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Alda Merini e l’erotismo polimorfo del materno + Per una critica dialogante 3di Loredana Magazzeni
Testimone vivente dell’inespresso Ad Alda Merini è toccato inaspettatamente in sorte di essere una delle voci femminili più intense del Novecento e di vedersi riconosciuta in vita questa grandezza. Ciò accade raramente ai poeti e ancora più raramente alle donne poete, specie se anticonformiste e dirompenti come Alda. Oggi molti forse sorridono riferendosi a lei, ne parlano ormai come di una diva della poesia, madrina e protagonista di innumerevoli manifestazioni e ammiccano alla sua vecchiaia di poeta povera, insonne, circondata di gatti e di disordine nella sua modesta casa sul Naviglio. Ma pochi oggi sanno ancora pienamente cos’è e cos’è stata la poesia di Alda Merini, quale cammino di autocoscienza, come si diceva negli anni ’70, le ha fatto attraversare la follia senza tradire, anzi potenziando l’alta poesia che la contraddistingue. Alda Merini non è stata una studiosa, una accademica in senso stretto. Ha compiuto pochi studi regolari, si è diplomata come stenodattilografa, in compenso ha avuto alle spalle una famiglia che l’ha sempre incoraggiata a leggere, ad amare la letteratura e la poesia, come lei stessa ricorda in Reato di vita1, libro paradigmatico che assembla scritti autobiografici e interviste amorevolmente raccolte da Luisella Veroli, studiosa di matristica, archeologa e autrice di prima di eva, viaggio alle origini dell’eros, pubblicato dall’Associazione Melusine di Milano. A sedici anni viene scoperta da Giacinto Spagnoletti che riconosce la grandezza dei suoi versi. La prima raccolta, La presenza di Orfeo, è del 1953. Salvatore Quasimodo e Maria Corti, oltre allo stesso Spagnoletti, la includono in tre importanti antologie di poesia degli anni ‘50 e ‘80: Poesia italiana contemporanea, Poesia italiana del dopoguerra e Viaggio nel ‘900. Dagli anni Sessanta agli anni Ottanta si aprono per Alda Merini i cosiddetti “anni dell’inferno psichiatrico”, che ripercorrerà in tutte le opere successive e che conferiscono un’impronta definitiva alla sua poetica, anni che rievoca in libri come Vuoto d’amore, La terra santa, Testamento e in scritti autobiografici come il già citato Reato di vita o ne L’altra verità. Diario di una diversa. Cammino pulsionale spirituale Per i critici è molto difficile tentare una catalogazione esauriente dell’intera opera poetica di Alda Merini che è enorme e annovera ancora moltissimi inediti, raccolti in parte nel Fondo Manoscritti di Pavia ad opera di Maria Corti, oltre a una miriade di testi sparsi e varianti d’autore regalate ad amici e conoscenti. Per quanto riguarda più espressamente le tematiche, si è tentati di avvicinare la scrittura profondamente autobiografica e passionale, quasi pulsionale di Alda Merini, alla poesia confessional di matrice anglosassone, riconoscervi una parentela con scrittrici come Sylvia Plath o Anne Sexton, a loro volta eredi di grandi universi di poesia emozionale e dell’esperienza disegnati a cavallo fra ‘800 e ‘900 da Emily Dickinson, Emily Bronte o Elisabeth Barret Browning. In particolare Sylvia Plath e Anne Sexton hanno avuto in comune con Merini l’esperienza della sofferenza mentale e del rapporto con il manicomio. Ma, a differenza da loro, Alda Merini non è stata toccata dal tema del suicidio. La sua resurrezione, di cui parla più volte, passa per la Gerico manicomiale, attraversa la terra santa del ricovero, ma riesce a superarli per dirsi, per divenire racconto, mentre le due americane vi precipitano dentro, portandosi dietro un universo allucinatorio di bellezza infinita ma senza salvezza. Forse il cammino cosiddetto confessional di Alda Merini ha radici intuitive, radici di sapienza interiore che avvicinano la sua ricerca a una matrice evangelica, forse dovuta a un’influenza familiare, che le ha permesso di trovare sostegno e linfa nel divenire racconto, confessione, sulla traccia delle Confessioni di Sant’Agostino o delle invocazioni di Giovanni della Croce. Oppure, è più giusto dire che c’è, nella poetica confessional di molte donne poete, qualcosa che le accomuna alla mistica, quella traccia erotica di un dolore di partenza, di fondo, che permea tutta la vita e la scrittura come la traccia di una assenza mai colmata e che attraversa sia la scrittura di Alda Merini sia quella delle due poetesse americane. La condizione tragica del ‘900 Scrive la filosofa spagnola