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Sulla giostra di giornali, riviste e siti Web

Sergio Bologna - DIFFICILE PARLARE SUL LAVORO

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Sergio Bologna,Il lavoro cambia. E allora che si fa?

Stralcio da http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=12370&catid=36&Itemid=68

Difficile trovare oggi qualcosa o qualcuno che sulla condizione lavorativa sappia dire una parola esauriente o sappia formulare una teoria generale o sappia proporre un modo concreto di ridare forza al lavoratore nei suoi rapporti con il datore di lavoro e le istituzioni. Nei casi migliori c’è qualcuno che prova a sperimentare terreni, che si focalizza su una situazione o una tipologia contrattuale. Alzando lo sguardo oltre il nostro Paese e limitandoci ai Paesi di matura industrializzazione dove ormai si è affermato il cosiddetto “postfordismo”, gli esempi sono molti e confortanti. Occorre probabilmente costruire una rete, creare sinergie, occorre rendere “visibile” il risveglio dell’interesse per il lavoro e il risveglio di una volontà dei lavoratori di farsi rispettare. Anche se il vittimismo è ancora assordante nelle testimonianze, c’è già chi si è tirato su le maniche senza seguire gli schemi organizzativi o le pratiche del movimento operaio e sindacale storico. Sono esperienze parziali, nessuna delle quali si pone come “modello”, ciascuna ha la sua autonomia ma nessuna, da quel che finora mi è capitato di vedere, ha pretese di egemonia. Del resto questo è l’unico modo possibile di procedere, dopo una gelata durata quasi trent’anni è l’unico modo pensabile in cui le cose possono rimettersi in movimento.Da quasi vent’anni io seguo uno di questi percorsi parziali, così lontano dai sentieri abituali battuti dalle varie componenti della sinistra, che mi definisco un “apolide”, uno senza cittadinanza e senza identità di colore politico. Il punto di partenza è, a dirlo, apparentemente semplice, a praticarlo estremamente complesso. Per decenni ci siamo concentrati sulla grande energia liberatoria racchiusa nella classe operaia e nei tecnici di produzione, l’abbiamo vista all’opera ed abbiamo condiviso le sue vittorie e le sue sconfitte. Da allora – parliamo degli inizi Anni Ottanta – c’è chi va in cerca di un nuovo soggetto sociale egemone, chi si chiede che cos’è il comunismo, chi ha smesso di preoccuparsi e tira a campare. Assieme ad un gruppo di vecchi e nuovi compagni (tutti amici di Primo Moroni e della Calusca di Milano) abbiamo cominciato a ragionare invece di “postfordismo” e di crisi dei ceti medi, non abbiamo cercato di capire le tute blu, abbiamo cercato di capire i white collar scoprendo che sul loro terreno le trasformazioni erano state ancora più sconvolgenti e radicali, che i “colletti bianchi” – zoccolo duro della piccolo-media borghesia – erano progressivamente sommersi da una marea di no collar, gente che lavora in un universo virtuale chiamato Web. In questo universo senza confini, impossibile da cogliere nella sua complessità e vastità, ci siamo ritagliati una piccola porzione, ma destinata a crescere sempre di più, quella di chi lavora in proprio producendo beni immateriali, il cosiddetto “lavoro cognitivo” autonomo, che abbiamo definito di “seconda generazione”. Perché lo abbiamo definito così sta scritto in un testo che Feltrinelli ha pubblicato nel 1997, a cura di Andrea Fumagalli e del sottoscritto. A quel punto è cominciata la comica. Chi diceva che avevamo la pretesa di aver trovato il nuovo soggetto sociale, chi diceva che stavamo con quelli che non pagano le tasse, chi diceva che il “postfordismo” è una bufala. Si sono scomodati persino i professoroni della sociologia del lavoro, a dire che non capivamo niente, non sapevamo leggere i numeri, che il nostro era un whishful thinking (Aris Accornero).

I giuristi invece, quelli che sanno che succede nelle aule dei tribunali del lavoro, ci ascoltavano con interesse. Infatti noi capivamo benissimo che stava succedendo, per la semplice ragione che non stavamo parlando di un lavoro altrui ma del nostro lavoro, quelle riflessioni sulla crisi del ceto medio e del lavoro intellettuale in genere erano frutto di nostra esperienze personali. “Partire da sé” diceva un vecchio adagio femminista. Senza farla tanto lunga, oggi a che punto siamo? Siamo al punto che quel pensiero ha prodotto un piccolo movimento di aggregazione, ha strappato le persone all’individualismo e al vittimismo, ed ha permesso di iniziare un percorso di consapevolezza culturale e di autotutela sindacale, coronato con la stesura di un “Manifesto del lavoro autonomo di seconda generazione” che chiunque si può scaricare dal sito www.actainrete.it.  E’ una cosa molto “milanese”, che s’incrocia però con una fitta rete di associazioni professionali già esistenti, con le quali è iniziato un dialogo non di rado conflittuale. Sono piccole cose ma che si misurano con problemi enormi, prima di tutto con il problema del sistema previdenziale di questo Paese, poi con il problema dell’assistenza sanitaria, infine con il problema della formazione universitaria e non. In una parola, con il problema dello Stato sociale. Quindi temi di “grande politica”, che stanno al centro delle riforme legislative sul lavoro, sempre annunciate ma ancora al palo. Dentro questa piccola cosa ho ritrovato il piacere di incontrare tanti nuovi colleghi entusiasti, di altre generazioni rispetto alla mia, ho ritrovato il gusto dell’impegno civile, della “conricerca”, ho ritrovato soprattutto una dimensione internazionale ricca e articolata. Assieme a un collega molto più giovane, esperto di tecnologie digitali, ho cercato di raccogliere questi ultimi dieci anni di esperienza, metropolitana ed europea, in un nuovo volume per Feltrinelli. Dal punto di vista “teorico” abbiamo cercato di mettere in evidenza che stiamo parlando di lavoratori che non sono né salariati, né precari, anche se sono economicamente dipendenti ed hanno occasioni di lavoro intermittenti. E qui va in tilt tanta “sinistra” per la quale o uno ha un posto fisso o è un precario, tertium non datur. Al momento in cui scrivo queste righe il manoscritto è stato consegnato, ma c’è un po’ di maretta sul titolo e la dimensione. Inutile, i libri bisogna scriverli e metterli in libero download su Internet, come da tempo sto già facendo per saggi ed interventi polemici. Anche questo è un segno del nuovo modo di lavorare e di comunicare.

 

Tito Perlini - SULLA TEORIA CRITICA DI HORKHEIMER E ADORNO

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5 mar 2011

Tito Perlini, Discesa agli inferi e crepuscolo della speranza. Sul pensiero critico-dialettico-negativo.

Stralci da  http://www.ospiteingrato.org/Interventi_Interviste/Perlini.html

Il senso dell’opera del ’47 [Dialettica dell’Illuminismo] si offusca se si perde di vista che per Aufklärung si deve intendere il momento in cui s’accende la ragione e in cui questa agisce nel senso di una demitizzazione che è, in primo luogo, una demagicizzazione. Discostandosi da qualsiasi discorso che ingenuamente tenda ad esaltare il processo che conduce alla modernità come un processo ininterrotto di emancipazione, i due autori sostengono che il progresso non è una tendenza irresistibile, destinata sempre e comunque a trionfare, ma che esso può anche alimentare il proprio contrario, rendersi problematico, promuovere ciò che lo smentisce, tradursi nella propria negazione, dar luogo a regressioni. L’Aufklärung, come moto verso la liberazione, è contraddittoriamente spinto a rovesciarsi, diventa, esso stesso, una forma di oppressione. I controlli di cui il progresso ha bisogno per attuarsi contengono in sé vistosi pericoli, che portano all’attuarsi di un rafforzamento della logica del dominio che assoggetta a sé la natura, sia quella esterna sia quella interna all’uomo, al punto che la prevalenza dell’asservimento si produce proprio là dove dovrebbe aver la meglio l’impulso alla liberazione. Non c’è una strada che porti immancabilmente al migliore degli esiti. Di fronte ad un discorso tendente a mettere così le cose, il marxismo corrente è rimasto sempre sulla difensiva, senza saper rispondere con efficacia alle sfide che gli venivano lanciate e, in questo modo, esso s’è esposto a inconvenienti e a disavventure cui non ha saputo porre rimedio.

