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un uovo all’occhio di bue

di Angelo Australi

[…] Secondo me è una vergogna che nel mondo ci sia così tanto lavoro. La cosa più triste è che lavorare è tutto ciò che un uomo può fare per otto ore al giorno, un giorno dopo l’altro. Non si può immaginare per otto ore al giorno, né bere, né fare l’amore, per otto ore. L’unica cosa che si può fare per otto ore è lavorare. Ed è per questo che l’uomo rende se stesso, o chiunque lo circondi, così miserabile e così infelice”.

(W. Faulkner, da “Intervista a W. F., di Jean Stein del Heuvel)

La cucina era esposta al sole di mezzogiorno, così Marisa prima di servire in tavola socchiuse le persiane. Indispettito Bruno si voltò verso la moglie e accese la luce dicendo che al buio ci sarebbe stato da morto, quando mangiava preferiva guardare il cibo che stava nel piatto. Continua la lettura di un uovo all’occhio di bue

Eugenio

di Angelo Australi

Con Eugenio Centini sono in debito per tanti motivi. Ne citerò solo alcuni che reputo importanti. Mi ha stimolato a scrivere quando ancora non avevo le idee chiare, mettendomi in contatto con uno scrittore al quale far leggere i miei primi racconti, ma soprattutto mi ha fatto capire che esistevano infiniti punti di convergenza tra il vivere in una città o al paese, che non è importante il numero delle occasioni si presentano quanto il trovare il tuo bisogno in uno spazio da immaginare infinito anche se piccolo, da esplorare con quel poco sei riuscito a seminare come uomo. Il trucco è trovare se stessi nel perché si ha una voglia matta di scrivere, e non sono tante le occasioni che possono rivelarti questa urgenza. Fare lo scrittore non è come indossare un nuovo vestito, cambi pelle, trovi lì, intrecciato alle parole, una tua chiave di lettura del mondo, e si tratta sempre di un coraggio da spendere senza una finalità concreta, grazie alla predisposizione di un temperamento del carattere che richiede un naturale istinto di coerenza. Scoprire nello spazio il tuo tempo naturale è un po’ come sentirsi liberi di pregare intorno a un’idea per renderla concreta. Diventa una sorta di rivelazione, alla quale non puoi opporti. Se consideriamo questo il punto di partenza, la scrittura non diventa qualcosa di faticoso, semmai è un modo di giocare che ti avvicina agli altri. La fatica la incontriamo strada facendo, qui come in ogni mestiere che facciamo per vivere, però mai al punto di partenza. Può essere problematico trovarla, raggiungerla, ma quando ci sei arrivato senti di far parte di una forma dalla leggerezza espansiva. Eugenio non mi ha mai dato indicazioni sul come scrivere, sul come strutturare delle storie, sul tono da usare per creare un equilibrio armonico al ritmo del racconto, con la sua volontà di reagire alle avversità cercando la poesia anche nel più banale dei luoghi è diventato piuttosto un esempio nei comportamenti, ed è stato un vero maestro nel farmi cercare la sensibilità di un essere umano anche nel più scontato dei gesti. Di questo, soprattutto ora che sto invecchiando, con lui sono e sarò sempre debitore.

I nostri primi incontri risalgono al 1972, quando frequentavo il bar dove lui si affacciava a farsi qualche bicchierino di vin santo. Uscito dal lavoro bazzicavo lì ogni pomeriggio perché c’era un flipper che giocandoci potevi strattonarlo violentemente e non andava mai in tilt. Avevo diciotto anni, vivere al paese mi stava stretto, così le poche persone che si proponevano fuori dagli stereotipi di una provincia ingessata in delle abitudini ferme a chissà quando, finivo per trasformarle in una via di fuga idealizzata. Eugenio si ammalò di poliomielite negli anni dell’infanzia. Soffriva molto a camminare, aiutandosi con la giannetta sosteneva tutto il peso del corpo con la gamba ancora sana. Quando si presentava al bar Spiaggia aveva già bevuto qualche bicchiere alla bottega dei generi alimentari dove si fermava a fare merenda con degli amici. Mangiavano cotechino, aringa, acciughe, una spuntino ipercalorico, che invitava a bere e a fumarsi quintali di sigarette. Proprietario del negozio era un suo amico d’infanzia, anche lui anarchico. A queste merende partecipava qualche glorioso vecchio che nonostante le purghe si vantava di non aver mai preso la tessera del Fascio, e un medico, ma lui solo nei giorni che non faceva ambulatorio. Quando nel negozio arrivava la clientela a fare la spesa il gruppo, ormai eccitato dal vino, si disperdeva per il paese. Gli anziani formavano dei capannelli a ridosso dei loggiati della piazza, sostando nelle vicinanze delle bacheche dove i partiti esponevano i loro commenti politici su qualche seduta del Consiglio Comunale, invece Eugenio, prima di recarsi alla Casa del Popolo, si fermava al bar Spiaggia. Beveva un vin santo, poi un altro e un altro ancora, e argomentava delle sue teorie con chi gli dava spago, eccitato e pieno di discorsi contro un certo conformismo di provincia che sentivo anche mie. Fu il barista a dirmi che scriveva poesie, e che aveva militato fin dal dopo guerra prima nella FGCI e poi nel PCI. Lo ascoltavo incantato, perché nei suoi ragionamenti trovavo un approccio che sembrava libero da ogni condizionamento, e poi riusciva sempre a tenere sullo stesso piano la vita concreta di ogni giorno con le idee più astratte, capaci di aprire lo spazio all’infinito. Non avevo ancora letto le poesie, ma nei suoi ragionamenti trovavo un legame con la musica rock che mi faceva sentire diverso non solo dai miei genitori, ma anche da molti della mia generazione. La musica che sentivo come per liberarmi di un peso ero sicuro che Eugenio non l’avrebbe mai capita, per questo, piuttosto che parlarne, preferivo ascoltare le sue critiche alla politica del partito Comunista, fatte in un bar dove tutti lo lasciavano parlare. In quei suoi ragionamenti ispirati dalle bevute il paese diventava diverso dal come lo avevo sempre guardato, si trasformava in un qualcosa di strano dove almeno con la testa realizzavo il mio bisogno di fuggire. In quell’oretta che stavo al bar, mentre gli amici cercavano d’imbroccare una ragazza passeggiando sotto i loggiati della piazza, provavo davvero l’impressione di essermi trasferito a vivere altrove. Lo ascoltavo portare quei suoi esempi che sfidavano le convenzioni, poi s’infilava in un vortice di spiegazioni su strategie e programmi troppo articolati per la mia età, distanti anni luce da quei messaggi scorgevo nei linguaggi del rock che cercavo di trasmettere con Musica in Piazza, un giornale autoprodotto in forma ciclostilata che distribuivo in occasione di qualche concerto. Ancora non avevo la ben che minima idea di mettermi a scrivere dei racconti, mi bastava ascoltare musica e fare quel foglio di cultura alternativa con alcuni amici pittori che collaboravano per la parte grafica.

Ci siamo persi di vista per circa un anno e mezzo perché avevo seguito la transumanza degli amici che dopo un certo periodo scelsero un altro bar dove incontrarsi. Si usava fare così nel mio giro di conoscenze, ogni tot mesi cambiare luogo di ritrovo, quasi fosse una reazione naturale contro le abitudini. Non ero convinto di questa cosa, ma li seguivo per il bisogno di stare a parlare anche con gente della mia età.

Lo ritrovai all’ospedale del mio paese, nel 1974, durante il periodo che facevo il servizio militare presso la caserma del Genio Pionieri, alla Cecchignola. Verso la fine di settembre, tornando a casa con un permesso di 48 ore, mi ero fatto ricoverare sperando in una convalescenza. La città militare della Cecchignola si trovava nella campagna romana e durante la libera uscita prendevo la metropolitana e raggiungevo il centro di Roma dove frequentavo il Folk Studio e altri locali alternativi di Trastevere che per entrare era obbligatorio iscriversi. In quel periodo mi sono preso anche un’ubriacatura di concerti rock. Memorabile è stato quello di Frank Zappa, e poi dal 20 al 24 settembre, prima di ottenere il permesso di 48 ore, avevo partecipato al Festival Pop di Villa Pamphili, dove suonavano dei gruppi di cui possedevo i dischi ma che non avevo ancora ascoltato dal vivo: il Banco del Mutuo Soccorso, i Perigeo, gli Amazing Blondel, i Soft Machine. Stavo vivendo delle esperienze bellissime, però c’era la vita di caserma, le sue regole mi mandavano fuori di testa, non le sopportavo proprio. Per reagire compravo dei libri alle bancherelle dell’usato che si trovavano tra la Stazione Termini e Piazza Esedra. Li leggevo in caserma, aspettando il momento della libera uscita, per oppormi in qualche modo all’ossessione di quelle giornate oziose che non passavano mai. È qui che ho trovato una vecchia edizione de Il Sempione strizza l’occhio al Fréjus di Elio Vittorini e ho capito che potevo scrivere. Ricordo che lessi il libro almeno tre volte, che poi, non contento, trascrissi tutto il romanzo su di un paio di quaderni. Quel lasciare fuori campo l’azione e privilegiare il dialogo mi sembrava uno strano modo di mettere il lettore in condizione di capire cosa c’era dietro, cosa muovesse il tutto. Ero rimasto talmente affascinato che volevo quel libro mi entrasse dentro. Un po’ come accadeva con il lavoro di decoratore che avevo imparato alla bottega di un artigiano prima di partire per il militare, che consisteva nel rifare sempre le stesse operazioni per raggiungere l’armonia di un certo automatismo anche con il tuo corpo. Ho iniziato così a scrivere le mie prime cose, partendo da dei dialoghi che si limitavano a parlare senza seguire una trama, come se fossero stati fermati nella sospensione di uno scatto fotografico.

Per giustificare il ricovero in ospedale avevo dichiarato una forte infiammazione gastrica che influiva sul sistema nervoso, ormai vicino a collassare. L’obiettivo era farsi trasferire da qui al reparto neurologico dell’ospedale militare San Gallo di Firenze, per cercare di essere riformato con l’articolo ventinove, un tentativo che l’anno prima aveva sperimentato con successo un amico pittore. Quando fui ricoverato d’urgenza in ospedale, da alcune settimane Eugenio aveva subito il taglio della gamba buona che a forza di bere e fumare era andata in cancrena. Vivendo da solo adesso stava trascorrendo la convalescenza in ospedale, aspettando che si liberasse un posto per essere trasferito alla Casa di Riposo. In quei dieci giorni di degenza abbiamo parlato molto. Gli ho confessato che mi era presa una voglia matta di scrivere delle storie e lui mi ha fatto leggere alcune poesie scritte dopo l’operazione. Fui sincero, per me forse era solo un modo per combattere lo sconforto del servizio militare, ma intanto ci trovavo gusto. Lui mi guardava ridendo seduto sul letto, con il moncone di gamba nascosta sotto il lenzuolo e l’altra, poliomielitica, fragile come quella di un bambino, esposta all’aria. “Fai bene”, mi disse, “se ti aiuta a sbarcare il lunario”. Per lui almeno era stato così, passato il momento in cui rischiava di morire, aveva trovato la forza di volontà per reagire tornando a scrivere in versi come faceva da giovane. Nella sua vita aveva composto poesie a periodi alterni, seguendo il bisogno di sincerità che gli nasceva dentro. Il suo silenzio poetico si protraeva dal 1954, e adesso lo interrompeva con una dozzina di liriche battute a macchina che mi regalò in fogli sciolti. Ne riproduco qui un paio.

DOLORE E SOGNO
Come in un rito Maja
mi posaste
su un verde letto di pietra
verdi le vesti
verde il grembiule
verde, verde, verde.
Bisturi: - non sentii una parola.
Scesi in un sonno
che fu dolore e sogno,
pensieri
mi portarono lontano
un quaderno chiazzato di sangue
mi trovai fra le mani
una dietro l’altra
voltavo pagine di dolore.
Da una mi apparve un volto di donna;
il tuo Emma.
L’arcobaleno dei tuoi occhi
rideva al mio volto;
la tua mano strinse la mia
storpie
le mie gambe camminarono
al vento
i tuoi capelli cotonati
mi portavano leggero
così
senza stampelle
senza giannetta
libero come mai
sudando
di stupore e di gioia ti seguii
creatura Eva
su passi nuovi e campi sconfinati.
Era il tempo dei maggesi
segnò
i miei ultimi passi
il frinire della cicala.
La tua mano Emma
asciugò il sudore
di questo sogno impossibile.
Mi tornò tra le mani
il quaderno chiazzato di sangue,
tu evanescente uscisti
come luna all’alba;
io sfogliai ancora
pagine di dolore.
Riposto il bisturi – era
compiuto il rito
abbandonai
il verde letto di pietra
svegliando me stesso
in una camera d’ospedale
rientrai in questo mondo;
ci sarà anche per me
un posto per amare.
Sul letto bianco d’ospedale – rividi
il primo sorriso di un infermiere,
alzai le lenzuola e sottrassi
due meno uno: - uno
mi mancava una gamba.
Ma la vita continua.
Se è necessario
la scaleremo con le mani.
 
LA MORTE
È stata la sentenza
in camice bianco
- metastasi!
Su questo letto
mi danza intorno
un cancro galoppante
dalle mille teste
cavallo di lutto
si srotola nel sangue
a spaccarmi la cellula.
– CANCRO – dilagante
vicinissima nebbia
mi saturi l’anima
al palato
mi leghi la lingua
per non dire
una parola;
di questa terra
non saranno gli occhi
a guardare
l’alba più lunga.
Cancro
– io ti vinco!
mi impicco e ti uccido
di me
qualche parola
resterà
sulla bocca dei figli.

