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Paolo Lezziero - GOSTE E RENZO A MILANO

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Goste e Renzo a Milano di Paolo Lezziero


Milano era un mito per Sanpièr e i polesani. Del lavoro, soprattutto. Ed era la metropoli più vicina. In piazza i pochi che c’erano stati, rappresentanti, grossi proprietari terrieri, lo facevano pesare. “Siamo stati a Milano. Noi sì che ci siamo stati”, e lo raccontavano a tutti, a quelli che volevano sentire e a quelli che non. Perché gli dava importanza di uomini vissuti, di gente che girava e che non finiva tutte le sere al caffè di Roberto o al bar del Mantovano. E Renzo e Goste, alla loro giovane età, ne restavano affascinati ascoltando i racconti sulle piazze di Milano, sui locali, sulle donne di Milano. E poi sentivano parlare della Scala, del Duomo, delle vetrine, di gente che era stata in ristoranti da ricchi, nei cinema dove davano film appena usciti con grandi attori, in sale da ballo con donne affascinanti. Per i pochi mezzi finanziari dei due ragazzi, Milano era come la conquista del K 2,allora molto recente, la stessa sensazione di impresa per dire poi “ a sèn astà a Milan”(1) e raccontarlo a quelli della loro età. Volevano metterci i piedi, provare la polvere degli asfalti cittadini, fotografarla con gli occhi e stamparsi dentro i palazzi, il traffico, la gente. Goste aveva la stessa età di Renzo. Erano compagni di scuola, di giochi, abitavano nella via Duranta, il rione più povero del paese, verso il fiume Tartaro. “Alla casa della Duranta, vicino a quella dei Marchiàn, dove c’era una volta il vecchio caseificio, c’era solo muffa e delle robuste pantegane”, ricordava Renzo anni dopo, quando già abitava a Roma e faceva l’attore di teatro. “ Quando mi svegliavo la mattina vedevo la loro coda sopra le travi.” Goste Ghirlanda era figlio del calzolaio, non era un sognatore come Renzo ma anche lui voleva andare, era stufo dell’odore del cuoio che il padre lavorava, delle suole e delle scarpacce che portavano in casa sua da riparare. E dei soldi che non bastavano mai. E delle liti col padre, che ogni tanto trincava, fra una partita alle bocce e una alle carte. Silvio Ghirlanda però l’aveva vista dura da giovane. Era stato emigrante in America, per cercare lavoro e poi era tornato. Goste aveva dentro la stessa smania di muoversi, di conoscere altri posti, altra gente che non fosse quella di Sanpièr e dintorni.” Non voglio mica morire qui”, diceva spesso. Renzo aveva trovato il compagno giusto per scappare un giorno a Milano. C’era però il problema di risparmiare soldi. Era figlio di un mediatore, aveva un fratellino, sua madre lavorava in campagna come bracciante, anche per loro era dura arrivare coi conti alla fine della settimana. La soluzione la trovarono da Onorio. Nel suo genere un personaggio, non amava lavorare sotto gli altri, gestiva la sala del Cinemateatro del paese, era anche custode del cimitero e becchino. A suo modo un generoso. Anche se coi soldi ,avendo quattro figli, spesso tirava sul dovuto. Onorio non poteva fare tutto da solo, e Goste e Renzo sistemavano le sedie del teatro, i tavolini, li spostavano alla fine, facevano le pulizie. In cimitero le tombe erano coperte di lumini. La cera che si spandeva sulla tomba andava raccolta. I due amici la grattavano via e la ammucchiavano.. La cera veniva riciclata e rimandata in fabbrica. Pur di andare a Milano accettavano di lavorare nel cimitero, soprattutto alla fine delle celebrazioni dei morti e dei Santi, e anche se spesso avevano un po’ paura ( mai come Onorio che al cimitero