A) Da Michele Ranchetti a Ennio Abate (5 settembre
2005)
Ti mando il primo dei due scritti su Fortini, letto a
Siena. L’altro appena lo ritrovo oppure quando sarà
edito dal Gabinetto Vieussieux dove c’è stato un piccolo
convegno e figurerà agli atti.
1. Ho conosciuto Fortini a Ivrea, in un tempo che mi
pare lontanissimo. Ma era in visita, non faceva più
parte della colonia intellettuale, viveva già a Milano.
Credo fosse in occasione della visita di Rocco Scotellaro.
Di queste cose, persone e tempi vi è una poesia
di Sereni.Ripensando ad allora,e quindi contrapponendo
questo presente (il mio e il nostro), a quel
tempo,mi sembra che si trattasse di falsi problemi,
di false connessioni, di intrecci da comprendere e da
sciogliere, di cui non vedo più traccia.Io lavoravo alla
segreteria delle Relazioni Interne, di cui era responsabile
Franco Momigliano.Allora, il contrasto, di cui
si discuteva, era fra i Servizi sociali (la nuova forma di
intervento sulla fabbrica distinta e opposta ai conflitti
di classe) e la struttura tradizionale,ossia le rappresentanze
sindacali distinte nei tre raggruppamentiti
tradizionali. Veniva vissuto e contrastato o auspicato,
questo contrasto, come se in esso si manifestasse
una differenza non più sanabile fra vecchio e nuovo,
fra ideologia e sociologia ‘neutrale’, fra America ed
Europa, fra prima della guerra e dopoguerra. Se ne
discuteva tutto il giorno, nelle pause lunghissime del
dopopranzo e del dopocena, prima di andare a sentire
una conferenza di un intellettuale o di un poeta
chiamato da Geno Pampaloni a parlare nella saletta
della Biblioteca di fabbrica. Ma anche la conferenza
o la poesia diventavano poi parte della discussione,
venivano fatti confluire nell’argomento del contrasto
insanabile, e cosi via. Non era un giro a vuoto, ma una
strana ossessione monotematica da cui era difficile
e insensato districarsi. Naturalmente, l’appartenenza
al partito, e soprattutto le ragioni e la necessità di
non appartenervi erano elementi costanti del discutere;
grosso modo, prevaleva la ‘fronda’ socialista in
cui quasi tutti si riconoscevano.
2. Fortini, mi pare di ricordare, prendeva tutto questo
‘ragionare’ molto sul serio, si infervorava, formulava
giudizi definitivi, come se ogni volta, si trattasse
di questioni di vita e di morte. Ed era del tutto persuaso,
mi sembra, della rilevanza di ogni frase, senza
sospettare limiti e velleità individuali e collettivi. Faceva
sul serio, credeva davvero a quel che diceva lui
stesso, forse in modo prevalente, ma anche in quello
che diceva ciascuno di noi.ln me, questo destava un
certo imbarazzo, come di una sproporzione originaria
e non avvertita, fra il senso del discutere fra singoli
intellettuali, in situazione previlegiata e marginale,
e ’il resto’, anche se non mi era chiaro il perché della
sproporzione, e il ’carattere’ di questo ’resto’ ,che
pure percepivo esistente e più forte di noi.
3. Fortini volle leggere le mie poesie. Le lesse, le prese
in mano con una padronanza assoluta, come di un
maestro d’arte che esamina il prodotto di un aspirante
artigiano. E anche qui,in una materia per me allora
così privata e segreta, io mi accorsi di quanto fossero
rilevanti, per lui, tutte le cose, direi tutte le forme
dell’esperienza del vivere: lo scrivere, il discutere, le
amicizie, i mestieri, le appartenenze, in un certo senso
senza discrimine, perché non c’è nulla che non abbia
importanza e significato. Soprattutto, non c’è nulla di
cui non si debba rendere conto. Ma il suo, cosi almeno
mi pare, ora più che allora, non era un giudizio estetico,
neppure un giudizio morale o un giudizio politico.
Tanto meno, un giudizio religioso: era una sorta di
giudizio universale privato che comprendeva tutti gli
elementi, dove il bene e il male appartenevano alla
sfera estetica, cosi come alla sfera morale, per cui una
poesia non poteva in un certo senso essere bella, se
non era anche buona o giusta.
4. Questo ’giudizio’, che incombeva su ogni sua frase
e ogni suo atto, di vita e di pensiero, poteva dar fastidio.
In particolare, quando sembrava riguardare, o
esercitarsi, su questioni marginali, che però per lui
non erano tali, non potevano essere indifferenti, nell’universo
di responsabilità individuali in cui si vive.
Del resto, era generoso, e si prendeva davvero a cuore
le sorti degli altri. Sorti che, anch’esse, erano di natura
composita, letterarie, politiche, affettive. Ed interveniva
di persona. Conosco, a questo riguardo, alcuni
episodi che testimoniano della sua grande generosità.