Quelle dodici poesie le leggevo ogni giorno, anche declamandole agli amici che venivano a trovarmi, che poi chiedevano di conoscerlo. Intorno al suo letto era un via vai di persone anche lontano dagli orari delle visite, perché quei versi ormai circolavano tra i medici e gli infermieri dei vari reparti ospedalieri, che quando avevano un momento libero si fermavano a parlare. Se non leggevo stavo sempre a discutere con lui di qualche argomento che mi premeva conoscere la sua opinione. Nonostante l’aria del reparto sapesse sempre di chiuso, stranamente non sentivo nessun disturbo alla testa. Sembrava di essere in villeggiatura.

Dopo quei dieci giorni fui dimesso con una cartella clinica con la quale dovevo presentarmi all’ospedale militare per avere la convalescenza. Me ne andai in un modo molto triste, nella notte tra il sabato e la domenica fummo svegliati dalle sirene dell’ambulanza acutizzate dall’eco che si creava nel cortile dove si trovava il pronto soccorso. Le infermiere e i medici del turno di notte erano agitati perché l’ambulanza aveva trasportato d’urgenza un bambino di dieci anni che giocando con il fucile da caccia del padre era stato colpito al volto e adesso in sala operatoria stavano tentando di salvarlo. Passammo tutti una notte agitata, pazienti, medici, infermieri. Io giravo nel corridoio del reparto, a volte andavo da Eugenio, a volte parlavo con gli altri pazienti, a volte mi fermavo nella stanza dove gli infermieri di altri reparti si affacciavano per avere o dare gli ultimi aggiornamenti. Il bambino non ce l’ha fatta, è morto all’alba, dopo che i chirurghi avevano fatto l’impossibile per salvarlo. Mi ricordo che alcune infermiere essendo mamme piangevano come se fosse stato il loro figlio. Nel reparto c’era una cappa di angosciante tristezza, adesso nessuno aveva più voglia di parlare. Io che non avevo nessun malanno vivevo una forte tensione a trovarmi lì, mi sentivo in colpa per stare insieme a chi stava male per davvero e che spesso moriva. Cominciai a pensare che le mie preoccupazioni mentali, rispetto a quanto era accaduto quella notte, fossero assurde. Che diritto avevo di fingermi malato? Nessuno. Così finii per sentirmi come uno stronzo che si preoccupa di trovare solo al modo di star meglio nella vita, e ci prova con qualsiasi mezzo. Mi convinsi che ero un privilegiato di merda, anche se i miei scopi non avevano influito sull’atroce morte di un bambino. Quando il lunedì mattina fui dimesso provai davvero un forte sollievo.

 Dopo il militare ho mantenuto i contatti con Eugenio, anche perché era l’unica persona che conoscevo in paese che amava scrivere. La maggior parte dei miei amici ascoltava musica rock e alcuni dipingevano, alcuni si spacciavano per fotografi, ma nessuno di loro sembrava appassionarsi alla letteratura, nonostante insistessi a parlarne continuamente. Eugenio ha avuto per me un ruolo importante, anche se non voleva sentirsi definire poeta, oltre alle poesie scriveva lettere di denuncia molto interessanti, che inviava ai vari giornali di sinistra, di cui mi faceva partecipe informandomi sui motivi e la finalità. Le poesie le faceva circolare in fotocopie tra gli amici che andavano a fargli una visita alla Casa di Riposo per anziani dove lo avevano trasferito nella primavera del 1976, spesso le stampava componendo dei collage con i ritagli di giornale, dove sovrapponeva al suo testo foto, titoli di articoli, riuscendo così a creare una certa armonia, impattante anche a livello visivo. Forse non ne era consapevole, ma quei volantini rispondevano a un bisogno eversivo di condizionare la mente del lettore sul significato stesso che per lui aveva la poesia.

Solo con lui riuscivo a parlare delle mie ambizioni di scrittore. Era amico di Davide Lajolo, allora direttore di Giorni, che anch’io sapevo chi era perché avevo letto la sua biografia di Cesare Pavese. Eugenio era in contatto con lui dai tempi della FGCI, quando aveva partecipato giovanissimo a un concorso con lui membro della giuria, risultando vincitore nella sezione poesia, mentre Renzo Vespignani in quella di pittura. Negli ultimi anni aveva cominciato una fitta corrispondenza perché Davide Lajolo era stato colpito da infarto. Su questa esperienza scrisse anche il libro Veder la vita dalla parte delle radici, con il quale ha vinto il Premio Viareggio del 1977. Dopo la mutilazione della gamba incancrenita Eugenio era entrato in una profonda crisi, dalla quale voleva uscire a tutti i costi. Sotto Natale, prima di scrivere a Lajolo, mi chiese se avevo un racconto pronto da allegare alla lettera, così avremmo sentito anche la sua opinione. Gli diedi il racconto. A gennaio del 1977, una sera telefonò a casa per informarmi che Lajolo gli aveva risposto scrivendo anche del mio racconto. La sera stessa sono andato con Sabrina alla Casa di Riposo e lui, ridendo, con il fiasco di vino già mezzo vuoto sopra il comodino, mi passò una fotocopia della lettera.
– Leggi qua, amico mio… Cara Sabrina, qui si fa sul serio… Abbiamo per le mani un talento di razza! – disse ridendo, prima di servirsi da bere.
Sabrina sorrideva divertita, mentre leggevo la lettera che poi le passai.

Milano, 11 gennaio 1977
Caro Centini,
ho ricevuto la tua lettera con il racconto di Angelo Australi.
Prima di tutto voglio congratularmi con te per i successi che ottieni per la tua salute. I momenti neri sono passati ed è molto importante. Mi rendo benissimo conto delle tue sofferenze perché ho provato sulla mia pelle i segni dell’infarto e lentamente con molta fatica sono riuscito a vincere e ti assicuro che non è stato facile.
Angelo Australi scrive bene. I pensieri sono veloci e il racconto è fresco e divertente. Per la copia arretrata o la fotocopia della tua poesia dovresti inoltrare la richiesta all’Unione Donne Italiane (Via Bagutta, 12 – Milano). Noi come giornale non abbiamo molti contatti con Noi Donne.
Aspetto le tue poesie.
Per ora tanti auguri e tanti saluti,
                                                                              Davide Lajolo

Mi convinse ad inviare anche qualcosa direttamente, per prenderci contatto. Insieme alla lettera ho allegato un altro racconto, ad aprile lui rispose.

Milano, 6 aprile 1977
Caro Australi,
ho letto il tuo racconto e per quanto mi riguarda, posso dirti che è veramente interessante.
Ti consiglio di continuare. Quando ne hai scritti un po’, magari relativi alla vita, alla gente del tuo paese, mandameli e cercherò di farteli pubblicare.
“Qualcosa come una storia di Ernesto” dovrebbe essere un po’ corretto. Ci sono alcune ripetizioni, alcuni periodi troppo lunghi.
Il titolo va benissimo.
Appena sei pronto fammi sapere qualcosa.
Cari saluti,
                                                                              Davide Lajolo

La prima conferma sul mio lavoro di scrittore era venuta grazie a Eugenio Centini. Quello del 1977 fu un aprile magico prima di tutto perché io e Sabrina ci siamo sposati, e poi quel Qualcosa come una storia di Ernesto si è trasformato in un libro che nel 1980 sono riuscito a pubblicare con il titolo di Roscio, grazie all’interessamento di Vincenzo Guerrazzi.

Da allora all’anno in cui è morto, il 1988, sono sempre stato in contatto con lui e posso dire che non ha mai smesso di meravigliarci. Un paio di volte l’anno organizzavo dei pranzi per gli amici a casa mia, con lui a capotavola, con accanto la bottiglia del vino. Negli anni ‘Ottanta, in una serie di strutture annesse alla Casa di Riposo, si era inventato una piccolo laboratorio dove produceva in modo artigianale profumi, sciampi, bagno schiuma. Noi amici siamo stati le sue cavie, ma l’assurdo è che quei prodotti erano di ottima qualità e riusciva a venderne alcuni anche per corrispondenza. Sembrava qualcosa di folle eppure c’era riuscito, a scalare la sua vita con le mani, realizzando proprio quel desiderio che aveva in testa da molti anni. Non so dove trovasse tutta quella forza di volontà. Nel 1980, per un po’ di anni aveva frequentato l’officina INAIL di Vigorso di Budrio per adattarsi a comminare con la gamba artificiale che gli era stata costruita. Ricordo che per perdere peso aveva smesso di fumare e di bere. Prima di fumare, poi di bere. Ma l’esperimento della gamba non aveva funzionato, malgrado il nostro incoraggiamento ad insistere e la sua grande forza di volontà, dopo un annetto la protesi cominciai a vederla appoggiata in un angolo della sua cameretta, nascosta dietro il comodino. Nonostante la passione del fare cosmetici scriveva ancora delle poesie, alcune le passai a Giovanni Garancini perché le pubblicasse sulla rivista Abiti-Lavoro, dove usciranno nell’autunno inverno 1983-1984.

Negli ultimi tempi si era procurato una carrozzina elettrica, con la quale si recava in paese a incontrare i suoi vecchi amici. Uscendo sotto le feste di Natale lo aveva sorpreso un forte temporale, l’acqua gelida e la rigidità della temperatura invernale lo fecero ammalare di una polmonite che lo distrusse in poco più di una settimana. Il giorno della sua morte, il 18 gennaio 1988, saputo che gli avrebbero fatto il funerale religioso, contattai subito due amici ai quali ero molto legato e che lo frequentavano. Giuliano Bisuschi e Pier Giovanni Decembri. Anche se nell’ultimo anno alla Casa di Riposo stava frequentando molte persone impegnate in associazioni del volontariato cattolico, mi dispiaceva non fare almeno un tentativo per convincerli sul funerale civile, perché credevo fosse questo che lui avrebbe preferito come ultimo gesto di saluto. Andammo insieme a parlare con alcuni di loro, che furono irremovibili sulla forma di cerimonia.
– Ma Eugenio è ateo da una vita! – gli urlai in faccia, non riuscendo a controllare il disappunto.
– Sì, è vero – mi risposero, – ma di recente si era anche avvicinato alla fede. Facciamo passare un po’ di tempo, così prepariamo un’iniziativa in suo ricordo, tutti insieme.
Uscimmo da quell’incontro decisi di non partecipare al suo funerale. Eravamo arrabbiati, io più di tutti. Ci fermammo in un bar per il caffè, e con la calma ritrovata presi una decisione di cui informai gli amici.
– Io non mi rassegno – dissi in modo concitato. – Va bene, domani vado al funerale perché è giusto andare a salutare Eugenio, ma ho intenzione di fare un libro con tutte le sue poesie, se mi aiutate sono sicuro di farcela. Questo sarà il nostro modo di ringraziarlo un’ultima volta.

A maggio usciva Dolore e sogno, una raccolta con tutte le poesie di Eugenio Centini. Me le aveva procurate Giuliano Bisuschi, che in mancanza di parenti prossimi si stava prendendo cura dei suoi beni, almeno in un primo momento. Le poesie si trovavano in alcune cartelline apparentemente suddivise per periodi, ma con all’interno di ognuna tanto materiale da studiare, per dare un senso cronologicamente corretto al suo lavoro.
Presi i contatti con la tipografia Sartimagi per avere dei preventivi su come realizzare il libro partendo da un’idea che avevo in testa. Conoscevo bene il proprietario, dal quale andavo ogni volta che dovevo rilegare le pagine dattiloscritte dei miei racconti. Insieme alle poesie avrei inserito delle fotografie recuperate dal suo archivio. Ci lavoravo di notte, dopo che Egle e Sabrina se ne andavano a dormire distribuivo tutto il materiale sul tavolo di cucina cominciando a fare tanti mucchietti affiancati a foto dello stesso periodo. Allora abitavo in un palazzo che si trovava sulla circonvallazione del paese, mi ricordo che alle quattro, dopo l’ultimo movimento dei turnisti alla Pirelli, c’era un’oretta in cui la notte sembrava raggiungere il suo culmine, in giro non si sentiva un’auto e il silenzio sembrava sprofondare in un sospeso nulla che anticipava l’alba. Io ero stanco, a volte preoccupato di essermi messo a fare una cosa che non stava nelle mie possibilità. Presto il paese si sarebbe svegliato, ma per il momento c’era solo la luce della mia cucina accesa sulla notte, mentre la luna riversava il suo bagliore in una striscia dietro la fila di villette a schiera che aveva finito per modificare il profilo di alcune colline che si trovavano a ridosso del centro storico. Una luce più forte di quella del lampione seminascosto tra gli alberi. Scrissi una breve premessa che condivisi con Pier Giovanni Decembri e Giuliano Bisuschi, e la firmammo con gli amici.
A maggio il libro era già stampato, in una tiratura di cinquecento copie numerate che esaurimmo nel giro di pochi mesi. Ne vendemmo più di un centinaio durante la presentazione che con il Circolo Letterario Semmelweis organizzammo presso la Biblioteca Marsilio Ficino di Figline Valdarno, in una sala stracolma di persone ricordammo il nostro amico insieme ad Alberta Bigagli e Giovanni Garancini. Rimasi impressionato dal numero di persone, nell’immensa sala che aveva una capienza di oltre un centinaio di posti, molte di loro erano in piedi, appoggiate alle pareti colme di libri. Era una cosa che faceva commuovere, perché mi rendevo finalmente conto di quante fossero le persone con le quali Eugenio fosse entrato in contatto. Dopo aver pagato la tipografia avanzarono dei soldi che in parte utilizzammo per fare una cena in suo onore, in parte devolvemmo in beneficienza a quelle stesse associazioni che avevano contrastato la nostra volontà di celebrare il suo funerale in forma civile.

