Tutti gli articoli di poliscritture

Su Thierry Metz

Thierry Metz, Dire tutto alle case, prefazione di Mia Lecomte,
Interno Poesia Editore 2021

di Emma Pretti

<<…Gli outsiders sono perdenti per definizione. Non scelgono mai i luoghi e le date giuste per nascere, creare, amare, morire. Vivono in mondi paralleli. E hanno sempre l’indirizzo sbagliato…>> Continua la lettura di Su Thierry Metz

Un brano da “La scrittrice obesa”

La scrittrice obesa, seconda parte, capitolo 1

di Marisa Salabelle

Susanna Rosso alzò la cornetta del telefono. Aveva ancora un fisso con tastiera, bianco e grigio, che risaliva ai tempi dei suoi genitori. Cellulare non ne aveva, prima di tutto non usciva quasi  mai di casa, secondo, non le saltava neanche per la mente di rendersi rintracciabile da chiunque in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. Delle volte, quando le giravano particolarmente le scatole, staccava anche il fisso e così nessuno le rompeva i coglioni. Non che le arrivassero spesso telefonate, questo no. E quando chiamava lei, come in quel momento, era semplicemente per farsi mandare a casa del cibo da asporto. Il quartiere in cui viveva era diventato multietnico, negli ultimi anni, da un lato e dall’altro della strada era tutto un seguito di insegne in caratteri cinesi o giapponesi o arabi e tutto un proporre roba da mangiare di ogni genere, involtini primavera, kebab e zighinì, ravioli e noodles, tortillas, chili, hot dog, ali di pollo piccanti, hamburger, pizza, con una mescolanza di odori che a qualcuno dava la nausea ma a lei piaceva da morire. Quella sera scelse la rosticceria indiana e ordinò diverse porzioni di pollo, agnello e maiale più o meno speziati, con diverse salse e naturalmente molte varietà di pane. Aveva lavorato tutto il pomeriggio al suo ultimo romanzo e non era molto soddisfatta di come stava procedendo. La protagonista, una giovane donna che somigliava moltissimo alla commessa del supermercato dove faceva sporadiche incursioni quando proprio non poteva fare a meno di carta igienica o di detersivo per i piatti, si era impelagata in una storia con un uomo sposato, sempre le stesse queste ragazze giovani, e a questo punto della storia lei non sapeva più che cosa farle fare. Tutte le soluzioni le sembravano banali, viste e riviste, lette e rilette fino alla nausea. Forse aveva sbagliato a cimentarsi con un tema così trito… Salvò il file al punto in cui era arrivata, lo chiuse e cominciò ad aprirne altri a caso, scorrendo le cartelle Racconti, Romanzi, Storie e Altrestorie: ce n’aveva di materiale, e alcune cose non erano proprio malvage, ma in certi momenti non sapeva cosa farsene, se non aprirle e chiuderle una dopo l’altra, leggiucchiare una pagina, aggiungere un paragrafo qua e là, oppure eliminare interi capitoli dopo averli selezionati col mouse. Cancella, taglia, annulla, cestina, ammazza. La memoria del suo portatile era piena di opere abortite. Creature che non avevano mai visto la luce e mai l’avrebbero vista, roba che non si era nemmeno più curata di stampare, almeno negli ultimi tempi, tanto si sarebbe trattato solo di un immane spreco di carta.

Suonarono il campanello, Susanna si alzò faticosamente dalla poltrona da ufficio, con rotelle e schienale imbottito, che aveva piazzato davanti alla scrivania, la schiena le faceva un male boia, le gambe si erano informicolite, gli occhi le pizzicavano, ma soprattutto era la sua mole quella che le dava dei problemi. A poco più di cinquant’anni era uno sfascio, doveva aver raggiunto e superato il quintale di peso, era grossa, informe, si muoveva con difficoltà, e continuava a mangiare come una sfondata. Aprì la porta dell’appartamento: era il ragazzo della rosticceria.

