[1] Quest'articolo fa riferimento all’intervento di Roberto Esposito, La prevalenza dell’etica, http://www.sinistrainrete.info/filosofia/2187-roberto-esposito-la-prevalenza-delletica.html.
Rivoltatela come più vi pare
Prima viene lo stomaco poi la morale
(Brecht)
Chiunque entri oggi in una libreria può, senza difficoltà, notare che è presente nel panorama culturale, messo in bella mostra negli scaffali, un’inedita tendenza della filosofia a rispolverare, quasi fossero novità dell’ultim’ora, una variegata serie di volumi che fin dal titolo si rifanno ai tradizionali “valori” morali. Si tratta di un fenomeno che interessa case editrici che sembrerebbero esprimere diversi mondi culturali, da quelle più vicini all’area cattolica a quelle “laiche”, tutte probabilmente alla caccia di un buon “bacino d’utenza” e che sfruttano le più varie tematiche mettendo in gioco intellettuali di tutte le tendenze accomunati in un unico sforzo: farsi portavoce di una “nuova” moralità. Dalla fede religiosa, rapidamente rimessa in onore, alla moralità e alla eticità non vi è settore che non venga scandagliato rifacendosi a una presunta “nuova immaginazione morale”[2] oppure a una “questione morale”. Analizzando questo fenomeno Roberto Esposto, sottolinea come in una situazione in cui la corruzione ha ampiamente intaccato l’etica pubblica e la politica si è trasformata in puro gioco di interessi privati la filosofia abbia cercato di svolgere una funzione di supplenza offrendo delle risposte alle domande sul senso del vivere. che giungono o forse più correttamente si afferma giungano dalla società civile. Alcune osservazioni sorgono spontanee di fronte a questa impostazione. Innanzitutto quando mai la politica non è stata luogo di espressione del conflitto di interessi privati[3]? Ed ancora quando mai la corruzione, le clientele, i sottoboschi del potere, le raccomandazioni sono state estranee alla storia di questo paese[4]? L’impressione è che si abbia a che fare con un mondo della cultura che si è sempre più piegato a servire i settori della classe dirigente di volta in volta egemoni trasformandosi in cassa di risonanza dei loro più crudi interessi. Questo “tradimento dei chierici” si è iscritto in un fenomeno sociale, per molti aspetti inedito, che ha visto, negli ultimi due decenni, una crescente sperequazione nella divisione della ricchezza con un aumento esponenziale dei patrimoni della minoranza più ricca e una parallela caduta dei redditi dei ceti più deboli con veri e propri accentuati processi di radicale impoverimento. I pochi settori della intellettualità che hanno mantenuto posizioni moderatamente critiche hanno invece spostato l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi del lavoro e della condizione di classe a quelli di una più o meno reale decadenza dei principi morali, una presunta “corruzione ormai insostenibile” e il cosiddetto degrado sociale del paese[5].
Può, ci chiediamo, l’elogio del “moralismo” costituire strumento di un riscatto etico? Può la morale o, come recita Rodotà, il moralismo diventare “un anticorpo nei confronti di questo virus micidiale (il degrado morale ndr) e insieme un invito alla ricostituzione dello spirito pubblico”[6], uno strumento di rivolta? Ci si permetta di dubitarne. Non è tramite l’individuazione di arcani percorsi etici che si costruisce un rapporto con gli altri che sia davvero libero e non sia fondato su un qualche modello di manipolazione delle coscienze, sia esso di tipo religioso o “diversamente” intellettuale. Ci sarebbe da chiedersi: quale tragico passo indietro la nostra cultura ha realizzato dal “Sapere aude” di Kant ad oggi. Sembra proprio che si sia paradossalmente realizzato quel processo di accecamento dell’Illuminismo di cui parlavano Horkheimer e Adorno. Lo provano quelle che eufemisticamente si possono a fatica definire le nuove linee del dibattito filosofico. Fra di esse in particolare l’irrompere in ogni ambito dei discorsi sulla “metafisica”. Senza alcun pudore i nostri filosofi paludati parlano di un “dominio quasi metafisico dell’economia” oppure della individuazione di una “dimensione simbolico metafisica” nella tragedia del 12 dicembre 1969[7]. In questo contesto qualsiasi forma di perverso “ragionamento” morale è possibile.
