…per fare poesia occorre saper trattenere la poesia…

di Angelo Australi

Di Alberta Bigagli già avevo scritto proprio su questa rubrica nell’ottobre del 2018, riportando una testimonianza sull’inizio della nostra conoscenza e le tante collaborazioni, quella che segue è una breve riflessione sul suo lavoro, stimolata dall’incontro dello scorso 17 gennaio a Firenze, organizzato da PIANETA POESIA nella sede della Società delle Belle Arti – Circolo degli Artisti Casa di Dante Alighieri, dove è stato presentato il volume di poesie e saggi critici di Alberta Bigagli Sì, comincio. Parola, poesia, linguaggio espressivo, curato da Fiorella Falteri e Manuela Buzzigoli. Oltre alle curatrici e a Giuseppe Baldassarre in veste di editore, sono stato chiamato anch’io a portare un contributo, insieme a Maria Elena Favilla e Annalisa Macchia, mentre gli attori Matteo Pecorini e Matteo Brighetti hanno fatto alcune letture.

In Sì, comincio. Parola, poesia, linguaggio espressivo, (Balda Editore, maggio 2022) Fiorella Falteri e Manuela Buzzigoli sono riuscite in un’importante operazione di ricerca intorno alla gran massa di scritti che Alberta Bigagli ha prodotto nel corso della sua vita, regalandoci un libro che, nonostante l’eterogeneità dei materiali (in gran parte inediti), mantiene quell’impronta narrativa che pone la parola al centro della scena. Loro, e solo loro, potevano realizzare questo fondamentale lavoro, avendo condiviso con lei molti progetti e nel 2017, dopo la sua morte, costituito il Trust Alberta Bigagli onlus, dove è stato raccolto tutto il suo archivio.

Le cinque parti che compongono il libro non sono in sequenza temporale ma servono, così messe, per rivelare la forza di un’esperienza capace di muoversi su più livelli in quel terreno della vita dove la parola, che sia poetica o semplice bisogno di comunicare con gli altri attraverso un metodo di lavoro, è pura soprattutto se espressa dal basso, nata dal reale, così da trascinare la dimensione poetica in un continuo mescolamento di interessi, e in tutto questo riuscire a conservare l’originalità di un sincero, autentico punto di vista sul cosa muove nel poeta l’istinto verso quel bisogno di affermare che in ogni essere vivente c’è poesia. La modernità di Alberta sta nel non avere un centro se non sul piano nel quale elabora il metodo di riconoscere alla parola tutta la dignità politica di germogliare dal linguaggio parlato. In una nota critica al libro uscita su Erba d’Arno (n. 169 – 170 estate autunno 2022) Franco Manescalchi ci porta a veder bene questa sua particolarità: Psicologa e anche poetessa. Così essa fonde in uno due caratteristiche, siamo di fronte a un mistero perché l’indagine psicologica unita all’espressione lirica dà risultati singolari, in sintesi di amore. Insomma da una parte la disciplina che studia gli stadi mentali e i processi emotivi mediante l’uso del metodo scientifico, dall’altra la sorpresa di un qualcosa che nasce istintivamente dal gruppo durante gli incontri, per strutturarsi di persona in persona nella forma di linguaggio.

Le prime quattro sezioni, tutte introdotte da una breve nota di Fiorella Falteri che ci accompagna nella lettura dei testi poetici e in prosa, sono mosse da uno spirito curioso, libero, forse incontaminato, almeno per quanto riguarda la scelta di privilegiare il rapporto con le persone, piuttosto che quello con il mondo degli addetti ai lavori. Adesso comprendo perché, quando incontravo Fiorella Falteri partecipando ad alcune iniziative fiorentine, alla domanda sull’uscita del libro rispondeva sempre con un sorriso che c’era da aspettare, nel mettere in ordine il materiale usciva sempre qualcosa di nuovo di cui tener conto. Alberta Bigagli era una scrittrice instancabile, capisco questa continua sorpresa delle curatrici nello scoprire frasi, poesie, note scritte sulle varie sedute dei gruppi di linguaggio espressivo di un valore che doveva trovare una collocazione nel volume. Non dico ci fosse ogni volta da ricominciare daccapo, ma senz’altro le carte andavano mescolate per trovare un filo espressivo di un nuovo ordine narrativo.