Nota
Una precedente segnalazione si legge qui

“Winday” di Daniela Stallo

Recensione di Marisa Salabelle

Winday, di Daniela Stallo, uscito da pochissimo per Armando Editore, è un noir originale e particolarmente suggestivo. L’azione è ambientata a Taranto, durante la settimana santa di un anno imprecisato, comunque molto recente. Lucrezia è una donna di cinquant’anni, benestante, che lavora a tempo perso in una cartoleria e coltiva la passione per la fotografia. Ama e odia Taranto, la sua città, che abbandona alla ricerca di luoghi più vivibili, per poi tornare ogni volta, quasi costretta da un anelito interiore. Taranto è brutta, invivibile, l’aria  è densa di fumi, i balconi si coprono di polvere nera, l’inquinamento è alle stelle, la gente si ammala e muore. Lucrezia scappa via ma poi torna, non riesce a stare lontana. Continua la lettura di “Winday” di Daniela Stallo

Tra personale e politico

Claudia Mazzilli, Controcanto in Verdargento, Ortica editrice 2022

di Pierpaolo Riganti

Controcanto in Verdargento (Ortica editrice, luglio 2022, pp. 233) di Claudia Mazzilli sorprende per la sua struttura ibrida tra romanzo e racconto. Continua la lettura di Tra personale e politico

Intervista ad Antonio Sagredo

Chiesa di S. Matteo a Lecce

a cura di Ennio Abate

Questa lunga intervista risale al 2015.  La considero un’intervista-duello. Da una parte ci sono le 9 domande preparate da uno come me, convinto che la poesia sia lavoro: da distinguere (non separare) da tutte le  forme (storiche) del lavoro umano. Esse mirano, perciò, a chiarire per quanto possibile le radici materiali (biografiche, storiche, geografiche,  culturali) del «fare versi». Dall’altra ci sono le risposte di Sagredo, che a volte eludono o contestano apertamente le domande; e teatralizzano una visione della Poesia come inattesa Visitatrice, che quasi sottopone a stalking il poeta («ho pregato più volte, l’anno scorso, la Poesia di non disturbarmi più… invano! L’ho pregata da quando iniziai due decenni fa»).
Il risultato mi pare, comunque, interessante: Sagredo  espone qui numerosi ricordi del suo «periodo infantile» o della sua «esperienza adolescenziale leccese-salentina»; rende note alcune fonti ispiratrici o guide della sua ricerca (Vanini, Ripellino, «il santo Federico» [Nietzsche], Tommaso Riccardo, Stirner, i formalisti russi, Andrzej Nowicki, Francesco P. Raimondi ,ecc.); esalta il cosmopolitismo culturale (novecentesco) contrapponendolo – a mio parere sin troppo – alla «mancanza d’aria» della poesia italiana; e rivendica una assoluta libertà («I miei versi sono nati nella massima e totale libertà e verità interiori, una sorta di creazione arbitraria senza zavorre culturali»).  Il lettore valuterà le ragioni delle due posizioni .

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La mia vita a capitoletti (2)

SECONDA PARTE

di Luigi Sciagura 

A TORINO

Arrivano  ‘sti gruppi davanti alla Fiat: Lotta Continua, Potere Operaio e l’Unione dei comunisti guidata da Aldo Brandirali. Dopo un po’ Adriano Sofri trasforma la sua assemblea  di studenti e operai nel gruppo di Lotta Continua. Ricordo anche Mario [Dalmaviva]. Con altri entrano nelle assemblee per tentare di fare dei gruppi di operai.  Insomma, c’era una continua  battaglia  tra  i vari gruppi per diventare più grandi e ogni gruppo tentava come poteva di procurarsi studenti e operai. In realtà,  molti erano gli  studenti ma pochi gli operai reclutati.  E Sofri si procura anche quell’operaio, Leonardo Marino,  che dopo tanti anni lo denuncerà come mandante dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi.

