Oliva Guaraldo, Judith Butler e la critica della violenza etica
da RECENSIONI FILOSOFICHE
n.23 - novembre 2007
Butler, Judith, Critica della violenza etica.
Trad. it. di Federico Rahola, Milano, Feltrinelli, 2006, pp. 180, € 18,00, ISBN 8807103966.
[Ed. or.: Giving an Account of Oneself, Fordham University Press, New York 2005]
Critica della violenza etica è forse il lavoro filosoficamente più impegnativo - e interessante - di Judith Butler negli ultimi anni. Si tratta di una complessa riflessione - a partire da Adorno, Foucault, Cavarero, Lévinas e Laplanche - sullo statuto etico e ontologico del soggetto postmoderno. [...] Il titolo inglese del libro è Giving an Account of Oneself, che in italiano potrebbe essere tradotto con ‘dar conto di sé’, nel duplice senso di raccontare di sé e di rendere conto, di narrarsi e di giustificarsi [...] Butler non è sola nel sostenere, ormai da tempo, che il soggetto autocentrato e sovrano è un emblema - fittizio - del passato, di quella modernità che è stata liquidata dai fatti e dalle teorie del Novecento. [E la sua sfida] è in primo luogo quella di smascherare i tentativi restaurativi di un soggetto forte, postulato come ‘pienamente umano’, che si declina politicamente in un ‘noi’ ferito e legittimato alla vendetta, a sua volta giustificata dalla disumanizzazione dell’altro.[...] Compito della sua Critica è proporre un nuovo paradigma dell’umano, o meglio, criticare l’idea che l’umano sia pensabile e codificabile una volta per tutte [...] Sulla scorta delle riflessioni morali dell’ultimo Adorno e delle indagini sulla ‘cura di sé’ dell’ultimo Foucault, Butler giunge a sostenere che umano e inumano vanno pensati assieme, in tutta la loro inestricabile interdipendenza.
L’umano risiederebbe quindi nell’ininterrotto costituirsi e destituirsi del soggetto, nel prender coscienza della sua vulnerabilità, dipendenza, relazionalità. [...] Dar conto di sé è perciò possibile solo nella forma dell’interruzione, della dislocazione del sé parlante dal piedistallo di un monologo autocentrato: dar conto di sé significa prendere parte ad una scena interlocutoria dove l’altro mi convoca, mi chiama in causa, mi interpella, mi fa, in altre parole, esistere in virtù di questa convocazione. Dar conto di sé significa infine prendere coscienza dell’impossibilità di una autorialità e di una consequenzialità narrative, decentrare il racconto in prima persona [...]non attraverso un atto volontaristico, bensì proprio in virtù di una struttura interlocutoria che ci chiama ad essere. Senza l’appello di altri [...] restiamo muti ed invisibili. Relazionalità quindi non significa semplicemente celebrazione dell’apertura all’altro, impegno etico verso chi mi sta di fronte: essa ha invece a che fare con la vivibilità. Al di fuori della scena interlocutoria in cui sono chiamata in causa, in cui entro a fare parte di un regime di verità e di realtà - in cui, direbbe Foucault, mi costituisco come soggetto, pagando un certo prezzo - non c’è riparo individuale. Dalla relazionalità interlocutoria dipendo per esistere. Prendere atto di questa totale dipendenza dalla convocazione altrui significa anche, per Butler, fare il contropelo a quel discorso pubblico che disumanizza i propri ‘nemici’, iperumanizzando le proprie vittime.