[…]I teorici del postmoderno hanno rovesciato la frittata. Là dove gli autori della Dialettica dell’illuminismo avvertivano la presenza di una falsa emancipazione, i teorici attuali scorgono una liberazione che si attua in un orizzonte privo di punti di riferimento. Ed è proprio la preoccupazione di una neutralizzazione della teoria critica ad aver spinto Adorno ad insistere sempre di più sull’intensificazione di quel dolore che, nella dialettica, si induce ad elevarsi a concetto. […]Dispiace che persino Habermas, al seguito di una rilettura di quest’opera definita “nera” e dei messaggi in bottiglia in essa contenuti, si sia indotto a prendere le distanze dallo spirito che la anima e che è frutto di un accordo formatosi in quasi un decennio tra i due massimi rappresentanti della teoria critica. […]Ma gli anni ’60, che pure portano a conclusione con successo il programma che Adorno s’era prefissato per l’istituto, sono animati da una discussione che investe lo scontro tra le diverse metodologie della ricerca sociale. Ne deriva la disputa tra Popper e lui, nota come Poitivismusstreit. Il confronto che include e coinvolge nel suo corso diversi studiosi non è privo di note aspre e di durezze. Non si può nascondere che a riportare una vittoria ai punti, furono indubbiamente Popper e i suoi seguaci. I socialdemocratici tedeschi, Helmut Schmidt in testa, cui si accodarono esponenti politici di altri paesi (tra cui l’Italia) si pronunciarono chiaramente a favore di Popper e gli attribuirono addirittura una legittimazione sul piano politico, invitando i socialisti a far propria l’epistemologia del razionalismo critico. Da noi, autorevoli esponenti del PCI non furono da meno. Il clima culturale ne fu scosso e mutò sensibilmente.
Dopo essere stata innumerevoli volte accusata di esserlo stata troppo poco, o nulla affatto, alla teoria critica fu imputato, al contrario, di essere subordinata al marxismo e perciò inclusa nella sua crisi. Questo fu l’estremo paradosso con cui si cercò di provocare la fine del pensiero critico-dialettico-negativo. Il movimento sudentesco che, nella sua fase iniziale aveva tratto ispirazione dalla teoria critica, s’è rivoltato contro di essa quando s’è accorta che i docenti dell’istituto non intendevano concedere alcuna legittimazione alla volgarità semplificatrice dell’Aktionismus.
Vengono così a porsi le premesse per un ridimensionamento dei motivi-chiave con cui s’era espressa un’avanguardia intellettuale tendente all’egemonia. Le si contrappongono correnti, prevalentemente di stampo anglosassone, che non solo pongono l’esigenza di un mutato orizzonte filosofico e culturale, ma appaiono decise ad operare in tal senso mediante revisioni e nuovi quadri concettuali. Si riafferma un razionalismo che mira a disfarsi della dialettica e a sostituire il marxismo con un neo-liberalismo dalle molte facce, che si sbarazza di ogni tematica di impostazione anti-capitalistica. […]Rispetto a Horkheimer e ad Adorno, Habermas comunque è un’altra cosa, sia pur degna di considerazione (come indubbiamente lo è il recente discorso sulla contrapposizione tra la diffusione di rappresentazioni naturalistiche del mondo e il crescente influsso politico esercitato dalle ortodossie religiose).
Intendiamoci: il pensiero di Habermas è, se lo si colloca nel quadro scombussolato delle filosofie che oggi in Europa si dividono il campo, qualcosa di altamente decoroso, ma – lo ripeto – non è ciò che si era inteso per pensiero critico-dialettico-negativo.[…] ochi sono stati gli indirizzi di pensiero che, come quello che stiamo esaminando, abbiano mirato a sciogliere nodi teorici così ardui e a corrispondere allo spirito dei tempi in modo così radicale al di fuori di ogni concessione e di ogni compromesso. Per certi versi, questa forma di pensiero non ha rappresentato solamente il Novecento, è stata essa stessa il Novecento, assumendone tutto il peso, artisticamente e politicamente. La voce dei suoi esponenti è stata soffocata, ma qualcosa è rimasto, sia pur affidato ad un’estrema minoranza. In un momento in cui il domani altro dall’oggi mostrava di avere la meglio su qualsiasi prospettazione del futuro come mero prolungamento di un presente sempre più insopportabile nella sua sicumera, è il passato a balzare prepotentemente in primo piano, vale a dire quel Novecento, secolo di orrori che hanno mostrato di saper convivere con straordinarie scoperte, con slanci di genialità e una volontà di rinnovamento ai quali non ho esitazione a ribadire la mia fedeltà. Il pensiero critico non guarda ad un futuro che sta mancando a se stesso, ma ad un passato che è ancora in grado di alimentare le speranze più ardite. E’ un congedo che si traduce in un appello alla nobiltà della memoria, di una memoria che non rinuncia a serbare in sé la possibilità di un futuro diverso dall’oggi.

 

Sergio Rotino - LO SPETTACOLO DEVE ANDARE AVANTI. INTERVISTA A NICOLA LA GIOIA

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Lo spettacolo deve andare avanti.
Intervista a Nicola Lagioia
di Sergio Rotino


Ti abbiamo conosciuto nel 2001 con Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj, pura esplosione della forma romanzo. Nel 2004 esce Occidente per principianti, che mi piacerebbe definire “implosione” del romanzo, se non fosse per la sua compostezza nel dispiegarsi della storia. È bastato un lasso di tempo così breve per operare un salto che scollega il tuo esordio dall’essere il narratore di oggi? Ma guarda che in questi tre anni mi sono successe un mucchio di cose: ho fatto tre traslochi, letto qualche libro, scritto un romanzo che poi ho buttato, chiuso un paio di storie d’amore, ho iniziato a curare “nichel” per minimum fax e me ne sono andato (quando potevo, o quando venivo temporanemente scaraventato fuori dal grande ventre di Roma) un po’ alla deriva per le citta europee. Insomma, Occidente per principianti è venuto fuori da un’incubatrice che ha contenuto un po’ di tutto, un manicomio interessante al quale mi sono poi sforzato di dare una dignità letteraria. Per Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj volevi dire “esplosione” della forma-romanzo, vero?

Sì, per me rappresenta la frantumazione della forma-romanzo, la sua estrema atomizzazione.Vedi, per come la vedo io, Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj era un romanzo imploso, quasi aforismatico, più vicino a un haiku che a un quarto di bue. Occidente per principianti è un quarto di bue a cui spero che gli strumenti dello stile non abbiano tolto un po’ di bella sanguinolenza.

A parte questo, è possibile ascrivere un simile salto nella scrittura al tuo lavoro in casa editrice, quindi al tuo contatto con l’establishment culturale (autori, editori, critici)? Oppure è dettato da un ripensamento? Non il contatto con l’establishment culturale (frequento di solito personaggi abbastanza scassati che solo accidentalmente, e solo in certi casi, hanno la sventura supplementare di essere uno scrittore o un critico), e nemmeno il frutto di un serio e meditato ripensamento. Piuttosto una cosa spontanea nel suo sorgere, un movimento liberatorio che nasce dall’intestino e poi, quando la frittata è fatta, viene raccolto e messo in piedi con la tecnica narrativa, il mestiere e tutto quanto il resto.