Esposito rifacendosi a Nietzsche, con la meritoria finalità di mostrare la debolezza di questo fenomeno, sottolinea quelli che a vedere del filosofo tedesco sono i limiti di ogni visione morale ovvero il fatto che essa è legata alla storia, alla vita; ed è necessariamente conflittuale. Proviamo ad analizzare questa impostazione del discorso.
I valori etico-morali non sono eterni afferma giustamente Esposito, ma si intrecciano con le pratiche umane e aggiunge: “molte delle peggiori nefandezze politiche, vicine e lontane, sono state consumate in nome del bene, della verità, del coraggio”. Certo che potremmo accettare questa ipotesi di lavoro se fossimo portati naturalmente a pensare che l’uomo viva nel regno delle idee o negli inferi delle sue pulsioni profonde, quelle che il “genealogista” presume con la sua analisi “scientifica” di poter individuare. E’ forse possibile affermare che l’itinerario umano sia caratterizzato da un susseguirsi di “forme dell’inciampo”[8], ma anche qui sorge la domanda: cosa genera l’inciampo: lo stomaco o il metafisico interagire delle pulsioni della “storia”. E di quale storia? La risposta non ci viene data.
Il secondo livello è costituito dai “valori della vita”, quelli legati alla svalutazione della dimensione naturale, corporea dell’uomo. Per Nietzsche, ricorda Esposito, tale mortificazione ha condotto “al declino delle virtù politiche”. Evidentemente il grande maestro tedesco, nemico del socialismo e della democrazia, aveva una sua inedita e originalissima visione della politica che credo difficilmente si possa oggi accettare. La domanda che dobbiamo porci oggi è: che senso può avere per noi sentir parlare di “valori della vita” quali Sincerità, Rispetto e Coraggio[9]. Ci si risponda con franchezza! Sincerità, ma di quale sincerità si può parlare in questa società? Rispetto, ma oggi un giovane nei confronti di chi dovrebbe esprimere un segno di rispetto? Coraggio, ma al servizio di quale causa è sensato dare dimostrazione del proprio coraggio?
Infine soffermiamoci sul concetto di conflitto. Ancora una volta Esposito si rifà al Nietzsche di La genalogia della morale. Lì il filosofo tedesco vedrebbe “il conflitto come l´unico possibile ambito di dispiegamento dei valori... senza la tensione attraverso la quale valori contrapposti si sfidano, la nostra esistenza cadrebbe nella piattezza di una omogeneità coatta. Naturalmente, perché ciò accada, perché rimanga vitale, e non diventi distruttivo, il conflitto non deve eccedere gli argini civili che la società si è data”. La lettura proposta da Esposito presenta almeno due contraddizioni. D’un lato il conflitto resta a livello meramente sovrastrutturale. Un conflitto di valori che vede gli uomini, quelli in carne ed ossa, schiacciati nella dimensione di oggetti di questo conflitto[10]. D’altro canto è difficile che Nietzsche si facesse latore della difesa degli “argini civili che la società si è data”. In tal modo cadrebbe l’intera opera dello Zarathustra che si avviava invece ad offrire ad un’umanità immatura il verbo della morte di Dio e della volontà di potenza.
In questo quadro culturale molto confuso, dove i diversi itinerari di ricerca filosofica si muovono in modo babelico nel tentativo di sfuggire alla morsa delle domande legate alle contraddizioni profonde, materiali che ci schiacciano oggi giorno, che ci rendono impotenti e ci trasformano in pedine di disegni che non comprendiamo ci interessa, con Brecht, ripartire caparbiamente dal principio che nella sua semplice concretezza rimane sempre nuovo: “parliamo dei rapporti di proprietà”[11]!
[2] Chissà perché ma il richiamo all’immaginazione fa pensare a tempi andati e mettere insieme “nuovo”, ”immaginazione” e “morale” porta a uno strano cortocircuito intellettuale. Dalla “immaginazione al potere” siamo arrivati alla immaginazione morale. Le strade della filosofia sono davvero infinite ...
