Scrap book (stralci significativi da un’intervista)
Luciano Gallino sulla crisi interrogato da Francesco Ciafaloni
http://www.sinistrainrete.info/crisi-mondiale/2176-luciano-gallino-a-che-punto-e-la-notte.html
1. Alle origini della crisi, che sono abbastanza lontane nel tempo, vi sono non già l’eccessiva generosità dei bilanci pubblici, lo Stato sociale, ma due cause principali, delle quali l’una è oggetto di discussione ma non di azione, ed è la crisi del sistema finanziario, la sregolatezza della finanza; l’altra, di cui non si parla per niente, è il forte peggioramento della distribuzione del reddito a danno dei salariati in generale e di buona parte del ceto medio, da prima del 1980.
2. La politica, non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa, con una forte partecipazione di politici e intellettuali europei, ha smantellato le regole che, dal 1933, imponevano alle banche commerciali di non giocare al casinò coi soldi dei clienti o con quelli propri. Sono state demolite le leggi che regolavano i derivati, col risultato che i derivati sono diventati più di 700 trilioni di dollari in giro per il mondo, senza alcun controllo per il 90% perché scambiati “al banco” come si dice tra privati. Sono state abolite le regole per la circolazione dei capitali e non si è affatto dato peso allo sviluppo della cosiddetta “finanza ombra”.
3. In assenza di regole, o con le nuove regole, si è ecceduto nella trasformazione in titoli dei crediti che le banche avevano concesso, con il risultato che la banca concede un mutuo, un prestito per comprare un’auto, un prestito a uno studente, lo trasforma in un titolo commerciale, lo cede a una società di scopo che essa stessa ha costituito e toglie il credito dal bilancio. Così la percentuale di riserve, che deve essere in Europa e negli Stati Uniti tra l’8 e il 10%, risale, e la banca può concedere un secondo prestito come se il primo non esistesse. E così un terzo, un decimo, un millesimo. Si è così creata una gigantesca finanza ombra, invisibile, che è quella che pesa tuttora sui bilanci delle banche.
4. Oggi come oggi gli enti maggiormente indebitati, in America, ma anche in Europa, sono le banche. In quasi tutti i paesi il debito privato delle banche supera largamente il debito pubblico.
5. La politica, dopo aver aperto tutti i possibili varchi alla sregolatezza della finanza, ha provveduto a salvare le banche. Quando uno sta per annegare non bada alla qualità del salvagente. Non bisogna dimenticare che le prime banche che falliscono sono europee: la Northern Rock nel Regno Unito e una banca tedesca, costate al contribuente più di 140 miliardi di euro.
6. Altra causa della crisi è la distribuzione del reddito che da più di trent’anni è fortemente sfavorevole alle classi lavoratrici e alle classi medie. Negli Stati Uniti i salari reali al di sotto della qualifica di foremansono fermi o leggermente regrediti dal 1973. Ma anche l’Europa ha visto crescere a dismisura le disuguaglianze di reddito e di ricchezza. Uno dei paesi più diseguali che esista in Europa, soprattutto se si guarda alla ricchezza, è la Germania.
7. La prima spiegazione [della crisi], di ordine finanziario e tecnologico, è che i ricchi si sono arricchiti perché avevano superiori capacità professionali, più ampio accesso alla finanza, maggiori competenze tecnologiche e informatiche.
Quelli che avevano accumulato ricchezza avevano bisogno di investire in modo sicuro, di dare denaro in prestito. Le classi medie, le classi lavoratici, avevano bisogno di prestiti per comprarsi la macchina, la casa, per pagarsi le spese mediche. Si sono così combinati i due interessi. Con le invenzioni della finanza che abbiamo visto, trilioni di dollari sono stati prestati dal 10% più ricco al 40-50% meno abbiente.