Era comunque una trasformazione annunciata. A Reggio Emilia, nel 2001, durante “Ricercare” avevi letto l’inizio di quel romanzo poi abbandonato, e già la tua scrittura si spostava su altri fronti. La stessa cosa si percepiva dai racconti che hai pubblicato su giornali e antologie, dal “Corriere del Mezzogiorno” a Patrie impure a La qualità dell’aria, curata da te e da Christian Raimo. Eppure, in tutto questo non è ancora chiaro il perché di una simile conversione a “U” stilistica, a parte la naturale evoluzione di ogni scrittore ecc. Francamente non è chiara nemmeno a me. Ma all’epoca del mio primo romanzo non avevo probabilmente ancora gli strumenti per mettermi a scrivere una cosa come Occidente per principianti. Ed è importante che io non li abbia acquisiti del tutto neanche oggi. Il fatto è questo: ogni volta che provo a scrivere un romanzo, non devo sapere di essere in grado di portarlo a termine. Devo provare a spingermi per territori mai frequentati prima, con la possibilità del fallimento che mi alita sul collo promettendomi, a capitolo chiuso, che con il prossimo capitolo tutto crollerà, la lingua non terrà, la struttura salterà, tutto il romanzo se ne andrà a puttane. Ci deve stare questo continuo conto aperto, tra me e il Fallimento. Un’apertura di credito reciproca. Scrivere Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj parte II, insomma, mi avrebbe annoiato parecchio.

Il 2001 è stato per te, in quanto persona e in quanto autore, un “anno mirabile”: ti ha portato all’abbandono del lavoro sommerso, alla pubblicazione del primo romanzo, alla cura di “nichel”, la collana di minimum fax rivolta agli autori italiani. Sei partito da questi elementi autobiografici per organizzare il materiale che sta alla base di Occidente per principianti? Guarda che nonostante il “Supercorallo” e la cura di una collana letteraria, la mia continua a essere la vita di un precario. È solo finito (grazie a Dio) il lavoro sommerso. Ma per il resto continuo a coltivare, di tanto in tanto, la nobile arte di farmi invitare a cena a spese altrui. Comunque, sì, una parte degli elementi utilizzati per Occidente per principianti è stato preso dalla mia esperienza di precario intellettuale e dalla frequentazione di precari che stavano peggio di me: registi itineranti senza soldi per comprarsi la pellicola, reduci di Castelporziano con le transaminasi alle stelle, grafici col vizio dello spaccio, intellettuali per scelta che però erano anche truffatori per necessità. Il libro è dedicato a loro.

Quando hai iniziato a scrivere Occidente per principianti e quanto ci hai messo per completare la prima stesura? La leggibilità delle pagine - logico sia un fattore personale - farebbe pensare a qualcosa di vicino a un “buona la prima”. Ma non è così, vero? Diciamo “buona la centodiciottesima”. La cartella Occidente per principianti presente ancora sul desktop del mio pc contiene centodiciotto file, tra appunti, scritture, riscritture, capitoli tagliati, aborti di ogni genere. Tra l’altro il buon Fenoglio diceva: «la più limpida e semplice delle mie pagine è il frutto di penosi e lunghissimi tentativi di riscrittura». Ecco.

Siamo quindi davanti a un romanzo dall’elaborazione, per così dire, lenta... Sono stati due anni di lavoro molto duro. Quattro o cinque ore al giorno, inchiodato alla sedia davanti al monitor, saltando pochissimi giorni, e rifugiandomi di tanto in tanto da amici che squattavano in posti molto strani di Siviglia e di Parigi.

E dopo due anni lo hai consegnato a Einaudi? Paola Gallo, l’editor di Einaudi che ha lavorato con me, aveva letto le prime cento pagine del romanzo. Sulla base di quelle di mi hanno preparato un contratto. E abbiamo trovato una bella sintonia soprattutto quando da Torino mi hanno detto: “Questo ci sembra un romanzo importante. Non fissiamo una data di consegna. Prenditi tutto il tempo che ti serve. Sarà finito quando sarà finito”.

Ma lo hai consegnato? Ti faccio questa domanda balzana, perché l’ottica dell’industria culturale non dà più la possibilità (pensa invece all’Arbasino di Fratelli d’Italia) di riscrivere un proprio testo, di apportarvi modifiche successive e aggiunte. In altre parole, di ripubblicarlo. Non lo so. Per adesso ho solo voglia di buttarmi su storie e avventure completamente diverse. Spero che l’ideale prosecuzione o l’aggiornamento di Occidente per principianti, se mai ci sarà, vedrà la luce fra molti anni e avrà un titolo diverso. Insomma, un romanzo nuovo.

Fermandosi sulla prima soglia del romanzo, al titolo, vengono in mente i manuali della Apogeo, quelli “for dummies”: manuali di consultazione per principianti che vogliono apprendere i rudimenti di una data materia. È come se per te l’Occidente, soprattutto il nostro Occidente italiano, andasse spiegato per step successivi, perché troppo complesso, impossibile da gestire in un blocco unico... L’Occidente è un eye wide shut. Nel gioco di parole, “un occhio chiuso completamente spalancato”. Una dilatazione dello sguardo talmente abnorme e mostruosa da non permetterci di vedere più un bel niente. Il nostro approccio al problema, non può non essere quello di una matricola.

Nella prima parte del romanzo sembra di rileggere alcune pagine, per me attualissime, del Diario Notturno di Flaiano o della Vita agra e del Lavoro editoriale di Bianciardi. Ma come stile e come finalità mi sembra che questi due autori ti siano lontanissimi... La vita agra l’ho amata moltissimo. Luciano Bianciardi l’ho amato moltissimo. Se qualche cosa è passata, ne sono felice. In fondo, col suo romanzo più importante, Bianciardi faceva vedere il “dark side” della Dolce Vita, il risvolto della medaglia. Io ho cercato di fare la stessa cosa in un’epoca che non è più quella della via Veneto sfavillante e delle cantine dei teatri off, ma qualche cosa - nelle apparenze - di molto più mostruoso, più grottesco, più disperato. La diversità di stile, credo, nasce anche da questo.

Proprio ne “Il contesto”, la prima parte di Occidente per principianti, si ritrovano molte delle indicazioni politiche, e anche sociali e antropoligiche, di questi due scrittori sulla e contro la fauna “artistica” che popolava Roma ai loro tempi e che ancora la popola... Sì, è vero. Come dicevo prima, Roma è un grande ventre pronto a inghiottire di tutto. Una città meravigliosamente appesantita dall’abbacchio, dal traffico e dal Bernini, il vero simbolo di questo luogo che nei secoli ha macinato e metabolizzato e confuso e conservato (!) di tutto: imperatori e flagellanti, sante e mignotte, miracolati e scalognati, yin e yang. È un maschile che non avrebbe scrupoli a giustiziare il proprio avversario se solo non fosse fiaccato da un femminile ninfomane.

Ma la critica alla spettacolarizzazione della Storia e dell’informazione, che è alla base del tuo romanzo, l’hai tratta dalle tesi di Debord sulla società dello spettacolo, da un loro scavalcamento? Più che le tesi (confesso di non aver mai letto neanche una pagina della Società dello spettacolo) mi ha influenzato l’inveramento delle tesi stesse: il mondo che abitiamo.

Nel libro di Alain Joxe, L’impero del caos, si citano le parole del generale Peters sulla Storia che non è più ricerca di informazioni, ma gestione dell’informazione. Il protagonista del tuo romanzo sembra ancora poggiarsi sulla ricerca, anche se involontariamente, mentre Michela Renzi della Lucilla, sua “datrice di lavoro”, è platealmente tutta spostata sulla gestione... Al protagonista rimane ancora qualche traccia di umanità, che prova a difendere attraverso una ricerca che, purtroppo per lui, non sfocia né su epifanie né su crescite interiori à la Renzo Tramaglino e nemmeno su vere occasioni di fuga. Ma è ancora vivo, e vivo resterà fino alla fine del libro. È già qualcosa, perché Michela Renzi della Lucilla invece, “tutta spostata sulla gestione” come dici tu, non è quasi più un essere umano: è una macchina celibe.