Marìa Zambrano in La confessione come genere letterario, che esiste una condizione tragica, che è poi quella del Novecento, in cui agiscono “ uomini che hanno più contatto profondo con la realtà hanno perso il centro interiore”. “La Confessione sembra essere un metodo” per non annichilire e disperdersi, ma conseguire uno “stato quasi di invulnerabilità”, uno stato che, scrive la filosofa, “ha a che vedere con l’unità pura, con il centro interiore”. Tutta la poesia di Alda Merini è alla ricerca di questa unità interiore invulnerabile, condizione sentita come postuma, la quotidiana essendo frantumazione, dualismo e dispersione di sé. E’ l’amore, per Alda, a realizzare questa conciliazione degli opposti, proprio come postula la Zambrano quando afferma essere l’amore “l’intermediario tra vita sensibile e contemplazione del vero”, mentre la natura della nostra vita è “dispersività, passività e passionalità” e la verità non può avere la meglio sulla vita se non “innamorandola”, rendendola “resa senza rancore”. Solo nell’amore “le viscere dolenti e rancorose finiscono per diventare di qualcuno”. Nella condizione dell’amore e nella mistica “Essa (l’anima) desidera riunirsi ad un qualcosa che ha la sua stessa natura; è come se non fosse nata intera, come se cercasse quel che le manca e che, non ritrovato, le nega ogni analogia nel mondo stesso in cui cerca”. E ancora: “La condizione del mistico è una condizione di solitudine che anima “il suo smisurato amore per il tutto”. Il mistico fa il vuoto dentro di sé “affinché in questo deserto, in questo vuoto, venga ad abitare un altro”. In lui “vive una voracità”, voracità che, trasposta sul piano umano, è amore, fame irresistibile di esistere, di avere “presenza e figura”. Chi ha consuetudine con il lessico di Alda Merini sa quante volte vi ricorrano termini come fuoco, viscere, voracità, amore, corpo, anima, dismisura, frattura. Come Giobbe, citato dalla Zambrano, “è un viscere che grida dal suo deserto”, così per Alda Merini “Gli inguini sono la forza dell’anima” e i paralleli che lei disegna fra cammino di salvezza attraverso il manicomio e cammino di salvezza attraverso l’amore vedono nei riferimenti alla passione e alla terra santa la metafora principe della sua scrittura. L’attraversamento della follia va nella direzione del riconoscimento del sacro nel corpo addolorato, colpito, ferito, corpo santificato perché unico suggello al ricongiungimento fra le parti frantumate e divise attraverso la mediazione del linguaggio. Anche la nuzialità, le nozze reiterate e ripercorse, i congiungimenti dolorosi o irraggiungibili con gli amanti sono per Alda Merini metafora del ricongiungimento mistico con l’Assente, con l’altro da sé e dentro sé. E infatti scrive: “basta un sorriso o un’assenza e/ la mia mente concepisce un amore”. E mentre il manicomio è il monte Sinai, la terra promessa da attraversare, la sua religione è la follia, un cammino mariano e misterico, un mistero doloroso, verso il ricongiungimento con la parte di sé che si è persa. La madre, in molte poesie e nell’autobiografia Reato di vita è il luogo originario della gioia, l’alba di un destino di viandanza. Il destino della poeta Merini è di incontrare, toccare e riconoscere con le parole i simili, i mèntori e infine la propria madre. La sua poesia è per questo popolata di nomi e presenze vive. L’attraversamento del buio si fa così comunione e pietà verso gli inermi, coloro che condividono il suo destino di dolore e dentro i quali alberga la vera sapienza. Che il cammino verso la sapienza sia tortuoso e ambivalente è testimoniato da una figura ricorrente che è quella del gobbo, un essere rozzo e deforme che è minaccioso ma anche facilitatore di “metamorfosi e passaggi”: “Ma viene a volte un gobbo sfaccendato/ un simbolo presago di allegrezza/ che ha il dono di una strana profezia/ e perché vada incontro a una promessa/ lui mi traghetta sulle proprie spalle”(Testamento, Crocetti, pag.16). Il dissidio fra corpo e anima Il dissidio fra corpo e anima, che pure è il tema conduttore di molti suoi testi poetici, vede lo scontro tra il corpo come prigione, “ludibrio grigio/ con le tue scarlatte voglie” e l’anima “circonflessa, circonfusa e incapace”. La psichiatria è la madre-matrigna, quella che fa funzionare la “macchina del binomio anima-corpo”, mentre la parola, la poesia è l’unica madre vera, il porto verso cui tornare. E mentre Alda Merini vede rotolare, con una delle sue forti immagini metaforiche, le