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Poesia e moltinpoesia

Giuseppina Di Leo - Le voci di Santarcangelo di Romagna nella poesia dialettale di Nino Pedretti

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Il 30 maggio 1981, all’età di 58 anni, veniva a mancare il poeta Nino Pedretti[1], «insegnante e glottologo, che nasce poeta in lingua e muore poeta in dialetto»[2], una delle voci più importanti della poesia dialettale romagnola.

 

Nino (Giovanni Maria) Pedretti (Santarcangelo di Romagna 1923 – Rimini 1981) faceva parte della generazione dei poeti «nati negli anni ‘20» (Asor Rosa), compagno di strada nonché fraterno amico di Tonino Guerra e Raffaello Baldini, «il singolare terzetto dei poeti di Santarcangelo di Romagna» (Isella)[3].

Il silenzio nel quale sembrava esser stata reclusa la memoria del poeta dopo la sua morte è stato rotto negli ultimi anni grazie alla scrupolosa ricerca che la studiosa Manuela Ricci ha condotto sia sulle carte private – conservate a Pesaro dalla famiglia[4] sia su quelle conservate nel fondo “Archivio Nino Pedretti” presso la Biblioteca Comunale di Santarcangelo di Romagna e nel fondo del padre Luigi Renato, conservato presso la Biblioteca Gambalunga, dove sono state rinvenute le poesie giovanili inedite pubblicate poi (non tutte) nel volume Le pepite d’oro, edito da Raffaelli[5]. Il volume riporta in dedica, quasi sintomaticamente, i nomi di due delle persone più care all’autore: la sorella Giaele e la moglie Lina.

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 20 Marzo 2013 20:21 ) Leggi tutto...
 

PER UNA POESIA ESODANTE. Ennio Abate - Un nodo: Montale-Fortini-Mengaldo

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La poesia passata a contrappelo

La voce Montale, una delle Ventiquattro voci per un dizionario di lettere[1] scritte da Frannco Fortini e pubblicate nel 1968 contiene un giudizio sintetico e ostile, in seguito ribadito e approfondito,  sul poeta poi premio Nobel. Fortini lo presenta così: è un poeta intellettuale, con una formazione spiritualista e positivista, un amante da sempre degli «aromi dell’umanesimo alto-borghese» e, dunque, con  scarso senso della storia (definita una volta da Montale «sterminio di oche»); la sua poesia è lirica e laica; mira a costruire una corrispondenza (in termini più  dotti  gli studiosi parlano di «correlativo oggettivo»[2]) tra esterno (la realtà naturale, ad es. della arida costa ligure) e interno (stati psichici di atonia);  ha strofe brevi, ritmi robusti, abbondanza di rime e assonanze, lessico espressionista.

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Marcella Corsi - PERCHÉ LE POESIE DI KATHERINE MANSFIELD?

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(Postfazione del curatore)

Mi è stato chiesto[1]:  perché si dovrebbero oggi leggere i Poems di Katherine Mansfield?

Per tentare di rispondere potrei iniziare segnalando i non pochi motivi per cui si dovrebbe oggi leggere poesia – «vita che rimane impigliata in una trama di parole», secondo una definizione di Sebastiano Vassalli[2] – o i parecchi che consentono di godere della scrittura poetica di Katherine Mansfield[3].

Potrei anche segnalare quanto possa essere utile, e interessante, capire attraverso i versi il modo di porsi dell’autrice nei confronti della vita, oltre che della poesia, per lei strettamente collegate[4]. «Vita che si paga con la vita», afferma ancora Vassalli, riferendosi alla caratteristica della poesia di pretendere molto da chi ne è preso e di condizionarne fino in fondo, finché ne è preso, la vita.

Sento invece la necessità di precisare la domanda nel modo che segue: perché si dovrebbe leggere oggi una nuova versione italiana delle poesie di Katherine Mansfield?

Si entra qui nell’ambito delle problematiche connesse alla traduzione di poesia. E alla traduzione di poesia realizzata dal singolo traduttore, che può a sua volta essere un poeta.

Nel caso in questione sono costretta a esplicitare il mio modo di considerare e vivere la traduzione di poesia, anzi la versione in italiano delle poesie della Mansfield che propongo.

Ultimo aggiornamento ( Domenica 26 Febbraio 2012 16:52 ) Leggi tutto...
 

