Archivi categoria: ARTICOLI VECCHI SITI DI POLISCRITTURE: 2005-210; 2010-2013

Una sera di primavera

Anche questo articolo di Velio Abati era comparso sul vecchio sito (2010 – 2013) non più accessibile di Poliscritture. Fu pubblicato sul n. 10 cartaceo del  dicembre 2013. [E. A.]

di Velio Abati

a Giulia, Ilaria e Stefania

Azione in sei scene

Personaggi

Una ragazza giovane
Una donna, la madre
Vittorio
Il dirigente, un capo
Vari giovani, uomini e donne
Anna, che, con chissà quanti altri, meriterebbe di esserci

Scena prima

Interno, pomeriggio, ora indefinita. Un divano anonimo. Di lato, a sinistra, un frigorifero. Non c’è nessuno.

Alla quinta di destra si scorge una finestra. Entra una luce pallida, insieme con il rumore discreto e costante di pioggia. In sottofondo, gorgoglii di rigagnoli.

Per un tempo discretamente lungo, non accade alcunché.

Entra dal fondo una ragazza minuta, i capelli sciolti tenuti in parte da una pinza, in abbigliamento comodo. Cammina e si muove leggera, silenziosissima, sovrappensiero. Indugia, va poi al frigorifero.

Quando apre distratta lo sportello, giunge, registrata, la voce di lei. Legge con il tono di chi ripassa. Pronuncia meditando le parole.

Voce. «O Tosco che per la città del foco

vivo ten vai così parlando onesto».

Il tono, fino a qui sostenuto della declamazione, si abbassa, rallenta, fino a sillabare, a ripetere, come a provare e riprovare le sonorità.

V. «PIaccIaTI DI resTare In quesTo loco

Con diversa intonazione.

V. «piAcciAti di restAre in questO lOcO».

La ragazza scuote dubbiosa la testa. Toglie dal frigorifero una busta di latte. Chiude lo sportello e si erge, cerca intorno con la busta in mano. Alla fine si decide a bere un sorso direttamente dalla busta.

La declamazione riprende spedita.

V. «La tua loquela ti fa manifesto

di quella nobil patria natio

alla quale forse fui troppo molesto.

Subitamente questo suono uscìo…».

S’interrompe come in un inciampo. La ragazza si avvia verso la finestra, sempre tenendo la busta del latte in mano.

Ragazza. Loquela (meditativa, si ferma) eloquio, eloquente (riprende a camminare) loquor, loqueris, locutus sum…

Arrivata alla finestra, si mette ad ascoltare il rumore della pioggia. Guarda fuori dai vetri, senza guardare.

Voce. «Loquela: modo di parlare, parlata ».

La ragazza controlla l’orologio al polso, come chi si accorge di un ritardo. È preoccupata.

Ragazza. S’infradicerà.

Rimane immobile a guardare attenta lo scroscio uguale della pioggia.

La registrazione riprende, come elencando.

V. «Uscìo… Uscìo, venìo, seguìo, patìo…»

La ragazza si avvicina alla quinta opposta, come in ascolto di qualche possibile passo. Poi va a riporre la busta nel frigorifero.

Torna alla finestra. Scruta in basso da una parte, poi dall’altra. Tira fuori dalla tasca un cellulare, inizia a comporre il numero. Interrompe, lo ripone in tasca.

Rag. Si arrabbierebbe, come sempre.

Scruta ancora. Si stizzisce.

Rag. Non sapere mai quando torna (si morde le labbra; il tono si vela di rammarico; si stringe le braccia come in un brivido) è tornato freddo.

La ragazza rimane immobile. Il rumore della pioggia sembra farsi più alto.

Scena seconda

Luce d’interno, piuttosto fioca. Non ci sono finestre. Un brano percussivo degli Stomp a tutto volume riempie la scena. Al centro, una scrivania. Dietro, seduto, un uomo maturo lavora nervoso a un portatile, sfoglia incartamenti, gesticola energico a un cellulare. Il brano percussivo impedisce di distinguere alcun altro rumore.

Dopo una manciata di secondi, entra da destra la ragazza. La musica tace di colpo. L’uomo, che ha smesso di telefonare, continua a lavorare al computer senza dar segno di accorgersi. La ragazza, vestita in modo sportivo, porta sulle spalle uno zaino. Attraversa l’intera scena e va a porsi, in piedi, al lato sinistro. Si toglie e depone in terra lo zaino. Rimane in attesa. La musica riprende identica. L’uomo seguita il suo lavoro.

A un certo punto, si affaccia dal fondo un uomo di mezza età, alto, nelle cui fattezze s’intravede una bellezza ora spenta. Entra incerto, con in mano un cappelletto, un po’ curvo in avanti. Si guarda intorno, fino a che avvista la scrivania. Forse saluta, ma le percussioni impediscono di udire.

Vittorio. Buon giorno.

Fa un cenno discreto con la testa. Ma non accade nulla. Ci riprova, con voce più forte.

Vitt. Buon giorno (alza questa volta la mano) buon giorno, signore.

Dalla scrivania sembra finalmente essersi accorto dell’arrivato. Le percussioni si abbassano di colpo, rimangono un suono di fondo, che malgrado tutto permette la conversazione.

Dirigente. Finalmente! (con aria di rimprovero).

L’uomo in piedi cerca di dire qualcosa, farfuglia, muove la mano con il cappelletto.

L’uomo dietro la scrivania si è già dimenticato di lui. Gesticola, mugugna al cellulare. Poi prende a scartabellare nei fogli. Parla fra sé.

Dir. Vediamo (controlla in un’agenda) sì, alle 11.

L’uomo in piedi, rimasto immobile in attesa, si agita, incerto ne tentativi di domandare e di ascoltare.

Dir. Dunque (prende una penna, sfoglia l’agenda da tavolo fino ad arrivare al giorno; scorre con il dito) alle 11. Colloquio (scrive, sillabando ad alta voce) con Anna e con la sua amica.

L’uomo con il cappelletto in mano è intimorito.

Dir. Guarderò anche queste. Parlerò chiaro. Ascolterò.

Vitt. Signor dirigente…(si trattiene) non volendo ho sentito… (riprende forza) non vorrà mica…

Dir. Vittorio! Mi hanno già detto tutto.

Vitt. Che le hanno detto?(Si agita) Non ho firmato.

Dir. Quindi avevi intenzione addirittura di firmare la richiesta?

Vitt. No! (Alza anche la testa) È una calunnia, un’offesa. (China di nuovo la testa) Lo sa, che oramai ho capito (le percussioni hanno un improvviso balzo di tono) non posso negare che qualcuno…

Ma il crescendo del brano si mangia le parole. La luce si fa livida. Lo si vede sforzarsi, tormenta il suo cappelletto. Cede, ci riprova.

L’uomo dietro la scrivania si alza d’un tratto. Il tono delle percussioni torna accettabile.

Dir. Ricordatelo! (Troneggia dietro la scrivania) Io so sempre, immediatamente tutto (la voce si fa veemente) so che tre di voi hanno preso a incontrarsi. Ma non mi conoscono. Ehi, guardami, pezzo di merda! Non vi darò requie. Vi farò cacare addosso, altro che riunioni, altro che risatine. Guardami, non vi farò dormire la notte!

La ragazza, che era stata per tutto il tempo immobile, prende da terra il suo zaino. La musica cessa di colpo. I due rimangono immobili nella posizione assunta.

La ragazza avanza con lenta attenzione, guarda in faccia prima l’uomo dietro la scrivania poi l’altro. Si mette a una certa distanza dai due, per guardarli insieme. Riflette.

Quindi si porta di nuovo di fronte all’uomo con il cappelletto in mano.

La registrazione scandisce:

Voce. «Io avea già il mio viso nel suo fitto».

La luce, rimasta fioca e livida, diventa rapidamente chiara e intensa, illumina distintamente ogni angolo, fruga nei volti e nei corpi. La ragazza parla con suono alto e limpido. Lo sguardo diretto, il tono di chi non concede sotterfugi: pretende una risposta.

Rag. Com’io al piè della sua tomba fui,

guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,

mi dimandò: – Chi fuor li maggior tui?

Scena terza

Scena uguale alla prima. Luce, rumore di pioggia e posizione della ragazza identici alla chiusura della scena prima. Dopo alcuni secondi d’immobilità, si sente alla quinta di sinistra uno schiaviccìo. La ragazza si scuote, accorre sollevata.

Rag. Finalmente!

Aiuta ad aprire; il rumore di pioggia si rafforza.

Entra una donna di mezza età, un po’ affannata. Ha i capelli bagnati, scrolla un ombrelletto troppo piccolo. È vestita in modo povero, ma non trasandato. Scuote scarpe e piedi, si spazzola con la mano i panni per sgrondare l’acqua.

Madre. Sei stata in pensiero? (sorride, con affetto).

Rag. Questo pomeriggio (premurosa, cerca di aiutarla; le prende l’ombrello, la borsa) ti hanno trattenuto più a lungo.

M. No, anzi, a mezzogiorno il lavoro era già finito (si strizza i capelli, la bacia, attenta a non bagnarla). Il fatto è che le vie erano bloccate.

Rag. L’acqua è alzata di nuovo?

Un lampo illividisce la stanza. Immediatamente dopo, i chiocchi secchi della grandine sbattono sui vetri. Il rumore assale dall’esterno.

Le due donne corrono alla finestra. Fissano fuori.

Ragazza e madre. Appena in tempo!

M. Non era ancora accaduto (deve alzare la voce) ormai è il terzo giorno.

Rimangono sospese alla finestra, impaurite. Dopo qualche folata, il rumore s’attenua di colpo. Riprende a piovere forte e regolare.

M. I sottopassaggi sono diventati laghi (scuote la testa) ho dovuto fermarmi. E per fortuna! Appena sono scesa, mi sono accorta che una macchina s’era incastrata, o fermata, non so. C’era una coppia di anziani. Ho fatto appena in tempo ad aprire la portiera, a trascinarli su.

La ragazza l’ascolta spaventata.

M. Stai tranquilla. Qui siamo al sicuro.

Si toglie il giaccone. La figlia glielo prende, con la borsa e l’ombrello. Li porta dietro la quinta di fondo.

Rimasta sola, si lascia andare sul divano. Per la prima volta, si sente stanca.

Nella stanza c’è solo il rumore della pioggia. Chiude gli occhi e chinando la nuca si raccoglie i capelli con un asciugamano trovato nel divano, ma non è sopraffatta. Appare solo svagata, trasognata.

Anche la ragazza rientra quasi allegra. Si butta a sedere, si accoccola accanto a lei.

Rag. Raccontami (le passa le mani dietro la testa, sorride), devo sapere tutto.

M. Oh (si schernisce, sorride), che vuoi che abbia di allegro o d’interessante una mamma che viene dal lavoro. Tu, piuttosto. Dimmi della scuola.

Rag. Ah, questa è una mossa scorrettissima (ride, di cuore; poi si ricompone in una serietà appena affettata). La solita noia, la solita fatica.

M. Ho capito.

Guarda anche lei da un’altra parte, come pensasse ad altro.

Bada solo ad asciugarsi i capelli. Poi riprende, quasi parlasse solo a sé.

M. Mario oggi non c’era?

Rag. Sono affari miei (asciutta).

M. Come siamo sospettosi (sbircia con la coda dell’occhio). Dicevo così, tanto per dire. (Si gira allegra, le dà un colpetto con la mano) Dai, che domani cambia tutto!

Rag. Sai (è pensierosa) stamattina un gatto nero mi è schizzato proprio davanti, così ho dovuto fare il giro più lungo…

La madre ride di cuore e se l’abbraccia.

Rag. Davvero! E poi, quando la mia amica di banco mi diceva brava, mi sono attaccata al ferro.

Ridono.

M. Tranquilla, il colloquio è confermato.

La ragazza si alza, in uno slancio di gioia. Fa qualche passo di danza, batte le mani.

M. Saremo lì, alle undici esatte (sospira, alleggerita) questi due benedetti posti di lavoro.

Rag. Sono in pensiero per Anna (guarda verso la finestra) perché non è venuta prima, in mattinata?

M. I treni viaggiano regolari.

Guarda davanti a sé. È serena.

M. Mi sono informata bene, le notizie sono certe. Il posto è sicuro. Sono esigenti.

Rag. No, è proprio un aguzzino.

M. Oh (sorride) quale capo non lo è? Ma il nostro lavoro lo sappiamo fare. La fatica, gli orari non ci danno pensiero.

La ragazza corre a stringerla.

Poi si alza, di nuovo allegra.

Rag. In questi giorni penso spesso a quando sarò nella nuova città.

Il rumore della pioggia, subito dopo che la ragazza ha ripreso a parlare, ha cessato di colpo. Si muove leggera, davanti alla madre.

Rag. Penso alle compagne di camera, alle ore che staremo insieme. Io farò i dolcetti che mi hai insegnato. Chiacchiereremo fino a notte fonda, discuteremo di tutto, anche del mondo, anche delle stelle e degli oceani che nessuno ha ancora conosciuto.

La madre, che la guardava incantata, apre le braccia. La ragazza vi corre ridendo.

Scena quarta

Interno. Non ci sono finestre. Al centro, una scrivania, la stessa della scena seconda. La luce è però chiara, come di pieno giorno. Dietro, seduto, un uomo maturo: il medesimo, con gli stessi vestiti. Lavora nervoso, ha in mano una penna stilografica, sfoglia incartamenti, gesticola energico a un apparecchio telefonico anni Sessanta. Sul davanti, lo stesso uomo della scena seconda, ma giovane. Indossa uno spolverino grigio, capelli e barba neri, incolti. Ha in mano una scopa, da una tasca gli esce un cencio per spolverare, più di lato un secchio con lo spazzolone dentro. Lavora sodo, muovendo ritmicamente la testa e il corpo, come se stesse ascoltando musica rock.

Dirigente. Vittorio! (il tono è aggressivo, lo stesso della seconda scena).

L’uomo non sembra sentire.

Dir. Vittorio! (grida forte, assai irato).

Vittorio.(alza la testa, risponde tranquillo, come se nulla fosse).

Dir. Per l’ultima volta: è vietato ascoltare musica, mentre lavori.

Vitt. Veramente…

Intanto che i due parlano, entra da destra la ragazza vestita in modo sportivo, porta sulle spalle lo zaino. Attraversa l’intera scena, passa tra i due come un fantasma e va a porsi, in piedi, al lato sinistro. Si toglie lo zaino, lo depone ai propri piedi. Rimane in attesa.

Dir. Mi pigli per il culo? Perdi tempo, ti dico.

L’uomo con lo spolverino rimane immobile.

Dir. La paga che incassi è moneta sonante!

Vitt. Io penso…

Dir. Tu non devi pensare! Devi lavorare, capito? Questo, devi fare.

L’uomo con lo spolverino prova a parlare.

Dir. Non interrompermi. Fammi parlare. C’è un altro problema. Il lavoro dev’essere finito (scandisce le sillabe) finito, quando arrivo.

Vitt. Il tempo è troppo poco, signore.

Dir. Ma quale poco, ma quale poco (si alza in piedi) tu sei incapace, sei scansafatiche (quasi urla) mangi le nostre ricchezze. Ma se guadagnarti il pane ti fa schifo, ce ne sono altri cento che …

L’uomo con lo spolverino fischia improvviso. Nella quinta di fondo, fino ad allora buia, appare una porta. Si spalanca. Entrano ridendo e urlando ragazzi e ragazze, vestiti con jeans, eskimo, barbe e capelli anni Settanta. Alcuni agitano cartelli in una lingua inesistente. Contemporaneamente s’è levata fragorosa una musica rock. Tutti festeggiano l’uomo, che getta via lo spolverino e la scopa, poi va a prendere il secchio con l’acqua e la scaglia verso la scrivania. Il dirigente rimane in piedi, immobile, come senza vita.

Dopo poco, da vari punti tra gli spettatori, salgono altri giovani.

Voci. È ora, è ora. Liberi tutti. La piazza. Le strade (con gesti e parole ci si rivolge in ogni direzione, alcuni sollecitano gli spettatori) prendiamoci la parola.

I gruppi cominciano a ballare. Brani musicali si accavallano, rock e tarantelle. Si distribuiscono volantini che volano sul palco, sugli spettatori. La scrivania e il dirigente, che è rimasto immobile, vengono completamente nascosti dai gruppi di giovani in scena. Coppie amoreggiano.

La ragazza, che fino ad allora era rimasta a guardare, prende lo zaino per tornare indietro, verso la quinta di destra da dove era entrata. Verso il centro, è afferrata dalla festa. Getta via lo zaino, si toglie il giacchetto. Altri giovani la imitano, si levano panni. Delle ragazze si cambiano in scena, alcune s’indossano gonne lunghe a fiori, altre corte minigonne. Musica, balli e vocio continuano.

Un gruppo si separa e corre verso la quinta di fondo, che questa volta s’illumina completamente. La porta di prima mostra ora d’essere solo una cornice. Oltre, la vista si apre su palazzi, cielo e alberi. La luce è del pieno mezzogiorno.

Un gruppo di giovani si allontana dalla scrivania, che in questo modo diventa di nuovo visibile. È vuota. I giovani, ancora ballando e cantando, inalberano il dirigente. Ma è un pupazzo che ne ha gli abiti e le sembianze. Ridono, scherzano con quell’oggetto, leggero come una palla di gomma piuma. Qualcuno ci balla, altri lo lanciano in alto, sopra la testa, come si fa con i bambini.

Grande è la festa. Più musiche, rock anni sessanta e tarantelle, si mescolano, si rincorrono, s’accavallano, come i gruppi sulla scena. La ragazza, rossa di gioia, si scioglie e si unisce a tutti i gruppi.

Ad un certo punto, alcuni giovani si avvicinano alla scrivania, rimasta vuota e isolata. Nell’euforia cercano di spostarla, di rovesciarla. La ragazza se ne accorge e si avvicina. È di nuovo vestita come quando è entrata. Indossa lo zaino. Rimane in piedi, di lato e sul davanti, ben visibile, con le spalle agli spettatori. Osserva attenta l’azione.

I giovani si sforzano, provano varie manovre, si consigliano, ma la scrivania rimane inamovibile. Chiamano allora gli altri, con la voce che viene soffocata dal tripudio, con i gesti. Inutilmente. Riprovano allora da soli. Coordinano gli sforzi con la voce. La scrivania è come murata.

Intorno, la festa, la musica, gli amori, i balli continuano.

Scena quinta

Interno. Notte, luce fioca. Identico rumore di pioggia. Il medesimo frigorifero di lato. Sul divano, semisdraiata con un plaid sulle ginocchia, la madre. Alle spalle, più distante, sulla destra, è comparso un lettino. Sotto le coperte, la ragazza con un libro.

La madre è sveglia, ma quasi immobile. Sembra ascoltare il rumore uguale della pioggia. La ragazza è inquieta. Si gira, interrompe la lettura, ascolta la pioggia, tende l’orecchio, sospira. Riprende la lettura.

Nella stanza, un rumore affannoso di respiro soffocato sovrasta d’un tratto lo scroscio della pioggia, lo sciacquìo dei rigagnoli. La ragazza si alza di scatto, getta via libro e coperte. Corre al divano.

La madre, che era rimasta tranquilla, l’accoglie sorpresa.

Madre. Perché (sorride) ti sei alzata?

Ragazza. Niente (si passa una mano sulla fronte, per allontanare una ciocca di capelli biondi; prova, anche lei, a sorridere). Non è ancora arrivata? (si guarda intorno).

M. Stai tranquilla, trottolina.

La ragazza, scalza, sente freddo ai piedi. Si stringe addosso il pigiama. La madre se la tira sotto il plaid. L’abbraccia.

Il rumore della pioggia continua regolare, sembra tranquillo. Nient’altro si muove.

M. È solo un ritardo (sorride di nuovo) è normale, con questo tempo.

L’accarezza.

M. L’appuntamento è alle undici. Abbiamo tutto il tempo.

La ragazza continua a stringerla. La madre solleva un braccio in un gesto largo.

M. Ho voglia di cambiare (sorride) quando tu sarai andata a spassartela…

Rag. Mamma, sai che non è così (imbronciata; poi maliziosa) mica mi farai la gelosa, ora?

M. Quando sarai a spassartela, lontano dalla tua mamma, rimasta sola e abbandonata, voglio spendere tutti i soldini che mi guadagnerò con il nuovo lavoro, per far entrare qui dentro aria fresca.

Si alza, sospira sollevata, si guarda intorno. La figlia sorride.

M. Intanto, via quel cassone insopportabile (indica il frigorifero, poi corre alla finestra) qua (guarda la figlia con aria di sfida) – ora che sarai fuori dai piedi, non potrai impedirmelo – una magnifica tenda.

Va muovendo le mani come se ne sentisse la morbidezza.

M. La voglio leggerissima, morbida. A fiori. Sì, teneri fiori di mandorlo e di pesco.

Corre a sinistra.

M. Il portoncino, lo voglio rosso passione!

La figlia ride divertita, forse imbarazzata.

M. Ah, sì! E le pareti (riflette) una carta. Una carta da parati che metta allegria, con i colori della primavera.

S’interrompe. Si ferma.

Si guardano immobili, distanti.

La pioggia cade sempre uguale. Ora non ci sono né tuoni, né lampi. Nessun rumore di macchine, come se la stanza fosse sola al mondo.

La madre si avvicina premurosa alla figlia, che è rimasta silenziosa. L’abbraccia.

M. Ora torna a letto, topino. È davvero tardi.

La ragazza sbadiglia, ma resiste. Poi la madre riesce a farla camminare. Piano, piano l’accompagna di nuovo verso il letto. La ragazza le si appoggia al fianco.

M. Rimango io ad aspettarla. Vedrai, Anna ormai sarà qui tra poco. Dormi tranquilla, che hai bisogno. Domani (sorride, la bacia) sarà per tutte una giornata importante.

Scena sesta

Interno precedente. Luce minima, a indicare il sonno. La ragazza è nel letto, la madre sul divano. Dormono. Il rumore della pioggia è cessato. Il silenzio è completo.

La poca luce artificiale lascia lentamente il posto a quella, più chiara e più alta, che penetra dalla finestra. La ragazza si risveglia. Ha un’aria sonnacchiosa, ma serena. Gode l’albore.

Guarda soddisfatta il soffitto e la luce. Sente con la mano il libro che ha dimenticato sotto le coperte. Lo guarda come chi rammenti.

Rag. È oggi l’appuntamento.

Si alza lieta dal letto. Avanza fino alla finestra nella quinta di destra. La apre. La luce ambrata dell’alba entra più intensa. La ragazza allarga le braccia, sorride.

Rag. Ha smesso.

Respira l’odore dell’alba. Contempla.

Si volta verso l’interno, con la voglia di mangiare. La madre è ancora immobile sul divano. La ragazza scuote la testa con affetto.

Rag. Come i bambini (si rammenta). E Anna?

Si avvicina.

Rag. Anna non è arrivata? (la chiama sottovoce) mamma (la tocca delicata sulla spalla) ti sarai presa freddo. Mamma.

La scuote. Una mano, inerte, scivola giù, distante dal corpo.

Rag. Nooo! (grida piegandosi in ginocchio sul corpo della madre) nooo!

Il grido lungo, acuto della ragazza lacera disperato.

La quinta di fondo scompare. Al suo posto i palazzi, il cielo e gli alberi già visti. La luce è tenue, verde e rosa del primo mattino. L’aria è tersa. La ragazza rimane nella stessa posizione, inginocchiata, immobile. Profondo è il silenzio.

Non accade nulla.

Nell’aria si leva un singhiozzo sommesso. Come una preghiera, lenisce l’immobilità.

A poco, a poco al posto della finestra, appare una splendida, candidissima chioma di mandorlo in fiore.

La ragazza si scuote. Si alza lentamente. Il singhiozzo sfinito continua sommesso.

Si avvicina stupita. Il richiamo dell’usignolo inizia tenue gli avvii lenti e lunghi. Guarda ammirata.

Quasi senza avvertirlo, il singhiozzo si smorza. Il canto si fa più alto, più ricco, nei languori e poi nelle impennate, nei gorgheggi. Il singhiozzo è scomparso. La ragazza ascolta. Riesce a piangere, in silenzio. Mentre si asciuga pacata gli occhi, sorride.

La luce, nella stanza e all’orizzonte, è ora quasi chiara.

Nota al testo

C’è qui la sofferenza per lo sperpero della devastazione di energie e di vite umane consumata intorno a noi, ad opera di altri uomini. C’è anche amarezza per la mia generazione, che tante colpe porta. C’è lo sbigottimento per le scelte di volta in volta da noi insegnanti compiute, quanto incredibilmente ipocrite, meschine e distanti dalle necessità, dalla funzione alta e insostituibile che la società, anche a nostra e sua insaputa, ci assegna.

Vista da questa parte, dal verso del foglio, la poesia, la letteratura ha una misteriosa necessità e insieme una non meno imprevedibile casualità: tutto è determinato, nulla lo è. Si tratta di un tratto per cui essa somiglia davvero, sfrondate le tentazioni imbonitorie del decadentismo, alla vita. Che cosa c’è infatti di più terribilmente ingovernabile della vita, almeno nelle nostre società? Ingovernabile perché imprevedibile; ma ingovernabile anche perché sovradeterminata rispetto alla nostra capacità di scegliere, tanto che più d’uno ha detto alienata la nostra condizione. Per questo, malgrado tutto, resta insopprimibile l’impulso a conseguire una società, un sistema di relazioni di sé con gli altri, con la natura, una vita quotidiana, ove ciascuno possa davvero comprendere e decidere il destino comune, almeno quel tanto umanamente possibile.

Per me – ma forse anche per altri, meglio: forse per l’arte dell’epoca moderna – la scrittura nasce da una impotenza. È un grido di dolore, di rabbia, di speranza malgrado tutto, certo di piacere; e anche di colpa, perché non mi scordo che il tesoro, con cui posso pensare e scrivere queste stesse parole, si regge sull’afasia di moltissimi altri. L’accumulo di cultura non è affatto diverso da quello della ricchezza (non si chiamano entrambi patrimonio?): chi possiede tanto capitale, lo ha solo per averlo sottratto a chi ne è privo. La produzione di ricchezza e di cultura è sempre più collettiva, la loro appropriazione rimane invece privata. So bene che negli ultimi trent’anni è stato fatto di tutto per nascondere l’uno e l’altro punto, come se tutti, più o meno, si fosse ricchi, tutti, più o meno, si fosse colti. Ma vedo che la crisi mondiale in cui il trentennio triste si decompone porta di nuovo a nudo quello strazio, ineliminabile in ogni società classista. Lo fa anzi con tale violenza rinnovata, con siffatta insistenza da fa dire ai più attenti di essere a un passaggio d’epoca. Gli eventi ci chiariranno se e come l’umanità (il 99%, dice Occupy Wall Street) intenderà affrontarlo, diversamente dal secolo scorso. Per me scrivere, nel modo assai ambiguo precipuo dell’arte, è sempre un gesto di condivisione, di denuncia – io non ci sto! -, d’investimento libidico, di scommessa per il futuro.

La cartella di Fortini

Continuo il recupero degli articoli  dei vecchi siti di Poliscritture non più accessibili on line e ripubblico questo di Velio Abati comparso sul n. 9  cartaceo  del gennaio 2013. [E. A.]

di Velio Abati

Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti
riprese ’l teschio misero co’ denti,
che furo all’osso, come d’un can, forti.

Il realismo furente di Dante ha incrinato per qualche terzina il silenzio glaciale della palude. L’orrore indicibile si squaderna ora in un esserci eterno. Il passato non muore e ha annientato di colpo il futuro. Tutto l’universo infernale è infatti un viaggio alle radici della selva dove ’l sol tace, al fermentare d’un passato che divora chi vive. La terzina conclusiva incardina l’incubo nella posa definitivamente animalesca della vittima-carnefice, “occhi torti”, e nella fissità d’una coazione senza fine: “riprese ’l teschio”.
Il lettore sa che l’emersione del rimosso, il vis à vis con il suo carico paralizzante d’angoscia è la costanza di ogni scena espiativa, offerta al pellegrino sotto la mediazione vigile del maestro. Così come pervasivo è l’assillo politico che l’accompagna e che l’artificio del viaggio collocato alla vigilia della catastrofe umana – cioè politica, etica, estetica, filosofica ed esistenziale – dell’esilio, rende incombente, ad ogni passo ravvivata da profezie ora stizzose, ora neutre, ora intenzionalmente consolatorie.
Ogni dannato ha la propria fissità e ognuno diversamente rifrange la biografia del pellegrino. Mille sono i modi con cui ciascuno, per dirla con Pirandello, rimane agganciato al proprio assillo.

          Quando s’accorse d’alcuna dimora
ch’io facea dinanzi alla risposta,
supin ricadde e più non parve fora.
——-Ma quell’altro magnanimo a cui posta
restato m’era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua costa.

Può, tra le mille, assumere la postura nobile quanto marmorea dell’assillo pubblico, oppure il patetismo trepido e cieco della passione familiare. Ma ciò che inficia alla radice e quindi scaraventa nella discarica infernale energie e sforzi vitali della miriade di dannati è stata l’incapacità di ciascuno di trascendere l’immediato, di allungare lo sguardo verso il futuro: dilettoso monte, da cui solo si può decifrare il passato e vedere il presente.
Fortini conosceva bene questo punto della nostra umana condizione, quando ripeteva: ogni immediatezza, ossia ogni rifiuto della mediazione, è intimamente reazionaria.
Credevo che la mia generazione, esclusi i cinismi e i rampolli dominanti, avesse scoperto per tempo –ai primi anni Ottanta, ricordo – la lezione eroica del prigioniero comunista Antonio Gramsci. Ma non ho mai immaginato che avrei dovuto insegnare la speranza ai miei alunni, che il mio compito sarebbe stato formare alla speranza. Fortini, a un giovane che nel 1993 lo interrogava su che cosa debba fare, come debba vivere la propria quotidianità chi s’affaccia alla vita adulta, rispondeva: “io domando ai giovani con cui lavoro, se vivono con i soldi di papà, se vivono con i propri, quanto guadagnano”. La risposta presuppone una condizione oggi lunare, vivendo i giovani la corrosione, di giorno in giorno maggiore, delle possibilità di lavoro, di sostentamento, di relazione. Nella selva non c’è luce, i sentieri sono false piste.

Gli alberi sembrano identici,
la specie pare fedele.
E sono invece portati via
molto lontano. Nemmeno un grido,
nemmeno un sibilo ne arriva.
Non è il caso di disperarsene,
figlia mia, ma di saperlo
mentre insieme guardiamo gli alberi.

È in tale immobilità che germina la disperazione. Non c’è, in se stessi, nell’hic et nunc circostanziale possibilità di lume. Questo è l’acheronte per chi si trovi oggi ad apprendere e a insegnare. Perché la speranza, se è una necessità primaria, non vive senza alimento. Il sapere di cui Fortini parla alla figlia, nelle circostanze date, viene solo da fuori; meglio: dai tempi lunghi.
Da questa béance, prima di tutto esistenziale, in cui insegnante e alunni sono presi, proprio da questa assenza d’ossigeno che grava nell’aula e nelle case, trova vita e scopo la potente lingua dantesca. Il piacere del testo è per il lettore la messa in esperienza dell’uscita da sé, quella che il pellegrino compie con lui. Il lettore, alunno-docente, passo dopo passo, impara a riconoscere con Dante che il male, con la paura che esso genera, non è assoluto, ma ha un’origine e ha una fine.
Ho detto esperienza, perché di essa vive la fatica del concetto, non della spiegazione astratta. Fortini aveva un amore sconfinato per il conversare, come sa chiunque l’abbia incontrato. Le sue lezioni pomeridiane a Lettere in via Fieravecchia si protraevano indefinitivamente. Arrivava con la cartella, elegante, sorridente, bello nella sua capigliatura candida e iniziava la lezione. Ho imparato dalla sua lettura perché un poeta va a capo prima della fine del rigo.
Non c’era un termine formale alla sua lezione, a un certo punto si trasformava in altro. Via via gli studenti si alzavano dalle sedie fino a che rimanevamo i soliti quattro o cinque. Oramai parlava del mondo. Solo quando l’anziano custode – si chiamava Dante, mi ricordava la figura d’un carraio della mia infanzia – suonava la sirena, egli si decideva ad alzarsi, prima che le luci spente ci chiudessero dentro. Nella mesta spensieratezza del Settantasette si leggeva nei muri di Via Fieravecchia una scritta; girava voce che ne fosse autore Gianni Scalia: Franco Fortini, il Lattes a lunga conversazione. Una volta – eravamo già al secondo anno – ci confidò perché non faceva precedere nessuna introduzione al suo corso. Solo la strada percorsa fino alla fine avrebbe potuto spiegare gl’inizi.
“Essere figlio” scrive l’Istat “di un avvocato (cioè avere un’origine borghese) oppure di un operaio non è affatto la stessa cosa: le probabilità di diventare un libero professionista, imprenditore o dirigente – ossia di accedere alle posizioni di vertice della gerarchia sociale – nel primo caso sono relativamente alte, mentre nel secondo sono decisamente più contenute. I figli della borghesia sono in netto vantaggio sui figli degli operai dell’industria e dei servizi anche nelle competizioni per l’accesso alla classe media impiegatizia. Ciò significa che le diseguaglianze di classe continuano a trasmettersi di padre in figlio”. Credo che pochi ragazzi conoscano questi dati che li riguardano. Anche Lettera a una professoressa suona inoffensiva come una carta medioevale; troppo grande è il velo sia dell’ideologia dominante, sia delle apparenze arcaiche di cui quel testo si veste. Credo anche che generalmente sfugga loro, per quanto rapido e imponente sia il fenomeno, il degrado dell’istruzione pubblica, cioè l’aggressione alla forza emancipativa della scolarizzazione di massa dei trenta gloriosi, breve tempo di cui ha beneficiato la mia generazione. Non lo sanno, perché il passaggio dalla condizione di fatto alla sua consapevolezza ha bisogno del rischiaramento della coscienza.
Non sfugge però loro una verità della propria condizione, ovvero la sostanziale impotenza dell’istruzione a modificare il destino già iscritto nella carne della loro famiglia. Solo che ne rimangono atterriti, proprio in conseguenza della loro cecità circa le cause e la natura storica, ossia mediata, di quel destino. Quando domando per quale motivo andare a scuola, mi si risponde “per socializzare”. Per socializzare è di sicuro la constatazione di un’azione positiva esistente. Per socializzare è però anche la verbalizzazione d’un bisogno autenticamente vissuto. È il grido di uno spavento, d’un vuoto: se parli è meno buio, invoca un certo paziente di Freud.
Sono partito militare il primo aprile del ’78, pochi giorni dopo il rapimento di Moro compiuto dalle Brigate Rosse. Ero laureato da qualche mese. Fortini, seppi poi, era corso via dall’Italia, per cercar scampo dall’oppressione. Dalla rabbia, immagino, e dall’impotenza insopportabili. I trenta gloriosi si chiudevano nella tragedia farsesca, nell’imbecillità.
Quando sono tornato dal congedo, ho seguito altre strade, da lontano. Ho incontrato Fortini a intervalli radi. Ogni volta, ricordo, con festoso slancio paterno, a Milano, a Montemarcello, al mio podere. La presenza del suo insegnamento è maturata lentamente, quasi inavvertita. So che se qui davanti avessi i miei primi alunni e quelli attuali farebbero fatica a riconoscere la stessa persona.