Perché si riproponeva il meglio da sè e dagli altri,
come se si potesse disporre, ciascuno e tutti, di una
perfettibilità infinita.
5. Tuttavia, a che cosa mai potesse condurre questa
perfettibilità, è difficile dire, perchè ’composita solvantur’,
ma non si compongono, se non in un disegno
preciso che assegna a ciascuna parte il suo limite e,
direi, la sua competenza, secondo categorie non arbitrarie.
6. E qui, a me sembra, si rivela un carattere del modo
di procedere intellettuale di Fortini che può rivolgersi
contro di lui, o meglio, contro la possibilità di giovarsi
della, sua intelligenza, della sua straordinaria
sensibilità critica, del suo stesso rigore morale. E’ una
sorta di rivolta dei generi, o della loro rivincita.
7. Fortini è intervenuto più nella discussione, che
nelle premesse, ha esaminato le conseguenze più dei
presupposti, ha discusso le opere nell’ambito della
critica, anzi ha discusso soprattutto la critica. E’
come se fosse stato più attento alla riproduzione che
all’originale, intervenendo nel secondo tempo della
produzione, attenendosi ai risultati. C’ è come una
certa reticenza, o almeno mi sembra, che si rileva, ad
esempio, nei suoi diari , dove non è quasi traccia di
una riflessione che non abbia note di conferma storica
o bibliografica, che sia senza testo a fronte, che
attesti un’emozione non mediata da un’eccezionale
cultura. Per questo, la presenza costante di un riferimento,
di un’occasione, sembrano imprigionare la
sua prosa così consapevole in una cronaca minore,
nel confronto con fatti minori, non più recuperabili
ad un interesse più generale. Vi è, nei diari, ma anche
nelle lettere, un accanimento critico che non si apre
quasi mai ad un’esclamazione libera dell’io, che appare
ritroso a scoprirsi, ad esporsi.
8. Era in gran parte così anche della persona, che
escludeva ogni confidenza non destinata ad un fine.
Ed è peccato, perché la sua reticenza non era affatto
dovuta ad un’aridità emotiva o ad un qualche
scheletro in biblioteca. E neppure, credo, ad una sua
conversione al protestantesimo senza confessione di
fede. Piuttosto, forse, ad una concezione della cultura
come dignità hominis di tradizione umanistica, del
tutto obsoleta e fastidiosa, in tempi di disperazione
e disordine.
9. E’ possibile che si sia data una forte accelerazione
tecnologica negli ultimi decenni, per cui,
come non è più possibile percorrere distanze brevi
con i mezzi pubblici e privati in tempo breve, mentre
é possibile raggiungere luoghi lontanissimi in poche
ore, così alcuni temi e alcuni modi di raggiungerli non
sembrano più avere significato, particolari di un insieme
che non ha più corso. Ad esempio, la cultura dei
gruppi, la cosiddetta industria culturale su cui l’intelligenza
di Fortini, si è così a lungo esercitata, sono o
sembrano di fatto lontanissimi echi di luoghi non più
abitati. Un altro esempio: la consulenza editoriale,
ma anche la consulenza politica e in genere intellettuale,
se non è diretta ad un fine preciso di perfezionamento
dell’efficenza produttiva. E’ forse per questa
ragione che, del resto, Fortini ha previsto, che il suo
compito può sembrare esaurito. Ma anche questo è
un interrogativo che risente del suo insegnamento.
Da Ennio Abate a Michele Ranchetti (6 ottobre
2005)
Qui sotto trovi osservazioni, obiezioni e a volte semplici
richieste di chiarimento sul tuo ritratto di Fortini.
Ti sembreranno tendenziose o maliziose, ma a me
servono per mettere a fuoco quel vostro rapporto fraternamente
ostile, direi, e che mi ha interessato per le
sue implicazioni psicologiche e storiche, fin da quando
ti sentii parlare di lui la prima volta all’università
di Siena nella tavola rotonda commemorativa dopo la
sua morte. Lo trovo rivelatore anche per far luce su
aspetti della mia storia personale e politica.
1. Quello che chiami contrasto fra i Servizi sociali
(aziendali) e i Sindacati era per te un falso problema?
Non mi è chiaro se tu quel conflitto, che anche a me
appare «di classe», lo sentivi reale oppure lo ritenevi
(e lo ritieni adesso) una costruzione ideologica, immaginaria
di Fortini o di altri.
1.1. I modi con cui quel gruppo di intellettuali viveva
quel conflitto possono essere stati discutibili o
schematici perché ossessivamente riconducevano
tutto a quel «contrasto insanabile». Ma un problema
si pone: quel conflitto c’era o non c’era? E se magari
era - posso concedere - sanabile in parte alla Olivetti
di allora, non lo era e non lo è poi stato altrove. Alla
Fiat, ad es., era così «insanabile» che si è risolto con
la sconfitta nel 1980 degli operai.
