Dopo la presentazione del n.3 di "Poliscritture" alla Libreria Odradrek di Milano (marzo 2007). Lettere di Ennio Abate e Felice Accame
Caro Felice,
ti ringrazio ancora per l’ospitalità in Odradrek e per la franchezza del tuo intervento di ieri sera che mi sollecita ad una ulteriore riflessione.
Tu dicevi all’incirca: è pericoloso (o dannoso) mescolare assieme nel medesimo veicolo (rivista) comunicazione estetica e comunicazione politico-scientifica.
E ancora: si tratta di operazioni mentali diverse; estetica e scienza non vanno d’accordo, si elidono a vicenda.
Non mi sento in grado di risalire in modo argomentato e analitico alle fondamenta del tuo pensiero. Ne intravvedo - credo di non sbagliare troppo - la matrice illuministica, che pur provenendo io dalle tenebre di una formazione cattolico-fascista- idealista (questo passava il convento a Salerno negli anni ’40-’50...)
ho imparato ad apprezzare e difendere.
Ma questa tradizione di pensiero a me pare abbia mostrato dei limiti. La mia faticosa "acculturazione" di immigrato in una metropoli industriale ha accolto nella cassetta degli attrezzi oltre alla lezione di Marx e Lenin (sia pur nelle versioni "sporche" circolate nella sinistra extraparlamentare anni ’70) anche quella di Dialettica dell’illuminismo, quella di Feyrabend e quella di Marcello Cini.
A pelle - sarò schietto quanto lo sei stato tu - sento perciò la tua posizione troppo "purista", "logicista". Ma al di là delle etichette definitorie, che io uso sempre con cautela, tengo a dire che non tutte le mescolanze sono pericolose. Bisogna andare a vedere cosa si mescola, come lo si mescola, in quale contesto sociale, ecc. Temo la scissione tra "cuore e cervello", che poi nell’esperienza vissuta non mi pare mai attiva, se non in certe pratiche istituzionali dei poteri costrittivi. Temo la rigidità dei giudizi, che pur cogliendo delle verità non afferrano la totalità della verità e immobilizzano invece di dinamizzare; che pur "illuminando" zone oscure dell’esperienza o della "realtà" sottovalutano quello che - senza essere ineffabile, mistero insondabile - al momento non è comunque comprensibile, spiegabile, riducibile a linguaggio. Temo soprattutto la cancellazione della contraddizione e la sostituzione con un’affermazione assoluta (magari non più religiosa, ma scientifica).
Per non restare vago, mi rifaccio agli esempi da te fatti ieri di Tolstoj, Klee e Kandiskij; ma anche alla tua "confessione" personale (di scrivere poesie o romanzi ma di non pubblicarli).
Se Tolstoj, convintosi che esercitare la letteratura in un regime oppressivo fosse stato soltanto un delitto (un po’ come la frase famosa di Adorno: dopo Auschwitz non è possibile più scrivere poesia), avesse smesso di scrivere Guerra e pace o avesse distrutto quel romanzo o i suoi scritti, non solo noi non avremmo avuto "oggetti" che continuano ad alludere simbolicamente alla possibilità di pensare e costruire un mondo senza guerre, ma lui cosa avrebbe fatto? In assenza di un’alternativa pratica per contrastare l’oppressione ( e non sempre ce ne sono immediatate e a portata di mano), anche il romanzo, l’arte, la poesia possono funzionare da forma di resistenza o almeno, più modestamente, di tarlo, di pulce nell’orecchio.
Non è garantito che lo facciano sempre. Poesia e arte sono ambivalenti e attraversate anch’esse da contraddizioni. Ed è per questo che non mi convince quella specie di aut-aut (o poesia-arte-estetica o politica-scienza) che intravvedo nella tua posizione. E se non è un aut-aut, è comunque una netta separazione di compiti, di funzioni, che a me parerendere impossibile non dico di cooperazione ma un confronto critico non puramente demolitorio.