Nella prima parte del libro ci viene raccontata la scoperta della parola come un mezzo di comunicazione per stare con gli altri, attraverso una serie di testi in prosa e poetici proveniente dalla sua autobiografia, dove si disegna un viaggio consapevole e coerente. La seconda parte è tutta dedicata alla presa di coscienza della forza espressiva che può e deve avere la poesia, con testi che esprimono una profonda convinzione elaborata dalla riflessione e dall’esperienza personale. Segue una terza parte tutta dedicata ai suoi laboratori di linguaggio espressivo, dove si delineano origine, sviluppi e risultati del metodo elaborato da Alberta Bigagli nella conduzione psicopedagogica dei gruppi d’incontro tenuti in varie case di riposo per anziani, l’ospedale psichiatrico San Salvi di Firenze, l’ospedale psichiatrico criminale di Montelupo Fiorentino e nei carceri circondariali di Firenze e Prato (In questa terza parte del libro è incluso un estratto dell’interessante tesi di Laura di Beatrice Ciabini: La poesia concreta: la parola-ossigeno di Alberta Bigagli). La quarta parte del libro è interamente dedicata alla rivista Voce Viva, da lei ideata con il contributo grafico di Fiorella Falteri, e realizzata ininterrottamente ogni sei mesi dal 2005 al 2015. La rivista era ordinata in dieci Rubriche fisse che spingevano il lettore verso una riflessione etico partecipativa sul vivere quotidiano. C’è poi una quinta parte, Con Alberta ho fatto un lungo viaggio, dove sono raccolti una serie di testi, scritti per l’occasione da amici che testimoniano, in vario modo e forme, come abbiano con lei interagito. Va detto che a conclusione di ogni parte sono stati inseriti dei giudizi sul suo lavoro, la lista degli autori che si sono occupati di lei è lunga e ricca di spunti di riflessione.

Nel libro la parola è vista in una chiave di lettura direi scientifica. O meglio, una chiave di lettura che parte dal metodo (scientifico) del lavoro che Alberta Psicopedagogista fa con e sulle persone per raggiungere il punto sospeso nel quale la parola riesce ad esprimere tutta la sua forza comunicativa, restituendo l’esperienza intima, profonda degli interlocutori, scarnita da ogni sovrastruttura. Proprio così le due curatrici ce la presentano, avendo inserito come esergo questa sua riflessione, che mi preme citare:

Ora chiedo io autrice la parola, per una cosa che non ho mai detto ma che devo dire. Nei vari interventi, l’entusiasmo per la mia persona, portatrice di Linguaggio Espressivo e quindi mediatrice di poesia, va visto come adesione sentita e concreta agli incontri, alle relative letture, ecc. Io cerco di sfrondare rispetto al mio nome, ma è faticoso. Conto sulla vostra fiducia. Lo sapete, qui si fa soprattutto la storia di una ricerca.

Insomma Alberta sembra volerci ricordare che per fare poesia occorre saper trattenere la poesia, riuscire in qualche modo a sentire quel punto di confine dove la parola è capace di scoprire l’inizio di una nuova vita, senza per questo rinnegare il suo significato originario (…Io cerco di sfrondare rispetto al mio nome, ma è faticoso. Conto sulla vostra fiducia. Lo sapete, qui si fa soprattutto la storia di una ricerca).

Ecco perché seguendo il suo metodo di lavoro sono stimolato a mettere a confronto la scienza e la filosofia in modo concreto. O meglio, la poesia piuttosto che la filosofia, visto che oggi come oggi la poesia è forse l’unica esperienza sincera in grado di misurarsi con la scienza almeno sul piano del pensiero astratto con qualcosa di reale. Naturalmente in Alberta Bigagli la parola diventa anche atto politico dello stare insieme partendo dal basso, ma in un modo privo di ogni sentimentalismo retorico.

Ci siamo conosciuti nel 1986. Già in una delle prime lettere (7 ottobre), nella quale mi ringraziava dei giudizi positivi che avevo fatto alla sua raccolta di poesia L’Arca di Noè pubblicata nella collana Gazebo diretta da Mariella Bettarini e Gabriella Maleti, lei scriveva così: … Tutta la mia attività, tutto il mio modo di essere tendono a “unificare”, salvare il “bambino”, comunicare, “teatralmente”, cioè aldilà degli incontri tra esperti. Tutto in me tende alla vita, non escluso il dolore, ai valori possibili, non esclusi quelli che hanno il terreno nell’irrazionale.

Di questo terreno dissestato parlammo io e Alberta nel nostro primo incontro, avvenuto dopo uno scambio epistolare di alcune lettere e l’invio delle nostre pubblicazioni. Mentre le spiegavo il bisogno di trovare una certa autenticità nello scrivere facendo dei paragoni con il medioevo inserito nel contesto di un parlato del lavoro in fabbrica, lei mi raccontava la sua ricerca di una forma poetica della parola che scopriva attraverso gli incontri di linguaggio espressivo tenuti allora principalmente con i pazienti della Tinaia, presso l’Ospedale psichiatrico di San Salvi, e le case di riposo di Prato e la fiorentina Montedomini. Incontri da lei definiti del Tu parli io scrivo. Entrambi con la scrittura volevamo scoprire il punto dove un termine può ritrovare la sua autentica forza originaria, a costo di usare per scrivere un centinaio di parole o poco più, perché così dialogavano le persone semplici e gli emarginati per esprimersi. In realtà le parole che userà saranno molte più di un centinaio, ma tutte nelle sue mani sembrano così naturali, diventano di una semplicità sorprendente, restando così aderenti a qualcosa di concreto, di vero.

