Dialettica dell’imperativo

di Ezio Partesana

Noi tutti pensiamo che il bene sia comune e che il vero non possa che essere la stessa cosa, come il bello index sui, ma così non è.

Immaginate un omicidio: il reo è confesso, il movente abbietto, i testimoni certi; non c’è molto da discutere ma si seguiranno le leggi, dal processo alla sentenza e da questa alla pena da scontare, lieve per alcuni, troppo severa per altri. Se non ci saranno errori la soluzione finale soddisferà il legittimo rancore e la necessaria difesa: il pagamento in anni e un risarcimento, forse, il pentimento e alla fine il perdono.

La domanda è se sia stato ristabilito un ordine, se un ordine giusto, dunque vero, sia compatibile con l’esistenza di un colpevole e di una vittima e, alla fine, con il semplice fatto che del male sia stato commesso. Poiché l’azione negativa è stata conosciuta e sanzionata, si direbbe di sì, ma la violenza non è stata tolta dal passato né dal presente, dunque no. Del resto non si poteva fare di più, gli uomini non possono resuscitare e la colpa può essere cancellata solo formalmente, come quando si dice: “Ha scontato la sua pena, adesso è un uomo libero”. Il vero è stato accertato, del Bene non c’è traccia e il bello mostra solo il retro della tela, quel che serve a reggere l’impianto insomma. Siamo stati bravi, abbiamo fatto del nostro meglio, riparato il torto, per quanto possibile, e ribadito di essere una società dove il male è un errore individuale che verrà diminuito col tempo e alla fine corretto del tutto.

L’ucciso rimane morto, il colpevole agli arresti, il dolore nella memoria, e tutto quel che sarebbe potuto essere non sarà, né in un verso né nell’altro. È sufficiente una singola azione per strappare le vesti alla triade ideale del Vero, del Bene e del Bello. E scrivere una poesia sopra l’animo del morto non sarebbe di aiuto.

Dio però è onnipotente, può mettere a posto le cose in un momento, purché lo voglia, e non deve rispettare alcun limite storico o naturale; non ha domande da farsi e le sue risposte possono essere miracolose. Di fronte allo stesso omicidio che la giustizia umana ha sancito con la pena prevista dalle leggi e il conforto di un risarcimento morale, decide di andare oltre e rimettere sul trono il Vero, il Bello e il Bene, tutti insieme. Torna sul luogo del delitto e resuscita il morto, tra la gioia dei suoi amici, ma non basta, il dolore e la paura sono rimasti nel ricordo e poiché essi sono innocenti non dovrebbero soffrire a causa di altri. Così si prodiga a consolarli e in un impeto di generosità capovolge il tempo e fa sì che tutto – l’omicidio, il dolore, la pena – non sia mai accaduto, che l’uomo meschino non abbia alzato la mano contro il suo simile e che l’offesa, o l’errore, semplicemente non siano accaduti. Dio ha tolto il male, ha tolto quel male dalla terra, senza bisogno di vendetta o di leggi. La verità è tornata d’accordo con la giustizia e non c’è cosa più bella a vedersi.

Una voce si alza dal coro, però, e dice: Signore, tu hai cancellato il male commesso, così che la vittima e il colpevole adesso sono entrambi in pace, ti sembra giusto? Il piccolo diavolo ha ragione: la resurrezione della vittima è una cosa, l’oblio della decisione luttuosa, far sì che l’omicida non abbia mai ucciso, un’altra. Chi ha scelto il male non deve averne almeno memoria? È stato giusto Dio a pulire ogni traccia come se tutte le tracce fossero uguali, come se davvero nulla fosse accaduto? Per riparare al torto commesso il colpevole deve andar via illibato?

Se un amico dell’uomo che un tempo era stato ucciso per invidia, o sua figlia, si recassero dall’omicida scomparso, grazie ai miracoli divini, e gli dicessero che il passato non può essere redento neanche da Dio in persona, sarebbero dalla parte della ragione. L’oblio dei mangiatori di loto è una soluzione individuale, non una forma della verità. Perché il bene e la verità qui vanno per due strade diverse: verso il minor danno possibile il primo, ferma a ricordare la seconda. Non si può scegliere di seguire il bene senza tradire la verità, l’atto compiuto richiede una vendetta che non deve avere luogo, secondo giustizia. Le leggi del Bene e quelle del Vero sono diverse.

