Tutti gli articoli di Ennio Abate

6 spunti di studio: Massimiliano Tomba su Marx


a cura di Ennio Abate

1.  La tecnologia è capitalistica e non di per sé liberante

I computer non hanno liberato tempo, ma hanno dilatato il tempo di lavoro occupando anche la sfera privata. I telefoni portatili hanno reso reperibili in ogni luogo i lavoratori mobili. Non si tratta di guardare romanticamente a un passato precapitalistico, ma non si deve nemmeno enfatizzare lo sviluppo dei mezzi di produzione come portatori di una intrinseca possibilità di liberazione. I mezzi di produzione hanno un valore d’uso intrinsecamente capitalistico in quanto sono finalizzati all’aumento della forza produttiva del lavoro e alla sua intensificazione. La tecnologia che essi incorporano è segnata da quello stesso valore d’uso. Macchine e scienza non sono neutrali. Non sono nemmeno attraversate da un’intrinseca ambivalenza che ne racchiude splendide possibilità di liberazione. Esse, in sé, non racchiudono un solo atomo di liberazione. Ambivalente può invece essere il loro uso, quando è diretto contro il capitale. Contro la sua valorizzazione. Continua la lettura di 6 spunti di studio: Massimiliano Tomba su Marx

Dopo le elezioni politiche del 25 settembre 2022

a cura di Ennio Abate

E ADESSO POVER’UOMO [E POVERA DONNA] DI SINISTRA?
ADESSO CHE IL “NEOFASCISMO” [MELONI E FRATELLI D’ITALIA], SDOGANATO DAGLI USA, E’ ARRIVATO AL GOVERNO?

Prova ad “uscire di pianto in ragione” (Franco Fortini)

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Liceo classico/ O licee classiche

Tabea Nineo, quadro ad olio

capitolo prova da NARRATORIO (” A Vocazzione”)

di Ennio Abate

Continuerò  a pubblicare alcuni dei capitoli che giudico  sufficientemente elaborati  di "A Vocazzione". Questo è nato in dialetto, forma che considero irrinunciabile - spiegherò in altra occasione le ragioni -  per  buona parte della prima sezione del mio Narratorio. Ma per agevolare ai non dialettofoni la lettura del mio salernitano/napoletano (di memoria), ho invertito l'ordine: prima la traduzione in italiano e poi  il capitolo in dialetto.