Nel ’69 c’è l’ultimo grande scontro tra operai e polizia in corso Traiano. Il sindacato indice uno sciopero generale che inizia di pomeriggio, alle 14. Gli operai formano subito dei grandi blocchi davanti alle porte della Fiat. Davanti ad una c’è un commissario di polizia (non ricordo più  il nome), un provocatore. Ci gridava:  «Allora, figli di puttana, vi rompiamo il culo subito o aspettiamo?». Iniziano gli scontri con le pietrate. Tutto il quartiere è coinvolto. Le bisarche che trasportavano le macchine Fiat vengono assalite dai manifestanti. Io vengo colpito al piede da un lacrimogeno.  Come un cretino pensavo di fermarlo col piede. Insomma, alla fine vengo catturato e  mi becco un sacco di manganellate paurose. Viene catturato con me anche un operaio e cerchiamo di metterci d’accordo: io dico che tu eri con me e tu dici…  Accordi  ingenui o stupidi.  Più tardi, quando arriviamo alla questura di Torino e lo vogliono  perquisire, lui dice: «Ma perché mi perquisite? Secondo voi, se avevo un’arma, sarebbe stato così facile catturarmi?». Lì, dopo un certo numero di minuti, lo chiamano: «Vieni al bagno che ora è libero, così puoi andare». Quando torna, torna massacrato. Gli hanno rotto le ossa.  E io, che pure avevo chiesto di andare al bagno, ci rinuncio, capendo che  sarei finito massacrato. Dopo un po’ vengo interrogato. E mi pongono la condizione:  dire che mi son fatto male stupidamente da solo. Io avevo una ferita alla schiena per le botte e anche quella al piede era paurosa.   Ho scritto che me l’ero fatte da solo.

All’inizio, dopo l’arrivo dei gruppi davanti alla Fiat, io e altri che eravamo contro i partiti volemmo entrare nell’Unione dei comunisti di Brandirali.  E io divenni funzionario dell’Unione. Purtroppo, facemmo quell’errore. In quel momento ci sembrava che quella fosse l’organizzazione più seria per costruire il partito dei comunisti. L’Unione dei comunisti collettivizzava le proprietà dei membri, organizzava anche i matrimoni tra compagni; e aveva presa su molti intellettuali allora famosi.  Dario Fo era vicino all’Unione. E c’era  anche il compagno di Eleonora Fiorani,  Francesco  Leonetti. Lui era quello che teneva i contatti con questi grossi big intellettuali.

Così in Corso Regina Margherita  aprimmo la sede dell’Unione. Oltre al primo piano, avevamo preso in affitto anche lo scantinato, dove organizzavamo le attività che riguardavano la produzione di manifesti. Costituimmo un gruppo che aveva imparato a produrre i manifesti mediante la serigrafia. Quello scantinato fu  utilizzato anche per fare una mostra sulla Repubblica popolare del Congo. Nella piazza di Corso Regina Margherita c’era un grande mercato, dove avvenivano le baruffe con i fascisti.  Qui conoscemmo R.D., operaio delle Carrozzerie Fiat, il quale era culturalmente zero ed era di un paese –  Nocera inferiore o  superiore –  tra Napoli e Salerno. Pur essendo analfabeta, era uno dei più attivi. E, quando venivano organizzati i cortei interni degli operai, lui era subito pronto ad armarsi di un tondino di ferro. Con quello colpiva quante più macchine poteva sulla gru del montaggio in modo che, spaccandole, si fermava la produzione.

Conoscemmo anche F. Z., altro operaio della Fiat. Però, col pallino del giornalismo. Era un pugliese molto bravo nel descrivere gli scioperi degli operai, meno bravo nel farli. Mi ricordo che lì al mercato di Corso Regina conoscemmo anche Carlo. Aveva un bar  dove la sera era pieno di prostitute. Tutti i nostri compagni andavano a cena lì. E tutti, al momento del conto, dicevano: «Paga Sciagura!».  Avevano capito che Carlo aveva molta fiducia in me e dicendo così tutto era a posto. Io mi ritrovai un conto chilometrico, un debito di  300 – 400mila lire di allora. Lì avevamo una casa al sesto piano – sì, una Comune – e non chiudevamo mai la porta.  Nel senso che era un posto sempre aperto,  dove passavano spie della polizia a non finire. Ma  a noi non ci fregava niente.  Tra noi, l’unico che aveva un lavoro serio era L. Z. Faceva il professore supplente a Ivrea. Allora noi, generalmente, per fare il bollito  compravamo patate e qualche pezzo di carne.  Una volta, però. L. Z non ci volle dare i soldi. Ci incazzammo. E, quando tornò da scuola e chiese cosa c’era da mangiare,  gli rispondemmo in malo modo.

