioè di solidarietà e di amore. Di gratitudine anche per questi soldati che, avendo fatto nel migliore dei casi la seconda elementare, hanno scritto. Si respira, soprattutto nelle memorie originali del fante, un’atmosfera deamicisiana: la vita è dura, ma aiutati che Dio t’aiuta e vedrai che il Re (il Rè), attraverso i suoi messi illuminati, metterà a posto le cose. Gli ufficiali son lì per aiutare e organizzare, a ogni tappa del ritorno festeggiamenti e regali, a Napoli pronte le ambulanze per i feriti, e “quelli che avevano il proietto in carnato sono andati subito allo spedale militare a farselo levare”. Leibnizianamente, tutto è bene quel che finisce bene. Una disposizione d’animo per certi versi invidiabile.

Di tutt’altro tenore la testimonianza post-Caporetto: il diario del granatiere Giuseppe Giuriati di Santa Bona, Treviso, pubblicato da Comisso nel numero di aprile 1934 dell’“Italiano”, previa riscrittura in lingua, modifiche, tagli e soprattutto aggiunte. Un editing non solo stilistico, ma “politico-censorio”, come annota Dario Borso che ci restituisce la versione originale del manoscritto.

Nulla di esotico nei campi di prigionia austriaci e tedeschi, nessun intermezzo biblico o patriarcale: ma, in quelle “teribile e tristi tere maledette”, fame, freddo, fango, malattia, maltrattamenti, deperimento, morte.

Questione di latitudine, di clima? I “germanici” sono più cattivi degli etiopi? I prigionieri italiani avevano coscienza di essere abbandonati dalle cosiddette istituzioni? Si chiedevano perché loro, gli italiani, andassero a accattare, in cambio di servigi da servi e a volte a rischio della vita, gli avanzi della zuppa dei francesi?

Non so. Di sicuro c’è che il granatiere Giuriati si raccomanda spesso a Dio, ma del Re non fa parola. Sono passati quasi venticinque anni da Adua, siamo nel nuovo secolo, anche il popolo semianalfabeta ha maggiore coscienza di sé e del valore della propria vita, è meno disposto a accettare la sofferenza assurda[4], meno disposto a sopportare. C’è in questo diario tedesco una cupezza e una disperazione sconosciute alle memorie africane – come se il venire alla coscienza fosse un venire al dolore – che lasciano mal presagire del secolo che si apre.

Tanto più stupisce, e un po’ delude, il terzo memoriale, relativo al dopo-armistizio del ’43 e pubblicato da Longanesi nel 1949 con l’eloquente titolo “Una donna al giorno”. Autore dichiarato Luigi Figallo, pseudonimo di Luigi Pavanello, all’epoca segretario, chauffeur e ruffiano di Comisso. Se dai diari precedenti è del tutto assente l’aspetto della privazione sessuale e delle eventuali, fortuite gratificazioni – il che, trattandosi di maschi sui vent’anni, ci appare oggi come un vistoso vuoto[5] – il memoir di Pavanello indubbiamente lo colma[6]. Più che alla storia di una prigionia assomiglia al catalogo ragionato di un Leporello, o meglio di un Don Giovanni che il catalogo se lo scriva da sé. Un Don Giovanni onesto che non ha nemmeno bisogno di sedurre: è talmente il tipo del franco ammaliatore che le donne gli cascano in grembo, come pere, senza nemmeno scuotere l’albero; e c’è anche, per non scontentare i sentimentali, il grande amore che durerebbe eterno, non fosse la tragica morte dell’amata. Ma il protagonista di Una donna al giorno non piace solo alle donne, piace a tutti, si fa universalmente benvolere. Più che un prigioniero ci appare come un individuo munito di un anello magico che, pur in situazioni sfavorevoli, riesce sempre a far girare le cose come vuole; ci appare insomma non tanto come schiavo e privato della libertà, ma come il vero dominus della situazione. Se astraiamo dal fatto che Pavanello era bello, ci ricorda il piccolo Zaches hoffmanniano, lo sgorbio (che equivarrebbe qui allo status di prigioniero) a cui una fata ha però legato l’inestimabile dono di piacere. Inoltre, come rileva Dario Borso, a sottolineare una certa letterarietà si incontrano negli episodi di seduzione certe configurazioni che sembrano prese di peso dalle Memorie di Casanova, di cui Comisso era grande estimatore. Oltre al problema, insoluto, della reale paternità dello scritto, ci si chiede dunque quanto di esso siano memorie e quanto romanzo.

Come scrive Valentina Parisi (qui) , “la prestazione erotica elargita con invariabile perizia a contadine, cuoche e sguattere polacche, a dispetto del deperimento fisico, […] riflette anche la tenace volontà di non arrendersi all’avvilimento”, quindi di mantenere una dignità umana. Tuttavia la stessa Parisi conclude: “nel dopoguerra di fronte al disastro definitivo non gli [a Comisso] restava che aggrapparsi alla speranza che i suoi subalterni si fossero dimostrati almeno all’altezza della loro fama di latin lovers.” Inutile nasconderselo: il veneto Pavanello, nei suoi rapporti con le bionde nordiche, ricorda da vicino i latin lover romagnoli di un’epoca di poco successiva. Dopo le illusioni dell’Impero e le catastrofi della guerra, quella che si annuncia, neanche tanto da lontano, nell’eroismo amatorio di Pavanello/Comisso, è la futura Italietta.

