“Marisa” di Peter Cowlam

 

Romanzo breve di Peter Cowlam. Traduzione Angela D’Ambra

Estratto dall’introduzione
Quel primo amore che non si scorda mai … 

Come spiegare in termini di chimica e di fisica un fenomeno biologico così importante come il primo amore?

Albert Einstein
Ogni giovane ricorda il suo primo amore e tenta di ricatturare quel momento strano, il cui ricordo ne muta i sentimenti più profondi e lo rende davvero felice, malgrado l’amarezza del suo mistero.

Kahlil Gibran

Il primo amore, che sia davvero green – adolescenziale – o che si viva più avanti negli anni, è da sempre il tema centrale di storie, miti, romanzi, tragedie, film, canzoni. E l’adagio è più che noto: il primo amore non si scorda mai.
In genere, il primo amore si ricorda con nostalgico piacere, come un tassello di memoria che s’accende e ti scalda il cuore nelle gelide e fosche notti di una vita che sempre più dalla luce di giovinezza s’allontana. È felicità sfiorata, posseduta, persa. Il sogno impossibile. La favola bella che sempre t’illude. Se l’illusione resta incorrotta, può essere la forza che salva dalle tante amarezze e delusioni esistenziali che costellano il cammino della vita.
Non per tutti, però, l’illusione regge la prova del tempo: per alcuni subentra il disincanto. Sembrerebbe essere il caso del protagonista (e voce narrante) del romanzo breve Marisa, scritto da Peter Cowlam.

 

Capitolo primo

Questi sono i miei autunni. Quella periferia, quasi dimenticata, dove nacqui, non più che un ricordo indistinto di strade in ombra negli ultimi venticinque ottobri, tutt’a un tratto, si precisa: un’atmosfera tangibile temporizzata per turbarmi la passeggiata dalla stazione all’ufficio. C’è una raffica di foglie arancione brunito, un cargo che, lasciati gli alberi, turbinando per vie e piazze, marca uno di quegli anniversari di famiglia che preferirei aver dimenticato. Nella brezza di quell’istante, prendo in considerazione l’idea di una telefonata alla mia segretaria per annullare tutti gli appuntamenti: una panchina nel parco mi attira di più, quando, alzato il bavero, il ronzio degli affari svanisce. Quella decisione non la prendo mai. Invariabilmente, alle nove meno qualche minuto, il motivo vitreo inciso sulle porte a doppio battente sigilla il mio mondo di capitali e investimenti dalla fredda euforia e turbini esterni. Un agente della sicurezza dal volto di marmo, pagato per scrutare una sfilza di schermi TV, segnala la nostra elitaria fraternità – io sono l’imperatore, questo è il mio impero – e con deliberazione consueta evita la mia seconda occhiata. Sono tempi difficili, i nostri, dico, e insisto per mostrargli la carta d’identità. Chiamo un ascensore, e attendo nell’atrio, con lo sguardo al timer in discesa. Infine, risuonano le due note demotiche del suo tintinnio, per cui ora, mentre incrocio le mani sulla ventiquattrore con i documenti, lascio ogni sentimento fuori, alla furia del vento, innanzi a me l’intero giorno scandito in un grembo di pareti imbottite, mentre raggiungo le vette del mio super-attico. Una dozzina di investitori esteri mi hanno già augurato il buongiorno con messaggi: tutti mi chiedono di richiamarli. Questo lunedì mattina, scrollarmi di dosso i lacci del passato non è stato così semplice. Il nostro addetto alle pulizie, sempre ironico, aveva spolverato il busto del nostro fondatore, testa e spalle in bronzo realizzate in stile spudoratamente Churchill, e aspettava che il caffè colasse per il filtro. Mi sono seduto, spalle alla finestra, mentre ancora mi sbottonavo il cappotto. Ho acceso il computer, sensibile al subitaneo bagliore di colori dello schermo. Poi, appeso il cappotto, ho iniziato la giornata con i resoconti mensili: azioni, mutui, assicurazioni. C’era un elenco su cui sempre insistevo, per la gamma di informazioni che offriva su piccole e medie imprese. Ci ho dato una scorsa, controllando nomi mai visti prima; poi, a un tratto ho fatto marcia indietro, per controllare un indirizzo che conoscevo, una vecchia dimora malridotta denominata Aitken Aspires, un posto nascosto dietro una schiera di piccole proprietà commerciali e case private ai margini di Ealing Common. La proprietaria era Marisa Rae, o meglio, dopo venticinque anni, era ancora Marisa Rae.