                                                                                   dicembre 2021

APPARATI

BREVE NOTA BIOGRAFICA

Eugenio Centini, 1928 – 1988, è una pagina della storia di Figline Valdarno, la pagina di quella storia fatta da gente comune che trova nei contatti affettivi la forza di andare avanti. Malato di poliomielite fin dall’infanzia, perde il padre all’età di undici anni. Lo scontro con la crudezza della vita sembra inevitabile già da quel trapasso così critico dall’infanzia all’adolescenza. Nel 1946 si iscrive al PCI. Il periodo che va dal 1946 al 1966 lo vede direttamente impegnato in politica. Nel 1966 esce dal PCI, e nel 1967 muore sua madre. Da qui all’amputazione della gamba destra, nel 1974, causata da disturbi di circolazione che hanno portato alla cancrena, Eugenio Centini attraverserà un periodo in discesa verso il precipizio dell’annullamento. Il 1974, anno dell’operazione, è il punto di massima disperazione, ma anche di rinascita, lo testimoniano le poesie scritte all’Ospedale Serristori di Figline Valdarno. Nel 1976 Eugenio si trasferisce alla casa di Riposo L. Martelli di Figline Valdarno, dove resterà fino al giorno della sua morte. Dalla casa di riposo scriverà ancora poesie, ma soprattutto inizierà una nuova attività dedicandosi alla produzione di cosmetici, che era stato un suo desiderio da sempre.

Le 47 poesie che compongono Dolore e sogno sono state trovate nell’archivio di Eugenio Centini, in una busta di cellofan legata con degli elastici. Tranne alcune parole aggiunte a mano, le poesie originali sono dattiloscritte e appaiono in quella versione definitiva che lui stesso fotocopiava per farle circolare.

Oltre ad un volumetto con dodici poesie dall’ospedale, stampato in copia unica per farne dono all’infermiera dell’Ospedale Serristori Daniela Grigioni e illustrato dai disegni di Lorenzo Bonechi (il libro è stato riprodotto in una tiratura di 50 esemplari numerati da Gabriele Bonechi nel 2018, in occasione del trentennale della sua morte), l’unico libro di poesie di Eugenio Centini è Dolore e sogno, pubblicato nel maggio del 1988 dagli amici del Circolo Letterario Semmelweis, nella collana La parola come segno di identità. Le sue poesie sono apparse su molti giornali e riviste, che è corretto citare: Pattuglia, La Voce Aretina, Noi donne. Figline Democratica, Abiti e Lavoro, La voce dell’anziano, l’Unità.

POST SCRIPTUM

Ci sono un paio di poesie scritte da Eugenio Centini nel 1980, quando si trovava all’Officina INAIL di Vigorso di Budrio, che io sento molto diverse dalle altre. Poesie che si muovono con pensieri singoli, trattenuti da spaziature che fanno pensare ad un ritmo musicale. Non so se questo fosse il suo modo di lavorare prima di raggiungere una certa forma lirica tipicamente poetica, una specie di brogliaccio dove fissare le immagini. Anzi, forse è proprio così, anche se a me piace credere che in questi appunti lui avvertisse il bisogno di trovare un nuovo modo di scrivere, forse più libero. Questo è consolidato dal fatto che ne esistono sono due, raccolte sotto il titolo di – Momenti scritti alla poesia, pensieri –

I
Avete stuprato questa terra e le nostre anime – ci fate pagare il sole – un grappolo di sole – sono i tempi dell’impossibile – sei l’universo e mi hai incantato, sei il cielo e la terra, l’acqua e il fuoco – io cammino con loro – sennò dopo l’amore non ha volo, non morire dentro, la riva ci attende – sul piatto del colonialismo – i riflussi storici –sei tenera come il pane di primo forno – nascere, vivere, crescere: morire – non piangere sul domani – sei la mia isola – la morte di un bambino l’ultimo fiore del mondo – non è più l’antilope di un tempo – il mio corpo è stato territorio di conquista – si era seccato la rosa – accendiamo delle lampade spente per far luce su un passato già morto – eri un fiume e la sua riva – coperto di una pietra profumata – bastava un bacio – c’era una vita da vivere – in vasi d’argilla si mantiene la speranza – odoravi d’amore e d’erba – alari per caminetti – treppiede – pentolo di coccio – orcio – dal giardino di gesso della mia solitudine filtravo calda la tua parola, camminavo dentro i tuoi passi.

II
Innocenti giocavamo nel vicolo fra carretti e la sala per fiaschi – in un piatto immaginario – a tavola c’è già posto per il figlio che attendiamo tutti i giorni – tessuto di ricordi, come l’albratos, fisso, in permanenza nel cielo meravigliato ti guardo, tessuto di ricordi – urlo in silenzio per non sentirmi – meravigliato lascio la prima orma sul tuo cuore – ti fiorivano i seni, fra gli aromi densi di cucina quieto sbocciava un sorriso sul rinascimento del tuo volto – cara balia ti penso in paradiso assieme a mia madre – volevamo inventare il futuro, si accartoccia la foglia sulla vite, cade a marcire per rinascere – transumanza, trattura – aiutami a sognare – sembrava l’eternità fu soltanto un attimo – infuocati struggenti tramonti profumano del tuo corpo di donna – la bellezza non è che un poema alla felicità – commosso uditore la catena del rosario legava la famiglia – e poi un giorno ci accorgemmo che eravamo cresciuti – fiducioso esilarò le meraviglie della vita – il grande cielo non è uguale per tutti – siamo figli dell’arco e della freccia – fermentava come il pane la sua pancia – le rivoluzioni si fanno nascere ma non si fanno vivere – resta solo una calda sera ovattata di sogni – negli itinerari segnati dall’uomo – cavalcando 

“Il Ballo” di Irène Némirovsky


di Teresa Paladin

Ecco alcuni spunti di riflessione che Teresa Paladin ha suggerito durante l’incontro del nostro gruppo di lettura all’Associazione il Giardino di Figline Valdarno, giovedì 25 novembre, parlando di un racconto per certi versi esemplare, come può esserlo Il ballo, di Irène Némirovsky. Tra i partecipanti al gruppo si è accesa una vivace discussione, racconto e temi trattati davvero stimolavano. (A.A.)

In un salotto di “nuovi ricchi” inizia la storia, con la Signora Kampf teatrale nell’aprire la porta tanto da far tintinnare le gocce del lampadario di cristallo. La figlia di 14 anni, Antoniette, è subito aspramente rimproverata perché restia ad adeguarsi alle nuove norme comportamentali adottate dal mondo dell’alta borghesia ma molto distanti rispetto alle umili origini della famiglia.
Il conflitto madre/figlia è evidente fin dal principio, e mentre Antoniette accetta la pantomima materna impostale, una sorta di recita di buona educazione comportamentale, sente ritornare dentro di lei quell’avversione profonda verso gli adulti che a volte le occupa la mente. In ambito adolescenziale gli sbalzi umorali sono la regola, ma qui troviamo una ragazzina che in realtà ha timore, “paura” degli adulti, sentimento che ha iniziato a provare da quando era finito il tempo delle carezze e dei baci e la voce irritata della madre la brontolava frequentemente.
Una mamma scontrosa, vanitosa, “gelosa” della sua bimba in fase puberale, tutta centrata sull’aspirazione a vivere la sua nuova posizione sociale repentinamente arrivata per un colpo di fortuna speculativo.
E mentre la signora Kampf sta attendendo questo ballo che la consacrerà nell’ambito dei salotti altolocati parigini come parte dell’aristocrazia finanziaria, la figlia è costretta a una educazione rigida e priva di libertà: Antoniette si sente così trascurata mentre sta ricercando la sua quota di felicità negata dall’ intransigenza materna.
Il ballo è la storia di questa attesa dell’evento celebratore dei nuovi fasti della famiglia Kampf, in una villa dove vasellame, musicisti e domestici costituiscono una coreografia studiata nei minimi dettagli e supervisionata dall’organizzatrice dell’evento.
Ma c’è un altro significato da assegnare al titolo: il ballo vero è quello che si gioca tra madre e figlia, in un crescendo di tensione fino allo scioglimento finale.
Una madre che si rivede nella figlia: quando aveva la sua età anche lei era recalcitrante e piena di vitalità! Una figlia che a piccoli passi scoprirà la somiglianza gestuale con la madre, restandone basita ma forse anche ciò le darà sicurezza emotiva e capacità di intraprendenza.
Il rapporto madre/figlia, strutturale nell’adolescenza e che per certi versi segna la vita, è ovviamente destinato a mutare: una madre che sta invecchiando, una figlia che sta sbocciando al futuro, una gelosia che vorrebbe impedire l’esplosione della giovinezza nell’arco di una settimana imboccheranno sentieri imprevisti.
Dalle schiavitù e dalle prigioni, ingegnandosi, si può uscire, suggerisce la Némirovskj, e la notte narrata nel testo è proprio l’inizio del passaggio, della crescita di Antoniette.
Temi dominanti del racconto sono l’invidia e la paura, l’ansia e la ricerca di felicità, che legano e dividono le due figure femminili, ma anche il desiderio di emozioni erotiche.
Splendidamente cinematografica la scena della vestizione della signora Krampft che indossa di tutto: anelli, perle, bracciali, la vanità completamente soddisfatta, la vera vita cominciava… e sogno dell’amante giovane e bello a completamento della sua ascesa repentina e fortunata a livello sociale spazia con leggerezza nei suoi pensieri. Meraviglioso all’interno del testo, nello spannung dell’attesa, il parallelismo sonoro che rimbomba nella casa, splendide sonorità degli orologi e campanone della chiesa cupo, mentre anche la voce diventa umana diventa rauca… Némirovskj gioca con le atmosfere ambientali, musicali, antropologiche perché la rete delle assonanze sottolinea l’attesa di un trionfo che tarda ad arrivare.
Nell’attesa del ballo, in un climax di nervosismo si inserisce la tematica dell’ipocrisia sociale, in un confronto sulla punta di scarpette da ballo per così dire, tra la signora Kampf e Isabelle, un trionfo della competizione tra donne legata alla gelosia, mista a falsa pietà, esibita e mielosa considerazione in una commedia recitata fino in fondo.
L’allontanamento della dominanza della figura materna conduce ad ogni buon grado Antoniette a spiccare il volo e a spalancarsi in modo nuovo al mondo degli adulti, col ribaltamento finale delle prospettive: e mentre la paura scompare, appare nella ragazza la consapevolezza della fragilità di tutti gli esseri umani, adulti compresi!
Un grande affabulatrice di immagini e dettagli ripresi dalla vita quotidiana, la Némirovskj, che pare abbia in qualche modo ripreso la figura della madre reale in questo rapporto tra Rosine e Antoniette, come spesso accade in letteratura, in cui modelli e comportamenti dietro l’immaginazione letteraria nascondono spiragli di vita vissuta.

C o n o s c o I l L u c a n o

di Filippo Nibbi

Ogni tanto Filippo Nibbi mi sveglia al mattino con dei messaggi su WhatsApp. A volte ho lasciato il cellulare sul tavolo dove scrivo e leggo, altre me lo tengo con me, sul comodino, … quando devo alzarmi presto a fare il nonno. L’altra mattina mi ha dato il buongiorno con questo testo di Fantastica in esercizio dedicato a Mimmo Lucano, con l’abbraccio di una sua riflessione poetica… [A. A.]

C o n o s c o   I l   L u c a n o

R’esistere R’esistere R’esistere

<< Essere umani è più che essere divini >>

Abbiate il coraggio di essere soli

E’ inutile dirvi che avrei voluto essere presente in mezzo a voi non solo per i saluti formali ma per qualcosa di più, per parlare senza necessità e obblighi di dover scrivere, per avvertire quella sensazione di spontaneità, per sentire l’emozione che le parole producono dall’anima, infine per ringraziarvi uno a uno, a tutti, per un abbraccio collettivo forte, con tutto l’affetto di cui gli esseri umani sono capaci. A tutti voi che siete un popolo in viaggio verso un sogno di umanità, verso un immaginario luogo di giustizia, mettendo da parte ognuno i propri impegni quotidiani e sfidare anche l’inclemenza del tempo. Vi dico grazie. Il cielo attraversato da tante nuvole scure, gli stessi colori, la stessa onda nera che attraversa i cieli d’Europa, che non fanno più intravedere gli orizzonti indescrivibili di vette e di abissi, di terre, di dolori e di croci, di crudeltà di nuove barbarie fasciste. Qui, in quell’orizzonte, i popoli ci sono. E con le loro sofferenze, lotte e conquiste. Tra le piccole grandi cose del quotidiano, i fatti si intersecano con gli avvenimenti politici, i cruciali problemi di sempre alle rinnovate minacce di espulsione, agli attentati, alla morte e alla repressione. Oggi, in questo luogo di frontiera, in questo piccolo paese del sud italiano, si RIACE terra e sofferenza, speranza e resistenza, vivremo un giorno che sarà destinato a passare alla storia. La storia siamo noi. Con le nostre scelte, le nostre convinzioni, i nostri errori, i nostri ideali, le nostre speranze di giustizia che nessuno potrà mai sopprimere. Verrà un giorno in cui ci sarà più rispetto dei diritti umani, più pace che guerre, più uguaglianza, più libertà che barbarie. Dove non ci saranno più persone che viaggiano in business class ed altre ammassate come merci umane da porti coloniali con le mani aggrappate alle onde nei mari dell’odio. Sulla mia situazione personale e sulle mie vicende giudiziarie non ho tanto da aggiungere rispetto a ciò che è stato ampiamente raccontato. Non ho rancori né rivendicazioni contro nessuno. Vorrei però dire a tutto il mondo che non ho niente di cui vergognarmi, niente da nascondere. Rifarei sempre le stesse cose, che hanno dato un senso alla mia vita. Non dimenticherò questo travolgente fiume di solidarietà. Vi porterò per tanto tempo nel cuore. Non dobbiamo tirarci indietro, se siamo uniti e restiamo umani, potremo accarezzare il sogno dell’utopia sociale. Vi auguro il coraggio di restare soli e l’ardimento di restare insieme, sotto gli stessi ideali. Di poter essere disubbidienti ogni qual volta si ricevono ordini che umiliano la nostra coscienza. Di meritare che ci chiamino ribelli, come quelli che si rifiutano di dimenticare nei tempi delle amnesie obbligatorie. Di essere così ostinati da continuare a credere, anche contro ogni evidenza, che vale la pena di essere uomini e donne. Di continuare a camminare nonostante le cadute, i tradimenti e le sconfitte, perché la storia continua, anche dopo di noi, e quando lei dice addio, sta dicendo un arrivederci. Ci dobbiamo augurare di mantenere viva la certezza che è possibile essere contemporanei di tutti coloro che vivono animati dalla volontà di giustizia e di bellezza, ovunque siamo e ovunque viviamo, perché le cartine dell’anima e del tempo non hanno frontiere.