La violenza etica di cui Butler intraprende la critica coincide con l’imposizione di una norma morale come se essa fosse naturale, condivisa, collettivamente accettata, come se ciascun individuo, sovranamente e razionalmente potesse decidere di ‘dar conto di sé’ affidandosi ai principi morali di una società. Sappiamo bene - e Butler in quanto attivista queer [omosessuale], lo sa ancora meglio - quanto la presupposizione di un ethos collettivo e condiviso nasconda invece la violenza dell’imposizione normativa, la repressione di ciò che non si conforma all’apparenza collettiva. L’ethos collettivo (afferma Butler sulla scorta di Adorno) diviene violento nel momento in cui non è più universalmente condiviso e ogni volta che ignora le condizioni sociali esistenti. Ma ben oltre una critica della società repressiva di francofortese memoria, ciò che Butler auspica è una critica sociale che non può non comprendere anche una critica del soggetto. Di come, in altre parole, viene pensato, strutturato, reso intelligibile l’io. Le forme della soggettivazione, foucaultianamente intese, non possono però essere analizzate solo nella loro dimensione genealogica o storico-strutturale, ma devono essere declinate anche secondo una prospettiva ontologica relazionale, che prenda in considerazione come le norme che precedono la mia soggettivazione siano sempre mediate da una relazione umana. Io apprendo le norme da altri, e vengo interpellata, convocata, fatta esistere da questi altri che mi introducono alle norme. C’è una dimensione relazionale, intersoggettiva che presiede ai processi di soggettivazione e che occorre vedere sotto luce nuova.[...] La sua sfida è proprio quella di contrastare, filosoficamente, il pregiudizio secondo cui al fine di attribuire responsabilità in ambito etico sia necessario postulare un sé autonomo, razionale, in ‘possesso di sé’. L’assenza di ‘possesso di sé’, afferma Butler, non significa nichilismo morale, né tantomeno infondatezza dell’etica. Tutt’altro [...]: proprio la critica alla nozione di un sé sovrano è forse l’unico modo rimasto per fondare l’etica. L’altro, sia in qualità di mediatore di norme, sia come elemento di espropriazione della mia ‘autoaffezione’, mi costituisce, mi consegna ad una esteriorità che impedisce al sé di essere trasparente a sé stesso[...] Lo scopo della complessa operazione critica e decostruttiva che Butler intraprende in questo testo [è quello di] contestare egemonia e naturalità di un ethos collettivo fondato sulla padronanza di sé, sulla coerenza, sulla reciprocità violenta moralmente ammessa [...]. Il lavoro su di sé - portato rivoluzionario della pratica femminista degli anni ’70 - comporta sempre il contemporaneo lavoro su un regime impersonale di intelligibilità e rappresentabilità politica. Il lavoro su di sé, (sulla propria ‘differenza’, che non è mai però indicibile unicità) quindi, acquisisce automaticamente una dimensione impersonale, che potremmo spingerci a definire collettiva. [...] È come se Butler continuasse a dirci: prendiamo consapevolezza dell’impossibilità di una escatologia secolare, di una liberazione finale dalla discriminazione, dall’oppressione, dallo sfruttamento, ma non smettiamo di contestare la violenza che si annida in ogni ‘regime di verità’ che si pretende esclusivo.
Si tratta, a mio avviso, dell’elaborazione di un’etica ‘tragica’, che rimane consapevole delle ambivalenze costitutive del sé e del mondo, e che si ‘limita’ al riconoscimento che non può esserci altro modo di vivere se non quello, preconizzato da Marìa Zambrano, del ‘conoscere patendo’, del collocarsi in una frattura costitutiva del sé (la sua opacità a se stesso) senza però rinunciare alla contestazione, alla trasformazione, sempre provvisoria ma non per questo inefficace. Il ‘prezzo’ da pagare in quest’etica tragica è quello dell’inattingibilità di un prodotto finale, di un controllo su di sé, di una trasparenza a se stessi, di un ‘ordine nuovo’ stabilito una volta per tutte. [...] È ciò che rende pensabile - e forse praticabile - un agire politico non violento. In forza della mia ‘non libertà’, sempre paradossalmente agita in relazione ad altri - nelle forme della dipendenza, della convocazione, dello spossessamento - sono in grado di accogliere la ‘non libertà’ altrui, la sua dipendenza da me, la mia responsabilità verso la sua sofferenza.
“La violenza non è né una giusta punizione che subiamo, né una giusta vendetta per ciò che abbiamo subito. Al contrario, attesta una vulnerabilità fisica di cui non possiamo sbarazzarci e che non possiamo risolvere una volta per tutte nel nome del soggetto, ma che può offrirci l’opportunità di comprendere come nessuno di noi sia totalmente delimitato, assolutamente separato, e come si sia invece tutti costitutivamente, epidermicamente, affidati gli uni agli altri, nelle mani gli uni degli altri, alla mercé gli uni degli altri” (p. 136).
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Judith Butler insegna alla University of California, a Berkeley, presso il Dipartimento di Letteratura comparata. È autrice di numerosi volumi di filosofia e teoria femminista, tradotti in molte lingue. In italiano sono stati pubblicati i seguenti volumi: Corpi che contano (1996), La rivendicazione di Antigone (2000), Vite precarie (2004), Scambi di genere (2004), La vita psichica del potere (2005), La disfatta del genere (2006).
[a cura di E.A]