Conobbi anche un nipote di Donat Cattin, un duro molto alla buona che ci combinò molti  guai. E poi, non so perché, s’è suicidato. Aveva due figli e anche con il solo lavoro della moglie stavano abbastanza bene. Si chiamava Carlo come lo zio. Una volta ci aveva portato da lui  ad Aosta, perché noi volevamo presentarci alle elezioni in tutto il Piemonte.  Solo che lo zio disse: «Guardate, non mi frega niente, non vi do niente, ve ne potete andare». E ci cacciò di casa. Ad Aosta c’era una comunità abbastanza grande di intellettuali di sinistra. La cosa da ridere fu  che, quando andammo a cercar voti nelle campagne,  tutti quelli che vi lavoravano erano   meridionali e ben pochi o nessuno della Val d’Aosta. E noi che pensavamo di sentir parlare il patois! Lì erano o calabresi o pugliesi. Erano donne che sposavano i pastori che facevano il formaggio. Sempre come funzionario dell’Unione poi da Torino mi mandano a Novara. 

 

A NOVARA

Novara  politicamente era una piazza difficile. Secondo me era un punto così piccolo e poco importante. No, no – mi dicevano –  quando vogliamo costruire un partito, lo si fa in tutte le zone.  Lì  prepariamo due manifestazioni a cui partecipo. Sono manifestazioni un po’ sceme, però riescono bene. Tra parentesi, è l’unico posto dove partecipiamo alle elezioni politiche comunali; e per un solo voto non vengo eletto consigliere. A Novara poi c’era un famiglia, la famiglia dei calabresi. Molto dura. E successe che uno di questa  famiglia, che era dei nostri, combinò un casino. In pratica doveva sparare sui fascisti. Invece, presa la pistola, se l’era messa nella cintola dei pantaloni e s’era sparato nei coglioni. Un cretino veramente pauroso. Ma io allora di quello che era veramente accaduto non sapevo niente. Facemmo una manifestazione in cui dicevamo che  i fascisti avevano sparato sul nostro compagno. E solo tempo dopo, quando abitavo in una casa che affacciava in una piazzetta sopra una pizzeria e ti contendevi il cesso che c’era sul  balcone con i gatti –  c’erano gatti a non finire –   ho saputo la verità. Da uno che abitava nello stesso cortile dove abitava il padre di questo nostro compagno. Che ci disse: «Non è un cazzo vero che i fascisti gli hanno sparato. Quel coglione nel prendere la pistola s’è sparato nelle palle».

Allora in tanti andavano nella Val Grande [1]  per allenarsi a sparare. La valle era piena di calabresi, i quali in quel periodo facevano  i contrabbandieri. Portavano la roba (sigarette, cioccolato). Quando scendevano dall’alto in auto, erano bravi a guidare. Scendevano velocemente. Una volta noi avevano dei compagni dove c’è il bellissimo Lago Maggiore, dove si specchiano tre paesini che poi vennero uniti assieme; e  io andai lassù con uno che si chiamava S. Durante il tragitto, però, manifestò tutti i segni della sua pazzia. Diceva che lui aveva visto una donna in bicicletta e le aveva detto: ti chiavo. E quella ci stava.  Il guaio è che io non sapevo guidare la macchina. Con questo S. dovevamo arrivare in Val Grande a prendere un calabrese che guidava lui le macchine. Poi scendemmo giù a Novara: io, questo pazzodi S. e il calabrese.  E la moglie di questo, quando ci vide, non volle assolutamente ospitarci. No, disse, siete matti! Vi tirate dietro uno che è impazzito.  