E quale vento soffiava al Liceo Tasso, allora? Ora ve lo dico. Quella era una scuola dove era meglio se Nunuccie non ci finiva. Era una scuola fatta per i figli dei signori. Forse che Nannine e Mineche erano signori? Possiate stare bene! La mamma del ragazzo era così timida che non andò neppure una volta a parlare con qualcuno dei professori. Figuriamoci! Anche se stava sempre dietro a questi due figli e voleva che studiassero, quando Nunuccie da solo non riusciva  a studiare, a capire le cose che stavano scritte nei libri, che poteva fare?
Non  ci capiva  niente Nannìne, perché era andata a scuola fino alla quarta elementare. Cercava aiuti da zia Adelina o dal fratello Vincenzo. O si consigliava con la signora Giarletta, che stava al piano di sotto e aveva il marito direttore delle Poste.  E così fini per mandare i due figli – quasi  subito, già alle elementari – al doposcuola a pagamento: o da qualche maestra e poi da qualche professore. Ne cambiarono tanti. Nunuccie si ricordava: prima da una signorina che abitava in cima ad una scalinata lunghissima. Poi da un’altra che stava dentro un vicolo. Poi dalla professoressa nipote di Don Matteo Quarante.
Quanto a Mìneche, siccome lavorava da Salentino che era vicino al Liceo Tasso, ogni tanto chiedeva un’ora di permesso e si andava ad informare coi professori su come andava il ragazzo. E là nel salone [dei colloqui] sembrava un’anima sperduta. Quando veniva il suo turno, facevano chiamare Nunuccie dal bidello e il professore – poteva essere Scolpini o Donadio – apriva il registro e leggeva a Mìneche i voti del figlio. E quello che poteva dire? Ringraziava, diceva al figlio di studiare di più. insomma, sia Nannìne che Mìneche a scuola c’erano andati per poco. Nannìne  – ve l’ho detto –  fino alla quarta elementare e Mìneche aveva studiato un poco di più facendo il militare.
C’era però un altro fatto. Nannìne e Mineche già stavano anche loro con un piede più a Salerno che in campagna. E come per i cugini Cosimato il destino di Nunuccie e del fratello Eggidie era quello di studiare e di cercare di stare  in mezzo a quelli che vivevano meglio di loro: figli di militari in carriera, di maestri o di professori, di impiegati di banca, di avvocati, di commercianti e di impresari, come il padre di Pastore che, ora che era finita la guerra, costruiva palazzine e palazzoni per tutta Salerno e provincia.
Il fatto è che se stai in mezzo ai figli dei signori senza essere figlio di signore, ci soffri. Quelli non ti vedono proprio. E anche i professori, specie quelli di allora, che venivano tutti dai tempi del fascismo, avevano l’occhio dolce e la mano leggera quando mettevano i voti prima di tutto e soltanto per i figli dei signori. A volte,  forse, si accorgevano che c’era  pure qualche figlio  di gente non ricca e meno istruita. E lo sopportavano e qualche volta gli davano un punto in più di incoraggiamento.
Questo liceo Tasso era comandato a bacchetta da un preside che si chiamava Incutti. Un fascistone. Come il vicepreside, un certo Pinto. Quando il bidello che  era in fondo al corridoio diceva che uno dei due stava salendo per le scale, tutta la solita eccitazione degli studenti e dei professori delle sezioni maschili dell’ultimo piano,  dove c’era anche Nunuccie, si placava di colpo. Se stavano ridendo, si facevano subito seri – seduti impettiti in cattedra i professori e nei banchi silenziosissimi gli studenti. Come se stesse arrivando  un generale o un diavolo.  Questi due capoccia passavano di classe in classe quando, a fine trimestre, portavano le pagelle. O arrivavano di colpo, se era successo qualcosa di grave. Allora venivano a fare i poliziotti per sapere chi era stato. E una volta, siccome nessuno parlò e non vennero a sapere chi quella mattina aveva spernacchiato Incutti mentre entrava dal portone principale, Nunuccie sentì pronunciare dalla bocca del vicepreside Pinto una parola che neppure conosceva: omertà. Cavolo, come parlavano difficile al liceo Tasso  per farti sentire un ignorante, un provolone!