Alessandro Ettore Cimò - La poesia, ahimè, non è morta!

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Non conosco di persona Alessandro Ettore Cimò, autore del saggio che qui pubblico.  Di lui , però, avevo letto su un sito di teoria politica «Ventiquattro tesi per un Conflitto Poetico Totale» e, nel lontano gennaio 2011, gli avevo replicato con un dettagliato «Commento alle tesi di Alessandro Ettore Cimò». La nostra discussione riprende ora con questa messa a punto delle sue precedenti tesi, intitolata in modo significativo e paradossale, La poesia, ahimè, non è morta!

Nel presentarla, avverto i moltinpoesia che si tratta di uno scritto teorico non di agevole lettura  e che tocca una questione - l’ambivalenza del rapporto tra poesia (o cultura) e potere - che oggi sembra per pochi, mentre fino agli anni Settanta è stato in primo piano nel dibattito culturale italiano in tutta l’area della «poesia critica» (Pasolini, Fortini, Leonetti, Volponi, Majorino, ecc.), più o meno influenzata da Marx. Chi vuole può benissimo saltare.Semplificando e riassumendo per chi ha meno pregiudizi, posso dire che Cimò, il quale fa riferimento soprattutto al Guy Debord de La società dello spettacolo, sostiene che dall’Ottocento, con l’affermarsi del modo di produzione capitalistico, la cultura e la poesia, separatesi dal «movimento storico totale», si dibattono «inevitabilmente all’interno del conflitto fra tradizione ed innovazione» e non riescono più a innovare se non in misura limitata restando di fatto prigioniere in quest’unica dialettica ammessa nella società capitalistica. Esse perciò, possono produrre o «oggetti morti da contemplare» (opere-merci) o sono condannate all’immobilità per assenza di un’alternativa  reale all’attuale società. Anche quando riescono a distruggere il «linguaggio comune dominante» e le «vecchie forme», cultura e poesia cercano sempre in se stesse un altro linguaggio comune e non riescono mai «a negarsi completamente per iniziare a ricercarlo realmente nella prassi, la quale se diventasse rivoluzionaria riunirebbe in sé il linguaggio comune e le attività dirette senza più separarli in forme di potere e di dominio».

Ultimo aggiornamento ( Domenica 12 Febbraio 2012 17:30 ) Leggi tutto...
 

Ennio Abate - Sulla gestione dellle "buone rovine" di Franco Fortini

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Dal blog MOLTINPOESIA

UNA PERSONALE, EXTRA-ACCADEMICA, OPINIONE.

«…‘Vi consiglio di prendere le cose che ho detto e di buttarne via più della metà, ma la parte che resta tenetevela dentro e fatela vostra, trasformatela. Combattete!’ » (Le rose dell’abisso. Dialoghi sui classici italiani,  Boringhieri, Torino, 2000)
1. Nel dibattito dei moltinpoesia ho, quando ho potuto,  richiamato l’attenzione su Franco Fortini (1917-1994). Su questo blog tra l’ottobre e il novembre 2010 ho dedicato vari post (si trovano facilmente scrivendo il suo nome in ‘cerca’)  per commentare una sua intervista del 1993 concessa alla RAI, «Che cos’è la poesia». È un esempio di discorso extra-accademico (non automaticamente antiaccademico) sui suoi scritti  e la sua figura, che per me ha una lunga storia alle spalle. Fortini ha influenzato  indirettamente la mia ricerca (qui), pur restando per me, anche quando ho avuto modo d’incontrarlo di persona, «maestro a distanza». Quel mio rapporto con lui fu tardivo e problematico, ma profondo; e ne ho dato un dettagliato rendiconto (qui). Dopo la sua morte nel 1994, ho - prima in samizdat poi sul Web[1] - praticato, com’egli suggerì, un buon uso delle rovine: della tradizione culturale e politica del comunismo (usiamola questa parola, anche se sporcata, demonizzata e divenuta incomprensibile ai più); e, quindi, anche dei suoi libri, che alla storia di quel grande movimento, in modi sempre vigili e sofferti, si richiamarono senza i pentimenti o gli sbrigativi autodafé di tanti voltagabbana.
Ultimo aggiornamento ( Domenica 12 Febbraio 2012 17:30 ) Leggi tutto...
 


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