S. era giovane e faceva il pastore.  Quella era una zona dove tutti facevano i pastori. Solo che i fratelli più grandi  e più in gamba di lui avevano cercato un altro lavoro. L’unico che era rimasto tagliato fuori era questo qua. Una volta andai a trovare lui e  e i suoi fratelli  con un mucchio di ragazzi e ragazzine di Milano. E  il giorno dopo S.  venne sotto casa mia a Novara. Voleva il numero di telefono di una ragazza che avevo portato lì. No, non te lo do. E feci bene.  Seppi poi  che s’era sposato con una bonazza del paese e che era divorziato dopo un anno. Adesso non so se è vivo o morto. A Novara conobbi anche D. Era il figlio di uno dei più grandi industriali della provincia di Novara.  Ma diceva sempre che non aveva soldi. Perché così gli avevano insegnato a dire i suoi genitori. Attualmente non ne so più niente. Mi ha scritto dalla Polonia.  Ho capito che fa lo chef in un grande ristorante all’italiana. E mi verrebbe da chiedere: ma tu in Italia avevi moglie e figlia. Che fine hanno fatto,  visto che  parli solo di un tuo figlio, che è uguale a te come conformazione fisica.

Quando eravamo a Novara, mi aveva fatto conoscere un certo Capellone. Capellone era uno di quei giovani di diciotto anni, che dammi una pistola e un obiettivo su cui sparare, non ci pensava su. Di nome faceva U. e dopo l’hanno trovato alcuni amici tra i fuoriusciti in Francia. E dicevano che con U. bisognava stare attenti. Perché, dato che suo fratello era stato al servizio della polizia francese,  U. era più violento dei violenti. Per rifarsi sul fratello. O per staccarsi dal fratello.  Quando ero a Torino ed ero appena tornato da militare, gli portava ogni settimana una bottiglia di Four roses bourbon, che gli dava la donna con cui stava.  Tutti questi erano militanti dell’ Unione dei comunisti. in parte reclutati da me in parte trovati sul posto e trasferiti poi in altri punti d’Italia.

 

TRE ANNI A GENOVA

Sempre come funzionario dell’Unione dei comunisti fui mandato da Novara a Genova. La cosa che più ricordo è che nel porto di Genova avevamo la sede nello stesso locale dove Garibaldi organizzò la spedizione dei Mille. C’era una scalinata che andava su e c’era un grande stanzone. Genova è una grande città, più vicina come stile di vita a Torino. Anche se qui in fabbrica c’erano quelli che avevano fatto i  partigiani e dicevano: «E tu  trent’anni fa dov’eri?». E io gli rispondevo:  «E dove sarai tu tra trent’anni? Sarai a concimare i vermi». A Genova ho partecipato a diverse iniziative. Tra parentesi eravamo un bel  gruppo di 20- 30 persone. Qui  conoscemmo anche dei giovani di Africo nuovo [2]. Erano dei delinquenti.  Allora c’erano delinquenti di destra e di sinistra. Questi si consideravano di sinistra. Una volta mi ricordo che quattro o cinque di loro erano scomparsi per un po’ di tempo. E io chiedevo a uno di loro: ma dove siete andati? E quello, per tutta risposta, tirò fuori un coltello a serramanico e si pulì l’unghia.  Un altro capì cosa voleva dire quel gesto. Voleva dire: «Statti zitto, non son cazzi tuoi». Allora gli dissi: « Ma tu sei scemo, tira via quel coltello». Più tardi, quando sempre come funzionario dell’Unione passai a Milano trovai un loro parente.  Era stato in galera nel carcere di massima sicurezza di Opera. E gli chiesi: «Ma tu vieni da Opera o da Africo?». « Io vengo da Africo nuovo». Allora pensai che era meglio stargli lontano.

Dopodiché mi arriva l’avviso da Torino che debbo assolutamente andare al militare. Dico: «Ma voi non mi avete avvertito!».  Io ho sempre sgamato il militare, ma stavolta mi dissero: «Qui non siamo riusciti a trovarti, quindi devi andarci per forza». Allora ci andai.  Era il periodo in cui era forte   il movimento dei soldati in divisa di Lotta Continua.  E noi anche dell’Unione eravamo forti con i vari scioperi che conducevamo. Il militare lo feci a Udine. Fu nel 1976, l’anno del terremoto. Tant’ vero che noi veniamo impiegato per sgombrare le macerie.

