Escono postume presso Quodlibet con presentazione di Romano Luperini e a cura di Marianna Marrucci e Valentina Tinacci più di cinquecento pagine di Franco Fortini. Sono la prima parte (1945-1978) di un bilancio di vita, autobiografico e storico, composto di frammenti, corposi in alcuni anni, minimi per altri: un “diario in pubblico” alla Vittorini, ma più assortito per la presenza di lettere, interviste, saggi, appunti e, in particolare, di commenti retrospettivi. La morte dello scrittore nel 1994 impedì che fosse lui a dargli forma definitiva. Fortini vi svolge temi a lui cari (cultura e politica, Resistenza, memoria, scuola, comunismo/socialismo) e molto aggiunge sui rapporti intrattenuti con scrittori europei e intellettuali soprattutto della sinistra italiana. Ellittiche e con punte quasi nichiliste appaiono invece le scarne e impietose annotazioni sul proprio privato. Viene spontaneo accostare Un giorno o l’altro al recente libro di memorie di Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso. Entrambi (lei funzionaria del PCI fino al ‘68, lui intellettuale critico del PSI fino al ‘57) ripercorrono gli stessi eventi cruciali del secondo dopoguerra, si confrontano quasi con i medesimi protagonisti della cultura e della politica italiana, cozzandosi sui fatti d’Ungheria del 1956 e arrivando a cooperare soltanto grazie al ’68 nell’avventura de il manifesto. Le loro scritture risultano diverse nel timbro (narrativo e pacato quello di Rossanda, di stridore più antico e quasi dantesco quello di Fortini); eppure i tratti generazionali e lo stile comunista di vedere sé medesimi innanzitutto nella storia sono complementari. Pure in quest’opera Fortini ci viene incontro «col ditino alzato»: è - diciamolo senza esitare - un educatore, un moralista. E tante cose “ingrate” qui ripete ai suoi compagni di strada o amici che sedettero assieme a lui «al tavolo di famiglia» della sinistra (p.189), ai giovani, che nel ’68 o nel ’77 si avvicinarono a suo avviso troppo “innocenti” e smemorati al muro dei dominatori sul quale s’era infranta già la generazione della Resistenza e ai pentiti (di più generazioni) del comunismo italiano. Come Cortellessa (Palinsesto Fortini, in Alias, n. 27, 8 luglio 2006) a proposito di una lettera scritta da Fortini a Montale nel ’52, molti troveranno «francamente fastidiosa» quest’asprezza fortiniana o si interrogheranno sulle sue radici psichiche (Luperini nell’introduzione accenna a «sadismo e masochismo [...] presupposti psicologici necessari di ogni moralismo», presenti nella vita come nei versi di Fortini, p. XVI). Sono opinioni e approfondimenti legittimi. A patto di non dimenticare che le grida di quel censore egocentrico (accusa che lo stesso Fortini si rivolge) «raramente erano senza fondamento», come notò Rossanda in una tavola rotonda a Radio Popolare subito dopo la sua morte; e che il suo moralismo (a base cristiana) s’era pur fatto comunista e, dunque, inconfondibile con quello dominante in Italia: gesuitico (a base cattolica) o borghese e quindi travestito da “oggettività” e mai del tutto “illuminato”. Resta poi assodato anche stavolta che da un Fortini, così pronto alla «polemica contro la falsità in nome di una verità» e che da precisi nemici o amici «esige immediatamente il vero» (Masi), si impara (se uno vuole) più che da tanti pezzi grossi delle ex-patrie lettere. E, dunque, a far riflettere anche in questi scritti postumi sono soprattutto i giudizi diretti, acuti e anche pesanti su fatti e persone. La “famigerata” lettera a Montale del ’52 che qui si legge, ad esempio, a me pare solo datata ma nella sostanza accettabile. In quel contesto, a quel Montale preferisco quel Fortini, capace di misurare (malgrado un’ossequiosa timidezza) l’illustre poeta col metro delle atrocità della storia e della «società di belve» (p. 440) in cui si vive e di sottolineare (magari astrattamente) la necessità di non adattarvisi. Depurati da quel suo “ingenuo” comunismo, che non potrà mai infastidire