Klee e Kandiskij hanno fondato la loro pratica artistica su teorie filosofiche dubbie o pericolose? Ma davvero gli "oggetti" venuti fuori dalle loro mani sono una conseguenza lineare di quelle concezioni filosofiche? e davvero hanno trasmesso a quanti li hanno visti o "goduti" fughe mistiche o connivenze con la mentalità e le pratiche omicide dei nazisti? Io non lo penso. Non penso neppure a una funzione così assolutamente formativa dell’arte o della poesia. Penso, con Fortini, ad una loro fortissima ambivalenza, alla funzione non solo levatrice, costruttiva ma anche conservatrice della forma (anche di quella scientifica). Penso insomma ad una contraddizione più o meno aperta o che si può più o meno aprire in queste pratiche se la società si dinamizza, esprime politicamente la sua conflittualità latente o repressa o imbrigliata.
Ti ho già fatto rilevare ieri sera che la tua scelta di scrivere "in privato" anche poesie o romanzi, ma di essere presente nel dibattito pubblico soltanto col tuo saggismo rigoroso e la tua critica all’"ideologico quotidiano" non mi convince. Ti dicevo: il problema non è tanto pubblicare o non pubblicare (io ho scritto tanto e pubblicato quasi niente, un po’ per mancanza di agganci con editori, un po’ per una scelta di rigore penso vicina alla tua), ma chiedersi perché uno scrive anche poesie.
Direi perché il saggismo non esaurisce tutta la spinta esplorativa che uno ha dentro. Perché l’assetto sociale rigido ci spinge-costringe in zona poetica. Perché, anche sesi attenuasse o venisse meno questa coazione sociale, la "ricchezza" (ambigua) del singolo è tanta da non esaurirsi tutta nella socialità, ma deborda altrove; e la poesia in genere ha codici più ampi e duttili per accoglierla o dare l’illusione (si prova sempre...) di poterla esprimere in qualche modo questa "ricchezza" (ambigua).
Ti dicevo anche che attorno al ’68-’69 anch’io ho smesso di scrivere-dipingere (o comunque mi sono limitato a continuare "in privato" e in minimi ritagli di tempo la mia esplorazione poetico-artistica). Non nego di essere stato condizionato anche dalla censura verso arte e poesia che prevaleva (in parte a ragione, in parte per dogmatismo) nella sinistra extraparlamentare. Ma quando la "frana" è arrivata e non la Politica ma le concrete politiche messe in atto in quegli anni sono crollate, mi si è ripresentato non il feticcio abbattuto o da molti deriso della Poesia da tornare ad adorare in sistituzione di quello della Politica, ma - più ampia del previsto - una certa zona poetica che richiedeva al contempo di mantenere il contatto-confronto con una certa zona di diversa socialità non più praticabile entro le coordinate partitiche tentate negli anni ’70.
Da qui la pratica di poetare senza smettere di fare rivista. Certo in Poliscritture la poesia appare in un angolino, come tu notavi, ma nel numero zero avevo già posto il problema di quale poesia dovesse entrare nella rivista, non volendone uno spruzzo decorativo. Non credo che abbiamo trovato la risposta giusta. Si naviga sempre a vista in un collettivo eterogeneo di redattori non specialisti in qualcosa e tentati magari dalla tuttologia. Ma credo di aver chiaro un obiettivo: quello di "fluidificare" la comunicazione tra campi diversi del sapere e tra livelli diversi (alti, medi, bassi) di conoscenze; e in entrambi i versi, cioè non solo dall’alto in basso (da chi sa di più a chi sa di meno o "non sa") ma anche dal basso - quello che tu hai definito giustamente "locale" o "sporchevole" - verso l’alto.
Chiudo, anche se tante altre cose da dire premono, con una domanda personale: ma perché in tanti anni in cui ci siamo incrociati e abbiamo manifestato stima reciproca sincera (credo) per quel che facevamo non abbiamo trovato il modo di collaborare di più e in modi più saldi? C’entra questa visione diversa del rapporto estetica-politica?