È da questa contraddizione che nascono molte istituzioni, positive e morali, che regnano ancora oggi e cercano di regolare l’antinomia tra legge e verità: il processo come il pentimento, la pena, la rieducazione, il perdono. Nessuna può rendere l’innocenza, tutte sono preposte a ridurre al minimo le conseguenze dell’ingresso del male nel mondo, ma nessuna può richiudere la frattura di quella irruzione.

Lasciando in pace gli dèi e tornando sulla terra il panorama è immobile: poiché l’accaduto era evidente e il reo confesso, la sentenza è stata emessa, secondo legge, e la punizione inflitta. Ma il dolore non può essere eliminato da alcuna giustizia o, detto altrimenti, se esistono leggi è perché il mondo ne ha bisogno per condurre la bestia nella stalla senza che alcuno si faccia troppo male. Esiste bensì una possibilità di trasformazione del male in speranza, ma è opera degli dèi e torniamo al punto di prima. Ricordare e riparare è probabilmente l’unica cosa che possiamo fare noi, mortali.

 

16 pensieri su “Dialettica dell’imperativo

  1. Benedetto te!, e benedetto non è una opzione linguistica ma un capovolgimento del tuo ragionare. Figurati se non è vero che “l’ucciso rimane morto, il colpevole agli arresti, il dolore nella memoria, e tutto quel che sarebbe potuto essere non sarà, né in un verso né nell’altro”.
    Ma il “piccolo diavolo” non ha fatto i conti.
    Noi, senza disperazione di sorta, mica gliela diamo vinta. Il regno dei morti -pare- gli appartiene, di quello si accontenta. (Ammesso che abbia frequentanti.)
    Invece una bella filosofia panteistica, che andrebbe diffusa nelle scuole, ci dice che il mondo continua, e grazie a noi, che mica implodiamo con le vecchie civiltà… forse quelle che non siamo riusciti a sconfiggere?
    Abbandonare lo schema progressivo dialettico.
    L’ordine giusto e vero, hai voglia, non c’è ancora.
    Il contrasto tra la sua ricerca e le miserie dell’approfittare è eclatante tuttora. Che si fa? in quale prospettiva? Noi sappiamo: sotto le ali religiose diffuse non c’è troppa trippa per gatti.
    Darsi allora un impulso di rinnovamento umano?

    1. Credo e spero che la critica, seppure metaforica, sia una sorta di chiave per la verifica delle porte accumulate nel passato. Cerco di fare la mia parte, insomma.

  2. lottare contro l’ingiustizia come rientra nel quadro?
    (domanda che ne eviterebbe volentieri altre rivolte
    a lei: cos’è lottare? cos’è ingiustizia?) _ l’unica cosa
    certa mi sa che sia codesta: in “dicessero che che il”
    c’è un che di troppo da cancellare – ma solo un dio-
    correttore ci può salvare.

  3. Eppure..la memoria non è ferrea e immutabile, ma plastica, opportunista. Chi è stato colpito, anche indirettamente, seleziona, abbellisce, cancella in parte. Chi è stato rinchiuso non esce mai migliore di prima, ma diverso sì, e anche lui adatta la memoria a raccontarsi questo diverso. Il vero non è più lo stesso, il bene incerto. Solo un dio immobile potrebbe mantenere colpe e peccati immutabili, ma il nostro mondo è divenire. E anche i ‘mali assoluti’ a poco a poco si sfaldano, vengono visti come radici di piccoli beni. Resta il giusto, che dopo aver pontificato sta lì sullo scranno, assopito in attesa che qualcuno lo chiami in causa.

  4. ma allora il vero, visto che l’irruzione del male non è mai del tutto riparabile anche se intervenisse dio in persona azzerando il delitto, richiederebbe vendetta per diventare giusto…Ma la vendetta, vista la nostra imperfezione, puo’ diventare a sua volta ingiusta sotto molti aspetti, cioè non vera e innescare un altro processo di “riparazione”…Come se ne esce?