2. Cos’era e cosa è oggi quel «resto» di cui discutevano
tanto quegli intellettuali sia pure «in situazione
privilegiata e marginale»? Solo definendolo, nominandolo
magari in altri modi (non marxisti o paramarxisti
o sociologici come facevano quegli intellettuali)
si può valutare l’entità della «sproporzione
originaria e non avvertita» in quel loro discutere e
anche la qualità di quel tuo «imbarazzo».
3. Mi colpisce l’osservazione «Fortini, mi pare di ricordare,
prendeva tutto questo ‘ragionare’ molto sul
serio». Rivela il tuo profondo scetticismo verso quei
tentativi (velleitari a tuo giudizio) di affrontare quel
«resto». Pare di capire che per te non si trattava «di
questioni di vita e di morte» (le uniche che possono
o debbono davvero interessare?). Qui ci sento la tua
“indifferenza” al marxismo (o dovrei dire al «mondano
»?). Perché, infatti, non si dovrebbe ragionare
seriamente su quel «resto» e anche infervorarsi? Che
poi non si riesca a cavare un ragno dal buco è un’altra
questione.
4. «io mi accorsi di quanto fossero rilevanti, per lui,
tutte le cose, direi tutte le forme dell’esperienza del
vivere». Perché, per te non è così? E se no, si può dire
che solo una parte di esse per te lo sono? O - mia supposizione
- tutte non lo sono, per l’incombere della
morte, del peso che essa ha nel tuo pensare alla vita o
per quel che la fede ti fa intravvedere di Altro?
5. Accentui in modo che a me pare unilaterale il
contrasto tra te giovane, che presenti le tue poesie
(«una materia per me allora così privata e segreta»),
e il Fortini «maestro d’arte». Qui il contrasto, al di
là del rapporto personale o generazionale, a me pare
essere tra una concezione (tua) della poesia soprattutto
come fatto intimo, misterioso, inconscio e una
concezione (di Fortini) della poesia soprattutto come
istituzione storica, pubblica, sociale.
5.1. Certo Fortini era un giudice sovraccarico di secolari
armamentari critici. Ma mi verrebbe da chiedere:
non lo sapevi? non cercavi, rivolgendoti proprio a lui,
di provare come funzionasse sulla tua poesia il suo
“occhio clinico”? non volevi far uscire la tua ricerca
poetica (privata allora penso) dalla sua dimensione
segreta?
5.2. Se uno coltivasse la poesia come fatto incomunicabile
e ingiudicabile, non la farebbe mai leggere,
specie ai letterati di professione. Se la presenti a un
altro (poeta e critico per giunta nel caso di Fortini),
è perché ti vuoi distanziare da quello che hai scritto
e desideri che altri partecipino a quel tuo sentire
segreto oggettivatosi sulla carta. Accetti insomma di
entrare nell’altra dimensione (storica, pubblica, sociale)
della poesia. E sai o impari subito che lì non
trovi solo amici benevoli o distratti, ma lettori carichi
o sovraccarichi di competenze estetiche, filosofiche,
istanze politiche, religiose, ecc. Esse entrano in gioco
più o meno accortamente illuminando o a volte oscurando
la singolarità di chi ha prodotto quei testi. Non
è il gioco “infinito” dell’interpretazione?
5.3. Che poi il giudizio di Fortini tendesse alla Totalità,
si sa. Ma il suo, se era un «giudizio universale»,
a me non pare «privato». Era quello di un intellettuale
marxista, che aveva studiato Lukács e Adorno.
Era tutta una generazione a pensare che «una poesia
non poteva in un certo senso essere bella, se non era
anche buona o giusta».
5.4. E poi anch’io non sono del tutto convinto: davvero
una poesia può essere solo «bella»?
6. L’affermazione «...perché non c’è nulla che non abbia
importanza e significato» mi pare diversa sostanzialmente
dalla successiva «non c’è nulla di cui non
si debba rendere conto».
6.1. La prima mi pare indicare un’apertura, un’attenzione
al mondo (magari ingenua e destinata alla
sconfitta: col tempo molte cose diverranno senza importanza
e significato o risulteranno false...).
6.2. La
seconda introduce un elemento esterno (superegoico),
al quale render conto del rapporto che si stabilisce
con le cose (il mondo).
6.3. Probabilmente in Fortini erano presenti entrambi
questi aspetti e confliggevano (con prevalenza
- concordo - del secondo). Mi chiedo però - ripeto -
quanto quella «sorta di giudizio universale» (io direi:
tarlo della Totalità), che tu gli imputi, fosse davvero
«privato».