8. C’è un altro schema esplicativo [della crisi], molto più politico. L’attacco ai sindacati, la globalizzazione vista nei suoi effetti sulle politiche del lavoro, per cui migliaia di aziende sono andate a cercare il lavoro dove i salari erano minimi, minime le tutele ambientali, minimi i diritti, hanno realizzato una gigantesca trasformazione ai danni delle classi lavoratrici. Questo ha voluto dire, per intanto, ristagno della domanda. Come ha detto di recente un economista americano, ci sono dei limiti alle bottiglie di Dom Perignon che i ricchi possono consumare, o alle giacche di Armani che possono indossare.
9. Il trasferimento del reddito dal basso verso l’alto ha provocato la stagnazione dei salari, negli Stati Uniti e in Europa, inclusa la Germania, che con la moderazione salariale non ha scherzato, e l’Italia, dove i salari reali sono fermi più o meno dal 1995, e una crescente disoccupazione. Un rapporto di un anno e mezzo fa dell’Ilo – governato congiuntamente dai sindacati, dagli imprenditori e dai governi, e perciò sempre prudente – a onta del linguaggio forbito, pubblica cifre agghiaccianti. Il rapporto dice che occorrerebbe creare 600 milioni di posti di lavoro nei prossimi dieci anni per recuperare il terreno perduto a causa della crisi. E bisognerebbe crearne altri 400 milioni, 40 milioni l’anno, per compensare l’incremento demografico, perché la popolazione del mondo continua ad aumentare. Anche negli Stati Uniti aumenta dell’1-1,5% l’anno, con l’immigrazione. Cioè, secondo questo rapporto bisognerebbe creare un miliardo e duecento milioni di posti di lavoro, al ritmo di 100-120 milioni l’anno. Obiettivo improponibile. Non solo il lavoro si creerebbe soprattutto in Cina – benissimo, se fosse pagato un po’ meglio e rispettato un po’ di più – ma l’innovazione tecnologica, la microinformatica, che consente di contenere migliaia di funzioni in un oggetto delle dimensioni di un grano di riso, può automatizzare praticamente tutto. C’è un’eccedenza di capacità produttiva che non potrà mai essere saturata da un incremento della domanda.
10. Lo Stato deve assumere direttamente le persone per destinarle a opere pubbliche di rilevante utilità collettiva, da fare subito perché non richiedono molti capitali per essere avviate.
Il caso storico più noto è, naturalmente, quello del New Deal, quando enti creati dal presidente Roosevelt in pochi mesi crearono milioni di posti di lavoro e li mantennero attivi dal 1933 al 1937-38. Ma si può citare anche William Beveridge, che presentò a Churchill, nel 1942 – figuriamoci! – il suo piano per lo Stato sociale, poi realizzato dopo la vittoria laburista nel 1945
11. L’obiezione che si può fare è che un progetto di questo genere, non realizzato pienamente neppure negli Stati Uniti – caso mai, talora, in Argentina o in Brasile – è realizzabile se esiste una Banca centrale libera di creare denaro nella quantità necessaria. Ma si può ripiegare su progetti meno ambiziosi. Nel caso italiano, assumere tutti quelli che vogliono e possono lavorare vorrebbe dire assumere 7-8 milioni di persone. Si tratta di formulare programmi mirati a fasce particolarmente interessanti.
12. Come ricordava un economista degli anni ottanta, e come è del tutto ovvio, è già un danno la disoccupazione media del 9-10%; ma per certi gruppi – i giovani, gli anziani, le donne – la percentuale può arrivare al 30-40%. Anche se è difficile, bisognerebbe scegliere tra le fasce per assumere non 7-8 milioni di persone ma 1-2 milioni, con dispositivi simili a quelli del New Deal. Ciò significa agenzie centrali, statali; ma anche un ampia distribuzione sul territorio – regioni, comuni, volontariato, piccole e medie imprese.