Un caro saluto
Ennio
Caro Ennio
Ti ringrazio per tutte le tue attenzioni rivolte a quanto confusamente ho tentato di esprimere, l’altra sera, a te ed ai tuoi amici e ti voglio subito rincuorare sulla questione dei nostri rapporti personali. Non credo che le nostre opinioni relativamente al rapporto tra estetica e politica - qualsiasi esse siano e siano state nella loro evoluzione - abbiano mai contribuito in qualsiasi modo a rendere rare e sparute le occasioni in cui avremmo potuto collaborare. Di mezzo, piuttosto, ci sono le nostre vite e i rispettivi impegni che le scandiscono. La mia è vita testarda e di corsa - l’intellettuale non l’ho mai fatto, ho allevato figli, ho cercato di mantenere la mia famiglia senza che le mancasse il necessario ma, anche, senza che mai nuotasse in quell’abbondanza che avrebbe potuto seguire da scelte per me eticamente disgustanti. Soprattutto, mi sono speso - con chiunque -, consapevole della minoritarietà ineludibile di ciò che presumevo di dire. Con tutta la trafelazione del caso in cui senti non solo rilevante ma indispensabile ciò che stai dicendo. Occhio e croce - se mi sbaglio non credo sia di granché -, un’idea di questo genere l’ho anche di te. Con una differenza di fondo che, prima o poi, per un percorso o per l’altro, ci avrebbe comunque portati a scelte diverse. Poi ci arrivo.
L’altra sera - fatti salvi i riferimenti alle riviste di cultura in genere ed a “Poliscritture” in particolare - ho tentato di dire più o meno quanto segue:
a) L’oggetto artistico, o “estetico” - come si dice dai tempi di Baumgarten -, può essere considerato il risultato di un determinato modulo mentale; come, risultato di altro determinato modulo mentale, può essere considerata la “realtà scientifica”, o l’”economico”, o, ancora l’”etico”, etc.
b) Nel momento in cui operi in un modo non puoi operare in un altro. Ma un momento dopo o un momento prima, beninteso, puoi fare quel che ti pare: leggi una poesia, te la fai “poesia” - ti piace, non ti piace, ti commuove, ti lascia indifferente, quel che ti pare -, ma, poi, puoi anche analizzarla e rivoltarla come un guanto - basta che dichiari i criteri dell’analisi. Così vedo, banalmente, il rapporto tra arte e scienza: quando la categorizzi come arte non la categorizzi come scienza, e viceversa; ma così come puoi assumere un atteggiamento estetico nei confronti di checchessia (perfino della guerra - che quel gaglioffo di Marinetti riposi in pace), ugualmente puoi assumere un atteggiamento scientifico di checchessia (anche dell’oggetto estetico - con buona pace di uno stuolo di mestatori nel torbido che vanno da Karol Wojtyla a George Steiner: allorché Callisto Patriarca, nei Capitoli sulla preghiera, chiama Dio “bellezza suprema”, a mio avviso, commette un atto altamente sacrilego - ibrida il religioso con l’estetico -, ma vallo a dire ai cattolici che nella “filocalia” ci sguazzano da secoli).
Glosso. Come vedi, non sono nemmeno “illuminista”. Non nel senso di potermi riconoscere in persone e formulazioni di pensiero storicamente ancorate. Non amo Voltaire (ha perfino avuto il coraggio di censurare il memoriale di Meslier), né l’abate Galliani. Detesto Rousseau. Il loro sprezzo per le donne era già più che sufficiente per cancellare i migliori raggi alla luce del loro illuminismo. Da uno che lascia cinque figli sulla porta di un convento è difficile attendersi una pratica rivoluzionaria, mentre è più facile vederlo impiegare il suo tempo così liberato in opere di alto livello intellettuale ed in trepida attesa di recensioni. Non sono “scientista”: so che la scienza è il risultato di un atteggiamento che, in teoria, ha piena legittimità di cittadinanza come un altro. Tuttavia, so anche che per vivere più sereno, in pace con me stesso e con i miei simili, devo fare il possibile per evitare contraddizioni. Questo non è “purismo”, né “logicismo”, a me pare solo buon senso: con la contraddizione non costruisco alcunché (alla faccia di Hegel). E con ciò non voglio affatto asserire che in seguito all’assunzione di un atteggiamento scientifico non sorgano contraddizioni, dico solo che faremmo bene a non farle sorgere e ad intervenire criticamente laddove sorgono. Perché, se contraddizione c’è - come c’è tra teorie concorrenti, in fisica, o nel rapporto tra fisica e biologia -, vuol dire che, alla base, c’è qualcosa che non va.