aveva l’abitazione e la famiglia) il mito del viaggio vinceva e trovavano il coraggio di fare quel lavoro. La mancia di Onorio arrivava subito, anche se non era grassa. Renzo poi arrotondava suonando in un piccolo complesso che girava le balere, perché a dodici anni suo padre lo aveva iscritto ai Corsi civici di musica e se la cavava bene con la fisarmonica, oggetto intoccabile e inavvicinabile da tutti in casa sua. La “Fisa” era sacra. Scelsero la giornata di Ferragosto di quell’anno, le mance erano arrivate puntuali e il gruzzolo per il viaggio di un giorno finalmente, secondo loro, era ormai sufficiente. Era la bella stagione. Era più facile girare, occorrevano pochi vestiti, nessun bagaglio. La sera del quattordici, verso le undici, avvisarono i genitori. “ Mamma”, disse Renzo a una donna, sua madre, che lavorava i campi per gli altri ed era già stanca dopo cena, figuriamoci a quell’ora, “ vado a Milano”. “ a Milano”, si sentì ripetere, manco fosse l’America, “a quest’ora, ma sei matto, pensavo andassi a letto... Vai da solo? “. “ No, con Goste.” Si trovarono nella piazza semibuia, allora c’erano poche luci. Controllate e gonfiate le biciclette, puntarono pedalando verso Legnago, la prima città dove passava la ferrovia collegata a Verona. Era una notte calda. Le camicie si gonfiavano d’aria, l’aria della libertà, del viaggio, della méta da raggiungere. I chilometri volavano senza fatica, loro erano allenati, pedalavano tutti i giorni, volavano anche le parole. Renzo anni dopo non se le ricordava più, erano le parole di un sogno che avanzava. Arrivarono allo “stallo” delle bici, dove si consegnavano in attesa del ritorno, e poi a piedi alla stazione. Era già mezzanotte. Il primo treno per Verona era all’alba del giorno dopo. Dentro la sala d’aspetto, le panche di legno erano piene di gente stravaccata sopra che dormiva o dormicchiava, con un tanfo terri bile di sudore e di piedi mal lavati. “ E’ una casa, la stazione”, osservò stupito Goste, che era la prima volta che ne vedeva una. “ Cosa pensavi che fosse”, lo brutalizzò Renzo, che da ragazzino era stato a Roma con parenti, e la stazione la ricordava bene, anche se poco di tutto il resto, con le immagini dentro di una grande, antica città visitata in fretta. “ Ha parlato il grande viaggiatore”, gli ribadì sul muso Goste, scocciato per la gente che lo aveva guardato. “ L’avevo già vista un’altra stazione, quella di Villa Bartolomea, ma ero piccolino, quando eravamo sfollati per il Po che era diventato matto e ci inseguiva fino agli argini del Tartaro. E questa è la seconda, e sembra anche lei una casa.” “ C’ero io sopra gli argini di Tartaro, con tutti i miei, non ti ricordi più”, chiarì Renzo. Sulla panca più grossa una donna anziana si era adagiata per riposare. Goste le si buttò quasi sopra per trovare spazio, le altre donne ridevano, ma Goste non si formalizzava, anche a casa sua c’era poco spazio con i fratelli nella camera da letto. Renzo invece uscì a vedere la notte che avanzava e la città che dormiva. Rientrò poi sedendosi per terra. Non c’erano più spazi. Non riusciva però a chiudere gli occhi. L’attesa del treno giusto lo eccitava, contava le ore che lo separavano all’alba. Per lui arrivò presto. Un Goste assonnato aveva invece occhi che non si aprivano, pagati i biglietti e fatti i conti, si offrirono a vicenda solo un caffè, salirono sul treno con entusiasmo, il trenino che li collegava a Verona era un accelerato, una caffettiera che faceva un gran fumo gratuito e tante fermate, salivano dai paesini donne anziane tutte vestite di nero, con scialli annodati e pacchettini