teste degli psichiatri come palline da bigliardo, la mente le appare un passero libero ma tremante e il poeta un insetto che la poesia può schiacciare da un momento all’altro con la sua possanza. In questo dualismo, e nel potere taumaturgico assegnato alla parola, è stato visto l’orfismo di Alda Merini, la sua capacità tragica alla Dostoevskij e alla Baudelaire di affermare un “sentire-sapere della soglia”, di possedere quello sguardo per cui ardono “Gli occhi del mio amato che porto disegnati nelle mie viscere”, come scrive San Giovanni della Croce. Il mito di Orfeo rispecchia la metafora dell’anima che va a cercare il corpo. Alda Merini stessa parla di una schizofrenìa: “L’anima è andata da una parte, il corpo dall’altra. Allora l’amore è il processo simbolico che va a riunire il dualismo corpo-anima e il sogno d’amore crea così una seconda realtà, una realtà vera a livello di linguaggio:” Il sogno bisogna renderlo parola e allora nasce la poesia”. L’ossessione d’amore, come la chiama spesso Alda Merini, diventa “nutrimento terrestre”, ricerca di fede nella bellezza, energia che è, secondo le sue stesse parole un fuoco, uno zolfo per cui “tutte le parole buttate per aria si riuniscono e diventano un verbo unico, un’unica spiegazione letteraria possibile”. E ancora “Ecco perché la passione incendia. Il fuoco che brucia le scorie porta alla purezza e ne fa in un attimo il risultato di una grande folgorazione di conoscenza. Di qui i profeti e, in tono minore, gli scrittori.” Orfeo è Alda stessa: “io sono la vera cetra/ che ti colpisce nel petto/ e ti dà larga resa”. La follia è stata il lievito che ha fatto gonfiare il linguaggio fino a un livello due, un livello che supera il linguaggio della cultura, quel linguaggio che è pura “masticazione culturale”, mentre il linguaggio della poesia è “pane, nutrimento celeste”. Ma all’opposto della visione crociana della poesia, essa non è, per Alda Merini, nutrimento individuale ma qualcosa che assomiglia al “Duomo di Milano”, cioè una costruzione complessa dovuta al lavoro silenzioso e nascosto di mille mani, mille destini individuali: “la Poesia è fatta pietra su pietra, è un edificio vero e proprio”. La follia e l’esperienza del manicomio sono state il percorso di conoscenza che hanno nutrito la poesia. Il manicomio in particolare è stato, scrive Alda Merini, come la sabbia che, se entra nelle valve di un’ostrica, genera perle. E’ stato anche un “formidabile e privilegiato punto di osservazione”, un evento che ha conferito alla vita una specie di santificazione e di profondità abissale, punto di vista sul mondo e dentro di sé che l’ha salvata dall’annichilimento “con la capacità dello stupore”. D’altra parte il dolore è quasi sempre alla base del suo fare poesia e lei stessa scrive .”Non c’è nessun poeta che possa scegliere, di per sé, di stare bene”. L’interpretazione psicanalitica Alda Merini ha spesso utilizzato le chiavi interpretative della psichiatria e in particolare dell’analisi junghiana per spiegare la genesi e gli esiti del suo fare arte. In particolare fa suoi termini come scissione, schizofrenia, ossessione, erotismo, anima. E’ profondamente convinta dell’importanza dei primi anni della vita nella costruzione dell’identità e, quando parla della sua infanzia, si riferisce ad un periodo mitico e portentoso. E’ molto interessante notare quello che scrive a proposito: “La nascita è l’evento migliore della nostra vita. Nel corpo naturale dell’essere c’è tutto lo svolgimento di ciò che egli sarà domani, degli amori che incontrerà, dei sudori, dei suoi personali cinismi, fino alla sua morte.[...] L’infanzia è il periodo più gioioso della vita, un periodo siderale.. Certamente il bambino non è responsabile dei suoi “ragionamenti d’amore”, ma è senz’altro un portentoso concentrato d’amore, un amore che accolto, educato, articolato dalla madre, diventa appetito di conoscenza”. Questa affermazione di Alda Merini è di grande attualità perché proprio gli studi più recenti di una nuova branca della psichiatria, chiamata metapsichiatria, concentrano la loro attenzione nella sessualità infantile polimorfa, sessualità che viene conservata dall’individuo per tutta la vita e che lo aiuta a strutturarsi in individuo intero e sessuato. Questa sessualità “di tutto l’essere” è appunto, dice la metapsichiatria, alla base della conoscenza. Forse è proprio questa sessualità infantile polimorfa e totalizzante quella che spinge Alda Merini e molte donne-poete