Sì, comincio. Parola, poesia, linguaggio espressivo, ci dimostra quanto Alberta Bigagli, in ogni suo viaggio nel linguaggio affronti la realtà da artista, o meglio da poeta. In tutto il suo lavoro, che si tratti di elaborazione poetica o dei laboratori di linguaggio espressivo, si capisce benissimo che in lei non si trova mai una pretesa documentaristica, né tantomeno lo sforzo di sublimazione. La parola appare come immagine, come scatto fotografico, ed è la sintesi di un metodo capace di fissare quel determinato attimo nel quale si rivela estraniata da condizionamenti, conservando una stupenda naturalezza.

Vale la pena soffermarsi sul suo metodo che sembra davvero simile a come si mescolano gli elementi in un laboratorio di chimica, dove non si può dare mai per scontato l’esito finale dell’esperimento, che è importante sì, ma non meno del contesto del viaggio intrapreso mentalmente per arrivarci. Ecco cosa scrive nella parte delle note autobiografiche, sulla scoperta della parola (pag 18):

Per quanto sia stordita dalla violenza che mi circonda, sadizzata dal dubbio, manterrò con la parola, come il passato mi insegna, il contatto con me stessa e con l’altro. La parola, mio/tuo grande mezzo, sarà la zattera della continuità. Canterò, canteremo. Ci saranno voci fioche, per l’incertezza e la stanchezza indotte dalla memoria malata, stonature di cui i più saggi non si stupiranno, Ma anche, a tratti, la scoperta dell’accordo dell’armonia.

Alberta Bigagli sa vincolare la parola a una storia conosciuta con coscienza artistica e insieme sociale, e per questo riesce a rendere ordinarie, naturali, cose nate da situazioni straordinarie. Per esempio, in tutta la scrittura fatta col metodo tu parli io scrivo lei solidarizza con gli interlocutori in modo scientifico, e il risultato sono delle vive schegge di poesia nata in forma di “fantasia collettiva”.  Ecco cosa dice Anna, una delle partecipanti agli incontri alla Fenacom, associazione interamente dedicata al mondo della terza età: Non volevo venire/Avevo dentro il silenzio/come dovesse cominciare/il suono di un’orchestra/ Qui fra voi ascoltandovi/ho sentito le prime vibrazioni/Suoni e lampi di calore.

Questo capitoletto che si trova nella quarta parte dedicata al periodico Voce Viva è chiamato da Alberta Bigagli UN’ESPERIENZA FRA LA TERZA ETÀ – che merita piena luce, ad un certo punto viene introdotto da questa sua riflessione: … Ho la pretesa che ogni incontro sia come il primo. La mia non è didattica, né terapia né formazione sociale. Mi sento e come tale voglio essere accettata, portatrice di nulla e di tutto. Scientificamente, questa è “azione sul campo”, appartiene all’antropologia, ma l’ispirazione venne dall’amore per la parola. Dalla poesia…

 Il suo lavoro non è concepibile in campi di ricerca separati: Alberta poeta, Alberta ricercatrice, Alberta generatrice di linguaggio espressivo, Alberta operatrice culturale a tutto tondo. Dietro ogni sua attività c’è l’indagine di una sola ispirazione poetica che trova le radici in una parola prima vissuta. A sostenere questa ipotesi trovo in lei dei meccanismi oggettivi che non sembrano avere un “centro”, ed è per questo che riesce ad andare in un mondo dove invece l’egocentrismo della maggior parte dei poeti sfugge l’eccesso di quotidianità. Lei non ha paura di questo mondo. Non ha paura di cercare un significato profondo della vita nel quotidiano, dove l’uomo parlando può farsi poesia. All’inizio della sua esperienza con la parola Alberta Bigagli ha la fortuna di incontrare due figure fondamentali per la sua formazione: Padre Ernesto Balducci e il poeta Carlo Betocchi, quest’ultimo farà la prefazione alla pubblicazione della sua prima raccolta di poesie L’amore e altro (Vallecchi, Firenze 1975), ma già l’incontro con Padre Ernesto Balducci è riportato in un ricordo di forte intensità: …Una volta dichiara che la chiesa deve fare i conti anche con il positivismo e suscita mormorii. Un’altra volta ad un certo punto dice con forza “L’ateismo è figlio di un certo teismo”. Io, senza che nessuno lo noti lascio che esca un pianto silenzioso. Esperienze forti, che dovranno depositarsi chimicamente per divenire poesia…

Come vedete già dall’inizio della sua ricerca Alberta Bigagli sa porsi davanti un ampio orizzonte, un orizzonte coltivato coerentemente per tutta l’esistenza nelle varie forme in cui il linguaggio è in grado di esprimersi perché no, anche conflittualmente, almeno quando si sforza di affidare alla parola il valore di una fede nella poesia.