Perciò il personaggio senza nome del giornalista ghost writer racchiude, ancora più di Zelda, l’aspetto romantico e “positivo” del romanzo, la possibilità di un riscatto e di un ravvedimento? Sì. La mancanza del nome del protagonista testimonia la sua attuale impotenza, ma apre anche spiragli per un riscatto futuro. Riscatto che esiste a livello potenziale (è nello spirito più intimo del protagonista, secondo me) ma nel romanzo non c’è. Esiste nelle pagine non scritte. Forse esiste nelle pagine di un romanzo futuro.

Però nel “Contesto”, quando descrive la società culturale romana e quel che ne deriva, il ghost writer non sembra particolarmente arrabbiato, piuttosto ironicamente schifato. Ancora meglio: catatonicamente adagiato sull’orrore di quella società. Che poi è, compiacentemente, non solo la società della comunicazione, ma anche e soprattutto la società nel suo complesso. Non è una forte indicazione di complicità e di accettazione da parte sua? Passi l’eroe non proprio positivo, ma qui sembra una aperta dichiarazione di fiancheggiamento. Volevo un personaggio quasi completamente schiacciato dal mondo in cui aveva avuto la ventura di nascere e crescere: il mondo in cui esistiamo ci schiaccia e ci comprime con guanti di velluto che però sempre appartengono alle mani dei carcerieri. L’eroe del romanzo non è il protagonista, ma quella piccola sacca di umanità che nel protagonista riesce a salvarsi. Il mio giudizio su di lui è più che altro, come dicevo, un giudizio sospeso perché è la nostra generazione - a cui il ghost writer appartiene - a non essersi ancora riscattata. Voglio verificare, su di me e su chi mi circonda, se abbiamo veramente i numeri (e le occasioni) per farlo.

Curioso il passaggio in cui descrivi la riunione di responsabili ufficio stampa, capaci di farsi venire degli scrupoli sulla veridicità di alcuni documenti. Curioso perché l’ufficio stampa di solito non ha queste remore. In Occidente per principianti, invece, è la macchina informativa a non farsi scrupoli, a pompare con tutti i mezzi, a montare l’albume dello scoop. Hai scelto un ribaltamento come questo per spingere sul grottesco la critica all’informazione? Sì, credo ci sia molto di grottesco: una versione allucinata del futuro prossimo, forse. Gli uffici stampa di Occidente per principianti sono l’upgrading dell’ufficio stampa come lo conosciamo noi. Hanno capito, definitivamente, che si può veicolare qualunque cazzata, la verità, il suo contrario, quello che si vuole. L’importante è come lo si fa. L’importante è veicolare una notizia (qualunque essa sia), vederla gonfiarsi e poi esplodere nel firmamento mediatico. È un amore (perverso) che investe la dinamica più che la notizia in sé. Insomma, è un po’ la degenerazione estrema della vecchia faccenda del mezzo che è il messaggio.

All’interno di Occidente per principianti, la Storia riprende a correre, e a ritorcere la spettacolarizzazione dell’informazione contro chi l’ha assunta come valore assoluto. Ecco allora scorrere i fatti dell’estate 2001 (che sembrano descrivere anche la parte per te patita come orribile di quell’anno): da Genova-G8 all’11/09 di NY DC. Sono però accadimenti marginali per i protagonisti, come se le loro percezioni del reale fossero oramai talmente distorte, con pochissime possibilità di recupero... Questa cosa degli eventi storici importanti (il G8, le Torri Gemelle) sepolti in un mare di frivolezza nasce però anche da un’esigenza poetica. La frivolezza sull’orlo del collasso, insomma, mi ha sempre affascinato (le serate danzanti sul Titanic; i pigionanti della Montagna incantata che continuano a mangiare torte Sacher a quattromila metri di altitudine mentre ai loro piedi si sta per scatenare la Prima Guerra Mondiale; Liza Minelli che balla nei locali di Cabaret mentre il nazismo si sta per impadronire di mezza Europa).

Vanno letti in questa direzione i riferimenti diretti e indiretti (comprese le citazioni da Noi non ci saremo e da Cronache marziane), ma sempre pessimistici, alla bomba sganciata su Hiroshima? Hiroshima è la maledizione che il mondo libero si è portato dietro per cinquant’anni di relativa pace e resta il mito fondante della nostra epoca. I miti fondanti sono quasi sempre eventi traumatici, cataclismi che arrivano a stabilire un ordine o a creare una civiltà. Spesso sono anche azioni infami, vergognose (come nel caso di Hiroshima) che però proprio per questo vengono a dirci che il nuovo ordine non sarà retto da creature angeliche ma da uomini, esseri fallaci, armati contemporaneamente di infamia e di begli ideali. I paesi anglosassoni hanno come mito fondante l’assassinio/tradimento del re, l’uccisione del Padre (pensa a Shakespeare). Il nostro mito fondante (e questo viene a dirci molto sul carattere degli italiani) è imperniato invece sulla lotta fratricida tra Romolo e Remo. L’Occidente novecentesco si fonda sul cataclisma atomico, una situazione in cui i “buoni” sono costretti a macchiarsi di un crimine orrendo. Questo perché, evidentemente, anche i “buoni” covano in sé un qualche tipo di male, di malattia. Pensa alle ultime, splendide pagine della Coscienza di Zeno.

Questa risorgenza della Storia non più come branca dello showbiz, ma come vero collante di quanto avviene nelle nostre vite, è la tua controtesi? È questo identificarla come possibile àncora di salvezza la chiave di volta di tutto il romanzo? Sì, credo di sì. La Storia, per quanto traumatica, ci rimette di fronte a noi stessi, alle nostre debolezze, alle nostre responsabilità.

I personaggi che hai tratteggiato in Occidente per principianti sembrano le versioni inconcludenti (viste oggi) di quelle già proposte da Bianciardi, e scusa se ricito questo autore. Lo spaccato che dai della precariarizzazione a vita di una fascia di popolazione “intellettuale” (ma è giusta questa definizione? non ti sembra troppo restrittiva?) che si posiziona anagraficamente fra i trenta e i quarant’anni è più o meno la stessa. Quindi i personaggi, se trasportati nella realtà, sono anche figure sclerotizzate all’interno di una macchina perfettamente collaudata, e che gattopardescamente cambia per non cambiare mai? Voglio dire, di questo stato nessuno ha colpe: i figli ripercorrono le orme dei padri, e così i figli dei figli... Una cancrena inarrestabile... Purtroppo c’è una differenza, e non va a lustro dei miei personaggi. Il protagonista della Vitta agra va a Milano perlomeno con l’idea di fare la rivoluzione anche se poi rimane invischiato - e poi sconfitto - dalla macchina del “lavoro culturale” e del conformismo, dai rigurgiti del boom economico insomma. I protagonisti di Occidente per principianti nascono già in un mondo apparentemente immodificabile. Ma, dal punto di vista squisitamente letterario, la catena inarrestabile di cui tu parli scorre in parallelo con l’esigenza dei romanzi scritti negli ultimi due secoli che più ho amato. Questi romanzi si domandano: come reagisce l’uomo calato in un determinato contesto storico e sociale? Come difende la propria umanità e la propria dignità? Che chances ha un curato dal cuore pavido nella Milano del XVII secolo? E la moglie velleitaria di un medico nella provincia francese dell’Ottocento? Abbiamo la rara capacità, decennio dopo decennio, di costruirci intorno un modo che di per sé è repressivo e castrante. Questa cosa (questa catena inarrestabile) deve essere indagata dalla letteratura. Il vero epicentro di una simile situazione, a mio parere resta però il dottor Bardamu. Il protagonista del Viaggio al termine della notte, sballottato da una parte all’altra del mondo senza capire perché, da una guerra a una catena di montaggio ai sobborghi di Parigi, preso in qualche cosa di mostruoso molto più grande di lui.