E però stando in questo liceo classico, a poco a poco aveva cominciato a imparare cose che con la vocazione non c’entravano più. E non rientravano neppure nel fazzolettone della sua fantasia. Questi figli dei signori non erano come i ragazzi della parrocchia di San Domenico. Pensavano a tutt’altre cose, anche se andavano a messa di domenica. Era un altro mondo. Le loro cose erano estranee al mondo di Nunuccie. E lui le vedeva come se in mezzo ci fosse un vetro opaco. E di cosa era fatto questo vetro? Era fatto di paure, di pensieri e delle fantasie, che avevano riempito l’anima sua per tutti i giorni e gli anni che aveva passato a Casalbarone  o poi dentro al presepio di via Sichelgaita e nella parrocchia di San Domenico. E adesso le cose che sentiva dai professori e dai compagni di classe  o leggeva lo cambiavano. Incominciò a vedere che succedeva durante l’ora di religione. Sbeffeggiavano il prete in continuazione e non lo rispettavano per niente, come facevano invece lui e gli altri ragazzi dell’Azione Cattolica. E poi c’erano tante altre cose… Ora ditemi voi come poteva fare Nunuccie a mantenere quella vocazione, se si accorgeva che neppure la teneva più forte forte dentro la mente sua.
E poi si accorgeva che anche dentro questo liceo classico c’era finito, ancora una volta, come una foglia trascinata dal vento. Proprio com’era già successo quando era finito in seminario per una settimana, perché il vento della mamma e di zia Adelina, della signorina Dag e dei ragazzi della parrocchia che si volevano fare preti là soffiava forte
Qui, al liceo Tasso, gli altri ragazzi erano soffiati da altri venti. E poi non tutti quelli che pure stavano  nell’Azione cattolica a San Domenico si volevano far preti. C’erano quelli, figli dl militari, che entravano alla Nunziatella a Napoli. Come Renato Porta che qualche volta veniva a messa di domenica con la divisa di soldatino e con l’aria di chi sembrava dire: Guardatemi! Guardatemi! Altri studiavano per geometri, come Antonio Cosimato. O per ragionieri come Eggidie e Mario Barletta. Altri andavano al magistrale come Ugo Barletta. Per Nunuccie, suo fratello Eggidie, i cugini Cosimato, i Ferraro, i Iemma la via per la scuola media era stata ancora aperta. Il vento fin lì li portava. Era forte. Fino a lì le famiglie potevano farli studiare, potevano comprargli i libri che servivano e pagare le tasse della scuola.  Non li potevano però aiutare quando avevano da fare il tema o gli esercizi di matematica. E così arrivavano brutti voti e mortificazioni. E allora Nunuccie e Eggidie dovevano chiedere aiuto ad Ada Goglia o al fratello della signora Frezza; e alla fine andarono a fare il doposcuola.