[…] Celeste è questa
corrispondenza d’amorosi sensi

Con altro orecchio leggo oggi, scartando la magniloquenza che da noi puzza da lontano di ridicolo, di fetidume nazionalista, scovando invece e invitando a una verità più mite, fraterna e semmai indomita. Lavorando con i ragazzi, ho scoperto quanto a lungo il ramingo bordeggi rive di morte, dai Sepolcri alle Ultime lettere, fino alla Sera e a In morte del fratello. C’è ben poco di eroico, molto di bisogno di fratellanza, entro cui cercare ostinatamente un orizzonte di senso comune per il quale vivere e soffrire.
Trascinato via dalla risacca – era solo gl’inizi – che scomponeva e ora travolge destini e istituzioni, persi tutti i contatti. Non fui ai funerali di Fortini.
Fu Ruth a ricordarsi di me, di noi, dopo che era rimasta sola. Venne a trovarci. Facevamo delle passeggiate non distratte, quasi serene. Le piaceva ascoltare i canti e la fisarmonica, si cercavano i profumi della macchia. Tornò più volte. Ricordo le giornate piene di sole.
Dice Sartre da qualche parte che se le rivoluzioni costituiscono i momenti in cui i gruppi sociali sono in fusione, l’immobilismo è delle società fredde. Ma la restaurazione capitalistica che è seguita dopo i Settanta e che oggi giunge forse al suo culmine – che è sempre marciume, pestilenza sociale, devastazione di corpi e di anime – è ancora diversa: non c’è alcuna fusione visibile, né staticità, piuttosto un precipitare disperato, perché impotente. La distanza tra ciò che è necessario e ciò che ciascuno di noi può è tale da atterrire le energie più agguerrite, le menti più lucide.
Non si tratta di disperarsene, ma di capirlo.

Oh dei giorni mie fatiche, oh sorrisi
muti scavate e fidi nell’ordito:
– Dov’è l’inferno? dove i paradisi?

Dentro tremo, se fuor v’appaio ardito
che forti e fragili son i cuori e i visi
ma ultima la risposta che v’addito.

Per questo, punto tutte le mie forze a scartare l’erudizione e a coltivare intensa la critica. Mi tornano in mente le riflessioni di Fortini, lo scopro e lo coltivo maestro: agire perché si trovi e si manifesti più verità politica (dico “politica” e subito sbalordisco per la spaventosa distanza dell’odierna pratica posticcia dal suo significato) in una poesia sulle rose che in un documento politico e viceversa. Attivo con pazienza le verità che ho imparato, filtro le antiche sapienze, le metto ogni volta alla prova con le domande mute dei miei alunni, con le loro fatiche, le loro rabbie.
Ruth, dopo che la sua malattia precipitò, non volle più che andassimo a trovarla. La voce ferma e amica al telefono ci ripeteva che avrebbe deciso il tempo.
Ci chiamò in autunno inoltrato, invitandoci per il febbraio. Teneva sotto controllo il dolore con la terapia. Nelle poche ore che stemmo in via Legnano, dalla finestra dove si scorgevano gli alberi, era come sempre energica e determinata. Il non detto non tradiva pressioni sulla sua voce. A metà visita, chiese solo di farle un’iniezione. Spiegò tranquilla il modo a mia moglie, che non osò dirle di non averlo mai fatto. Tutti i pacchetti erano stati preparati, con i foglietti e le istruzioni di chi trasloca.
Sarà per la fiducia nella vocazione dell’uomo al bene, di cui parlava Brecht, o forse per il necesse della speranza, che soprattutto mi capita di ricordare il Fortini ‘cinese’. In un luogo riferisce l’insegnamento del saggio taoista al giovane andato a chiedergli d’istruirlo. Vuoi scoprire il segreto di fabbricare l’oro?, gli risponde press’a poco, comincia a percorrere tutte le mattine dieci chilometri a piedi. Oggi comprendo che la cosa più difficile, ma quella decisiva, non è la meta, bensì la direzione. Oggi comprendo la conseguenza suprema dell’umana condizione: nemo enim nostrum sibi vivit, et nemo sibi moritur. So e scopro ad ogni passo e insegno e comprovo che il futuro è la nostra realtà, è la verità del nostro presente, il senso del nostro passato; che quel futuro è intimamente, appassionatamente di parte. Non qualunque parte. Solo quella degli sconfitti, solo la parte di noi debole e oppressa detiene la ragione e la forza del futuro comune:

“Oppressori e sfruttatori con la non-libertà di altri uomini si pagano l’illusione di poter scegliere e regolare la propria individuale esistenza. Quel che sta oltre la frontiera di tale loro ‘libertà’ non lo vivono essi come positivo confine della condizione umana, come limite da riconoscere e usare, ma come un nero. Nulla divoratore. Per dimenticarlo o per rimuoverlo gli sacrificano quote sempre maggiori di libertà, cioè di vita, altrui; e, indirettamente, di quella propria. Oppressi e sfruttati (e tutti, in qualche misura, lo siamo; differenziati solo dal grado di impotenza che ne deriviamo) vivono inguaribilità e miseria di una vita incontrollabile, dissolta ora nella precarietà e nella paura della morte ora nella insensatezza e non-libertà della produzione e dei consumi. Né gli oppressi e sfruttati sono migliori, fintanto che ingannano se stessi con la speranza di trasformarsi, a loro volta, in oppressori e sfruttatori di altri uomini”.

È un giornalista dell’“Unità” a raccogliere nell’agosto, a due mesi dalla morte, le ultime riflessioni, che il quotidiano titolava E se il marxismo fosse il futuro? Più il tempo della mia vita scema, più insegno la passione, la fatica e la forza dei tempi lunghi. In quella primavera Fortini aveva scritto che quanto di te rimane, di tutti rimane, non sono i libri, non sono nemmeno gli affetti, nemmeno l’insegnamento, ma ciò che la tua vita ha cambiato nel rapporto con gli altri uomini.
Quando, di rado, mi capita di andare a tenere qualche discorso pubblico, apro l’armadio. Prendo un morbido sacchetto celestino d’altri tempi, con una grande scritta in nero, Furla. Si chiude con una filza di cordino nero. Appena lo apri, si spande il profumo di cuoio. La cartella marrone sembra appena uscita dalle mani dell’artigiano. Ha un solo graffietto sotto la piega che la chiude. Non una cucitura è strappata. All’interno vi sono tre scomparti per pochi fogli, giusto di formato A4. Su quello anteriore è cucita, a reggipenne, una striscia di vacchetta. La cinghia che sorregge la cartella è lunga e comoda, può essere indossata senza impaccio anche con la giacca blu con cui arrivava a lezione fresco e furioso.
Ci dispongo il foglietto d’appunti, controllo che vi sia un lapis, ripasso a memoria la scaletta. Il borsellino di cuoio nero, fermato su tre lati con la cerniera, lo lascio invece chiuso nello scomparto. So che all’interno porta stampigliato in caratteri gialli una parola, “mundi”.

Due fiabe

di Rosella Bertola


IL LAGHETTO DI MONTAGNA

Il laghetto di montagna, dove d’estate vado a pescare le trote e ad osservare le salamandre che guazzano tra i sassi, ora è tutto ghiacciato. La sue superficie sembra una pista di pattinaggio e l occhio si perde in una distesa di bianco abbagliante. Tutt’intorno a me non c’è alcun rumore: il cinguettio degli uccelli, che nella buona stagione allieta il cuore e quasi stordisce, ora ha lasciato il posto ad un silenzio magico, interrotto soltanto dal fruscio della neve che cade all’improvviso dagli alberi, sciolta dal sole. Il paesaggio, intorno, è come incantato: la boscaglia ammantata di neve gelata sembra un ricamo prezioso. Questa è la stagione più bella per il piccolo lago: tutto quel bianco accanto al turchino del cielo lo fanno assomigliare ad un luogo di sogno.

STORIA DI UN TRENINO

Nella stanza dei giochi di un bambino, c era una volta un grande plastico appoggiato a terra, su cui viaggiava un trenino elettrico. Era un giocattolo bellissimo ed affascinava il bimbo che lo possedeva; egli trascorreva con lui molto del suo tempo. Tutto era bello: il paesaggio rappresentato, la sua varietà di aspetti. C’erano laghetti, montagne, villaggi, una stazione con la fontanina e l orologio; c’erano anche le immancabili sbarre, che si abbassavano automaticamente al passaggio del treno, quasi per tributargli un inchino. Il piccolo convoglio di latta spadroneggiava sul suo mondo di cartapesta; andava, tornava, appariva e spariva attraverso gallerie, gole di montagne, oppure prendeva una grande rincorsa e sferragliava veloce attraverso la pianura, che lo conduceva alla stazione, da dove, dopo una fermata di un momento, avrebbe ripreso il viaggio di sempre. Quel viaggio divertiva molto il bambino, egli non si stancava mai di manovrare i comandi: ora avanti, ora indietro, le possibilità del trenino erano molte, bastava premere un bottone od abbassare una leva ed egli eseguiva, immancabilmente. Il trenino, di certo, la strada la conosceva a memoria: per lui, sul plastico, non c’erano più sorprese. Le curve non gli nascondevano ormai nulla di nuovo e l’entrare nell’oscurità della galleria non gli appariva più spaventoso come una volta. Così un giorno il trenino, stanco della monotonia dei suoi movimenti, decise che non avrebbe più percorso la tortuosa strada ferrata che ormai lo ossessionava. Attese la notte, per poter agire con tranquillità e quando fu certo che nulla l avrebbe disturbato, si dispose a mettere in atto il suo piano. Raccolse tutte le forze che possedeva (ed anche tutto il coraggio) e con un improvviso balzo uscì dalle rotaie, infilò la porta della stanzetta e finalmente ebbe la sensazione di essere libero. Si trovò subito nella vasta anticamera della casa, che conosceva solo di sfuggita, per averla sbirciata spesso, pieno di curiosità quando nel suo giro di un tempo allungava i fanali al di là della porta, per vedere com’era fatto il mondo. Fu aiutato, nel suo piano di fuga, dal gatto di casa, un soriano innamorato che aveva appuntamento con la gattina. Esso, uscendo quatto quatto, aveva lasciato aperto l’uscio di casa. Per il trenino fu un attimo: oltre quella porta incominciava il mondo, quello vero, con le montagne vere, i laghi con l acqua, il cielo con le stelle, non col lampadario. Durante il viaggio ebbe un momento solo di malinconia; ripensò al suo amico aquilone, che era rimasto imprigionato nella cameretta dei giochi. Era ancora là, sullo scaffale impolverato, ad attendere sempre la bella stagione, le giornate di sole che in quella città erano rare nel corso dell’anno. Chissà, forse un giorno anche per lui sarebbe arrivata la libertà: ne parlavano spesso assieme, quando erano compagni di sventura. Quel correre libero nella città buia non spaventava affatto il trenino; si sentiva sicuro con i suoi fari luccicanti, ogni tanto, con allegria, azionava il fischietto per annunciare a tutti la sua contentezza. Aveva una grande curiosità da soddisfare: desiderava vedere una stazione vera. Quando riuscì a raggiungerla ebbe come un brivido; gli sembrava quasi di essere tornato ai vecchi tempi; non sapeva se piangere o ridere e gli riuscì di sorridere al pensiero delle sue dimensioni, lui così piccolo al confronto dei treni che vedeva. Quell’aria che respirava, comunque, non riusciva affatto a sembragli simpatica: troppe cose lo riportavano alla sua condizione primitiva ed egli non desiderava proprio risentirsi nei panni di prima. Scelse perciò un altra soluzione: sarebbe stato un treno indipendente. Aveva già dimostrato a se stesso di sapersela cavare da solo, anche senza binari, capi stazione, palette e semafori. Avrebbe continuato così, esplorando tutto ciò che lo avrebbe incuriosito. Lo si vede spesso correre tra le aiuole del parco: ora ha anche dei viaggiatori, i passerotti del giardino, ed è tanto contento di essere utile a qualcuno. A volte il trenino compie dei giri speciali; al mattino di buon’ora, quando le strade sono ancora deserte gli piace andare ad osservare la città addormentata: i passerotti, qualche grillo pigro, una cincia curiosa a bordo e via ciuff ciuff si parte per una nuova scoperta.

Nota (2006 di E. A.)

Le due fiabe che qui pubblichiamo andrebbero definite “di lavoro”. Sono state scritte da una maestra, Rosa Bertola, che nel comporle ha sicuramente avuto in mente le bambine e i bambini del Secondo Circolo didattico (scuola elementare) di Cologno Monzese. Volti, voci e corpi di bimbi d’oggi hanno riacceso memorie della propria infanzia, rimodellato l’idea d’infanzia della maestra e di se stessa in rapporto affettivo e didattico con loro, riempito di emozioni impreviste quel tempo detto ‘anno scolastico’, che scorre separato dal tempo di fuori: delle strade, della città, della televisione.
Le due fiabe – altre restano nel cassetto e si spera presto di raccoglierle in libro – nate senza pretese di farsi letteratura, come scritture d’occasione motivate da esigenze pratiche (insegnare la lingua italiana, calamitare attorno a parole semplici la fantasia del gruppo-classe, afferrare il fantasma sfuggente del ”mondo” mediante i nomi, trasmettere “qualcosa” – un senso – quello che, in tempi di certezze, si diceva “una morale”) – hanno un primo pregio in questo legame stretto con la realtà viva, fissa e mutevole al contempo, del fare scuola.
Sia la prima, quasi un haiku per brevità e tema, che la seconda, più articolata e mossa, richiamano con immediatezza la potenza dell’infanzia: di stupirsi di fronte al “silenzio magico” di un paesaggio innevato; di maturare, grazie alla ripetizione del gioco – una ginnastica che i bimbi s’impongono con piacere e a cui gli adulti sfuggono – scatti di libertà e di fuga dai mondi di cartapesta (tutti, non solo quelli dei bambini, lo sono un po’ o possono diventarlo).
Se le estraiamo, come minerali, dal magma vivo della situazione in cui sono nate e le esponiamo in una rivista “per intellettuali” come Poliscritture, non è per un semplice atto d’omaggio ad un’amica da poco morta o per paternalismo. Lo facciamo perché sono un esempio di quel plurale, che oggi si svela  in tanti scriventi “non autorizzati”; e che programmaticamente come rivista puntiamo a indagare e a mettere in fecondo – crediamo – cortocircuito con un altro plurale, quello delle scritture “alte” argomentative, riflessive, analitiche, espressive. Ma nel caso delle fiabe, c’è un altro problema da affrontare: è possibile oggi tenere problematicamente aperto e fluido il legame tra l’immaginario infantil-materno che ci pare esprimersi nelle due di Rosella Bertola, e lo strabordante immaginario “adulto” ipercommercializzato che ci travolge attraverso la TV?
In nome delle “cose serie” (il Mercato, la Politica, la Scienza, il Progresso) l’infanzia e il maternage vengono a un certo punto cancellate. Oppure i loro effetti costruttivi e dinamici sono confinati: nella scuola elementare, appunto; nella famiglia che dovrebbe tornare “sacra”; o in un quotidiano detto “normale”.
Altri ne fanno oggetto di studio specialistico (pedagogia, psicologia) o di rituale e episodico omaggio (la giornata mondiale del bambino, la festa della mamma).

Resta da presentare la maestra-bambina che ha scritto queste fiabe. Rosa Bertola è stata maestra elementare a Cologno Monzese dal 1971 fino alla sua morte avvenuta nell’ottobre del 2005. Cresciuta come tanti sotto il segno della tradizione più autoritaria esistente in Italia: quella della Chiesa cattolica (iniziò la sua carriera di maestra insegnando religione; ed è noto il controllo che la Chiesa cattolica impone a queste figure d’insegnanti), seppe stare ad occhi aperti nei tumulti che negli anni Sessanta e Settanta coinvolsero una scuola elementare per figli d’immigrati (allora “comunitari”  ma trattati come gli attuali “extracomunitari”) paurosamente carente nelle strutture e nella didattica. Si confrontò con quei fermenti di ribellione e affiancò inquietamente al suo venerato Manzoni il quasi eretico don Milani di Lettera a una professoressa, impegnandosi nell’innovazione didattica e nel movimento che tra 1979 e 1983 portò alla scuola a tempo pieno.
Nel suo lavoro Rosella, secondo una tradizione che si va perdendo, desiderava che i suoi scolari imparassero a memoria delle poesie; li educava ai dettagli, fossero parole e numeri o i fiori del giardino della scuola da seminare, veder crescere, nominare, disegnare. E fu una donna capace di coltivare passioni: per la poesia, la geografia, il disegno, la musica, la scrittura. Nutrì così sia il suo lavoro di maestra che la sua presenza attiva nelle istituzioni: nel Consiglio di Circolo, ad esempio, e dovunque in una città di periferia si potesse discutere fuori dai conformismi. Nell’agosto 2001 le fu scoperta la malattia che poi la condusse a morte: insegnando finché ebbe la forza, resistette alla implacabile cancellazione del suo mondo.

* L’articolo fu pubblicato nel n.1 cartaceo di POLISCRITTURE (MAGGIO 2006)

Dentro l’immigratorio italiano

Riordinadiario 2006. Introduzione alle scritture
di Armando Tagliavento (Hermann) con intervista.

di Ennio Abate

 

Ieri sono andato a far visita ad Armando Tagliavento. Per me  è rimasto il bidello-scrittore, anche se ora è in pensione e nella vita (Armando è nato nel 1930) prima di “ficcarsi nella scuola” ha fatto il manovale, il fattorino, il disoccupato, il capomastro. Stava per diventare persino capufficio di una ditta di materiali edili ed ha sfiorato una carriera di scrittore di professione. Infatti, quando negli anni Settanta la cultura italiana ebbe un ritorno di  fiamma populista-neorealista (ricordo la letteratura “operaia”: Brugnaro, Guerrazzi, la rivista Abiti-lavoro…), Tagliavento ottenne un effimero successo come narratore: nel 1973 Feltrinelli gli  pubblicò nella collana dei Franchi narratori (patron Goffredo Fofi, che firmò la prefazione) un romanzo, Tra fascisti e germanesi. Vi narrava – con brio, spudoratezza e crudezze macabre quasi malapartiane – le sue avventure per sopravvivere durante gli scontri che insanguinarono l’Italia fra il ’43 e la liberazione.

Io l’ho conosciuto più tardi, negli anni Ottanta, all’istituto tecnico Molinari di Milano, dove appunto era bidello. L’ondata del ’68-’69, che aveva sollevato la sua esistenza assieme a quella di tanti fino alla ribalta massmediale, era da tempo esaurita e tutte quelle speranze rivoluzionarie, studentesche e operaie, affondavano nel mondo dei vinti metropolitani.

Tagliavento passava la giornata al suo tavolino, in fondo a uno dei corridoi a lui assegnato.  Leggeva o scriveva appena possibile, intrattenendosi a chiacchierare ogni tanto con gli studenti, per i quali era ancora un mito, e con qualcuno dei pochi insegnanti che lo coccolavano, l’occhio marpione pronto a scattare su studentesse e insegnanti bellocce.

Era malvisto da molti perché, chissà da quando, aveva preso a  bere di brutto, creando malumori e allarme. Qualcuno si mosse per  farlo licenziare. Feci un cartello, interessai quel che restava del sindacato nella scuola e un’amica dottoressa, che lo spalleggiò nella visita di  controllo all’ospedale militare di Baggio a cui l’avevano costretto. Rimase in servizio e arrivò alla pensione forse grazie a quella mobilitazione o forse per un sussulto di tolleranza della preside. Non senza passare però per Villa Turro, dove a suon di psichiatria – non credo basagliana – lo tirarono fuori dal suo alcoolismo cronicizzato.

Suo confidente “letterario” in quegli anni, lessi e gli commentai parte della sua incessante, fluviale e torbida produzione di scritture,  convincendomi sia del suo valore sia della difficoltà di trovare lettori che non si arrestassero di fronte alla sua foga espressionistica, barocca, persino kitsch, alla monotonia dei temi (in prevalenza porno-erotici), alle ripetitive e capricciose architetture narrative, alle trasgressioni ortografiche.

Per far risaltare il buono di quelle pagine, gli avevo suggerito di potarle da ridondanze ed eccessi, ma Tagliavento non mi ha dato mai ascolto: rivendica gelosamente il “suo” linguaggio, il “suo” stile;  e continua a giudicare un oltraggio qualsiasi aggiustamento o ripensamento. Preferisce pescare liberamente, anche arbitrariamente, sia nei bassifondi linguistici  sia nelle limpide acque  dei classici. Non crede al confronto, ma all’ispirazione, alla genialità o – detto senza moralismo e sprezzo -, alla follia inventiva. Don Chisciotte è davvero il suo modello: aristocratico, d’altri tempi o fuori dal tempo.

Ma come sono queste sue strabordanti scritture?  Esse presentano un lato onirico, visionario, sublimante  e un lato ossessivamente vitalistico. Nascono da un immaginario fortemente maschile (e maschilista). Poggiando su una base autobiografica alla quale mai ha rinunciato e che anzi continua  a coltivare nella memoria, Tagliavento porta alla luce immagini arcaiche ed elementari fortemente mitizzate, senza preoccuparsi della successione logico-temporale. E si è costruito un gusto letterario delimitato ma sicuro attraverso letture di opere della tradizione colta, popolare e di massa. Da autodidatta, in modo disordinato ma quasi eroico, specie se si pensi alle condizioni di partenza e agli ambienti  in cui è vissuto quasi sempre impermeabili al richiamo dei libri.

 Nelle sue pagine ha macinato dati delle sue esperienze con echi  soprattutto di Gadda (a livello  linguistico), Pasolini (per la tematica  “sottoproletaria” e cruda), dei  grandi romanzi (soprattutto Cervantes, Hugo e Manzoni per gli aspetti più visionari e tragici) e con   altre influenze grottesco-populiste, realistiche, fantapolitiche  o allegoriche, riferibili alla vasta gamma che va dai romanzi d’appendice ottocenteschi fino ai fumetti e al cinema di Totò. Ha succhiato cioè cultura dove poteva e l’ha rielaborata in quello che lui stesso, in questa intervista, chiama un «pot-pourri» (postmoderno potremmo aggiungere).

Sarebbe interessante, da un punto di vista storico-antropologico-sociale e non solo letterario, capire come forme culturali così eterogenee  siano filtrate in uno che ha scritto da outsider e alle prese con problemi materiali elementari di sopravvivenza e in contatto diretto con le fasce sociali più escluse. Le sue testimonianze di vita avrebbero potuto ben figurare tra le voci che Danilo Montaldi e Franco Alasia raccolsero attorno al 1960 in Milano, Corea fra gli immigrati presi nel vortice delle trasformazioni dell’Italia dal dopoguerra al boom economico.

Da quel coro di “subalterni” però Tagliavento in parte si distacca, proprio perché accanito scrittore in proprio  più che testimone orale. Nei fondali delle sue poesie e dei suoi romanzi s’incontrano, sì, squarci di vita di famiglie contadine e sottoproletarie, di caserma o di ambienti malavitosi, cioè di un tessuto sociale messo in subbuglio dal grande esodo verso l’industrializzazione. Però, lontano da ogni rappresentazione realistica,  egli  accentua nei personaggi estratti dai suoi incontri “dal vero” aspetti grotteschi, orrorifici o stregoneschi. Fino a spingersi nel fiabesco, presentandoci  eroi litigiosi e spacconi, animali parlanti e protettivi, terribili mostri e draghi, principesse bellissime e sfuggenti oppure battaglie ripetute fino all’esaurimento da poema ariostesco o paesi utopici calcati su Eldoradi alla Voltaire.

Tagliavento ci  mostra i sussulti dell’immaginario di un migrante d’origini povere e contadine alle prese con il miraggio metropolitano. E soprattutto quello erotico-sessuale dei migranti maschi, di cui ha parlato Tahar Ben Jelloun[1] in Le pareti della solitudine, ricordando come in fondo ai loro deliri ci sia «quella donna sognata che, anche se è soltanto un’immagine sulla carta patinata di una rivista», parla e tiene compagnia, alleviando e tenendo aperta   una «ferita».

Quest’immagine di donna – reale e immaginaria – è onnipresente nei romanzi e nelle poesie di Tagliavento. I bei corpi femminili suscitano nel protagonista maschile una voglia ossessiva di possederli  e peripezie tragicomiche. E in genere tutte le figure maschili, per lo più tratteggiate approssimativamente sotto l’aspetto fisico e morale, hanno per così dire una vita in pubblico ridotta, perché sempre intente a prepararsi al rituale della seduzione e del coito.

Il narratore, quando arriva a descriverlo, molto liricizzando il goloso godimento dei corpi, fa esplodere tutta una sensualità orgiastica, sadica, maschilista, ricorrendo ad una batteria inesauribile di aggettivi, iperboli, neologismi, termini bassi popolareschi o dialettali. Sia per le immagini che per il lessico  Tagliavento qui oscilla (ecco l’elemento novecentesco) fra dannunzianesimo e pasolinismo da una parte e fiabesco e sublimante dall’altra (ecco l’elemento arcaico, popolare). E in più si presenta come un Gadda plebeo soprattutto per la scelta di termini sbilenchi o strapazzati, arcaismi o chicche che, non potendo essere dotte, sono involontaria parodia del linguaggio letterario aulico.

Il piacere non è però paganamente goduto dai suoi maschili cacciatori. L’atto sessuale pur così ambito è giudicato una «porcheria» peccaminosa, una pericolosa ruberia da ladri e viene animalizzato  o spiegato come  oscura azione demonica che  sottomette tutti: vecchi e giovani, preti e laici.

A fare le spese dell’oscuro conflitto che accompagna questa ricerca del piacere però  sono soprattutto le figure femminili, ricondotte tranne qualche eccezione allo stereotipo popolaresco della femmina-vacca. Il protagonista maschile paga invece il suo pedaggio diventando preda di sensi di colpa, che lo portano alla fuga, a ravvedimenti improvvisi, moralistici e improbabili, alla morte.

Malgrado parecchie scene sembrino boccaccesche (lo sono secondo me solo a livello della descrizione dei comportamenti esteriori)  manca l’indifferenza di Boccaccio verso la morale ufficiale o la comicità  e la schiettezza di un Rabelais verso i bisogni  materiali e sessuali dei corpi. Tagliavento si dibatte tra un erotismo  sognante (a livello del profondo tutto iscritto nell’orbita del materno e del bisogno di protezione o accoglienza) e moralismo ideologico di marca cattolica.

In quel che gli resta di vita pubblica, il protagonista delle scritture di Tagliavento è invariabilmente eroe picaro, astuto e un po’ furfante. Va contro tutti ed è sottoposto a continue prove per uscire dal suo isolamento. Quando gli capita poi d’ottenere l’agognato riconoscimento del suo valore, finisce però per rifiutarlo, per ricominciare il suo vagabondaggio fino all’annullamento-punizione finale.

A differenza  infatti degli eroi delle fiabe, che sono unitari e vincitori, quello dei romanzi di Tagliavento è scisso: ora  inerme e vittima, ora spaccatutto e giustiziere; ma comunque soccombente ai suoi innumerevoli nemici, che però sono controfigure o emanazioni diaboliche di qualcosa di oscuro e ostile: il Destino.

Le peripezie che  questo impone vengono raccontate attraverso passaggi bruschi e poco motivati o troppo convenzionalmente giustificati. Il narratore inserisce così nel tessuto fiabesco più tradizionale, in apparenza ingenuo e sotto sotto orrido – stravolgendolo dunque – tremori e angosce esistenziali novecentesche. E così la storicità  contraddittoria ritorna in evidenza: Tagliavento partecipa a suo modo delle acquisizioni raffinate della letteratura alta e nel contempo non ha mai abbandonato la tradizione popolare e fiabesca  del C’era una volta.

Egli ha tentato altre volte, dopo il primo insperato successo, di pubblicare. Ma, trovate chiuse, anche per il clima culturale mutato, le porte dell’editoria che conta,  l’ha  fatto qualche volta a sue spese, vendendo («come uno straccivendolo», dice sua moglie, una proletaria casalinga che gli bada  da una vita lavorando da sarta)  fra  amici e conoscenti  qualche copia dei suoi romanzi. Forse anche per una orgogliosa e autodifensiva autosufficienza, romanzi e poesie da lui scritti sono in gran parte inediti. Ed egli ora ha quasi rinunciato a farli leggere, impegnandosi testardamente a continuare a scrivere, senza neppure più aspettarsi un qualche risarcimento.

Potrebbe essere scambiato  per un semplice grafomane. Non lo è.  A me  le sue scritture sembrano notevoli soprattutto per il gusto immediato e bizzarro nella scelta delle parole, nelle rincorse etimologiche e analogiche, nell’attenzione alle assonanze. Sono poi un esempio di letteratura prodotta in quelle condizioni di vita marginalizzate in cui si trova tuttora una buona parte dell’ex-proletariato da cui  è venuta fuori  l’odierna figura dei lavoratori più istruiti e dei precari laureati.

Quanti tra loro (e penso in particolare ai nuovi immigrati) vanno oggi producendo i loro racconti e fossero in grado di sentirsi vicini ad esponenti di quelle classi sconfitte che li hanno preceduti potrebbero trovare nelle  scritture “selvagge” di Tagliavento un loro antenato.

INTERVISTA DI ENNIO ABATE A  ARMANDO TAGLIAVENTO

Quand’è che hai cominciato a scrivere?

Il discorso di scrivere è una cosa che nella mia vita salta, zompa, balugina. Non è una cosa che mi sono prefisso. Comunque cominciò a Fondi nella zona della Ciociaria, dove sono nato, con la figlia del maestro Spirito. Avevo sei anni circa e doveva venire Mussolini o un federale, che si chiamava Amato (mi pare), a inaugurare una colonia. Mi disse: Armà, scrivi una poesia. E allora io scrissi: Viva viva il nostro duce / che con sé porta la luce / e viva il federale Amato / che di gioia ci ha colmato. Poi a una diecina d’anni cominciai a andare appresso alle cugine e allora scrissi una poesia che cominciava così: Saltano macchie, siepi e rupi / per sfamare i loro lupi /quando è notte e tutto tace / coi begli occhi di fornace / vanno in cerca del lungo bruco / eccetera. Non ricordo più  bene.

Tu che scuola hai fatto?

A Fondi avevo fatto la seconda e la terza elementare. Andavamo da un certo frate che c’insegnava a leggere e scrivere. Si chiamava  padre Giacomo. Poi non ci andammo più perché dovevamo pagarlo. Poi è venuta la guerra. E quand’è finita il paese è tutto un mucchio di polvere. Tutto bruciato, polverizzato. Non s’è trovato più un documento. Niente. Fondi è stata incenerita proprio. Ci rifugiammo nella chiesa di S. Francesco vicina al monastero. Ciascuno si arrangiava alla meglio. Poi è morta mamma. Mio padre è un essere umano che meriterebbe di essere ucciso mille volte. Prima di tutto ha caricato mamma di figli: mia madre a 33 anni ha fatto 12-13 figli. Ne sono sopravvissuti 8. Appena arrivati gli americani, noi per due o tre giorni andavamo per il paese rovistando per trovare qualcosa da mangiare. Un giorno zia Santina, la moglie di un fratello di mamma buon’anima, ci ha detto: Guarda Armà, noi usciamo. Mi raccomando  Antoniuccio. Qui c’è una bottiglietta col biberon. Ogni tanto ci date da bere. Il fratellino, di cui non abbiamo neppure una foto, dormiva dentro un tiretto del comò. Quello era il lettino suo. Noi ragazzi per andare in giro – mangiucchia di qua, rubacchia di là – l’abbiamo dimenticato. Quando siamo tornati, stava morendo.

La guerra  l’hai vissuta da vicino, vero?