Passando alla struttura, Occidente per principianti sembra ripercorrere la Leggenda del Graal: una preparazione al mistero e poi una cerca “epica” del sangue di Cristo, rivisitate in chiave contemporanea. Ovvero mettendo una delle icone moderne per eccellenza, Rodolfo Valentino, al posto dell’icona religiosa, e la sua presunta prima amante al posto della coppa contenente il sangue di Cristo... Sì, una versione un po’ eretica della Leggenda del Graal, se si vuole, ma probabilmente adatta ai nostri tempi. Siamo passati negli ultimi secoli attraverso varie forme di trascendenza: l’ordo ad unum medioevale, la gnosi, lo spirito mercantile settecentesco, le ideologie del XX secolo. Adesso sembra arrivato il turno della “Teocrazia audiovisiva”.

La seconda parte del romanzo, “Il viaggio”, più che ai vari “viaggi in Italia”, sembra il necessario sviluppo della tesi proposta nel “Contesto”: non è più solo Roma a essere allo sfascio morale e culturale, ma tutto il Paese. E chi vi abita non se ne accorge, oppure ne va fiero... Torniamo alla faccenda dell’eye wide shut. Se sei al centro del ciclone è difficile riuscire a capire anche di che sostanza sei fatto.

Andiamo marzullescamente sul personale. Perché da Bari, dopo vari giri per il Nord dell’Italia, decidere di stabilirsi a Roma? Cosa ti ha fatto propendere per la capitale (immorale) d’Italia e cosa ti ha portato a lavorare come ghost writer, a parte il semplice guadagnarsi la quotidiana sussistenza? In altre parole, scrivevi prima di laurearti in giurisprudenza, quindi hai soltanto scelto di appendere la laurea al chiodo e una città valeva un’altra? Boh, questioni di semplice sussistenza per quanto riguarda il ghost writing. E sempre questioni di lavoro per ciò che riguarda Roma: a una fiera del libro di Torino di otto anni fa, incontrai l’editore Castelvecchi che mi disse: “abbiamo bisogno di un redattore. Perché non ti trasferisci a Roma?” Fatto. Entrato nel gran bordello. Ma un bordello offre parecchi spunti e suggestioni, no? Ho iniziato a scrivere mentre facevo l’università, e non ho mai pensato di intraprendere la carriera forense. Anche se studiare le materie giuridiche mi piaceva molto. Tutte quelle ore passate sui manuali. Un po’ mi mancano. Era quasi una condizione monastica.

Marzullo bis. Vedendo la linea editoriale di minimum fax e della collana che dirigi, non si capisce perché Occidente per principianti sia stato pubblicato altrove. È un fatto di correttezza morale? Di “non si può fare, perché scorretto”? No, no, nessuna correttezza morale. In queste cose la concepisco poco, la correttezza morale. Tanto è vero che il prossimo romanzo uscirà per minimum fax, e il prossimo ancora magari per Einaudi, chi lo sa? All’Einaudi ho trovato una editor meravigliosa (Paola Gallo, appunto) che credeva moltissimo in questo progetto, e con minimum fax la storia d’amore continua. Il fatto è che, da scrittore, mi sento libero di fare un po’ come mi pare, tenendo conto delle proposte che volta per volta mi vengono fatte. Sono tutti fidanzamenti, però. Sono tresche. Amour fou. Nessun matrimonio. In un matrimonio di questo tipo, l’editore dovrebbe fare la parte del maschio (offrirti una vera sistemazione) e lo scrittore portare in dote le sue opere d’ingegno. Vedi, quello tra D’Arrigo e la Mondadori fu un matrimonio serio (ti passiamo un mensile finché morte non ci separi, e tu nel frattempo scrivi quello che ti pare). A me, una proposta del genere non me l’ha fatta mai nessuno né probabilmente accadrà mai. Quindi, da questo punto di vista resto una simpatica cocotte perennemente sulla piazza, molto tollerante nei confronti di chi saltuariamente mi mantiere a patto però che la tolleranza sia reciproca. Speriamo solo di non trasformarci in vecchie zitelle acide.


martedì 31 maggio 2005.



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Lo spettacolo deve andare avanti.
Intervista a Nicola Lagioia
di Sergio Rotino

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Ultimo aggiornamento ( Sabato 11 Febbraio 2012 20:33 )
 

Marcella Campagnano - L'INVENZIONE DEL FEMMINILE

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L’INVENZIONE DEL FEMMINILE
di Marcella Campagnano


Non chiederti com’è fatto il mondo che tu vuoi conoscere ma come devi essere fatta tu per poterlo conoscere.

Fino a pochi anni fa la cultura democratica avanzata giustificava l’assenza di segni significativi al femminile dai linguaggi artistici come effetto della storica esclusione delle donne dai territori eletti della creatività. Se così fosse basterebbe favorire e potenziare il nostro ingresso nelle scuole e nei processi di acculturazione ed aspettare fiduciose i risultati in un futuro prossimo.

Questo è quanto sa prospettare la cultura democratica ai nostri giorni.

La presenza sempre più massiccia di operatrici artistiche a tutti i livelli nelle varie manifestazioni d’arte, sta confermando che le donne sono persone in grado di padroneggiare e ulteriormente elaborare i segni ( dell’immaginario MASCHILE ) che si sono depositati nel tempo, in quello straordinario contenitore che tutti chiamiamo STORIA dell’ARTE.

Ricordo che lo stesso concetto di STORIA, dato generalmente per neutro,è in realtà una delle grandi INVENZIONI NARRAZIONI dell’IMMAGINARIO MASCHILE, che da tempo, tenta di definire e trasformare l’universo in LINGUAGGIO TRASMISSIBILE (proiettivo, quindi, che ha, perciò del TEMPO una concezione VETTORIALE ) mentre forse, il tempo femminile , ritmato anche dai cicli biologici, viene vissuto, ma non si traduce allo stesso modo, in codici ASTRATTI.

Forse, l’ansia di tradurre l’universo in forme oggettive, in segni trasmissibili, piuttosto che accettare il MISTERO INDEFINIBILE è il motivo che segna la DIFFERENZA RADICALE.

Io stessa opero in un universo di senso abbondantemente determinato dal maschile, ma credo che questa CONSAPEVOLEZZA debba sostenerci tutte invece che sognare USCITE ILLUSORIE, quando non MISTIFICANTI.

Forse, per adesso, non ci rimane che calpestare questo terreno tentando, però, di sviluppare un’attenzione critica e autocritica.

La CULTURA OCCIDENTALE MASCHILE TECNOLOGICA dispone di scarsa propensione all’ascolto, al contrario vive una continua esasperata ricerca della trasformazione del mondo e del suo MISTERO MATERIA in oggetti dotati di SENSO FORTE utilizzandoli secondo progetti FINALIZZATI.

Solo alcune punte delle cosiddette AVANGUARDIE ARTISTICHE CULTURALI oggi pongono in evidenza questo stato di cose.

Mi sembra evidente a cosa alluda la formulazione della filosofia di questi anni che si esprime con una parola intenzionalmente DEBOLE rispetto al tradizionale millenario impegno della PAROLA FORTE presuntuosamente definitiva sul senso delle cose.

Forse la risposta a questi interrogativi la danno le giovani atlete dello sci femminile che, candidamente, senza un filo d’ironia, dichiarano di migliorare le proprie prestazioni allenandosi con i campioni maschili.

