Il padre del mio amico

Tabea Nineo, volto

 di Alessandro Franci

 

Mia madre volle portarmi con sé a vedere il morto. «È il padre del tuo amico» disse.

Io non ero addolorato né per lui né per il mio amico; d’altronde neppure lei lo era, tanto che me lo chiese come mi invitasse al cinema.

Se c’era da partecipare a un funerale, a una veglia funebre, o visitare un ammalato, lei non si tirava indietro e questo le era sufficiente per credere che chiunque doveva essere contento di farlo quanto lo era lei; non comprendeva l’avversione che molti mostravano, per quello che riteneva fosse un dovere. Continua la lettura di Il padre del mio amico

Commento a “Il Roveto” di Erminia Passannanti

di Gianmario Lucini

Poesia dei forti contrasti, questa silloge di Erminia Passannanti, fra un aspetto dichiarato e descritto nelle composizioni stesse e un altro aspetto, che ne rimane fuori, ma che diviene il termine dialettico, di una dialettica drammatica e intimamente sofferta.  L’aspetto che è trattato è quello dell’atteggiamento religioso, che l’autrice ricalca, se così possiamo dire, da una idea iconica del rapporto col trascendente – “iconica” anche pensando alle icone russe, così formali e ieratiche, ma insieme dolci e mistiche, al fascino delle quali non si può resistere e si è quasi portati in un’altra dimensione, rarefatta, eterea, senza corpo.  Una religiosità che viene sondata nei suoi effetti sulla psicologia, piuttosto che nella sua essenza, viene illustrata negli atteggiamenti volutamente resi grotteschi e sciapi, in melense tinte. 

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Datti all’ippica!

di Roberto Bugliani

Ecco il secondo racconto della raccolta “Un’occhiata fuori” di Roberto Bugliani . Parla della ascesa e caduta di un certo Felice Cavaliere. A voi la ricerca di tutte le allegorie che riuscite a ricavarne. [E. A.]

Fin dalla fanciullezza il destino di Felice Cavaliere era inesorabilmente iscritto nel suo nome. Alla scuola elementare i compagni facevano a gara a canzonarlo per ogni sua azione maldestra, da imbranato cronico qual era, gridandogli burleschi: «Ma datti all’ippica!»

Anche i professori delle superiori, quando sbagliava asinescamente il teorema di Pitagora, o confondeva clamorosamente i Borboni con i Savoia, o andava bellamente fuori dal seminato nello svolgimento del compito in classe d’italiano, lo redarguivano stizziti: «Ma datti all’ippica!»

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Cinquant’anni dopo

Dialogando con il Tonto

di Giulio Toffoli

E’ bene avvertire il lettore che questo “Dialogando con il Tonto” fa riferimento ad un articolo di Guido Mazzoni, “Le parole del Sessantotto: Rivoluzione” comparso su “Le parole e le cose” e consultabile qui . [E. A.]
 

Avevo ricevuto un invito in questi termini: “Domani è l’Epifania, perché non incontrarci oggi pomeriggio davanti a Feltrinelli?”

Così sono arrivato, fedele alla linea, sotto i Portici e sono stato accolto da un sorriso del Tonto:

“Ci contavo, memore di quando ci si vedeva in via Manzoni nella sede storica della Feltrinelli a Milano mezzo secolo fa. Ricordi, si entrava e sulla destra accanto alla cassa c’era la bacheca dove facevano bella mostra di sé le riviste: Giovane Critica. Nuovo Impegno, Quaderni Piacentini, Ombre Rosse, L’erba voglio e una serie inesauribile di altre testate. Sulla destra invece lungo la parete una serie di pamphlet stampati direttamente dalle Edizioni della Libreria e poi le ultime novità”.

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Per Eugenio Grandinetti

Eugenio Grandinetti a Capovaticano nel 1978

Ho appena avuto notizia della morte di Eugenio. I funerali si svolgeranno domani in forma laica. L’appuntamento è alla 14 a casa sua in Via Meda 14 a Milano. [E. A]

               Ombre e vicende

  L'albero intristisce, l'erba secca,
e il giorno che s'inarca spinge in basso
nuvole lasse come fumo ed umide
come torba spugnosa di palude.
Quale giorno vorrò se tu non sei
e la luce del sole altro non mostra
che ombre di fronda che incessante stampa
sulla parete vuota della vita
il vento dei desideri e che ogni nuvola
che si frappone al sole poi cancella?
Passano per solitudini incertezze
di cose caduche. Tornano
come foglie sugli alberi, come erbe,
come nuvole, a farsi ed a disfarsi
speranze e desideri che non durino
ed attese che il tempo poi deluda.
E sempre torna
il sole per tramonti a farsi esangue,
a spegnersi,
nel punto dell'arco ove s'arresta
la vita, ed ultimo barlume ancora resta
una speranza forse, che si smemori
della fatica della vita il giorno,
che duri senza limiti una notte
dove alberi ed erbe e cielo e cuore
non abbiano più ombre e più vicende.