(Mimmo Lucano)

E POI CI SONO I TERRIBILI ERRORI DI OMISSIONE

Perché le lacrime sono trasparenti?
Dovevano essere fosforescenti ed enormi:
impossibili da non vedere e consolare. E
perché i dolori psichici, i più pesanti, i più
brucianti, sono invisibili? Dovevano
produrre lividi, aprire ferite, sanguinare,
sanguinare, sanguinare. Di modo che,
ogni volta che feriamo qualcuno, che lo
umiliamo, il suo dolore ci ferisse gli occhi
col suo sangue, il suo dolore fosse
visibile a tutti e tutti accorressero con
ambulanze e abbracci a portare
consolazione. E a proposito di dolore,
un altro errore imperdonabile, madornale,
è non avere fatto il sangue di un colore
indelebile, un colore millenario,
incancellabile. Se tutto il sangue versato
nelle guerre, nelle liti, nella caccia, nei
macelli, nelle vendette, macchiasse il
mondo, gli uomini ne avrebbero orrore.
Forse così gli esseri disumani sarebbero
esseri umani. 

NUOVO ANTIDOTO AL MALE DEL MONDO

Abbracciare una vocale con indosso
un vestito rotondo.

RIACE

All’improvviso nel caldo feroce una
tempesta di vento! Appoggio il libro che
stavo leggendo. Il vento spalanca per me
l’albero storia. Centinaia di foglie
collimano, si inclinano, si inchinano.
Verde letteratura. Sfreccia uno stormo
di uccelli neri: virgole alate, punteggiatura. Il
vento vivifica, solleva foglie e senso,
intreccia trame e rami. Che storia
magnifica! Vibro mentre l’albero vibra.
L’albero è un libro.

“La strategia della farfalla” di Marco Belpoliti

di Teresa Paladin

Tra interruzioni, ripartenze, nuove interruzioni imposte dalla pandemia, quest’estate ci abbiamo riprovato, con il Gruppo di lettura dell’Associazione Il Giardino di Figline Valdarno, a conversare la notte intorno a dei libri. Sei incontri che si sono svolti tra luglio e agosto sotto il titolo “Notturni al giardino”. In realtà faceva un gran caldo, nonostante fossimo in un vero giardino dedicato alla memoria del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso dalla mafia. Un caldo umido trasudava in cielo la caligine anche di notte, una foschia così fitta nella quale potevamo scorgere appena qualche stella. D’altra parte Figline è un paese situato in una stretta pianura dove scorre l’Arno e molti suoi affluenti, qui l’afa, l’umidità è di casa estate e inverno forse più che a Firenze. Ma la nostra curiosità a conversare di libri aspettava paziente le ore più fresche, che sarebbero comunque arrivate, chiaramente sempre in rapporto alle temperature di giornate in cui si superavano i 40 gradi. Con Teresa Paladin e Giuseppe Baldassarre abbiamo conversato su di un libro fresco di stampa come il Napoleone in venti parole di Ernesto Ferrero, con Paolo Gualandi sugli ironici racconti dello scrittore americano Ring Lardner, con Lucia Bruni sul mio ricordo/racconto dedicato a Romano Bilenchi, con Federico Napoli su Firenze e la cultura dei Caffè letterari del Novecento, mentre una serata, curata da Leonello Rabatti e Augusto Taurisano, è stata interamente dedicata a letture sceniche e performance recitative di alcune poesie. Nell’ultimo degli incontri Teresa Paladin ci ha intrattenuto parlando de La strategia della Farfalla di Marco Belpoliti, così le ho chiesto di riordinare gli appunti usati nella conferenza per renderli un breve testo critico su questo spassoso libro che parla degli insetti, pubblicato da Guanda nel 2016 …Ecco il risultato…  (A. A.)

 

Gli animali in Letteratura:  dal cane Argo in poi caratteristiche, vizi, virtù del mondo animale fanno parte integrante della storia letteraria, a sottolineare come non solo lo spazio e il tempo di una storia ma anche gli esseri viventi di altre specie hanno qualcosa da comunicare all’immaginario collettivo. La loro biologia è stata assunta in chiave prevalentemente antropomorfizzata, quasi come uno specchio, nel bene e nel male, di quanto lo scrittore stava   dichiarando circa le qualità, i destini  ma soprattutto le azioni del mondo degli uomini.

In La strategia della farfalla Marco Belpoliti presenta con abilità il mondo organizzato e infinitamente piccolo degli insetti con capitoli dedicati alle varie specie. Un viaggio in un universo che ci circonda e di cui raramente ci accorgiamo ma che rivela un’attrazione incredibile quando vi orientiamo la nostra attenzione.

Si tratta di una visita nel mondo degli insetti, nell’intento di Belpoliti,  per cambiare il nostro sguardo verso di loro e anche il nostro comportamento.

«Ci sono molte ragioni per cui è bene riflettere sul comportamento e sul destino di questi esseri minuscoli, di cui non ci occupiamo se non quando ci infastidiscono», sostiene lo scrittore, al quale  interessa osservare il mondo di esseri viventi infinitamente piccoli e  interrogarsi su quanto vi emerge. In tal senso ci si può domandare perché siano belle le farfalle, quale sia la percezione del tempo per una zecca, capace di resistere in immobile attesa della preda fino a diciotto anni, o stupirsi per l’elegante e variegata organizzazione sociale messa a punto dagli insetti, che richiama  aspettative e utopie mai del tutto realizzate dagli uomini.

La parte iniziale presenta una bellissima metafora di  William Osborne Wilson, padre della sociobiologia, in cui si narra che se tre milioni di anni fa un’astronave di scienziati alieni fosse atterrata sul nostro Pianeta, per saggiare le forme di vita presenti, avrebbe potuto osservare da vicino le operose api, termiti e formiche, concludendo che “gli insetti sono il culmine dell’evoluzione e gli invertebrati domineranno anche nei prossimi cento mega-anni”.

Così non è stato per la comparsa  sulla superficie terrestre dell’uomo che  si è evoluto diventando il padrone della Terra e insieme il suo possibile distruttore. Ma gli insetti sono ancora qui e costituiscono almeno i tre quarti dell’oltre milione di specie di animali viventi: nel “globo terrestre vi sarebbero un miliardo di miliardi d’insetti, duecento milioni di insetti per ogni essere umano”!

Come non restarne affascinati? Se non altro, come non cominciare a osservarli con occhi diversi?

Nel libro leggiamo in più passaggi, come affermano diversi studiosi, naturalisti, zoologi che saranno proprio gli insetti a dominare dopo l’autoestinzione del genere umano, tesi che l’autrice del presente articolo non auspica e spera non prospettarsi nel futuro.

Belpoliti ha dichiarato di aver cominciato a interessarsi degli insetti leggendo le opere di Darwin  e poi ampliando la loro conoscenza  attraverso le opere di Primo levi e Vladimir Nabokov. Pietra miliare sono stati inoltre gli studi dedicati al linguaggio delle api di Karl von Frisch e l’etologia, vera passione negli anni Settanta e Ottanta, lanciata dalle opere di Konrad Lorenz, ma anche i risultati di molti altri studiosi, tra cui  Bert Hölldobler, Celli e Fabre, sono racchiusi in queste pagine.  “La strategia della farfalla” ce ne illustra brevemente e suggestivamente le ricerche sui  mondi segreti di sedici tra insetti e altri piccoli animali intorno a noi.

Belpoliti  accompagna così i lettori in una passeggiata naturalistica tra formiche, api, vespe, farfalle, lucciole, coccinelle, scarafaggi, zanzare, mosche, pulci e via dicendo alla scoperta  della vita degli insetti e della loro organizzazione sociale, dei loro costumi alimentari e sessuali così come delle loro attività principali.

Un mondo, quello degli insetti,  di cui si evidenzia ordine, bellezza, capacità organizzativa e di costruzione di super-organismi collettivi perfettamente funzionanti, ma anche con tratti assurdi e feroci, volti al mantenimento della specie,  ma mai banali. Al noto proverbio per il quale, si sa, il diavolo si nasconde nel particolare, Flaubert, si sa un po’ meno, rispondeva che è Dio, semmai, a celarsi in esso, ha osservato Belpoliti in un’intervista. Per aprirci attraverso l’estremamente piccolo a orizzonti nuovi di conoscenza dove il dettaglio non è mai trascurabile, alla ricerca di minuzie e curiosità che verosimilmente nessuno di noi è abituato a osservare e catturare.

Di modo che possiamo affermare che per Marco Belpoliti esaminare la vita degli insetti, i loro linguaggi e comportamenti sociali, i rituali di corteggiamento, le danze nuziali  e attrazioni istintuali volte alla riproduzione appare come un ottimo modo per interpretare l’universo degli uomini, esponendo in che modo differiscono o somigliano all’uomo stesso.

Guida l’esplorazione entomologica una certezza: gli insetti ci potrebbero consentire di ridimensionare  certe nostre manie – definiamole pure così – di grandezza. “Siamo da questo punto di vista straordinariamente egocentrici; giudicare gli altri esseri viventi solo in rapporto alle proprie capacità intellettuali è un atto di presunzione”: per cui se è vero  che siamo dotati di intelligenza, si può notevolmente dubitare di quanto e come la usiamo, soprattutto se osserviamo lo stato in cui stiamo riducendo il nostro Pianeta.

Gli insetti usano l’istinto e ci stupiscono con i loro comportamenti innati che guidano le loro azioni, ma sono anche capaci di apprendere l’adattamento all’ambiente: “Non si tratta di esseri inferiori, dal momento che il loro livello di organizzazione è sul medesimo piano di quello dei vertebrati”.

 L’ orizzonte narrativo  resta però quello  dell’umanista, non quello  dello scienziato. Belpoliti coniuga così, in un’operazione culturale piacevole e arricchente, osservazione etnografica e scrittura letteraria mostrando come queste due pratiche, se sinergicamente condotte, costruiscono una panoramica densa di vitalità e prospettive ermeneutiche.

In questa minuziosa esplorazione, in questo viaggio naturalistico lo scrittore si fa accompagnare da illustri compagni di viaggio. Troviamo  Pasolini con la sua magica e irresistibile attrazione per le   lucciole, Kafka e il suo scarafaggio Gregor,  Calvino e la forza delle formiche,   Nabokov con i suoi giochi sui nomi delle farfalle, Faulkner che osserva parallelamente zanzare e  uomini, Deleuze per cui le zecche sono animali bergsoniani, che dilatano il tempo a seconda delle proprie esigenze alimentari.

Su tutti troneggia Primo Levi: ai suoi occhi curiosi e capaci di sorprendersi il mondo degli animali è risorsa letteraria, fonte inesauribile per la creazione scritturale. Da Levi il nostro riprende l’idea che occorra non attribuire agli animali meccanismi mentali umani né descrivere l’uomo in termini zoologici; la cosa giusta da fare e  semmai «entrare in comunicazione» con gli animali, non tenendo presente soltanto un traguardo scientifico,  ma per simpatia e senza arroganza.

Per non dare per scontato nulla, nemmeno gli insetti più antipatici. Fino ad arrivare all’interessante e sorprendente domanda su quale utilità abbiano le  fastidiose e temute vespe.  Questi imenotteri sono strutturati in società complesse ma qui, a differenza delle amate api, non c’è da produrre per gli uomini il benefico miele. Dunque “Perché vivere insieme nel nido?”

In esso vige il polimorfismo per cui alcune vespe, sia femmine che maschi,  diventano riproduttrici, altre hanno il semplice ruolo di operaie: tutte in ogni caso rivelano uno stupefacente, e direi invidiabile, grado di solidarietà sociale   perché “i problemi dell’individuo si fondono con quelli della comunità e da essa vengono risolti”.

Da qui discenderebbero comportamenti sociali altruistici orientati ad accudire le sorelle delle operaie sterili”. Esiste così un grado di accudimento maggiore tra sorelle (i maschi non ci sono, perché muoiono dopo la fecondazione delle femmine) che non con i propri figli. Stupendo accorgersi infine, rispondendo alla domanda iniziale, che sono proprio questi imenotteri che contribuiscono a diffondere i lieviti che fanno maturare l’uva: “senza vespe, niente vino”. Più utili di così!

A sorpresa l’ultimo capitolo – così è suddivisa la narrazione – curiosamente è assegnato ai ragni, che non sono insetti ma loro predatori. Ma come non riprenderne le movenze e i rituali? Sono finissimi ed estetici tessitori per poter essere predatori, come hanno dimostrato recentemente le tele della Nuova Zelanda, con ragni capaci di consociarsi per un’opera incredibile di tessitura naturalistica lunga 30 metri, che ondeggia al vento e crea scenari lunari. “Il filo di seta è un capolavoro fisico-chimico”. Per non parlare dei ragni in delirio, chissà in quale esperimento scientifico, per aver assunto Lsd: “cambiano il modo di tessere la loro tela, la fanno non più geometricamente perfetta ma mostruosa, storta, deformata, come le visioni dei drogati umani”.  