Subordinatamente c’è posto per le donne all’interno delle discipline maschili. Siamo chiamate a partecipare al grande gioco che semplicemente non è stato inventato da noi e per noi.

Dopo Duchamp possiamo sciare anche noi senza però pretendere di entrare in una graduatoria di merito.

Recentemente , tra l’altro, ben 500 critici ed esperti internazionali d’arte hanno valutato il lavoro di Duchamp come il più decisivo e significativo del xx secolo.

Duchamp ha determinato una FRATTURA RADICALE all’interno del tradizionale sistema dell’arte rivelando l’esaurimento storico di quel millenario SISTEMA di VALORI.

Con lui va in crisi lo statuto dell’opera d’arte e io sento Duchamp, e successivamente Beuys, come estreme espressioni della coscienza critica maschile.

Alla fine degli anni settanta, Germaine Greer, concludendo il suo ricco volume “ Le tele di Penelope “ ( Bompiani 1979 ) dice : “ Non esistono donne-Leonardo, donne-Tiziano, donne-Poussin, ma la ragione non sta nel fatto che le donne hanno l’utero, che possono avere figli, che il loro cervello è piccolo, che mancano di vigore, che non sono sensuali. La ragione sta semplicemente nel fatto che non nascono grandi artisti da Ego danneggiati, da volontà deboli, da libido represse e da energie deviate in nevrosi. L’arte occidentale è in larga misura nevrotica, (perché il suo concetto della personalità è per molti aspetti antisociale, addirittura psicotico ), ma la nevrosi dell’artista è ben diversa dall’autodistruttività delle donne, accuratamente coltivata.”

Nei giorni nostri abbiamo visto l’arte e le donne cambiare in modi tali che, se resistono, produrranno un avvicinamento sempre maggiore tra queste e quelle.

Da qui in poi si spalanca uno spazio grande come il mondo dove TUTTE -I sono SOGGETTI d’ARTE.

Torna in mente il famoso ed esaltante detto di Beuys: “Jeder Mensch ist ein Kunstler” ogni uomo è un artista

o l’altro che conclude un po’ il nostro discorso: “ Ideen sind Kunst “ le idee sono arte

Beuys non si sentiva artista nel senso che si attribuisce generalmente a questo termine, rivendicava piuttosto all’arte una concezione che potremmo definire antropologica piuttosto che estetica. L’arte si deve liberare a costo di non essere più arte.

Duchamp e Beuys sono le espressioni più avanzate, profondamente autocritiche , di cui è stata capace la cultura maschile, e le loro, sono operazioni che aprono territori tutti da indagare.

Dispiace che, in genere, il mondo femminile si attardi ancora a misurarsi con fasi e forme della ricerca artistica, che appartengono a stagioni che,lo stesso maschile che le ha prodotte, ha ormai superato.

Ognuna poi, può fare quello che vuole, a patto, però, della consapevolezza critica di cui si parlava prima.

Nei primi anni settanta, a Milano, facevo parte di un collettivo femminista, di uno dei piccoli gruppi di AUTOCOSCIENZA e della rivista SOTTOSOPRA , sulla quale venivano frequentemente usate le mie immagini. Tacitamente ero diventata la fotografa di questa frazione del movimento del quale registravo i vari momenti , incontri nazionali e internazionali, fasi di allestimento della Casa delle donne, ecc. ecc. Alcune di noi avevano anche formato un gruppo specifico che si occupava di immagine.

Il mio lavoro sui RUOLI FEMMINILI, pur essendo frutto di una ricerca che svolgevo da anni è nato, però, in questo clima intensissimo, forse irripetibile e anche contraddittoriamente gioioso, che stavamo vivendo fra donne.

Un clima di grande vitalità e slancio di scoperta e costruzione di una nuova solidarietà e sorellanza, di curiosità e disponibilità reciproche : tutti elementi che hanno contribuito a creare un humus fecondo per la realizzazione di un mio lavoro fotografico, immagini che sono nate :
- con le mie nuove amiche
- in casa mia spostando qualche mobile dalla parete del soggiorno
- un pezzo di moquette grigia appesa al muro
- due sole lampade rivolte verso il soffitto per avere luce diffusa
- una macchina fotografica fissa sul cavalletto e vestiti maquillage parrucche pezzi di stoffa scarpe e tutto ciò che apparteneva al nostro guardaroba quello di mamme e zie, amiche e che inventavamo, improvvisando al momento.

Quindi MATERIALI POVERI, STRUMENTI ridotti al minimo indispensabile, ma grande motivazione, entusiasmo, divertimento, nessuna certezza ma addirittura una certa INDIFFERENZA circa il RISULTATO.

Ognuna di noi sperimentava le innumerevoli a volte contrastanti IDENTITA’ ( non del tutto ipotetiche ) che di colpo si rivelavano con nostra grande sorpresa attraverso piccoli aggiustamenti di trucco stracci indumenti spesso deviati dal loro uso convenzionale.

Un TEATRINO dell’IDENTITA’ che, forse, da quando eravamo bambine, nessuna di noi aveva più azzardato.

Naturalmente , come tutti i giochi che vivono di TRAVESTIMENTO, emergevano continuamente fattori di irresistibile COMICITA’ che ben presto, però, ponevano in evidenza la fragilità di una IDENTITA’ FEMMINILE che si lascia ancora in larga parte definire dall’abbigliamento, dal trucco ecc.

Abitino veste camicia scamiciato tunica chemisier camicione gonna lunga alla caviglia linguette maxi midi al ginocchio sopra il ginocchio mini a campana a ruota a portafoglio a godet increspata plissettata a palloncino stretta larga a pieghe balayeuse o salvagonna sottogonna o jupon gonnella sottana tubino maxigonna gonnellone gonnellino minigonna gonna-bondage pants hot-pants fuseaux gonnapantalone o jupe culotte camicia camicetta coreana top bustier sottogiacca cache-cœur fourreau twin-set dolce vita girocollo tailleur chanel dolmen giacchina tailleur pantalone spenser pigiama palazzo maglia maglione golf

cardigan pull maglietta t-shirt pullover lupetto blazer sahariana mantella mantellina cappa giubbotto di pelle di jeans di pelle invecchiata giaccone tre quarti montone pelliccia loden cappotto maxicappotto trench soprabito impermeabile giacca a vento cappotti militari corti affusolati K.way pantaloni alla pescatora alla turca con lo spacco il risvolto unisex jeans salopette bermuda shorts abito estivo invernale da mezza stagione monacale da sposa da lutto da mezzo lutto geam-roch della festa strappato sgualcito rattoppato nuovo vecchio vintage pulito accollato inamidato impeccabile di moda fuori moda all’ultima moda scollato sbracciato sgambato leggero pesante impalpabile foderato imbottito lungo corto provocante succinto sexy intrigante aderente stretch scollacciato osé trasparente androgino nude-look drappeggiato scivolato scolpito sul corpo comodo morbido rigido su misura firmato griffato pret-à-porter couture elegante vistoso frou-frou eccentrico originale chic à la page démodé trendy inelegante volgare kitch giunge topless tanga bikini scialle sciarpa poncho cache- nez bijou sandali ciabatte tacchi a spillo college anfibi scarpe da treking da sera da ballo di vernice con i tacchetti di camoscio serpente coccodrillo corda zatteroni zeppe collant reggicalze calzamaglia traforate alla parigina push up chic sexy borghese... ... ... ...

Ognuno di questi suoni, piaccia o meno, definisce IMMAGINI IDENTITA’ identità forti che il sociale, così com’è ancora oggi organizzato, impone. Siamo sempre all’ INVENZIONE del FEMMINILE.

