«Traducendo Brecht» riletta nel 2010 con in mente i fatti di Rosarno
di Ennio Abate
In questi giorni ho scritto una «Cartolina dall’inferno» (Cfr. in questa stessa rubrica APPUNTI DI CORSA) sui fatti di Rosarno e l’ho spedita ad alcuni siti e redazioni di giornali. Qualcuno l’ha ripresa e commentata. Sul blog de LA PAROLA E LO SPIRITO Caterina (che non conosco)ha tirato in ballo il dimenticato Fortini, che ostinato sul tema realtà/verità/parola s’è speso una intera vita e ha riproposto una sua poesia:
Traducendo Brecht
Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.
Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.
Ma Fortini- si dirà - è ormai “Novecento”! E i lettori/scrittori d’oggi passeranno in fretta ad altro.
Oppure, di «Traducendo Brecht», segneranno sul loro taccuino al massimo l’ultimo verso: «La poesia/ non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi». Che è ottima citazione per tranquillizzarsi e per autoassolversi: essi, appunto, già scrivono; e, di questi tempi, scrivere è già tanto; che altro vuoi fare?
Quella poesia di Fortini è davvero di altri tempi: 1959-1961 per essere precisi. E l’ultimo Fortini (per me il più tragico e attuale) forse non condivideva neppure più quel suo orgoglioso e solitario «scrivi». In «Composita solvantur» del 1994 si leggono, ad esempio, questi amari distici: «Potrei sotto il capo dei corpi riversi/posare un mio fitto volume di versi?//Non credo. Cessiamo la mesta ironia/ Mettiamo una maglia, che il sole va via.»). Vorrei, tuttavia, contrastare un effetto placebo di «Traducendo Brecht».
In questa poesia ci sono almeno altre due indicazioni decisive. Non invitava solo a scrivere, il buon Fortini. Diceva pure: 1) «odia/ chi con dolcezza guida al niente/ gli uomini e le donne che con te si accompagnano/ e credono di non sapere». Aggiungendo immediatamente: 2) «Fra quelli dei nemici/ scrivi anche il tuo nome».
Se pensiamo che noi, pur ben intenzionati, non riuscendo più a ribellarci ai Maroni & c., possiamo essere percepiti «nemici» dai migranti; e - di fatto - per la nostra inerzia, lo siamo, le parole della poesia mostrano un limite della «parola». Attenzione! Non è che qualsiasi parola non potrà mai dire cosa significhi vivere certe condizioni e che una conoscenza più adeguata di certi fatti l’abbiamo solo quando e se siamo testimoni diretti. Anche i testimoni diretti possono mentire o confondersi.
E i versi di «Traducendo Brecht», soprattutto dove invitano all’odio e a stanare il nemico dentro di noi, ci dicono di più: siamo noi che spesso guidiamo noi stessi «con dolcezza» «al niente». Cosa che succede anche scrivendo, scrivendo, scrivendo. La parola costruisce tante bellissime cose: conoscenza, comunicazione. Ma è anche schermo, ostacolo, oppio, menzogna, malafede. Fortini lo sapeva bene, quando diffidava di sé (e degli altri) in quanto poeta e letterato. Noi oggi molto, troppo di meno. (E non faccio esempi). Perciò lui invitava - guarda un po’ - alla «politica». Come minimo a una «politica della parola». Quale? Qui si aprirebbe un lungo discorso...