[3] Cosa poi si voglia intendere per “interessi privati” è un bel problema. Forse troppo alienati da una battaglia moralistica contro il mito berlusconiano i nostri intellettuali, veri e propri “combattenti della Tavola Rotonda”, si sono dimenticati che Berlusconi è ben più che un singolo individuo, è l’espressione di un blocco di potere e di interessi che a lui ha fatto lungamente riferimento.
[4] Solo chi vuole a tutti i costi azzerare la propria memoria non conosce la storia della corruzione in Italia dal 1860 in poi e non sa che è stata un diluvio senza fine. Di recente, proprio per i 150 anni è stata studiata la storia della costruzione del Vittoriano e si è scoperto, dati alla mano, che perfino la scelta della pietra con cui fu costruito, il famoso botticino fu manipolata e gestita a suon di bustarelle da Zanardelli. E che l’intero ceto politico dell’epoca era corrotto.
[5] Di qui la costante campagna giornalistica e intellettuale di condanna della vita privata e delle gaffe di Berlusconi. Quasi che fosse il suo privato e non il suo agire politico a costituire lo scandalo della vita politica di questo paese. Si potrebbe fin ipotizzare che tanto moralismo nasconda una sostanziale identità nelle opzioni politiche di fondo.
[6] Stefano Rodotà, L´elogio del moralismo, Laterza 2011.
[7] Si legga l’intervento di S. Cardini, riferito al film Romanzo di una strage, su http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2012/04/romanzo-di-una-strage/ in particolare l’affermazione: “D’altronde, quanto il film tende a spostarsi dal piano ricostruttivo e interpretativo dei fatti a quello simbolico della psicologia individuale e collettiva lo si vede nei monologhi e nei dialoghi, non di rado quasi metafisici, di Aldo Moro, nei quali si materializza il senso d’impotenza non semplicemente del ministro degli Esteri del governo di quei mesi, presieduto dal democristiano Mariano Rumor, ma di un intero Paese e della sua giovane e fragile democrazia...”. In sintonia con Cardini ecco la De Monticelli che interviene affermando: “Non la verità fattuale a questo punto è quello che dobbiamo aspettarci da un film, ma la verità metaforica, cioè il pensiero che rappresenta l’Italia di quegli anni, divorata non soltanto dalla sua endemica vicenda di arcana imperii, fragilità e inquinamento criminale delle istituzioni, ma anche dagli opposti, in verità non tanto opposti deliri dei cascami ideologici ….di un’epoca che già a quei tempi era piuttosto quella dei nonni che quella dei contemporanei. Per tutta la mia giovinezza fui turbata da questo fenomeno: ci esprimevamo sul presente nella lingua ideologica dei peggiori fra i nostri nonni, e per di più come se il macello mondiale e la guerra fredda non fossero bastati a cancellarne la truculenza”. Si noti il passaggio dal fattuale al metaforico e il turbamento ideologico della più che matura filosofa.
[8] Chissà perché in questo ultimo periodo l’inciampo è diventato di moda ... Nelle città d’Italia vengono piantate nelle vie “pietre d’inciampo”, Massimo Donà nel suoFilosofia degli errori, Bompiani 2012,ci parla nel sottotitolo de Le forme dell´inciampo .
[9] Si fa riferimento ai volumi pubblicati dalla casa editrice Cortina: Sincerità (di Andrea Tagliapietra), Rispetto (di Roberto Mordacci) e Coraggio (di Diego Fusaro).
[10] Come non ricordarsi del film di Laing, Metropolis.