(da "Disamorarsi d'essere")

Riflessioni sulle “poeterie” (3)

Tabea Nineo, Tempera, 1980

Riordinadiario

di Ennio Abate

1980

14 gennaio

Leggendo Vanoye, La funzione poetica nei messaggi scritti e  Annaratone, Rossi, Versificazione e tecnica della poesia.

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Quartetto

Sculture di Lucy Gans, 1949

di Antonio Sagredo

 



                            “Parea ch’a danza e non a morte  andasse
                            ciascun de’ vostri o a splendido convito”
                                                     Giacomo leopardi 
    
                           Pudesse o instante da festa romper o ten luto
                                    Sophia de Mello Breyer Andresen


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Nella zona grigia del revisionismo storico

Nel 1999 come “Associazione culturale IPSILON” organizzammo a Cologno Monzese un incontro-dibattito con lo storico Pier Paolo Poggio, autore di “Nazismo e revisionismo storico”(Manifestolibri 1997). Ne ricavai quello che doveva essere il n. 1 de “I quaderni di Ipsilon”, rimasto poi impubblicato per il venir meno dell’Associazione proprio quando si stava per festeggiare i suoi dieci anni di attività. A vent’anni da allora, in coincidenza con la “Giornata della memoria”, che  l’Amministrazione Comunale leghista ha creduto di dover controbilanciare aggiungendovi un “Giorno del ricordo 2019” (qui) con tanto di proiezione del film sulle foibe “Rosso Istria”(giustamente criticato: qui) e testimonianza di un “esule e figlio di infoibati”, mi sembra quasi doveroso contrapporre il contenuto di quel “quaderno-fantasma”. Di fronte agli sproloqui propagandistici e  presuntuosamente disinformati che s’incontrano sui social quando si parla di Shoah, fascismo, nazismo, gulag e lager,  testimoniare  la qualità di una riflessione storica e culturale  andata del tutto persa mi pare  questione elementare di igiene mentale. Bisogna pur tentare di uscire da questo  oggi informe, in cui come diceva Fortini nell’intervento in Appendice «mentre continuiamo a scoprire inimmaginabili fosse comuni, accettiamo che la storia del secolo, cioè la nostra vita, ci sia raccontata come una favola di burattini, i buoni qui e i cattivi là, tutto chiaro.» [E. A.]

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Punto di domanda

 
di Arnaldo Éderle


Che razza di titolo è?
E’ che non sapevo che scrivere, ecco
che cos’è. Mi crederanno un incapace,
un tipo che non sa cosa fare, ecco
che cos’è!
E, infatti, così mi sembrava che fosse,
ero incerto e confuso, che cosa potrei
dire di più. E lo sono ancora.
Quando decisi di scrivere avevo voglia sì
di fare, ma nel mio cervello non c’era nulla
anzi meno di nulla, un vuoto indicibile.
Mi guardai intorno, ma non vidi nulla
nessun batuffolo da curare nessuno
spiffero da ascoltare nessun cinguettio
isolato, isolato dal mondo, davvero
la mia cervice sgombra da qualunque
interesse, qualunque guado qualsiasi punto
di partenza, tutto  vuoto.
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Proletario del blog

di Roberto Bugliani

È uscita «Un’occhiata fuori»,  la seconda raccolta di racconti di Roberto Bugliani, amico e collaboratore di lunga di data di Poliscritture. Con l’autorizzazione dell’autore e della Apollo Edizioni di Bisignano (Cosenza) pubblicherò, distanziandoli  nel tempo, tre racconti. Questo primo è una riflessione amara ed ironica sulla sbornia da Internet di un comunissimo «proletario del blog», che ha le reazioni e le illusioni  in cui  tutti noi, frequentatori di  siti  più o meno incalliti, siamo passati. Speriamo, però, di evitare la sua finale «evanescenza corporea». [E. A.]

Aristide non sognava mai. O, per meglio dire, non è che propriamente non sognasse, perché in realtà non esiste nessuno che non sogni, come sostengono le persone acculturate che hanno letto Freud. Più semplicemente, al risveglio non riusciva a ricordare i sogni che lo avevano visitato durante la notte. Né tantomeno di giorno, da sveglio, Aristide sognava, per l’ovvio motivo che i sogni a occhi aperti non erano consentiti ai precari come lui. E Aristide precario lo era a tutti gli effetti: nel lavoro, nei sentimenti, nelle scelte esistenziali e perfino nel mondo virtuale dei blog. Siccome il precario d’oggi è il figliolo sfigato del proletario d’ieri, Proletario del blog era il nickname che s’era dato. E da buon proletario, oltre a non disporre d’una connessione adsl, non possedeva nemmeno un sito internet tutto suo, per cui doveva arrangiarsi con quelli degli altri, smanettando da visitatore con link, homepage e spazio commenti e saltellando qui e là a zigzag come un pulcino in cerca della chioccia.

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