Tutti gli articoli di Ennio Abate

Al posto della “vocazzione”

 Tabea Nineo, R dormiente, disegno 1978

Riordinadiario 28 aprile 1978/2002/2023

 di Ennio Abate

Da giovane l’ho desiderato. Ma i miei pochi tentativi di lavorare professionalmente come scrittore o come artista sono sempre falliti.  E ho accettato senza troppi drammi di fare altri lavori (impiegato, operaio notturnista alla SIP, insegnante) per mantenermi e mantenere la famiglia che mi ero fatto, continuando però sempre – sia pur da isolato –   sia a  scrivere (soprattutto) e, più episodicamente, a disegnare o dipingere. Continua la lettura di Al posto della “vocazzione”

Raccomandazioni di Chiero al narratore della “vocazzione”

di Ennio Abate

Nella luce tersa del mattino farai con me il percorso
che ormai ti è ben noto.
Da via Sichelgaita alla parrocchia di San Domenico. Continua la lettura di Raccomandazioni di Chiero al narratore della “vocazzione”

Perché oggi un ministro può dire che Dante è di destra?


In margine a una polemica in corso

di Ennio Abate

” l’opinione sul “Dante di destra” non regge alla prova dei fatti, ma è il frutto di un’interpretazione fortemente orientata che rischia di far dimenticare il ruolo proprio di ogni grande opera artistica” ( da Alberto Casadei, Dante di destra, alla prova dei fatti, qui)

Mi interrogherei su cosa sia accaduto nella realtà politica e sociale italiana per permettere a una tale opinione di uscire  oggi dalla bocca di un Ministro della Repubblica.

P.s.

Ancora nel 2014  discutevamo  di Dante (forse  con interventi troppo lunghi ma appassionati) così:

Ennio Abate<blockquote>Su Dante “monumento” e Dante “poveraccio”. Risposta a Roberto Buffagni<blockquote>

Ennio Abate<blockquote>Sulla grandezza di Dante (e di Mandel’štam)<blockquote>

Ennio Abate<blockquote>Sulla grandezza di Dante<blockquote>(e di Mandel’štam). Coda di discussione n.1: @ Buffagni<blockquote>

Ennio Abate<blockquote>Sulla grandezza di Dante <blockquote>(e di Mandel’štam). Coda di discussione n. 2: @ Banfi, Bugliani e Simonitto<blockquote>

In seminario

Narratorio. Da “A vocazzione”

di Ennio Abate 

E così, finite le elementari, in un tiepido settembre del millenovecentocinquantadue –  l’aria era ancora quella dolce dell’estate –, verso sera,   per Chiero – undici anni – giunse l’ora di mettere alla prova la sua  vocazzione.
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Catacombe cercansi

Mio commento  a “REPUTAZIONE ACCADEMICA E LIBERTÀ INTELLETTUALE” di Emanuele Zinato su Le parole e le cose (qui).

“chiedersi cosa resti della nostra libertà intellettuale a processo di aziendalizzazione consumato. Non solo per criticare i modi e i rapporti di forza in cui oggi si concepisce, s’impone, si misura e si produce il “valore” di un Ateneo, ma anche per verificare se si possono allargare gli interstizi residui del nostro pensiero critico.” (Zinato)
*
Scusa, Emanuele, quando i buoi sono già scappati dalla stalla (universitaria, nel vostro caso), vuoi “criticare i modi e i rapporti di forza”? E “allargare gli interstizi del […] pensiero critico”, che è stato espulso non solo dall’università ma dalla società italiana? Cercarsi – ammesso che sia ancora possibile – delle catacombe, mi pare più saggio e (forse) lungimirante. Un saluto

Guerra tra generazioni?

a cura di Ennio Abate

Su FB può ancora capitare che s’incrocino un giovane (o  ex giovane, a suo dire) d’oggi e un vecchio, abitanti entrambi  nella medesima città dell’hinterland  milanese. E, invece, di salutarsi e tirar  per la loro strada,  inizino  qualcosa che sta tra il dialogo spicciolo e il battibecco puntiglioso. Perché ce ne sono di cose non dette, mal dette, maledette alle loro spalle e attorno a loro.  E così  nei loro commenti  rispuntano modi – diversi? contrapposti? inconciliabili? – di vedere la città,  la sua storia, la vita politica locale e l’immagine di un possibile futuro.  Chi ha curiosità provi a leggere. Questo oggi passa per la mente e il cuore di due – un vecchio e un giovane/ex giovane – che vivono mugugnando e insofferenti  a Cologno Monzese. [E. A.]