[11] Non ci nascondiamo la problematicità di questa affermazione. Però come ha sottolineato giustamente Ennio Abate in questo testo di B. Brecht, tratto da Verifica dei poteri di F. Fortini, Il Saggiatore, Milano 1965: “ancora oggi alla prima lettura si coglie l’incisività della sua prosa e la sua volontà politica di misurarsi con le cose storte del mondo con una determinazione che a quei tempi e in lui era saldissima: che «alla brutalità dobbiamo opporre il bene». Un Brecht “buonista”, allora? Niente affatto. Egli non è mai stato nelle schiere di quanti «parlano di educazione al bene» e si adattano a svolgere una funzione ornamentale (mettendo fiori sulle catene, come diceva Marx) o una funzione lenitiva (e embedded), più o meno tollerata in certe circostanze dai sistemi di dominio. Neppure accetta, però, di mettere «sotto processo la ragione» arrivando all’«elogio della brutalità», atteggiamento che fu tipico del fascismo. Brecht, insomma, si poneva realisticamente il problema di difendere l'umanità dall'accusa di essere brutale per natura. Certo, la brutalità era ed è ancora oggi «un buon affare», ma Brecht era ancora fiducioso nella possibilità che essa potesse diventare “un cattivo affare”. Ci sono due passaggi nella parte finale di questo bel discorso che vanno aggiornati e senz’altro corretti. Il primo: quando Brecht sostiene che il «grande insegnamento» («la radice di tutti i mali sono i nostri rapporti di proprietà») è ormai messo in pratica nell’Urss dei suoi tempi («in un paese che rappresenta un sesto della superficie terrestre, dove gli oppressi e i nullatenenti hanno preso il potere»). Purtroppo noi sappiamo qui Brecht si sbagliava. Il secondo: nell’uso del termine «rapporti di proprietà». Meglio sarebbe oggi dire «rapporti sociali capitalistici». Per aggirare (e senza entrare in discussioni doverose in ambiti specialistici) certi equivoci: che il capitalismo storico sarebbe stato solo “privato” o in mano ai “privati” ( o come , ancora qui ripete Brecht, lo «spietato dominio» solo di «una piccola parte dell'umanità»); che i mezzi di produzione passati in certe esperienze storiche (Russia, Cina) sotto proprietà statale sarebbero d’un tratto diventati “socialisti””. http://www.poliscritture.it/index.php?option=com_content&view=article&id=231:bertolt-brecht-intervento-al-i-congresso-internazionale-degli-scrittori&catid=1:fare-polis&Itemid=13]
(Im)moralità della filosofia[1]
Rivoltatela come più vi pare
Prima viene lo stomaco poi la morale
(Brecht)
Chiunque entri oggi in una libreria può, senza difficoltà, notare che è presente nel panorama culturale, messo in bella mostra negli scaffali, un’inedita tendenza della filosofia a rispolverare, quasi fossero novità dell’ultim’ora, una variegata serie di volumi che fin dal titolo si rifanno ai tradizionali “valori” morali. Si tratta di un fenomeno che interessa case editrici che sembrerebbero esprimere diversi mondi culturali, da quelle più vicini all’area cattolica a quelle “laiche”, tutte probabilmente alla caccia di un buon “bacino d’utenza” e che sfruttano le più varie tematiche mettendo in gioco intellettuali di tutte le tendenze accomunati in un unico sforzo: farsi portavoce di una “nuova” moralità. Dalla fede religiosa, rapidamente rimessa in onore, alla moralità e alla eticità non vi è settore che non venga scandagliato rifacendosi a una presunta “nuova immaginazione morale”[2] oppure a una “questione morale”. Analizzando questo fenomeno Roberto Esposto, sottolinea come in una situazione in cui la corruzione ha ampiamente intaccato l’etica pubblica e la politica si è trasformata in puro gioco di interessi privati la filosofia abbia cercato di svolgere una funzione di supplenza offrendo delle risposte alle domande sul senso del vivere. che giungono o forse più correttamente si afferma giungano dalla società civile. Alcune osservazioni sorgono spontanee di fronte a questa impostazione. Innanzitutto quando mai la politica non è stata luogo di espressione del conflitto di interessi privati[3]? Ed ancora quando mai la corruzione, le clientele, i sottoboschi del potere, le raccomandazioni sono state estranee alla storia di questo paese[4]? L’impressione è che si abbia a che fare con un mondo della cultura che si è sempre più piegato a servire i settori della classe dirigente di volta in volta egemoni trasformandosi in cassa di risonanza dei loro più crudi interessi. Questo “tradimento dei chierici” si è iscritto in un fenomeno sociale, per molti aspetti inedito, che ha visto, negli ultimi due decenni, una crescente sperequazione nella divisione della ricchezza con un aumento esponenziale dei patrimoni della minoranza più ricca e una parallela caduta dei redditi dei ceti più deboli con veri e propri accentuati processi di radicale impoverimento. I pochi settori della intellettualità che hanno mantenuto posizioni moderatamente critiche hanno invece spostato l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi del lavoro e della condizione di classe a quelli di una più o meno reale decadenza dei principi morali, una presunta “corruzione ormai insostenibile” e il cosiddetto degrado sociale del paese[5].