Cavolo. Da una fessura  tra le rocce ho visto i marocchini violentare le donne. Uno di loro portava dei campanelli. Faceva un gesto così e si riunivano. Quando siamo sfollati, ci siamo andati a rfugiare per quasi un anno in cima al Cocoruzzo e abbiamo abitato dentro la capanna, dove c’erano prima i somari di Angellella Franco, la padrona di quel pezzo di montagna, questa ciociara. Più sopra ancora c’era la Crocetta di Campo di Mele, un altro paesetto.  Si chiamava così perché era un incrocio. Lì c’era Elvira, che veniva sempre a vendere i fichi a Fondi. Era tutto un incrocio di montagne, di vallate. Noi ragazzi ci mettevamo sulle soglie delle capanne, che erano fatte di pietre con il tetto di paglia. Ci mettevamo a vedere gli aerei che sfrecciavano nella vallata di Fondi e quasi rasentavano le nostre capanne. Per noi era un divertimento. Sotto, dove c’erano sette sorgive d’acqua, non potevamo scendere.  Qualche volta gli aerei per venire a bombardare si schiantavano vicino alle rocce. Avranno scaricato più di mille bombe. Noi le chiamavamo fasuleglie, cioè fagiolini. Se uno  volesse.. Io potrei scrivere ancora un altro libro intero sulla guerra.

Hai notato un cambiamento tra il periodo di prima e quello di dopo la guerra? Tu, la tua famiglia avevate simpatia per i fascisti o no ?

Uno non ci pensava neanche. Eravamo tutti fascisti allora.  Dicevamo: Churchille, Churcillone/ se ci esce l’America/ ci pensa il Giappone.  Dei comunisti niente, noi ragazzi non sapevamo niente. Io so solo che il primo partito che hanno fatto a Fondi  era la Lista Castello, perché c’è il Maschio come a Napoli, più piccolo però. Erano fascisti e democristiani insieme. Io a Latina ho fatto due nottate dentro perché, per avere un pezzo di pane,  insieme ad altri ragazzi vendevo senz’autorizzazione L’Unità, Rinascita, Noi donne. Da piccolo  uno che capisce?  Tu sei povero, hai bisogno di un posto di lavoro, di un letto caldo. Hai bisogno di una mamma. Noi non avevamo più niente.

Ma poi ti sei avvicinato ai comunisti fino a prendere la tessera? Perché?

Sì, io presi la prima tessera, quella della Fgci. Me l’ha firmata Berlinguer.  Lo feci per avere un’esistenza, un’identità. Io non potevo mai essere democristiano, perché ero figlio di poveri. E vedevo i comunisti vicini ai poveri.  Io non avevo casa, non avevo niente. Papà aveva una casa che aveva pagato 75 lire. Ci hanno buttato tre bombe sopra. C’era disoccupazione. Tutti erano disperati. A Fondi ci abbiamo la scalinata Santa Maria. E lì si mettevano i disoccupati. Allora tu sei esasperato contro qualsiasi forma di ricchezza. Vedessi l’arroganza di certi padroni bastardi. Cominciai a andare ai comizi, ai cortei. Dai comunisti più che un aiuto mi aspettavo una giustizia. Il lavoro per tutti, ad esempio. E poi   l’amicizia.

Ma così non ti mettevi contro altri  amici tuoi che erano fascisti?

Sempre una lotta è stata. Io sono stato sempre, diciamo, un po’ opportunista. Tutti lo siamo. Il padre di un mio amico s’è iscritto a un partito per far operare d’appendicite una sorella. I ricchi hanno sempre odiato i poveri. Io però ho sempre dato più adito [importanza] alle cose non politiche. Quando mi faceva comodo andavo anche dai preti a chiedere. Ero uno sfaticato, lassista. Non mi è mai piaciuto essere [inquadrato]. Ho fatto sempre il doppio gioco. A Milano poi sono stato  coi capelloni, ma ho votato sempre comunista. Il fatto del voto è sacro.

Ma la tua famiglia era fascista o no?

Mio padre era analfabeta. Anche lui era un opportunista. Mi diceva: nella vostra vita non fatevi mai le tessere. Era fascista, ma la tessera io non ce l’ho mai vista. Aveva un’idea e basta.  Papà era crudele. Gli uomini di prima erano tutti come lui: un bicchiere di vino, la zappa.  Però è stato in Germania. C’era andato col sindacato fascista. Ha lavorato sulla Bahn’hof, sulla ferrovia tedesca. Non poteva più tornarsene e se ne scappò. Lì ha imparato la lingua. Lui a cinema non c’è mai stato. E s’arrabbiava con chi ci andava. Diceva: vai a cinema a vedere le stesse cose che fai tu? Sono soldi sprecati. La mia era una famiglia di poveracci. Mamma sempre un po’ malaticcia.  E ‘sto lazzarone e disgraziato di mio padre. Far fare a una donna tutti quei figli!

Dopo la guerra che cosa hai fatto?

Ho vissuto  8 anni a Roma. Vi scappai con mio fratello Enio, un mezzo delinquente, uno scapestrato. Prima si è messo coi partigiani, poi coi tedeschi, poi per soldi si era messo con gli americani per andare a cercare i tedeschi. A Roma è andato ad attaccare i manifesti  al Vaticano e lo hanno sbattuto dentro a Regina Coeli per un paio di mesi.  Era amico del Gobbo del Quarticciolo, che era contro la legge. Non uccideva. Rubava per mangiare. Era un giustiziere. Aiutava i poveri e perciò alcuni lo chiamavano Zorro. Quando uno non aveva il lavoro, lui andava e  diceva: se non dai il lavoro a questo, io ti faccio fuori. Nella banda c’era lui, poi c’era Pezzancule, Pisciasotte, che l’avevano operato male e si pisciava sempre  addosso. Ci faceva parte anche mio fratello Enio. Un regista francese ci ha fatto anche un film su tutta questa storia. In quel periodo lì  io ero guaglione. C’avevamo una fame. Noi stavamo con zio Michele, figlio del patrigno di mio padre, che era impiegato all’assistenza postbellica. Lui ogni tanto prendeva in casa un nipote. Lo svezzava lì. E così ha fatto con Enio. Poi con me e man mano con altri.  Era uno zozzone. C’aveva un paio di donne e poi maltrattava la moglie, che faceva la serva al Testaccio, lavava i piatti, stirava e il marito le portava via anche quei quattro soldi che guadagnava. Mio zio aveva anche una fabbrichetta di varechina ai Parioli e io stavo al negozio con mio fratello Enio. La varechina ce la facevamo noi. C’era «la Bianca»,  «marca Bianca». Prendevamo dei vasconi e compravamo l’estratto per fare la varechina in questi vasconi. Poi coi tricicli andavamo girando per Roma. Eravamo talmente affamati, che man mano che prendevamo una lira, la rubavamo per comprarci la pizza. Mio zio diceva: prendete trenta litri di estratto per allungare la  varechina nei vasconi. E noi ne prendevamo la metà. Tutt’acqua era. Alla fine è fallito. Poi io trovai un portafoglio di un signore. Glielo riportai. E quello: che cosa vuoi? Dammi un lavoro. E allora sono finito in piazza Epiro, vicino a Cinecittà. Facevo il custode, il servotto anche degli attori. Ho conosciuto Bob Hope. Poi Enio ha buttato un gatto dentro la gabbia dell’ascensore e mi hanno cacciato  dal lavoro. Vivevo così. Poi ho preso a leggere di tutto. Salgari, ad esempio. Poi ho letto Atte, la liberta di Nerone e mi sono innamorato follemente del latino. Sono sempre stato innamorato della roba antica.

Ma come ti procuravi i libri?

Chiedevo ai vecchi. A quei tempi là  si andava in giro a raccogliere le cicche e poi le davamo ai vecchietti di Piazza del Popolo. Roma io la conosco a millimetri perché l’ho girata per tanti anni. I libri li chiedevo a chiunque. Ci avevo una faccia tosta. Facevo amicizia con uno, con un altro. Andavo a portare la varechina nelle case. Parlavo. Guagliò, di dove sei? Ero già piazzato. Avevo  14 anni ed ero molto bello e sempre a caccia di donne.

Quali libri hai letto? Quali ti hanno appassionato?

A me piace soprattutto il Don Chisciotte. Lo leggerei due volte l’anno. Tutto ho letto.

Beh, dimmi di cos’è fatto ‘sto ‘tutto’…

I promessi sposi li ho letti quattro volte. Don Chisciotte della Mancia l’ho letto in italiano e in spagnolo.  Il tuo ex collega del Molinari, Merisio, lui mi ha portato il Don Chisciotte  in spagnolo. Ho letto quasi tutto. Ad esempio I fratelli  Karamazov  di Dostoewskij. Poi il  Dictionnaire philosophique di Voltaire in francese, che adesso sto leggendo un’altra volta. Poi ho letto per 4 anni la Bibbia. Lì è un macello, un marasma. Ci sono tanti personaggi. È meravigliosa per questo. A me piace molto l’immagine dei contadini che stanno tirando l’acqua dal pozzo, quando arriva Mosè.  Va letta tutta la vita. E anche se la leggessi per mille anni, la leggerei sempre come un ameno libro di lettura. Non come un libro sacro. Ho letto tanto in francese. A me piaceva Notre Dame di Hugo, cose toste. Poi Madame Bovary di Flaubert, Balzac, Zola, Baudelaire.In italiano di Dante so dei  canti a memoria. Ho letto pure I Malavoglia, Mastro don Gesualdo, il  Decamerone. Poi ho studiato inglese e anche  qualche po’ di russo. Le lingue mi sono sempre piaciute, perché mio padre è stato in Germania più di vent’anni e quando veniva, gli chiedevo di portarmi una grammatica. Sono stato sempre un po’ esaltato dalla lingua tedesca.  Stern  l’ho letta per tantissimi anni. Il tedesco l’ho portato avanti fino adesso. E in Germania ci sono andato d’estate per vacanze. Mi stavano quasi prendendo al porto a fare l’interprete di tre lingue e mi davano 6 milioni al mese. Però c’erano i bambini [figli], dovevo lasciare tutto. Ho letto pure Umberto Eco. M’ha scandalizzato. Dice più Fontamara. Cristo si è fermato ad Eboli mi dice mille volte più di Eco. E poi più leggevi e più approfondivi. Qualsiasi cosa. Cominci una frase e subito viene una rima. È come se ci fosse un dialogo. Poi come giornali leggo Settimana enigmistica, sempre quella. Sono settant’anni. Prima si chiamava NET, Nuova Enigmistica Tascabile. Io quando prendo le parole crociate, guarda qua… Io tutta la vita avrei dovuto farlo questo, ogni settimana: ritaglio le foto degli attori e l’appiccico qui, faccio un archivio.

E che ti serve avere tutti questi volti? Perché t’interessano tanto?

Niente, curiosità. Perché amo tanto la cinematografia. A Roma andavo in tre cinema gratis: Arcobaleno, Iovinelli – dove vedevo sempre Claudio Villa – e Brancaccio. Perché mio zio andava in giro a portare le pizze con la bicicletta. Mi portava con lui. E così vedevo i film senza pagare.

Ma le parole crociate perché ti appassionano?

È una rivalsa. Quando prendo la Settimana enigmistica, faccio le più difficili.

Ti appassiona lo studio dei nomi, dei dizionari, dell’enciclopedia?

Sì, sì. Perciò poi faccio tutto questo casino quando scrivo, è come un fiume, come dici tu. Mi sono insaccato, nutrito di tutto, senza fare distinzioni.

Ma le preferite di queste letture?

Don Chisciotte. Perché sono io. Pensa a Dulcinea. Quella era una contadina che sceglieva i ceci in mezzo all’aia e lui si esaltava. Secondo me, lui si sarebbe accontentato anche di una strega pur di avere vicino una donna. Aveva un animo grande. Era pazzo, no? Con la sua immaginazione rendeva bella anche una donna brutta.  Don Chisciotte era secondo me malato. Non esiste poeta contento. Come fa uno felice ad essere poeta? Se non soffri, non puoi scrivere. Il poeta è uno che vive ammollato nella sofferenza. La sofferenza mi piace. Quando non c’è sofferenza, non c’è niente.

E ne parlavi con qualcuno delle tue letture?

Con i ragazzi del Molinari. Ho fatto il bidello lì per 35 anni. In mezzo a tutta quella gente lì parlavamo di letteratura, di lingue. Ne parlavo anche con qualche professoressa. Poi ho fatto il liceo classico al serale. Quando c’era il greco e qualche materia che c’interessava, stavamo in classe. Se no, con una scusa, ce n’andavamo. Ci davamo l’appuntamento al cinema di piazza Argentina con sei, sette  studentesse. Ubriacature, sigarette… Ero esaltato. Sono stato sempre un po’ femminaro, diciamo. Ma adesso son vecchio, brutto, non ce la faccio più.

E se dovessi presentare a dei giovani I promessi sposi che gli diresti?

Beh, c’è l’arroganza di don Rodrigo che è fondamentale. Poi c’è il perdono quando sta per morire. In tutti i personaggi mi trovo io.  Anch’io sono don Rodrigo. Tutti sono don Rodrigo. Nessuno è buono. Crediamo in Dio quando ci fa comodo. Siamo opportunisti, vigliacchetti.

Ma da Roma a Milano come e quando sei arrivato?

Dopo la guerra ho fatto diciotto mesi il soldato a Como e Varese. Poi sono tornato a Fondi. Poi sono stato da una zia di Monterotondo. E lì questa qui voleva appiopparmi la figlia Adele. Si arrivò al punto che mi fecero ubriacare e mi misero la figlia a fianco nel letto. Stavano preparando persino la dote. Io non dico  niente a nessuno e di notte me la filai a Monterondo città, in una pensione di due vecchie, una più cattiva dell’altra.  Lì conobbi Peppino, che faceva il camionista e che per poco non mi metteva sotto, mentre io con altri  stavo giocando con una palla di pezza per strada. Io dovevo pagare 8 mesi a questa pensionante, ma non avevo una lira ed ero disoccupato. E quell’anno fece otto volte la neve e a Monterotondo vennero i lupi.  Peppino mi porta a casa sua. Qui una volta ad un battesimo di una vicina venne invitata una ragazza, Ersilia. Ci siamo conosciuti e con lei sono andato in Abruzzi, a Lanciano, nei pressi di Pescara. Lì mi sono sposato con lei. Poi Peppino e la sua famiglia, che mi avevano ospitato,  si trasferirono vicino Vergiate, nella zona di Varese. Siccome ci scrivevamo,  andai anch’io da loro e  feci venire Ersilia e i due bambini che intanto erano nati. Poi il fratello di questo Peppino, che faceva l’autista di un miliardario, ottenne una casa in via Brembo. E noi avemmo un locale al quarto piano di questa casa. Dopo qualche anno sono usciti due locali  al piano di sotto. Ma eravamo senza lavoro e non abbiamo potuto pagare l’affitto. È venuto l’ufficiale giudiziario, ci ha fatto il sequestro e siamo andati a finire in Via Oglio, nelle case degli sfrattati. Abbiamo fatto tre anni lì e poi abbiamo fatto la domanda per le case popolari. E così abbiamo avuto questa dove abitiamo adesso, in  Via Chiari.

Te la sei vista brutta a Milano?

Quando stavo in via Brembo – era il 1960 – andavo raccogliendo le bottiglie vecchie con un amico di Ersilia. Poi ho fatto il muratore. L’avevo fatto da sempre. Anche  a Fondi bambino zappavo l’orto. Poi mi sono iscritto all’Istituto Tecnico Svizzero, una scuola per corrispondenza, e mi hanno dato il diploma di capomastro edile. Ho lavorato in piazza Frattini, dove abbiamo fatto un quartiere. Poi mi sono ammalato. Sono stato operato d’ulcera.  E nel 1966 entrai al Molinari come bidello, dove sono restato fino alla pensione. Ma prima per quattro anni ho fatto l’impiegato amministrativo alle Macchine Edili, che allora era in viale Ortles. Mi avevano preso come telefonista.  Poi era morto il capo e volevano fare me capo di  questa ditta di  due, tremila persone. Ma un ruffiano andò a dire che avevo la tessera della CGIL  e mi cacciarono via. Così, non trovando niente, un amico di mia moglie  mi suggerì: ficcati nella scuola. Feci ‘sta domanda. Io ero invalido civile per le operazioni che avevo subito. Ero diventato proprio un fuscello. Ebbi il primo posto e arrivai al Molinari.

E in mezzo a tutti questi movimenti, quand’è che hai cominciato veramente a scrivere?

Le poesie da sempre.  A scrivere di più ho cominciato sotto le armi. Ma in effetti ho scrivere molto nelle case degli sfrattati di via Oglio. Lì ci avevo del materiale accumulato, tutto un malloppo di carte scritte a macchina, un pot-pourri. Lì scrissi il primo libro intitolato L’uomo sbagliato.

Ma Tra fascisti e  germanesi, il libro che ti pubblicò Feltrinelli nel 1973?

Feltrinelli ha messo questo titolo a un pezzo tratto da L’uomo sbagliato. La storia è andata così. Ti ricordi  Pozzolini, quel professore d’italiano toscano che era venuto anche in televisione con Enzo Tortora ed insegnava al Settimo Itis? Lesse ‘sto malloppone di 7-800 pagine. Lui curava una rivista lì da Rizzoli. E disse: portalo a Rizzoli. Rizzoli stava quasi per pubblicarlo, ma lo trovarono troppo comunista, troppo rosso. E allora Pozzolini dice: mandalo a Feltrinelli che hanno una collana Franchi narratori. Mi chiamano  alla Feltrinelli e questo dottor Tagliaferri ha preso praticamente solo un pezzo di questo libro mio e gli ha dato lui il titolo. Goffredo Fofi ci ha fatto un’introduzione. Quello è un libro che a  farci un film…Poi lì alla Feltrinelli mi  dissero loro stessi: fai un libro sulla scuola vista da un bidello; e io ho scritto Scuola serrata, ma non me l’hanno preso. Al Molinari c’era un certo Willy,  che lavorava con questo editore Ghisoni e nel 1975 mi hanno pubblicato Scuola serrata. Poi a mie spese ho pubblicato a Lanciano nel 1993 Frau Magda. L’ultima donna. Adesso non m’interessa più pubblicare. L’altro inedito che ho scritto Il gran deluso l’ho sta leggendo anche il prete di qui che mi ha detto: Tu sei furbetto. Si è accorto che sono un po’ doppiogiochista in politica.

Facciamo un attimo l’elenco preciso dei tuoi inediti…

È un bel problema, perché io comincio, poi lascio lì. Non ho mai dato un ordine. Non ho pensato neppure a scrivere la data sui libri che ho fatto rilegare.

Però un po’ d’ordine bisogna farlo. Vediamo…Dopo L’uomo sbagliato scritto tra il ‘65 e il ‘70  hai terminato Lo sbandato attorno al ’72. Poi dal 1975 all’’80 hai fatto Il gran deluso. L’ultimo comunista, mentre Dissacrazione e verità raccoglie i racconti di tutta la vita e Una vita a pezzi  (circa 260 pagine) tutte le tue poesie. Hai poi da parte – qui ben rilegati nella tua libreria – una  estrosa guida turistica, Hamburg zu fuss [Amburgo a piedi], nata dalle tue visite a quella città, e i due libri sui dialetti: un  Vocaromanzo,  cioè romanzo-vocabolario, dove analizzi le parole del dialetto di Fondi  collegandole alle vicende della tua biografia [romanzata] e un Vocabolario del dialetto abruzzese  che hai depositato nella biblioteca civica a L’Aquila.  Infine stai lavorando adesso a Gente senza faccia, che definisci un poema. Se dovessi riassumere la trama di quest’ultimo libro?

Tutti i falliti si riuniscono dentro questa capanna di paglia (mi rifaccio al tempo della guerra…) e ognuno  racconta le sue beghe e i suoi guai di una vita da barboni. Per me è un capolavoro, una specie di Decamerone che potrei intitolare anche I ragazzi del capanno.

Ma questi libri li hai fatti leggere ad altri?

Adesso non sto bene. Non ci penso neppure a farli leggere, però chi legge le mie robe le trova buone e io vado avanti a scrivere. Adesso mi sono  infervorato e sto lavorando. È tutta una trama a flash-back. Parlo di tre donne però che  alle fine è una sola ed è mia sorella Elisabetta. E io m’invento che il marito la spara. E vado avanti…

Parlami un po’ del lavoro che fai quando scrivi…

Qui è un macello. Io invento tante cose. Non mi servo delle parole che hanno scritto gli altri. Ho il mio linguaggio. Sono capriccioso, scapigliato diciamo. Scrivo come voglio. Delle date proprio non me ne curo.

I temi che mettono in moto la tua fantasia quali sono?

La guerra è fondamentale. La donna ovviamente per tutti gli uomini è il perno attorno al quale girano tutte le fantasie, perché la donna fa i figli. Poi l’amore, l’affetto. La religione niente, per me non esiste. Gli altri? Mi occorrono. Ho bisogno di tutti. I parenti? Io li sparerei. Non m’interessano, ci do poco peso.  E poi i luoghi: Fondi, Napoli. Roma no. Più i luoghi sono disastrosi più [accendono la mia fantasia].

Fai differenza tra quanto scrivi in poesia e quanto scrivi in prosa?

Bah, non penso. Per me è tutto uguale. Mi metto a scrivere lì. Io sono stato sempre di questo parere – lo dicevo anche ai ragazzi al Molinari – che se Dante avesse scritto la Divina commedia  in prosa, come ha fatto Boccaccio,  questa sarebbe davvero un capolavoro. Io insomma tengo più per la prosa. Nella poesia la rima condiziona.

Tu hai continuato per tutti questi anni a scrivere da solo, senza incoraggiamenti. Perché lo fai?

Questa è una domanda a cui non è facile rispondere…

Ti accontenti di scrivere per te?

Purtroppo che fai? Mica ti puoi imporre. È come la morte. Io certe volte ho paura della morte, di rimanere solo. Però mi dico: se gli altri muoiono, tu perché non vuoi morire? Nasciamo e muoriamo. Se uno non nasce, non muore. Tu una volta mi hai chiamato ‘scrittore clandestino’. Non mi va.

Volevo intendere irregolare, non riconosciuto…

‘Clandestino’ non mi piace, perché tiene qualcosa di delinquente. Uno che fa qualcosa contro la legge. Tu non mi fai essere famoso e io te lo faccio apposta. Io non direi ‘clandestino’. Io mi sento un innamorato della saggezza.

Hai mai pensato di ripulire, aggiustare, sintetizzare, tagliare questa tua vasta produzione scritta?

Se dovessi fare una cosa del genere, farei crollare questo castello. Meglio lasciarlo così. È uscito così dall’anima, dal cuore, dalla tua volontà. Tu desideri una cosa e la ottieni. Io quando scrivo una cosa e mi piace…. È inutile stare a cambiare.

Ma il lavoro dello scrittore non è anche quello di ripulire, aggiustare?

Non mi piace, non mi piacerebbe. Tu mi consigli di ripulire, rendere meno rozzo questo linguaggio? Io voglio mantenerlo così. Non può venire meglio. Non accetto i limiti. Al circolo dell’Arci qui sotto casa hanno messo una targhetta: ingresso riservato agli iscritti. Io non ci vado più.

Tu sei vissuto sempre in questi ambienti  proletari e sottoproletari…

Sì, mi sono messo sempre coi  poveracci, i più analfabeti, i più malati.

Ti sei trovato in mezzo a loro…

No, lo facevo apposta. Non mi piace di essere meglio degli altri. Ho paura di far male agli altri. Ad esempio, io sono capace più di un altro a scrivere, ma non glielo dico, non mi vanto.

La  differenza la vedi, ma  non vuoi metterla in risalto? Vuoi mantenerti solidale con lui?

Sì, solidale.

Ma coi bidelli del Molinari com’erano i rapporti?

Nessuno mi poteva vedere, perché ero diverso. Non perdo tempo a chiacchiere…

Eri più amico dei i ragazzi però?

Sì, ma era anche pericoloso. Si andava a mangiare e a bere in quello sgabuzzino lì. Li mandavo dal pizzicagnolo a prendere il vino per conto di Armando, un amore di vino calabrese. Quante volte eravamo ubriachi. Io nun saccio chi santo mi ha aiutato a tirare la pensione. Quante ne ho combinate!

Gennaio 2006

APPENDICE:  BRANI SCELTI

Da Tra fascisti e germanesi  ( Feltrinelli, Milano 1973, pp.69-72)

La vita sul Cocuruzzo, sebbene da cani, correva lo stesso. lo avevo tanta paura della guerra. Avevamo fame ma Antoniuccio cresceva bello come il sole. Anche se si voleva scendere al paese per procurarci del cibo, dovevamo riunirci perché sarebbe stato un suicidio esporsi alle bombe americane. Sembravamo costretti a morire di fame dentro quei tetri tuguri di paglia e sassi. Ma un mattino, l’ultimo di gennaio, sbottammo. Il cielo era accappato di nero; elefanti di nuvole gonfie d’acqua s’alzavano avvolgendo gli aranceti. Io, zio Leandro, Lu­cino, Elio e una giunta di mortidifame calammo al paese, con la speranza di trovare qualcosa da mangiare. Scen­demmo piano piano per i sinuosi sentieri che affoga­vano nel verde del monte. Zio Onorio si unì a noi. Proprio quando arrivammo ai piedi del Cocuruzzo, sci­volando sulle erbe e sopra i sassi freddi, il cielo si coprì di macchie dell’antiaerea tedesca e una squadri­glia di apparecchi incominciò a seminare bombe e pal­lottole a tutto spiano dentro le rocce e sopra i giardini d’aranci. Ci mettemmo al riparo e i tedeschi, che lungo la costa stavano all’aperto, sparirono nelle grotte. Uno  di loro, però, non fece a tempo e col fucile si mise a sparare nel cielo. Non rimase in piedi per molto e gli aerei se n’andarano vincitori versa il mare. Avvicinam­mo il tedesco, e allibiti ascaltamma le sue ultime pa­rale: “Non perderemo la guerra, il Fűhrer ha detto che abbiamo l’arma segreta, non fa nulla che voialtri italiani ci avete tradito, vinceremo lo stesso, gli americani li butteremo. a mare.” E piangeva con la mano. affondata nel buco che teneva sotta la pancia, aspettando di morire.

Giungemmo presso il paese a sera inoltrata: avevamo paura dei bombardamenti e d’essere rastrellati dai te­deschi. Erano due mesi che non ci azzardavamo a calare a Fandi. Il prablema era di entrare in paese senza che nessuna ci vedesse. Tentammo con cautela di aprirci un varco attraverso i comandi tedeschi. C’era nell’aria la natizia che i liberatori americani fossero oramai quasi alle parte, ma stentavamo a crederci; di cose allora se ne raccontavano tante. Giungemmo dentro il paese. Per i vicoli non latrava un cane, la paura ci straziava. Papà e zio Leandro ci precedevano camminando sotto gli architravi pericolanti e noi li seguivamo, sbattendo i denti per il freddo e per la fame. Poi mio padre se ne ri­tornò sul Cocuruzzo, accanto a mamma. A Fondi, le strade, i viali e le piazze, non esistevano più; il paese s’era trasformato in un immane cimitero senza croci. Percor­remmo via Vetruvio Vacca senza incontrare una traccia di vita. Non ci perdemmo d’animo, specialmente zio Leandro, il quale, vista l’impossibilità di raccattare qual­cosa da mangiare, propose di andare a vedere cosa mai era rimasto delle nostre case distrutte. Lui davanti e noi dietro, varcando come iene le macerie e i tritumi, arrivammo, stanchi e con la lingua fuori, sulle rovine della mia casa. Il ritratta di mamma e papà pendeva ancara affogato nella polvere dall’unica lembo di muro rimasto all’impiedi. Zio Leandro ebbe l’ardire di stac­carlo dal muro senza procurarsi un graffio. Ritratto alla mano, mio zio avanzava barcollani, gettando gli acchi di qua e di là, coi capelli canuti rizzati in testa come un riccio. Noi lo seguivamo al calcagno.

Non finimmo di arrivare in piazzale Portella, che ci sorprese un bombardamento. Per fortuna non c’erano mura in piedi che ci potessero crollare sopra le spalle. Ci appiattellammo panciaterra sotta il marciapiede e restammo a baciare il selciato, finché i bombardieri si allontanarono. Ci rizzammo da quella posizione e ce la squagliammo. Attraversammo il Ponticello e andammo. a piazza Cardinale. Ci imbattemmo in un certo Cazzomatto, che con la sua faccia di puttana c’invitò a an­dargli appresso promettendoci di farci guadagnare il pane. Lo seguimmo e ci condusse dentro una casa dove, frugando ben bene, trovammo un barile di ulive all’ac­qua. Poi scendemmo in cantina, dentro la quale a stento si riusciva a tenersi in piedi. La trovammo piena di botti sforacchiate dalle palottole tedesche e fasciste; era tutta allagata di vino, con sopra uno strato di moscerini che si poteva tagliare a fette. Riempimmo delle damigiane e le nascondemmo per poi portarcele sopra la montagna. In altre cantine, c’era della gente che andava tastando i muri e i pavimenti a caccia della roba murata. Facevano man bassa di tutto. Noi li guardammo e prendemmo solamente da mangiare. Ci fornimmo di fagioli e di fichisecchi, mentre gli altri rapinavano gioielli, biancheria, vini. lo nel contempo guardavo Lucino, che sturava una bottiglia di liquore e l’assaggiava, e poi apriva e assaggiava l’altra ancora, fina a sbronzarsi. A un bel momento gli cominciò a girare la testa, ma lui non capiva ragione: assaggiava e rideva come uno scemo. A Elio venne un accesso di tasse (lui ne ha sempre sofferto), Lucino faceva il matto ragionando con l’alcool e io mi lamentavo che volevo mamma. D’im­provviso, mentre carichi di mangiare e bere stavamo attraversando una lunga cantina scarrubbata, per portarci sulla strada e andarcene, passarono dei tedeschi. Ai gravi passi teutonici, sotto l’intimazione di zio Leandro, ci nascondemmo dentro le botti vuote. Elio tossì ancora e zio Leandro lo assalì con una valanga di im­properi e minacce a bassa voce. Ma nessuno ci udì. Caricammo il vino, i fagioli e le olive e finalmente par­timmo.

 

 

La Notte di Natale (1982)

E' la notte di Natale.
Va un tale
ad accattare in un bare un cartoccio di sale
per la sua zucca astrale.
Egli s'insacca nella sua mantellina sbrindellata
e ingerisce di volata
i diciassette piani del palazzo in cima al quale
tana. Egli è povero, non ha un cavolo.
Inoltre è detentore di un lercio ceffo sul quale
affiorano rimarcabili caratteristiche da farlo
da tutti reputare un rospo cornuto.
Ebbene, questo figlio di cagna, tutto impettito,
tronfio d'ignoranza e arrotolato in un palltò crivellato
di mozzichi d'incinte mignatte, squarciando lo smog
entra nella fumigosa mescita summentovata.
Egli è avvolto nelle pene nere
del mondo le più megere.
Tiene gli occhi bruciati di pianto
e s'alluma un mozzone di sigarro raccattato
perterra fuori dal bare
ai piedi della soglia di pietra di Trani.
E' la notte di Natale
e sotto i suoi fracichi, sporadici denti,
da vetusto tempo costui non mascica un tubo.

Soltanto ogni tanto ei getta i suoi occhi abbottati
di debiti nel ventre della vetrina
di una tavola calda, mirando, traverso
la lastra vetrosa, gli altri le coscie dei polli
sbranare, bicchieri ricolmi di sangue di vite
trincare, e leccarsi le dita cosparse di vermiglia
vernice di caviale.
E' la notte di Natale.
L'individuo se ne va piangendo il male
che tiene all'addome, e d'allora
non mangia, e soffre dolori di fame.
Nel bare si stiracchia, appoggia le spalle
aggobbite al termosifone
e gode un po’ di calduccio ghisoso, e un languore
gli bazzuca nel cuore dardi scagliati
da un arco baleno d'amore.
Egli guarda, adesso, le facce sgualdrine
dei giocatori di tressette, e il mozzone toscano
gli brucicchia le labbra spaccate,
tinte di morte.
Lo rimira ognora nel bare la gente
e lui pensa: "E' la notte di Natale
e il tossicoso locale
mi guarda cogli occhi alcolini."
Egli se ne frega; si muove, si raggomitola
rannicchiosamente raggomitolato sul peccoso bancone
e col suo brutto muso di cane barbone
tracanna un ponce.                                                                                                      .
Appresso si sbavacchia la bocca fetente di trinciato forte
colla manica lurcia del suo malnato cappotto                                                     .
e sfodera a sorte
dalla saccoccia delle sue brache stinte e rattoppate
cento lire ammaccate.
E ammicca al barmanne se dentro
quel bare ci fosse un juke-box da suonare.
"Bighellone abbuffato di pidocchi maledetti!
- gli sparacchiano a musincinti gli avventori
e la racchietta mogliettina del gestore -­
Il suonatore a bottoni eccolo là!
Non ci vedi? Sei strabbicco, cieco o baccalà?"
La gente del bare l'attornia, lo vuole scannare.
Menomale!
E' la notte di Natale.
E il mandrillo mugola: ”Ma come, siete stati voi a dirmi
che quel coso là non è affatto un juke-box,  bensì una cucina
a gas, allora cos’aspettate?
Su, datemi un pentolino e un ovo, ho fame!
Io colle mie cento lire volevo suonare delle canzoni!
Magari! - pensava il gringo fra sé e sé - un ovo di struzzo
scapolo al tegamino, sarebbe buono, oppure una braciola
di maiale."
E’ la notte di Natale.
Gli avventori del bare, scocciati del parlo del tale,
se ne stanno andando, quando
egli mormora: “Ma si può sapere checcazzo di mescita
è questa, che non possiede neppure un tegamino nel quale
poter cucinare quel gatto soriano
che viene adesso di qua, o qualche microsolco suonare?"
Gli scagnozzi giocosi, snudandosi fuori dal bare,
se ne vanno, quando uno chiama un altro: "Andiamocene, Peppe!
Non lo vedi? E' stato sempre così scemo e ignorante quellolà! "
E la folla, noncurante, se ne va.
E' festa.
Il tipo accatta il sale per la sua testa.
Sbocca dal locale
e, gridando, se ne va appazzato nell'interno del viale.
E' la notte di Natale.
Ei corre col cuore schiacciato nel focolaio dell'ariaccia
smogosa. Si porta dal giornalaio
e chiede un panino imbottito.
"Signore, ma lei forse è ammattito?
- gli spara l'edicoloso - E' la notte di Natale,
non posso darle, barbone, che un giornale."
Eppoi all'illuso lo vede un bambino,
che gli fa una pernacchia e gli dice: "Cretino!"
E' umiliato il tale.
"Ma questo zozzo mandrillo è proprio un deficente?"
pensa un mercenario della Polizia Stradale.
E' la notte di Natale.
Egli si diparte colle spalle gelate
e chiappa un tassì provinciale.
Mentre l'illuso non fa altro che granfare il tram
che va alla Previdenza Sociale.
E' la notte di Natale.
Il criminale azzecca ansimante i diciassette
piani del palazzo sul quale tana.
Ma non piglia l'ascensore.
Forse ha perduto la chiave,
o che non paga la pigione quell'essere astrale?
E' la notte di Natale.
Ha le labbra screpolate di voraggini di fame,
quel brutto muso di cane.
Questo tale
lo si chiappa sempre nelmentre si stende
come una maledetta scolopendra
o un porcello di Santantonio sotto il ponte
ove egli effettivamente cova il suo odio
come un serpente velenato,
il fetentone, il megalomane nato.
Cionondimanco si trova adesso sul grattacielo
e guarda dabbasso la rapa dell'animale
e le cappotte di metallo addebbitate
che scorazzano sopra la cambiale.
E' la notte di Natale.
Ridacchia come un Belzebù questo figlio di varana.
Si fabbrica una cerbottana,
colla quale,
dopo aver abbussolettate le bollette non saldate,
le bazzuca sul peccato ch'è dabbasso
e ridacchia come un Drakula.
Soffoca, sventra l'apertura della gelosìa,
ammocca la testa matta dalla bocca della casa
e scorge sulla strada il mercatante che viene a scannarlo
e a sequestrarlo corre il mobiliere
e l'altro usciere azzecca a bazzucarlo,
solo perché il tale
non pagava la cambiale.
E' la notte di Natale.
Si catenaccia nella sala capita1ista di polvere
e ragnatele
e sullo storpio tavolino traccia un (O) con un bicchiere
di vino e scribacchia sciocche poesie.
Adesso a1luca, grida ei come un disgraziatone
e violentemente molla tutto quanto giù dal finestrone
sino a riempire di elettrodomestici e di mobilio
tutto il mondo,
questo tale,
questo idiota, questo cane vagabondo.
Il tipo ha uccisi tutti,
dimodoché persona più protesta,
e solamente lui al mondo resta
a gettare gli occhi sul viale
alla notte di Natale.
Egli sta nel bare a piangere tristezza e miseria
vicino al juke-box, e ode il disco (Lo Straniero).
Finalmente muore il tale
cadendo col capo sul davanzale
e accattando il sale
per la notte di Natale.