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Vogliamo dircelo?

commento a un post su FB di Lea Melandri

di Ennio Abate

Non sono mai riuscito a condividere la cancellazione del Marx “vecchio” a favore del Marx “giovane”, quello che secondo Lea Melandri «non sembrava ancora Marx». (E potrei aggiungere – anche se il discorso per vastità si complicherebbe troppo – la cancellazione della «Dialettica dell’illuminismo» a favore dell’illuminismo. O del Freud “vecchio” di eros e thanatos dal Freud “giovane”. O del Fortini di «Il dissenso e l’autorità» a favore del Fachinelli del «desiderio dissidente». O del ’68 con il suo strascico militante e anche sanguinoso degli anni ’70 fino all’uccisione di Moro a favore del ’68 “innocente”). E non perché preferisca il “vecchio” al “giovane”, la scienza (dentro il Capitale) all’utopia. Ma perché non si deve nascondere un fatto incontrovertibile: che nel corso dei decenni successivi i «“limiti” e le inadeguatezze della politica tradizionalmente intesa» sono cresciuti. E che dopo quel “movimento-lampo” del ’68 di lampi non ce ne sono stati più e anzi siamo in tempi bui. Certo, allora «si è cominciato a ragionare e a prospettare cambiamenti su quell’area di esperienze, individuali e collettive, che è stata considerata “non politica”», ma vogliamo dircelo che non si è andati oltre l’inizio, il balbettio, l’urlo? E che la sinistra è scomparsa non perché sia rimasta ancorata al Marx “vecchio” ma perché ha scaricato il Marx “vecchio” e quello “giovane” consegnandosi al pensiero (heideggeriano) di destra o alle sue varianti (“There is no alternative”)?
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Questo il post di Lea Melandri:

I “Fantasmi” di Marx

Nei “Manoscritti economico-filosofici” del 1844, gli scritti giovanili dove Marx non sembrava ancora Marx, compariva a margine della critica dell’economia politica un interrogativo radicale, indicato come l’ “enigma della storia”: che cosa spinge “originariamente” l’uomo a quel “sacrificio di sé” che è la consegna del proprio lavoro, e del prodotto del medesimo, nelle mani di un altro uomo che se ne fa in questo modo “proprietario”.

Questa domanda richiamava per me l’altra, non meno essenziale, posta da Freud come “enigma del sesso”: il sacrificio di sé che viene chiesto alla donna -espresso indirettamente nel “rifiuto del femminile”- affinché da forza attiva e centrale nel processo generativo si trasformi in “tramite” o mediazione ad una discendenza solo maschile, di padre in figlio.

Mi piaceva anche nei “Manoscritti” che si parlasse di “ritorno all’ umano”, inteso come “totalità di manifestazioni di vita umana”, quella “autorealizzazione” da parte dell’uomo che il ’68 ha creduto di prefigurare nella “tensione utopica” che permette di vedere il possibile “attualmente impossibile”, e che a Franco Fortini sembrava invece un “benefico sovrappiù”, conseguente “solo” alla trasformazione del mondo, cioè alla rivoluzione.

L’uscita dalla dimensione essenzialmente “privata” della vita mi è stata possibile quando, per l’improvviso capovolgimento di gerarchie date come “naturali”, immodificabili, si è cominciato a ragionare e a prospettare cambiamenti su quell’area di esperienze, individuali e collettive, che è stata considerata “non politica” – e di conseguenza sui “limiti” e le inadeguatezze della politica tradizionalmente intesa: un’area vastissima, estesa quanto il tempo che occupano vicende cruciali dell’essere umano, come la nascita, la morte, l’invecchiamento, il gioco, l’amore, la memoria, sulle quali si possono vedere i segni di una “disumanizzazione “ non meno violenta di quella che agisce nello sfruttamento economico.