MARCELLA CAMPAGNANO : nata nel 1941, vive e lavora a Milano 1965 Laurea in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera

Questo testo è stato letto da Marcella al Convegno “ Natura e cultura in metamorfosi “ nella Galleria Contemporaneo di Mestre, il 5 marzo 2005, evento patrocinato dal Comune di Venezia - Assessorato alla Cultura.

“ L’INVENTION DU FEMININE: RUOLI “ 1974-1981 venne pubblicato per la prima volta nel suo libro “ Donne Immagini “ Mozzi Editore, Milano 1976 Questo lavoro è stato esposto in numerose manifestazioni internazionali e nella Biennale di Venezia nel 1979 e nel 1995. Ultime pubblicazioni:
- Camera D, “ I luoghi dello sguardo “; Centro Donna Comune di Venezia, 1995
- L’io e il suo doppio, Un secolo di ritratto fotografico in Italia, 1895/1995; Alinari 1995
- Italia, Ritratto di un Paese in sessant’anni di fotografia; Contrasto 2003
- Storia d’Italia, L’immagine fotografica 1945-2000; Einaudi 2004


martedì 14 marzo 2006.


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L’INVENZIONE DEL FEMMINILE
di Marcella Campagnano

Ultimo aggiornamento ( Sabato 11 Febbraio 2012 20:34 )
 

Mario Mastrangelo - LIBERTA' E ANELITO RELIGIOSO NELLA POESIA DI ERMELLINO MAZZOLENI

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Libertà di linguaggio
ed anelito religioso
nella poesia di Ermellino Mazzoleni
di Mario Mastrangelo