Ma peggio ancora era per i cugini del paese, che dovettero fare la Scuola di avviamento. E altri ragazzi di via Sichelgaita,  come i figli della signora Martino  o della signora Imbimbo, che neppure fecero la scuola media. E neppure le due figlie di zio Antonio avevano potuto studiare ed  erano andate ragazze a lavorare in una fabbrica che produceva  pomodori in scatola. E Crescenzio, il figlio di zia Antonietta, la vedova di zio Vincenzo fratello di Mìneche,  il quale morì ancora giovane con un cancro e lasciò la moglie vedova e  quattro figli? Crescenzio  dovettero metterlo all’orfanotrofio Umberto I, sopra il Canalone, che la gente di Salerno lo chiamava ‘o serraglie’, un posto metà scuola e metà carcere per ragazzi poveri. Là diventò ceramista. E poi finì in Argentina, da dove avevo mandato una fotografia. Dove si vedeva questa testa tonda con i capelli tagliati cortissimi e che faceva pensare alle statue di certi santi di legno colorato che stavano dentro le cappelle di campagna. E poi con quegli occhi timidi che già sembravano che avessero paura della morte.  Che arrivò presto anche per lui, come per suo padre, che era ancora giovane.
Ma tutte queste cose per Nunuccie erano come quando si sente ronzare un moscone in una stanza e non si capisce da dove è arrivato, dove sta e dove va. Pure lui sentiva ronzare dentro la stanza dei suoi pensieri  questa vocazzione. Ma prima il ronzio pareva forte.  Ehi –  lo sapete? – che Nunuccie si vuol far prete? Pare che il figlio di zia Nannine tiene a vocazione! Poi zia Assuntina o zia Luigia a dire: ma chi gli ha messo in testa ‘sta cosa? O qualche prete o qualche monaca! E allora il ronzio diventava più debole. Poi, dopo che la frittata di entrare in seminario da piccolo non era riuscita: ma, però, forse, e dai, vediamo come si mettono le cose più avanti! E così era finito a studiare al liceo classico, perché solo lì s’insegnava il latino. E uno per diventare prete il latino doveva impararlo. Ma al liceo classico la vocazione s’era sempre più sporcata. Se poi quello era uno studio adatto per Nunuccie! Alcune volte mi sono chiesta come mai quel ragazzo si era fatto così abbindolare dalla mamma, dai parenti della mamma, dal prete della parrocchia e dai professoriche erano quasi tutti alleati dei preti. Tranne qualcuno come Donadio, che era socialista. E, perciò, nessuno se lo curava.
La ragione ve la dico subito. Perché i preti a Salerno allora stavano e comandavano dappertutto. Per le strade di Salerno ogni poco si vedevano passare preti e lunghe file di seminaristi.  E sopra via Pio XI, dove abitava la famiglia di zio Vincenzo Cosimato, c’era pure il seminario diocesano. Che era un palazzone che non finiva mai.  E un prete ne tirava un altro, come le ciliegie. Se, per le vacanze d’estate, Nunuccie, Eggidie e Nannìne andavano a casa di zia Assuntina, c’era il prete che diceva la messa nella cappella di Casalbarone. 0 quello della chiesa di Acquamela, dove andava la domenica con i cugini Vincenzo e Guglielmo per giocare a calcetto.  E se tornava a Salerno, ora incontrava per strada  don Enzo ora don Michelino e ora quello che teneva la faccia che somigliava a San Luigi Gonzaga. E poi c’era pure il monsignore del Duomo, dove si andava a confessare Mario Barletta e ci andò dopo pure Nunuccie. E questo era un prete davvero dotto, che gli parlò di  Kant. Prima ancora che il professore di filosofia, Speranza, glielo facesse studiare sul libro di La Manna.
Forse se fossero restati  in paese, in campagna, neppure finiva dentro a quella parrocchia. E non ci  passava tutti quei pomeriggi. E forse restando coi cugini, con le cugine e le zie più contadine, che dietro ai preti non ci andavano come ci andava Nannìne, la terra stessa, gli alberi, gli animali, quella vita più lenta  e pratica potevano far nascere nel ragazzo un altro tipo di vocazione.

