Questo libro, curato da Emanuele Zinato, insegnante di Teoria della Letteratura all’Università di Padova, affronta il tema della crisi della critica letteraria alla luce degli scritti di Alfonso Berardinelli. Suddiviso in tre parti - un ritratto intellettuale di Berardinelli (Il critico come intruso); una lunga intervista da lui rilasciata a Zinato, che è anche un serrato confronto sui problemi della loro disciplina tra i due (uno del ’43, l’altro del ’58); e un’«antologia personale» (Carte d’identità), corredata da foto e nota biobibliografica - fornisce abbondanti dati sulla vita, le opinioni etiche, estetiche e politiche, le preferenze e le idiosincrasie del critico in questione.
Il saggio introduttivo inquadra bene personaggio e problemi. Zinato vi delinea il processo che nell’ultimo trentennio ha cancellato la figura del «critico intellettuale» lasciando il critico letterario «letteralmente senza mestiere» (p.12) [1]. E apprezza l’«autodifesa della letteratura nell’epoca della sua devitalizzazione postmoderna» (p. 43) svolta da Berardinelli, il quale, miscelando le lezioni di Elsa Morante, Pasolini ed Enzensberger, ha condotto un’assidua polemica contro il «Ceto Medio globale» (p. 17), «insieme nichilista e accomodante, privo di identità e onnivoro» (p. 24), responsabile a suo dire dell’attuale svilimento della letteratura.
L’intervista aggiunge interessanti particolari biografici al ritratto intellettuale di Berardinelli, tratteggiando un percorso a parabola: quello di uno studioso di letteratura formatosi sul Pasolini anni Cinquanta [2] , che resta diffidente di fronte al ’68 [«Per me ogni tipo di politica è sempre stata fonte d’angoscia [...] Io non sono mai riuscito ad urlare uno slogan» (p. 63).]], non aderisce a nessun «gruppo o micropartito» (p. 71), s’accosta al marxista Fortini (nel 1973 scrive una monografia su di lui); ma presto se ne ritrae [3], ritorna alle “radici” pasoliniane e, nel clima di “ritorno all’ordine” degli anni Ottanta, inizia un percorso radicalmente impolitico, giungendo ad una sommaria liquidazione di Fortini stesso [4] e al ripudio feroce del marxismo, definito nell’intervista «una deformazione caratteriale, una malattia delle ossa» (p. 59).
L’antologia, infine, esemplifica soprattutto la produzione del Berardinelli “impolitico”. Vi s’incontrano annotazioni sui suoi autori preferiti [5], considerazioni sull’arte moderna, T. Mann e G. Benn, il surrealismo, Kerouac e il pubblico della poesia. Contiene anche acri saggi polemici contro la politica e il comunismo, assieme a riflessioni di carattere più autobiografico ed esistenziale. Lo stile degli scritti è ironico, aggressivo e paradossale e la critica sociale, per la quale Berardinelli si rifà volentieri alla tradizione dei liberi pensatori del Sei Settecento, fortemente pessimistica o dichiaratamente misantropa [6].
Essendo quasi coetaneo di Berardinelli, avendo frequentato un po’ Fortini negli anni della sua vecchiaia, a partire dal 1982, e riconoscendomi in parte nell’atteggiamento inquieto, antielitario e da «intruso» di Berardinelli, ho letto questo libro oscillando tra adesioni parziali e rifiuto generale. Tre sono i punti in cui serro ora la mia riflessione.