Può, ci chiediamo, l’elogio del “moralismo” costituire strumento di un riscatto etico? Può la morale o, come recita Rodotà, il moralismo diventare “un anticorpo nei confronti di questo virus micidiale (il degrado morale ndr) e insieme un invito alla ricostituzione dello spirito pubblico”[6], uno strumento di rivolta? Ci si permetta di dubitarne. Non è tramite l’individuazione di arcani percorsi etici che si costruisce un rapporto con gli altri che sia davvero libero e non sia fondato su un qualche modello di manipolazione delle coscienze, sia esso di tipo religioso o “diversamente” intellettuale. Ci sarebbe da chiedersi: quale tragico passo indietro la nostra cultura ha realizzato dal “Sapere aude” di Kant ad oggi. Sembra proprio che si sia paradossalmente realizzato quel processo di accecamento dell’Illuminismo di cui parlavano Horkheimer e Adorno. Lo provano quelle che eufemisticamente si possono a fatica definire le nuove linee del dibattito filosofico. Fra di esse in particolare l’irrompere in ogni ambito dei discorsi sulla “metafisica”. Senza alcun pudore i nostri filosofi paludati parlano di un “dominio quasi metafisico dell’economia” oppure della individuazione di una “dimensione simbolico metafisica” nella tragedia del 12 dicembre 1969[7]. In questo contesto qualsiasi forma di perverso “ragionamento” morale è possibile.
Esposito rifacendosi a Nietzsche, con la meritoria finalità di mostrare la debolezza di questo fenomeno, sottolinea quelli che a vedere del filosofo tedesco sono i limiti di ogni visione morale ovvero il fatto che essa è legata alla storia, alla vita; ed è necessariamente conflittuale. Proviamo ad analizzare questa impostazione del discorso.
I valori etico-morali non sono eterni afferma giustamente Esposito, ma si intrecciano con le pratiche umane e aggiunge: “molte delle peggiori nefandezze politiche, vicine e lontane, sono state consumate in nome del bene, della verità, del coraggio”. Certo che potremmo accettare questa ipotesi di lavoro se fossimo portati naturalmente a pensare che l’uomo viva nel regno delle idee o negli inferi delle sue pulsioni profonde, quelle che il “genealogista” presume con la sua analisi “scientifica” di poter individuare. E’ forse possibile affermare che l’itinerario umano sia caratterizzato da un susseguirsi di “forme dell’inciampo”[8], ma anche qui sorge la domanda: cosa genera l’inciampo: lo stomaco o il metafisico interagire delle pulsioni della “storia”. E di quale storia? La risposta non ci viene data.
Il secondo livello è costituito dai “valori della vita”, quelli legati alla svalutazione della dimensione naturale, corporea dell’uomo. Per Nietzsche, ricorda Esposito, tale mortificazione ha condotto “al declino delle virtù politiche”. Evidentemente il grande maestro tedesco, nemico del socialismo e della democrazia, aveva una sua inedita e originalissima visione della politica che credo difficilmente si possa oggi accettare. La domanda che dobbiamo porci oggi è: che senso può avere per noi sentir parlare di “valori della vita” quali Sincerità, Rispetto e Coraggio[9]. Ci si risponda con franchezza! Sincerità, ma di quale sincerità si può parlare in questa società? Rispetto, ma oggi un giovane nei confronti di chi dovrebbe esprimere un segno di rispetto? Coraggio, ma al servizio di quale causa è sensato dare dimostrazione del proprio coraggio?