con dentro roba, qualche uomo di una certa età che fumava la pipa e pochi giovani, studenti in vacanza, o in giro come loro due. Goste però aveva fame e sua madre previdente gli aveva confezionato una ciambella di quelle che si sfarinano appena le tocchi. Lui ingoiava tranquillo e si riempiva la camicia e la canottiera di briciole che poi franavano a terra. Renzo si vergognava un po’ ad accettarne un pezzettino, perché per lui Goste era troppo genuino e alla buona, uno della via Duranta, dove le forme si rispettavano poco, anche se era il suo amico più caro, ma la gente lo guardava male, sporcava dappertutto. “ Me l’ha fatta la mia mamma, la ciambella, e io me la mangio perché ho fame.” La vuoi?” continuava a ripetere al suo amico di viaggio che non si decideva. Erano abituati a spartirsi la roba. D’inverno, con le stufe da riempire, andavano a far legna nei campi dei grandi proprietari, rischiando. Appena adocchiavano un albero malandato ne strappavano i rami e il fusto se era piccolo, poi portavano tutto a casa e dividevano, con le loro madri contente di avere materiale per le cucine economiche, che scaldavano, poco, la parte dove si mangiava, per niente le camere da letto, facevano bollire le pentole e scaldavano il contenitore dell’acqua e asciugavano col calore i panni stesi sui ferri attorno al tubo. Una volta una tale li prese a fucilate, da lontano, sparando in alto per spaventarli, “perché”, diceva costui, facendo il sociologo dei campi, “ se la roba, legna o frutta me la vengono a chiedere, io gliela do, gliela regalo a tutti, ma portarmela via di nascosto rovinando tutto io non ci sto.” “ Non siamo mica dalle nostre parti e non dobbiamo dividerci la legna”, gli disse Renzo coprendosi la bocca con la mano per non farsi sentire, “ siamo su un treno e fai un gran casino, non la voglio la ciambella”. Arrivarono alla stazione di Verona Portanuova ( una stazione vera e grande e bella, sottolineò Renzo) dove cambiarono treno, un treno vero, rapido e comodo, che arrivava da Venezia e portava turisti di livello, gente con l’aspetto e il tono più cittadino e un vissuto diverso dal loro, un modo di porsi che li mise in soggezione. Trovarono posto in seconda classe e si svegliarono definitivamente anche per la gioia di essere sul treno che li portava direttamente a Milano, senza più cambi e spostamenti. Avevano infatti dormicchiato sul trenino di Legnago, soprattutto Renzo che non aveva chiuso occhio, adesso invece cominciarono a gustarsi il viaggio, passando per bei posti, Desenzano e il Lago di Garda, e poi per la stazione di Brescia e per quella di Bergamo e finalmente arrivando sotto la ferraglia delle volte della stazione di Milano. Goste restò colpito dalla grandezza della stazione, dal numero dei passeggeri, dei bar, dei giornalai , dei tabaccai, dal numero dei treni fermi e da quelli che partivano, dai gran rumori, dai poliziotti che giravano a coppie, dai facchini che caricavano e scaricavano dai loro carrelli. Renzo anche lui, ma meno del suo amico, perché a quindici anni lo avevano portato a Roma, della stazione Termini ricordava quasi tutto, aveva poi fatto un rapido giro in una città grande più di Milano. Restò impressionato si ma meno di Goste, perché lui cercava di ricordare le differenze fra la due città, che erano notevoli. Presero il primo tram per il centro, per via Manzoni e Piazza Duomo, piazza della Scala. Goste però aveva ancora fame e voleva finire la ciambella e cominciò a papparsela con lo stesso stile del treno, impiastrando di briciole bianche e farinose il sedile e il suolo del tram. Nessuno parlava ma lo