L’aracnofobia, ci racconta Belpoliti, non è una paura come tutte le altre. Levi ne era perseguitato e indicava l’origine di questo suo disagio in una incisione di Dorè  vista da adolescente e raffigurante il  canto XII della Commedia. Aracne, tessitrice che aveva sfidato l’orgoglio di Atena,  viene colta nell’atto di trasformarsi in ragna, mentre spuntano dal suo corpo le sei braccia pelose transitoriamente accostate nell’immagine di Dorè a quelle umane. “Un ibrido di cui Dante, nel lavoro dell’artista francese, sembra contemplare gli inguini: mezzo disgustato e mezzo voyeur. Come dargli torto?” La metamorfosi parziale introduce  una prossimità fisiologica ai limiti della ripugnanza;  la coesistenza del genere animale col corpo umano esprime  la continuità fra i regni della natura. Il ragno è vicino a noi, sembra dirci Belpoliti, più di quanto immaginiamo.

Il respiro del libro di Marco Belpoliti, proprio passando attraverso lo sguardo minuto dell’entomologo ripreso con simpatia dallo scrittore, è insomma assai ampio.

Qualcuno potrebbe rintracciare nella forma riflessiva e non solo descrittiva del testo  un riferimento non troppo celato al declino recente della categoria dell’antropocentrismo, in vista di una nuova concezione dell’uomo ma anche del grande e in fondo ancora non chiaramente conosciuto mondo naturale. Una natura che sempre più va inserita come parte integrante del pianeta cultura: nel rapporto con l’ambiente, il clima  e gli altri esseri viventi sul pianeta si gioca e si struttura la modalità di esistenza dell’uomo, della sua dignità, del suo essere “centro” ma anche  “custode e responsabile” dell’universo.  La stessa nozione di sopravvivenza globale della specie umana non può che essere inserita in un ecosistema che ci precede e dagli equilibri preordinati. Il rapporto tra gli uomini e tra gli uomini e la natura è allo stadio attuale dell’evoluzione un nodo di riflessione ineluttabile. Se non vogliamo consegnare il futuro del pianeta alle laboriose e “intelligenti” formiche!

Superando l’opposizione, dunque,  tra natura e cultura possiamo sperare di godere ancora per tanto tempo della bellezza strepitosa delle farfalle. E qual è la loro strategia?

Il vero miracolo delle farfalle è nella simmetria, nelle ali. La simmetria è il  risultato di uno sviluppo non perturbato”  e il colore delle membrane alari è un effetto chimico e fisico. Deriva da pigmenti e dalla luce riflessa dalle minuscole strutture lamellari che compongono le scaglie: una miriade di scaglie – disposte come tegole di un tetto – che rifrangono e deviano la luce. Il gioco della superficie e l’inferenza delle onde luminose viene costantemente modificato dall’angolazione di osservazione. Si generano così colori intensi, iridescenti, cangianti a partire dal punto di vista dell’osservatore, secondo una prospettiva che possiamo definire quantistica. Come dire che per ciascuno esiste la propria farfalla, un angolo esclusivo e personale di contemplazione della bellezza!

Come indica il titolo del libro di Belpoliti, le farfalle sono dotate di un’ottima strategia di sopravvivenza, fatto sottolineato dalle loro due nascite e due morti nel ciclo da pupa a insetto adulto. Paradossalmente viste da vicino le farfalle presentano un “volto” alquanto mostruoso con un boccale esagerato, grandi occhi senza pupille e antenne simili a corna. Potremmo asserire che hanno una parte frontale che ingrandita ci appare da film horror. Per la loro conformazione fisica, però, la testa non la notiamo, le ali sì.

Offrire il lato migliore, stupire e meravigliare volando in spazi dove siano perfettamente visibili, avere una struttura lamellare di alta ingegneria naturalistica non è forse un’ottima strategia per presentare al mondo ciò che di bello le connota, oscurando il loro limite?

Mostrare la propria bellezza, qui da intendersi come sensibilità, intelligenza, capacità di relazione e cura sociale, creatività e quant’altro,  minimizzando i lati brutti o che semplicemente non ci piacciono   è sicuramente un’ottima strada anche per noi esseri umani.  Dare visibilità a ciò che possediamo come punto di forza, donare il meglio di noi sapendo che siamo creature meravigliosamente organizzate, pensanti e cariche ogni giorno di nuova vitalità – per quanto breve possa essere il nostro cammino – non potrebbe ampliare la prospettiva della nostra percezione interiore? La strategia della farfalla  non offre forse spunti di nuova contezza in rapporto al nostro modo di percepirci e relazionarci nell’ambito sociale?

Relazionarci con le farfalle ci invita a esprimere intensamente la nostra “personale bellezza”, ovunque noi siamo.

La Regola e il Caso – Storia visuale del Gioco dell’Oca

di Nilo Australi e Roberto Capozucca

Quello che segue è il capitolo introduttivo al libro La Regola e il Caso – Storia visuale del Gioco dell’Oca, un progetto scritto e realizzato da Nilo Australi e Roberto Capozucca per l’esame del Corso di “Cultura e grafica del design” della Docente Silvia Maria Sfiligiotti, relativo al Diploma accademico di II livello in Comunicazione e Design per l’editoria, ISIA di Urbino, 2021. Nella prima parte del libro i due autori sviluppano una riflessione, a mio avviso molto interessante, sul rapporto che, a cominciare dall’aspetto ludico, per tutto il Novecento ha coinvolto gli artisti nella ricerca di nuove strade da percorrere per definire un ruolo e un compito dell’arte. Una ricerca che per ritrovare motivazioni creative autentiche parte dalla riscoperta dell’universo dell’infanzia, e da qui leggere l’eterna conflittualità tra “regola e caso” cercando nuove forme di equilibrio, capaci di raccontare le contraddizioni di un secolo. Il libro nell’insieme parla del Gioco dell’Oca visto da vari punti di vista e corredato da un corposo e divertente apparato iconografico proveniente dalla collezione del dott. Luigi Ciompi e del prof. Adrian Seville. Chi non ha giocato a questo gioco almeno una volta nella sua infanzia? Per chi fosse incuriosito dall’argomento, il libro nel suo insieme può essere letto nell’archivio online www.giochidelloca.it. Il testo che segue è interessante perché tratta uno dei temi sui quali si è confrontata gran parte della cultura del secolo appena terminato, … a cominciare dalla letteratura. [A. A.]

 

Al di là delle condizioni atmosferiche ogni giorno il sole sorge, in un certo momento si trova al centro del cielo e comincia a discendere fino a tramontare. Poi arriva la notte, e si riparte da capo. Così è anche il ciclo della vita per ogni essere vivente: si nasce, di diventa adulti, si invecchia e si muore. Questo è un concetto immutabile della natura, della realtà, quindi non intercambiabile. Sono immutabili anche i cicli stagionali, molto importanti per leggere la struttura del tempo in anni: primavera, estate, autunno, inverno. L’uomo ha pianificato la sua esistenza su questo concetto di tempo circolare del quale non può che essere spettatore passivo, creandosi nell’immaginario delle identità superiori capaci di decidere il suo destino di giorno in giorno. Anche se nella sua storia il pensiero umano in pratica ha ristretto l’orizzonte sugli aspetti concreti e produttivi che ordinano una società (politica, lavoro, amore, economia, cultura, ecc…) il punto di partenza arcaico di questa evoluzione culturale si può ritrovare nel gioco. Ancora oggi, se pur molto spesso relegato alla sfera dell’infanzia, il gioco può essere un’azione libera, alla quale non è riconducibile un interesse “materiale”. Sono trascorsi millenni dall’era dell’uomo primitivo, ma il gioco tutt’oggi resta un atto puramente libero e istintivo che contiene in sé i geni originari del rapportarsi dell’uomo con la natura, quindi precede la nascita della “società culturale”, poiché anch’essa nella sua prima fase si è presentata in forma ludica.

Nel 1938 lo storico olandese Johan Huizinga, nel suo Homo Ludens, affermava che: La cultura sorge in forma ludica, la cultura è prima giocata. Nei giochi e con i giochi la vita sociale si riveste di forme sopra biologiche che le conferiscono maggior valore. Con quei giochi la collettività esprime la sua interpretazione della vita e del mondo. Dunque ciò non significa che il gioco muta o si converte in cultura, ma piuttosto che la cultura, nelle sue fasi originarie, porti il carattere di un gioco, viene rappresentata in forme e stati d’animo ludici. In tale «dualità-unità» di cultura e gioco è il fatto primario, oggettivo, percettibile, determinato concretamente; mentre la cultura non è che la qualifica applicata del nostro giudizio storico al dato caso. Per Huizinga il gioco è un’azione che si compie all’interno di limiti ben definiti di tempo e di spazio, secondo una regola ben precisa che chi gioca decide di accettare e, nell’insieme, lo impegna in modo totale ed esclusivamente fine a se stesso.

Il gioco allora avvolge i partecipanti in una situazione di tensione e di gioia, dando la consapevolezza di trovarsi in un tempo diverso da quello della vita quotidiana. Anche se comunque costretti da rigide regole, con il gioco entriamo nel mondo non reale della finzione. Questa è la dimensione ideale dove si muove l’immaginazione dei bambini o quella di ogni forma di espressione creativa, lo stesso punto dal quale partiva l’approccio nella lettura della natura dell’uomo primitivo, che rappresentava gli animali nelle grotte prima di essere realmente cacciati. Anche Umberto Eco, pur partendo da presupposti letterari e semiotici, considera il gioco come uno dei cinque bisogni fondamentali dell’uomo, insieme a nutrimento, riposo, amore e chiedersi il perché delle cose. Facendo riferimento ai bambini, in una conversazione con Andrea Cortellessa (nella puntata Giocare della trasmissione Alfabeta, andata in onda su RAI 5 nel 2015), Eco affermava che per loro: […] è fondamentale l’elemento di far finta. Loro dicono infatti: “facciamo finta che io ero il capo dei pirati”. Usano l’imperfetto, non dicono mai io sono il pirata, ma io ero il pirata, perché è un modo distintivo di proiettare l’azione in un mondo possibile… È una narrazione. […] In fondo ogni narrativa è tutto un fare finta. C’è un elemento di gioco. Se leggo I promessi sposi “faccio finta” che siano esistiti quei personaggi, quel castello di Don Rodrigo. So benissimo che non è vero, ma prendo tutto per oro colato.

Il gioco quindi è sempre stato concepito, con il suo “far finta che” (John R. Searle) o “sospensione dell’incredulità” (Samuel T. Coleridge), come una realtà parallela che si sviluppa attraverso regole rigide, ma dove tutto diviene imprevedibile perché lasciato alla casualità degli eventi.

Nel tempo gioco e cultura sono quindi diventate due linee parallele che nella storia dell’umanità hanno sempre attraversato momenti di sovrapposizione. “Gioco come arte, arte come gioco”, scrive Hans G. Gadamer. Infatti il gioco non si può considerare solo come una forma d’arte, ma lo è nella sua sostanza originaria, capace di mostrarci che cosa contempla l’arte nella sua essenza. Il gioco va considerato come un’attività che significa di per sé un’azione circolare che rinasce in continuazione da se stessa, non ha uno scopo pratico e non ha importanza quali azioni si compiano né chi le compia, poiché è importante il gioco in sé. Infatti i giocatori sono sostituibili e possono appartenere a generazioni diverse, così come possono esserci o meno degli spettatori.  Il gioco riconferma la sua specificità di evento naturale, visto che proprio come la natura è in grado di riprodursi da sé. È in questa semplice “autorappresentazione mediale”, come la definisce Gadamer, che il gioco si intreccia all’arte (intesa nel suo carattere ludico, spontaneo, autonomo), e la natura, in quanto è un gioco che si rinnova sempre senza uno scopo, può apparire come modello culturale.

Questo bisogno dell’uomo di riconoscere il gioco nei suoi valori primari si è manifestato in modo preponderante avvicinandosi al XX secolo, quando gli intellettuali (artisti, filosofi, pedagoghi, psicologi, ecc…) hanno riscoperto che nell’originarietà del gioco erano racchiusi i segni in grado di contrapporsi alla crisi che affrontava la società borghese. In questo periodo è importante che la ricerca di un’autenticità primitiva sia coincisa anche con una diversa lettura del mondo dell’infanzia, dove il gioco acquista la sua centralità ludica. Non solo, viene addirittura capovolto il ruolo e richiesto in qualche modo all’adulto di ritornare bambino, per conoscere nella sua primitività una nuova dimensione della realtà attraverso la finzione del gioco. In questa nuova concezione, che poi avremo modo di approfondire, diventa emblematica la frase di Walter Benjamin: L’infanzia c’è solo se si è adulti: l’infanzia non è mai per il bambino. Il bambino è il mondo, l’adulto il tempo (Walter Benjamin, Figure dell’infanzia). Concezione fortemente rivoluzionaria quella di pensare che nell’infanzia si possono raccogliere tracce della vita in forma di figure da interrogare e smontare come un giocattolo, se intendiamo scoprire la forza propulsiva nella costruzione del nostro essere adulti, considerato che al suo tempo il bambino, fin dalla cultura greco-romana (su cui si fonda quella occidentale), è per natura messo in ombra, paragonato al cucciolo dell’uomo adulto e come tale avviato precocemente ai costumi che regolano la società. Questo destino del bambino non cambia neppure con il mutare delle classi sociali, anzi, per paradosso, se in quelle meno abbienti c’era più tolleranza verso il gioco infantile, in quelle nobiliari o agiate il ritmo dell’esistenza dei piccoli era segnato da obblighi e orari simili a quelli dell’adulto che lo costringevano a crescere il più in fretta possibile. Un precursore della diversa concezione dell’infanzia è il filosofo inglese John Locke con il suo Pensieri sull’educazione dei fanciulli (1693), il suo modo di scrivere dei giocattoli suona tutt’ora di straordinaria attualità, visto che propone che al bambino si diano elementi d’uso quotidiano, non giocattoli predisposti dagli adulti, ma oggetti di forme semplici, o addirittura inventati da loro, in grado di sviluppare nel fanciullo la creatività, il piacere del gioco e la finzione immaginativa.