Infine soffermiamoci sul concetto di conflitto. Ancora una volta Esposito si rifà al Nietzsche di La genalogia della morale. Lì il filosofo tedesco vedrebbe “il conflitto come l´unico possibile ambito di dispiegamento dei valori... senza la tensione attraverso la quale valori contrapposti si sfidano, la nostra esistenza cadrebbe nella piattezza di una omogeneità coatta. Naturalmente, perché ciò accada, perché rimanga vitale, e non diventi distruttivo, il conflitto non deve eccedere gli argini civili che la società si è data”. La lettura proposta da Esposito presenta almeno due contraddizioni. D’un lato il conflitto resta a livello meramente sovrastrutturale. Un conflitto di valori che vede gli uomini, quelli in carne ed ossa, schiacciati nella dimensione di oggetti di questo conflitto[10]. D’altro canto è difficile che Nietzsche si facesse latore della difesa degli “argini civili che la società si è data”. In tal modo cadrebbe l’intera opera dello Zarathustra che si avviava invece ad offrire ad un’umanità immatura il verbo della morte di Dio e della volontà di potenza.
In questo quadro culturale molto confuso, dove i diversi itinerari di ricerca filosofica si muovono in modo babelico nel tentativo di sfuggire alla morsa delle domande legate alle contraddizioni profonde, materiali che ci schiacciano oggi giorno, che ci rendono impotenti e ci trasformano in pedine di disegni che non comprendiamo ci interessa, con Brecht, ripartire caparbiamente dal principio che nella sua semplice concretezza rimane sempre nuovo: “parliamo dei rapporti di proprietà”[11]!
[1] Si fa riferimento all’intervento di Roberto Esposito, La prevalenza dell’etica, http://www.sinistrainrete.info/filosofia/2187-roberto-esposito-la-prevalenza-delletica.html.
[2] Chissà perché ma il richiamo all’immaginazione fa pensare a tempi andati e mettere insieme “nuovo”, ”immaginazione” e “morale” porta a uno strano cortocircuito intellettuale. Dalla “immaginazione al potere” siamo arrivati alla immaginazione morale. Le strade della filosofia sono davvero infinite ...
[3] Cosa poi si voglia intendere per “interessi privati” è un bel problema. Forse troppo alienati da una battaglia moralistica contro il mito berlusconiano i nostri intellettuali, veri e propri “combattenti della Tavola Rotonda”, si sono dimenticati che Berlusconi è ben più che un singolo individuo, è l’espressione di un blocco di potere e di interessi che a lui ha fatto lungamente riferimento.
[4] Solo chi vuole a tutti i costi azzerare la propria memoria non conosce la storia della corruzione in Italia dal 1860 in poi e non sa che è stata un diluvio senza fine. Di recente, proprio per i 150 anni è stata studiata la storia della costruzione del Vittoriano e si è scoperto, dati alla mano, che perfino la scelta della pietra con cui fu costruito, il famoso botticino fu manipolata e gestita a suon di bustarelle da Zanardelli. E che l’intero ceto politico dell’epoca era corrotto.
[5] Di qui la costante campagna giornalistica e intellettuale di condanna della vita privata e delle gaffe di Berlusconi. Quasi che fosse il suo privato e non il suo agire politico a costituire lo scandalo della vita politica di questo paese. Si potrebbe fin ipotizzare che tanto moralismo nasconda una sostanziale identità nelle opzioni politiche di fondo.
[6] Stefano Rodotà, L´elogio del moralismo, Laterza 2011.