IL BRIGANTE SILVESTRO  da Dissacrazione e verità  (raccolta inedita di  racconti, pag. 135)

Nella Selva Vetere, chiamata così per via che viene tagliata dal fiume Vetere, metatesi di Tevere, che nasce dal Monte Perito e muore nel lago di Fondi, una volta vi abitava un pastore di nome Silvestro. Aveva ventidue anni allora; giovane tozzo, brutto e analfabeta, aveva sempre il fucile retrocarico a portata di mano, se lo poneva accanto al letto quando la notte dormiva. Ca­morrista e maffioso. Anche se aveva sempre ucciso e rapinato, lui, a botto di schioppettate, faceva dire di sé: «Fino adesso ha voglia la gente di parlare, Silvestro ha ventidue anni e nessuna condanna sopra le spalle, non ha mai fatto del male a nessuno».

Lo temevano tutti. La Selva Vetere era il suo dominio; nei suoi lugubri ventidue anni aveva campato sempre di prepotenza. Era un uomo solo, errante, anche attraverso i Monti Aurunci, dietro alle sue pecore, ogni tanto ne violentava una, facendola [s]trillare come una rigazzina di primopelo. Emarginato dalla vita, egli non amava nessuno; sapeva soltanto che ogniqualvolta si piccava una cosa in testa, manteneva sempre la sua promessa fatta: «O ti piglio, o mi subisci, o ti fai subire; o mi dai la carne tua, o sennò io me la piglio». La sua famiglia era degna di lui medesimo, strafottente rapinosa, vendicativa e faidale. Costoro dominavano colla minaccia, sempre sul chivalà e sicuri, col fucile in braccio, carico e inesorabile. Erano incapaci di pensare al bene, votati al male. Capacissi­mi di rapinare e uccidere a sangue freddo, nonché di bruciare le capanne, pagliari, rozze dimore di quei poveri selvaroli.

La losca famigliaccia cantava sempre: «Se ci rompete le ossa dentro ci trovate il rancore, se ci tagliate le vene, dentro ci trovate il veleno, se ci spaccate le cervella, dentro ci trovate il delitto; se ci aprite il cuore, dentro ci trovate una pietra».

Dietro la capanna, dimora della terribile famiglia, ci stava una grotta ignorata da tutti. Un giorno però questa venne scoper­ta da un boscaiolo, certo Polo, che lo fa subito presente alla Legge: «Sì, c’era puranco un mio collega con me; abbiamo visitato la grotta, calando giù per una scala a chiocciola. Dentro a essa ci stava un letto, tre o quattro sedie, un tavolo e tante armi moderne». Silvestro non agiva mai solo, aveva con sé un’ombra, il suo angelo custode e braccio destro Bellone, giovane diciannovenne, truculento; capigliatura corvina e riccia su capoccia arietina. Naso grifagno, occhi rossi, spupillati, bocca di caprone con zanne di lupo. Alto quanto un cerro, bestiale erotico maniaco sessuale ermafroditico. Come Bellone catturava qualcuno, maschio o femmina, bambino o vecchio alla luna, li violentava con stupro. Una volta lo ficcò dietro a un vitellino redo[2] appena nato, facendolo morire dissanguato. Questo animalone si sarebbe fatto uccidere per il brigante Silvestro, il pastore invaghito della bella contadina Driade, che dimorava in una pagliara della medesima contrada della Selva Vetere. La fanciulla Driade, bella come una mela cotogna, alta, florida, sana, colle carni fresche e sode e il seno, pieno, pieno di melloniche tette, assai schiattacore.

In famiglia erano lei, il babbo, la madre, la sorellina e il fratello Gildo, ragazzo robusto, alto e bello da mettere invidia. Non molto lontano dalla loro capanna abitava lo zio Corbo, uomo austero e forte, che anche lui, purtroppo, subiva angherie, rapine e minacce dal bandito Silvestro. Ciò non ostante, quest’uomo non osò mai la­mentarsi, nè lui nè gli altri selvaroli, temendo rappresaglie dal bandito Silvestro, questo rozzo bandito camorrista, guappodicartone e mafioso. Silvestro sicché aveva il cuore in frittura per la bella contadina Driade, che di lui non voleva sapere proprio il bel resto di niente, facendo anzi capire in mille modi e maniere al giovane bandito, che le loro future nozze erano un’utopia. Intanto il bandito tutte le volte che la vedeva lavorare nei pantani, sotto il cielo azzurro di Fondi, scendeva da cavallo e la pigliava selvaggiamente:

«Vieni qua! Mi hai messo la febbre perniciosa nel sangue, ti desidero assai assai, con tutta l’anima; perché non vuoi darmela? Ebbene, allora ti sbardello sopra la terra spoglia e nuda e te lo ficco tutto quanto dentro la quadraccola. Vedrai come ce lo tengo il pistolone lungo e ciotto; ti fo addicreare una frega, ti azzaffo e affogo la zunna di saponella, ti voglio montare con tutta l’anima, come fa il mon­tone colla pecorella. Ti impre[g]nerò facendoti partorire un bel marmocchio tutto nostro. E che, sei la regina di stocazzo, tu, che non puoi fare in culo con me?»

Le ripulse della bella Driade inasprivano sempre di più l’animo di Silvestro. Siccome in ogni colluttazione che intercorre­va tra i due amanti, era sempre la femmina ad avere la meglio, data la sua consistente forza e statura, Silvestro, allora, che era una mezzasega, rispetto a lei, la minacciava con gli occhi di brage: «Ah, non molli? Nèh! Mi piglierò vendetta crudele su di te e sopra alla tua famiglia, vedrai, non finisce così, per me non è ancora notte! Non vuoi il mio amore ardente, allora io, un giorno o l’altro, come è vero Santrocco, te la faccio pagare a caro prezzo».

I due malviventi, Silvestro colla sua spalla destra Bellone, una mattina sentivano un rotolare di carretto sopra la via. Si trattava di un certo Fiore. Appena i due banditi gli arrivarono a tiro, Silvestro lo fece scendere dal mezzo. Gli chiese: «Compare Fiore, dove si trova adesso Driade?».

«Alla pagliara della zia Bortone. Ci sta pure la sorella Emma, col cugino Tommasino con lei, in tutto sono quattro cristiani».

«E indove si trova Gildo, il fratello di Driade?». «E’ andato a fare delle compere a Fondi». «E suo cugino Aristide?». «E’ allettato per malattia, compare Silvestro». «Allora puoi andare pei fatti tuoi!» gli dice il bandito «Grazie, tante, grazie anzi delle notizie che mi hai fornite, addio!»

Il Fiore, col suo carretto ripigliava la via per Fondi.

Adesso i due briganti, Silvestro e Bellone, sicuri di avere campo libero, si versarono nella Selva Vetere. «Caro Bellone!» gli diceva ora Silvestro «Gildo è ito a Fondi, a fare delle spese, un uomo man­cante; Aristide si trova a letto malato, un altro uomo di meno; Driade quindi non ha difensori di sorta, è sola; non c’è persona al mondo che la possa aiutare. La sua vecchia zia Bortone col cuginet­to Tommasino, che giacciono con lei nella pagliara, non contano. Siamo quindi gli unici dominatori del campo, i padroni, possiamo agire a nostro pieno piacimento, nessuno ci disturberà. Però sono ancora le sei, ora in cui tutti lavorano; le mandrie non sono ancora rientrate nelle stalle; i vaccari, i bufalari, sono ancora sparpagliati per la Selva Vetere. Poi, chi zappetta, chi dissoda e ricaccia i pantani, sotto questo sole che brucia, come l’anima mia, per la bellissima Driade. Se ci muoviamo adesso e ci sentono, possono accorrere a difenderli, bisogna, per questo, aspettare, ancora non è il momento. Siamo cauti! Calma, perché vendetta sia fatta; non portiamo prescia, il gatto per la fretta fece i gattini ciechi. Verso la notte spaccata i villani dormono,[nessuna] persona ci vedrà a quest’ora, tranne la Luna d’argento». «Aspettiamo allora insino alle undici, Silvé!» consiglia­va il Bellone; queste cinque ore poi so’ io come fartele passare».

I due briganti penetrarono nella grotta nascosta, dove abitava la puttana di Bellone, colla quale Silvestro si sollazzava bonobono, ficcandoglielo ripetute volte nella zunna e altrove alla presenza del suo bracciodestro Bellone. Eppoi ancora con Bellone bevvero, mangiarono, cantavano e chiavavano insieme colla scrofa, chi davanti e chi didietro simile ad accoppiamenti animaleschi.

Arrivate finalmente le undici, i due manfrini, lasciata la puttana, sazia nella grotta, pigliarono a camminare verso la capan­na nella quale dormiva Driade, la sorella Emma, la zia Bortone e il cuginetto Tommasino. Nessuno si trovava a quell’ora sveglio per la Selva Vetere, pareva che nel mondo non ci fosse più crea­tura vivente. Tutto taceva. Tale silenzio veniva rotto soltanto dal canto lugubroso degli uccelli di rapina e dal secco brusìo di qualche foglia che tombava vorticosa perterra in quell’amara notte. Si udiva però il losco rumore dei loro passi guardinghi che procedevano inverso il malaffare. I due briganti arrivarono davanti alla pagliara, la cui porta, che pareva una feritoia di casamatta, era serrata. Silvestro vi andò vicino, dopo avere fatto svegliare i quattro, prese a minacciare col suo fucile: «Allora, Driade, ti ostini ancora a non volermi?»

«No!» [s]trillava lei «Meglio la morte!»

«Ma che cosa ti ho fatto io di male? Io ti voglio solo per sposa, ti voglio bene!»

«No!» lei lo respingeva! «Uccidici piuttosto tutti e quattro!»

                «Esci fuori dalla capanna, Driade!» Silvestro cominciava a innervosirsi. «Ti voglio per moglie. Perdonami se quella volta ti ho ferita col pugnalotto!»

«No!» insisteva lei caparbia: «E’ meglio morire».

«Porco della Ma. e Dio ansemble!» bestemmiava Silvestro con assai raccapriccio. «Allora, Bellone, taglia e prepara la legna».

Il brigante tagliava frasche e l’ammucchiava intorno alla capanna. Dopo pure tronconi lignei in croce piazzava in faccia alla porta.

                Ammannito tuttoquanto perbene, Silvestro disse: «To,Bellone! Afferra questo fucile e spara qualora si avvicinasse qualchuno!».

Silvestro appiccò quindi il fuoco alla pagliara, da dove presero a uscire urla laceranti. Driade, alla quale si stavano già incendiando i panni addosso, cedeva pietosamente: «Silvestro! Sposo mio di letto, aprima [sic] la porta, spegni il fuoco; vengo fuori, esco e mi ti sposo, non bruciare pure la zia coi miei fratellini! Essi sono innocenti, non ci entrano niente coi nostri peccati».

Driade metteva la testa fuori dalla paglia della capanna, mentre Silvestro gliela respingeva dentro, dicendole:«E’ troppo tardi oramai!».

La pagliara bruciava e il fumo strozzava la gola dei quattro le cui carni venivano di già escoriandosi e brasandosi sotto la furia delle crepitanti lingue di fuoco.

Driade scongiurava. In quel mentre a un galoppo seguiva una figura oscura. «Chi è che disturba?» si chiedeva Silvestro «Tu intanto, Bellone, resta di guardia alla capanna, fino a che non è diventata un mucchio di cenere; io vo’ a vedere chi è».

Il brigante partiva, fucile spianato, pronto a uccidere. Scorgendo Gildo, fratello di Driade, che veniva da Fondi, gli alluccò: «Ma perché giungi a questa ora di notte? Sei un cazzo di ostacolo e ti frapponi come un bastone nodoso fra i miei piedi. Ma il destino si deve compiere in tutti i modi.Vattene, Gildo, da dove sei venuto, sennò ti sparo!».

Il giovane, ignaro di quelle fiamme, legava il suo cavallo, senza rendersi conto del pericolo che stava per correre. Come poi stava aprendo bocca, Silvestro gli deflagrò il primo colpo, facendo così cilecca. Gli disse allora: «Non ci fa una minchiazza, Gildo, ti metti in corriva con me? Vuoi ficcare il naso nelle mie cose? Il mio schioppo è un duebotte, l’altra cartuccia è già in canna: banghe!». Gli uccide il cane, che guaì pietosamente, con uno strascico che echeggiava per tutta la Selva Vetere. Gildo l’aveva capito che nella pagliara della zia Bortone stava morendo bruciata la sorella cogli altri innocenti. Siccome Silvestro stava ricaricando il duebotte, egli pensò:«Qua io, in tutti i modi, sono un uomo morto; loro due, Bellone armato di accetta e Silvestro di fucile. La capanna brucia, vorrei andare ad aprire la porta, per salvare mia sorella Driade cogli altri. Ma mi faranno fuori. Eppoi chi saprà mai chi fu l’artefice che aveva bruciato queste quattro anime innocenti? Quindi, l’unico testimonio sono io». Gildo eccosì monta a cavallo e corre dallo zio Corbo, che saputo del fattaccio, lo consiglia di avvertire la legge.

Compiuta la strage, mentre Driade colla zia Bortone e i due bambini finivano di carbonizzarsi nella brage della capanna, Silvestro e Bellone s’allontanavano dal focaraccio accostandosi alla dimora dello zio Corbo. Là giunti, i due banditi lo invitavano ad apparire sull’uscio. Il povero disgraziato, prendendoli colle buone, affinché suo nipote Gildo facesse a tempo ad avvertire la legge, apparve sulla porta della sua capanna, scalzo e in camicia allungo. Allora Silvestro gli scaricò il fucile addosso, facendolo cadere secco in una piscolla di sangue. Poi con Bellone si diedero alla macchia. Di lì a poco il povero Corbo moriva. Intanto erano giunti sul posto del rogo gli aiuti chiamati da Gildo, ma nulla poterono fare per le povere vittime oramai incenerite. Silvestro e Bellone vissero dapprima uniti,eppoi come videro che ciò era pericoloso, si separarono. II bandito Bellone uscì dalla Selva Vetere e Silvestro viveva nascosto nella grotta. Dopo, in seguito a delle spiate, Bellone venne catturato e giudicato. Venne condannato a tre anni di reclusione. Anche Silvestro fu giudicato dalla stessa corte in contumacia venne condannato all’ergastolo. Da quel giorno di Silvestro non si ebbero più notizie; dopo si venne a sapere che aveva vissuto tre anni nella grotta nascosta colla puttana di Bellone. Silvestro scappò in Abruzzo, qua dove cambiò due volte nome, con falsi documenti si sposava ed ebbe due figli. 21 anni dal fatto, mentre Silvestro saltava da un tetto all’altro di una casa, cadde sulla strada dabbasso, rompendosi tutte e due le gambe, infine fu catturato e morì marcio dietro alla cancella.

 Note

[1] Tahar Ben Jelloun, Le pareti della solitudine, Einaudi, Torino, 1990 e 1997, p.XVIII

[2] Redo Vitello o puledro durante il periodo di allattamento

Milano da bere e Milano dabbene 

Riordinadiario  (15 dicembre 2005)

di Ennio Abate

[Per chi avesse letto e non solo guardato Alias (supplemento de Il Manifesto) n. 48 del 10 dicembre 2005]

Le passioni di Milano: undici pagine con foto grandi, raffinate e inconsuete, sei articoli e due interviste (la prima allo storico dell’arte Giovanni Agosti; la seconda – fatta nel 2003 – al compianto Giovanni Raboni). Tema: il confronto tra ieri e oggi, tra «una certa Milano» di una volta e la «Milano da vomitare piuttosto che da bere» di oggi.
Stajano se la prende con il «traffico mortale», la fungaia delle «cappuccine» sui condomìni dei ricchi, la corruzione «che è sempre esistita», ma non nel «modo impudico e programmato» messo in luce dall’inchiesta di Mani pulite (1992).
De Mauro evoca i funerali delle vittime della strage di Piazza Fontana (dicembre 1969) per dire che poi «Milano si sentì di colpo sola» e «si ripiegò in una sorta di smania autodistruttiva […] in un laboratorio di abiezione politica».
E via seguitando: tra il lamento e la nostalgia.
Domande: E’ mai davvero esistita, se non nell’immaginario, questa Milano «un tempo ironica, affettuosa, anche se frenetica» (Stajano)? La sentirono mai così le «care ombre» dell’eterogenea famiglia letteraria (Rebora, Gadda, Sereni, Fortini, Spinella, Oreste del Buono) evocata qui da De Mauro? Come giudicare il rimpianto di Raboni per la «Milano industriale della buona borghesia operosa» o la sua convinzione che Milano avesse «perso l’anima […] vendendola […] durante il boom economico»?
Obiezioni. Ai rispettabilissimi personaggi convocati da Alias per discutere della «capitale morale» d’Italia andrebbe ricordato:
1) l’accoglienza non proprio «affettuosa» data da Milano agli immigrati in genere dal Sud e da altre campagne negli anni Cinquanta-Sessanta (si rileggano “Milano, Corea” di Alasia e Montaldi!);
2) la durezza del capitalismo italiano (e non solo della «Milano industriale») che l’anima da vendere proprio non ce l’ha;
3) la contiguità tra Milano dabbene e Milano da bere, vera matrice della odierna «Milano da vomitare».
In conclusione una cosa è certa:  quando  i nuovi patarini [1] (gli operai e gli studenti che nel ’68-’69 lottarono per una Milano città futura, non futurista!)  le due Milano – la colta e la volgare –  freneticamente brigarono (ohibò, ciascuna per conto suo!) per bloccare, addomesticare e distruggere quelle  istanze morali, culturali e politiche sorte così inaspettatamente.
Cari amici di Alias, il vomitevole sta tutto qua.

Nota

[1] PATARIA e PATARINI. – Dal nome del mercato degli stracci in Milano (pataria), il nome di patarini (id est pannosos, “straccioni”, spiega Bonizone da Sutri) fu per dileggio affibbiato dagli avversarî ai seguaci di un movimento (oggi anch’esso noto col nome di pataria) sorto verso la metà del sec. XI nella parte più umile del popolo milanese contro gli abusi ecclesiastici e l’oppressione dell’alto clero. (Continua qui

Fortini, la guerra, la pace

di Ennio Abate

Chi sta in alto dice: pace e guerra

sono di essenza diversa.
La loro pace e la loro guerra
sono come il vento e la tempesta.

La guerra cresce dalla loro pace
come il figlio dalla madre.
Ha in faccia
i suoi lineamenti orridi.

La loro guerra uccide
quel che alla loro pace
è sopravvissuto.

(Bertolt Brecht, Poesie di Svendborg)


La Seconda guerra mondiale e Foglio di via La guerra entrò nella vita di Fortini  con il suo richiamo alle armi nel luglio 1941. Nei mesi seguenti egli riuscì ancora ad alternare servizio militare e studi universitari, ma lo sfascio dell’esercito italiano (8 settembre 1943) lo spinse a raggiungere con altri dispersi la Svizzera. Internato nel cantone di Zurigo con centinaia di fuggiaschi italiani ed europei, vi conobbe esponenti dell’immigrazione antifascista, lesse per la prima volta alcuni scritti di  Lenin, aderì al Partito socialista e incontrò Ruth Leiser, che diventò la donna della sua vita. Partecipò anche alla repubblica partigiana formatasi in Valdossola, che però era già in fase di ripiegamento.

I versi di Foglio di via, scelti tra i moltissimi scritti degli anni  ’40-‘44, sono il primo risultato poetico di Fortini giovane. Ricevettero poche recensioni (di Calvino e Ragionieri in particolare), ma scarsa attenzione da parte dei suoi amici letterati fiorentini.

Anni dopo, nella Prefazione del 1967 alla nuova edizione di Foglio di via e in alcune interviste, Fortini sottolineò quale forte cesura la Seconda guerra mondiale aveva segnato nella sua esistenza, sebbene gli eventi più tragici del conflitto mondiale l’avessero soltanto sfiorato e giudicasse ora (un po’ mortificandosi, come nel suo stile) quella sua esperienza “assolutamente trascurabile” se paragonata alle sofferenze di tanti coetanei deportati in Germania, in Africa o in India.

Lo stacco fra  il prima (adolescenza all’insegna dell’elegia, passione per l’arte e la letteratura, partecipazione sia pur diffidente e scalpitante ai Littoriali del regime fascista) e il dopo (servizio militare, sbando, internamento in Svizzera) fu netto e duro. I rapporti che stabilì, da isolato, con militanti politici antifascisti e formazioni partigiane non furono privi di esitazioni e il contatto con soldati e civili nelle caserme o per le vie delle città bombardate gli svelò l’insufficienza della sua cultura “piccolo borghese”. «Che cosa gli poteva servire aver letto Proust, Joyce, Rilke o Gide?», scriverà nella Prefazione del 1967; e in un’intervista aggiungerà poi: “È solo con l’esperienza del servizio militare, l’incontro con i contadini italiani vestiti da soldati, da fanti, che ho cominciato a capire qualcosa” (Fortini, Un dialogo ininterrotto, p.511).

Nella crisi, quel “qualcosa” affiorava a fatica dal populismo tipico dell’epoca. Era sì sufficiente a staccarlo definitivamente dall’ambiente letterario fiorentino in cui s’era formato e ad unirsi a Elio Vittorini, che stava per fondare Il Politecnico, ma tenui sono le tracce  di una visione politica di classe del fascismo e della guerra. Essa maturerà negli anni successivi e, del resto, era quasi assente allora; e non solo fra i suoi coetanei intellettuali. Se rileggiamo, infatti, Agli italiani (8 febbraio 1944), una conferenza tenuta in Svizzera ai connazionali internati come lui in “quarantena” nel campo di Adliswill (cantone di Zurigo), notiamo che la denuncia dell’avventura fascista e la volontà di reagire si appellano soprattutto  ai valori della  patria distrutta.

Nella presentazione alla recente pubblicazione dei Saggi ed epigrammi di Fortini, Rossana Rossanda ha ricordato  i tanti tratti culturali che il giovane Fortini aveva in comune con tutta la generazione degli anni Venti: “stesse letture, stessi interrogativi, stesse frequentazioni, stesso fastidio per il fascismo, stesse incertezze a impegnarsi fino all’occupazione tedesca”. E Fortini, quasi a conferma, così aveva da parte sua rievocato quel clima culturale:

“L’antipatia nei confronti del regime fascista era strettamente collegata con gli atteggiamenti  intellettuali ed estetici di un giovane che allora si interessava soprattutto di arte e di letteratura. Ma questa non era soltanto la mia posizione. Era quella di tanti giovani di estrazione piccolo borghese o borghese che nella Firenze di allora amoreggiavano con la cultura d’avanguardia e con la poesia, amavano il cinema populista francese [...] e trovavano il fascismo soprattutto maleducato e volgare, banale e culturalmente rozzo. [...] L’antifascismo nostro di allora era un antifascismo che potremmo oggi chiamare di destra, cioè un antifascismo  che trovava ridicolo ed insopportabile il fascismo per i suoi atteggiamenti plebei”. (Fortini, Un dialogo ininterrotto, p. 609)

La guerra gli si presenta, dunque, innanzitutto come viva esperienza del mondo dolente e confuso dei rifugiati conosciuti a Zurigo. Di questa realtà insospettata parla come di una “rivelazione”, sottolineando – e qui ha un peso coglie l’impronta fortemente letteraria della sua formazione – che quel periodo fu l’unico della sua vita in cui non avvertì più “nessuna differenza fra la parola stampata e quella detta”. Gli parve che una fluidità sorprendente si stabilisse fra la parola meditata  nell’assenza fisica di interlocutori, propria della poesia e della letteratura, e la parola più immediata e corporea della comunicazione orale con gente in situazioni materiali durissime o sfuggite allo sterminio nazista allora quasi inimmaginabile, come quel gruppo di ebrei dell’Europa orientale che in una cantina recitava preghiere “intollerabili come urla di gente che fosse tormentata e battuta”.

Fra 1944 e ’45, sempre a Zurigo, lesse anche alcuni testi dalla Resistenza francese, ricevendone un ulteriore incoraggiamento a compiere scelte radicali, come affermò nell’intervista del 1993 a Jachia (Fortini,  Leggere, scrivere).

Berardinelli, in uno dei primi studi sistematici dell’opera fortiniana (Berardinelli, Fortini), ha visto in quegli anni un passaggio del giovane scrittore da un “antifascismo dell’anima” ad un “antifascismo politico”, che riguardò le scelte morali e politiche, ma anche lo stile della sua scrittura; ed in   Foglio di via ne abbiamo la prima registrazione.

Nella raccolta, infatti, troviamo da una parte poesie dai toni duri e realistici e un linguaggio che mira all’oggettività e alla coralità e, dall’altra, la persistenza del clima assorto dell’educazione ermetica fiorentina.

 Sul piano letterario il realismo delle scelte linguistiche e stilistiche, spia di una forte tensione verso  l’impegno politico e storico,  è  tipico di quegli anni di guerra, alla cui durezza il giovane scrittore s’impone ora di non sfuggire più nemmeno in poesia, ma l’impronta della precedente educazione, classica ed etico-religiosa, s’interseca ora con i motivi resistenziali e non come elemento inerte; e si presenta – come ha visto acutamente Lenzini – sia come «momento ‘nichilistico’,  di deiezione e angoscia» sia – dialetticamente – come attesa e  speranza.

Fortini non passa, cioè, dalla precedente formazione al neorealismo che dominerà in vari modi dal ’45 fino agli inizi degli anni Cinquanta. Resta più isolato. E basti confrontare il populismo di  tanta letteratura della Resistenza (Pratolini, Viganò, ecc.)  con la ritrosia pensosa (non ostile) verso il “popolo”, evidente nel suo romanzo, Giovanni e le mani, pubblicato nel ’48.

Foglio di via  e Giovanni e le mani  passarono presto sotto silenzio. Non rientravano soprattutto nella retorica tutta «patriottica» della Resistenza, che, surrogando  presto la sconfitta reale dei partigiani, la presentò come lotta di tutto un popolo contro un’invasione straniera, cancellandone  gli aspetti più controversi di lotta di classe e di “guerra civile”, messi poi problematicamente in luce dallo storico Claudio Pavone. E il mutamento del clima politico negli anni Cinquanta portò in letteratura ad una svolta formalistica (la parabola di Vittorini  e il successivo neoavanguardismo  sono in proposito illuminanti), che svalutò la direzione di ricerca imboccata da Fortini, lontana dall’oleografia neorealistica e nazional-popolare eppure in contrasto con l’”americanizzazione” che poi ha trionfato in Italia e in Europa. Fortini dovrà proseguire sulla sua strada in un relativo isolamento e guardando altrove (verso Francia e Germania prima e poi verso la Cina).

L’esperienza della guerra e della Resistenza restano per lui fondamentali sul piano politico, etico ed estetico. Su di esse il suo marxismo si consolidò restando “critico” e il rapporto scoccato in quegli anni fra letteratura e storia non fu mai più sciolto.  Lo testimoniano tutte le sue opere successive e la prontezza con cui reagì alle prime avvisaglie del “revisionismo storico”. Ancora nel 1993, in alcuni incontri organizzati all’università Statale di Milano, Fortini, relazionando su Letteratura e Resistenza, nel suggerire ai giovani le prove letterarie più alte di quegli anni, ricordò ancora con nostalgia l’attenzione dei letterati a quella sorta di “letteratura orale” che nasceva sui treni, allora tanto lenti da facilitare i racconti delle proprie vicissitudini da parte di ogni viaggiatore ad altri sconosciuti.

Primo intervallo: sulla “compresenza conflittuale di storia e trascendenza” in Fortini  Già  in Foglio di via emerge una feconda contraddizione, che agirà in tutta la laboriosa carriera dello scrittore e che maturerà attraverso scelte politiche e di studio.  Berardinelli ha parlato in proposito di “compresenza conflittuale di storia e trascendenza”. È una formula che mette in luce l’inquietudine mai placata della ricerca di Fortini fra le polarità della cultura occidentale cristiano-borghese (materialismo/idealismo, mondanità/religiosità).

Questa sua inquietudine è stata spesso ricondotta al facile luogo comune di un Fortini tormentato, oscuro, intollerante e ha legittimato riserve o giudizi contrastanti su di lui anche da parte di amici e studiosi importanti. Timpanaro, ad esempio, lo considerò solo “un religioso sia pure tormentato”(Luperini, Ricordando Timpanaro, in L’ospite ingrato 2001-2002) e mai un pensatore veramente materialista, mentre Ranchetti ha visto invece in lui “un’etica… non religiosa ma ricca di affetto struggente per le cose reali” (L’ultimo saluto, in Testimonianze 372 febbraio 1995).

La stessa Rossanda scorge nel suo “essere stato mezzo ebreo, mezzo protestante, mezzo antifascista, mezzo resistente” la probabile origine di un’intolleranza verso se stesso e gli altri  più che la molla di un suo orientamento comunista radicale, fertile specie nel panorama della cultura italiana ed europea del secondo Novecento, prima irrigidite dalle contrapposizioni della Guerra fredda e poi acquietatesi nei compromessi della “coesistenza pacifica”.

Isolato da tanti suoi coetanei, più tranquillamente calatisi negli schemi atei, illuministi, marxisti e cattolici (o in soluzioni eclettiche), che la storia dal ’45 in poi ha istituzionalmente offerto, è stato lo stesso Fortini ad esasperare spesso un suo sentimento di esclusione in modi quasi disarmati, come quando in un’intervista per Il messaggero del 7 gennaio 1984, confidò a Renato Minore:

“Pochi giorni fa mi sono trovato di fronte due persone della mia stessa età, fiorentine: una è stata medaglia d’oro della Resistenza; l’altro un vero fascista, molto importante. Queste persone erano cambiate come cambiano tutti negli anni. E io mi sono trovato nello stesso stato d’animo che avevo tra il ’38 e il ’41. Ho avuto un attacco d’angoscia, ero uno che si sente ancora escluso...” (Fortini, Un dialogo ininterrotto, pag 344).

Ma, evitando sintesi e sublimazioni, Fortini ha avuto il merito di affermare verità lucide e radicali su questioni (le sue “questioni di frontiera”!)  cruciali ma di solito ipocritamente stemperate dell’ebraismo, del protestantesimo, dell’antifascismo, della resistenza. E la sua verifica dei poteri è stata continua e rigorosa negli anni (non solo il titolo di un suo libro del 1965). Poche “trascendenze”, insomma, appaiono, come la sua, tanto calate  nella materialità degli eventi storici e capaci di non appiattirla positivisticamente.

La formula della “compresenza conflittuale di storia e trascendenza” se non resta un’astrazione, ma aiuta ad  indagare le prese di posizione concrete, sempre chiarificatrici, di Fortini di fronte agli eventi quotidiani e storici e, nel nostro caso, di fronte alla guerra e alla pace, può, dunque, essere accettata. Fortini non ha mai smesso, infatti, di misurare il proprio sentire, la sua fede cristiana e la sua borghese “coscienza infelice” con il dramma storico e materiale, senza farne un alibi.