APPARATI

Alcune pagine tratte dal libro, che mi hanno stimolato in queste riflessioni.

PARTE PRIMA: SCOPRIRE LA PAROLA. NOTE AUTOBIOGRAFICHE

[…] E Betocchi com’era?  Ormai un po’ curvo, lui per me in età di padre. Un muoversi nervoso, un parlare tra toni alti e bassi e a volte come a se stesso. Gli occhi blu fondi attenti, con la particolare luce di chi ama e si mostra scoperto, lasciandosi difendere solo dal folletto dell’ironia. Dunque siamo nel suo studio. Lui da subito mi dice “lei è poeta originario”. Io mi emoziono al punto che non riesco a sedermi. La tensione mi obbliga alla posizione in piedi. La moglie porta il thè sul vassoio e io, ci credete? lo bevo in piedi. Questo incontro mi scatena. Dal ’59 al ’65 scrivo fra l’altro una serie di prose poetiche dalle quali uscirà la scelta per il primo libro (L’amore e altro, Vallecchi 1975. Prefazione di Carlo Betocchi, dal titolo Sulla via di Campana). In queste pagine scrivo senza remore. Scrivo con i nervi e la carne. […]

[…] Vengo a sapere che un certo Padre Balducci, aperto e appassionato, parla alla gente un determinato giorno della settimana, dopocena. Ciò accade all’ultimo piano di un palazzo di Via Sangallo. Un palazzo che ospita anche gli ex-carcerati, i quali si sono fatti delle attività con cose tuttora in uso, anche se per poco. Si notano monticelli di brace nera nell’androne e, salendo, ci accompagna il forte odore di sapone da bucato. Arrivati in cima, troviamo un’ampia stanza col pavimento di assi. La sede di questi incontri cambierà, diventerà la stessa della rivista Testimonianze, per ora dallo stesso Padre Balducci diretta. Ma la sede rustica dell’inizio è quanto di più adatto ci sia per incidere la memoria. Lui è alto grosso e per ora ha la tonaca, che chiaramente lo limita e infastidisce. Ha mani particolarmente grandi. Discende da contadini e minatori dell’Amiata. È padre scolopio e insegnante, credo, di filosofia. Scrittore assiduo come oggi tutti sanno. Una volta dichiara che la chiesa deve fare i conti anche con il positivismo e suscita mormorii. Un’altra volta a un certo punto dice con forza “l’ateismo è figlio di un certo teismo”. Io, senza che nessuno lo noti lascio che esca un pianto silenzioso. Esperienze forti, che dovranno depositarsi e mutarsi chimicamente per divenire poesia. […]

[…] Scrivere poesie, fiabe o prose liriche. Scriverle a mano e a macchina e più tardi, a volte, stamparle. Ma anche solo chiacchierare, aggressivamente, con negli occhi, che pure sorridono e ridono, una richiesta drammatica. “Ascoltami, che dopo io ti ascolto. Non sfuggirmi”. Toccarsi, è stabilito da sempre che sia difficile, mandarsi lettere è passato di moda. Diamoci, allora, il maggior numero possibile di quelle cose che passano dentro, a miliardi, senza mai uscire. Cose che graffiano e feriscono, perché appunto prigioniere, prigioniere innocenti, prigioniere della paura. La vita io me la sono trovata così, piena di durezze concrete, di ingenuità, di esaltazione. Il silenzio non era possibile. Ho parlato molto e anche scritto. Parlato, perché avevo amici. Scritto, perché ho tenuto me stessa per amica e ho accettato lo specchio della parola fermata sulla carta. Uno Specchio, d’acqua e di carta, si richiude per non perdersi, per riconoscersi, per farsi coraggio. […] Dalla nota di presentazione alla raccolta di poesie L’Arca di Noè, Edizioni Gazebo, Firenze, 1986)

LA NARRAZIONE (poesia di A. B.)

La narrazione è il nostro canto / e ha grande varietà di modi. /Gli eventi aldilà del travaglio / contengono il nostro viaggio. /Possiamo costruendo le case / imprigionando animali. / Una parte di noi rimarrà / confusa allo smeraldo del grano.