13. Nei centri di potere sono attivi ancora oggi economisti che ritengono che il nemico principale sia l’inflazione; e guai se la disoccupazione scende sotto il 5-6%, perché allora l’inflazione salirebbe. Cosa che non regge da nessuna parte; ma viene sostenuta lo stesso da amministratori potenti e consulenti autorevoli. Questi progetti hanno quasi tutti contro; ma hanno dalla loro la ragionevolezza. La Ue, purtroppo, non ha una Banca centrale; ma potrebbe fare di più anche con i mezzi a sua disposizione.
14. C’è il sistema duale tedesco, ci sono i part-time in ingresso e in uscita, i cambi di settore per gli anziani, che, se facevano il metalmeccanico, il muratore, lo scaricatore ai mercati generali, non possono farlo per tutta la vita. Noi abbiamo risolto tutto col lavoro nero e col volontariato, per chi desidera fare volontariato.
15. se l’Europa non si dà un governo e una Banca centrale semplicemente non sopravvive; e i pezzi in cui si frammenterebbe non sono in grado di reggere né finanziariamente né per le cose che è materialmente in grado di produrre.
16. In Germania ha funzionato abbastanza bene durante la crisi la ridistribuzione degli orari di lavoro, in base a una vecchia legge del 1999, se non di ancora prima, che si applica all’interno delle stesse aziende. Agli interessati si propone la scelta se lavorare 28 o 36 ore invece di 40. Si potrebbe ripescare il vecchio “lavorare meno, lavorare tutti”.
17. È sparita dalla discussione, mentre se ne parlava molto negli anni settanta e ottanta, l’economia informale. Alcuni studiosi, soprattutto austriaci, stimano che l’economia sommersa, “economia ombra”, come dicono lì, in Italia valga intorno al 22% del Pil; 320-340 miliardi l’anno. L’economia sommersa c’è anche in Germania o in Francia, ma si stima che valga più o meno la metà e sia perciò più controllabile. Con le nostre percentuali di economia sommersa spariscono le leve stesse per regolare la produzione.
18. Si è scritto che con la legge 30 abbiamo creato un milione di posti di lavoro. In realtà – non tutti ma per i due terzi circa – erano immigrati irregolari che hanno continuato a fare esattamente quello che facevano prima ma, essendo andati a iscriversi all’anagrafe, sono diventati ufficialmente lavoratori. Ma restano forse due milioni in nero totale e tre milioni che fanno un terzo di mensilità in nero, cioè un milione di unità a tempo pieno
Questo spiega anche perché abbiamo una quota censita così bassa di attivi. E spiega anche perché non abbiamo ancora l’assalto ai forni. Ci sono 300 miliardi che girano, in grandissima parte, al di fuori di ogni controllo. Un intervento da parte dello Stato dovrebbe anche puntare a ridurre il tasso di economia sommersa.
19. Un’altra cosa può essere il passaggio scaglionato dal lavoro a tempo pieno alla pensione totale. Ci potrebbe essere un’uscita a metà tempo, a un terzo del tempo, con sostegno al reddito. Non credo che questo sia in contrasto con l’esistenza di un’agenzia che ti chieda se vuoi lavorare a tempo pieno, a metà tempo, a un terzo del tempo. Magari puoi guadagnare 400 o 500 euro, ma con tutte le protezioni del lavoratore a tempo pieno, dal punto di vista sanitario o della perdita del lavoro, per esempio. 20. Sulla questione dei prestiti della Banca centrale, i cittadini dovrebbero farsi sentire, se venissero bene informati, a proposito di fatti enormi che stanno accadendo. Una percentuale di deputati superiore ai due terzi ha modificato l’articolo 81 della Costituzione con il vincolo del pareggio di bilancio. Questo vincolo, a rigore, non faceva neppure parte del patto fiscale. Il testo dice che il pareggio di bilancio andrebbe recepito dalla legislazione dei vari Stati “preferibilmente per via costituzionale”. Il testo lo dice chiaramente in francese, in tedesco, in lituano, per chi lo sa, ma il gregge dei deputati è corso lo stesso a modificare la Costituzione. Allo stesso modo, l’articolo 4 del patto di stabilità prescrive chiaramente l’impegno previsto dal Trattato di Maastricht a rientrare entro il limite del 60% del Pil del debito pubblico, riducendo il proprio debito di un ventesimo l’anno. Dato che il debito italiano è al 120%, scendere sotto il 60% vuol dire scendere di 3 punti l’anno, cioè 45 miliardi l’anno. Come si possa nascondere una cosa del genere ai cittadini è veramente inaudito. Ma così è andata.