a cercare nel linguaggio quel ricongiungimento con un corpo inizialmente materno che mira a superare la frammentazione e il dolore e a ritrovare l’interezza perduta. Per una critica dialogante 3 Ennio Abate, Alcune osservazioni sul testo di Loredana Magazzeni Il testo di Loredana Magazzeni mi spinge alle obiezioni qui rapidamente sintetizzate: a) Anche se può parere atto inopportuno, astioso o dettato da incomprensione verso lettori e lettrici che stabiliscono con dei testi poetici un rapporto emotivo, mi pare giusto sollevare la questione tra successo letterario di un autore o di un’autrice (nel caso quello tardivo di Alda Merini) e condizioni culturali e politiche che l’hanno agevolato: e valutarne anche l’effetto distorcente sulla comprensione della sua opera. Non si può sorvolare, infatti, che, in misura ridotta rispetto a calciatori, attori del cinema, firme giornalistiche, esiste in piccolo un divismo anche dei poeti e delle poetesse, un culto che è prodotto di corporazione e poco ha a che vedere con una seria conoscenza delle loro opere. Non vorrei che le femministe serie sorvolassero sugli aspetti negativi del fenomeno solo perché Alda Merini è stata accolta nel simbolico massmediale e da cenerentola è diventata principessa, risarcendo il dannoso silenzio su tante poetesse viventi o defunte; b) «Resurrezione», «Gerico manicomiale», «terra santa del ricovero» sono metafore di matrice biblica con cui la Merini esprime la sua esperienza del manicomio. E capisco che una poetessa, cresciuta nell’immaginario cattolico, possa ricorrervi spontaneamente. Ma l’uso di richiami religiosi e biblici, nobilitati da una secolare tradizione, non rischia di infiorare le catene della sofferenza psichica e quel luogo orribile che è stato ed è il manicomio? Posso anche riconoscere che, attingendo al serbatoio della sua educazione cattolica, la Merini abbia trovato un aiuto per non soccombere al dolore mentale e alla violenza manicomiale. Ma solo parziale. Insomma la poesia e la religione sono solo in minima parte terapeutiche. Accentuare questo aspetto porta autori e lettori fuori strada nel tentativo ricorrente (forse vano, ma utile) di chiedersi: cos’è la poesia? da dove nasce? Loredana scrive in un punto Come Giobbe, citato dalla Zambrano, “è un viscere che grida dal suo deserto”, così per Alda Merini “Gli inguini sono la forza dell’anima” e i paralleli che lei disegna fra cammino di salvezza attraverso il manicomio e cammino di salvezza attraverso l’amore vedono nei riferimenti alla passione e alla terra santa la metafora principe della sua scrittura». Non posso fare a meno di notare l’ambiguità di queste affermazioni (quella della Merini in particolare) che sono paradossali per il senso comune cattolico, ma che sostituiscono per me con un cortocircuito verbale l’oscillazione cattolica fra materialismo e idealismo (sotterranea e irrisolta, anche perché mantenuta dalla dottrina della chiesa nell’oscurità del piano interiore (dei desideri inconsci) e continua a creare - senza che mai si capisca bene come e perché - vite di “santi” e vite di “demoni”. Che la «salvezza» possa avvenire sia attraverso il manicomio che attraverso l’amore (più in generale sia attraverso il Male che il Bene) sposta il discorso umano sul piano del Mistero. Diffido di questo spostamento. Non per orgoglio luciferino, non perché affermi che di misteri non abbondi la vita umana, ma semplicemente perché i gestori istituzionali e secolari del Mistero (chiesa cattolica innanzitutto) se ne servono per dar copertura alle varie forme di «manicomio» proliferanti nel pianeta. Essi con un discorso pseudoreligioso sul Mistero (Cfr. anche intervista a Michele Ranchetti), altri con un discorso pseudoscientifico sull’Oggettività non fanno che confermare il dominio di parti dell’umanità “sane”, “normali” sulle altre “matte”, “anormali”, “devianti”. In un altro passo insiste ancora: «L’attraversamento della follia va nella direzione del riconoscimento del sacro nel corpo addolorato, colpito, ferito, corpo santificato perché unico suggello al ricongiungimento fra le parti frantumate e divise attraverso la mediazione del linguaggio». Ma perché il sacro dovrebbe coincidere in particolare col dolore del corpo e non con la gioia o il piacere? E cosa comporta una santificazione del corpo «colpito, ferito»? E in un altro ancora: «Il manicomio in particolare è stato, scrive Alda Merini, come la sabbia che, se entra nelle valve di un’ostrica, genera