PARTE SECONDA: LA PAROLA CHE DIVENTA POESIA

… da La poesia è utile

a – La poesia è utile quando ci ricorda il mondo e la sua storia o è più utile quando ci fa immaginare una completa evasione dal reale?

La poesia è utile quando ci ricorda il mondo e la sua storia. La poesia scava e innalza e lo può fare all’infinito essendo il suo mezzo la metaforizzazione o metafora. Quindi la poesia in sé trascende e rifonda il mondo e la storia, ma non può più farlo se diventa solo e volutamente evasione. Se diventa cioè “colei” che non disturberà i gusti del potere corrente, per banale adattamento e mascherata schiavitù.

… da Non regressione ma recupero

a – Tutta la poesia moderna sembra essere un’orbita tracciata intorno al pianeta dell’egocità, cioè appare ispirata alla confessione del proprio io, sovente enfatizzata e artefatta, altre volte autentica e vereconda, comunque l’io viene inteso come l’unica specola a disposizione del poeta moderno da cui osservare il mondo. Perché?

Se è vero come è vero, che la poesia moderna salvo eccezioni, viene tracciata intorno al sé, con toni depressi e trionfanti, non può che formarsi, nello stesso operare poetico, un circolo vizioso. Se non mi pongo sufficientemente in osmosi con il resto del mondo, per il condizionamento anche politico dell’individualismo, sono costretto ad alimentarmi di me stesso, fino all’ipertrofia.

APPELLO, poesia si A. B. dalla raccolta Dopo la terra

Noi si nasce e si muore due volte / così come l’anima ha due volti / ed ogni effetto è prigione morale. / Io che ho senso di fusione con te / rendo pungente il mio pensiero / e muto in gara la partecipazione. / Eppure sai ti sto sotto la pelle / e biologicamente lavoro al tuo corpo. / I veleni contrasto ed alimento i Sali. / Anche la carne prega quando teme / che l’amico sia debole o non sia.

Alla poesia non basta il livello lirico, è lei stessa che vuole farsi strumento per analizzare e giocare con le nostre profondità, senza paura.

La poesia è esercizio alla sintesi, cioè unificazione e riunificazione degli elementi dopo la loro scomposizione e analisi.

PARTE TERZA: I LABORATORI DI LINGUAGGIO ESPRESSIVO

ALLE ORIGINI: L’ESPERIENZA DELLA TINAIA DI S. SALVI

LE CANZONI

Ed ecco una delle canzoni di Giuseppe, il ventenne con la chitarra. A volte dettate a me e a volte scritte da lui e consegnate, per dire offerte.

L’AMICO MIO: Amico mio cerca un mondo per te / scappa vattene lontano / io verrò, solo, a trovarti / non ti arrendere così. / Amico mio la vita è un gioco / e noi ci metteremo / a giocare con la vita / vedrai forse il gioco / lo perde lei. 

Soprattutto amava, abbracciava, suonava la chitarra. Aveva vent’anni e molta bellezza.

Non gli era facile accettarsi com’era, cioè un ragazzo che fino dalla prima adolescenza si era trovato fra psichiatri e infermieri, senza parenti.

Gli capitava di tappezzare la carta con serpoline colorate e fra loro intrecciate, stimolanti quanto enigmatiche.

A volte il tutto si componeva in un animale d’aspetto anfibio.

Uno di questi, dallo sguardo semiumano, fu chiamato dal ragazzo “mostro sireno”.

INCONTRO XXXIV – si parla di animali

Giuseppe B.  Gli animali giocano. Anche gli uccelli si parlano, coi versi.

Francesco. Il cane del reparto gioca molto, è allegro.

Anna Z. Nel mio reparto ci sono i gatti, ma non mi piacciono

Giuseppe B. Da piccolo in Via di Camerata (un istituto di allora) si prendevano i diavoli volanti, le lucciole.

(Alberta) Gli animali ci devono essere compagni. Devono giocare e divertirci. Dunque compagni minori. Visti così particolarmente da chi è sempre stato considerato minore. Lo sguardo fermo del gatto disturba, le luci volanti delle lucciole danno forma a paure. La bonarietà gioiosa del cane suscita quasi gelosia. Si prende esempio forse dagli uccelli, dal loro modo di contattarsi, perché di grande fascino e da sempre di potere terapeutico, è il suono armonioso.

Perdiamoci fra questi nomi senza più citarli, fra questi animali e fantasiosi amici. Definiti “alienati” e considerati sgradevoli. Furono esclusi prima di divenire escludenti. Questo accadde, io sono fra quelli che lo credono, molto presto e quindi all’interno della famiglia. Aldilà s’intende delle pur esistenti cause organiche. Sono esseri umani e quindi potenzialmente poeti. Avviciniamoli con lo sguardo e l’ascolto. Ripoterò per voi alcune espressioni delle loro voci, alcuni squarci del loro canto.

