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10.2.09 Bucci su Simone Weilhttp://duemilaragioni.myblog.it/archive/2009/02/09/tonino-bucci-simone-weil-una-figura-di-confine.html#more09/02/2009 Bucci, Simone Weil una figura di confine da LIBERAZIONE 5 febbraio 2009 Si è molto discusso sulle ragioni che indussero Simone Weil ad abbandonare l’impegno sindacale e il rapporto teorico col marxismo. Di solito si è voluto vedere nell’impatto con il lavoro di fabbrica a cui personalmente si sottopose la causa del crollo di illusioni "giovanili" come se l’atteggiamento passivo osservato negli operai avesse bruscamente mandato a monte l’ingenua aspettativa di una rivoluzione imminente in Europa. Non fu proprio così, anche se difficilmente si può sottovalutare il trauma subìto nel periodo di lavoro alla pressa. Il bilancio è fallimentare, lo dimostrano le parole scritte in presa diretta dalla stessa Simone Weil in una lettera indirizzata a un’amica che vale la pena riportare per esteso. «Per me, personalmente, lavorare in fabbrica ha voluto anche dire che tutte le ragioni esteriori (che prima credevo interiori), sulle quali poggiava a mio parere il sentimento della mia dignità, il rispetto di me stessa, sono state infrante radicalmente in due o tre settimane sotto i colpi di una costrizione brutale e quotidiana. E non penso che abbia provocato in me movimenti di rivolta. No, al contrario ha provocato ciò che meno mi sarei aspettata da me - la docilità. Una docilità da bestia da soma rassegnata. Mi sembrava di esser nata per aspettare, per ricevere, per eseguire ordini». In queste parole c’è non tanto lo smacco di giovanili ardori dovuto al primo contatto con una realtà che non dovrebbe risultare del tutto sconosciuta a una filosofa-sindacalista, già erudita sull’esistenza dello sfruttamento del lavoro, quanto la crisi della convinzione che dallo sfruttamento si possa uscire con la politica e l’organizzazione. L’esperienza della fabbrica non rivela nulla di nuovo a Weil, anzi le riconferma l’urgenza del tema principale della sua filosofia che è la sofferenza umana in questo mondo e il desiderio di libertà. La novità semmai è che mentre fino a questo momento la società sembra il luogo dove cercare la chiave di soluzione alla sofferenza del lavoratore, ora i meccanismi sociali - della moderna società di massa - assumono un profilo minaccioso, repressivo, autoritario dal quale l’essere umano non può attendersi alcuna salvezza. Insomma, non è la brutalità del lavoro di fabbrica a spiazzare Simone Weil, ma la scoperta che non esiste automatismo fra quella brutalità e la formazione di un impulso di ribellione da parte degli operai o, detto in termini canonici, di una coscienza di classe rivoluzionaria. L’aspettativa sino a questo momento riposta nella politica - come azione organizzata di una classe che prende coscienza di uno sfruttamento oggettivo - lascia il posto a una sfiducia nella politica, alla percezione di una crisi epocale della modernità. L’approdo al misticismo forse è già inscritto nei toni cupi della riflessione di Weil sul proprio tempo. [A cura di E.A.] martedì 10 febbraio 2009. versione stampabile
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