 

O licee classiche

E che viente sciusciava ao Licee Tasse, ora? Mo vo diche. Chell’ere na scola addò Nunuccie ere meglie ca nun nge ferneve. Era na scola fatta pe figli re signuri. Ecché, Nannine e Mineche erene signuri? Puzzate sta buone! A mamme ro guaglione ere accussì ‘ntimorite ca nu ghiett’e manc’he na vote a parlà cu quacche professore. Figurammece! Pure si steve sempe appriesse a sti dui figlie e vuleve ca sturiassere, quanne Nunuccie nun ngia facevene ra sule a sturià,  a capì e cose ca stevene scritte rint’e libri, che puteve fa? Miche  ne sapeve niente Nannìne, ca ere ghiute a scole fin’a quarte elementare.  Cercave aiuti o ra zi Adeline o addò o frate Vicienze. O se cunsigliave ca signora Giarlett’e, ca steve o piane e sotto e teneve o marite ca faceve o direttore ae Poste.  E accussì fernette pe mannà tutt’e e duie e figlie – prieste prieste, già all’elementare – ao doposcuola a pagamento: addò quacche maestra e po addo quacche prufessore. Ne cagnarene tante. Nunuccie se ricurdave. Primme addò ‘na signurine, ca steve e case ncoppa a na scalinate longa longa. Pò addò n’ata ca steve rinte a nu vicule. Pò addò a prufessuresse, ca era a nipote e don Mattee Quarante.
Quann’a Mineche, siccome lavurava add’o Salentine ca ere vicine ao Licee Tasse, ogne tante chiedeve n’ora e permesse e si ieve a ‘nfurmà cu e professuri su cume ieve o guaglione. E là, rint’a a chillu salone, pareve n’anima sperdute. Quanne veneve o turne suoie facevene chiamà Nunuccie rao bidelle e o prufessore – puteve esse Scolpine o Donaddie – arapreve o registre e leggeve a Mìneche e vote ro figlie. E chille che puteve ricere? Rngraziave, riceve ao figlie e sturià e chiù. Inzomme, Nannìne e Mìneche a scole ‘ngerene iute poche. Nannine – ve l’aggia ritte – fin’a quarte elementare e Mìneche aveve sturiate nu poche e chiù sott’o militare. Epperò c’ere n’atu fatte. Nannìne e Mineche già stevene pure lore cu nu piere chiù a Salierne ca ‘ncampagne. E cumme  e cugine Cusimate, o destine  e Nunuccie e ro frate Egiddie ere chill’e e sturià e cercà e stà cu chill’e ca stevene meglie e lore: figli e militare ‘n carriere, e maestre o prufessure, e ‘mpiegati e banche, e avvucate, e cummercianti e ‘mpresarie, cumm’ao patre e Pastore ca, mo ca ere finite a guerre, faceve palazzine e palazzune pe tutte Salierne e pruvincie.
O fatte è ca, si stai miezz’e e figlie re signuri senza esse figlio e signore, nge stai male. Chille nun n’te curene proprie. E pure e prufessure, specie chille r’allore, ca venevene tutte ra e tiempe fasciste, avevene l’uocchie doce o a mane leggere, quanne mettevene e vote, primme e tutte o sulamente  pe figli re signuri. Quacche vote, forse, s’accurgevene ca nge steve  pure quacche figlie e gente ca nunn’ere ricche e  ere poche istruite. E o suppurtavene e quacche vote nge revene  nu punte e chiù r’incoraggiamente.
Stu licee Tasse ere cummannate a bacchette ra nu preside ca se chiamave Incutte. Nu fascistone. Cumme o vicepreside, nu certe Pinte. Quanne o bidelle ca steve nfunn’ao corridoie riceve ca une re duie steve saglienne pa scalinate, tutte a solite ammuina re prufessuri e re sturienti re sezione re maschi e l’urtime piane, s’ammusciave e botte. Si stevene rirenne, se mettevene subbite  ’a poste – assittate ‘n cattedre, tirate e prufessure; e dint’e banche, tutte zitte zitte, e sturienti. Cumme si arrivasse nu generale o nu riavule. Chisti duie capintesta passavene classe pe classe quann’e, a fine ro trimestre, purtavene a pagelle. O capitavene e botte, si ere succiesse quaccose e grave. Allore venevene a fà e poliziotte pe sapé chi ere state. E na vote, siccome nisciune parlaie e nun venettere a sapé chi, chella matine, aveve fatte na pernacchie a Incutte mentre traseve ra o purtone principale, Nunuccie sentette prununcià ra vocche ro vicepreside Pinte  na parole ca manche cunusceva: ‘omertà’. Azz’, e cumme parlavene difficile a stu licee classiche pe te fa sentì  n’ignorante, nu pruvulone!