Il sole ha fatto tramontare le stelle

Vorrei idee nuove per cantarle agli amici

Levo la tristezza e il dolore / e rimane infine il fiore

I fiori a primavera sbocciavano / io e te li coglievamo / e il treno passava veloce. / Ti ricordi amore / avevi paura di lui. / Eri piccola e bella amore.

Non ho mai avuto bambine da volere bene. / Sogno sempre un’infermiera / ha i capelli arancione.

Sogni falsi e buffi. / Un cazzotto lo ha mandato sulla luna. / Mi misurai la corona sulla testa. / Succede sempre la notte.

Cento chitarre suonano lontano. / Le donne si radunano / a parlare nei lavori.

Una poesia di A. B. sulla sua esperienza alla Tinaia.

L’INNOCENTE: Tieni ho fatto un disegno. / Belli che cosa sono? / Sono bambini bambini. / Tieni  ho fatto un disegno. / Sono sempre bambini? / Sì bambini bambini. / Tieni ho fatto un disegno. / Ora hai messo una stella / insieme ai tuoi bambini. / Sì una stella una stella. / Tieni ho fatto un disegno. / Sono bambini e ciliegie! / Sì ciliegie ciliegie. / Tieni ho fatto un disegno. / Accanto ai bimbi fiori / dentro un quadrato verde. / È una casa una casa. / I bambini la stella / le ciliegie e una casa. / Brava Rosita brava.

OSPEDALE  PSICHIATRICO GIUDIZIARIO (MONTELUPO FIORENTINO)

[…] Si seggono in circolo intorno a uno dei tavolini che io faccio in modo sia sempre lo stesso come lo stesso è il giorno e uguale l’ora. Una cornice ordinata serve perché la serenità favorisce gli atteggiamenti liberi e spontanei.  Si seggono dicevo ma solo se vogliono e poi prendono un’aria d’attenzione e d’attesa e in qualche caso anche di vago timore. Ma c’è anche chi fa casino per avere fanciullescamente l’attenzione. Un lui abbassa da bravo il vocione perché io glielo chiedo in quanto qui il suono rimbomba. Un altro lui troverà il coraggio di esternare visioni mistiche di cui è ovviamente geloso. Un altro ancora mi offre una frase strampalata che con fiducia mi lascia poi ricostruire. Ci intendiamo sempre sul senso e sul significato della reciproca parola perché manca l’inquinamento da superbia.

Olindo del fuoco:

Lei l’Alberta / che sia in treno o sulla nave / è sempre a casa sua.

Senza fuoco non si può vivere. / Lo vedevo in campagna il fuoco. / Una volta non ho fatto / in tempo a spegnerlo / perché i rami erano molto secchi. / Non ho fatto in tempo / a strapparli via. / Allora sono andato di corsa / al nuraghe dov’era mio padre. / C’era una grossa pietra / e accanto un fungo enorme. / Intorno al fungo grosso / tanti più piccoli. / Ero ormai lontano dall’incendio. / Mio padre non c’era perché / si trovava alla miniera. / Il pastore mi ha offerto la ricotta / e io l’ho mangiata. / Seduto su una pietra / di quelle piccole e dentro / a una baracca fatta / di rami d’oleandro.

Giovanni del mare:

La farfalla porta fortuna / fino alla gioia. / Mi sento di volare.

I momenti poetici / dipendono dagli stati d’animo. / C’è differenza da persona a persona. / Ognuno di noi guarda un albero / e lo vede in maniera differente. / L’albero il mare la natura. / A me dell’albero e della natura interessa il linguaggio. / Loro stanno fermi / ma ci guardano e ci scrutano. / La mattina da casa mia / vedevo subito il mare. / Lui si esprimeva in modo / che non tutti potevano percepire. / Io e lui eravamo in sintonia / e avvertivo il suo sentimento. / Fra noi eravamo innamorati.          

PARTE QUARTA: VOCE VIVA la rivista (2005 – 2015)

RIASSEMENDO […] Detto ciò andiamo a iniziare, pacificamente sorridenti. Noi che in tempi di arte massimamente sofisticata, abbiamo il coraggio del rustico, del ruspante. Se si lavora la terra, se la zolla viene arrovesciata, l’umidità sale, i bachi si muovono e il seme entra, non si ha più, nel gioco dell’arte e della scrittura, il continuare ostinato ed estenuato, ma il rinnovarsi del ciclo. Sì, il nostro lavoro è stimolato dal senso di rinascita e ne fa testimonianza. In quanto cerca, scopre, registra e valorizza la parola nuda e ignara. […]

LA PAROLA E L’ECO: La musica avvolge e fascia, l’arte visiva incide e ferisce, l’architettura protegge e imprigiona, la natura è un utero, quando aperto e quando chiuso. E la parola? La parola immediata, che geneticamente è poesia?  Essa può chiudere, imprigionare, ferire o fasciare, ma senza mai immobilizzarsi e scomparire. Va dall’uomo all’uomo, o dall’uomo alla gente, ma non può divenire, nonostante la propria momentanea violenza, cosa ferma e ben localizzata. Come antro, castello, affresco o emanazione di strumenti tecnici.