7. Capisco che un giudizio che assaliva «ogni sua frase
e ogni suo atto, di vita e di pensiero» desse (e ti desse)
fastidio. Ma proprio perché nasceva da un individuo
che tu stesso riconosci come «generoso» e capace di
solidarietà verso le sorti degli altri, quel fastidio andrebbe
interrogato.
7.1. Dell’accanimento nel giudicare di Fortini dai
una motivazione che a me pare antilluministica: «si
riproponeva il meglio da sé e dagli altri»; aspirava o
aveva fiducia in «una perfettibilità infinita». Riecheggi
- mi pare - le antiche accuse di prometeismo e di
astratta fiducia nella natura umana mosse appunto
agli illuministi e ai marxisti in genere.
7.2. Moltissime pagine di Fortini smentiscono che egli
nutrisse tali convinzioni o possa essere della stessa
famiglia dei fautori del Progresso: s’era pur formato
su Adorno; conosceva gli effetti deleteri della dialettica
dell’illuminismo; dello stalinismo aveva criticato
ampiamente la fede nell’«uomo nuovo»; ed era stato
attento alla lezione di Timpanaro. Proprio il suo particolare
marxismo («critico», appunto) e il suo cristianesimo
(comunque pessimista) lo tenevano alla
larga da questa eccessiva fiducia nella perfezione.
7.3. Che poi sotto la lucidità amara di questi suoi
scritti perdurasse un’illusione perfezionistica residua
in contrasto con le sue dichiarazioni, si può supporre.
Ma andrebbe dimostrato. (Non era un freudiano,
certo. Usava semmai la lezione di Freud da umanista,
credo).
8. Perché non considerare che quell’«accanimento
critico che non si apre quasi mai ad un’esclamazione
libera dell’io, che appare ritroso a scoprirsi, ad esporsi
» nascesse da altro; e cioè dall’esperienza vissuta
- e poi diventata intellettualmente consapevole - dell’ingiustizia
del potere nelle nostre società?
8.1. Tieni conto della sua vicenda familiare, del suo
coinvolgimento nella guerra, delle frustrazioni continue
derivategli dalla sua partecipazione politica.
8.2. Non credo che in Fortini sia stata del tutto assente
«un’esclamazione libera dell’io». È che il suo
«io» è diverso da quello di Pasolini (di cui mi parlasti
- ricordi?- durante l’intervista che ti feci). Il suo fu
un «io» fortemente politicizzato in senso marxiano
e che sicuramente si «barricò» in una concezione
“classica” della cultura.
8.3. Si può ammettere certamente che questo «io politico
» in lui castigasse eccessivamente quello «privato
», quello - ad es. - giovanile più aperto al desiderio
di godimento e forse di confidenza [Mi avevano colpito
la schiettezza erotica della poesia La buona voglia(pag.46 di Una volta per sempre, Einaudi ’78 e anche
certe sue “divagazioni-confessioni” sui suoi interessi
per l’arte e la pittura...].
8.4. Mi pare però che «in tempi di disperazione e
disordine» sia quella sua concezione della cultura,
«obsoleta e fastidiosa», sia quel suo «io politico», ritroso
a espandersi in confidenza, abbiano dato prove
di coraggio (Penso alle sue prese di posizione su certi
avvenimenti negli «anni di piombo», che non so considerare
per la mia generazione «fatti minori»).
8.5. Perciò più che di «reticenza» a parlare di sé, a
«scoprirsi, ad esporsi» - ricordo il racconto-confessione
del suo comportamento “ottuso” nei confronti
di Elvio Fachinelli - direi che egli si è esposto fortemente
per come si era costruito: come «io politico»,
capace non solo di intelligenza ma anche di passione
(politica). Fortini a me pare uno dei pochi letterati
davvero fortemente segnato da una partecipazione
passionale alla politica (ad una certa
politica). E perciò a me pare quasi ovvio che nei
suoi diari non vi possa essere «quasi traccia di una
riflessione che non abbia note di conferma storica o
bibliografica». Nella storicità delle cose (dalla guerra
alla «cronaca minore») si “buttò” con tutto se stesso.
E fu questa con la sua brutalità che gli impedì quell’
«esclamazione libera dell’io» e rafforzò forse la sua
«concezione della cultura come dignità hominis di
tradizione umanistica». (Ma forse qui sono troppo
brechtiano).
9. Sulla “inattualità” di certi temi da lui trattati per
tutta una vita (industria culturale, ecc.), direi che la
sua lezione può apparire esaurita perché a tutto il lavoro
intellettuale è stato imposto con la «forte accelerazione
tecnologica degli ultimi decenni» un altro
contesto (che è anche di guerra!). Ma lo si può accettare?
I suoi scritti potranno apparire rozzi e superati
a quelli che a questo contesto si sono adattati. A
quelli che vi resistono, qualche suggerimento (etico
magari, più che politico) ancora lo danno.