E perciò non “ha elevato in tutta la sua opera un altare di lugubre e tormentosa devozione barocca alle idee di guerra, guerra di classe, antagonismo, conflitto, contraddizione”  come scrisse Berardinelli, in Stili dell’estremismo (Diario 10 1993), iniziando, con un infelice autodafé, una revisione riduttiva non solo della figura di Fortini, ma della stessa formula di cui stiamo parlando, coniata tra l’altro dallo stesso Berardinelli. Quel suo saggio affronta temi psiconalitici interessanti da indagare (come aveva già fatto Remo Pagnanelli in Fortini), ma scolla completamente il fondamento psichico  della biografia e dell’immaginario di Fortini  dalla  storia sociale e politica del Novecento.

Eppure il costante ripudio della guerra (altro che “devozione barocca” ad essa!) da parte di Fortini non pare affatto originato da voglia di un interiore quieto vivere né da pulsioni inconsce di cui sia impossibile cogliere le radici storiche. L’inconscio di Fortini, per dirla con Jameson, è politico e   le metafore, che il poeta vi attinge e che Berardinelli giudica “ossessive”, si precisano meglio proprio alla luce di fatti reali e storici.

Una tale rimozione della realtà della violenza nella storia, ridotta da Berardinelli ad immaginario quasi privato poteva aver breve credito, assieme alle teorie della “società trasparente” e di un nuovo ordine imperiale pacificato e quasi augusteo, soltanto all’indomani della caduta del Muro di Berlino del 1989 e dell’implosione dell’ex Unione sovietica.

Ma tutto il “secolo breve” e il ritorno, nel suo scorcio, della guerra come mezzo normale di soluzione dei conflitti internazionali o come risposta ottusa ad oscuri terrorismi, smentiscono l’ottimismo frettoloso di una variegata generazione, comprendente sia Berardinelli  sia il Revelli di Oltre il Novecento e, per certa fiducia in una postmodernità imperiale dai tratti esageratamente progressisti, anche Negri e Hardt.

 Il vecchio Fortini, con la sua  inquietudine mai conciliata e la sua attenzione alla storia e per la volontà di tenere assieme le radicalità di due tradizioni (la cristiana e la marxiana), non ha sottovalutato l’aspetto tragico presente anche nella possibile (“il socialismo non è inevitabile”!) rivoluzione  socialista.

La guerra nel tempo della pace: Fortini e il Vietnam Il tema della guerra ritorna incessantemente in numerose poesie scritte da Fortini negli anni successivi alla Liberazione, quelli “di pace”, del “boom economico” e della falsa “coesistenza pacifica”.

Provando a scegliere dall’indice di Una volta per sempre (ediz. 1978, che raccoglie le poesie di Fortini fino al 1973) solo i componimenti in cui il tema della guerra è più esplicitamente trattato, troviamo l’attenzione al nemico che muore nel pieno della liberazione di Parigi (Quel giovane tedesco, pag. 75), alle stragi (Sono morti ormai,  pag. 126),  alle “notizie divine della guerra” (Science  fiction,  pag. 139), alla confusione e all’ansia dell’8 settembre del ‘43 (Una sera di settembre), alla tragedia  del corpo di spedizione italiano in Russia (Ai nostri caduti in Russia, pag 150).

Col tempo nelle poesie le tracce della guerra  sembrano diradarsi (Dalla mia finestra  pag. 215). Ma essa non è scomparsa, avviene  lontano ed è comunque spiata dalla gabbia della routine quotidiana occidentale (Primo riassunto, pag. 226) o attraverso  notizie filtrate da una sensibilità solitaria, che interiorizza senza false mediazioni partitiche  lo scontro politico altrove ancora armato (4 novembre 1956, pag 230).

La guerra è sottofondo che persiste,  ora in sordina ora minaccioso. Anche in un presente che concede  al poeta la confidenza amorosa e nostalgica (1944-1947 pag. 241) o  in qualche fugace immagine  di gioia, non casualmente legata alla figura femminile (Alla stazione di Minsk,  pag. 245). Per tornare ad essere rivissuta come incubo gelido e mortuario (La linea del fuoco,  pag. 275), attraverso la lettura delle pagine di scrittori amati (Dopo una strage da Lu Hsun, pag 285) o in incontri quasi onirici con una sorta di alter ego fantasmatico (Ricordo di Borsieri, pag 310).

Negli anni Sessanta, dunque, la guerra è in Italia e in Europa un ricordo sempre più rimosso. Si è trasferita nei paesi del Terzo Mondo. Là solo è tragedia quotidiana. Qui è oggetto di controversie politiche o  notizia da manipolare. Essa ridiventa però un punto di alto di contesa politica internazionale con l’aggressione americana al Vietnam.

       Fortini, intervenendo ad una manifestazione per la libertà del Vietnam, tenuta in Piazza Strozzi a Firenze il 23 aprile 1967, prova a scalfire la rimozione collettiva. Il marxismo gli mostra che la vicenda del Vietnam è “una metafora dei conflitti di classe nazionali” e  che un filo stringe quella  guerra lontana alla pace opulenta e falsa dell’Occidente: una medesima violenza di classe si esercita in Vietnam  nella forma della guerra e in Occidente nelle forme dello sfruttamento capitalistico del lavoro.

            Con un breve comizio in dodici punti ribalta l’opinione, prevalente  anche nella Sinistra, che i Vietnamiti  fossero delle vittime e che la “coesistenza” inaugurata dal rapporto di Kruscev fosse davvero “pacifica”. Paradossalmente a trovarsi in una situazione migliore sono proprio i vietnamiti, che almeno lottano apertamente, rischiando la morte, contro l’aggressione americana, e non gli italiani che hanno  accettato la servitù dagli Usa.

     I punti sono trattati con un massimo di assertività;  e più tardi, ritornando anche sugli aspetti formali del comizio, dirà che aveva voluto costruire l’intervento “in forma modulare con variazioni su di un numero definito e ricorrente di frasi” (in forma ampia il ricordo del 1971 è trattato in Memorie per dopo domani, Quaderni di Barbablù Siena 1984).

Quel comizio è rievocato anche nei suoi risvolti politici in un’intervista a “La stampa” del 13 sett. 91:

“Una piazza di Firenze nell’aprile del ’67, dove si tiene una manifestazione per il Vietnam, con Lelio Basso e Giorgio La Pira tornati dall’Asia. C’era un’aria di melassa, con tutti gli interventi ufficiali. Ma era avvenuto il colpo di Stato dei colonnelli greci e a Berlino uno studente era stato ferito dalla polizia. I gruppi maoisti cominciarono a contestare. Io ho letto il mio testo, concepito come testo letterario, ma che ha avuto un effetto opposto. Voglio rileggerne qualche passo. “Sul Vietnam non ci si unisce. Sul Vietnam ci si divide”. “Tra Usa e Vietnam non è solo un film dell’orrore: è un conflitto fra due classi di uomini”. “Non basta dire americani a casa: perché gli Usa se ne vadano dall’Asia devono sapere di avere popoli nemici in Europa”. Claudio Petruccioli, su  Rinascita parlò delle mie “locuzioni deliranti”. In perfetta continuità con la vera tradizione stalinista del Pci, che era l’opposizione a qualunque forma di sovversione marxista, o non, che non passasse per i corpi istituzionali”

Nell’intervista non sfugge alla domanda provocatoria del giornalista, che gli chiede se quel discorso lo riscriverebbe tale e quale dopo i massacri di Pol Pot in Cambogia. Fortini chiarisce che no, non riscriverebbe negli stessi termini quel discorso:

“Certo che no. Assolutamente oggi non lo riscriverei così. Tuttavia, attenzione, non per Pol Pot, per la Cambogia, per le altre cose tremende che sappiamo. Neppure perché è venuto meno il comunismo sovietico. Ma perché è caduta l’altra grande ipotesi antimperialista: quella di un accerchiamento delle città da parte delle campagne, dei paesi sviluppati da parte dei sottosviluppati. È venuto meno, cioè, il mito della Cina. I sottosviluppati si sono trasformati anch’essi in consumatori. Il grado di unificazione del mercato mondiale è incomparabilmente superiore a quello che prevedevamo” ( Fortini, Un dialogo ininterrotto, p.622).

Non dobbiamo ridurci, sembra dire implicitamente, a ragionieri dell’orrore, né a scegliere il regime  in cui l’orrore è minore o meno appariscente (l’orrore americano al posto di quello vietnamita o sovietico o cinese?). Dobbiamo scegliere ipotesi politiche che mirano alla libertà e a conflitti più alti fra gli uomini contro ipotesi politiche che vogliono conservare privilegi antichi e moderni e abolire ogni conflitto. Questo è il senso della sua risposta, in aperto contrasto con l’”aritmetica dell’orrore” che purtroppo, sulla scia del revisionismo storico, si è imposta in questi nostri anni recenti (e di cui il “Libro nero del comunismo” è un esempio).

Secondo intervallo: il professore marxista e i “nipoti felici di verità tranquille” degli anni Sessanta Fortini cala spesso in poesia gli eventi storici da lui vissuti. In una poesia intitolata Vietnam, italiano e storia. 1966 (in  L’ospite ingrato primo e secondo, pag. 126) il presente – che vede la resistenza del Vietnam, il poeta che la segue attraverso le immagini televisive, facendo l’insegnante e chiedendo “un filo di consenso alle orde/ dei nipoti felici di verità tranquille” – è raccordato al passato: “Ricorda il Trentacinque le rose del liceo/ il professor Ugolini che non aveva la tessera.”

Il professore Ugolini di questa poesia sembra un autoritratto per interposta persona o comunque un’immagine di fermezza morale paterna e solitaria. E può  far riflettere un riscontro empirico, raccolto a distanza di tempo, all’indomani della morte dello scrittore. Esso chiarisce a sufficienza quanto fosse arduo recepire la sua pedagogia non neutra, da professore di lettere marxista, da parte di studenti degli anni Sessanta, che pur si risvegliarono nel ’68 dal loro torpore.

Trascrivo perciò alcuni brani della testimonianza-ricordo di un ex studente di  Fortini, Franco Romanò. Essa combacia quasi perfettamente con la situazione delineata nella poesia Vietnam, italiano e storia. 1966 e ci dà,  per così dire, il punto di vista dei «nipoti felici» di quegli anni:

“Conobbi Franco Fortini nel lontano 1965. Ero iscritto all’ultimo anno di ragioneria al Mosè Bianchi di Monza e lui era il nostro professore di lettere. Quando entrò in classe il primo giorno, lo sguardo era serio e severo; aveva una brutta borsa di pelle, identica a quella che gli avrei visto portare venti anni dopo. La mise sulla cattedra e poi, invece di sedersi, scese dal predellino e stando in piedi davanti a noi, ci guardò un po’ e poi iniziò un discorso che per quegli anni si può senz’altro definire memorabile:

“Mi chiamo Franco Lattes, sono di origine ebraica, durante la guerra fui costretto a riparare in Svizzera, tornai a Firenze con la liberazione. Poiché io voglio che ci si conosca bene senza sotterfugi vi dirò che sono marxista, sono stato iscritto al Partito socialista ma oggi non lo sono più, sono un poeta e uno scrittore, mi occupo di letteratura ma conosco anche l’industria. Ho stimato molto un grande industriale italiano, Adriano Olivetti, ho lavorato in quell’azienda, fui io a dare il nome alla prima macchina da scrivere, la lettera elle: il nome lexicon lo suggerii io.”

Dopo aver detto questo si sedette tranquillamente in cattedra. Tutti noi eravamo allibiti, ci lanciavamo occhiate perplesse, interrogative [....]

Altre volte si sedeva in cattedra e non parlava, se ne stava cupo e raccolto in sé; sapevamo, allora, che era successo qualcosa di grave nel mondo, da qualche parte. Fu così, per esempio, quando fu giustiziato da Franco l’anarchico Grimau; a Milano il giorno prima c’era stata una manifestazione credo anche con scontri, lui vi aveva partecipato. In questi casi al silenzio di una  decina di minuti seguiva una rapida spiegazione dei motivi della sua indignazione, poi la lezione cominciava” (in Testimonianze per Franco Fortini, Cologno Monzese 1966)


La contraddizione nelle proprie radici: Fortini e la guerra dei Sei giorni (1967)  Nel giugno 1967 le truppe israeliane e quelle egiziane si scontrarono nel deserto del Sinai; e in Italia e in altri paesi occidentali l’opinione pubblica si schierò subito con Israele, accettando la versione  che la guerra era stata una  risposta ad un’aggressione araba.

Fortini scrisse in quell’occasione I cani del Sinai. Il titolo  del libro derivava da un inesistente proverbio arabo: “Fare i cani del Sinai”, un’espressione che significa “correre in aiuto al vincitore”, “stare dalla parte dei padroni”, “esibire nobili sentimenti”.

Si tratta di un saggio composto di note politiche a caldo sugli eventi di quell’anno in aperta polemica verso i simpatizzanti dello Stato d’Israele, e di un austero resoconto autobiografico sulle proprie ascendenze di ebreo italiano, nel quale si sofferma su vicende di parenti e sulla sua stessa storia familiare e personale (i rapporti con i valdesi, la sua conversione).

 I cani del Sinai sottolinea che, con quella guerra contro gli arabi, “ebraismo, antifascismo, resistenza e socialismo”, fino ad allora pensabili come  “realtà contigue”, non lo sono più.  La guerra ancora una volta ha stravolto l’identità culturale del paese che la fa. Israele  è diventata altro da quello in cui si era sperato al momento della sua fondazione. È ora complice e punta avanzata in Medio Oriente dell’imperialismo statunintense.   E, quando la guerra dei  Sei giorni è diventata notizia, la sua manipolazione e  la sua sterilizzazione a chiacchiera da salotto è talmente imponente che gli stessi amici ebrei di Fortini,socialisti e comunisti, si mostrano sconcertati, indulgenti verso Israele e restii a prendere atto del cambiamento avvenuto. Solo lui insiste, isolato e malvisto, a trovare intollerabili le accuse rivolte agli arabi con argomentazioni – scrive – che trent’anni prima  erano state  usate dai nazisti contro gli ebrei. E mostrerà anche in seguito amicizia e solidarietà attiva verso i palestinesi, come provano le sue accorate riflessioni di un viaggio in Israele del 1989, raccolte in Un luogo sacro di Extrema ratio.

In un’intervista di Gad Lerner  del 1982 a Radio popolare (L’ospite ingrato, 2, 2003), che aveva come sfondo le stragi  israeliane in Libano di quell’anno (Sabra e Chatila, operazione “Pace in Galilea”), ritornano, filtrati dalla memoria e dalla meditazione su tante altre sconfitte, i temi politici de I cani del Sinai: la critica all’opinione democratica e colta, schierata comunque con Israele (“si pensa che gli israeliani esagerano; ma in sostanza, nel profondo, si pensa che sia meglio, possibilmente, cancellare i palestinesi”), quella alla funzione de-realizzante della comunicazione massmediale (“l’occhio dei mass-media è un occhio incaricato di non far vedere, quello che fa vedere viene  nello stesso tempo assorbito e annullato”), la presa d’atto che l’immensa tradizione culturale ebraica è ormai esaurita e che la storia e le vicende dello Stato di Israele nulla hanno più a che fare con essa.

Lerner vorrebbe vedere nel conflitto in Israele una “nuova grande ondata di irrazionalismo”. Ma Fortini gli ricorda che  esistono due razionalità, una cosciente, una meno cosciente, “ma che non per questo è meno razionale, e cioè meno adeguata ai fini che si vogliono raggiungere”.

 Per lui la classe dirigente israeliana strumentalizza le minoranze religiose estremiste, abbastanza esigue in Israele su una popolazione sostanzialmente laica e spesso atea. E respinge pure la tendenza, che in quegli anni di “crisi della ragione” si faceva strada da noi, ad abbandonare ogni lettura degli eventi storici basata sulla descrizione dello stato dei rapporti socio-economici; il che – aggiunge – “costituisce la riprova di una condizione di guerra: come quando nella guerra contro l’hitlerismo e il fascismo vi fu un momento in cui l’interpretazione canonica di tipo marxista venne omessa completamente […] per sottolineare la figura del cattivo, del non-uomo, del mostro”.

Terzo intervallo: la “regola del morto-vivo” in arte Anche se non si sofferma su una propria opera, ma sulla versione cinematografica del libro,  il film Fortini/cani, girato da Jean-Marie Straub e Danièle Huillet nel 1976, in cui lo scrittore  legge  brani del suo stesso libro, la Nota 1978  all’edizione in francese de I cani del Sinai torna utile per chiarire come Fortini passa dalla riflessione politico-autobiografica su un evento storico  alla sua resa artistica (o più in generale alla poesia).

Siamo in tutt’altro clima rispetto a Foglio di via. Lì scelte linguistiche e stilistiche  tendenti al realismo. Qui, invece,  i fatti  trattati nel libro del ’67, pur giudicati indispensabili (“in loro assenza non si fa nulla”)   vengono allontanati e sono affrontati  come fossero spoglie che hanno perduto ogni passione  e immediatezza. La polemica politica ha ceduto il passo alla meditazione: “Fra qualche anno”, egli afferma, “nessuno comprenderà più che cosa sono stati la guerra in Vietnam e il conflitto arabo-israeliano”.

Gli eventi storici vengono guardati “come beni perduti per sempre e non a noi  destinati”. Ora interessano soprattutto “le lacune del reale” o “un reale senza fantasmi di consolazione”, senza lirismo e senza autobiografia.  Perciò sottolinea: quando nel film parlo di “realtà”, la mia voce si fa stridula, è “soverchiata dall’assenza” di realtà.

Solo così  le parole, dice, diventeranno “cibo di molti”.  È una visione dell’arte (e non solo del cinema, spunto della riflessione in questo caso), che Fortini deriva “da alcuni pochi e assoluti maestri” e si fonda sulla “regola del morto-vivo, dello zombie”. Un’immagine dell’artista che pare quasi modellarsi sul Cristo dell’ultima cena, la cui figura ben si concilia con le regole che qui Fortini sostiene.

Fortini e la prima Guerra del Golfo Sulla Guerra del Golfo del ’90, “operazione di polizia internazionale avallata dall’ONU” subito dopo la caduta del Muro di Berlino dell’anno prima, Fortini scrisse su il manifesto vari articoli.

Lo scritto più elaborato è Otto motivi contro la guerra (9 settembre 1990, ora in  L’ospite ingrato, 2, 2003). È un bilancio epocale dell’atteggiamento tenuto dai marxisti contro la guerra. E viene scritto in una situazione politicamente disastrosa, non dissimile da quella creatasi alla vigilia della Prima guerra mondiale: la maggioranza della Sinistra italiana – portavoce più autorevole Bobbio – è per la “guerra giusta” contro l’Irak di Saddam. L’unica debole opposizione è morale e proviene soprattutto dagli ambienti cattolici.

Il disastro è riconosciuto. A questo punto della storia del Novecento, che ha visto sconfitte le guerriglie terzomondiste e  il crollo della stessa Cina di Mao, Fortini ritiene davvero esaurite le risposte elaborate dalla tradizione socialista, che si aspettava il cambiamento dei rapporti di forza fra gli uomini dal lento evolvere dei meccanismi, e da quella comunista, per la quale la modificazione sarebbe avvenuta per via di coscienza ed organizzazione. E lo dice  nei suoi consueti modi drastici e senza rinunciare a testimoniare anche l’impotenza della sua generazione:

“Quello che è  crollato non è soltanto l’impresa comunista, l’Est, il muro: ciò che è crollato sono due secoli di cultura occidentale. Ciò che è stato demolito non è il comunismo, casomai è il comunismo come parte dell’eredità dell’illuminismo […] Al momento del “crollo” (partiti comunisti ufficiali, muro, Urss) e della “apocalisse”, ossia del discoprimento di ciò che avremmo dovuto vedere anche prima (guerra del Golfo, mutamento delle procedure internazionali) i ventenni andarono in cerca degli ultrasessanteni per farsi spiegare che cosa fosse successo. E abbastanza rapidamente, noi vecchi abbiamo esaurita la sequela delle spiegazioni e dei ricordi, perché il mondo era troppo mutato sotto i nostri medesimi occhi [...] Certo il marxismo di “Quaderni rossi” di trent’anni fa può aiutarci a capire il Giappone, la Corea, il Brasile, la ex Urss e gli stessi Usa, meglio dello pseudolaburismo [...] Ma in queste materie non basta capire [...] Bisogna avere tempo e forza di agire [...]  C’è stata una frattura, un mutamento dei codici [...] e siamo entrati in una situazione mondiale di autodistruzione, dei corpi e degli spiriti, degli equilibri fisici e mentali che unifica il pianeta” (Fortini, Un dialogo ininterrotto, pp. 709-711).

 Che fare, allora, contro questa guerra? I mutamenti indotti dalla superiorità tecnologica e militare degli Stati Uniti hanno svuotato l’indicazione leniniana: trasformare la guerra imperialistica in guerra civile è possibile, sottolinea Fortini,  “solo al di sotto di un certo livello di tecnologia degli armamenti”, ampiamente superato oggi.  E, commentando  il verso di una canzone anarchica (“La pace fra gli oppressi, la guerra agli oppressori”), lo aggiorna: quella pace non è più esente da contraddizioni e conflitti fra gli stessi oppressi e “quella guerra non è necessariamente da combattersi con le armi”.

Non siamo però, come potrebbe sembrare, all’accettazione del pacifismo o della non-violenza. Da marxista, Fortini al pacifismo continua a rimproverare una disattenzione verso “gli effetti distruttivi del modo presente di produrre e consumare” e la svalutazione della “mediazione politica”.

Il pacifismo, scrive, “non mi persuadeva allora [si riferisce agli anni  ‘50] né oggi” e ripubblica come se fosse ritornata attuale una sua lettera a Capitini di quarant’anni prima (1950), alla vigilia della guerra di Corea.

Fin troppo convinto forse che, se una grande confederazione sindacale fosse stata capace di proclamare lo sciopero generale contro la guerra americana, avrebbe avuto il consenso necessario, contrappone la scelta religiosa, morale o filosofica  contro la guerra a quella pratico-politica, per lui indispensabile. Bisogna “uscire dalla morale verso la politica”, scrive, sostituire alla morale dell’intenzione una morale del risultato, scegliere di “combattere politicamente l’impero del mondo”.

 Il bene, dunque, anche in questa situazione catastrofica per la sinistra, non sta nella non-violenza, nel rivendicare una impossibile assenza di conflitto, nel chiedere solo che tacciano le armi. E persino in alcuni passi, dove sembra avvicinarsi a quanti intendono la non-violenza come lotta e non arrendevolezza, ribadisce che la non-violenza può essere presa in considerazione soltanto se è un’arma contro la guerra, magari simbolica come l’Intifada.

L’accento è posto ripetutamente sul valore fecondo del conflitto e sul legame dialettico, anziché di netta separazione, tra conflitto e pace: “senza conflitto non si dà riposo o “pace””. I “facitori di pace” non sono quelli che negano o mistificano i conflitti, ma quelli che “spostano la frontiera degli inevitabili  e fecondi conflitti”. E non smette di  ricordare, contro ogni facile illusione, che il conflitto è sempre un “male” per ottenere un “bene”, il cui raggiungimento però non è garantito.

La sua visione delle cose resta radicale anche in una situazione  in cui non s’intravvede la via d’uscita politica da lui stesso auspicata. Fortini non distoglie la mente dalla tragicità dell’esistenza umana e ripete con altre parole verità scritte già in altra occasione, nel 1985,  ben prima della guerra del Golfo del ’90:

“A me è stato insegnato, e lo insegno, che la vita di ogni uomo, di ogni essere umano è un valore infinito perché è la mia medesima vita, e perché è un progetto, un futuro, una possibilità di tutti. E, nel medesimo tempo e non in contraddizione con questo, mi è stato insegnato, e lo dirò adesso con le parole di Lenin ‘che quando decine di milioni di uomini vengono mandati ad uccidersi sui campi di battaglia per sapere se questo o quel mercato debba appartenere ad un bandito francese o ad un bandito tedesco, può essere necessario sacrificare una generazione, e prima di ogni altro se stessi, nel tentativo di fermare quei massacri e di distruggere quei banditi” ( Fortini, Non solo oggi, p.303)

L’assenza di conflitto non equivale, dunque, alla pace. La storia è conflitto. Compito politico non è sedare i conflitti, ma promuovere quei conflitti che facciano crescere gli uomini e trasformino il nemico prima in avversario e poi in collaboratore necessario e prezioso. E il nemico  che va trasformato oggi è quello “che propone false mete, false coscienze, false solidarietà, false paci”. Questo nemico era nel ’90, più che in passato, rappresentato per lui dagli Stati Uniti (Egli, in altra occasione, li definì un “regime abietto…da quarant’anni nemico del genere umano”).

 La sua critica coinvolge ora anche le posizioni di sinistra che considerano azione politica valida solo quella che si svolga nella metropoli, al “massimo livello di sviluppo produttivo”; e quindi dove la “realtà tecnologica del capitale internazionale che si esprime essenzialmente nella forma che noi chiamiamo americana” si è già affermata.

 Queste posizioni, secondo Fortini, accolgono senza andare per il sottile il “progresso tecnologico con tutte le sue conseguenze anche quelle che si possono prevedere aberranti o pericolosissime”, perché condividono con il nemico una morale “da signori”, basata sull’accettazione della “virile durezza della realtà” e, come i signori, disprezzano quanti nel mondo “non tengono il passo”, rimangono indietro, sono schiacciati dalla macchina” (vivono nella morale “del servo”).

Egli fa i nomi di Tronti, Asor Rosa, Negri e Cacciari e collega questa tendenza al trotzkismo.  Contro di essa scrive un articolo fortemente  polemico (Filoamericani di sinistra: colonizzati  e contentiil manifesto 3 mag. ‘91) respingendo l’illusione di una “superiorità della cultura e della tradizione occidentale”, dannosa e  facilmente, come possiamo vedere, preludio a soluzioni belliche.

Altri interessanti spunti sono sparsi in due recensioni: una a Türke, Nel sottoscala del diritto, la violenza della ragion di stato (il manifesto 21. giu. ‘91), la cui meditazione sulla violenza affrontava la “verità insostenibile del fondamento violento di ogni ordinamento civile”, compreso quello democratico; ed una ad un libro di sociologia delle comunicazioni (Rossella Savarese, Guerre intelligenti) dove  veniva denunciata la complicità inconfessata fra i consumatori e i produttori di informazioni e l’apoteosi del processo di de-realizzazione, che nella guerra del Golfo del ‘90 aveva raggiunto una “limpidezza iperrealista  o postmoderna”.

Ma ci sono anche altri interventi chiarificatori. In particolare ne La guerra in Europa (1993), pubblicato postumo in Jugoslavia perché, Gamberetti, Roma, 1995, ora in L’ospite ingrato, 2, 2003, Fortini  riassume e sembra condividere una serie di tesi  in circolazione  a partire dalla guerra del Golfo: fine delle guerre fra stati sostituite da operazioni di polizia, nascita di un “Impero unico e onnipotente”, svuotamento degli organismi internazionali divenuti agenti dell’unica potenza statunitense, rischi di distruzione fisica ed economica di una “parte anche grande del genere umano”, gestione dei mezzi d’informazione in modo da persuadere “una buona parte del mondo che una guerra del Golfo non c’era mai stata”. Ed arriva ad affermare “la fine tendenziale della nozione di imperialismo” e la costruzione di un potere distruttivo e coercitivo che “non si era mai dato nella storia del genere umano”.

Quarto intervallo: l’”ironia lacrimante” delle Sette canzonette del Golfo      Anche in occasione della prima guerra del Golfo, la riflessione di Fortini sugli avvenimenti è passata in poesia. Ne sono nate Sette canzonette del Golfo, una sezione di Composita solvantur, ultima raccolta edita dal poeta in vita, nel 1994, anno della sua morte. Ne vorrei parlare confrontandole con  la sua prima raccolta, Foglio di via, per cogliere il contrasto fra gli inizi e la conclusione della sua produzione poetica.

Si nota subito che gli elementi elegiaci di Foglio di via, come abbiamo visto, erano immersi in un contesto tragico ma carico di speranze collettive e fraterne, mentre quelli delle Sette canzonette del Golfo trovano intorno una situazione di solitudine e  di  sgomento e Fortini deve affidare all’ironia la sua non rassegnazione e la sua più solitaria speranza.

    Ne Il poeta di nome Fortini, Lenzini ha messo in vista tale contrasto. Una “situazione d’attesa”,  la tendenza alla “coralità”, la presenza esemplare dell’immagine femminile – si tratta di una donna proletaria (A un’operaia milanese), una sorta di “angelo–nunzio della prossima liberazione”, accostabile anche al fanciullesco ladro di ciliegie  di Brecht e alla quale viene attribuita una funzione catartica e salvifica – caratterizzano Foglio di via: “un’umanità nuova” sembra annunciarsi.  Temperie storica e prospettiva “trascendente” si compenetrano. Brecht e Noventa, due degli autori di riferimento di Fortini,  si danno la mano. Tutta al singolare invece, calata in un privato di solitudine carico di sarcasmo, è la vena poetica delle Sette canzonette del Golfo. Assente ogni figura femminile, qui si ironizza amaramente sulla pace del vecchietto, una pace tra l’altro non conquistata, ma concessa dagli dei e che può  allietare solo chi si contenta di poco.

Questa falsa pace, contro la quale il Fortini “terzomondista” mosse tante volte le sue critiche, si consuma mentre “lontano lontano si fanno la guerra» e il «sangue degli altri  si sparge per terra”. Ma ora  questa lontananza sembra insuperabile dagli apatici occidentali: allarmati, essi si succhiano il dito che si sono punti durante qualche faccenduola casalinga, concedendo un pensierino alla guerra che li coinvolge quanto una storia a fumetti.

Una sproporzione abissale si è imposta fra fatti quotidiani e fatti storici. La “derealizzazione” è compiuta. Quel filo rosso che legava negli anni Sessanta la lotta del Vietnam alla possibile lotta di classe in Occidente si è spezzato. Fra socialismo e barbarie sembra abbia vinto proprio quest’ultima.

E la poesia? Essa non soltanto ha perso la benefica figura proletaria dell’operaia di Foglio di via, rimpiazzata dalle immagini scostanti di adolescenti ben nutriti e gaudenti di Aprile torna (“Godono pepsi cola ignude gole”), ma anche il ritmo percussivo e corale della prima raccolta.  Quello qui dominante sembra farsi “ninna-nanna per l’addormentamento, narcosi e ebetudine procurata” (Lenzini).

Come può un poeta ormai isolato, che vive in Occidente, indirettamente complice e beneficiario della “vittoria democratica” armata conquistata in Irak, piangere i morti arabi fatti da Usa e alleati occidentali, se nel suo paese contro le “guerre umanitarie” è venuta meno un’opposizione politica e la maggioranza dei suoi concittadini è favorevole alla “guerra giusta”? La sua poesia ormai non serve neppure come guanciale per i morti (“Potrei sotto il capo dei corpi riversi / posare un mio fitto volume di versi?”).

Vale la pena di notare, per contrasto, che di fronte alla prima guerra del Golfo uno scrittore arabo, sia pur molto “occidentalizzato”, come Ben Jalloun riconosceva ancora un alto valore civile alla poesia. Nel presentare un suo poemetto proprio su quella guerra del ‘90, Dalle ceneri, egli scrisse infatti: “La poesia s’intestardisce a dire. Il poeta grida o sussurra: sa che tacere potrebbe sembrare un delitto, un crimine”. Per Ben Jalloun la poesia, prendendo la parola “per gli insepolti, gli scorticati, gli impiccati, quelli gettati nelle fosse comuni”, ancora serve.

Il confronto non suoni irriverente verso Fortini:  egli fissa lucidamente come si è ridotto  nella gabbia del privato l’uomo occidentale post-comunista in questo fine secolo, qui, da noi. Una poesia epica o una poesia “civile” non ha senso dove l’epos e la civiltà vengono meno. E forse, dai tempi bui che stiamo vivendo, possiamo solo guardare altrove, come  il giovane Fortini guardava a “una folla di sconosciuti fratelli maggiori” nell’Europa sconvolta dal nazismo.

     Le Canzonette del Golfo sono pienamente integrate nei componimenti di Composita solvantur? O svelano sotto la loro ”ironia lacrimante” (l’espressione è di Fortini stesso) elementi più amari e pessimistici rispetto agli Otto motivi contro la guerra visti sopra o, in generale, rispetto alla visione marxista della storia?

L’ultimo Fortini suscita ancora una volta giudizi contrastanti. Luperini, ad esempio,  ha visto nelle Canzonette del Golfo o, più in generale, nella posizione di Fortini su questa guerra un abbandono del suo ottimismo storico sociale e un suo  finale accostamento a motivi ricorrenti e addirittura portanti del discorso di Sebastiano Timpanaro (Luperini, Ricordando Timpanaro, in L’ospite ingrato 2001-2002).

Per Lenzini invece, proprio nel momento più tragico, Fortini è ancora capace  di “ricerca e slancio utopico”, perché il suo pensiero dialettico sa che all’aumento della negatività e dell’oppressione corrisponde sempre lo sviluppo di “altro”.

Edoarda Masi ha ricordato che Fortini (come Lu Xun) ha sempre ironizzato sulla poesia, anche se per lui era in realtà la cosa più importante; e ritiene che  le Canzonette non siano affatto in contraddizione con il suo “proteggete le nostre verità”.

E Composita solvantur, anche secondo il parere di Rossanda, è una  piccola summa del pensiero fortiniano: “è come se avesse voluto tenere assieme una parte delle avanguardie del passato, il meglio del ’68 e il soldato sovietico che, sotto l’avanzata tedesca, grida ai compagni: non possiamo arretrare” (Rossanda, Ospite ingrato 1, pag 169)

Anche per me le Canzonette del Golfo  non sembrano una caduta dell’ultimo Fortini e stanno sullo stesso piano di Composita solvantur . Eppure mi pare che resti il problema d’intendere meglio l’accento in qualche modo diverso non solo  delle Canzonette ma di Composita solvantur rispetto alla precedente produzione. La poesia, anche in questo caso, aggiunge o toglie qualcosa alla prosa.