E però stanne a stu licee classiche  a poche a poche aveve cumengiate a m’parà cose ca cu a vocazzione nun ‘ng’entravene. E nun ng’entravano manche chiù rint’o maccature ra fantasie soia.  Sti figli re signuri nunn’erene cumm’ae guagliuni ra parrocchia e Sante Ruminiche.  Penzavene a tutt’at’i cose, pure si ievene a messe a rumeneche.  Ere n’atu munne. E cose  lore erene ‘stranee  ao munne e Nunuccie. E isse e vereve cumme si miezze  ‘nge fosse nu vetre opache. E ecche cose ere fatte stu vetre? Ere fatte re paure, re pensiere e re fantasie ca avevevene rignute l’anima soia tutte chilli iurne e anne ca aveve passate a Casebbarone o roppe dint’ao presepie e via Sichelgaite e dint’a parrocchie e Sante Ruminiche. E mo e cose ca senteve ra e prufessure e ra e cumpagne e classe o cagnavene. ‘Ncumingiò a veré che succereve durante l’ore e religione. Sfuttevene o prevete  ‘ncontinuazione e nunn’o rispettavene proprie, cumme facevene isse e l’ati guagliune e l’Azione Cattoliche. E po n’gerene tante ati cose… Mo diciteme vuie cumme puteve fa Nunuccie a mantené chella vocazione, si s’accurgeve ca manch’e a teneve chiù  forte forte dint’a  mente soia.
E po s’accurgeve ca pure dint’a ‘stu licee classiche ngere finite, ancore na vote, cumm’a na foglie sbattute rao viente. Proprie cumm’ere già succiesse qunn’ere finite  ‘n seminarie chella settimane, pecché o viente ra mamme e e zi Adeline, ra signurine Dag e re guagliuni ra parrocchie ca se vulevene fà prievete scusciave forte.
Cà o licee Tasse l’ati guagliuni erene sciusciati ra ati viente.  E po miche tutte chille ca pure stevene rint’a l’Azione Cattoliche a Sante Ruminiche se vulevene fa prievete. C’erene chille, figlie e militare, ca trasevene a Nunziatelle a Napule. Cumm’a Renato Porta, ca po quacche vote veneve a messa a rumeneche cua divise e surdatine e cull’aria e chille ca dice: Guardateme! Guardateme! Ati sturiavene pe geometre, cumm’Antonio Cusimate. O per ragiunieri, cumm’a Eggidie o a Marie Barlette. Ate ieven’e o Magistrale, cumm’a Ughe Barlette. Pe Nunuccie, o frate Eggidie, e cugin’e Cusimate, e Ferrare, e Iemme a vie ra scola medie ere state ancore aperta. O viente fino a là e purtave. Ere forte. Fino a là e famiglie ng’arrivavene, e putevane fa sturià, putevene accattà e libre ca servevene e pagà e tasse ra scola. Ma già ae scole medie e difficoltà aumentavene.  E miche ‘n tutte e famiglie ‘ngere quacchune ca e puteve aiutà quann’avevene ra fa e teme o l’esercizie e matematiche. E accussì arrivavene brutti voti e murtificazioni. E allore Nunuccie e Eggidie avevene chiedere aiute a Ada Goglie o ao frate ra signora Frezze; e a fine iettere a fa o doposcuola. Ma peggie ancora ere pe cugine ro paese, ca avettere fa a Scole e l’Avviamente. Manche e doie figlie e zi Totonne avevene putute sturià e erene iute guaglione a faticà rint’a a na fabbriche ca faceve e buatt’e e pummarole. E accussì succerette  p’ati guagliune e via Sichelgaite, cumm’e figli ra signora Martine o ra signora Imbimbe, ca manche facettere a scola medie.
E Crescenzio, o figlie e zi Ntunetta, a vedova e zi Vicienze, fratielle e Mineche, ca murette ancore giovane cu nu cancre e lasciaie a mugliere vedove cu quatte figlie? L’avettere mette all’Orfanatrofie Umberte Prime, ncopp’o Canalone. Ca a gente e Salierne o chiamave ‘ o serraglie’, na cose miezze scole e miezze carcere pe guagliuni puverielle. Là diventaie ceramiste. E po’ fernett’e in Argentine, r’addò aveve mannate na fotografie. Addò se vereve sta cape tonne, cu e capille tagliete curte curte e ca faceve pensà ae statue e certi santi e legname culurate, ca stevene rint’e cappelle e campagne. E pò  cu chill’ uocchie timide ca già parevene ca avessere paure ra morte. Ca arrivaie pure pe isse, cumme po patre, ca ere ancora giovane.