In tempi e modalità diverse, Maria Montessori e successivamente nella seconda metà del XX secolo, Bruno Munari ed Enzo Mari, con i loro giochi, hanno dimostrato la stupenda verità di questa tesi.

La corrispondenza tra l’arte e il bambino diventa molto profonda a livello antropologico e si presenta come uno dei fenomeni culturali più importanti che è nato soprattutto grazie alle avanguardie artistiche del Novecento. In realtà tutto il secolo scorso ha insistito sull’azione creativa come capacità di ricostruire una diversa visione della realtà, iniziando dall’immaginario che hanno i bambini. Molti artisti che si sono affacciati sulla scena nei primi decenni del XX secolo, hanno riscoperto la semplicità dei segni e dei colori del disegno infantile per trovare una qualità poetica concreta e ricca di magiche suggestioni. Sono state proprio le avanguardie storiche che hanno riconosciuto nel mondo dei bambini quell’universo dalle potenzialità infinite, ormai soffocate e dimenticate dal mondo degli adulti. La legittimazione di questo mondo dell’infanzia è diventata così un elemento di verifica dell’arte stessa, come un punto di vista libero, non incanalato. Il collegamento tra l’artista e il bambino si è proiettato così per tutto il Novecento, ponendo in evidenza l’importanza dell’attività ludica nella definizione di una diversa visione del mondo. Il gioco, oltre che a permettere di impiegare il tempo libero, diventa importante anche per apprendere. Questa scoperta di un elemento comune all’uomo come agli animali, si è dimostrata come un punto di non ritorno rispetto alla cultura formativa precedente. Scrive Valerio Dehò, nel suo Il libro d’artista, pubblicato da Corraini nel 2016: Giocare vuol dire simulare i meccanismi della vita e della sopravvivenza, così si apre uno spazio per stimolare la fantasia e la capacità simbolica dei bambini. Arte e gioco sono giustamente considerati come un pilastro della conoscenza e la loro organizzazione in chiave di linguaggio trasmissibile, come un libro che sia anche gioco e avventura visiva e intellettuale, è allora il migliore investimento di energia creativa.

Questo primato delle avanguardie nella riscoperta del bambino ha un evidente legame con la rivoluzione pedagogica maturata nel secondo Ottocento, quando l’elaborazione del gioco è diventata per la prima volta strumento educativo e forma di espressione creativa. Per fare alcuni esempi, il legame tra la produzione di giochi con le opere d’arte è dimostrato, anche se non confermato da ricerche mirate in proposito, dal confronto tra Composizione in rosso, blu, nero, giallo e grigio, di Piet Mondrian del 1921 e il gioco della pedagogista italiana Maria Montessori, Blocchi per esercizi di psicoaritmetica del 1890, oppure dalla Finestra dell’Hotel Lake Geneve, dell’architetto Frank Lloyd Wright del 1902 con il gioco del pedagogista tedesco Friedrich Fröbel, Divided Square Puzzle, sempre del XIX secolo. Questi sono solo due casi in cui è evidente la convergenza che può esistere tra i giochi dell’infanzia e le successive scelte artistiche; sarebbe interessante approfondire questo studio più dettagliatamente

Entriamo ora in questo tempo delle avanguardie del primo Novecento, capace di sconvolgere tutti i luoghi comuni del pensiero dominante. Pablo Picasso, in un suo noto aneddoto afferma che ogni bambino è un artista. Il problema è come rimanere artista quando si cresce.

Questa affermazione di uno dei maggiori artisti moderni è in sintonia con quanto scriveva Benjamin riguardo all’infanzia. Le avanguardie di inizio secolo sembrano affermare che l’opera d’arte nasce e cresce seguendo un percorso regolamentato che è figlio di sé stesso e soggetto al caso. Facendo riferimento al caso, per esempio il critico Maurizio Calvesi fa risalire all’italiano “dado” il nome della corrente “Dada” (M. Calvesi, Un Coup Dada. Il caso nell’arte contemporanea, Feltrinelli, 1978). Non vi sono dubbi: il dado nel suo risultato numerico finale è intrinsecamente legato al caso. Un precedente per il gioco di parole dadaista lo troviamo in Un Coup de Dés jamais n’abolira le Hasard (Mai un lancio di dadi eliminerà il caso) di Stéphane Mallarmé, pubblicato nel 1897. La poesia è scritta in forma di calligramma, non come quelli di Guillaume Apollinaire che si avvicinavano ad un vero e proprio disegno, ma per indicare che i versi sono caduti casualmente sul foglio bianco. Tutto questo fa pensare a come l’educazione di un bambino possa condizionare le capacità creative dell’adulto, quanto la pedagogia possa plasmare l’estetica, quanto la cultura moderna possa trasformare la scuola in un laboratorio fantastico piuttosto che in una “prigione”.

Parlando di dadaismo non possiamo non soffermarci sull’esperienza di Marcel Duchamp che, pur non legandosi in modo specifico a nessuna delle avanguardie, prende il gioco come chiave di lettura della realtà tra ironia e dissacrazione, metamorfosi e interazione con il pubblico; nelle sue opere il caso, dettato da regole da lui stesso stabilite come in un gioco ludico, è elemento preponderante. Il sociologo francese Roger Caillois, nel suo saggio I giochi e gli uomini. La Maschera e la vertigine (1958), riesce a mettere in luce anche le componenti più oscure e ambigue del gioco, visto che esso non è dotato di un carattere unitario, i suoi molteplici aspetti possono essere ricondotti a quattro tipologie principali: Agon, Alea, Mimicry e Ilinx (competizione, caso, maschera e vertigine). Le categorie a sua volta sono suddivise in due insiemi dal carattere opposto e conflittuale: quello della paidia e quello del ludus. La paidia contiene in sé la natura fantasiosa e istintiva del gioco, il ludus invece, al suo opposto, ne contiene il carattere soggetto a regole ben precise che porta al superamento di ostacoli e ad ottenere un risultato.

Nelle quattro categorie di gioco indicate da Caillois, si può trovare la presenza di entrambi i due insiemi. Il sociologo e antropologo francese inserisce i cruciverba, i giochi matematici e gli anagrammi nella sfera del ludus, dove però può anche manifestarsi la presenza dell’agon, cioè della competizione. Su questa linea i giochi di parole che propone Marcel Duchamp nei suoi ready-made, possono essere inseriti nella sfera del ludus inteso, nel raggiungimento di una soluzione finale, come superamento delle difficoltà poste dall’artista stesso; un po’ come avviene in una partita di scacchi, gioco molto amato dall’artista. Duchamp vuole però anche rivoluzionare le tradizionali regole del linguaggio, per cercare nuovi significati all’interno delle parole attraverso un gioco umoristico preciso e dettagliato; è lui stesso, a proposito dei giochi linguistici, che afferma, in una conversazione con Katherine Kuh: Si sa, i giochi di parole sono sempre stati considerati una bassa forma d’ingegno, ma io li trovo una fonte di stimolo sia per il loro suono attuale, sia per il significato inatteso legato ai reciproci rapporti tra disparate parole. Per me questo è un campo infinito di divertimento ed è a portata di mano. Qualche volta emergono quattro o cinque diversi livelli di significato.

Così questi giochi di parole sono da una parte forma di ingegno, dall’altra divertimento. È importante rilevare che riguardo alla risoluzione degli “enigmi” che costellano le sue opere, la competizione si manifesta anche nella sfida che l’artista lancia al fruitore (vedi ad esempio L.H.O.O.Q., Grande vetro, Fountain o altri ready-made), il suo è un invito ad osservare e a riflettere sulle infinite concatenazioni tra linguaggio e oggetto, tra parola e immagine. Nella stragrande maggioranza dei suoi “giochi” però non troviamo solo la dimensione dell’agon, ma anche quella dell’alea, del caso, così come viene naturale ravvisare la stessa componente anche nel resto della poetica dadaista, che spesso elegge il caso ad elemento principe di ogni processo creativo. Riguardo a questo è emblematico il testo Pour faire un poème dadaïste di Tristan Tzara, dedicato a Marcel Duchamp con le seguenti parole: Une goutte de hasard (Una goccia di caso), in cui l’autore invita a ritagliare parole di un articolo di giornale, inserirle in un sacchetto, agitarlo, ed infine estrarle, per disporle nell’ordine in cui sono uscite in modo da formare una poesia. Del resto l’artista francese in fatto di aleatorietà (caso) la sapeva lunga, se con l’opera 3 Stoppages Ètalon faceva cadere dall’altezza di un metro tre fili per tre volte su tele dipinte, dove questi, cadendo in modo casuale, generano linee ondulate e diverse che diventano delle unità di misura totalmente arbitrarie e fuori dalle comuni leggi della misurazione: Questa esperienza fu realizzata nel 1913 per fissare e conservare forme ottenute dal caso, dal mio caso (Marcel Duchamp, Riga 5. Marcel Duchamp, a cura di Elio Grazioli, Marcos y marcos 1993).

In Duchamp il gioco si fa ironico al punto da vederlo cambiare nome, travestirsi e diventare donna (la mimicry di Caillois), da Marcel diventa Rose Sélavy e questo pseudonimo richiama, mediante l’anagramma di Rose, l’Eros. Così, con il continuo cambio di identità, dimostra la sua costante ricerca tesa a stimolare il fruitore per poter superare quello che comunemente vediamo, non solo negli oggetti dei suoi ready-made ma anche rispetto a sé stessi. Project for the rotary demisphere (1924) e i Rotorelieliefs (1935) sono invece gli studi che Duchamp fece nel campo del movimento e degli effetti che esso produce sulla percezione umana, e queste sue macchine rotanti producono movimenti rotatori che creano una spirale e generano nello spettatore un senso di stordimento e di vertigine (ilinx).

Il gioco degli scacchi rappresenta bene anche lo spirito surrealista, sono molti gli esponenti di questo movimento che, oltre a giocarci, li hanno progettati fino al punto di divenire opere d’arte, basti pensare alla Scacchiera surrealista di Man Ray del 1934, dove le normali caselle in bianco e nero sono sostituite con le fototessere degli artisti surrealisti, oppure quella progettata da Max Ernst per l’amico Duchamp nel 1944/1945. Duchamp aveva un’autentica ossessione per questo gioco, infatti a partire dal 1923 se ne occupa in modo quasi esclusivo, fino al punto di diventare capitano della squadra olimpica francese, al fianco del campione del mondo Alexander Alekhine. Per lui i pezzi degli scacchi sono L’alfabeto che plasma i pensieri, e questi pensieri esprimono la bellezza astrattamente. […] Sono arrivato alla conclusione personale che mentre non tutti gli artisti sono giocatori di scacchi, tutti i giocatori di scacchi sono artisti. […] C’è un fine mentale implicito quando si guarda l’ordine dei pezzi sulla scacchiera. La trasformazione dell’aspetto visivo in materia grigia è una cosa che avviene sempre negli scacchi e che dovrebbe avvenire nell’arte (Marcel Duchamp, La partita di Duchamp, Ferruccio Pezzuto, Ed. Messaggerie scacchistiche, 1994).

I surrealisti, a cominciare da Duchamp per finire a Dalì, condividevano tutti un profondo interesse per il gioco, amavano giocare con le parole e con le immagini, creando dei paralleli linguistici e visivi davvero innovativi.

Idea del gioco e dell’infanzia – diversa nei risultati – è quella su cui hanno lavorato i futuristi; Giacomo Balla, ma soprattutto Fortunato Depero, dimostrano che una ricostruzione futurista dell’universo creativo scatena una libertà e una fantasia del tutto nuove e originali nel mondo dell’infanzia e dei giochi. Nella costruzione dei suoi giocattoli in legno colorato, prodotti dalla sua Casa d’Arte, Depero era animato da quella allegria che pochi anni prima aveva ispirato il manifesto futurista: i suoi animali (i giocattoli il Pappagallino, l’Orso, la serie dei Rinoceronti, il Gatto nero, il Topo bianco, la Farfalla, le marionette la Gallina e la Scimmia), il Guerriero scudato, il Tamburo al “Teatro dei piccoli”, ecc…, tutti realizzati dal 1918 al 1923), oltre alla grande abilità e originalità, confermano il suo bisogno di creare un forte nesso tra arte e fantasia infantile. Giacomo Balla, nel manifesto Ricostruzione futurista dell’universo del 1915, afferma che: Per mezzo dei complessi plastici noi costruiremo dei giocattoli che aiuteranno il bambino: a ridere apertissimamente; all’elasticità massima; allo slancio immaginativo; a tendere infinitamente e ad agilizzare la sensibilità; al coraggio fisico. […] Il giocattolo futurista sarà utilissimo anche all’adulto, poiché lo manterrà giovane, festante, disinvolto, pronto a tutto, instancabile, istintivo e intuitivo.

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Fortunato Depero, il Tamburo al “Teatro dei piccoli”, 1918

I questo panorama di inizio Novecento non possiamo non fermarci a parlare di Paul Klee, perché anche lui ha sentito in modo chiaro e inequivocabile la necessità di rifarsi al mondo fantastico e magico/primitivo dei bambini, non solo per la sua personale ricerca artistica, della quale ricordiamo Great Chess-Game (1937) dove, dipingendo una grande scacchiera colorata conferma la centralità del tema ludico, ma anche per il suo impegno come insegnante del Bauhaus insieme a Itten, Feninger, Schlemmer, che costruirono dei giochi per i propri figli, modelli indispensabili alla realizzazione dei successivi prototipi prodotti dai loro studenti Alma Buscher-Siedhoff ed Eberhard Schrammen che, oltre a essere un chiaro esempio delle linee portanti del Bauhaus, crearono giocattoli ancora oggi in produzione perché funzionali allo sviluppo psico-pedagogico del bambino. L’utilizzazione di forme geometriche di base come il triangolo, il quadrato e il cerchio (cubo, sfera, cilindro e cono) e dei tre colori primari (il giallo, il rosso e il blu), grazie a loro costituiscono l’adattamento di questi giochi alle esigenze di una produzione in serie che riforma la concezione del giocattolo. I giocattoli, non più costosi e preziosi manufatti da ammirare più che da manipolare, sono caratterizzati dalla semplicità e dalla molteplicità che permette la combinazione dei suoi elementi. Sono giochi componibili e scomponibili, pensati per adattarsi alla creatività e alla fantasia del bambino, come possiamo constatare nel Gioco di costruzione di Schrammen o nella Barca di Buscher-Siedhoff, che nel 1924 spiega così la sua concezione del giocattolo: Il nostro giocattolo (Bauhaus): la forma semplice, incontestabilmente chiara e precisa, molteplicità e stimoli li crea il bambino direttamente attraverso l’assemblare e il costruire. Quindi uno sviluppo che dura. La proporzione: stabilita dalla personale sensibilità, ma il più possibile reciprocamente armonizzabile. Il colore: utilizzare solo i colori fondamentali, giallo, rosso, blu, eventualmente anche il verde, ma prima di tutto il bianco per rafforzare la sensibilità cromatica del bambino e quindi la sua capacità di godere, un fattore chiave nell’educazione (Aldo Colonnetti, Bauhaus 100. Imparare fare pensare. Electa 2019).