La parola è tutto è nulla, la sua eco non è ripetizione ma risposta. […] Ci si ama soprattutto con la parola: detta, non detta, rimandata.

BREVE NOTA BIOGRAFICA

Alberta Bigagli è nata a Sesto Fiorentino nel 1928. Ha vissuto la maggior parte della sua vita in Via Ghibellina a Firenze, dove è deceduta nel 2017. Ha scritto libri di poesia e ha svolto un’intensa attività culturale partecipando a varie associazioni, fra cui Novecento – Libera Cattedra di Poesia e Abbì – Psicologia e Parola Poetica, da lei fondata. Laureata in Psicopedagogia (1981) si è dedicata a laboratori di linguaggio espressivo in ambienti di vari livelli sociali e culturali: carceri, ospedali, case per anziani. Ha ideato e pubblicato una rivista in cui la parola era al centro: Voce Viva. Da rilevare anche il laboratorio di linguaggio espressivo 50 R tenuto con amici e appassionati di letteratura in Via della Chiesa 50 R, dove ora ha sede l’Associazione a lei intitolata.

BIBLIOGRAFIA

Opere di Poesia

L’amore e altro. 1959 – 1965, con prefazione di Carlo Betocchi, Firenze, Nuovedizioni Enrico Vallecchi, 1975

L’arca di Noè, Firenze,Gazebo, 1986

In mezzo al cerchio. Sonetti in prosa, Firenze, Caratteri, 1989

Tre voci e una mano. Dialoghi in poesia raccolti in Firenze, gennaio 1988 – giugno 1989, prefazione di Mario Lunetta, postafazione di Pietro Civitareale, Spinea, Edizioni del Leone, 1990.

Diamanti. Anni 1991 – 92, prefazione di Giuseppe Baldassarre, Signa, Masso delle Fate, 1994

Paesaggio Mobile, presentazione di Anna Ventura, Chieti, Tabula Fati, 1999.

Dalla terra muovo, con una nota di Giovanna Vizzari, Castel Maggiore, Book Editore, 2003

Agli amici di Villa Ulivella. Piano secondo corsia chirurgica, aprile – maggio 2005, Villa delle Terme giugno 2005, stampato in proprio, 2007

Il sentimento della storia, Firenze, Novecento Poesia, 2006

Amore fu. La poesia di una vita, prefazione di Valerio Nardoni, Bagno a Ripoli, Passigli Editori, 2009 (raccoglie tutti i testi dei libri di poesia pubblicati fino a quest’anno)

Dopo la terra, prefazione di G. Marchetti, Bagno a Ripoli, Passigli Editori, 2012

Rondini corvi e piccioni, prefazione di Franco Manescalchi, Firenze, Polistampa, 2016

La mia amica Antigone, Firenze, Polistampa 2019

Opere in prosa

Agrodolci/Novelle, prefazione di Franco Manescalchi e Carlo Lapucci, Firenze, Polistampa, 1997

Morirai con un foglio in mano. Storie di una telefonista, prefazione di Ginevra Di Marco, Livorno, Valige Rosse, 2013

Documenti dei laboratori di linguaggio espressivo

Armando e Marcella. Dialoghi, confidenze e riflessioni raccolti con il metodo tu parli io scrivo presso l’Istituto Montedomini di Firenze negli anni 1985 – 1987, con prefazione di Franco Manescalchi e nota in appendice di Angelo Australi. Figline Valdarno, Circolo Letterario Semmelweis, 1991

Voglia di ascoltare. Confessioni e testimonianze degli ospiti della Casa di riposo Ludovico martelli di Figline Valdarno raccolte da Paola Brembilla e Alberta Bigagli, con una nota introduttiva di Angelo Australi, Figline Valdarno, Partito Democratico della Sinistra, 1993

Dialoghi a Solliccianino. Raccolti nell’anno 1994 durante gli incontri di linguaggio espressivo presso la seconda Casa circondariale. Sollicciano di Firenze. Viareggio, Editrice il Cardo, 1995

Olindo del fuoco. Poesia dall’Ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino; raccolte fatte col metodo “tu parli io scrivo” negli incontri presso la Sezione II Ambrogiana dall’esperta del linguaggio espressivo dott.ssa Alberta Bigagli, anni 1999 – 2001, a cura di Alberta Bigagli Firenze, Giubbe Rosse, 2001