Cautele metodologiche, dunque, innanzitutto. Purtroppo, però, queste cautele metodologiche non sono prese in gran considerazione sociale. Il prodotto artistico è perennemente a bagnomaria in teorie estetiche che, a dir poco, non stanno in piedi e che, nonostante non stiano in piedi, prima o poi assumono ugualmente il cipiglio della normatività. Destino che è bello e pronto anche per la “realtà scientifica”, peraltro, pronta ad imporsi come “conseguenza naturale” o sapere indiscutibile al soldo della dittatura di turno: la storia della biologia (vedi alla voce “razza”), la storia della fisica (vedi alla voce “bomba atomica”, ma, se vuoi, anche alla voce “Archimede” o “Leonardo”), la storia della psichiatria (vedi alla voce “malattia mentale”), la storia della storia (vedi alla voce “percezione sociale dell’olocausto” o “relativismo culturale”) e la storia di qualsivoglia sapere “fondato ed epistemologicamente disciplinato” sono tutte lì, manifeste e, in definitiva, disarmate e disarmanti - basta volerle guardare.
Nulla , dunque, ho da dire contro o a favore di un oggetto estetico servendomi del brodo di tautologie, contraddizioni e metafore irriducibili ad operazioni effettivamente eseguite in cui sono a bagno pena la condizione di non far parte del mercato culturale. Tutto quel che mi pare, ho da dire, invece, nel momento in cui premetto i criteri tramite l’applicazione dei quali cavo quel che dirò. E’ una sorta di cautela democratica che accompagna ogni mio giudizio - non solo di ordine estetico. E come ogni cautela democratica che si rispetti costa fatica: si è sempre in gioco, perché ogni volta è un costruire il giudizio da capo e insieme ai miei interlocutori - con le incognite del caso.
Non ti sto a tediare. Se vuoi, vai a riscontrartelo da te, se no, fidati, o vatti a leggere la mia Antologia critica del sistema delle stelle o, ancor meglio, Le metafore della complementarità: Klee e Kandinskj hanno scritto insopportabili scemenze circa opere proprie e altrui, praticando soluzioni normative in ambito estetico derivate da cattiva scienza e misticismo della più bell’acqua. Il fatto che le loro opere non siano ponibili in “linea diretta” con le nefandezze più nefande del secolo scorso è del tutto secondario rispetto al fatto che hanno sentito il bisogno di giustificarle attingendo al porcume cui hanno attinto (e poi: siamo sicuri di riuscire a tracciare un confine chiaro e condivisibile fra “linee dirette” e “linee indirette” ?). Come loro, beninteso, tanti altri. Tantissimi. Troppi, perché costoro non costituiscano un problema politico ulteriore - e qui lambiamo il problema della nota duttilità dell’intellettuale, quello che - grazie ad un apparato teorico che glielo consente - passa dal “Primato” di Bottai alla Casa della Cultura, o dalla “Difesa della Razza” alla “Coda di paglia”.
Ogni processo di valorizzazione la cui matrice sia stata espropriata a chi questo processo è chiamato compiere è per me un oltraggio politico e morale insopportabile. L’accordo cui addivennero le due anime dei bolscevichi - Lenin e Bogdanov, tanto per citarne due rappresentanti -, accordo secondo il quale il problema della filosofia sarebbe stato risolto soltanto a rivoluzione avvenuta, è già il germe patogeno della sua dissoluzione e della sua trasformazione in nuovo sistema totalitario. Ecco perché antepongo questo a quello e, nella lista delle priorità, in cima, continuo a tenerci la liquidazione della teoria della conoscenza - ecco perché ritengo doveroso che la mia analisi non venga strumentalmente resa ambigua profittando di altri miei scritti che pur amo e che pur mi hanno dato tanto.