Un altro artista che ha una forte rilevanza per il tema che stiamo affrontando è senz’altro l’americano Alexander Calder, non solo perché anche lui si è costruito la sua scacchiera d’artista (Assemblage, del 1941), ma perché, seguendo la gioiosità irriverente di Joan Mirò, riesce ad interpretare quelle tematiche ludiche in modo autentico ed originale, facendo in un certo senso “scuola”. Cirque Calder, realizzato tra il 1926 e il 1931, è la sintesi dalla quale emerge in modo esplicito la sua leggerezza poetica, che coincide realmente con il vero sentire di un bambino. Il circo è metafora della vita. Quanti bambini in passato hanno sognato di scappare con una compagnia circense, insieme agli acrobati, ai clown, ai domatori, agli elefanti, i leoni e le tigri? Questo desiderio indicava nel bambino uno strappo, la necessità di vivere qualcosa di diverso che nasceva dal gioco, pur di separarsi dalla noia della società degli adulti.  Questo è l’istinto che incoraggia a seguire la propria fantasia. Come disse una volta l’artista stesso del suo Cirque Calder: La semplicità dei materiali combinata a uno spirito audace nell’affrontare l’insolito e l’ignoto, danno vita a un’arte primitiva piuttosto che decadente (Ugo Mulas, Cirque Calder, Corraini 2014).

La manualità con sui sono costruiti questi personaggi del circo racchiuso in una valigia, la loro spoglia leggerezza, creano delle simpatiche sculturine articolate e movibili di filo di ferro, che costruiscono un universo magico di forme animate di poesia. Anche qui, dietro il gioco, il rapporto tra l’arte e il bambino riesce ad acquisire una sua profonda dimensione antropologica, in linea con tutti gli elementi culturali che hanno ispirato le avanguardie nel reinventare una visione della realtà.

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Alexander Calder, “Cirque Calder”

Dopo questi precursori il legame artista/gioco, pur non aggiungendo molto alla sua visione teorica, si è dimostrato di una grande fecondità nel campo dell’arte. Prima di tutto è stata messa sotto i riflettori l’Art Brut e Naif che nasceva istintivamente da un linguaggio ingenuo, puro, non filtrato dai canoni estetici del gusto.

Una linea di artisti segue l’esperienza di Duchamp, arrivando fino all’arte concettuale e alle sue recenti evoluzioni (dalle provocazioni di Piero Manzoni alla rilettura profana delle icone moderne di Andy Warhol, dai giochi di parole di Joseph Kosuth a quelli razionali di Giulio Paolini, dai vari giochi linguistici legati alla Poesia Visiva, con autori come Lamberto Pignotti, Emilio Isgrò, Emilio Villa, fino ad arrivare ai palloncini colorati e luccicanti a forma di animali di Jeff Koons e all’ironia dissacrante di Maurizio Cattelan o di Aiweiwei), dove il messaggio che stimola l’immaginazione del fruitore è racchiuso nell’idea primaria più che nel risultato e la partecipazione è fondamentale per il significato, così come si crea nei partecipanti di una qualsiasi attività ludica.

Un altro esempio di artista che riteneva prioritario giocare con gli effetti del caso all’interno di regole prestabilite è John Cage, tra l’altro grande amante del gioco degli scacchi e che ha fatto anche delle partite insieme a Duchamp. Il suo 4’ 33” rappresenta l’insieme delle possibilità producibili dal caso in uno spazio e in un tempo definito. John Cage è vicino al movimento Fluxus che affermava in modo dissacratorio che tutto è arte e chiunque la può fare, il prodotto diventava la vita sostituendosi definitivamente all’opera intesa come oggetto di esposizione. La vita racchiusa in un’azione (musica, performance, happening) era solo rappresentabile attraverso la sua documentazione costruita sull’evento e contenuta – solitamente sciolta – in una scatola, sull’esempio della Scatola verde di Duchamp o del circo in valigia di Calder.

Le testimonianze potrebbero essere infinite, e con approcci sempre diversi, vorremmo citarne almeno alcune realizzate negli ultimi decenni del XX secolo, come le macchine mobili di Jean Tinguely, ricche di comicità burlesca, o i tarocchi abitabili della moglie Niki de Saint Phalle, Alighiero Boetti con il libro-gioco da colorare Da uno a dieci (1980), Il gioco degli scacchi (1988) di Enrico Baj, Mario Mariotti con le sue mani dipinte che si trasformano in personaggi vivi, e i luna park o gli scivoli di Carsten Höller, fino ad arrivare all’epoca post digitale con il videogioco The Night Journey di Bill Viola, fatto in collaborazione con Game Innovation Lab, nel 2018.

La maggior parte degli artisti finora ricordati si sono avvicinati al mondo dell’infanzia per portare avanti un’idea che contenesse le regole di una nuova necessità di ricerca espressiva, l’obiettivo primario quindi era l’opera d’arte, mentre il bambino faceva parte della dimensione ideale da cui partire, bisogna entrare nel mondo del design per trovare in Bruno Munari uno che ha finalizzato tutto il suo sforzo creativo verso il bambino e la dimensione del gioco. Munari incarna perfettamente la missione ludico-educativa dell’artista. È vicino al mondo dell’infanzia fin dal 1929, quando realizza il suo primo libro futurista, L’aquilotto implume. Questa è la sua tesi: L’interesse degli artisti verso l’infanzia si mostra in due modi: uno è quello di dipingere in modo evidente le sembianze e gli atteggiamenti dei bambini nell’ambiente dove vivono; l’altro è quello di esplorare la natura dell’animo infantile e cercare di esprimersi con la stessa naturalezza (Bruno Munari, I pittori dell’infanzia, Cappelli 1979). Il gioco diventa tema centrale di tutta la sua attività, come possiamo vedere dai libri da lui realizzati (Le macchine di Munari, la collana “I Libri Munari”, composta di sette volumi diversi con finestre apribili, Nella notte buia, Nella nebbia di Milano, la serie Cappuccetto rosso, verde, giallo, blu, bianco, ecc…) all’attività di graphic designer, fino alle opere d’arte vere e proprie (Le macchine inutili, Le sculture da viaggio, ecc…).

L’artista raccoglie la lezione delle scatole surrealiste e Fluxus, trasformando il libro in vero e proprio oggetto-gioco, in un contenitore di “sorprese” da percepire a 360°. Di rilevante importanza per il nostro argomento è la serie Architettura, (Scatola di Architettura MC1) pubblicata da Castelletti nel 1945 e costituita da mattoncini di legno componibili: in un’epoca in cui inizia la ricostruzione dell’Italia lui immagina i bambini come attori attivi della realizzazione del nuovo mondo che usciva dalle atrocità della Seconda Guerra Mondiale. Seguono con coerenza questa linea i giochi: ABC con fantasia (1960), Aconà Biconbi (1961), Più o meno (1970), Strutture (1972), Otto sequenze (1973), Le foglie (1973) Trasformazioni (1975) e Immagini della realtà (1976). Il concetto di libro-gioco da percepire coinvolgendo tutti i sensi raggiunge la sua massima espressione nei Prelibri, editi da Danese nel 1980, in questa serie di dodici piccoli libri Munari mette in condizione i bambini di conoscere l’ambiente circostante attraverso la semplicità formale e la diversità dei materiali che possono stimolare tutti i ricettori sensoriali, non solo la vista e l’udito. La produzione di libri di Munari è davvero straripante, tuttavia non possiamo non citare ancora i suoi libri-gioco Guardiamoci negli occhi, del 1970, e La favola delle favole, del 1994, mentre diventa un vero e proprio libro-oggetto il suo Libroletto (1993), dove il libro, fatto con cuscini di stoffa e gommapiuma, diventa anche gioco interattivo, utilizzabile per dormire, giocare, coprirsi; questo libro-oggetto rappresenta la conseguenza estrema del processo di trasformazione da lui attuato attraverso la dilatazione delle possibilità di utilizzo. Con Bruno Munari si coglie in pieno quanto sia stato coinvolgente e rivoluzionario il gioco di finzione creativa messo in campo artistico nel XX secolo, perché grazie a lui riusciamo a percepire non solo mentalmente, ma anche con i sensi, il pieno compimento della congiunzione del gioco con la vita.

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 Bruno Munari, Libroletto, 1993

 La regola e il caso.
Come il giorno e la notte  
la regola e il caso sono due contrari
come la luce e il buio
come il rosso e il verde
come il caldo e il freddo
come l’umido e il secco
come il maschile e il femminile.
La regola dà sicurezza,
la geometria ci aiuta a conoscere le strutture
o a costruire un mondo nel quale
ci possiamo muovere senza paure.
Il caso è l’imprevisto
a volte terribile
a volte piacevole
l’incontro con una persona
con la quale si stabilisce subito
un contatto di simpatia e di amore,
l’esplosione di una idea risolutrice
la scoperta di un fenomeno.
La regola nasce dalla mente
si costruisce con la logica
tutto è previsto
con la regola si può pianificare
un programma.
Il caso nasce dal clima
delle condizioni ambientali, sociali,
geografiche, dai ricettori sensoriali.
Un odore di eucalyptus
 forma di un sasso
il ritmo delle onde del mare…
La regola, da sola, è monotona
il caso da solo rende inquieti.Gli
orientali dicono:
La perfezione è bella ma è stupida
bisogna conoscerla ma romperla.
La combinazione tra regola e caso
è la vita, è l’arte
è la fantasia, è l’equilibrio.

(Bruno Munari, Verbale scritto, Il Melangolo, 1992)

Un’altra figura fondamentale in questo percorso di ricerca riteniamo che sia Enzo Mari, anche lui inizia come artista e si specializza come designer vero e proprio. Come Munari, nei suoi libri-gioco e nei suoi giochi, riprende l’approccio ludico-creativo mantenendo una coerenza impressionante rispetto al rigore etico del ruolo. Ha un profondo rispetto nei confronti dell’intelligenza dei bambini, tanto da non pretendere di imitarli, come altri hanno fatto: È ovvio che un bambino privo di tecnica realizzi schizzi tutti storti e sbilenchi, ma proprio non capisco perché un illustratore nel pieno delle sue facoltà debba imitarli pensando di renderli così più adatti alla cultura infantile (Enzo Mari, Venticinque modi di piantare un chiodo, Mondadori 2011).

Di Enzo Mari merita citare almeno 16 animali del 1961 (di cui è stata realizzata la versione in libro a leporello con il titolo L’altalena), Il gioco delle favole del 1965, e Il Posto dei Giochi del 1967, tutti prodotti da Danese, e diventati ormai dei veri e propri modelli di progettazione applicata ai giochi dell’infanzia. 16 animali è un gioco-puzzle componibile di legno, fornito di una struttura multipla a incastro e abilmente creato per ricavare da un’unica tavola rettangolare e con un unico taglio continuo, varie sagome di animali. Il gioco delle favole è invece un libro-gioco costituito da tavole sciolte di cartoncino, da comporre, scomporre, costruire, dalle inesauribili possibilità creative. Il Posto dei Giochi consiste in un foglio di cartone ondulato, lungo tre metri, e trasformato in un’unica parete merlata composta da dieci pannelli con forme e decorazioni diverse, per esercitare la fantasia del bambino ad inventare storie e personaggi sempre nuovi.

Ci sono almeno due autori che hanno ereditato la missione educativa della lezione di Bruno Munari. Il primo è il francese Paul Cox, l’altro il giapponese Katsumi Komagata. Cox è un’artista multidisciplinare che partendo dalla pittura ha realizzato libri per ragazzi e manifesti per il tetro e l’opera lirica, scenografie e installazioni ludiche, campagne pubblicitarie e giochi. Di lui è importante ricordare i libri realizzati nel 2002, Le livre le plus long (edito da Les Trois Ourses), e Intanto… il libro più corto del mondo (edito da Corraini), nonché il recente Gioco dell’amore e del caso (prodotto da Corraini nel 2019). Ne Le livre le plus long Cox rende omaggio a Bruno Munari con quattro pagine che ruotano attorno a una spirale: il tempo di una storia lunga quanto la vita del sole dall’alba al tramonto, che ogni giorno ricomincia, all’infinito. Intanto… il libro più corto del mondo, invece non ha un inizio e nemmeno una fine, ma solo un continuo di immagini che focalizzano lo stesso attimo nella vita di tante e tante persone, e il tutto è collegato da una sola parola: “intanto”; forse il libro più corto del mondo, iniziando e finendo nella stessa pagina, visto che rappresenta l’attimo, finisce per divenire il più lungo, addirittura nell’immaginario a toccare lui l’infinito. Sono naturalmente libri-gioco, che però inducono a rapportarsi con uno sguardo diverso sulla realtà. Komagata invece, con i suoi raffinati libri di forme ritagliate in grado di generare un forte stupore visivo, riesce a comunicare al lettore nozioni fondamentali che possono aiutarlo nella sua crescita, senza con ciò scendere a compromessi con la sua forte espressività poetica (vedi i dodici cofanetti pubblicati nella collana “Little Eyes” dell’editore Les Trois Ourses, Blue to Blue del 1994, L’endroit où dorment les étoilles del 2004 e A cloud del 2007).

