Archivi categoria: Samizdat

Critiche, dissensi, piraterie

Comunismo? Una lettera al sig. X

di Samizdat

Caro X,

rieccomi. Sono d’accordo con te: oggi manca un “progetto” comunista. Io stesso non so come uscire da una difesa del comunismo (o, meglio. dell’idea di comunismo) quasi solo di principio, fondata quindi soprattutto su una convinzione morale. (Già sento le battute: una cosa per anime belle, una attardata nostalgia per una Rivoluzione che non è stata poi così gloriosa ma piena di tragedie reali). D’accordo anche sul fatto che, a rigor di teoria, la sinistra sia altra cosa rispetto al comunismo (“ Marx non era di sinistra”). Ora, però, voglio partire da una questione che mi ha sempre appassionato: quella della continuità/discontinuita (sia nell’elaborazione del pensiero che nelle pratiche politiche e sociali). E osservare una cosa: in tempi che sono stati più dinamici e favorevoli alle lotte dei “dominati” o delle “classi subordinate” (Otto-Novecento, all’ingrosso), l’idea del comunismo ha potuto essere rielaborata tenendo conto dei bisogni concreti delle società in mutamento. E questo è accaduto soprattutto quando è riuscita a “nuotare” nell’acqua di una sinistra, magari culturalmente generica ma ampia. E credo che tornerà forse a “nuotare” se una nuova sinistra si dovesse ricomporre. Altrimenti ci dobbiamo rassegnare all’aridità di un “comunismo interiore” come quello dello scrittore Francesco Pecoraro  (qui) o a parlare di comunismo inter nos (io e te e magari alcuni altri che rifondano ogni tanto qualche “partito comunista” o ora gruppi di discussione in alcuni loculi di Facebook o del Web).

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Ultime notizie da Vicofaro

di Marisa Salabelle

Dopo un lungo periodo in cui giornali e talk show sembravano aver dimenticato don Biancalani e la sua controversa attività a favore dei migranti, ultimamente i media si sono risvegliati. Ha aperto i giochi, se non mi è sfuggito qualcosa, Il Giornale, un quotidiano di raro equilibrio e di nota obiettività. «Don Biancalani trasforma la chiesa in un centro di accoglienza» titola venerdì 11 ottobre, e apre l’articolo con queste parole: « Decine di materassi in tutta la chiesa e poi scarpe, zaini e vestiti. È l’idea di accoglienza di don Massimo Biancalani, parroco di Pistoia, che ha deciso di ospitare negli spazi della chiesa di Vicofaro, la più grande della città, 250 migranti.»

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Su Walter Siti che rimprovera Saviano

di Samizdat

MIO COMMENTO A “PREGHIERE ESAUDITE. SAVIANO E L’ABDICAZIONE DELLA LETTERATURA”
di Walter Siti
http://www.leparoleelecose.it/?p=36624&unapproved=420918&moderation-hash=6691c67ff1781d180bf9d740294d5fde#comment-420918

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Su Immanuel Wallerstein

di Giorgio Riolo

Nell’agosto 2018 è scomparso Samir Amin. Nell’agosto 2019 Immanuel Wallerstein. Dopo la morte di Andre Gunder Frank (2005) e poi quella di Giovanni Arrighi (2009), la cosiddetta “banda dei quattro” si è estinta. La loro collaborazione si era svolta in varie fasi e occasioni. Una importante. Il bel libro collettivo del 1982 Dynamics of Global Crisis (in francese La crise, quelle crise?), poi parzialmente tradotto in italiano. Un modello di analisi a più voci e a più angoli visuali della lunga crisi capitalistica (a seconda della visione a partire dal 1967, dal 1971, dal 1973) seguita ai “trenta gloriosi” della fase di prosperità e di espansione dopo il 1945.

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Su una petizione a favore dei migranti della Open Arms

di Ennio Abate

Donatella Di Cesare, la studiosa di filosofia che si è distinta per la sua costante e indignata attenzione alla tragedia delle odierne migrazioni e ha pubblicato nel 2017 «Stranieri residenti», un libro importante, una vera e propria «filosofia della migrazione» tesa a smantellare i pregiudizi identitari e “sovranisti” che vedono il migrante come il «malvenuto», un «essere fuori luogo» o l’accusano di «occupare il posto altrui», ha invitato a firmare una petizione indirizzata al presidente del consiglio Giuseppe Conte [tra l’altro appena dimessosi] su Change.org (qui) con questa premessa: «È possibile una tale crudeltà politica? Noi che che abbiamo ancora coscienza, sentendoci impotenti, firmiamo».

Avendo da tempo su Poliscritture affrontato la questione delle nuove immigrazioni (qui), non ho alcun dubbio nell’apprezzare l’intenzione umanitaria di questo appello. E non intendo insistere troppo sul fatto che in genere ogni appello viene ignorato dalle autorità politiche che hanno una precisa politica di strumentalizzazione delle migrazioni. Voglio però ricordare una cosa: la «crudeltà politica» che Donatella Di Cesare attribuisce a Salvini non è solo «possibile» – la si sta infatti praticando (e Salvini (Lega), con l’approvazione di Di Maio (M5S), segue le orme lasciate già da Minniti (PD) – ma non viene più affrontata politicamente da quanti a queste politiche migratorie disumane pur intendono opporsi.

