Su Maurilio Riva e «Il sogno inverso di Tito Biamonti»
di Ennio Abate
«Lui guidava, mio padre dietro. Mi accorsi del loro arrivo per lo sgraziato clacson che, a più riprese, strombazzava mentre risalivano sorridenti l’acciottolato viottolo che dalla strada statale conduceva fin sotto le quadruple finestre dell’avita residenza.
[...] Aveva un giubbotto nero come quello in uso ai piloti d’aeroplano. L’aviatoria figurazione usciva rinvigorita dalla cuffia in cuoio con sottogola, un paio di occhialoni antivento e un berretto con la visiera. Il giaccone di cuoio - forse il medesimo che aveva vestito nella guerra partigiana - analogo a quello indossato da Marlon Brando in uno dei suoi primi selvaggi film sui centauri motociclisti. L’abbigliamento usuale ai teddy-boys dell’epoca».
«Giovanni Federico Biamonti è stato partigiano nel medesimo modo in cui è ora scrittore: tenendosi fuori dal coro.
Un po’ per scelta, un po’ per il carattere terragno delle sue origini rimane, come nella vita, ai margini della società letteraria.
Ettore illeso di una Troia inespugnata, Chisciotte lancia in resta contro i mulini di eventi rovinosi e fatali, Cyrano nella condotta morale e, suo malgrado, per una lampante stranezza fisica.
Splendido Robin Hood in strenua lotta contro dispotismo e disgusto. Impavido Odisseo, trasnavigatore di isole e fondali di mari pliocenici, percepitosi spesso nel settore sbagliato della parte giusta e quasi mai sintonizzato con il contiguo genere umano».
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