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[1] Mio padre, che era soldato in Africa quando cadde il fronte, fu prigioniero degli americani per più di due anni, prima in Texas poi alle Hawaii. Furono trattati, lui e gli altri, molto bene. Per certi versi stette meglio in America da prigioniero che in Italia da libero cittadino. Tornò col mito dell’America, ne parlò, fu prontamente zittito. Non scrisse mai un diario, non era il tipo.

[2] I primi due diari (Adua e Caporetto) apparvero sulla rivista filofascista “L’Italiano” (rispettivamente nel 1932 e 1933) a cura di Comisso. Il terzo uscì in volume presso Longanesi nel 1949. In quest’ultimo il nome di Comisso non compare, ma l’autore era un suo famulus, e la buona qualità linguistica e perfino letteraria del testo – a fronte di un autore poco scolarizzato – ha portato a chiedersi se non l’avesse invece scritto, o riscritto, Comisso.

[3] Gli ufficiali sono trattati “a parte”. Non sarà sempre il bengodi di Menelik, ma non è nemmeno il lavoro da schiavi, le condizioni invivibili e l’umiliazione costante a cui è sottoposta la truppa. Il che dimostra, se ce ne fosse bisogno, che anche in guerra la solidarietà di classe è più forte perfino del sentimento nazionale. Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui (?).

[4] Anche soltanto il fatto che questo soldato semplice, che aveva fatto la seconda elementare, abbia tenuto un diario che va dalla chiamata alle armi al congedo e lo abbia conservato religiosamente nella cassetta d’ordinanza assieme ai cimeli di guerra e prigionia, ci dice di una notevole consapevolezza di sé.

[5] Ma nel caso di Giuriati e compagni essi sono così indeboliti, debilitati, malati, dissenterici, anemici che difficilmente il problema doveva porsi.

[6] Come nota Dario Borso a proposito degli studi sui diari di prigionia dopo l’8 settembre, “l’unico aspetto rimasto in ombra, come scotomizzato (analogo in ciò alla violenza gratuita nella guerra partigiana), è il sesso nelle sue varie sfaccettature, dal meretricio al matrimonio”.

8 pensieri su “Sofferenza individuale e Storia

    1. Mi colpisce lo stacco tra il primo alpino e i due ostaggi successivi. Il clima favolistico del primo racconto: difficoltà fame freddo viaggiare, poi si apre il paese delle meraviglie, ci sono gli aiutanti e il ritorno.
      La cupezza del secondo, che non può contare su nessun aiutante. L’isolamento del terzo che saltabecca da un punto insignificante a un altro (di rapporti “amorosi”) senza un vero percorso né un ubi consistam. L’insieme delle tre storie mi appare come un passare da una identità popolare antica, coerente, contenuta dalle forze benevole del re e di dio, alla solitudine di singoli senza alcun riferimento fuori di sé. Identità perse, smarrite tra arido dolore e torva gaiezza.
      Se si delinea come il percorso umano di un paese e di un popolo, provoca una grande tristezza. Il terzo personaggio poi ci è molto vicino, un tipo che da bambine possiamo avere conosciuto.
      Ma da 75 anni di guerre non ce ne sono più (solo missioni di pace extra moenia) per cui di “ostaggi” dei nostri tempi testimonianze non ne abbiamo. Forse i due che hanno sparato e ucciso dei pescatori indiani… In questi giorni il fatto si è chiuso con un grosso risarcimento alle famiglie dei pescatori.
      Pensabile avere un racconto dei due in merito? No, è tutto gestito in modo esteriore, ufficiale. E dai media. La moglie di uno dei due ha rivendicato di essere stata lei la voce del marito per tutto questo tempo.
      I due coinvolti non sono protagonisti di nessun genere di racconto.

      1. Credo che tu abbia ragione. E’ sembrato anche a me il percorso: da un contesto, a un abbandono, a un’irrilevanza.
        Sui due fucilieri italiani: se uno, o entrambi, scrivessero delle memorie – cioè se un’importante casa editrice pensasse che sia remunerativo pubblicare le loro memorie – sarebbe interessante confrontare lo stile dell’ (ovvio) ghost writer con quello di Comisso – come di un non-racconto il ghost writer riuscirebbe comunque a fare un racconto.

  1. Sarebbe anche interessante da confrontare la “parte” interpretata da Comisso (il paternalismo signorile, la censura politico-letteraria, la vanità pretenziosa di Pavanello/Comisso) con la parte da cui forse non potrebbe discostarsi l’eventuale ghost writer dei due: un astratto e spersonalizzato superio politico-militar- amministrativo?

      1. Giusto. Fin da Camporesi, in realtà. Per non parlare della memorialistica come forma primaria femminile, senza ghost writer.

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