Nella produzione di giochi degli ultimi anni è interessante ricordare l’esperienza del designer spagnolo Martì Guixé, che ha ideato dei veri e propri libri-gioco in forma di colouring book interattivi, quella del progettista grafico Lorenzo Bravi, del graphic designer Alessio D’Ellena, di Plan Toys, con i loro giochi ecosostenibili in planwood, e le realtà rappresentate dagli studi Parasite 2.0 e I Ludosofici.

Questa breve indagine con gli autori del XX secolo ci ha portato principalmente a considerare il gioco come elemento ludico da tavolo, o comunque da ambiente chiuso. Sappiamo benissimo che le categorie di gioco sono infinite, basta pensare agli eventi sportivi, al gioco d’azzardo, alla caccia o alla pesca, ma a noi interessava approfondire ciò che abbiamo accennato all’inizio di questo capitolo sulla paidia e il ludus, quindi l’aspetto fantasioso e incontrollato del gioco, e il suo opposto che costringe il soggetto a regole chiare, disciplinate, che portano al superamento di ostacoli e ad ottenere un risultato. Abbiamo messo a confronto l’arte con il gioco.

In questo i giochi da tavolo sono degli esempi principe, capaci di contenere entrambe le caratteristiche: la fantasia e la disciplina, il caso e la regola. Gli scacchi a quanto pare, con la loro peculiarità di un’alta preparazione, hanno affascinato molte generazioni (di artisti e non), ma tra i giochi da tavolo in molti sono di tradizione antichissima, come ad esempio il Backgammon o la dama, anche qui ci vuole destrezza oltre che fortuna. Entrambi sembrano giochi nati da un ceto sociale che può permettersi il tempo necessario per lo studio e la preparazione, il cosiddetto allenamento prima della partita.

Vorremmo adesso focalizzare nei prossimi capitoli l’attenzione su quei giochi dove non è necessaria una preparazione strategica, perché il caso e la regola sono gli unici elementi che definiscono l’esito finale della vittoria o della sconfitta. Sono quei giochi dove veramente anche un bambino di pochi anni può competere con un adulto o un vecchio, uomo o donna che sia. Giochi che hanno sì affascinato i ceti medio-alti della società, arrivando ad avere vincite o perdite in denaro, ma anche alla portata dei ceti popolari e di quelli meno abbienti.

Tra questi giochi il più diffuso e antico è senz’altro quello dell’oca, è antichissimo ed ha percorso tutta la storia dell’umanità almeno dal tempo degli Egizi, avendo la capacità di trasformarsi ed adattarsi ai costumi che andavano cambiando, alle tecniche di stampa e diffusione, al contenuto grafico. Data la sua lontana origine, sembra perfino impossibile che le sue caratteristiche formali di base abbiano avuto delle variazioni minime, dove la sostanza è restata pressoché inalterata. Forse perché meglio di altri, nella sua semplicità, riesce a fingere di esprimere la metafora di un percorso esistenziale.

Del resto il Gioco dell’Oca, che sia composto di 90 o 63 caselle, nella sua circolarità fa pensare alla vita di un giorno dove il sole sorge, in un certo momento si trova al centro del cielo e comincia a discendere fino a tramontare. In fondo, nell’arco della giornata, la vita di un essere umano si carica di sorprese, positive e negative.

Su Daniele Del Giudice

di Angelo Australi

La morte di Daniele Del Giudice non mi ha colto di sorpresa, da anni era affetto da una grave malattia neurologica che non gli permetteva più di scrivere. Di questo grave male, del suo non più scrivere, lo abbiamo saputo dai giornali, più o meno nel 2019, quando Einaudi ha ristampato Atlante occidentale arricchito, rispetto all’edizione del 1985, del diario scritto nei giorni del sopralluogo al Cern di Ginevra, fatto prima di scrivere il romanzo. Ma del resto non ci aveva abituato a uscite troppo frequenti dei suoi libri, è sempre stato uno scrittore molto parsimonioso. Dal 1983 con Lo stadio di Wimbledon, alla raccolta de I racconti, pubblicato nel 2016 (racconti in massima parte già editi), Del Giudice ci lascia in eredità sei/sette libri davvero straordinari, usciti a distanza di anni l’uno dall’altro. E questa parsimonia dice tanto della sua serietà, del suo amore per una letteratura in grado di interpretare le tematiche del reale in anticipo sui tempi, di una narrativa capace di prendere le distanze da certi stereotipi, di stare allo stesso livello delle altre aree del sapere, di tentare una sua originale e sincera forma di ricerca, una sua idea di sperimentazione. Scrive Italo Calvino nella presentazione a Lo stadio di Wimbledon, apparsa nella quarta di copertina della prima edizione (uno dei motivi per il quale fui incuriosito ad acquistare il libro): Dalle domande che egli pone, pare lo interessino le ragioni per cui quell’uomo (Roberto Bazlen), pur avendo una coscienza letteraria molto esigente – anzi, forse proprio per questo, – invece di scrivere preferisce agire direttamente sulla vita delle persone. È la scelta tra « scrivere » e « non scrivere » che il giovane vuol risolvere?  Personalmente, da questo punto di vista, proprio perché si pone un certo tipo di dubbi, penso che Del Giudice sia uno degli scrittori più importanti degli ultimi decenni del Novecento, e non solo per il panorama italiano, uno dei pochi da tornare a leggere più volte, scoprendo nella sua scrittura sempre qualcosa di nuovo del suo mondo, e del mio, del perché nell’uomo ci sia questo bisogno di raccontare delle storie, un bisogno sempre da rimettere in discussione giocando sull’equilibrio tra un metodo imposto dalle regole e la sorpresa dell’imprevisto che può nascere sorprendentemente dalla finzione.

Non voglio e non posso scrivere un saggio, dico solo che tutte le volte che leggo un suo libro, per alcuni giorni sento addosso il peso e l’importanza della scrittura, e per un po’ la bellezza della lettura fa dimenticare anche il bisogno di scrivere. Al mio paese negli ultimi anni abbiamo messo in piedi un gruppo di lettura che si incontra presso il Centro Sociale Il Giardino, dove mi è capitato spesso di proporre una discussione sui suoi libri. Del racconto Nel museo di Reims, per esempio, ne ho parlato e fatto letture pubbliche in svariate occasioni, questa storia che si sviluppa tra un uomo che sta perdendo la vista e una donna che con la sua voce lo guida per le sale del museo, inventando dettagli sensoriali intorno ai colori dei quadri, racchiude in sé il forte potere evocativo della parola sospesa tra capacità creativa e menzogna, racchiude in sé quel misterioso vortice di pensieri e sensazioni che è la letteratura, attiva la discussione sui dettagli e ampia la prospettiva su cosa sia il reale.

Dal 1983, con Lo stadio di Wimbledon, romanzo che si sviluppa come una ricerca sulle tracce del triestino Roberto Bazlen, personaggio quasi da romanzo lui stesso, grande amante della letteratura e consulente di importanti case editrici, che però non ha mai scritto opere creative, passando poi per Atlante occidentale, un romanzo che si misura con le nuove scoperte della fisica per portarci a riflettere su alcune trasformazioni irreversibili del nostro tempo, e poi le raccolte di racconti Staccando l’ombra da terra (1994) e Mania (1997), e lo strano romanzo/diario/documento storico Orizzonte mobile (2009), nel quale Del Giudice, raccontando del proprio viaggio in Antartide sulle tracce scritte di precedenti spedizioni fatte da uomini avventurosi e spesso finite tragicamente, racconta l’urgenza, il dovere che ha uno scrittore di allargare i punti di vista sul limite di una frontiera del reale dove persiste un fondo estremo, crudo, atroce, da guardare in faccia, da toccare, sperando di raggiungere ancora dei segreti da svelare. Sono solo questi i libri che ha scritto, oltre a In questa luce, una raccolta di saggi uscita nel 2013, saggi che poi sono sempre anche un po’ racconti che custodiscono le ossessioni, le manie dell’autore, come quest’ultimi, cioè i suoi racconti, sono sempre anche un po’ dei saggi.

Ho avuto la fortuna di conoscerlo, prima per corrispondenza, a fine agosto 1987, quando con il Circolo Letterario Semmelweis organizzavamo una serie di conferenze dal titolo MOVIMENTI CONTRATTI – Il ruolo dello spazio quotidiano di azione individuale in una società tecnologicamente avanzata. Il mondo negli anni Ottanta stava cambiando drasticamente le sue prospettive sociali, non aveva più nelle città un centro di diramazione propositiva e noi in provincia volevamo capirci qualcosa, raccontare la nostra esperienza in modo autentico proprio con l’aiuto della letteratura che in questo ciclo di conferenze si confrontava ad ogni incontro con una diversa forma espressiva. Daniele Del Giudice accettò volentieri di partecipare al confronto tra letteratura e scienza insieme al fisico fiorentino Giuliano Toraldo di Francia, a me e a Fabrizio Bagatti. Nelle sua lettera di accettazione scriveva: Partecipo volentieri, dato che il tema mi interessa e lo sento abbastanza vicino a quanto cerco di fare con il mio lavoro. Questa comparazione tra scienza e letteratura era stata inserita proprio pensando a lui e al suo libro Atlante Occidentale (era ancora il tempo in cui la presenza di un libro – se importante – sul mercato poteva resistere alcuni anni), dove i protagonisti sono il vecchio scrittore di successo, in odore di Nobel, Ira Epstein, e il giovane fisico italiano Pietro Brahe, che lavora nel grande centro di ricerca di Ginevra, dove si trova l’acceleratore di particelle del Cern.

L’iniziativa si tenne poi il 7 maggio del 1988, presso la Biblioteca Comunale Marsilio Ficino di Figline Valdarno. Del Giudice ci raggiunse in treno arrivando con mezz’ora di ritardo, suscitando un po’ di insofferenza nei partecipanti, ma poi la discussione fu interessante e ricca di spunti di riflessione per tutti, almeno io e gli amici dell’associazione ne parlammo per giorni. Non esistevano ancora i cellulari, sicché aspettavamo impazienti sperando nel suo arrivo. Ricordo che entrando nel salone della biblioteca sorrise timidamente scusandosi, il treno da Venezia era partito in ritardo ed aveva perso la coincidenza alla Stazione di Santa Maria Novella. « Fortuna che nel pomeriggio ci sono molti treni locali per il trasporto dei pendolari che lavorano a Firenze » gli dissi scherzosamente, mentre ci presentavamo. «Australi, … molto bello; un cognome da scrittore ». Lui sorrise di nuovo, e mi strinse la mano.

  

Ca’ Bul

Quando esco di casa per fare una camminata quasi mai ho con me il cellulare. Diciamo che su dieci passeggiate mi capita di prenderlo massimo un paio di volte. Mi dico che è una dimenticanza, ma non si tratta solo di questo, bisogna essere sinceri. L’altro giorno sono stato al passo della Consuma, che collega il Casentino al Valdarno e a Firenze. Naturalmente senza il cellulare.  Ho camminato per un sentiero circolare di una decina di chilometri che, tranne brevi tratti, è tutto nascosto nel fitto e fresco bosco di abeti e di faggi. Ascoltavo i rumori e camminavo pensando alle scene dell’aeroporto di Kabul viste in Tv la sera prima. Non esprimevo giudizi. Avevo davanti solo quelle scene e cercavo di mettermi nei panni di ogni singola persona ammassata ai cancelli dell’aeroporto con alle spalle i talebani e davanti il blocco dei soldati americani, così impaurita e disperata, tanto da rischiare la morte per fuggire all’alternativa di restare in un paese che sembra non avere futuro.  Verso l’ora di pranzo, rientrato a casa, su WhatsApp ho trovato tre messaggi di Filippo Nibbi, Nel primo dei tre c’era il titolo, Ca’ Bul, negli altri due la poesia che segue.

A.A.   

Ca’ Bul
di Filippo Nibbi

Amore perduto nel vetro
Sultano del ghiaccio 
Sei cieco da entrambe le parti
Hai perduto la mia pista
Giri a vuoto sull’orlo dei tuoi occhi  
Troppo vicino troppo vicino  
Nel tuo cuore di gas  
Non ci sono due strade per l’amore
Una trascina nel deserto
L’altra porta lontanissimo dentro al vicino 
Mi rompi il respiro  
Frammenti del mio ossigeno adesso sono nuvole  
I miei castelli crollano  
Le torri sono diventate vele  
La macchina dei pompieri ha perso il suo rosso  
In cantina muffiscono le torte piangono i salami     
da secoli non smettono di piangere e di chiamare  
La pigna di panche della parrocchia è crollata  
vecchie ossa di legno sfondate  
La fontana di pietra invece di acqua
è piena di castagne matte 
La serra ha i vetri rotti  
Quelli ancora interi sono coperti di fango  
Migliaia di petali sul cemento crepato dal freddo 
Il muretto di confine è troppo basso  
Tutti i legamenti fanno male  
non riescono più a tenere legati braccia e gambe   
memoria e cuore mani e dolore  
La vita scricchiola   
I violini miagolano   
I cani mancano svaniti negli infiniti  
delle infinite morti  
Quelli vivi abbaiano alle gabbie  
chiamando padroni invisibili    
Il portone era chiodato  
La stufa in maiolica, bella, ma era marrone  
Mio padre stacca e spacca le stufe  
Nell’armadio sulle scale due ante chiuse a chiave 
La chiave non c’è 
Sono piene di sciabole  
Dietro le sciabole fucili.
 
 Amore perduto nel vetro