perle. E’ stato anche un “formidabile e privilegiato punto di osservazione”, un evento che ha conferito alla vita una specie di santificazione e di profondità abissale, punto di vista sul mondo e dentro di sé che l’ha salvata dall’annichilimento “con la capacità dello stupore”. D’altra parte il dolore è quasi sempre alla base del suo fare poesia e lei stessa scrive .”Non c’è nessun poeta che possa scegliere, di per sé, di stare bene”». Mi chiedo: è il manicomio che crea la perla Merini? che è un punto di osservazione privilegiato? che santifica e permette di guardare gli Abissi? è il dolore la base della poesia? E non posso che ricordarmi di Adorno, che contro l’equiparazione romantica di genio e follia diceva che la poesia non è mai frutto della follia ma della resistenza del poeta alla follia. Si è tanto spesso discusso se la forza poetica di Leopardi derivasse dalla sua gobba o dalla sua infelice esperienza personale di malaticcio, solitario e senza donne. Lui lo escludeva contro il cattolico Tommaseo. I critici più seri hanno dimostrato a sufficienza che quel determinismo non c’è. E io penso che la Merini si sbagli di grosso nell’indicare la causa della sua poesia nella sua esperienza manicomiale. c) Nel suo testo Loredana collega le considerazioni mistiche della Zambrano alla «condizione tragica» del Novecento. Conosco ben poco la Zambrano. Mi pare però di poter obiettare che in lei la storia del Novecento perda le sue particolarità e si confonda con un Male oggetto secolare di meditazione da parte di una tradizione filosofica che può risalire fino a Platone e che prescinde dagli eventi di questo o quel secolo, di questa o quella civiltà, fondandosi su un contrasto assoluto e originario di Male/Bene, anima/corpo, Cielo/Terra. Da riconciliare secondo alcuni. Inconciliabile per altri. E la poesia della Merini, in particolare, mi pare iscriversi in pieno in questa tradizione. d) «La follia è stata il lievito che ha fatto gonfiare il linguaggio fino a un livello due, un livello che supera il linguaggio della cultura, quel linguaggio che è pura “masticazione culturale”, mentre il linguaggio della poesia è “pane, nutrimento celeste”»? Ovvia per Merini questa riduzione del linguaggio della cultura a ruminazione. Ma quanta sottovalutazione del linguaggio come comunicazione sociale! e) Sul rapporto letteratura e psicoanalisi. Non mi convince il modo come Merini utilizza «le chiavi interpretative della psichiatria e in particolare dell’analisi junghiana per spiegare la genesi e gli esiti del suo fare arte». Anche uno psicanalista a lungo junghiano come Vincenzo Loriga, che ho conosciuto, distingueva nettamente la ricerca psicanalitica dalla ricerca letteraria. Pur attigendo entrambe all’inconscio, portano - potrei dire - quell’acqua a mulini diversi e vengono fuori cose diverse. La letteratura, la poesia si servono di quell’acqua per impastare in modi tutti propri la farina del linguaggio, che ha una sua storia, dei suoi codici, delle sue regole da rispettare e trasgredire, ecc. L’acqua della psicanalisi (magari i sogni fatti in analisi) può anche mescolarsi con l’altra attinta dal letterato, dal poeta (e perché no dallo scienziato, dal politico, ecc.), ma poi finisce pur essa nella farina del linguaggio. È insomma una delle tante materie prime ( con la storia, le scienze, magari la musica, ecc.) che entrano nell’impasto. Quando un poeta espone idee psicanalitiche, come fa qui sopra la Merini, o ci parla del fanciullino che è in noi tutti, come faceva Pascoli, tace su tante altre cose. Ad es. non si capisce perché quel fanciullino dovette aspettare che il suo padrone che lo portava in sé diventasse un letterato esperto prima di farlo scorazzare nei suoi versi. Oppure, come nel caso della Merini, che peso ebbero i contatti o gli incoraggiamenti di Spagnoletti. E forse tante altre cose che, se fossi un suo biografo, andrei attentamente a spulciare (collegandoli ai suoi testi). Comunque, il discorso dei rapporti tra psicanalisi e letteratura è stato macinato da un secolo ed è interessantissimo. Di recente in un numero del 5 febbraio 2005 di Alias (supplemento de il manifesto) è uscita una interessante intervista a Mario Lavagetto, uno degli studiosi più attenti alla questione e che ha curato una monumentale edizione critica di Italo Svevo. Mi pare che dica cose utilissime (anche alla Merini, se lo leggesse). martedì 31 maggio 2005. versione stampabile
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