Non posso che riecheggiare dubbi e impressioni non solo miei e indagare con cautela. Si tratta solo di finzione poetica che, quasi temendo di essersi lasciato troppo andare,  Fortini  in un’appendice autocritica (Considero errore) metta sotto accusa la propria “complicità con avversari e interlocutori” delle Canzonette?

E se davvero la poesia è stata per Fortini la cosa più importante, come trascurare la sua tenacia per tanti anni a «mostrare a dito i limiti della poesia» o dichiarazioni come questa:«Non posso sapere quanto l’esitazione fra i due fantasmi del sé – quello che si rappresenta nell’atto poetico e quello che si figurava in un modo di essere piuttosto che in quello dello scrivere – abbia leso uno dei due o tutti e due» (Memorie per dopo domani, pp. 27-28) ?

A me pare che la coincidenza  fra la malattia che portò alla morte lo scrittore e l’esaurimento della prospettiva comunista in cui aveva lavorato per tutta la sua vita gli imposero quasi contemporaneamente un alt. Composita solvantur mi pare che registri quest’ultima cesura individuale e collettiva assieme: il futuro per la prima volta nella vita di Fortini era da affidare completamente e soltanto ad altri. I progetti che aveva composto per una vita erano minacciati. Non una “svolta”, dunque, non un ripiegamento sul materialismo timpanariano e tantomeno un abbandono nichilistico. Ma neppure più la presenza di un’inalterata “ricerca e slancio utopico” o l’idea della trasfigurazione o della rinascita.

L’inquietudine fortiniana si arrestava. La morte imminente e personale,  sentita più che pensata, mi pare preponderante in tutta la raccolta. Essa disfa le cose composte (dal poeta, dagli uomini in lotta nel tempo storico) e questo scioglimento delle cose personali e collettive va accettato (sopportato). Ma da qui anche l’allarme, la raccomandazione data dal moribondo in punto di morte ai vivi. La sua opera personale è compiuta. Il nuovo ordine sociale è più che mai a venire. Possibile ancora? Impossibile? Non so pronunciarmi. L’appello “proteggete le nostre verità” consegna ai vivi quello che è da salvare, quello che ha contato per l’individuo e per la storia  degli uomini con cui ha vissuto, compresa la verità del comunismo. Ma solo, ancora più drammaticamente, come possibilità.

Concludendo: nella “guerra permanente” a dieci anni dalla morte di Fortini  Nel percorso che abbiamo compiuto abbiamo visto la costanza del ripudio fortiniano della guerra (inconciliabile con l’idea di rivoluzione socialista) e la varietà di toni che esso ha assunto nel tempo: speranzoso e corale nel 1946; assertivo e tendente all’estremo (dire estremista sarebbe una concessione imperdonabile agli avversari di allora e di oggi di Fortini) nel 1967  di fronte all’aggressione americana al Vietnam o a quella israeliana contro gli arabi; allarmato e sempre più amaro nel ’90 davanti alla Guerra del Golfo.

Si delinea così nelle sue opere quasi una parabola che va dalla fine della Seconda guerra mondiale all’attuale precipizio della “guerra permanente”  con in mezzo il picco alto di speranze degli anni Sessanta (Cina,’68-’69).

Dieci anni dopo la morte di Fortini, la nostra rilettura dei suoi testi viene a coincidere con l’acutizzarsi della tragedia di un Medio Oriente sempre più divorato dalle bombe. Gli Usa continuano pervicacemente ad imporre il loro monopolio militare e la guerra “è tornata al centro di uno scenario mondiale che non ha precedenti nella modernità” (Rossanda). Persino i giornalisti più filoamericani avvertono: l’incubo della terza guerra mondiale “è già in corso” (Pirani). E sempre più drammatica è diventata l’assenza di un’opposizione non puramente simbolica alla guerra, mentre  il dibattito politico si è arenato proprio su quelle posizioni  pacifiste, combattute dall’ultimo Fortini. Per lo più, infatti, viene teorizzato il “grande rifiuto della politica”: la politica è “figlia della guerra» ha sostenuto la filosofa Cavarero; è “un fallimentare rimedio al disordine del male” aggiunge Revelli.

Ora chi rileggesse il recente dibattito di LIBERAZIONE, La politica della non-violenza, dovrà ammettere onestamente che alla domanda posta da Ingrao alla sua apertura (“Come si risponde all’aggressione armata? Che cosa si fa contro la violenza armata dell’aggressore?”), le risposte, pur risalenti al ‘90 desumibili dalle posizioni di Fortini, specie dagli Otto motivi contro la guerra sono ancora oggi più lucide e meno elusive di quelle dei tanti intervenuti. (Anche se, personalmente, non mi sento di tacere dei dubbi:  ad esempio, cosa intendere in concreto per “una violenza con altri mezzi e senz’armi” o una “non-violenza eversiva”? In cosa essa si distingue dalla non-violenza attiva, di cui parla almeno una parte dei pacifisti? E ancora: d’accordo sull’”uscire dalla morale verso la politica”, ma oggi in concreto dove e come fare politica? Edoarda Masi, intervenendo su il manifesto, ha negato che la via da imboccare sia quella della politica in senso tradizionale. Bene. Ma il contributo di pensiero innovativo da lei auspicato da quali  soggetti   prevedibilmente potrebbe venire?)

Come mai, allora, tanto silenzio e disinteresse verso questi testi fortiniani e verso posizioni odierne (penso a Rossanda, alla Masi, a Tronti stesso) accostabili a quelle degli Otto motivi contro la guerra ?

 Si dirà che forse è sbagliato chiedere ai testi di Fortini del ’90 o  precedenti delle indicazioni politiche concrete e per una situazione ancora più deteriorata. O che egli non fu un politico puro.  Ma di sicuro in quei testi ci sono antidoti validi contro la cancellazione  della memoria storica di qualsiasi tradizione del comunismo, contro la sua riduzione a pura aspirazione o nostalgia o contro l’annebbiamento ideologico del capitalismo, che sarebbe diventato soltanto un «enorme guazzabuglio» e   si sarebbe «annullato diventando tutto» (Sofri). E anche contro la riduzione della politica a «militarizzazione o ceto politico autoriproducentesi»  (Rossanda).

Dobbiamo sapere che tanto silenzio non è legato a fattori contingenti. Quello calato su di lui è in buona parte lo stesso silenzio che incombe oggi sulle “rovine” del socialismo/comunismo, di cui egli chiese invano negli ultimi anni di vita un “buon uso” da parte della Sinistra italiana.

E proprio perché “lo scandaloso Fortini è così intrecciato con la storia – non solo culturale e non solo italiana – del Novecento” (Bonavita) e la storia del Novecento è stata scossa dai tentativi comunisti, a cui egli legò le sorti della sua persona e delle sue opere, dobbiamo anche sapere che quel silenzio non si romperà, se  non si riporranno in forme nuove e per il momento incognite quei problemi affrontati nelle esperienze comuniste.

Nel frattempo le nostre riletture dell’opera di Fortini dovrebbero evitare le  trappole dell’imbalsamazione o dei dissezionamenti. Non mi pare possibile ritagliare la sua figura dal difficile ripensamento della storia del comunismo.

Qualcuno, però, potrebbe obiettare col cinismo oggi di moda: “Ma dai, Fortini sarà stato comunista, ma il comunismo è morto, quindi anche una parte di Fortini è morta. Salviamo il poeta, il saggista intelligente, il polemista acuto; e lasciamo da parte il suo comunismo, il suo abbaglio, la sua fede. Viva è la sua poesia, come viva ancor oggi è la poesia di Dante.  Morta è la sua ideologia, come morto è il cattolicesimo di Dante”.

Direi  che bisognerà respingere questa semplificazione: troppo essenziale è, a mio avviso, quel legame fra Fortini e la vicenda comunista del Novecento, pur da lui declinata esistenzialmente in modi particolari. Un Fortini poeta e basta, un Fortini senza la sua volontà di essere comunista, da collocare in un contesto modernizzato e ipertecnologico  sarebbe  una decorazione, come lo è stato Dante in epoca moderna.

Meglio, allora, che resti anche lui un marziano: inattuale,  classico, ecc. piuttosto che alloggiato nei loculi predisposti per i “cattivi maestri” su Internet. Se arriveranno dei marziani comunisti, lo riconosceranno e tornerà a parlare.

Ennio Abate 6 settembre 2004

Questo saluto così e questo segno: siediti!

Ricordando Ruth Leiser

di Ennio Abate e Franca Gianoli Grandinetti

Questa intervista del 2003 era sul primo sito di Poliscritture, purtroppo non più accessibile, la ripropongo [E. A.]

Vado a trovare un’amica, Franca Gianoli Grandinetti, per parlare con lei di Ruth Leiser morta  il 14 marzo 2003. Non posso dire di aver conosciuto Ruth. L’ho vista e ho scambiato con lei qualche parola poche volte: una prima, intorno al 1988, mentre ero a colloquio con Franco Fortini, suo marito, nella loro casa di Via Legnano 28 a Milano; altre in riunioni del Centro studi a lui intitolato e a Fiesole, dove arrivò con dei quadri di Fortini (era in preparazione la mostra dei suoi disegni e dipinti che si tenne poi a Siena nel novembre 2001). Franca invece so che l’ha frequentata per anni e le è stata vicina fino agli ultimi giorni a casa e più brevemente in ospedale.

L’occasione di questo nostro colloquio su Ruth è rituale: vogliamo dedicarle un ricordo su INOLTRE. Senza pretese, amichevole, possibilmente non banale e chiuso ai pettegolezzi; e magari cercando anche di evitare lo stereotipo della “moglie del  grande scrittore”. Non ci sono troppi rischi in questa direzione. Penso, infatti, alla tenace riservatezza con cui Ruth ha curato, enza strafare, a memoria del marito, mettendo a disposizione del Centro Studi a Siena e della rivista L’ospite ingrato documenti, inediti, informazioni preziose; e, per contrasto, all’eclisse subita dall’immagine di Fortini dopo la sua morte.

Non parlare della «moglie di Franco Fortini». Ma ha senso? Per lungo tempo il mondodi lei ha coinciso con quello del marito: ideologicamente, politicamente e moralmente. Ed è stata innanzitutto sua moglie, anche se non soltanto “ moglie”, ma traduttrice, madre, terapeuta, compagna. È il lavoro di terapeuta che ha fatto nascere l’amicizia fra Franca e Ruth; e quando  comincia a parlare di lei, Franca sottolinea subito proprio la sua discrezione di moglie “classica” e contemporaneamente autonoma[1].  Autonomia di moglie, non di single, dunque:

 Ho conosciuto Ruth molto tempo dopo aver conosciuto Franco. Lui lo incontravo dal 1946 all’ Avanti!. Era appena tornato dalla Svizzera. C’erano riunioni con Nenni. Allora anch’io ero socialista. Ruth avrei potuto incontrarla già a quei tempi, in quest’ambito politico. Invece non capitò. Lei esercitava – seppi dopo –  un lavoro che aveva a che fare con la ginnastica e il training autogeno. Fu solo intorno alla metà degli anni Settanta, quando persi mio padre, che entrai in contatto con lei. Ero molto giù e  una comune amica mi disse: «Perché non vai da Ruth Leiser, ti troverai bene». Ho telefonato. Mi ha risposto Franco. Ogni tanto ci sentivamo. Tempo prima era stato anche gentile con me, quando in un momento difficile io avevo perso il lavoro e cercavo un aiuto. Ma allora anche per lui era dura. Era appena venuto via dall’Olivetti. «Sarà l’occasione che ci vediamo» gli dissi al telefono «perché ho sentito che tua moglie fa queste cose meravigliose…».

Quindi vado per la prima volta da questa signora, che si presenta bellissima[2] (era bella ancora adesso che erano gli ultimi momenti) e molto gentile. Abbiamo fatto subito amicizia. Sai, sono quei rapporti che vanno subito bene. Mi ha detto: diamoci del tu e così via…

Le sedute di training erano individuali. Ci sono alcuni movimenti di carattere ginnico che ti conducono a un rilassamento. La persona che gestisce  ti fa sdraiare, ti dice alcune cose, ti  spinge ad immaginare. So che ci sono persone che si addormentano anche. A me non è mai  successo. Poi, quando finiva la lezione (chiamiamola così…), Ruth m’invitava sempre a prendere il the in cucina. Era il the  verde e ho imparato a prenderlo da lei. Prima conoscevo solo  il volgarissimo the, che si comprava tutti in quegli anni. Ricordo anche che in casa c’era la figlia che studiava violino e dopo un paio di volte me l’ha presentata.  Io ho purtroppo una voce alta. Ho fatto l’insegnante di lingue e, per farmi sentire bene dagli studenti, mi sono abituata a tenere alto il tono di voce. E la figlia ad un certo momento dice: «Ah, quella tua amica dalla voce squillante…». La parola «squillante» mi fece rimanere  un po’così, la vedevo  in negativo.

So in partenza che un’amicizia fra donne è un continente  che non sveleranno mai. Quanto mi dirà Franca su Ruth e sulla loro amicizia  sarà una piccola parte di un vissuto che suppongo più complesso e ricco di sfumature. Ci saranno aspetti più  delicati e fuggevoli che non affioreranno neppure nel nostro colloquio. La memoria si bloccherà automaticamente. (Già la voce della Franca s’abbassa, quando spunta nelle sue parole la figuradi Livia, la figlia adottiva di Ruth e Franco). Non importa. Non si deve saper tutto delle persone a cui vogliamo bene o che semplicemente stimiamo. Immediatamente nella rievocazione di Franca emerge questo rapporto individuale di aiuto psicologico e corporeo. Franca era angosciata dalla morte recente di suo  padre. Ruth l’accoglie, si fa carico della sua ansia, le fa posto nel suo mondo: la stanza dove svolgeva il suo lavoro di terapeuta, ma anche la cucina che è luogo per eccellenza femminile. L’affascina con la sua bellezza, con la semplicità e franchezza dei modi («diamoci del tu»). Le fa intravedere  anche un altro stile di vita, abitudini di un altro paese, la Svizzera, una realtà  ancora a parte rispetto all’Italia, meno massificata. Il the verde, sottolinea Franca,  era allora poco diffuso, ma la stessa terapia del training autogeno era rara in Italia.  Hanno poi conversato (per quanti anni!). In quest’amicizia tra donne si  tessono parole. Di tanto in tanto s’inserisce Fortini stesso, il marito, il poeta, lo scrittore. Il tono cambia (dalla musica da camera alla sinfonia?):

 E dopo un po’, se c’era a Milano, arrivava Franco. Allora la conversazione  si faceva generale. Alcune volte era un vero piacere. Ad esempio, una volta lui tradusse il Lycidas  di Milton. Lo tradusse magnificamente e volle che glielo leggessi in inglese, perché voleva risentire dal vivo i suoni, il ritmo  dei versi. E quello è stato un momento per me  quasi magico. Perché dopo averlo letto a scuola in inglese e riapprezzato all’università, sentire una traduzione fatta così bene mi ha dato davvero una grande gioia intellettuale… Questo succedeva  quando Franco era a Milano, perché spesso per il suo incarico era a Siena, all’università.

Ma torniamo a Ruth. Dove aveva imparato il training?

 In Svizzera e mi aveva anche detto da chi, una persona molto valida. Adesso non ricordo il nome. Allora, a Milano, non era ancora una terapia di moda. Erano  poche persone a conoscerla. Era come per l’agopuntura. I primi tempi a esercitare la professione erano in quattro in tutta Milano, ed erano italiani. Poi c’è stata l’immigrazione anche di terapeuti cinesi. Con Ruth l’amicizia è diventata subito una cosa bellissima.

Col tempo l’amicizia dei primi tempi si è trasformata in confidenza. In certi momenti Ruth, la terapeuta, per il difficile rapporto con Livia, la figlia, ha a sua volta avuto bisogno dell’ascolto  di Franca, che era stata fino a quel momento la sua paziente. Questo groppo durerà anni e si complicherà. Franca giustamente non vuole parlarne per non tradire la fiducia di Ruth e di Franco. Io pure penso sia giusto rimandare la questione a qualche serio biografo di Fortini e non concedere nulla al revisionismo storiografico imperante, che riduce gli approfondimenti a piccoli scandali paraletterari. Mi faccio perciò dire di cos’era fatta la loro amicizia. Era fatta di «piccole cose», di riti quotidiani o stagionali, di scambi di cortesie e di aiuti:

Lei veniva qui da noi, ci si trovava spesso e ci invitava a cena anche a casa sua. In vacanza no. Una volta sola io sono andata su, a quella villa che loro avevano sopra Bocca di Magra e per una ragione concretissima.  Io ed Eugenio [marito di Franca] tornavamo dalle nostre vacanze in Calabria. La loro auto aveva  avuto un piccolo incidente, era rimasta ferma sulla strada e lei doveva andarla a recuperare. Allora l’ho accompagnata. E poi abbiamo dormito lì e ci hanno portato a mangiare in certi posti dove si stava davvero bene.  Siamo andati anche a vedere Monte Marcello.

A Milano invece la frequentazione è stata più intensa e ha riguardato sempre quelle che io chiamo «piccole cose». Ad esempio il cucinare. Sì, lei si era adeguata alla cucina italiana. Immaginati, con un toscano poi!  Ho in mente come faceva la salsa. La faceva durante le vacanze, lì al paese e poi la portava qua, a Milano. Era un’abitudine tipicamente mediterranea e lei l’aveva adottata.

Poi, quando Franco andava a Siena, si portava dietro 4-5 di queste salse. Sai che stare in albergo a Siena era ed è carissimo. Lui andava in un posto un po’ fuori della città, un posto molto bello, dove dormiva pagando  un prezzo decente. Però si doveva cucinare, almeno a sera. Magari a mezzogiorno se ne andava alla mensa universitaria.

In casa poi Ruth teneva moltissimo all’ordine. In questo era proprio svizzera.  Anche ultimamente le cose dovevano essere a loro posto. Avevo ammirato  queste sue bellissime pentole in cucina; e c’erano anche dei pentolini che negli ultimi tempi dovevo prendere per cucinarle alle sette di sera,   quando cenava. E sono stata anche sgridata da lei, perché una volta non avevo messo  le pentole nel posto giusto. E poi ci teneva ai fiori.   Aveva una fioriera di ciclamini sul davanzale. L’aveva coperta con fogli di plastica e ogni volta dovevo controllare  se c’era l’acqua. Ci teneva moltissimo.  Non l’avresti detto. Mi ha stupito, anche se so che ogni persona, pure un uomo, può amare i fiori,  goderseli e avere il piacere di curarli.

Ruth   per me era  una donna completa e attenta a certi riti minimi. Noi, ad esempio, quando andiamo in Calabria, troviamo un sacco di alloro. Però lei ci doveva portare l’alloro dalla Liguria. Non ce lo portavamo da giù, perché pensavamo che si potesse offendere. Ci teneva moltissimo a donarci il suo alloro della Liguria. E noi le davamo in cambio l’origano. Lei l’aspettava, perché diceva che era più profumato di quello che nasceva lì in Liguria. Sentire Ruth  che raccontava di tutte le personalità che incontravano Franco era interessante. Ma, in generale, parlare con lei era un  arricchimento continuo. Diceva sempre delle cose che servivano. Moltissime sono state le letture che ho fatto spinta dai suoi suggerimenti. Ad esempio il libro abbastanza recente di John Cooley, Una guerra empia, sulla guerra in Afghanistan. E t’accorgevi di quanto gli altri la stimavano, perché ad un  bel momento si scopriva cos’era Ruth, chi era veramente…

L’ambiente di  vita di Ruth e Franco non è stato molto comune. Circolavano  attorno a loro personaggi diventati importanti per la politica e la cultura dell’Italia del secondo Novecento.  Franca ne parla tradendo il fascino che questi racconti di Ruth le procuravano. Ma la singolarità di Ruth non  pare appannata o deformata dall’ambiente borghese e intellettuale in cui si muovevano i Fortini. «Ad un bel momento si scopriva cos’era la Ruth.. chi era veramente», dice Franca. Chi era Ruth veramente? Cosa la distingueva dal marito, dall’ambiente  delle amicizie o delle conoscenze che la fama di lui le faceva roteare attorno? Franca si muove per approssimazioni:

 Non so. Su il manifesto hanno ricordato Ruth con  due articoli. Mi pare che quello del palestinese Ali Rashid, che l’ha definita «nemica implacabile della disonestà intellettuale», l’ha capita a fondo. La famiglia da cui veniva era severa e so che era stata  educata molto rigidamente e sapeva  controllare le emozioni. A proposito dell’educazione, mi  viene in mente un piccolo episodio recente.  Quando negli ultimi tempi, noi amiche si andava a casa a darle una mano, io le dicevo: «Ruth, perché non mangi mai il pesce? Ti farebbe bene. Non è possibile che tu mangi solo verdura o quella bistecchina, quella roba lì…». E lei: «No, in casa mia non si mangiava il pesce, perché a mio padre non piaceva». Ma dico: «Come, a Bienne (lei era nativa di Bienne), una città bellissima che ha anche un lago vicino così pulito!». «No»  mi ripeté «siccome a mio padre non piaceva, il pesce non  entrava in casa e io non mi sono mai abituata a mangiarne».

Era una donna che «sapeva controllare le emozioni». Ecco il primo elemento di un possibile ritratto di Ruth, penso. È un dato  che sembra avvicinarla alla personalità marito. Ma quello di un uomo è lo stesso tipo di controllo che sa esercitare una donna? Quello di lei lo immagino più pacato. Fortini ha invece spesso dichiarato quanta fatica gli costasse controllarsi, e come fosse per lui un obbiettivo che gli sfuggiva, quasi un ideale. Un bel contrasto fra mondo protestante e mondo latino-cattolico? Mi piace pensare a Ruth come una donna dell’Europa del nord, educata in famiglia ad uno stile di vita  severo, patriarcale, d’altri tempi. Ma forse si tratta di fantasmi derivati da letture storiche. Ruth era una donna moderna e intraprendente, aveva potuto studiare e studiare lingue:

 Gli studi lei li aveva fatti  al liceo di Zurigo. Non so se poi avesse completato un corso universitario vero  e proprio. All’inizio la sua attività professionale era quella di traduttrice. Conosceva benissimo anche il russo. Conosceva cinque lingue, chiaro: tedesco, italiano e francese, perché si era formata in Svizzera. E poi: inglese e russo. In Svizzera non faceva la traduttrice. È venuta via abbastanza presto. Era del 1923. S’è sposata giovanissima e nel 45’-‘46 era già in Italia. In uno dei suoi scritti Franco ha sottolineato che Ruth aveva voluto seguirlo anche nell’Italia distrutta dalla guerra. Aveva cominciato a lavorare come traduttrice in Italia con delle persone che avevano una specie di agenzia. E negli ultimi tempi ho avuto il piacere e la fortuna di conoscere questa simpaticissima signora, il cui marito fa questi lavori. Ruth mi  disse: «Io ho lavorato molto con Mariesa ai tempi…».

Era una donna laboriosa  e discreta, che alimentava la ricerca del marito ma non competeva con lui sul campo letterario che egli s’era scelto né viveva dei riflessi della sua notorietà:

Il lavoro di traduttore di Franco deve moltissimo a Ruth. Penso che parecchia  roba sia stata fatta proprio da lei. Poi Franco rivedeva, rimaneggiava, rendeva poetica la parola. Ma il grosso del lavoro, quello che si dice «di base», lo faceva Ruth. Forse l’italiano all’inizio era la lingua che meno conosceva, ma la sua esperienza delle altre è stata preziosa per Franco. Poi lei ha imparato anche l’italiano alla perfezione. In uno di questi ultimi giorni mi fece leggere una sua lettera. Le dico: «Ruth, ti sei impossessata così bene dell’italiano e ci vedo l’impronta di Franco». E lei ha ammesso: «Sì, hai ragione…». Una come lei sapeva assorbire. Sono tutte piccole cose, queste. Ma ti dicono com’era Ruth.

Era pronta a ricevere e a dare con naturalezza.  E senza essere “appendice”, né “specchio”: non viveva di riflesso della fama del marito. Certo è stata sempre accanto a lui e nella sua ombra, perché non voleva mettersi in mostra. In una certa circostanza  che  preferisco non  precisare mi  disse: «Io non voglio fare come quella lì, che quando è diventata vedova, si è ostentata da tutte le parti». Lei è sempre stata di una discrezione persino troppo castigata. Non so, adesso che è morta,  come si dice,  nisi bonum.. Però lei era proprio così: te lo può confermare chiunque l’abbia conosciuta. Franco veniva invitato spesso anche all’estero. Ricordo un loro viaggio  in Canada, dove Franco andò a tenere una serie di conferenze. Ruth l’ha seguito,   ma  perché amava viaggiare. Aveva fatto tantissimi viaggi anche da sola.  Per esempio in Cina: erano andati prima insieme, lei e Franco, ma poi lei ci ritornò da sola,  perché voleva vedere certe cose che le interessavano.  Quindi,   quando lo seguiva all’estero,  contava la componente   della sua innata curiosità per il mondo e per gli altri e non il fatto di presentarsi come la moglie di…

Era una donna innamorata e legata al marito:

 Una volta mi disse: «Mi sarei fatta ammazzare per lui…». Per dire che tipo di sentimento forte aveva questa donna controllata, ecc. E sono stati per tutta la vita molto legati. Ricordo un episodio di  poco prima che Franco morisse, quando era ricoverato in ospedale a Casorate.  Lei,  Ruth, si era rotta un piede andando a trovarlo al Fatenebenefratelli, qui a Milano, dov’era stato all’inizio della malattia. Quindi non poteva camminare. Io ed Eugenio abbiamo voluto fargli una sorpresa e abbiamo portato in auto Ruth con il piede ingessato a Casorate.  Quando siamo arrivati, Franco dice: «Mi avete fatto il più grande regalo che mi si poteva fare:  mi avete portato Ruth».  C’era questo  grande affetto  fra loro. Del lavoro di Franco  mi parlava solo occasionalmente.   Dalle sue parole veniva fuori soprattutto la stima che aveva per lui, politicamente parlando. Come lui non ce n’erano tanti. Era consapevole della sua  onestà intellettuale,  della sua dirittura politica, del suo rischiare. Perché effettivamente Franco non aveva un carattere facile,   lo sappiamo,  e “bisticciava” sempre  intellettualmente   con parecchie persone.

Era una donna coraggiosa che non temeva di affrontare il dolore e la morte:

Era severa con se stessa prima che con gli altri. Io la trovavo eccezionale: riusciva a mantenere  delle coerenze   che con gli anni non sono facili da portare avanti.  Per questo, man mano che la conoscevo di più,   dicevo: «Ma Ruth sei straordinaria…Ma come hai fatto…». Per esempio, ha voluto operarsi di cataratta    a ottobre. Così è venuta a casa nostra.  Noi abbiamo un oculista nel palazzo. Si è fatta visitare e lui però le ha detto che c’erano poche speranze. Aveva la cornea  rovinata, non so se per processi naturali o dalla chemio che aveva fatto e ancora faceva. Comunque, lei  ha voluto lo stesso fare l’operazione. Certo, si sa che oggi giorno quest’operazione non è una cosa difficile. Ma io mi chiedevo come facesse ad avere quella decisione, visto tutto quello che aveva addosso. Perché,  oltre alla faccenda tumorale, c’era la storia di quella maledetta cervicale. Aveva in tutte le cose un grande rigore, un rigore morale. E non  perché fosse credente, no:  era solo nata protestante, quella era   la religione in cui l’avevano educata. Tuttavia, ultimamente mi disse una volta: «Sai che io non piango mai. Questa volta ho pianto…». È stato quando forse ha capito che non  c’era più niente da fare. Parliamo ancora di gennaio.

Ed era attenta agli altri, quasi una forma elementare di  comunismo:

I rapporti coi suoi fratelli li ha sempre conservati. Ma aveva soprattutto un grande legame con una sorella   e con una nipote. Quest’ultima purtroppo morì giovanissima. Mancò per asma. Era  andata a vivere col marito sul Juras, in una zona agricola sovvenzionata dal governo svizzero. Vivevano lontani dai centri abitati.  Lei  ha avuto una crisi notturna  d’asma e non hanno fatto in tempo a portarla in ospedale.

 Degli amici e nemici di Franco? Ti dirò che Ruth non era una persona pettegola. Era soprattutto molto rispettosa: prima di lanciarsi in un giudizio su qualcuno ci pensava. In politica   tutti sanno quello che lei ha fatto per Emergency: l’asilo per i palestinesi, ad esempio. L’ultimo giorno che si è sentita male ed è stata portata all’ospedale, ero a casa sua in Via Legnano e c’era questa signora venuta da Genova,  che credo fosse una delle donne in nero. Io ero preoccupata, perché me la teneva a parlare tanto tempo. Non volevo che parlasse troppo,  che si affaticasse. Invece Ruth non ha voluto smettere e poi mi disse: «No, era una cosa molto importante…».

Anche quando ormai era già malata, ha fatto un lavoro enorme per salvare tutti i materiali di Franco. Ha imparato persino a usare il computer per recuperare ogni cosa. Il primissimo materiale era stato dato a Maria Corti,  a Pavia. Poi tutto il resto fu dato a Siena [al Centro studi Franco Fortini]. Ricordo un pomeriggio che ero lì con lei, in una delle ultime giornate. Ho ricevuto questa telefonata da Siena. Lei aveva detto: «Mi raccomando, perché è la nostra vita. Mi raccomando molto, perché io posso peggiorare da un momento all’altro. Venite presto». Lei ha messo a posto tutto: per il Centro studi, per la figlia, per la nipote,   per Emergency,  per l’asilo dei palestinesi.  Ha  sistemato ogni cosa.

Non credo di poterti dire altro. Per me è stata una cosa bella, un’amicizia sentita. E un’amicizia che non escludeva la politica: parlavamo sempre di politica. «Io sono comunista» diceva. Fa un po’ impressione sentirlo dire oggi e da una svizzera.  Mi pare che da queste cose emerga una donnina proprio straordinaria.

Niente le è stato risparmiato. Avevo cominciato a dirti degli occhi.  I medici la ricoverano per una notte dopo l’operazione. Per prudenza,  perché si teme l’infezione. E lei ha preso l’infezione.  Era indebolita nelle difese organiche dalla chemio. Negli ultimi tempi, quando sapeva  del tumore (a parte che lei voleva morire   già da questa estate), le abbiamo telefonato sia a Trieste, dov’era stata in un primo tempo, che in provincia di Belluno da un’amica.  Già allora faceva discorsi di morte. Poi a settembre: «Io sto male, non ce la faccio più, desidero solo morire».

Negli ultimi anni, dopo la morte di Franco,   aveva ottenuto l’aiuto di una signora marocchina. E poi c’era la moglie del portinaio di  Via Legnano, che andava a stirarle i panni o a  lavarle i vetri.  Mi aveva fatto promettere (non solo a me, a tutte): «Non fatemi andare in ospedale», ma è stato impossibile. Non voleva. Diceva: «Vedi, questa casa è piena di sole. Io qui cammino…». Io invece me la ricordavo buia  la casa, ma poi mi sono ricreduta: è davvero piena di luce.

 L’ultimo giorno che la vidi   era sotto morfina, però capiva. Aveva su la maschera  e mi ha fatto così, un cenno con la mano e con gli occhi. Mi ha invitato a sedermi. Le ultime parole che ha detto: «Acqua di mele». Voleva l’acqua di mele da bere; e invece gliel’hanno proibita. Non so perché, non doveva bere. Dopo il disturbo (occlusione intestinale e anche renale)  forse non doveva bere. E allora ci dicono che dovevamo bagnarle le labbra. Sono stata lì un po’ a farle questo. Poi è venuta altra gente. Me ne sono andata che dormiva.  Ecco, questo saluto così e questo segno: siediti!  Sempre gentile, pronta a  pensare all’altra persona.

 Possiamo chiudere. Franca ripensa alle immagini ancora nitide di Ruth moribonda. Io, salutandola, penso a questa piccola comunità di sole donne, quasi tutte anziane, che hanno saputo stare accanto a Ruth accompagnandola fino al punto estremo. Solo le donne sono capaci di essere così attente alla materialità dei corpi che si ammalano e si disfano?

 aprile 2003

[1] Anche Edoarda Masi ha rivendicato «la sua formazione di donna libera e spregiudicata: lontanissima dal provincialismo di tante donne italiane di sfera colta e magari femminista, vera cittadina del mondo, capace di parlare e scrivere cinque lingue, ha saputo coltivare pura una propria sfera indipendente di rapporti e di conoscenze e ha inventato un proprio lavoro di terapeuta, oltre quello di  traduttrice in collaborazione col marito» (il manifesto, 15 marzo 2003).

[2] «Una volta su insistenza della figlia Livia, parecchio tempo fa, Ruth mi fece vedere una foto di quando era giovane. Era  di profilo, veramente bellissima. Sembrava un’attrice.  Era molto giovane,   avrà avuto un 24-25 anni, immagino.  Capelli biondi, questo nasino…».

Voci messe a tacere

Nawal al Sa’dawi

di Clara Janés

«E passiamo da queste donne che lottano a viso aperto e dicono ciò che devono dire rischiando la vita, alle più occulte, alle più costrette al silenzio, cioè alle donne afgane con il corpo interamente coperto dal burka, compresi gli occhi, che nonostante tutto si sono espresse in brevi poesie che impressionano per la loro bellezza, la loro incisività e la libertà interiore che riflettono. Sono ovviamente poesie anonime, affidate all’oralità.» (Janés). E perciò  ripubblico oggi questo saggio già comparso sul n. 3 cartaceo di Poliscritture nel novembre 2007 (scaricabile qui)  [E. A.]