guardavano in molti, Renzo si sentiva morire e gli faceva boccacce per farlo smettere. Goste non replicò ma finì il pasto e poi aveva sete, “ Scendiamo a bere, Renzo.” Per fortuna erano arrivati. Bevvero a una fontanella per risparmiare, ci stavano solo un giorno, dovevano mangiare qualcosa almeno a mezzogiorno, poi c’era il ritorno e c’era da pagare per il ritiro delle bici. Renzo era più parsimonioso, Goste un istintivo che soddisfaceva i suoi bisogni e i suoi piccoli piaceri. Come quello di farsi fotografare in piazza Duomo con le mai piene di sementi e di piccioni che beccavano. Dopo aver molto girato, osservando più le ragazze che i ragazzi della loro età, che vestivano e si muovevano in un modo diverso e parlavano tutti in lingua, sbirciando i caffè del centro e i tavolini eleganti dove servivano camerieri che sembravano tutti uguali, con una camicia come una divisa, rigidi e attenti al cliente. Non era certo il “cùsa vòt “(cosa vuoi) di Onorio o di Roberto, a Sanpièr, ma era un “desiderano” che sembrava un esame e questo dava fastidio a Goste e quando mangiarono qualcosa in Galleria, rigorosamente in piedi, a loro sembrava di pagare anche l’aria e di essere osservati da tutti ma poi non era vero. Renzo aveva accettato di più la situazione, aveva osservato magnifiche vetrine sotto i portici di Corso Vittorio. “ Siamo a Milano, Caro Goste”, aveva buttato là all’amico, “ e ti devi adeguare”. “ A me non piace”. Goste già si sentiva fuori casa quando doveva ordinare qualcosa all’Oblìo di Ostiglia, figuriamoci in Galleria a Milano. Gli sembrava tutto falso, tutti attori quelli che passavano, acceleravano, si fermavano, chiacchieravano, leggevano il giornale, fumavano, “ che lusso”, pensava . E anche le ragazze, quasi tutte belle e disinvolte, le vedeva come se partecipassero a una sfilata di moda da tanto erano sicure di sé. Pensava a cosa avrebbe detto se per caso una di loro si fosse fermata con lui, Goste Ghirlanda di Sanpièr, ma tutte andavano da qualche parte e di fretta e anche i ragazzi si fermavano poco. In piazza Duomo Goste si era avvicinato a capannelli di persone che sembrava si volessero sbranare con le dita puntate addosso, gli occhi inferociti. Stavano semplicemente parlando di politica, rossi e neri e bianchi democristiani. Renzo invece era rimasto colpito dalla Madonnina e da tutti i campanili e dalle altre chiese attorno al Duomo, dai palazzi di Piazza Mercanti. Gli piaceva osservare, aveva ammirato la Scala, “il Tempio della Lirica” e il monumento a Leonardo nella stessa piazza. Si era informato dei teatri che c’erano a Milano, immaginava gli attori che calcavano i palcoscenici, luoghi sacri per la sua passione segreta che già lo condizionava per il suo avvenire. Anche se era Roma , secondo lui, la città del cinema e del teatro dei suoi sogni. A un certo punto Renzo pensò, magari per scroccare un buon pranzo, di andare a trovare una sorella che abitava a Milano da qualche anno. Dovettero prendere un altro bus. Goste prima aveva accettato, poi stufo di aspettare una persona che non arrivava mai e volendo godersi la sua gita aveva preso un altro tram al volo e se ne era andato urlando dai finestrino aperto: “ ci vediamo in piazza Duomo, in piazza Duomo”, come se dovessero ritrovarsi in piazza a Sanpièr da Roberto. Dopo qualche ora di attesa Renzo si era stufato e ripartendo a sua volta aveva ritrovato Goste in Duomo, ricoperto ancora una volta di piccioni famelici, che forse gli ricordavano gli uccelli di campagna delle loro parti, appoggiati sulle braccia e sulle mani e anche in testa. Sembrava un monumento, se non avesse