 

Capitolo secondo

 In quei giorni, ovviamente, Bruce Senior era vivo e vegeto, né pensava ancora a busti, ritratti o a qualsivoglia altra guarentigia della propria posterità. Era, il suo, un principio evangelizzatore. Insisteva sulla trasmutazione materiale del lavoro duro e onesto –nello specifico il suo e, per il futuro, il mio – in un tessuto tenace e duraturo per la ditta che gestiva. L’aveva creata lui stesso, da un pugno di azioni ereditate quando era giovane, per lo più investimenti di prim’ordine, sebbene un paio fossero schiettamente fuori dell’ordinario. Non tutto prometteva bene per la successione che lui aveva in mente. Non ero uno studente solerte. Me la cavai con un voto fra 90 e 99 /110 nel corso di laurea in economia cui mi ero iscritto con scarso entusiasmo: un risultato mediocre a sue spese e sacrifici. È una di quelle considerazioni distaccate che persino adesso sento riecheggiare, perché da studente amavo i bar dell’università, dove dilapidavo i soldi, dove li scialacquavo. Mi lasciai coinvolgere, con mansioni di manager, dietro le quinte, in produzioni teatrali (spicca una Royal Hunt of the organizzative Sun), ma non trovai mai il coraggio presentarmi a un’audizione per ruoli, nonostante fossi tentato. E poi, le notti in cui giocavo a poker standard con indosso solo i calzoncini da nuoto e succhiavo un sigaro, finché l’alba e i suoi cinguettii rendevano il letto una prospettiva migliore. Il gioco d’azzardo si fermò quando un’appendicectomia recò rivelazioni inattese. C’era solo un libro disponibile durante la convalescenza post-operatoria: un’analisi dei complessi dilemmi affrontati dal sesto Dalai Lama. Ora, in un mondo di culture in collisione, è un cliché, ma eccolo là, il mio contraltare ai valori della società occidentale – un carico di cui a volte mi ero lagnato, ma avevo, fino ad allora, dato per scontato. La copertina antipolvere mostrava un uomo, presumibilmente il Dalai Lama in persona, con i propri discepoli, in pose spirituali, raffigurato sul ponte di legno di un padiglione orientale. Così, questo è quanto: c’era altro oltre al ceto medio inglese.

Il primo decreto di Bruce Senior, quando entrai nell’azienda di famiglia, mi escludeva, al momento, da un ufficio o staff personale, la maggior parte dei quali – uomini e donne sulla trentina – non avrebbe visto di buon occhio un dirigente così giovane.

Uno dei nostri titoli d’investimento, d’irrilevanza relativa, era il controllo di un fondo pensione che aveva acquisito a buon mercato nei primi anni Settanta. Alcuni in quella lista erano espatriati. C’era una coppia di anziani a Vienna. Un ex-ingegnere stradale era rimasto con la sposa, assai più giovane, trovata a Bogotà. Molti avevano osato andare a est, a Hong Kong o Singapore, o più lontano, a Perth, Melbourne, Sydney. I più si erano trasferiti nelle città, nelle valli e nelle località di villeggiatura che costellavano la penisola iberica. Un quesito perenne che queste persone felici ed erose dal tempo si ponevano era in che forma ricevere la loro pensione: sterline o valuta locale? Passai intere mattinate a indossare cappelli, calzoni, crema solare, a far pratica, nel mio specchio inclinato, con la tiritera d’esordio con cui giunse il mio primo incarico: “Sai già tutto se sai che, quando fanno una scelta, fanno la scelta sbagliata”. L’azienda non avrebbe coperto voli e conti di hotel in Sud America, o in qualsiasi area del Pacifico, quindi decisi di fare una capatina in Spagna, da una mezza dozzina di clienti. La disinvoltura della giovinezza, un volto fresco, e persino l’indole, erano i mezzi giusti per vendere altri prodotti finanziari mentre setacciavo i loro affari. L’espediente ebbe successo e le pianure d’Andalusia mi videro tornare di frequente, tanto che la scrivania personale nel QG di Londra era sempre meno un problema.

Ma non tutti i miei clienti erano appagati da una vita passata in sdraio, sulle coste del Mediterraneo. Uno dei miei ex-banchieri delle Home Counties aveva investito in uva da moscato, un uomo che conosceva a fondo i prodotti kosher e le feste ebraiche. Esportava nelle sinagoghe di tutto il mondo: il suo prodotto era un vino liquoroso, rosso e troppo dolce per me. La sua origine era meglio nota dalla denominazione: Malaga. Non mi portò nella città di Malaga, ma a Granada e a Cadice sì. Da quest’ultima, i miei album si riempirono di schizzi di stagni salati, acquitrini melmosi, frutteti, vigneti, uliveti, alberi di sughero montani e all’infinito i panorami di cui non mi stancavo mai, su e giù per la diramazione da Siviglia ad Algeciras. Il mio banchiere-fattosi-imprenditore mi illustrava le varietà di uva che usava, focalizzandosi sulla tecnica dell’essiccazione al sole che ne accentuava la dolcezza. In un solo gesto abbracciava le sierre, poi col suo sorriso sghembo mi portava in jeep alle grotte di El Romeral, dove scrissi la maggior parte delle mie cartoline a casa.