Ma tutte sti cose pe Nunuccie erene cumme a quanne se sente runzà nu muscone rint’a stanze e nun se capisce r’addò è venute, addò stà e addò va. Pure isse senteve runzà cumme rint’a a stanze re penziere suoie  sta vocazzione. Ma primme o runzie pareve forte. Uè – o sapite? – ca Nunuccie se vo fa prevete? Pare ca o figlie  e zi Nannìne  tene a vocazzione! Po zi Assuntine o zia Luigia a dicere: Ma chi n’già misse ‘ncape sta cose? O quacche prevete o quacche cap’e pezz’e! E allora o runzie se faceve chiù debbole. Po, roppe ca a frittate e trase ‘nseminarie ra piccirille nunn’ere riuscite: ma, però,forze, e daì, verimme cumme se metten’e cose chiù annanze!
E accussì ere finite  a sturià ao licee classiche, ca sule là se faceve o latine E une pe se fa prevete addà sapè o latine. Ma ao licee classiche – e pe me  anche primme! –   a vocazzione s’ere n’cumingiatie  a spurcà. Riciteme nu poche si po chill’ere sturie pe Nunuccie! Certi vote m’aggia addummannate cumme maie chillu guaglione s’ere fatte accussì ‘nturtà. Primme ra mamme, ra’ e pariente ra mamme, ra e prievete ra parrocchie e rae prufessure, ca erene cumm’a prievete o stevene arret’ae prievete. Tranne quacchune, cumme a Donaddie, ca ere sucialiste. E, peccheste, niscune so curave.
A ragione va riche subbite. Pecché e prievete a Salierne allore stevene e cummannavene rappertutte. Pe vie  e Salierne se verevene ogne poche passà prievete e file longhe longhe e seminariste. Ca n’coppe a vie Pie XI, addo abitave a famiglie e zi Vicienze Cusimate, c’ere pure o seminarie diocesane. Ca ere nu palazzone ca nun ferneve mai. E nu prevete ne tirav’e n’atu, cumme e cirase. Si, pe vacanz’e r’estate, Nunuccie, Eggidie e Nannìne ievene a case e zi Assuntine, c’ere o prevete ca riceve a messe dint’a cappelle e Casebbarone.  O chille ra chiese r’Acquamele, addò ieve a rumeneche cu’e cuggine, Vincenze e Guglielme, pe giucà ao calcette. E si turnave a Salierne, mo ‘ncuntrave pe strade ronn’Enze, mo ron Micheline, mo chille ca teneva a faccie ca sumegliave a san Luigie Gonzaghe. E po c’ere pure o munzignore ro Duome e Salierne, addo se ieve a cunfessà pure Marie Barlette e po ce iette pure Nunuccie. E chiste ere nuo prevete veramente istruite, ca n’ge numenaie Kant. Primma  ancore ca o prufessore e filosofie, Speranze, ngio facette  sturià ncoppe o  libre e La Manna.
Forze si fossere rimast’ao paese, ncampagne cu nuie, manche feneve rint’a a chella parrocchia e nun ‘nge passave  tutt’e pomeriggie. E forze restanne cu e cuggini e  e cuggine e e zie chiù cuntadine, ca appriess’ae prievete nun ‘nge ievene cumme nge ieve Nannìne, a terra stesse, l’albere, l’animale, chella vite chiù lente e pratiche putevene fa venì ao guaglione n’atu tipe e vocazzione.

 

 

 

* Le altre prove si leggono su POLISCRITTURE  scrvendo ‘vocazzione’ in ‘cerca’.

Riordinadiario 16 novembre 1980

Tabea Nineo, Perde la testa, 1980

Narratorio

di Ennio Abate

In una notte piovosa. C’era uno omino con una testa grossa che, mentre correva, perdeva pezzi del suo corpo.
Perse dapprima un piede. Poi la mano, mentre il fascio di luce di un lampione (che subito dopo si spense) gliela illuminò, squarciandola).
Biancore tremendo. Si sentì l’inizio di una musica:  un andante disperato. Un cane latrò. La musica si arrestò.

L’ombra dell’uomo che correva – aveva perduto ormai tutto il petto, cuore compreso – schizzò davanti a lui.
Fermati, ti prego! – gli disse – Non sei più quello di una volta.
Fatti in là, maledetta – sibilò l’omino – Non mi hai voluto coprire quando avevo freddo. Adesso vattene!

Passavano alcuni giovani. Uscivano da un cinema discutendo della trama del film appena visto. Esprimevano impressioni bambinesche e se le ributtavano addosso l’un con l’altro. Ad alta voce. L’omino voleva intervenire. Aveva visto anche lui quel film.