Sono ancora tante le voci messe a tacere, voci di donne, voci vincolate alla terra e alla sua ricchezza, e pertanto alla possibilità di dare frutto. Resteranno mute per sempre o come la terra in inverno aspettano il risveglio di primavera? O semplicemente aspettano di raggiungere lo stadio di piena fecondità? Penso ai luoghi in cui non è arrivata la scrittura, alle tribù africane o alla foresta amazzonica… Là quelle voci si manifestano fondamentalmente nel grido, nella ninnananna, nel dolore per la malattia e la morte, ma anche nella preghiera, nella maledizione e nel formulario magico. Non sono mute, tuttavia hanno ancora bisogno di assorbire nutrimento per poter sbocciare. Ci sono altri luoghi nei quali permangono silenziose però convivono con la possibilità di dare frutto, perché la ricchezza del suolo è tale da permetterlo, ma rimane ancora latente. Sono luoghi in cui la società non “oscura” del tutto le donne, però le mantiene appartate, occulte o, perlomeno, differenziate dagli uomini. E lì, mentre la maggior parte di loro sembra rassegnata a tacere, alcune osano svegliarsi: ciò succede anche in paesi nei quali si vieta loro di esprimersi pubblicamente.

Prescindiamo dall’Occidente e limitiamoci alle aree in cui la situazione è incandescente e che presentano enormi contrasti: l’India, i Paesi Arabi, Iran e Afghanistan. Vedremo come si riscontri in questi ambiti geografici sia l’arretratezza che la massima raffinatezza; vedremo come in alcuni, quando la donna giunge a esprimersi, ciò che affiora immediatamente è la questione sociale, mentre in altri è il rapporto tra i sessi; vedremo anche come la poesia si carica di lirismo o di humour, e la prosa si trasforma in arma di denuncia. Eppure, in questi paesi, nonostante gli ostacoli, ci furono fin dalla remota antichità voci femminili sagge e decise.

In India, la donna scrive fin dall’antichità e addirittura fa sfoggio della sua eloquenza nel contesto sociale di cui fa parte. Ciò si riflette nella lirica: infatti nella bella antologia Kuruntokai (dal III sec. a. C. al III d. C.), le poesie, di una bellezza e di una ingenuità incomparabili, sono prevalentemente poste in bocca di donna e riguardano di norma una giovane che, rivolgendosi a una sua amica, dà libero sfogo al lamento per la separazione dal suo fidanzato, che partì in cerca del danaro necessario per sposarsi o per altri motivi connessi con la rigidità delle usanze relative alle nozze.

CIÒ CHE LEI DISSE
        (alla sua amica quando lui rimandò il matrimonio)

 Amica,
sebbene la mia forza
sia venuta meno e la mia verginale bellezza
sia svanita,
sono ancora viva
nella solitudine
                 come le foglie che spuntano durante la pioggia
                 tra le stoppie dei dorati steli del miglio
                 e i pappagalli le mangiano o le distruggono
                 nei campi lungo i declivi.

Non tutte le voci femminili dell’India si esprimono in forme così ingenue e semplici. Nel Mahabharata, epopea scritta più di mille anni prima di Cristo, figura il bel racconto intitolato Savitrì. Dato che nella cultura indù la donna e l’albero si identificano, la giovane Savitrì accoglie in sé tutta la sapienza dei boschi. E chi dice bosco, dice cammino verso la cima, attraversando la “selva oscura”. Lungo questo cammino, l’oscurità non la induce a tornare indietro; la foresta, per lei, diventa luminosa poiché è il luogo della minaccia evidente, della prova e della vittoria. La minaccia è la morte del suo sposo Satiavàn; la vittoria sono le sue parole unite alla sua intelligenza.

Savitrì è l’altra faccia di Orfeo. Se questi con la sua voce dominava fiere e alberi, lei riesce a sottomettere una divinità. Morto Satiavàn, segue Yama, il dio che sta portando via con sé l’anima del suo sposo e con eloquenza gli parla della propria fede e della propria devozione. Passo dopo passo, si addentra sempre più in terreni separati dalla vita. Quattro volte il dio la esorta a lasciar perdere, e le fa anche un regalo, ma lei continua ad avvicinarsi al luogo fatale. Infine il dio, sedotto dal suo parlare, le concede la vita del suo sposo. Ad ogni argomentazione eloquente di lei, Yama risponde con espressioni come questa: “Gioia del cuore, stimolo di sapienza, spirito di bontà sono le tue parole”, e alla fine esclama: “O donna devota al proprio sposo, chiedimi una grazia incomparabile!”. Così Savitrì ottiene che Satiavàn ritorni in vita. Dunque, va più in là di Orfeo, forse perché vive il suo amore come una forma di devozione.

L’India, che ha preceduto le altre civiltà in quasi tutto – basti ricordare la scoperta dello zero – le ha precedute anche nel creare l’immagine della donna intelligente e retta. Questo personaggio femminile è un chiaro precursore – ma lo supera anche – di quello di Porzia, la protagonista di Il mercante di Venezia di Shakespeare, la dama che grazie al suo modo di argomentare salva la vita del suo amato. Nelle terre del Gange, dunque, le donne potevano pur bisbigliare qualcosa, anche se, fin dai tempi antichi, la realtà per loro era dura: si bruciava la vedova sulla pira del marito, la donna abbandonata dal marito non poteva risposarsi ed era costretta a una vita emarginata e senza diritti. Di una realtà non molto migliore di questa le donne sono vittime ancora oggi, anche se è in corso un processo di emancipazione. Il quale, nonostante la persistenza dell’analfabetismo e la mancanza di un contesto sociale adeguato, consente che ci siano delle artiste pubblicamente riconosciute, come la cineasta Depa Metha, la poetessa Sujata Bhatt o la romanziera Anita Nair. Consapevoli che la lotta deve proseguire ora più che mai, le scrittrici indiane mostrano un volto impegnato, da quello combattivo di Savita Singh, a quello di Surekah Vih teso alla difesa della libertà personale. Savita Singh si lancia nella lotta con grande finezza.

SENZA ÀNCORA NÉ VINCOLO

 Il vento rifiniva un’idea
nella testa di un uccello
che si era appena fatto il nido.
Era venuto a dirmi anche
che io sono soltanto un frutto del tempo
e che non sono nessuno per pensare alla mia trascendenza.
La tristezza che senza sosta gocciola nel mio intimo
da un rubinetto ossidato e inarrestabile,
è anche una apertura alla creazione malinconica.

Sul far della notte,
l’uccello era ben insediato nella sua casetta,
mi aveva lasciato a vagare
per il largo mondo,
senza àncora né vincolo.

Sono donne colte le scrittrici indiane di oggi, e hanno anche il vantaggio di possedere bene l’inglese oltre alle rispettive lingue materne, la qual cosa consente loro l’accesso – per partita doppia, dare e avere – alla cultura universale.

È particolarmente interessante la visione piena di humour di Sujata Bhatt. Trascorsa l’infanzia nel suo paese natale, studiò negli Stati Uniti e attualmente vive in Germania. Nella poesia che segue sembra sorridere di alcuni aspetti della vita indiana:

IL VIROLOGO
             a mio padre 

A diciassette anni arrivò a Benares
per studiare medicina ayurvedica.
La prima cosa che fece fu bagnarsi nel Gange
esaudendo i desideri di sua madre.
Poi si sentì sporco
tornò nella sua stanza
e fece un altro bagno.
Quella sera scrisse una lettera
a sua madre – deluso
che mettere il piede nel fiume sacro
non lo avesse fatto sentire più puro.
Doveva esserci qualcosa d’altro – senza dubbio.

Spostiamoci ora all’Ovest e vediamo come nei Paesi Arabi succeda qualcosa di simile, ma con sfumature differenti, come il sesso vi occupi una posizione importante e come la lotta della donna si attui in maniera diretta attraverso la prosa. Anche in questi paesi le donne scrivevano fin dai tempi antichi, fin dalla prima epoca dell’Islam, però a scrivere erano soprattutto le principesse o le animatrici delle feste (feste per uomini, ovviamente), ossia mescitrici o cantatrici, come alcune delle poetesse arabo-andaluse. La libertà con cui si esprimevano continua a sorprenderci, sebbene si debba tenere presente che le storie di Le mille e una notte, così piene di erotismo (le più antiche delle quali risalgono al secolo X), facevano parte della loro tradizione e figuravano narrate da una donna. Nel secolo XI Muhya al-Qurtubiyya, di umili origini, protetta ed educata dalla principessa Wallada, si lanciò a satirizzare la sua signora – chissà per quale motivo – con la stessa incisività con la quale la principessa satirizzava il suo amante, il poeta Ibn Zaydùn.

Muhya scriveva così:

Wallada ha partorito e non ha marito,
si è svelato il segreto,
ha imitato Maria,
ma la palma che la Madonna scuoteva
nel caso di Wallada è un pene eretto.

E ora vediamo quanto è simile nel tono questa poesia di Wallada:

CONTRO IBN ZAYDÙN

 Il tuo soprannome è l’esagono, un epiteto
che non si staccherà da te
neanche dopo che la vita ti avrà lasciato:
pederasta, checca, adultero,
bastardo, cornuto e ladro.

Non è facile intendere come mai nel mondo arabo, nonostante la sua cultura, esistano certe differenze, vedendo che, parallelamente a una immensa maggioranza di donne nascoste e quasi mute, vivono poetesse assai notevoli, vere pietre miliari nella modernizzazione della loro letteratura, come l’irachena Nazik al-Malaika o la palestinese Fadwa Tucàn, autrice di una straordinaria poesia di lotta. Costei, nata in Nablùs, fin da giovane si sentiva calpestata dalla storia, e venne incubando una voce che si sarebbe innalzata profonda e lacerante:

[…] quando passa una brezza su cinquanta corde,
quali cinquanta sanguinanti melodie!
Come poté la cisterna di sangue diventare stelle e alberi?

[…]

Ahimè, spiga nel petto dei campi!
Il tuo cantore dice ancora:
se sapessi il segreto dell’albero!
Se seppellissi tutte le parole già morte!
Se avessi la forza della tomba silenziosa!
– oh, mano di vergogna che pizzica queste cinquanta corde! –
Se scrivessi la mia storia
con la falce,
e la mia vita con la scure…

Questa eccellenza creativa convive con la più terribile arretratezza sociale. È sconcertante la diffusione progressiva dell’Islam rigorista: in Egitto, per esempio, in dieci anni si è passati da un 10% al 90% di donne che portano il velo. Ciò va posto in relazione con l’immobilismo sociale. In questi paesi alcune donne, poche, parlano anche per le tante che non parlano. Ne abbiamo esempi stupefacenti in scrittrici come Fatima Mernissi in Marocco, Assia Djebar in Algeria, o Nawal Al Sa’dawi in Egitto.

Fatima Mernissi, che condivise il Premio Príncipe de Asturias con un’altra lottatrice, l’americana Susan Sontag, è autrice di numerosi libri, però le basterebbe aver scritto Marocco attraverso le sue donne per occupare il posto che occupa nella letteratura di protesta. Storica e sociologa, afferma che il problema della condizione della donna in Marocco è più politico che religioso, e nel libro citato risponde, mediante una serie di interviste, alle seguenti domande: “Che tipo di donna si nasconde dietro il velo?”; “Come vive la donna che, abbandonata la tradizione degli avi, si azzarda a mostrare il viso?”. Nelle sue pagine si ritrova “il reale in presa diretta”. E il reale, in questo caso, è l’imposizione del silenzio mediante l’ignoranza e la costrizione religiosa, e ciò avviene in maniera così brutale che spaventa.

I problemi che le donne intervistate hanno dovuto affrontare fin da piccole (molte hanno cominciato a lavorare a 5 o 6 anni, strappate alla famiglia e al luogo natio) ruotano intorno a due punti principali: uno è in relazione con il sesso, l’altro con il mondo esterno. E vanno dalla lotta per liberarsi di un matrimonio imposto nell’infanzia alla necessità di lavorare, sia pure in condizioni degradanti, per liberarsi della miseria.

Per quanto riguarda il rapporto di queste donne con l’uomo, la posizione sociale è un fattore molto importante, poiché le situa su livelli diversificati rispetto agli abusi del sesso maschile. Per esempio, una donna chiamata Merien confessa: “Cominciai a informarmi sui mezzi per abortire e me li applicai tutti uno dopo l’altro. Uno dei primi consisteva nel bere il succo di sei limoni con una cucchiaiata di pepe forte”. Un’altra evidenza che risulta dalle pagine di Fatima Mernissi è l’ansia delle giovani marocchine di istruirsi, per liberarsi dalla dipendenza famigliare.

Letterariamente sono molto interessanti le opere dell’algerina Assia Djebar e della egiziana Nawal al Sa’dawi. La prima, di educazione francese, è autrice di intelligenti romanzi nei quali sempre si riflette la condizione della donna e la condizione storica del suo paese. Due di essi, L’amore, la fantasia e Ombra sultana, sono imperniati sulla dualità: il primo alterna un evento storico con uno attuale; il secondo propone due personaggi femminili che rappresentano due diversi stadi della evoluzione culturale. Assia Djebar, che è anche cineasta, rende visiva la sua narrazione come se la pagina fosse uno schermo. Leggendo L’amore, la fantasia si ha l’impressione di vedere le immagini concrete di una tribù massacrata nelle grotte di El Kantara nel 1830, la guerriglia di un secolo dopo, la fidanzata di Ben Kadruma esposta come un idolo carica di gioielli, la danza catartica di una vecchia, il gesto di una donna che riscalda con le mani i piedi di una bambina; mentre in Ombra sultana, l’”Ombra” ci impressiona, è una donna oscura che si rintana in una caverna dove si conservano tutti gli echi, è depositaria della vita ancestrale, si prende cura di bambini piccoli sempre attaccati alla sua gonna, non conosce altro che sottomissione o castigo, e va in giro sempre velata. L’altra, invece, la emancipata, la “Sultana”, se la gode, fa l’amore e fa della sua vita una danza multicolore piena di riflessi felici, sebbene alla fin fine questi risultino essere solo dei miraggi.

Assia Djebar ottenne il Premio della Pace della Fiera del libro di Francoforte nel 2002. In Ombra sultana racconta così il primo rapporto matrimoniale:

Lo stupro: non è questo uno stupro? La gente dice che è tuo marito, tua madre dice: “il tuo padrone, il tuo signore”… Lotti nel letto scoprendo di avere un vigore che non ti conoscevi. Il suo petto ti schiaccia. Ti divincoli, cerchi di toglierti da sotto il suo peso, ti irrigidisci sempre più – braccia spasmodicamente strette al petto – dentro l’abbraccio. […] Chiudi gli occhi, la conclusione si avvicina, ricominci la resistenza. […] Si avvicina il momento in cui dovrai naufragare. Chiudere occhi, orecchie e il fondo del cuore. Colare a picco.

– Non avere paura, piccola! – lui snocciola parole incomprensibili.
È necessario cedere? No, ricordati delle strade, si prolungano in te sotto un sole che ha disperso le nubi […] e così rivedi lo spazio esterno in cui si svolge la tua vita di tutti i giorni. Quando il fallo dell’uomo ti lacera, spada rapida, gridi nel silenzio, nel tuo silenzio: “No! No!” Lotti, lui ti colpisce, cerchi di ritornare in superficie. “Lasciati andare!” sussurra la voce nella tua tempia.
Il fallo continua la sua azione, e la bruciatura si ravviva nell’oscurità che va uccidendo in te le immagini della difesa. Non percepisci altro che uno sciacquio. Il maschio si è staccato, e le tue gambe giacciono inerti.[…] L’uomo è scomparso nel bagno. Quando ritorna ti tira un asciugamano, che rimane sulle tue gambe macchiate.
Vede le mie gambe. E vede il mio sangue. Ha comprato questo diritto..

Di queste tre scrittrici arabe la più impegnata, e anche la più perseguitata, è Nawal al Sa’dawi. Medico, autrice di più di 30 libri, studiosa dei problemi della donna da tutti i punti di vista, cominciò la sua carriera letteraria con Il volto nascosto della donna araba, in cui esponeva alcuni dei casi di cui, come psichiatra e medico di campagna, si era occupata, e rivelava avvelenamenti rituali, aborti, escissioni del clitoride ecc. Lottò contro la povertà, la discriminazione, fu incarcerata, visse in esilio, fu processata per apostasia, e non ha mai cessato di denunciare lucidamente l’ingiustizia, il dolore e la solitudine vissuti dalle donne nei paesi islamici, né di individuare le radici di questa situazione (come faceva Fatima Mernissi) che secondo lei sono più politiche che religiose.

Riuscì a diventare Direttrice Generale della Sanità in Egitto, però poi fu rimossa e incarcerata da Sadat. Fu anche direttrice della Associazione per la solidarietà con la donna araba, che ha un ruolo consultivo presso l’ONU. Inoltre è una grande scrittrice, come provano i suoi romanzi Donna al punto zero e La caduta dell’Iman. Le sue radici arabe fecondate dalla cultura universale producono un frutto insolito, che nelle sue mani si trasforma in autentica maestria. In Donna al punto zero – storia vera e terribile di una prostituta che fu condannata a morte per aver ucciso un magnaccia, narrata con una efficacia che fa rabbrividire – oltre alle interviste di quella donna ci fornisce la testimonianza di tutte le miserie da lei vissute prima di giungere all’unico gesto possibile, quello necessario per liberarsi di una situazione insostenibile. Non meno complesso è il romanzo La caduta dell’Iman, specchio della sua generazione, sconcertante eppur seducente, nel quale il tema dell’Islam e della condizione dell’uomo e della donna nella società islamica sfociano in un altro grande tema, quello della libertà. Questo romanzo, orientale per il colorito e occidentale per la sua modernità, è un capolavoro della narrativa araba contemporanea.

Quando affronta l’argomento della escissione del clitoride, riferendosi alle donne interrogate, le vere messe a tacere, Nawal al Sa’dawi osserva:

…la maggior parte non aveva la minima idea del danno che avevano inflitto loro con la escissione, e addirittura alcune pensavano che era un bene per la loro salute, che le puliva e le “purificava”…

Le interviste si sviluppano in genere nel modo seguente:

– Quanti anni avevi allora?
– Ero ancora una bambina. Avrò avuto sette o otto anni.
– Ricordi anche nei particolari l’operazione?
– Sicuro. Come potrei dimenticarmene?!
– Hai avuto paura?
– Molta. Mi nascosi in cima all’armadio (qualcun’altra può dire sotto il letto, in casa di un vicino), però mi acchiapparono e tremavo tutta mentre mi tenevano.
– Ti ha fatto male?
– Molto. Era come se mi stessero bruciando. Gridai con tutte le mie forze. Mia madre mi teneva la testa in modo tale che non riuscivo neanche a muoverla, mia zia mi bloccava il braccio destro e mia nonna si occupava del sinistro. Due donne, che prima non avevo mai visto, mi impedivano di muovere le gambe e me le tenevano allargate forzando. La “mammana” si sedette fra le due donne con in mano un coltello affilato, e con quello mi tagliò il clitoride. Ero terrorizzata e il dolore che mi straziava fu tanto intenso che perdetti i sensi.
– […] Quando hai scoperto che ti avevano tolto un piccolo organo del tuo corpo, che hai sentito?
– […] Mi dissero che se a una bambina non facevano quello, la gente avrebbe sparlato di lei dicendo che poi non si sarebbe comportata bene e che, arrivata all’età di sposarsi, avrebbe cominciato a correre dietro agli uomini, cosicché nessuno l’avrebbe voluta come moglie […].
– Ci hai creduto a quello che ti dicevano. Ovvio. Il giorno in cui mi ripresi dall’operazione ero molto contenta, sentivo che mi ero liberata di qualcosa di cattivo, mi sentivo pulita e pura. 

Pochi anni fa, venne finalmente sospeso il processo per apostasia che incombeva su Nawal al Sa’dawi, e che la avrebbe lasciata priva di qualsiasi difesa quando aveva più di 70 anni. Aveva corso il rischio di essere espulsa dall’Islam e di rimanere alla mercé dei fanatici, che avrebbero avuto licenza di ucciderla.

Torniamo ora alla poesia, che in virtù del suo valore simbolico non è obbligata a essere così diretta come la prosa, ma può ugualmente fungere da arma. Spostiamoci in Iran e parliamo di Forugh Farrojzad (1935-1967), la prima poetessa iraniana contemporanea, una grande rivoluzionaria anche per ciò che concerne lo stile letterario. Subì l’evoluzione del suo paese in senso contrario: cioè nacque in un’epoca di apertura, al tempo dello Scià Reza, che tentava qualche modernizzazione, costruiva ferrovie, creava scuole miste, imponeva con la forza l’abolizione dello chador, anche se non va dimenticato che incarcerava tutti coloro che considerava nemici, per la maggior parte intellettuali… Nonostante il clima di apertura, nelle famiglie della classe media si seguiva la tradizione, e così Forugh, che insieme a sua sorella Puràn frequentò la scuola mista, subì la ferrea autorità paterna (il padre era un militare di carriera) e quella di una società ancorata al passato. Era ancora una bambina quando lo Scià Reza, in seguito alla occupazione del paese da parte delle truppe inglesi e russe, fu deposto. A 13 anni già  scriveva versi in metri classici. A 15 studiava pittura, si innamorò di un lontano parente che aveva il doppio della sua età, e ottenne il permesso di sposarsi. Dopo la nascita del suo unico figlio cominciò a partecipare alla vita letteraria. Per la particolarità del suo carattere e il suo spirito libero, ben presto cominciò a subire gli attacchi e il rifiuto dell’ambiente letterario fino allora considerato una esclusiva del sesso maschile.

Ha 18 anni quando esce il suo primo libro, Prigioniera, le cui poesie iconoclaste e le cui libere concezioni, in particolare quelle relative al comportamento della donna, si scontrano con la disapprovazione degli accademici. Il libro risulta tanto scandaloso che le autorità religiose fanno arrestare il proprietario della maggior casa editrice dell’Iran che lo aveva pubblicato. Si tratta di versi pieni di vitalità, sconforto amoroso, allegria, recriminazioni, solitudine, abbandono, dubbi, sogni… L’uomo vi appare come orgoglioso, possessivo, infedele, conquistatore… Forugh si sente estranea ai ruoli convenzionali assegnati alla donna, il suo matrimonio si rompe. Divorzia, però il figlio viene affidato al suo ex marito, il quale non le consentirà più alcun contatto con lui. Questa è una ferita da cui lei non si riprenderà mai. Tenta di rientrare in famiglia ma suo padre la scaccia. Nel 1956 esce il suo secondo libro, Il muro, e compie il suo primo viaggio in Europa. In sua assenza si intensificano gli attacchi contro di lei da parte di uomini e donne scandalizzati. Nel 1959 va in Inghilterra a studiare cinema e nel ’62 gira un film sulla colonia di lebbrosi di Tabriz, per il quale ottiene il premio al miglior documentario. In questi anni in Teheran si registra una rinascita delle arti e della poesia e lei ne è una delle figure di spicco. Nel 1964 pubblica Nuova nascita, che i critici segnalano come un punto di svolta nella poesia iraniana moderna. Nel febbraio 1967 si preparava per interpretare il ruolo della protagonista nella Santa Giovanna di George Bernard Shaw, quando, al ritorno in macchina da una visita a sua madre, in un incrocio fu colta da malore e per evitare un veicolo sterzò verso un muro e morì.
Forugh Farrojzad era troppo inquietante per gli intellettuali iraniani, anche prima che cominciasse il regime degli Ayatollah. Era all’avanguardia nello stile di vita come nella scrittura. Introduce in poesia la conversazione, il linguaggio quotidiano, e con la stessa naturalezza adatta ad esso la metrica quantitativa tradizionale e, curiosamente, traduce il conflitto tra uomo e donna in un conflitto di stili.
“La mia esistenza intera è un verso oscuro”, così comincia Nuova nascita. Però, nei fatti, la sua poesia è un tendere verso la luce, verso “l’alba dell’eterno crescere”. La sua morte commosse l’Iran e circolò la voce che si fosse scagliata contro il muro deliberatamente. La poesia Si abbia fede all’inizio della stagione del freddo sembrava predirlo. Allora si disse che, tra i poeti dell’Iran contemporaneo, solo lei era paragonabile al grande Nima. Si disse anche che, dopo Hafez Shirazì, era lei il maggior poeta della letteratura iraniana. Una delle sue poesie che all’epoca costituì un grande scandalo, sebbene dal nostro punto di vista non sia possibile giudicare quanto fosse innovatrice, è la seguente:

MURAGLIE DI FRONTIERA 

Ancora una volta nella notte quieta
crescono come piante
le muraglie di clausura, muraglie di frontiera
per recintare i campi del mio amore 

Ancora una volta i rumori della città
come torbidi banchi di pesci spaventati
emigrano dalla mia riva scura
Ancora una volta le finestre
si aprono al gioioso incontro con i profumi sparsi,
gli alberi, nel giardino addormentato, si denudano della corteccia
e la terra, attraverso i miei pori,
assorbe indistinte particelle di luna.

***

Ora vieni più vicino
e ascolta
i palpiti ossessivi dell’amore
che si propagano
come il tam tam dei tamburi notturni
nel canto tribale del mio corpo

[…]

Io vengo dall’ultimo confine delle brezze
correndo attraverso il rifugio della notte,
e nel rifugio della notte
come una pazza mi abbatto
nelle tue mani con i miei capelli gravidi
regalandoti i fiori tropicali di questa zona verde e calda

[…]

Torna da me
torna all’inizio del mio corpo
al profumato centro del feto
all’istante in cui da te, di te fui creata
torna da me
che sono incompleta di te 

Ora le colombe
volano sulle cime dei miei seni
ora sui boccioli delle mie labbra
si sono posate le fuggitive farfalle dei baci
ora il mihrab1
del mio corpo
è pronto per la preghiera d’amore…

E passiamo da queste donne che lottano a viso aperto e dicono ciò che devono dire rischiando la vita, alle più occulte, alle più costrette al silenzio, cioè alle donne afgane con il corpo interamente coperto dal burka, compresi gli occhi, che nonostante tutto si sono espresse in brevi poesie che impressionano per la loro bellezza, la loro incisività e la libertà interiore che riflettono. Sono ovviamente poesie anonime, affidate all’oralità.

Fino a qualche tempo fa, le donne afgane potevano cantare mentre andavano a prendere l’acqua alla fonte o nelle feste. L’arrivo dei Taliban troncò queste minime libertà, però loro, di nascosto, seguitarono a cantare. Nonostante le misere condizioni di vita e pur essendo in genere analfabete, queste donne hanno mantenuto nella loro società l’arte della poesia per mezzo di componimenti brevi chiamati landay. Si tratta di versi non scritti che non seguono schemi né fanno riferimento ad alcun modello classico, ma conservano l’espressività emblematica delle voci del popolo. Sono semplici ed essenziali, cantano la natura, i boschi, i fiumi, le ore del giorno, o sono imperniati sul motivo della guerra, dell’onore, dell’amore, della morte: sono gridi del cuore, squarci di luce.

Presso i Pastùn, popolo guerriero per antonomasia i cui valori e i cui principi sono quelli della virilità e dell’onore, la donna si occupa del gregge, prepara da mangiare, cuce i vestiti, si occupa della concia delle pelli, irriga i campi, trasporta sulla testa pesanti fardelli… e non si lamenta mai. Tuttavia, pur estremamente sottomessa in apparenza, in realtà pratica la sua rivoluzione attraverso le forme del canto o del suicidio (v.: Sayd Bahodine Majruh,  El suicidio y el canto, Ediciones del Oriente y del Mediterráneo, Guadarrama, 2002). E la poesia, quando viene scoperta, equivale al suicidio.

L’amore della donna, presso i Pastùn, è una colpa grave che viene punita con la morte mediante lapidazione. Per questo motivo, quando una donna canta, i suoi versi sono dedicati all’amante lontano o contengono sarcasmi sull’uomo che non sa amare, e se in essi compare il marito, gli viene riservato l’epiteto di “piccolo orribile”, perché in genere si tratta di un uomo bambino, anche quando vanta una certa età.

 Il “piccolo orribile” non fa nulla, né l’amore né la guerra.
La sera, appena ha la pancia piena, va a letto e russa fino all’alba.

*

Apri una breccia nel muro e baciami la bocca.
Il “piccolo orribile” è muratore e saprà ripararla.

*

Vicino a te sono bella, bocca anelante, braccia aperte.
E tu, come un vigliacco, ti lasci cullare dal sonno.

*

Uno muore dal desiderio di vedermi almeno un istante,
l’altro mi caccia dal letto dicendo che ha sonno.

*

Se non sapevi amare,
perché hai destato il mio cuore che dormiva?

*

Oh, amore, se tremi tanto fra le mie braccia, che farai
quando il cozzare delle spade si trasformerà in mille lampi?

All’amante, invece, si riservano ben altri toni, a volte lo si invita anche a correre rischi:

Dammi la mano, amore mio, e andiamo nei campi
per amarci e cadere insieme sotto le coltellate.

*

Vieni pure crivellato dalle pallottole, amore,
io cucirò le tue ferite e ti darò la mia bocca.

*

Impara a mangiarmi la bocca!
Prima di tutto appoggia le labbra, poi forza dolcemente la linea dei miei denti.

*

Vieni e sii come un fiore sul mio petto,
perché possa rinfrescarti ogni mattina con uno scoppio di risa.

*

Sbrìgati, amore mio, voglio offrirti la mia bocca.
La morte si aggira per il villaggio e potrebbe portarmi via.

*

Amore mio, apri la mia tomba e contempla
la polvere che copre la splendida ebbrezza dei miei occhi.

La donna pastùn si confronta costantemente con la morte, canta il destino del corpo ed esalta il cuore come elemento della realtà fisica. In quanto creatura visceralmente terrestre, per lei la morte è un ritorno agli elementi: polvere, vento, erba, acqua, fuoco. Né l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’esercito sovietico, né i massacri e le deportazioni successive, né i Taliban sono riusciti a sradicare la sua necessità di poesia.

                                                                       (Traduz. di Franco Tagliafierro)

 

 

[1]Il miḥrāb è la nicchia che, all’interno di una moschea o di un edificio, indica la direzione della Mecca dove si trova la Kaʿba.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Contro lo snobismo di massa


NEI DINTORNI DI FRANCO FORTINI 1989

Nel 1989 esisteva a Cologno Monzese l’associazione culturale ipsilon e invitammo Franco Fortini, uno scrittore che per tutta la vita si è occupato di cultura. Tenne una conferenza in Villa Casati che registrammo e pubblicammo in LABORATORIO SAMIZDAT, IV, n. 7, novembre 1989, col titolo da lui scelto: “Contro lo snobismo di massa”. Il testo è stato antologizzato anche in “Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-1994” a cura di Velio Abati, Bollati Boringhieri, Torino 2003. [E. A.]

Si parla molto di cultura di massa, quella che si presenta attra­verso i cosiddetti mass-media. Non stiamo a discutere stasera sul significato delculturla parola «cultura». Sarebbe però interessante notare che cosa è accaduto nell’uso, nell’accezione comune di questo ter­mine. Per esempio, una volta – mi riferisco a molti anni fa – la parola «cultura» aveva un significato che conserva ancora ma solo per certe ricerche di tipo sociologico o antropologico. Esso indi­cava il complesso delle forme con le quali gli uomini producono.

Questa nozione di cultura aveva a che fare certamente con la tra­dizione marxista, anche se non coincideva necessariamente e del tutto con essa. È una nozione che abbiamo usato normalmente, così come si parlava della cultura di determinati popoli o della cul­tura della filosofia tedesca o dell’Illuminismo. O si parlava della cultura del metalmeccanico, intendendo alcuni specifici sistemi, modi, forme, entro i quali costui lavorava e, in definitiva, viveva. Oggi noi vediamo che, mentre questo significato continua ad essere usato a livello della ricerca e delle specialità, nell’ accezione corrente – quella che ci viene trasmessa dalla stampa, dai giornali e dalla televisione – cultura sta ad indicare soltanto un certo settore della comunicazione e delle forme, che ha a che fare soprattutto con le ar­ti e con la letteratura. Nel gergo delle emittenti televisive un pro­gramma «culturale» è un programma dove, invece di avere i balletti oppure un concorso a premi, si parla di letteratura o si discorre sul­l’ultima grande esposizione di pittura fiamminga a Parigi o a Roma.

D’altra parte non è che possiamo inventare in questo momento per nostro uso una definizione migliore. Non è questo il punto. E semplicemente necessario tener presente questa forma di impove­rimento della nostra cultura e capire che non è innocente. Non per caso è avvenuto così. È avvenuto perché rientrava in un disegno, che si propone due cose apparentemente contraddittorie, ma che non lo sono affatto: per un verso omogeneizzare i linguaggi, il sa­pere, le ideologie della gente; dall’altro, il processo, simultaneo e solo apparentemente opposto, è quello della valorizzazione o estre­mizzazione dell’individuo.

La tendenza di quello che conviene chiamare «tardo capitali­smo» è oggi rivolta a queste due mete solo apparentemente con­traddittorie. Per un verso, dunque, ci vogliono tutti simili o uguali: consumiamo gli stessi prodotti, tendiamo a leggere gli stessi libri (o a non leggerli) consumiamo gli stessi elaborati. È quella che chia­miamo «cultura di massa», al suo livello inferiore. Ma, per un altro verso – e basta guardare la pubblicità dei prodotti che riempiono i settimanali e le trasmissioni televisive – si tende a proporre un mo­dello di individuazione estrema: non essere come gli altri, sii di­verso, più bello, più forte ecc.; mettiti nella condizione di gestire il tuo tempo libero in modo originale, fatti una «cultura» …

Questo doppio movimento rientra perfettamente negli interessi del modo di produrre, di vendere, di consumare del mercato capi­talistico. I risultati li vediamo. Sono – come è stato ricordato -1′ al­largamento di un’ area di deprivazione, di neoalfabetismo o di anal­fabetismo di ritorno; e non solo qui in Italia, ma anche negli stessi Stati Uniti. È un fenomeno che riguarda, quindi, un allontana­mento dalla stessa cultura di massa; esso interessa una frangia della popolazione, i cosiddetti esclusi, i marginali. Abbiamo invece una estesissima parte del corpo sociale, alla quale sono destinati saperi, forme artistiche o di intrattenimento, forme di realizzazione di se stessi.