chi ha bisogno di verità non addomesticate, anche i saggi o la sua stessa poesia sarebbero senza sale. Ma i tempi sono mutati. Quel suo comunismo è stato sconfitto a livello mondiale. Anzi, come ricorda Luperini, ormai un «intero contesto storico è collassato e dissolto» (p. XI). Gli sforzi attorno al ’68-‘69 di far maturare una Nuova Sinistra in grado di deviare dall’alveo pseudoriformista l’appesantito procedere della Sinistra «storica», sono risultati vani e quelle tensioni rivoluzionarie sono finite. Fortini nella solitudine dei suoi ultimi anni potè solo attestarsi inquieto e circospetto sulla soglia della postmodernità e delle guerre imperiali. Nel nuovo contesto storico questa sua «raccolta di documenti o di informazioni» (p. 3) come verrà accolta? Con imbarazzo. Da qui la tendenza ad omaggiarla, ma a «disattendere», come suggerisce ancora Cortellessa, le istruzioni di lettura che Fortini dà e a considerare tutta la sua opera ormai «in forma essenzialmente allegorica» e non più «in forma diretta». O a sottolineare con una certa angoscia l’«assenza di un destinatario» (Luperini). Non paiono però allegorici passi di Un giorno o l’altro come questo: «il mezzo secolo trascorso dalla morte di Lenin ci impone, pena la nostra morte, di ripensare la realtà, non i testi; la società, non le formule; di produrre verità, non di contenderci i protocolli ereditari» (p. 477). L’implosione del comunismo non arrestò la sua ricerca. E l’attenzione al presente rimase tenacissima e simile a quella dei tanti che a un passaggio al di là del Capitale non rinunciano (si pensi alla nascita dei movimenti no global). Egli resta però un ragazzo del secolo scorso, come Rossanda, intento a spremere fino in fondo senza buttarlo via il limone del comunismo terzinternazionalista, che con Mao aveva dato le sue ultime gocce rivoluzionarie. Luperini non esclude che la crisi del postmoderno possa «dare senso nuovo a parole, concetti e strumenti che sembravano usurati o perduti per sempre» e che il Fortini scrittore «classico» e «marxista», precapitalista e anticapitalista, si riveli «un precursore». Ma a quali condizioni questo può avverarsi in qualche modo? La crisi di tutti i concetti politico-filosofici della modernità: sovranità, stato-nazione, cittadinanza, classe operaia, confine, migrazione, soggettività politica, terzomondismo, ecc. è andata fino in fondo. E mi azzardo a dire che dalle mille contraddizioni della postmodernità non usciremo (se usciremo) tornando alla «realtà della contraddizione che il postmoderno aveva categoricamente negata» (p.XVIII). Addio a Fortini, allora? No, io penso a un Fortini oltre Fortini (come Negrì ha pensato un Marx oltre Marx), a un buon uso delle sue scritture (e anche in Un giorno o l’altro ce n’è di quelle che non impongono solo «laboriose decodifiche»), da strappare al puro esercizio filologico e sottoporre a un confronto serrato con le analisi del presente più coraggiose e magari rischiose che si vanno facendo: quelle che ci parlano delle trasformazioni del lavoro, della mondializzazione, delle guerre imperiali; e, per non restare nel vago, mi riferisco a scritti di Bologna, Negri, Marazzi, Virno e molti altri. Solo così si vedrà quanto contano pagine e pagine di Fortini che oggi appaiono solo rovine accanto alle quali le nuove generazioni passano indifferenti o materia buona per tesi di laurea. Si sa che Fortini in vita fu ostile all’operaismo; e la prima parte di Un giorno o l’altro non permette di approfondire il rapporto che ebbe con una tendenza di pensiero critico che ha prodotto ora ricerche ben più notevoli di quelle degli anni Settanta. C’è solo un accenno, del 1977, che sembra porre il problema (p.517). Troppo poco per non rimandare il discorso a quando uscirà la seconda parte di questo diario. Nel frattempo qualcuno mi dirà scandalizzato: quelle di Fortini non sono affatto rovine e gli autori che tu citi sono succubi del «postmoderno». Discutiamone. Fortini, credo, l’avrebbe fatto.