  5. Il male e il bene sono connaturati alla natura umana in alcune persone o culture prevale l’uno in altre l’altro e questo è talmente ovvio ma facciamo fatica ad accettarlo e neanche credo si possa riparare al male fatto e che a sua volta può produrre altro male (con la vendetta ad esempio e non solo) .Allora come si può uscire da questo meccanismo che si ripete da sempre? ‘Il giusto pontifica in attesa che altri si rivolgano a lui..’ il giusto è in ciascuno di noi così come il malvagio e solo prendendo coscienza che facendo prevalere il giusto si può essere in armonia con se stessi e con gli altri si può sperare di cambiare qualcosa sul piano delle vite individuali e sociali e come? Intanto educando fin da bambini alla condivisione e non alla competizione, alla consapevolezza di cosa sia bene per sé e per gli altri …….

  6. una minima questione grammaticale: dove nel mio commento qui sopra scrivevo “domanda che ne eviterebbe volentieri altre rivolte a lei: cos’è lottare? cos’è ingiustizia?”, con “lei” intendevo “domanda” (più corretto cioè sarebbe stato scrivere “essa”), non “Ezio”. Di mio, faccio fatica a dare del lei anche alle alte carico dello stato, per non dir di prelati, capirete a un corubricante!

    Più interessante mi sembra costatare fatto che l’unico post concreto su bene, male, giustizia ecc. apparso su Poliscritture3 sia passato inosservato: è un caso, o una tendenza congenita la predilezione per i massimi sistemi?
    http://www.poliscritture.it/2021/06/27/le-cose-e-le-parole/

    1. @ db: perché “inosservato”? piuttosto quel miserabilismo affaccendato (di LPLC) si osserva con distacco, almeno è così per me.

  7. MASSIMI SISTEMI 1

    Ma, sia il movente abbietto quanto si vuole e vada pure tutta la nostra solidarietà all’ucciso, l’omicida avrà pure qualche ragione, no? Se prescindiamo dall’atto gratuito di gidiana memoria, la ricerca del movente, o motivo, è uno dei capisaldi della pratica investigativa, e l’assenza di movente crea il più grande imbarazzo anche in presenza di un reo confesso. Ma il movente dell’omicida, chi è in grado di scandagliarlo fino in fondo, chi, al di là delle attenuanti previste dalla legge, è in grado di coglierne la verità?
    Quindi non è vero che fra Vero e Bene ci sia un’asimmetria. Di entrambi non possiamo avere che forme approssimative e imperfette. La loro perfezione – e a questo punto indistinguibilità (bonum verum pulchrum convertuntur) – può essere solo in una dimensione divina.

  8. A tutti.
    Il breve contributo era di forma ipotetica, dunque alcune domande non possono avere risposta; il movente, la natura umana, la memoria, sono questioni di natura pratica, il mio scritto di teoria logica o, come meglio dovrei dire, di ontologia dei concetti. Avrei dovuto, avete ragione, introdurre meglio alcuni termini, ma ho preferito la brevità alla pedante elencazione di definizioni. Se questo ha causato errori, me ne scuso.
    Curioso mi pare, tuttavia, che nessuno abbia segnalato la “soluzione” al dilemma dell’imperativo: è sufficiente non introdurre il male nel mondo per arrestare la dialettica descritta, come dire: l’etica ha il potere di degradare, diciamo così, le antinomie delle leggi umane.
    Un saluto.

    1. bello
      buono
      giusto tutto
      per dio
      giusto e ingiusto
      opinioni di uomini

      Eraclito, I Frammenti, a cura di Luciano Parinetto, Millelire Stampa Alternativa, 1992.

  9. mi discosto: non so cosa sia il male, quindi non saprei come non introdurlo; ogni cultura ha i suoi mali, che poi altre culture rovesciano; la nostra poi ne ha millanta e combinazioni e opposti. Silenzio degli Innocenti: è Male Demme. assassino e maestro di assassini, eppure la Giusta si identifica quasi in lui, che alla fine se ne esce vero trionfatore? E non ci identifichiamo forse con lui sentendo il dolore e l’orrore dentro la sua mente provocati dallla camicia di forza e dal mordacchio e con lui ci liberiamo da questo dolore/male..anche se mangiando i carcerieri? L’animo umano è complicato, ma le superfetazioni bibliche, religiose, giuridiche l’hanno reso indecifrabile e quindi pressochè ingiudicabile; più semplice rivolgersi alla storia e ai percorsi collettivi..forse.

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