Mi parve abbastanza importante, una volta tornato fra i grigi frondosi di Ealing, iscrivermi a un corso di conversazione in lingua spagnola, una classe di una ventina di iscritti, tenuta da una docente con un’ombra di baffetti: Isabel McFadden (o McFard: non ricordo mai il nome). Alla seconda lezione, scambiai il banco, occupato senza riflettere la prima volta, con uno libero più vicino a quello di Marisa che ignorava le mie avances, ed era molto diligente. Aveva un incarnato eburneo, immacolato, e una chioma rosso fuoco. Non ho mai congegnato il momento giusto nelle relazioni sociali, per cui lasciai fare al caso, che arrivò una sera di vento forte, quando Isabel ci mise insieme per far pratica di conversazione (questi gli stupendi editti del fato). Questo ci ingaggiò in una conversazione per balbettii, io nel ruolo di un anglo-spagnolo, entrambi con marcata propensione per il cancro ai polmoni:

«Buenas tardes, señorita. Habla Vd. español?»
«No muy bien, señor…señor…».
“Il nome è Bruce.”
“¡Español!” (strillò la McFadden).
“Perdon. Me llamo Bruce. Cómo se llama?”
“Me llamo Marisa.”
“Marisa. ¿Y de dónde eres?”
“Soy de West London, Bruce.”
“Io pure!”“¡Bruce!”
“Perdon, Isabel. ¿Vd. fuma, Marisa?”
“Con mucho gusto. Vd. es muy amable. ¿Es un cigarrillo español, no?”
“Ah no, Marisa, es un cigarrillo francés. Gauloises. Ne prenda uno.”
“Con mucho gusto. Un millón de gracias.”
“De nada.”

Una conoscenza via Café Spanish e il gualcito pacchetto azzurro gesso di sigarette francesi in mio possesso non mi faceva ben sperare; così, una piovosa serata di novembre, la riaccompagnai in auto alla stanza dove viveva in affitto (a East Acton), sperando che mi invitasse a salire. L’edificio era una villetta a schiera, in mattoni dipinti, con fascia scrostata e sottarchi marci. Il numero era un elegante 32, battuto in ferro inglese e picchiettato di ruggine. Condivideva la casa con altre due persone: una bionda alta tutta gambe, sua coetanea, che frequentava la scuola per segretarie, e un uomo più anziano che riparava computer. Supposi che la potente moto di grossa cilindrata parcheggiata sotto un telo anti-pioggia, sotto la finestra di Marisa, fosse di quest’ultimo, ma mi sbagliavo. Questo fu un dettaglio che apprezzai solo dopo le brume invernali e un rovescio d’aprile che inaugurò la primavera, a mio avviso sempre troppo tardi.

Mi invitò entrare. Ma lo fece solo per farmi vedere alcuni documenti di cui non sapeva cosa fare.

 

Peter Cowlam è un editore freelance e autore di narrativa, teatro, poesia. Il suo primo romanzo, Electric Letters Z, è stato pubblicato nel 1998. Accolto con entusiasmo dalla recensione di Robert McCrum su The Observer, il romanzo è una satira gentile della vita letteraria londinese di metà anni ’90.
Durante il suo breve incarico in veste di consulente redazionale, Peter Cowlam ha curato due numeri di The Finger, una rivista di politica, letteratura e cultura.
Fra le sue imprese narrative ricordiamo il romanzo Marisa, un inebriante mistura del ricordo del primo amore. La sua ultima opera teatrale, Who's Afraid of the Booker Prize? è stata pubblicata da New Theatre Publications. Le poesie di Cowlam sono state pubblicate su molte riviste online e cartacee, e alcune sono disponibili in formato MP3 online.



Libri di Peter Cowlam

narrativa (a stampa)

Across the Rebel Network
Marisa
New King Palmers  (vincitore del Quagga Prize for Literary Fiction 2018)
Who’s Afraid of the Booker Prize? (vincitore del Quagga Prize for Literary Fiction 2018)

narrativa (ebook)

Call Bridgland Jolley
Marisa
Meakin
Prince Sigmund
The Patient’s Diary

poesia

Laurel (cartaceo)
Manifesto (cartaceo e ebook)
Opus Thirty Three Bagatelles (cartaceo e ebook)

teatro

Brexit is Served
Hooley
Off Shore
The Two Gentlewomen of Dover
Who’s Afraid of the Booker Prize?
  • Di Peter Cowlam su POLISCRITTITURE potete leggere anche Utopia (qui

 

IL TRADUTTORE

Angela D'Ambra. Ha conseguito la laurea in Lingue e Letterature straniere presso l’Ateneo di Firenze (2008); il diploma di Master II in traduzione di testi post-coloniali in lingua inglese presso l’Ateneo di Pisa (2009). Dal 2010 traduce non-profit testi poetici (En > IT). Le sue traduzioni di poesia sono state pubblicate su varie riviste italiane e internazionali (online e cartacee). Ha pubblicato otto libri in traduzione italiana di poesia canadese e americana, un romanzo di Peter Cowlam, Utopia. Di prossima uscita (settembre 2022), la traduzione di un libro di saggi sulla traduzione poetica, Fedele, a modo mio di Michael Palma

1 pensiero su ““Marisa” di Peter Cowlam

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