E qui viene un punto molto importante.

Se ci riportiamo al passato – diciamo a venti anni fa o anche solo a dieci – il mio discorso potrebbe finire qui. Avevamo i grandi mec­canismi che formavano prodotti di seconda qualità; e quella era la «cultura di massa», qualcosa che stava tra la divulgazione e i fascicoli della storia della letteratura universale, della religione o della geografia venduti nelle edicole. Il discorso allora sembrava abba­stanza facile, tant’è vero che, se uno come me tendeva a dire: stiamo attenti, dobbiamo lottare contro la falsa ricchezza dell’informa­zione o della cultura e dell’arte «per tutti», veniva immediata­mente bloccato da quelli che replicavano: ma tu sei un aristocratico della cultura e vuoi che determinate opere siano precluse a coloro che ne hanno fame e sete. Nel corso di un convegno, tenutosi a Ve­nezia non troppi anni fa sul tema del rapporto tra letteratura e masse, rammento che nel corso della discussione mi accadde di but­tare lì una battuta, che scandalizzò orrendamente i progressisti se­duti accanto a me. Dissi: «non esiste il “Petrarca per tutti” ». Vale a dire: il tentativo di rendere accessibili alcune opere, che sono state create in un certo contesto storico e che hanno una definibile funzione non può valere per tutti. Concludevo cosi una discussione che andava avanti da venti anni. Venni immediatamente aggredito. Qualcuno mi chiese: «E allora, tu al popolo che cosa faresti leg­gere?». lo evitai di polemizzare sull’uso della parola «popolo» (che mi faceva venire i brividi, considerando che l’interlocutore aveva in tasca la tessera di un partito dalle origini marxiste) e risposi, in modo ancora più scandaloso: «lI Vangelo». Poi spiegai (anche se sono certo di non essere stato capito) che cosa volessi dire riferen­domi al Vangelo. Indicavo, cioè, un libro che – indipendentemente dall’essere credenti o meno – ha le caratteristiche di non essere (o almeno di non essere facilmente) riconducibile all’ordine di un genere letterario. Non è di storia, non è cronaca, non è poesia. È molto difficile dire che cosa sia tutto quell’insieme che noi chia­miamo Vangelo e il tipo di rapporto che richiede al lettore è molto diverso da quello richiesto dalla lettura di Guerra e pace oppure da un’opera filosofica. È un rapporto completamente diverso, perché tende a chiedere in modo prepotente un certo tipo di adesione o di risposta alle domande che pone e che hanno molto a che fare con quelle domande e quei problemi di fondo, di cui abbiamo sentito giustamente lamentare la scomparsa nel corso dei nostri anni. Ma tutto ciò che vi ho detto fino ad adesso e tutto ciò che si riferisce a questo aneddoto ha a che fare con una situazione che non è più quella reale che abbiamo di fronte.

Oggi, cioè, non si tratta più di polemizzare contro una cosid­detta «cultura di massa», contro una volgarizzazione, una riduzio­ne dell’alta cultura per i poveri. Stiamo attenti. La situazione non è più questa, ma è assai peggiorata.

In che senso?

Non posso qui dimostrarvelo. Posso soltanto enunciare quella che è una mia opinione. Sebbene non solo mia. Nella società avan­zata, che è la nostra (ma potrei riferirmi soprattutto a certi paesi dell’Europa e agli Stati Uniti), abbiamo – per utilizzare una parola molto approssimativa – la «zona» delle istituzioni accademiche e degli istituti di ricerca al più alto livello (culturale o letteraria, arti­stica e scientifica … ).

Ora mentre una volta da parte di coloro che producevano a que­sti livelli c’era un atteggiamento di mediazione e distribuzione ver­so gli altri (così è stato certamente il secolo scorso e così è stato per una parte del nostro secolo), quando si è avuto il precipitoso allar­garsi di una cultura di massa, che è diventata essa stessa nel suo complesso un argomento di tale potenza e articolazione da non aver più bisogno, per sopravvivere, del contatto diretto con la cul­tura che potremmo chiamare creativa – la cosiddetta alta cultura universitaria – si è imposto il divorzio, la separazione.

Nella pratica, per un verso cresce il numero dei ricercatori ad al­tissimo livello, che sempre meno forniti di cravatta e di boria acca­demica si dispongono quotidianamente a farsi intervistare, sull’ul­timo avvenimento del giorno (e li vediamo alla TV questi scienziati, padri della fisica, della medicina, della chimica contemporanea, rispondere – in modo estremamente democratico – con delle bana­lità alle banalissime domande che vengono loro poste); mentre, per un altro verso, sappiamo benissimo che la distanza tra la vera ricer­ca ed il resto degli umani non solo è diventata, ma è mantenuta, enor­me, astronomica.

Al di fuori di questa «zona» c’è l’immensa massa, l’immensa pro­duzione, che veniva chiamata «cultura di massa» e che oggi si arti­cola e si gestisce in modo separato, ricreando naturalmente al pro­prio interno delle gerarchie. Facciamo un esempio banale. Stiamo per avere le trasmissioni via satellite. Se si guarda il primo elenco che è già proposto al consumatore, ci accorgiamo che, pagando ovviamente una certa tassa (ma non è questo il punto importante), noi possiamo fruire del programma A, invece che B o C, e che tra questi programmi ci sono delle differenze fortissime di livello e di orientamento culturale. La discriminazione, quindi, avviene ed è fortissima all’interno della stessa cultura di massa.

Questa è, dunque, la premessa del mio discorso: non esiste la cul­tura di massa, esistono delle forme molto differenziate all’interno di strumenti che sono, quelli sì, veramente di massa. E tali strumenti sono quelli che vanno, a rigore, dalla scuola, che è uno strumento di acculturazione – diciamo così – di massa, fino all’ editoria (libraria, giornalistica, periodica ecc.), alla pubblicità, che è un grande feno­meno di cultura di massa, e naturalmente a tutte le forme degli au­diovisivi.

Diventa inevitabile a questo punto dire che viviamo un partico­lare momento, destinato a durare, di concentrazione economico­finanziaria di tale complesso di mezzi; e diventa, quindi, sempre più difficile una fuoriuscita dal sistema attuale, che si fondi su quelle forme ascetiche, che io stesso una decina d’anni fa sono venuto proponendo. Quando parlavo di una riduzione della molteplicità, chiamando questo «ecologia della cultura» (o della letteratura), conservavo, non voglio dire delle illusioni, ma avevo ancora molto viva per delle ragioni biografiche la memoria di una possibile ridu­zione della varietà inutile, appunto.

Alcuni degli autori qui nominati, quelli della Scuola di Fran­coforte (ma potrei aggiungere autori come Brecht oppure Simone Weil. .. ) avevano proposto un simile ascetismo nei confronti della cultura, persuasi (giustamente) che vi fosse più cultura nella capa­cità di fabbricare una sedia che non nella lettura della Critica della ragion pura. Avevano assolutamente ragione; ma i fatti, cioè l’evo­luzione del capitale mondiale nel tardocapitalismo, hanno dato loro radicalmente torto. E, nel frattempo, non si legge più (se non per un esame universitario) La critica della ragion pura e nessuno sa più fabbricare una sedia, fatta eccezione per pochissimi artigiani.

La via della rinuncia ascetica continua a sembrarmi valida sol­tanto come itinerario individuale, per così dire, al bene. Come ci sono delle persone, che la mattina fanno un certo tipo di ginnastica piuttosto che un altro o che consumano solo certi prodotti diete­tici, perché pensano che faccia bene alla salute, così certamente fa molto bene rinunciare alla molteplicità inutile, non passare troppe ore davanti alla TV oppure non rincorrere tutte le novità librarie o non mettersi in coda con migliaia di persone per vedere sette qua­dri di impressionisti, cosa che avviene in questo momento un po’ dovunque in Europa.

Questo possiamo farlo, ma in questi termini, la cosa non va al di là della pia pratica individuale. Appena uno osasse spostarsi al di là e proporla come linea di gruppo, immediatamente saremmo assa­liti da dieci filosofi accademici arruolati dai principali quotidiani, che ci accuserebbero – non sto inventando, sono cose reali che si possono vedere ogni giorno – di essere persone che – attraverso la linea dell’ascetismo, la drammatizzazione della storia, l’ostacolare il godimento dei consumi – vogliono in realtà l’oppressione, la tirannia, il gulag.

Forse non hanno tutti i torti. Non perché chi vuole queste cose desideri il gulag, l’oppressione o la tirannia, ma perché volere quei processi ecologici (che non riguardano soltanto l’industria inqui­nante, il buco di ozono o la foresta amazzonica, ma la testa della gente) significa – per me certamente – scatenare un certo tipo di conflitti, che possono avere, oltre a quelle positive, anche delle conseguenze estremamente negative, cioè quelle che noi chiamia­mo le tirannie o le tragedie storiche.

Non siamo affatto garantiti (come vogliono farci credere i nostri governanti e i loro portaspada o portavoce o portacroce) dalla democrazia. No, non siamo protetti. La democrazia è un complesso di tecniche per l’accertamento delle volontà, per la guida politica di un gruppo, di un popolo, di una nazione, ma non si applica ai va­lori. Per dirla molto sinteticamente, come diceva un mio amico, il poeta Giacomo Noventa, «l’esistenza di Dio non si vota a mag­gioranza». Ma neanche si votano a maggioranza infinite altre cose, che hanno a che fare, appunto, con i valori, cioè con le ragioni che – come si diceva una volta – ha l’uomo di vivere e di morire. La democrazia in queste cose non funziona: i più non hanno ragione sui meno. In tutte le questioni veramente essenziali della nostra esistenza appunto: la vita, la morte, la malattia, l’amore – non vale la regola della maggioranza. Ed ecco perché, allora, sono assoluta­mente persuaso che una lotta per una «ecologia» della cultura, del sapere, ossia per una riduzione del superfluo, qualora fosse portata avanti (cominciando innanzitutto dalla lotta per stabilire cosa è superfluo e cosa non lo è … ) porterebbe a tali conseguenze e così dirompenti che l’ipotesi di una possibile susseguente oppressione (tirannia o violenza) va presa in considerazione. Non per appro­varla, ma per sapere che ad ogni sforzo verso una verità e una vita superiore o migliore corrisponde la possibilità del suo contrario. Detto altrimenti: chi vuole evitare la tragedia, come condizione della vita umana, può farlo. Ma, a questo punto, apra il televisore e se lo guar­di fino al momento della morte.

Chi sono – mi chiedo ora, avviando mi alla conclusione – i padri della lotta contro la massificazione? Si può andare molto in là nel tempo, risalire al Romanticismo; ma quelli che hanno visto questi fenomeni nella loro ampiezza e complessità drammatica sono cer­tamente i filosofi della Scuola di Francoforte. I fenomeni, che Ador­no, Marcuse ed altri avevano già intravisto nella Germania degli anni di Weimar, essi li verificarono in modo drammatico negli Stati Uniti, durante il periodo della loro emigrazione. I libri che ci hanno formato sono stati scritti negli anni quaranta. Hanno ormai mezzo secolo di vita. Rimangono fondamentali – mi guarderei bene dal negarlo – ma le situazioni sono cambiate. Allora il «mostro» della massificazione si presentava come volgarizzazione e come vol­garità. Adesso non è più contro i programmi Tv particolarmente volgari o la letteratura da edicola che dobbiamo lottare. Dobbiamo lottare, invece, contro quella che si presenta come la Cultura con la maiuscola. È quella che veramente, in modo profondo, ci distrug­ge, perché uno dei suoi dogmi è lo sviluppo della «corsa dei topi» culturale, cioè la creazione di uno snobismo di massa. Vogliono fare di noi, di tutti, degli snob, ossia delle persone che tendono conti­nuamente a fingersi quelle che non sono. Da qui la necessità di creare continuamente mode e modelli dietro i quali farci correre. Oggi la «cultura di massa» – usiamo le virgolette – somiglia straor­dinariamente a quella vera, quasi come certi prodotti surgelati somigliano a quelli non surgelati.

Ma, allora, quali armi abbiamo? C’è almeno l’ombra di una pro­posta in quanto ho detto?

Mi pare che le conseguenze siano queste: fintanto che pensiamo di contrapporre un sapere ad un altro, un libro ad un altro, un film ad un altro – starei per dire: un’emittente Tv ad un’altra – pos­siamo arrivare nella migliore delle ipotesi a quella che è la situa­zione in cui già viviamo, visto che siamo in un paese democratico, dove già abbiamo un’opinione non maggioritaria e una certa tradi­zione di «sinistra».

Che cos’è, invece, che ci pone al di fuori?

E l’azione politica, intesa come scelta di comportamenti non in­dividuali, i cui motivi non vanno cercati e neanche verificati esclu­sivamente sul sapere o sulla cultura, ma si fondano – almeno ini­zialmente – sul già saputo, su quello che sta dentro di noi – come si dice – o anche fuori (per me è lo stesso). E questo «qualche cosa», che già sappiamo, ci viene dalla nostra esperienza vitale. E un «qualche cosa» nel quale la sofferenza per 1’ingiustizia e 1’oppres­sione subita il giorno prima si mescola al ricordo di ciò che abbiamo imparato e saputo da quando avevamo cinque anni. Questo «in­sieme» è il nostro sapere, non quello che sta «dopo e fuori», che si aggiunge in seguito e può essere consumato o appreso, può diventa­re «carne e sangue» a condizione che vi sia quel momento iniziale.

E che cos’è l’operazione politica per eccellenza? Trovare i propri compagni, riconoscersi, unirsi, decidere di fare alcunché, fosse anche una conversazione come quella di stasera o una iniziativa come quella che qui è stata proposta.

Ed è veramente il caso di dire in questa occasione che da cosa nasce cosa e che qui siamo, per il momento, ancora fuori dai pro­blemi della cultura, di massa o non di massa.

Infatti i problemi dei libri, del sapere, si pongono immediata­mente dopo quelli che Mao chiama dell’inchiesta, cioè della ricerca per capire com’ è fatto il mondo nel quale vogliamo muoverci e che vogliamo in qualche modo modificare.

Ripeto la mia conclusione: mentre nel decennio in cui, in Italia con notevole ritardo, si sono sviluppate le forme della cultura di massa si è pensato soprattutto a controbattere la degradazione culturale, oggi credo che si tratti di lottare prevalentemente più a monte, in ter­mini di accumulazione di forza politica. Basta pensare alla corpora­zione giornalistica, e soprattutto ai giornalisti della TV, a quelle migliaia di persone che la RAI paga molto spesso per non far nulla (e si parla di dieci-ventimila persone … ). Sarebbe interessante che si stu­diasse il contratto nazionale dei giornalisti e si vedesse la condizione di privilegio incredibile che essi hanno nei confronti di altre catego­rie. Si scoprirebbe, forse, che nel nostro paese vi sono settori, nei quali esistono fasce di privilegio cultural-politico non molto diverse da quelle del mandarinato cinese o della nomenklatura sovietica.

È mia convinzione profonda che proprio nell’ambito di quella che Gramsci chiamava, con parole dimenticate, «l’organizzazione della cultura» la lotta politica oggi può dare risultati, che non poteva dare trenta o quarant’anni fa.

Fino a quando esisteva una classe operaia nel senso marxiano e leniniano della parola, depositaria (o ritenuta tale) di valori uni­versali, sì che, se essa non li affermava, l’intera società deperiva, si poteva avere dell’organizzazione della cultura l’idea che ne ebbero Lenin e Gramsci, e cioè l’idea di un qualche cosa di sostan­zialmente subordinato al potere economico-politico. Ma oggi, non possiamo più usare i termini con i quali Lenin e Gramsci descris­sero gli intellettuali. Oggi gli intellettuali non sono più quelli del tempo di Lenin e Gramsci. Sono invece quegli intellettuali «di massa» o intellettuali-massa, di cui il ’68, con eccessivo anticipo, dichiarò l’esistenza, quando non c’erano ancora; mentre oggi ci sono e nessuno più ne dichiara l’esistenza. Intendo riferirmi a tutti i docenti, i tecnici, gli addetti alla riproduzione del sapere, al gior­nalismo, alla TV, alla pubblicità. È una fascia straordinariamente importante del «nuovo terziario», senza la quale non si fa nulla.

Nella guerra civile – se vogliamo chiamarla così – o lotta di classe la «linea del fuoco» passa oggi attraverso le scuole, le redazioni, gli uffici dove si elabora un sapere che – ripeto – è «di massa», ma non ha più le caratteristiche di trenta-quaranta anni fa.

Ho pensato anni fa che i primi «caduti» di questa lotta si sareb­bero avuti nelle redazioni al momento in cui – così come gli operai di centocinquanta anni fa, affrontando lo sciopero, affrontarono non solo i fucili dei carabinieri ma il licenziamento e, quindi, la fame loro e delle loro famiglie – uno di quei mezzi busti della TV prenderà la parola alle ore tredici e dirà una verità non prevista dal copione. Sarà immediatamente cacciato. Quel giorno si potrà dire non che ci sarà stato un singolo eroe, ma che sarà avvenuto qual­cosa capace di rompere la profondissima omertà nel campo del­l’informazione di massa. E la stessa cosa vale per molti altri settori della comunicazione e del sapere. Il mio è quindi un messaggio di speranza abbastanza ironica e – come potrei dire – autosorvegliata. Perché conosco l’estrema difficoltà di questa strada e, tuttavia, cre­do che essa esista.

La fede opaca di Fortini

Questo saggio è già comparso sul n. 6 – dicembre 2009 di Poliscritture cartacea scaricabile qui

Donato Salzarulo

Con te a volte appuntamento
mancato, ala d’eclissi, soffio
innevato.

C’è una poesia della raccolta «Composita solvantur» (Einaudi, 1994) che non mi risulta abbia ricevuto sinora molta attenzione o commenti. Eppure Fortini le attribuì una posizione “strategica”: collocandola all’inizio; facendola stampare in corsivo, con un carattere tipografico diverso dalle altre; dandole una funzione di apertura e di “illuminazione” del clima generale della raccolta, di guida implicita, ecc. In breve, un insieme di segnali che il lettore non può non notare. La poesia, senza titolo, è questa:

Per quanto cerchi di dividere
con voi dal vero le parole 

la fede opaca di che vivo
è solo mia. La tento ancora 

e l’occhio guizza, la saliva
brilla sull’orlo dei canini, 

o incerti amici, o incerte prove.

                   *

 Per quanto cerchi di conoscere
che cosa guarda dal sereno 

dove il celeste posa in sé,
di questo sono certo e fermo: 

i globi chiari, i lenti globi
templari cumuli dei venti 

non sono me.

Quattordici versi in tutto, orchestrati meravigliosamente e con incomparabile sapienza. Quattordici versi suddivisi in due tempi perfettamente equivalenti: sette e sette. Evidente la simmetria. La composizione è una, ma è divisa come una foglia di alloro in due parti. Sia i sette versi della prima che quelli della seconda sono distribuiti in coppie di novenari. Ancora il due, quindi, e ancora la simmetria. Ma i versi sono dispari e uno alla fine resta solo (“o incerti amici, o incerte prove.”, “non sono me.”). L’ultimo verso tronco è mimesi della poesia che si tronca e smette di dire. «L’uno che in sé si separa e contraddice, e tu fissalo; finché non sia più uno. E poi torni ad esserlo, e ti porti via» aveva scritto Fortini in «Una volta per sempre» (Einaudi, 1987)Una volta per sempre».

I primi versi di ambedue le prime coppie sono sdruccioli e in rima tra loro (“Per quanto cerchi di dividere”, “Per quanto cerchi di conoscere”). Sette: numero sacro per eccellenza, espressione della mediazione fra umano e divino. Sette sono le luci del candelabro ebraico, simbolo della fede perennemente accesa; sette i sacramenti, sette i peccati capitali, sette le virtù (quattro cardinali e tre teologali), sette le note musicali, sette i giorni della settimana, ecc. ecc. Il simbolismo del sette è ricchissimo. Poi, l’Uno che è in sé Due. Le coppie di novenari della prima e della seconda parte sono tre e tre. Altro numero di carattere indubbiamente simbolico, come il padre Dante e tutta la storia del cristianesimo insegna. Del resto anche la scelta di una misura metrica come il novenario non è certo dovuta al caso. Il simbolismo del sette, l’Uno che è in sé Due, la distribuzione trinitaria delle coppie, il ritorno della solitudine dell’Uno, le pause ritmiche del novenario, il verso tronco finale… Fortini ha insegnato che in poesia la forma è il contenuto. Il come di questo testo dice, allora, già molto di sé. Vorrei soltanto ricordare che «Composita solvantur» è l’ultima opera di questo poeta e rappresenta un po’ il suo testamento.

Sulla tessitura musicale non voglio dilungarmi più di tanto: appare come è evidente fitta di ripetizioni e variazioni attraverso rime, assonanze e consonanze, ecc. Nella circostanza, preferisco andare ad un’analisi più ravvicinata del testo: sia il primo verso sdrucciolo della prima parte che quello della seconda sono aperti da una locuzione congiuntiva, di natura concessiva, che ha implicitamente il sapore e il tono di un bilancio interiore: “Per quanto cerchi di dividere”, “Per quanto cerchi di conoscere”. Il gesto del cercare di dividere (che vale sul piano semantico sia come “condividere”, “rendersi partecipe” che come “frazionare”, “distinguere”) e quello del cercare di conoscere appaiono ripetuti come tentativi tenaci anche se condotti su terreni sdrucciolevoli e incerti nei loro risultati.

La prima coppia concessiva recita: “Per quanto cerchi di dividere / con voi dal vero le parole”. C’è un Io poetico, quindi, che si rivolge a un Voi con cui sembra avere in comune un’attività: quella di condividere con loro e/o di distinguere “dal vero le parole”. Sì, perché le parole, pare di intendere, non sempre provengono dal vero o non sempre sono capaci di rivelarlo. Ricercare e indagare su quelle parole che segnalano e mostrano il vero è perciò attività assolutamente importante. Ma questo vero di che natura è? Non è sicuramente quello a portata di mano, quello per cui alla domanda se in questo momento stia piovendo, una persona possa rispondere vero o falso. Il vero che l’Io poetico cerca di percepire e distinguere con quel Voi a cui si rivolge è tale che si trascina dietro un’importantissima confessione: “la fede opaca di che vivo / è solo mia.”  È un vero, allora, in relazione con la fede, che richiede una risposta personale, coinvolgente, impegnativa. Sottolineo: non è in questione un’opinione più o meno fondata, la verifica di un’ipotesi scientifica o la dimostrazione di un teorema. Fede è adesione piena di una persona, credenza profonda di cuore e mente, di sensibilità e ragione. Riguarda il tutto.

Il mettere in primo piano questa certezza personale, non credo comporti una preconcetta svalutazione di quel Voi collettivo, impegnato, come l’Io poetico, nella ricerca del vero. È consapevole, però, di muoversi su un terreno scivoloso, incerto (“o incerti amici”). È probabile, infatti, che non tutte le persone di quel Voi siano impegnati allo stesso modo, con lo stesso sforzo e la stessa intensità nella ricerca. Da qui il tono di una confessione intima e, allo stesso tempo, risoluta; libera e necessaria; partecipata e tuttavia distaccata. Una dichiarazione di fede che appartiene alla vita dell’Io e che coinvolge tutte le fibre della sua esistenza individuale e sociale.  “Fede opaca”, scrive Fortini. E bisogna intendersi. Opaca è aggettivo che oscilla dal “non trasparente” al “poco comprensibile”, dal “poco luminoso” al “poco rischiarato”, allo “stare in ombra”. Non penso che Fortini attraverso l’aggettivo voglia sminuire il sostantivo, dargli meno valore.  È poeta che so traduttore di figure limpide come Simone Weil. Scrivendo “fede opaca”, è probabile che avesse presente Giovanni della Croce o altri mistici per i quali la fede è «notte oscura dell’anima». Non è luce, produce luce. È certezza interiore che appartiene in modo esclusivo e totale al singolo.  Non è credenza cieca, superstiziosa, dogma incrollabile e inattaccabile. Di queste credenze anche collettive possono a volte alimentarsi le ecclesie. È confessione esplicita di certezza, punto fermo in ombra, poco luminoso che, forse proprio per questa sua opacità, riesce a produrre, come sostenevo prima, grani di luce; è, comunque, un nutrimento (“di che vivo”) da sperimentare, da mettere ancora alla prova nella vita quotidiana (“La tento ancora”). Nutrimento che produce sul piano individuale effetti salutari come mostrano proprio i versi successivi della poesia: “e l’occhio guizza, la saliva / brilla sull’orlo dei canini”. Guizzare, brillare. Azioni indubbiamente vitali, scatti, segnali di vivacità e luce. Così quest’Io, che ancora una volta mette alla prova la sua “fede opaca”, ne trae benefici per nulla disprezzabili: l’organo della vista risulta potenziato e si muove dinamico e brioso; e, come nel famoso esperimento di Pavlov, di fronte allo stimolo che essa rappresenta, aumenta la salivazione del soggetto. L’acquolina in bocca è riflesso condizionato; è, però, anche manifestazione della voglia di mangiare, assimilare e nutrirsi; segnale di presa di possesso, pulsione e desiderio forte, per certi versi, aggressivo di mordere e afferrare il cibo. Ma qui il cibo da afferrare, mordere, assimilare, il pane e vino da mangiare e da bere sono le relazioni sociali dell’Io col Voi, sono quegli “oggetti d’amore” e conoscenza rappresentati dai tentativi ostinati di condividere e individuare le parole dal vero. Conclusione dell’Io poetico: “o incerti amici, o incerte prove”. Il tono è un po’ sconsolato, ma non rassegnato e rinunciatario.

Conclusione mia, provvisoria, riferita a questi primi sette versi: il testo è attraversato da una dialettica di certezza-incertezza. La prima è relativa alla fede personale, la seconda alle condivisioni sociali, ai tentativi e alle prove che vengono effettuate per distinguere insieme agli altri “dal vero le parole”. Generalizzando si potrebbe dire: sul terreno sociale e/o “ecclesiale” dell’appartenenza, che rappresenta sia il momento della “tentazione” della propria fede, del metterla alla prova e sperimentarla, sia quello della vitalità e vivacità esistenziale, domina l’incertezza. Nella storia sociale e politica mentre le “amicizie” di ognuno di noi sono incerte e incerti sono i tentativi che facciamo per raggiungere le verità, è certa, invece, la fede opaca che ognuno si porta dentro e con cui nutre le sue prove di esistenza.

La dialettica certezza-incertezza domina anche nella seconda parte della poesia. L’incertezza questa volta è relativa agli atti conoscitivi, soprattutto quelli rivolti al “che cosa guarda dal sereno // dove il celeste posa in sé”. Il “celeste”: aggettivo sostantivato. Relativo al cielo, cioè ad un luogo in cui qualcosa che sta tra un “corpo”, un “regno”, un “padre” più o meno sublime e ineffabile, è immobile, fermo in sé, sia nel senso dell’adagiarsi, calmarsi, sia nel senso dell’appoggiarsi e aver fondamento. È qui, da questo luogo sereno, terso, privo di affanni che proviene uno sguardo verso un oggetto, un “che cosa” impossibile da conoscere nella sua totalità e completezza, per quanto l’Io poetante tenacemente si sforzi. A fronte di questa incertezza, in antitesi, c’è l’annuncio poetico di una certezza e di una fermezza un po’ simile a quel posarsi in sé del celeste: “di questo sono certo e fermo:” E su cosa non ha dubbi e tentennamenti quest’Io? “i globi chiari, i lenti globi / templari cumuli dei venti // non sono me.” La parola ripetuta, che fa da baricentro è “globi”, cioè le sfere terrestri e celesti. Ma potrebbero essere anche i globi oculari di quel celeste che guarda dal sereno. Comunque, i globi sono il soggetto della proposizione che, dopo alcune apposizioni, si conclude con la sottolineatura di una non identificazione: “non sono me”.  La certezza dell’Io è dunque questa: pianeti e universi luminosi, tersi come quel sereno in cui “il celeste posa in sé”, conosciuti e lenti nei loro movimenti, ammassi religiosamente sovrani (“templari”) dei venti (del divenire e della trasformazione), non s’identificano con il me, oggettivato dall’Io. “Dove il celeste posa in sé […] non sono me”. La rima precipita il significato verso questa non identificazione del Sé celestiale e del Me poetico. Come dire? Questi Me, questi accusativi che ognuno di noi produce fino alla morte, queste oggettivazioni artistiche, poetiche della propria esistenza sono altra cosa rispetto al Sé immobile e autoriflesso che guarda dal suo luogo sereno non si sa bene cosa, con globi contenenti cumuli di divenire. Se è vera questa non identificazione e se il sereno col “celeste che posa in sé” rappresentano modi di indicare il Divino, se ne deve dedurre che esso non è solo o prevalentemente una “costruzione” degli esseri umani. Non è il frutto delle loro illusioni e alienazioni.

Difficile trarre conclusioni meno che provvisorie da questo modesto tentativo di lettura. A me sembra che in questi versi circolino pensieri importanti relativi alle seguenti questioni:

  1. Rapporto “ecclesia” (anche comunista, sebbene nel nostro presente sia quanto mai sprofondata nelle catacombe) e “fede opaca” del singolo. Nell’ecclesia si sta insieme per distinguere e conquistare il vero, ma bisogna stare all’erta, non dimenticare il terreno sdrucciolevole e incerto degli amici e delle prove. La certezza può essere a carico della propria fede, non della propria appartenenza. Fortini non è individualista, ma la lotta per dividere “dal vero le parole” è un compito centrale e viene prima di qualsiasi appartenenza. D’altronde che Fortini sia stato tutt’altro che “intellettuale organico” alle varie svolte di questo o quel partito del movimento operaio è abbastanza noto. Così come noto è il suo insistere, sul tema dell’amicizia, piuttosto che sull’incontrarsi sul separarsi e estraniarsi.
  2. Nel luogo sereno in cui essere e divenire coincidono, il me non c’è. Le oggettivazioni umane non sono alienazioni, ma non sono neanche attributi della Sostanza divina. Il celeste è l’altrove, il luogo da cui guarda un qualcosa d’incerta comprensione e concepimento umano. Domanda: Fortini quale concezione ha di Dio? Conoscendo la sua biografia, la risposta potrebbe apparire scontata: quella giudaico-cristiana. In un’altra poesia, infatti, della raccolta – poesia posta sulla prima di copertina – parlando di come gli diventerebbe più acuto il dolore delle ossa, rivolto quasi certamente a Dio, lo invita a incenerirlo: “Grande fosforo imperiale, fanne cenere”. Dio, quindi, come intelligenza suprema e sovrana. Mi viene anche in mente che pochi anni prima, nel 1991, aiutò Paolo Jachia a raccogliere un’antologia dei suoi testi, una specie di dizionario composto da cinquantanove voci («Non solo oggi. Cinquantanove voci», Editori Riuniti, 1991) e una di queste era proprio Iddio. Non si trova nessun discorso filosofico o teologico. È semplicemente ripresentata una bella poesia già apparsa in «Una volta per sempre». Titolo: “La partenza”. Forse è opportuno, a questo punto, rileggerla:

 

Ti riconosco, antico morso, ritornerai
tante volte e poi l’ultima.
 Ho raccolto il mio fascio di fogli,
preparata la cartella con gli appunti,
ricordato chi non sono, chi sono,
lo schema del lavoro che non farò.
Ho salutato mia moglie che ora respira
nel sonno sempre la vita passata,
il dolore che appena le ho assopito
con imperfetta, di sé pietosa, atterrita tenerezza.
Ho scritto alcune lettere ad amici
che non mi perdonano e che non perdono.
E ora sul punto di dormire
un dolore terribile mi morde
come mille anni fa quando ero bambino
e lo chiamavo Iddio, e Iddio è questo
ago del mondo in me.

 Fra poco, quando dai cortili l’aria
fuma ancora di notte e sulla città
la brezza capovolge i platani, scenderò per la via
verso la stazione dove escono gli operai.
Contro di loro fiume triste, di petti vivo,
 attraverso la mobile speranza
che si ignora e resiste,
andrò verso il mio treno.

 La poesia è datata 1960-1962. Partire è un po’ morire, dice il proverbio. Prima di morire davvero, Fortini ci regalò ancora per oltre un trentennio le note acute dei suoi pensieri e delle sue riflessioni. È significativo, però che nel 1991, riproponeva questo componimento. Dentro c’è l’Iddio: questo “antico morso”, “dolore terribile”, “ago del mondo” conficcato nella sua e forse nella nostra carne. È il Dio dell’Antico Testamento, il “grande fosforo imperiale”.

Bisognerebbe togliere credo la poesia iniziale che ho cercato di commentare dal suo splendido isolamento, connetterla con altre sorelle e con altri testi. Obiettivo: comprendere meglio la dimensione religiosa di Fortini insieme alla sua saldatura con quella politica e culturale. «La religione non può essere identificata col misticismo o con l’irrazionalità. Hegel lo sapeva. E anche Marx.» scrisse il poeta in «Insistenze» (Garzanti, 1985). Esplorare i molteplici sensi di questa “fede opaca”, capire come alimenta energie vitali e produce importanti visioni dialettiche, rimane perciò compito fondamentale di ognuno di noi. Le nostre fedi, come quella di Fortini, dovrebbero saper scendere per le vie, incontrare i volti vecchi e nuovi del lavoro sfruttato e produrre, anche sulle questioni ultime e penultime, salutari eresie e intelligenti combattimenti culturali e sociali.

26 Ottobre 2009