Perciò prima di firmare – così ho scritto in un commento nella bacheca della Di Cesare – vorrei che si chiarisse che *accusiamo* FIRMANDO quelli che tale crudeltà politica la permettono o l’approvano. E vorrei anche che si dicesse che oggi dobbiamo ricostruire una cultura politica capace di combattere costoro con tutti i mezzi. Anche con quelli “crudeli” che essi non esitano ad usare contro i più deboli e in difficoltà. Anche se oggi non ne disponiamo. Dico questo per desiderio di vendetta? No, di giustizia. Firmare, invece, «sentendoci impotenti» e senza porsi lo scopo di costruire una potenza benefica a favore degli umiliati ed offesi, a me pare un gesto generico e senza senso (politico). Essendo il vero scandalo che da anni stiamo sopportando non la ferocia istituzionalizzata di questo o quel ministro (e non solo verso i migranti ma anche verso le classi sociali medio-basse indebolite dalla crisi in tutti i paesi) ma proprio la viltà e i calcoli da azzeccagarbugli di quanti – Salvini o chi per lui – combattono solo a parole e con vecchie, consunte “belle parole”. Posso anche considerare che siamo arrivati al punto che non sia più possibile disobbedire in massa ai loro diktat. Ma allora, al posto degli appelli generici, meglio tacere e riorganizzarsi da zero.

Il plebeo-leninismo (socialista?) di Formenti e Visalli

di Ennio Abate

L’idea sarebbe quella di «partire da un’ampia alleanza di soggetti sociali che abbiano almeno la potenzialità di evolvere in senso socialista» e «nella prima fase prevedibile» è d’obbligo che questi soggetti sociali assumano un «carattere nazional-popolare e neogiacobino con l’obiettivo primario di ricostruire almeno le precondizioni (del socialismo)» che consisterebbero in una «reale partecipazione al processo decisionale e di redistribuzione del reddito». Questa, in sintesi, è la proposta del libro «Il socialismo è morto. Viva il socialismo» di Carlo Formenti che la recensione di Alessandro Visalli (qui) condivide e avalla.

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Il tarlo di Genova. Commento

Tabea Nineo, disegno 1987
da SAMIZDAT COLOGNOM foglio semiclandestino per l’esodo
Numero 3 aprile-settembre 2001

di Ennio Abate

Genova 18 anni dopo. Ripubblico quanto scrissi – isolato allora come oggi – su una rivistina fotocopiata che distribuivo a mano agli amici. I problemi qui accennati sono gli stessi che ho appena ridiscusso in questi giorni qui e qui. [E. A.]

1.

Cosa sentivo e pensavo prima dei fatti di Genova?

Prima: ero curioso e attento alla galassia “antiglobalizzazione”, ma ne sono rimasto distante per varie ragioni. Non condivido la sua enfasi ottimistica sui diritti umani. Ero scettico verso la scelta del “dialogo alla pari” continuamente cercato con i rappresentanti del governo. Mi sento estraneo alla sua ideologia: un pacifismo così assolutizzato, profondamente dominato dall’impostazione della Chiesa cattolica – un nuovo Super-ego “non-militante”, molto oratoriale (Rete Lilliput) o neopopulista (la rivista Carta), ben espresso nelle sbrigative tesi di Marco Revelli nel suo Oltre il Novecento.

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Il vecchio e la morte della letteratura

di Ennio Abate

 
 In quei tempi vidi un vecchio – un letterato mancato.
 I più giovani, figli suoi quasi per età, ora disquisenti 
 di Simonetti, Saviano, Cavazzoni e Scurati - pedinava. 
  
 Attento a ciascuno, che a  turno - rasato o occhialuto,
 a tratti  animato nel gesto o nel volto, la nota spigolosa
 l’esatta e mai claudicante citazione dagli appunti estraeva. 
  
 E Campoformio? E il caveat dell’Ingrato  di via Legnano 
 che aveva scritto di un alloro insidiato dagli insetti?
 In mezzo al  pubblico  di faccia devota, maldicente solo 
  
 nel bisbiglio compìto all’orecchio, una  bionda annotava: 
 «Nel mondo il capitalismo è diventato sistema economico 
 unico e on line la letteratura – oh cara! - il suo loculo avrà».
  
 Sempre a lezione, sempre a ripetizione? – gli sussurrai.
 Resti in ascolto del vento invano. Perché ancora sognare
 l’aula magna della Statale di Milano irta di voci e strida
  
 dove di potere operaio e studentesco in accoppiata, 
 da spretati, con la fede truce dei Sessanta, straparlaste?
 Riaprì gli occhi. Dalla tomba merce risorgerà!- mi borbottò.
 
 
 
   

*Commento alle videoconferenze “Gli Stati Generali della letteratura” ascoltate su LE PAROLE E LE COSE2: qui

Noi e loro

Nota a margine de I dannati della terra di Frantz Fanon

di Giorgio Riolo

Pubblico la nota introduttiva a “I dannati della terra” di Frantz Fanon. argomento conclusivo del ciclo di incontri di letteratura che Giorgio Riolo tiene a Milano (qui), accogliendo in pieno – anche con un invito a guardare e ad ascoltare le voci di questo tremendo video (qui ) – l’esigenza di capire il dramma dell’Africa, liberandoci dai paraocchi del sovranismo nazionalista o eurocentrico. Non per “romanticismo rivoluzionario”, ma per obbligo a pensare tutta la realtà. Di fronte alla “tempesta” in corso, non possiamo metterci, come aveva capito Sartre citato da Giorgio, dalla parte dei “seminatori di vento” . Essi l’hanno alimentata e ora se ne lavano le mani. Dobbiamo impedirglielo o, se non fosse più possibile, almeno testimoniare la tragedia. [E. A.]

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