E’ l’area che la sinistra ha sempre considerato genericamente “improduttiva”, popolata da “fantasmi” che stanno, dice Marx, “fuori dal regno della produzione”, soggetti variabili –diversamente dall’operaio, soggetto per eccellenza, che resta fisso anche quando è in via di sparizione: studenti, pensionati, disoccupati, ecc.; variabili anche nel posto che occupano nell’elencazione, come capita per le donne, sempre difficili da “collocare”.

Oggi questi orfani della politica, assegnati in epoche di gloriose lotte operaie al “territorio” circostante la fabbrica, assomigliano sempre più ai “fantasmi” descritti da Marx: “i furfanti, gli scrocconi, i mendicanti, i disoccupati, l’uomo da lavoro affamato, miserabile e delinquente”, una parte considerevole di umanità che esiste solo “per gli occhi del medico, del giudice, del poliziotto”. 

 

Ronn’Enze Qu

Narratorio. Da “A vocazzione”

di Ennio Abate

Ogni tanto ronn’Enze Qu viene in mezzo a noi ragazzi. Ma per poco tempo. Ha sempre da fare. Va di qua, va di là, riceve gente in sacrestia, dà ordini al sacrestano, scompare per ore. Chiero lo osservò intimidito e sospettoso. Era il primo prete che conosceva. Basso di statura. Robusto. La testa squadrata e volitiva. La barba spesso non rasata per qualche giorno. Con peli corti e fitti. Pure questo notavi? Pure questo. Mìneche si rasava. Così pure Zì Vicienze e i parenti.  Non c’erano maschi con la barba tra quelli che conobbe. E la voce di ronn’Enze Qu? Baritonale, da comandante, priva di affetto,  burbera. Sì, burbera va bene. Anche gli altri adulti  – Mìneche per primo – avevano voci aspre. Lo scuotevano. Appena aprivano bocca e se parlavano di lui sentiva una loro superiorità ostile.  E a volte lo schernivano con inconsapevole cattiveria. Per la sua magrezza (“me pare nu stuzzicarienti”). Per le grandi orecchie (“ecché so chelle e Dumbo!”). Per la timidezza (“sempe attaccate a gunnelle e mammeta!”). Perché silenzioso (“ma nun parle mai?). Continua la lettura di Ronn’Enze Qu

L’umiliazione

Da A vocazzione, capitolo: Mazz’e panelle. La scuola dei signori

di Ennio Abate

Cumme succerette na vote, sotte Natale, quande iette a parlà, assieme a u guaglione, cu nu miezze cunuscente, nu certe Zarbutte, ca faceve o preside e scola medie.  Iette pe se fa cunsiglià si aveva ‘scriver’ o no o figlie rint’a scola medie e Piazze re sciuri. Ca  a gente riceve ca o palazze ere viecchie, ngere stata a guerre, ere lesionate ra e bombe e puteve caré. E  sapite che  succerette? (Ca o guaglione, ca ere jute cu Nannnìne, so ricurdaie pe tutta a vite). Succerett’e ca doppe ca isse e Nannine avevene aspettate dint’o salotte pe nu belle poche e  doppe ca Nannine aveve parlate cu stu preside Zarbutte, ca ng’aveve ritte sì, sì, nun ve preoccupate, e se ne stevene pe ascì, trasette tutt’agitate a cammeriera e chistu signurone. Ricenne ca  a signora – a mugliera – nun truvave chiù l’orologie  – nun saccie si  r’ore o r’argient’e –  e ca nun se ricurdave chiù addò l’aveve lasciate. E allore, sapite che facette stu strunze e preside? Vulette ca Nannine arapresse a bursette ca teneve mmane pe veré sì –  pe case! – se foss’arrubate l’orologie ammente ca aspettavene rinte ao salotte ra sule mamme e figlie primme ca isse arrivave. Quann’ascett’ere ra chella case, a mamme steve quase pe chiagne. Continua la lettura di L’umiliazione