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10.2.09 Sandro Mezzadra su Marxhttp://www.centroriformastato.it/crs/Testi/interviste/Marx/mezzadra Teoria della moltitudine e studi postcoloniali. Nel momento stesso in cui il capitalismo contemporaneo sembra presentare una sorta di “esposizione universale”, per riprendere un’immagine proposta proprio da Paolo Virno, delle forme di lavoro che hanno contraddistinto l’intero arco storico dello sviluppo capitalistico, pensare radicalmente, in positivo, l’eterogeneità delle lotte come elemento materiale di produzione di una nuova democrazia è una bella sfida per ripensare l’attualità di Marx oggi. Da questo punto di vista gli studi postcoloniali offrono un altro punto di vista sul dibattito che si svolge in un altro ambito, quello postoperaista, sulla moltitudine. Il caso dell’India: eterogeneità dei movimenti contro “centralità operaia”. Le lotte sociali che si svolgono in India, per fare un esempio, sono la rappresentazione di questa eterogeneità della composizione della moltitudine: sono lotte contadine, operaie, delle popolazioni “tribali”, dei senza casta, lotte estremamente radicali portate avanti da donne e femministe... Tracciare una mappa delle lotte sociali più significative della realtà indiana di pone di fronte, come dicevo, a una pluralità di insorgenze parziali che mette in discussione ogni possibilità di ricomposizione attorno ad una centralità: è un bel rompicapo per il pensiero critico, ma anche una sfida che occorre raccogliere. In India, come nel Sud est asiatico, dove si è registrato negli ultimi decenni un impetuoso sviluppo capitalistico accompagnato da lotte operaie e sociali molto intense, non è in formazione una classe operaia fordista egemone, ma esiste un’eterogeneità sociale in movimento. È su questa radicale eterogeneità che si esercita oggi lo sfruttamento, e gli studi postcoloniali ci offrono degli strumenti, parziali indubbiamente ma non privi di efficacia, per descrivere criticamente questa situazione, in cui sembra tramontare ogni “centralità”. Il movimento tipicamente operaista che prevedeva un passaggio “lineare” dalla classe al movimento operaio è inadeguato in questo contesto, o per lo meno deve essere continuamente riqualificato. Anche l’assunzione della centralità del lavoro immateriale e cognitivo che caratterizza molte analisi del concetto di moltitudine in Occidente, alla luce degli studi postcoloniali deve essere continuamente problematizzata: alla discussione sulla moltitudine, questi studi consegnano come problema politico fondamentale proprio lo scarto, elaborato in molti casi come dicevo dall’interno della concettualità marxiana, tra omogeneità del tempo e dello spazio del capitale ed eterogeneità della composizione sociale sul cui sfruttamento la valorizzazione del capitale stesso si fonda. Il concetto di ‘moltitudine’ serve a capire l’eterogeneità delle lotte odierne. Il concetto di moltitudine, inteso come insieme di singolarità che rifiutano di annullarsi nel processo di costituzione del collettivo, può tornare utile per comprendere e articolare politicamente l’eterogeneità di queste lotte. Il rapporto tra queste singolarità, che acquistano la propria connotazione politica nella contingenza della loro collocazione sociale parziale, e il comune, cioè quella dimensione da costruire come orizzonte di comunicazione e di cooperazione tra le diverse lotte, può essere indicato da un concetto marxiano che io trovo straordinariamente attuale: l’«individuo empiricamente universale», ovvero la singolarità che ha come propria condizione materiale di esistenza e di azione l’universale, l’individuo la cui esperienza empirica ha come sfondo il mondo nel suo complesso. Gli studi postcoloniali, in fondo, ci invitano proprio a lavorare alla definizione di un nuovo concetto di «mondo». [A cura di E.A.] martedì 10 febbraio 2009. versione stampabile
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