Posso anche capire - ci mancherebbe - che Guerra e pace possa anche contribuire, in qualche modo, a realizzare “un mondo senza guerra”, ma che, in quanto romanzo possa ottenere un risultato cui un’altra forma di argomentazione non potrebbe ambire deve suscitare la mia curiosità preoccupata. Soprattutto alla luce del fatto che, se uno zar si è dato tanto la pena di censurare, poi sono arrivati potenti “democratici” che tanta pena hanno s messo di darsela. Mai come da quando possono leggere tutto - o quasi - certi nostri ragazzi sono stati tanto qualunquisti e disattenti, o, meglio, subalterni ai nuovi potenti. Dovremmo interrogarci seriamente sul perché Simone De Beauvoir, ad un certo punto critico della loro relazione, abbia consigliato a Sartre di lasciare per un po’ la filosofia e mettersi a scrivere un romanzo. D’altronde, lo dice lei stessa: lui voleva il successo, lei voleva che lui avesse successo, e la ricetta era bella e pronta.
La signora Tolstoj sarà anche stata una cretina insopportabile, rosa di gelosia per i salamelecchi che riceveva il marito, e, probabilmente, voleva che lui guadagnasse di più facendola vivere in maggiori agi, ma non aveva affatto torto allorché lo poneva di fronte alla contraddizione tra il suo desiderio di successo e le sue dichiarazioni politiche. Non è un caso se lui si macerava nel dubbio circa il proprio impegno letterario.
Ti ho detto che scrivo letteratura anch’io e che, semplicemente, non ritengo utile pubblicarla. In realtà ti dicevo una mezza bugia al semplice scopo di arrogarmi un diritto. Se frughi nella mia bibliografia due romanzi ed un libro di poesia pubblicati li trovi - anche qualche poesia qua e là, in riviste. Ne vado fiero, come della maggior parte delle cose che ho scritto (non dico di “tutte” solo perché alcuni saggi, le cui tesi continuo a sottoscrivere, oggi li scriverei in forma diversa: dai sedici ai vent’anni mi sono trovato a fare i conti con la filosofia e qualcosa di Wittgenstein mi rimaneva appiccicato addosso). Tuttavia, non ho più cercato di pubblicare quel poco di letterario che ho scritto dopo e non credo di farlo prima di essere in pace con la mia coscienza politica. Che ciò non ostante rimanga molto attento alle strutture narrative ti dovrebbe però risaltare ben chiaro ogniqualvolta hai l’occasione di ascoltare o di leggere un mio intervento radiofonico: purché non vada a scapito dell’argomentazione, qualche vezzo me lo concedo - forse anche troppo spesso.
Non mi concedo, invece, né l’esercizio della critica privo di esplicitazione dei criteri di analisi, né qualsivoglia teoria. Sto alla larga dai valori dell’ordine costituito, non antologizzo, non gerarchizzo prodotti estetici e sto molto attento alle modalità con cui altri lo fanno. Da un lato, perché so che dietro un “gusto” c’è il vantaggio di qualcuno su qualcun altro (l’artista immune dalla fanghiglia in quanto artista, l’artista che accomuna, l’artista genio, l’artista che ha diritto all’indulgenza sociale, l’artista che dona emozioni e altre soluzioni della retorica padronale) e, dall’altro, perché so che ogni teoria critica si alimenta di filosofia. E qui, caro Ennio, sono arrivato al punto che mi condanna ad una minoritarietà senza speranza - senza neppure la speranza di poter collaborare con te.
Detto alla svelta: ahimé sono persuaso da molti anni della necessità di liberarci della filosofia in quanto basata su una teoria della conoscenza. Dico di tutta la filosofia, non di una o di quell’altra. Ritengo che la maggior parte dei nostri problemi possa svanire una volta che si abbia formulato un modello dell’attività mentale e dei suoi rapporti con il linguaggio, articolando dunque una tecnica per negoziare i significati. E ritengo che a questo risultato non si possa pervenire senza essersi preventivamente liberati della filosofia. E’ una tesi che ho elaborato nei miei anni e della cui responsabilità collettiva ho ricostruito la storia ne La funzione ideologica delle teorie della conoscenza. Ivi, ovviamente, ho anche spiegato perché questa tesi non può essere seriamente condivisa da nessuno, né oggi né mai - tantomeno da quel movimento degli oppressi filoppressori del mondo intero alla cui sofferenza ho dedicato tutta la mia buona volontà. A meno che.
A meno che ? Mah.
Un caro saluto