Ormai, però, aveva perso quasi tutti i suoi pezzi. La sua testa tonda stava finendo di rotolare verso un muro in fondo alla strada. Il suo occhio, prima che la testa si fermasse dolcemente sul ciglio del marciapiedi tra mozziconi di sigarette e cartacce colorate, staccandosi saltellò oltre sull’asfalto come una biglia .

Riordinadiario 17-18 dicembre 1983

 Rileggendo «Questioni di frontiera» (1977) di Fortini. Appunti.

 

di Ennio Abate

Fortini critica il concetto di proletariato di Pasolini, degli operaisti, del PCI in nome di un proletariato terzomondista, che l’intellettuale può/deve   pensare da esterno. Continua la lettura di Riordinadiario 17-18 dicembre 1983

Fachinelli e/o Fortini? (2)

Per un libro da scrivere

di Ennio Abate

Seconda parte

FRANCO FORTINI,  IL DISSENSO E L'AUTORITA'
(QUADERNI PIACENTINI N. 34 - MAGGIO 1968

Dicevo nella conclusione della Prima parte: «Tutte queste perplessità si rafforzarono dopo la lettura della  replica di Fortini a Fachinelli».
Sul numero successivo dei Quaderni Piacentini – il 34 del maggio ’68 –  nel saggio «Il dissenso e l’autorità» di Franco Fortini trovai, infatti, un immediato contrappunto al discorso psicanalitico del saggio di Fachinelli.
Qui si suonava un’altra musica, dissonante rispetto a quella utopistica e suadente-ambivalente di Fachinelli. Ho pensato  più tardi che, leggere Fortini dopo Fachinelli, fu come passare  dal tiepido-bollente dell’occupazione della Statale di Milano a una doccia fredda in una stanza appartata e in ombra. Vediamo perché. Continua la lettura di Fachinelli e/o Fortini? (2)

Gabriella Montaldi Seelhorst, La formazione. Lasciare un segno

In «Lasciare un segno nella vita. Danilo Montaldi e il Novecento»
a cura di Goffredo Fofi e Mariuccia Salvati (6)

di Ennio Abate

Ho letto con rispetto e curiosità questo saggio   di Gabriella Montaldi Seelrhost, la vedova di Danilo Montaldi; e, al posto di una breve recensione, mi è venuta fuori una riflessione  lunga e impegnativa. La propongo con la massima disponibilità a confrontarmi (in particolare con  quanti conobbero ben più di me Montaldi) e, se necessario,  a correggerne il taglio forse troppo critico che ha preso. 

Il saggio si concentra sul  periodo di formazione e si conclude con la seconda metà degli anni Cinquanta, quando la  ricerca da autodidatta di Montaldi ottiene il riconoscimento di intellettuali  di valore come Fortini, Vittorini, Pizzorno e le sue prime “storie di vita”  compaiono su importanti riviste italiane.
Continua la lettura di Gabriella Montaldi Seelhorst, La formazione. Lasciare un segno

Riordinadiario 1975

Tabea Nineo, disegno anni ’80

 Stesura del dicembre 2020

di Ennio Abate

Riapro la cartella 1973-1975.  I fogli sono dattiloscritti. Alcuni sono di carta velina. (Allora si usava ancora per ricavare una o più copie di un  documento dattiloscritto, mettendo tra i fogli la carta carbone[i] Continua la lettura di Riordinadiario 1975

Prossime elezioni. Stato d’animo

Il meno peggio in questo contesto non c’è. (Forse non c’è mai stato). Meglio morire avendo almeno una qualche memoria del meglio che in qualche epoca c’è stato (da noi almeno Resistenza e ’68-’69). E fissarlo come si può (come in quei barattoli nascosti nei lager e poi ritrovati da quelli venuti dopo): verità dei vinti, ma irrinunciabile. La schiuma resta schiuma e non va scambiata per gli oceani.

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