Voglia di incontrarsi. Testi raccolti dalla viva voce fra gli ospiti de La Dogaia da Alberta Bigagli durante i suoi incontri di Linguaggio espressivo nell’ambito del progetto “ For Wolf” per conto dell’Associazione volontariato penitenziario di Firenze, gennaio – dicembre 2007, stampato in proprio, 2008

Libertà e bisogno. Autobiografia in breve, prefazione di Lia Bronzi, Foggia, Bastogi, 2008

Opere curate da Alberta Bigagli

Giuseppe Gualtieri, Nove poesie. Periodo della Tinaia, anni 1976 – 77. Raccolte da Alberta Bigagli. (S.l., s.cn. Stampa 1987)

Il mostro Sireno. La parola come segno di identità. Presentazione e lettura dei materiali raccolti dalla dott.ssa A. Bigagli presso l’Ospedale psichiatrico di S. Salvi e i centri sociali per anziani di Prato e Montedomini. Conferenza organizzata dal Circolo Letterario Semmelweis il 9 maggio 1987. Stampa Circolo Letterario Semmelweis, Figline V.no (FI), 1987.

Il bello della cosa. Materiali ordinati da Alberta Bigagli. Laboratorio di fantastica e poesia realizzato da Filippo Nibbi, Alberta Bigagli, Franco Manescalchi, Alfredo Allegri, Rosalba De Filippis, Firenze, Scuola media statale P. Calamandrei, Scuole elementari G. Mameli e G. Fanciulli, 1990.

Voci stellari. A cura di Alberta Bigagli e Franco Manescalchi. Edizione numerata, prodotta a mano, con illustrazioni, Firenze 1991

Gabriella Bertini, Al canto della civetta, a cura di Alberta Bigagli, Circolo Letterario Semmelweis, Figline Valdarno, 1999

Gabriella Bertini, Io chi. Sentenze poetiche. Vent’anni di poesia. A cura di Alberta Bigagli. [S. I., s.n., stampa 2002]. 133 pp: ill. Suppl. a Medicina democratica, n. 141/142

E IN CONCLUSIONE, per chi vuole approfondire e/o acquistare il volume Sì, comincio. Parola, Poesia, Linguaggio espressivo, cosa che io consiglio vivamente, può contattare Fiorella Falteri all’indirizzo trustalbertabigaglionlus@gmail.com.

4 pensieri su “…per fare poesia occorre saper trattenere la poesia…

  1. Il mio incontro con Alberta Bigagli è recente e, purtroppo, possibile solo attraverso la sua opera, ovvero da quando frequento il magnifico gruppo di Pianeta Poesia di Firenze. Fin da subito ho pensato all’opera di Alberta come a una miniera nella quale si scavi e si estragga all’infinito. Ne condivido il punto di partenza scientifico, da cui avvicinarsi anche alla letteratura e alla poesia; dalle quali, poi, rivolgersi di nuovo alla scienza con sguardo rinnovato. E ne condivido l’attaccamento alla realtà, alle cose e alle persone, da cui non allontanarsi mai e a cui fare sempre ritorno. Non so, a mia volta, se la parola possa riuscire a essere fotografia del reale, come scrivi, o se invece debba accontentarsi di esserne una delle possibili interpretazioni. Ma questa è solo una mia momentanea riflessione, una delle tante che lo scritto mi ha suscitato. Un’altra: spesso, romanticamente, ci volgiamo all’orizzonte in cerca di chissà quali lontananze o di chissà quali ultramondi; mentre, con Leopardi, basterebbe mettersi dietro la siepe per immaginare: Alberta è come quell’umile, e rigogliosissima, siepe.

    1. Daniele, purtroppo non so scrivere poesie, ma ti seguo da vicino su questo universo che esiste appena oltre la siepe. Alberta Bigagli crede nella forza propositiva della parola, della poesia come atto anche politico di trovare l’altro lungo il suo percorso di ricerca.
      Grazie della lettura

  2. trovo molto profonde le riflessioni di Alberta Bigagli e importante il suo operato presso diverse comunità, anche in contesti difficili, dove, dialogando, cogliere e “trattenere”, da persone semplici e provate dalla vita, “parole” preziose capaci di aprire orizzonti di verità e di speranza, per se stessi e per tutti…Parole che lei definisce di vera poesia….capaci di tracciare percorsi in cambiamento. Una ricerca psico-educativa e, nello stesso tempo, artistica…Una ricerca creativa che sembra partire dalla capacità di ascoltare e di ascoltarsi all’interno di gruppi di aiuto reciproco, quindi infinita…Grazie, mi interessa e spero di poterlo leggere: “Si’, comincio”

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