[7] Si legga l’intervento di S. Cardini, riferito al film Romanzo di una strage, su http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2012/04/romanzo-di-una-strage/ in particolare l’affermazione: “D’altronde, quanto il film tende a spostarsi dal piano ricostruttivo e interpretativo dei fatti a quello simbolico della psicologia individuale e collettiva lo si vede nei monologhi e nei dialoghi, non di rado quasi metafisici, di Aldo Moro, nei quali si materializza il senso d’impotenza non semplicemente del ministro degli Esteri del governo di quei mesi, presieduto dal democristiano Mariano Rumor, ma di un intero Paese e della sua giovane e fragile democrazia...”. In sintonia con Cardini ecco la De Monticelli che interviene affermando: “Non la verità fattuale a questo punto è quello che dobbiamo aspettarci da un film, ma la verità metaforica, cioè il pensiero che rappresenta l’Italia di quegli anni, divorata non soltanto dalla sua endemica vicenda di arcana imperii, fragilità e inquinamento criminale delle istituzioni, ma anche dagli opposti, in verità non tanto opposti deliri dei cascami ideologici ….di un’epoca che già a quei tempi era piuttosto quella dei nonni che quella dei contemporanei. Per tutta la mia giovinezza fui turbata da questo fenomeno: ci esprimevamo sul presente nella lingua ideologica dei peggiori fra i nostri nonni, e per di più come se il macello mondiale e la guerra fredda non fossero bastati a cancellarne la truculenza”. Si noti il passaggio dal fattuale al metaforico e il turbamento ideologico della più che matura filosofa.
[8] Chissà perché in questo ultimo periodo l’inciampo è diventato di moda ... Nelle città d’Italia vengono piantate nelle vie “pietre d’inciampo”, Massimo Donà nel suoFilosofia degli errori, Bompiani 2012,ci parla nel sottotitolo de Le forme dell´inciampo .
[9] Si fa riferimento ai volumi pubblicati dalla casa editrice Cortina: Sincerità (di Andrea Tagliapietra), Rispetto (di Roberto Mordacci) e Coraggio (di Diego Fusaro).
[10] Come non ricordarsi del film di Laing, Metropolis.
[11] Non ci nascondiamo la problematicità di questa affermazione. Però come ha sottolineato giustamente Ennio Abate in questo testo di B. Brecht, tratto da Verifica dei poteri di F. Fortini, Il Saggiatore, Milano 1965: “ancora oggi alla prima lettura si coglie l’incisività della sua prosa e la sua volontà politica di misurarsi con le cose storte del mondo con una determinazione che a quei tempi e in lui era saldissima: che «alla brutalità dobbiamo opporre il bene». Un Brecht “buonista”, allora? Niente affatto. Egli non è mai stato nelle schiere di quanti «parlano di educazione al bene» e si adattano a svolgere una funzione ornamentale (mettendo fiori sulle catene, come diceva Marx) o una funzione lenitiva (e embedded), più o meno tollerata in certe circostanze dai sistemi di dominio. Neppure accetta, però, di mettere «sotto processo la ragione» arrivando all’«elogio della brutalità», atteggiamento che fu tipico del fascismo. Brecht, insomma, si poneva realisticamente il problema di difendere l'umanità dall'accusa di essere brutale per natura. Certo, la brutalità era ed è ancora oggi «un buon affare», ma Brecht era ancora fiducioso nella possibilità che essa potesse diventare “un cattivo affare”. Ci sono due passaggi nella parte finale di questo bel discorso che vanno aggiornati e senz’altro corretti. Il primo: quando Brecht sostiene che il «grande insegnamento» («la radice di tutti i mali sono i nostri rapporti di proprietà») è ormai messo in pratica nell’Urss dei suoi tempi («in un paese che rappresenta un sesto della superficie terrestre, dove gli oppressi e i nullatenenti hanno preso il potere»). Purtroppo noi sappiamo qui Brecht si sbagliava. Il secondo: nell’uso del termine «rapporti di proprietà». Meglio sarebbe oggi dire «rapporti sociali capitalistici». Per aggirare (e senza entrare in discussioni doverose in ambiti specialistici) certi equivoci: che il capitalismo storico sarebbe stato solo “privato” o in mano ai “privati” ( o come , ancora qui ripete Brecht, lo «spietato dominio» solo di «una piccola parte dell'umanità»); che i mezzi di produzione passati in certe esperienze storiche (Russia, Cina) sotto proprietà statale sarebbero d’un tratto diventati “socialisti””. http://www.poliscritture.it/index.php?option=com_content&view=article&id=231:bertolt-brecht-intervento-al-i-congresso-internazionale-degli-scrittori&catid=1:fare-polis&Itemid=13]