avuto gli occhi aperti e la faccia stirata dalla godùria di farsi ritrarre in quella piazza enorme piena di gente, o uno spaventapasseri, con la camicia aperta e una scarpa slacciata e la testa rigida per non far scappare il volatile appoggiato sopra.. “ Goste, Goste”, urlò Renzo per tirarlo fuori dai piccioni e dal fotografo che continuava a scattare e che poi andava pagato, caro e un tanto a scatto. Poi contarono i soldi. Erano giusti per tornare, perché non avevano fatto andata e ritorno. Goste però aveva ancora fame e sete, con tutto il caldo che si era preso e la camminate e le sudate che lo avevano indebolito. “ Facciamoci un panino, Renzo” “ Non possiamo, non torniamo più a casa, i soldi non bastano.” Goste si sbafò lo stesso un francesino imbrattandosi di farina, Renzo rinunciò anche se sentiva il vuoto dello stomaco. Arrivarono in stazione, ripresero con un po’ di malinconia il treno per Verona, Goste si addormentò subito, aveva mangiato e bevuto e Renzo invece no, a pancia vuota non si dorme. Da Verona ripresero il trenino per Legnago, come al solito talmente lento che Goste riprese a dormire e Renzo ad avere fame. Sudati e stanchi arrivarono allo stallo delle biciclette ma non avevano più soldi. “ Niente soldi niente biciclette”, rispose il padrone tranciando l’aria con un dito duro e deciso. “Per favore, abbiamo fame, siamo stanchi, le lascio i documenti, il mio indirizzo, pregò Renzo. Ci volle una mezzora di trattativa, tirando in ballo padri che si conoscevano e amicizie comuni del mercato di Legnago o di un caffè dove il padre di Renzo faceva il mediatore. Poi lo convinsero a rilasciare le bici. Altri diciotto chilometri da spingere, la debolezza tagliava le gambe di Renzo e la stanchezza lasciava un Goste assopito che pedalava senza vedere la strada, sbandando sui ciottoli più grossi. Attraversarono una piazza di Sanpièr modesta e semibuia e più stanca di loro, stremata dal gran caldo della giornata col poco asfalto ancora caldo. Seduti ai tavolini di Roberto, il padrone-poeta del caffè Centrale che a sua volta odiava il suo lavoro e di nascosto scriveva versi ( Attilio ne ricordava uno molto bello: “ Pioveva e c’era il sole/ sembrava il miracolo dell’odio accoppiato all’amore) e racconti su fogli bianchi appoggiati vicino alla macchina del caffè, e che ogni tanto pubblicava, gli ultimi avventori salutarono la coppia che rientrava urlando forte: “ E alora, cum’èla Milan...? (e allora, com’è Milano?) Renzo non voleva rispondere a quell’ora, non aveva fiato e voglia, non voleva essere preso in giro, lasciato Goste arrivò a casa stremato, quasi in svenimento. Suo madre volò dal letto e tirò fuori tutto, “ tégie tigìn e tigiòt, e cioè tutto il pentolame, il pane i sughi e il vino. “ Mò sét matt (ma sei matto?), a ridurti così. Da quand’è che non mangi?” Renzo non rispose o non voleva, sentiva già il profumo del ragù anche se era riscaldato, sua madre previdente aveva avanzato roba dalla cena, vedeva la pasta ben condita scivolare lentamente nella sua gola sulla scia rossa del pomodoro, il fiato ritornare. “ Prima làvati”, chiarì subito sua madre a un figlio che sapeva di treno e di sudore di Milano. A pancia piena e pulito, Renzo dormì tutta la notte e un bel pezzo della mattina dopo nel silenzio della sua campagna. I rumori di Milano gli erano ancora dentro, era stata dura ma era soddisfatto. La giornata per lui era stata una tappa di avvicinamento alla sua decisione di allontanarsi, col tempo, da casa.


giovedì 8 marzo 2007.



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Goste e Renzo a Milano di Paolo Lezziero