20. Tra il 2011 e il febbraio 2012 la Banca centrale ha prestato alle banche europee oltre un trilione di euro, 1000-1040 miliardi. Le banche in parte hanno pagato i debiti che avevano nei confronti della Banca centrale, in parte li hanno usati per capitalizzarsi, con qualche piccolo prestito alle piccole e medie imprese, ma per oltre un terzo hanno comperato titoli di Stato, che rendono dal 3% di certi titoli francesi o tedeschi fino al 7-8% nel caso di titoli italiani, spagnoli eccetera... Loro alla Banca centrale pagano l’1%. Dovrebbe essere possibile, i cittadini dovrebbero chiedere, che prestiti del genere siano accessibili anche agli Stati. Se lo Stato italiano avesse un prestito anche solo di 40-50 miliardi all’1%, o magari allo 0,25%, vicino a 0, come fa il Giappone, le cose andrebbero meglio.
21. C’è poi il problema della formazione, da tempo soprattutto fittizia. Fare cose finte rende sempre più difficile fare quelle vere. Sui giornali finisce la crisi dello Csea, che è triste e pluridecennale, ma di fatto le aziende si tutelano dalla mancanza di formazione assumendo persone sovraqualificate – periti per fare gli operai. In qualche caso i mestieri non si sono riprodotti. All’estero qualche volta le aziende che producono impianti assumono persone qualificate locali. Ci sono qualificazioni prodotte, anche con lunghi periodi all’estero, per scelta e impegno personale. Ma la mancata riproduzione dei mestieri non va presa sottogamba.
22. Si pensa che bisognerebbe rafforzare gli Istituti di formazione professionale, che sono messi male. Poi però si guardino i dati delle professioni richieste nelle vaste surveys che fa l’Unioncamera e si scopre che tra le professioni più richieste ci sono i cuochi, gli addetti al magazzinaggio, eccetera... Gli informatici vengono al quinto posto. Poi ci sono gli operai generici, eccetera... Per trovare lavori specializzati moderni si arriva al decimo, al ventesimo posto. Cioè magari diecimila persone l’anno, rispetto alle centomila donne delle pulizie. Questo vuol dire che le aziende sono tecnicamente povere al loro interno. E lo sono anche perché ricorrono al lavoro flessibile, ai precari. Nel 2005 i contratti di breve durata hanno superato il 75% degli avviamenti al lavoro. Questo vuol dire che né l’azienda ha interesse a formare né il lavoratore a formarsi. Se uno sa che tra 4-5 mesi il contratto gli scade, perché dovrebbe formarsi? La flessibilità del lavoro – il milione di precari – ha avuto tra le conseguenze la mancata riproduzione dei saperi tecnici. Se uno è stabile probabilmente vale la pena di fargli fare qualche giornata al mese di formazione, di avere l’anziano che forma il giovane, cosa del tutto impensabile con la polverizzazione dei contratti.
23. Un ostacolo all’idea stessa di creare direttamente occupazione per avvicinarsi al pieno impiego sono gli economisti che, nonostante innumerevoli smentite da parte della realtà, credono che sia valido il famosoniur, not inflationary unemployment rate, il tasso di disoccupazione che non accresce l’inflazione, un tasso ritenuto vicino al 5-6%, cioè alcuni milioni di disoccupati in più che si potrebbero utilizzare. Dimenticando che disoccupazione vuol dire famiglie spezzate, malattie, figli che vanno a fare il manovale, se possono, invece di formarsi, e criminalità, frustrazione collettiva.