 

ANCORA A TORINO

Finito il militare, tornai ad abitare a Torino. In una viuzza vicina alla Mole [Antonelliana]. Abitavo con due tipi. La moglie era una brigatista. Lui no, era un operaio bravo. Io  a lui dicevo: «Tua moglie mi sembra un po’ strana». Perché andava nei supermercati e rubava. «No», MI diceva lui, «noi potremmo anche vivere con ciò che guadagniamo ma, rubando, se la beccano, non finisce in galera  come brigatista. Mi ricordo anche  una sera in cui lei mi mostrava la sua arma di guerra: un pugnale. Le dissi: «Che cazzo, sei scema? Quando uno vuol fare la guerra, la fa seriamente». Allora pianti dirotti da parte sua.  A me sembrava di aver detto una  cosa giusta. E, infatti, i fascisti se ne fregavano del suo pugnaletto.

 

A MILANO

Sempre dopo il militare un gruppo di noi, che stavamo a Torino ed eravamo i  più bravi, fummo chiamati a Milano da Francesco Leonetti che, dopo l’espulsione di Brandirali dall’Unione dei comunisti, voleva fare il grande partito mettendosi con quelli di Potere Operaio. A Milano ho frequentato per diverso tempo  Eleonora Fiorani, la donna con cui Leonetti viveva, che è morta da poco e che aveva tutti i suoi libri pubblicati da Lupetti. Poi i rapporti con Leonetti si guastarono.  E lui  ci espulse tutti dal PC (ml) perché eravamo di destra. Cioè, eravamo contrari a fare azioni in comune con quelli di Potere Operaio  che volevano fare la lotta armata. Dopo essere stati espulsi da Leonetti, alcuni di noi hanno proseguito. Eravamo uno sparuto gruppettino di dieci, dodici operai e lavoratori vari con varie persone. Cerchiamo di organizzare gli operai e i lavoratori nelle fabbriche  fondando «Operai Contro», che è andato avanti  per più di vent’anni senza riuscire ad allargarsi.

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Qui a Milano ricordo che una volta vengo fermato dai carabinieri in via Moscova. Si trattava della brigatista di Torino,  che nel frattempo  era finita in galera. Mi dissero: «Vogliamo sapere da lei come la pensa».  Io dissi: «Voi volete sapere da me come la penso, ma io non ho voglia di discutere con voi. Che cazzo volete?».  «Guarda, se non discuti con noi,  minimo minimo un mese di galera glielo facciamo fare». «E allora, vabbè», gli dissi, «Guardate che  io ho abitato con loro ma non sapevo chi fossero. Ho abitato con loro perché non avevo casa e mi facevo ospitare». 

 

BILANCIO

Dopodiché pian piano vengono fuori i fallimenti dei vari gruppi. Viene fuori il fallimento di Lotta Continua con Sofri che poi molto tempo dopo sarà  denunciato da Marino. Poi Brandirali, di cui  noi dell’Unione dei comunisti pretendevamo di diffondere il verbo in Italia, entra  in Comunione e Liberazione. Altri non so che fine fanno. Brandirali l’ho conosciuto di persona più tardi qui a Milano. Lo conosceva un operaio della Breda, che era stato assunto da lui in una impresa di costruzione elettrica e si formò  come perito elettrotecnico aiutato da me. Una sera   questo operaio invitò me e Brandirali  a cena. E  ricordo che Brandirali mi disse: «E che vuoi, Sciagura, io quando parlavo del matrimonio comunista e delle altre questioni di sinistra, dicevo roba dei preti. Solo che non l’avevo capito. Dopo l’ho capito bene. E allora son passato direttamente con loro».

Cosa pensavano i miei parenti o mio padre quando seppero che facevo il funzionario  dell’Unione? Che ero un  coglione. Mio padre disse: tutti gli studi che hai fatto per  prendere novanta mila lire al mese. E io a spiegargli: ma voi non capite…

 

Note

 

[1] Il parco nazionale della Val Grande è un’area naturale protetta, interamente compresa nei confini della provincia del Verbano-Cusio-Ossola, in Piemonte, istituita nel 1992 per preservare la zona selvaggia più estesa delle Alpi e d’Italia.
[2]  Su  Africo aveva scritto un libro Corrado Stajano: https://www.ilsaggiatore.com/libro/africo/

*La PRIMA PARTE di La mia vita a capitoletti si legge qui