Quest’alba che non diviene / unghia i nervi. Non ci sono / segmenti né angoli, né zigzagare / di passi, ma un vortice / di spirali che riposano / in se stesse. Nessun ritmo / agli orologi dalle lancette / di ghiaccio, anche il tempo / si contempla. La mia sposa ha / languore di malattia e nostalgie / dei giovani specchi scintillanti / la sua fronte di dea. Fantastica / i frumenti dove ondeggiano serenate / mandoline alla stagione d’amore. (Ermellino Mazzoleni, Contrada della luna gobba, pag.34) Come la Sulamite, anch’io madre, / sono perso d’amore per la ragazza / che non so il nome, pallida / come il croco, non so i capelli, / se pioggia o serenata. La voce / è miele di rosmarino, è torrente / fra i sassi la sua voce, è cesena / che gorgheggia nei sambuchi. / Tre volte le ho baciato la bocca / e carezzato le palpebre, / tre volte ho bevuto il suo viso dal sapore di giacinto. / Ogni giorno le invento cantici, / mi faccio cetra e liuto, / ogni giorno la inghirlando di salmi. / Ma sono inconscio se è ragazza / di tendini e vene, dalle mammelle / di prugna, o se è dea di vento, / fievole come i sogni dell’alba. (Ermellino Mazzoleni, Màder, p. 48) E’ veramente sorprendente - nel pieno dell’era dell’informazione e della comunicazione - che la poesia di Ermellino Mazzoleni non sia conosciuta come merita. Lo stile di vita dell’autore, che è sempre vissuto appartato nella sua Bergamo, al di fuori di conventicole letterarie, ha forse impedito la conoscenza diffusa di una poesia elevata ed intensa, dotata di caratteristiche espressive che la fanno risaltare nel panorama della produzione poetica contemporanea e che dovrebbero farla degnamente accostare alle prove poetiche più riuscite e convincenti di questo nostro tormentato periodo a cavallo fra due millenni. Della poesia di Mazzoleni si sono occupati lo scrittore trevigiano Enzo Dematté, Silvio Bordoni e il poeta trentino Renzo Francescotti, oltre a Mario Vitali e ad Antonio Pane, tutte testimonianze critiche di qualità, che hanno saputo valorizzarne l’essenza ed i contenuti, indicandone le cifre stilistiche, i temi ricorrenti, le invenzioni linguistiche, e celebrandone in modo particolare l’epos narrativo e la tensione interiore (Dematté), come pure il timbro di canto inconfondibile (Francescotti). Purtroppo critici svagati, media banalizzanti e lettori distratti non hanno saputo accogliere compiutamente queste acute e sapienti indicazioni. Nato a Bergamo (dove tuttora vive) nel 1932, Mazzoleni è poeta, narratore e critico. La sua carriera letteraria si è affiancata e sovrapposta alla sua lunga attività di educatore (docente di scuola primaria). Ha esordito in poesia nel 1973 con Questa realtà, cui sono succedute le raccolte La passione di sempre (1975), In compagnia d’angeli straccioni (1978), Ognuno la sua favola (1983, Premio La Bancarella), Cantare (1988, premio Corrado Govoni). Libri di poesia più recenti sono Nel vento delle comete (introduzione di Silvio Bordoni), 1992, U.C.T., Trento; Contrada della luna gobba, introduzione di Enzo Dematté, 1997, ibidem; e Màder, con prefazione di Renzo Francescotti, 2002, ibidem. L’opera narrativa di Mazzoleni consta di vari racconti pubblicati su riviste e antologie. Più cospicua la produzione saggistica: Incontro con la poesia di Biagio Marin, Bergamo, 1984, Crisi e prospettive in dialetto e in lingua, Padova, 1985, La poesia di Mauro Bebber, Trento, 1989, La poesia in dialetto trentino di Renzo Francescotti, Bolzano, 1992. Essa comprende anche altri saggi su Arcadio Borgogno (poeta dialettale trentino), Emily Dickinson, Guido Gozzano, S.T.Coleridge. Il Mazzoleni delle prime raccolte è poeta vicino alle espressioni neorealistiche, seppure dallo stile molto personale, impegnato ad affrontare i temi politici e sociali cari alla sua generazione. Da In compagnia d’angeli straccioni in poi si fanno più evidenti - come dice Silvio Bordoni - i temi della memoria e del mito, memoria che oltrepassa il vissuto individuale per abbracciare il secolare e l’universale, fino a divenire mito. Accanto a questo spostamento tematico, si assiste ad un’interessantissima evoluzione della forma dell’opera poetica e della fisionomia del linguaggio. Le raccolte più recenti si presentano infatti con la struttura del poemetto, usata da diversi poeti antichi e contemporanei. Esso consente alle poesie contenute in ogni raccolta di convergere attorno ad un asse tematico unico ma di ampio respiro, di essere parti di una sola narrazione, stanze di un edificio poetico rigorosamente costruito. Ad esempio, nella Contrada della luna gobba (1997), l’opera si sviluppa lungo sette giornate di neve (neve vista come riparo, come culla, memoria, famiglia, ma anche come prigionia, minaccia, sepoltura...), ciascuna giornata comprende sette canti, e tutta la vicenda si rifà al Genesi biblico, con i sette giorni di nevicata che alludono ai sette giorni della creazione. Màder (Madre), 2002, è un poemetto che contiene 42 canti, nei quali la lingua ed il dialetto bergamasco si alternano efficacemente nel raccontare una città, una lingua ed una madre, e nel lamentare, con accorato struggimento, la perdita di tutte e tre. Molto più particolare è la trasformazione del linguagPoliscritture/ Zibaldone Pag. 61 gio poetico. Essa vede (senza indulgere a sperimentalismi cerebrali o di maniera) l’affermarsi di quello che Silvio Bordoni definisce uso di una sintassi della proposizione e del periodo non sempre ortodosso, ed Enzo Dematté chiama uso improntato ad un felice arbitrio. Arbitrio che si realizza con l’impiego di verbi intransitivi in luogo dei transitivi (viaggerò le costellazioni; non belano nessuna parola; fermento allegrezza; queste parole che sanguinai; brulico fantasmi; squilli i cieli della profezia; le pecore ondeggiano vele; pioverò il silenzio dell’aurora...), con il conio di parole nuove, soprattutto verbi (fiabasti una favola di silenzio; s’inginepra la notte; dove gli inverni / ragnano ghiacci d’ombra; si spetala ogni ideale; s’accrepuscola il ramo; il prato che s’intenebra, la siepe dove s’inquarza / la piuma degli urogalli; quando s’intalpa il giorno; la poesia unghiata di dissonanze; lingua... che s’imputtana d’anglismi...) e con l’aggettivazione di sostantivi (sangue gelsomino, arpa usignola, parlata ortica, ala cardellina, chiarore cherubino, odore serenata, fieni fiordalisi, valle galaverna...). E si compie, raggiungendo gli esiti poetici più emozionanti, con la combinazione ardita e originale di parole ‘lontane’ (mulattiere di brezza; antifone di pioggia; arcangeli di brina; nei pascoli a brucare il solstizio; ti dico un’avemaria di glicine; ogni giorno la inghirlando di salmi; madre betulla; una palpebra di stelle; il geranio di poesia; come azalea di mare; il glicine dei balconi si allatta / di carbonio; con l’uva della speranza; ribes d’allegria; piovono bianche rane di luna...). La forza e l’originalità del linguaggio si consolidano poi con le frequenti citazioni latine, soprattutto bibliche ( De profundis per la mia contrada, canto / il dies irae a me stesso;... la mia sposa che canta / “Magnificat anima mea Dominum”;... mentre dici / l’angelusdei a petalo di labbra;...Serrati gli occhi, lui: / “Nunc dimittis servum tuuum, Domine, / secundum verbum tuum in pace”. ) e con l’accoglimento della sua lingua materna, la parlata dialettale bergamasca, timida comparsa (solo tre versi) in Contrada della luna gobba, asse portante invece di Màder, con versi di piana ed elegiaca essenzialità: La tò us de nigra serésa / la fiuria alla sira..., (La tua voce di nera ciliegia / fioriva alla sera)...L’era in sità òlta / la to cà de nìole e vènt...) Era in città alta / la tua casa di nuvole e vento)...Quando sarò de là di nìole / cöntam mia sö di requiem, / pènsem alégra come la primaéra (Quando sarò al di là delle nuvole / non contarmi dei requiem, / pensami allegra come la primavera)...Intàt te me tegnìet / la front tecàda a la to come l’irna / a la rùer. Me sentìe i tò pensér / ch’i batìa insèma al sangh. (Intanto mi tenevi / la fronte attaccata alla tua come l’edera / alla rovere. Io sentivo i tuoi pensieri / che battevano insieme al sangue). I diversificati apporti linguistici e l’ampia libertà che Mazzoleni dà alle parole sono al tempo stesso causa ed effetto di una particolare intensità di significato del suo linguaggio poetico. L’anarchia, lessicale e sintattica, dei suoi versi sembra produrre inoltre un effetto di nobilitazione semantica, che si accompagna ad un incremento della carica emozionale dei versi . Ma forse, su questo punto, è meglio far parlare direttamente l’autore: Sistemale come ti pare le parole, / a lisca di pesce sulla pagina, / irte di lance o a onde di mare, / innocenti come una salveregina / o lerce di bestemmie. / Allagale di vuoto a fingere / il non essere, accendile di nuova / logica che tentino l’indicibile. / Gonfie di canto, però. / D’ape o d’uccello o di femmina / in amore, mai inchino ai faraoni / né carezza alle tiare. / Giocale a colpo di dadi / dopo che hai bevuto la vita. / Siano fionda d’ingiuria, / gustose come il pane e il ribes, / oppure zolfo di sarcasmo. / Comunque, fiato di poesia (Contrada della luna gobba, p. 62) Una sorta di dichiarazione di poetica che, pur contenendo chiare indicazioni sui caratteri e sul contenuto della poesia (a fingere il non essere... gonfie di canto...dopo che hai bevuto la vita) sui suoi rapporti con il mondo esterno e con i suoi poteri (fionda d’ingiuria... zolfo di sarcasmo, mai inchino ai faraoni / né carezze alle tiare) sottolinea l’importanza della ‘sistemazione’ delle parole sulla pagina e - sopprattutto
- di quell’operazione che il poeta compie in modo veramente felice: l’accensione di una nuova logica che le porti vicino all’indicibile. ‘Operazione’ dagli esiti egregi. La lingua poetica di Mazzoleni, infatti, con la sua inosservanza dell’ortodossia sintattica, con le sue invenzioni lessicali, con l’addensarsi di una fitta ed originale tessitura di metafore e di analogie, esce dai legacci, dalle strettoie e dalle convenzioni del linguaggio comune, spezza e ristruttura le sue rigidità, per plasmare un linguaggio poetico che si carica di molteplici significati, essenza questa di un poièin di particolare forza e suggestione. E’ assai interessante poi soffermarsi sulle numerose e coinvolgenti immagini liminari, contenute nelle poesie di Mazzoleni. Su quelle immagini, cioè, che, secondo Jean-Pierre Jossua, in La letteratura e l’inquietudine dell’assoluto (2005, Reggio Emilia), descrivendo un soggetto che attende, che vigila, che osserva, collocato su una soglia, su una frontiera, su dei confini, su di una riva, rappresentano i fondamenti di una grammatica della trascendenza, indici perciò di una poesia che va verso l’oltre, che cammina per avvicinarsi all’assoluto: ...al di là c’e un altro cielo, fermo / in una fissità di cristallo;....Approdo al tempo senza tempo;...al di là, vasto / come il pensiero, c’è un balcone / di vento, poi l’eternità;... Mi metterà su una barca / tagliata nel faggio che sappia / il cammino al golfo dell’alba;...io che voglio salpare / oltre il reale e il sogno;...mentre su una barca di vento lui naviga / verso l’approdo misterioso;... Prima di migrare all’isola / di una perenne rinascita;... Sarà / una data ignota da traversare / come il prato e il mare come / si traversa la gioia e il dolore. Ma qual è il rapporto di Mazzoleni con l’assoluto? Cerchiamo di rispondere raccogliendo - ancora una volta - le indicazioni di Silvio Bordoni che, nell’introduzione a Il vento delle comete, scrive che la poesia di Mazzoleni ha due caratteristiche fondamentali: il senso di ampiezza, di profondità, di libertà che assegna alla parola (e di questo si è già parlato) e il senso di religiosità (non certo confessionale, ma universale) che assegna alla sua creatività. Religiosità che si esprime attraverso un anelito religioso e cosmico, attraverso uno slancio a ricongiungersi con la divinità, con la nostalgia della trascendenza che però mantiene lo spirito individuale aderente alla coralità del vissuto, tende all’assoluto, insomma, ma senza staccarsi dalle vicende umane. Se tale è lo spirito religioso del’uomo Mazzoleni, la sua creatività di poeta fa entrare nei suoi versi - e questo è molto interessante - una ‘pluralità’ di figure divine: gli dèi barbari dei suoi antenati, gli idoli della preistoria valligiana, gli dèi delle selci e dell’ortica, il Dio biblico, iracondo e severo, e il Dio del cristianesimo, di spini e luce. Assieme a tutto questo, si notino i numerosi termini pertinenti al sacro e alla liturgia, così ricorrenti nelle sue poesie: litanie, cherubini, apocalisse, profeti, salmi, serafini, Salomé, la Sulamite, arcangeli... e poi incenso, salveregina, angelusdei, avemarie, preghiere... Parole che gli servono - in genere - per costruire metafore, similitudini ed analogie di grande caratura, che danno ulteriore bellezza e profondità ai suoi versi. Ma al di là di queste o di quelle parole, al di là delle direzioni di cielo che percorrono le sue sorprendenti metafore, tutta la poesia di Mazzoleni ha una solennità religiosa, anche quando ci presenta le cose più semplici e quotidiane. Possiamo dire che tutte le cose che evoca o descrive nei suoi versi hanno (parafrasando un suo verso di Màder) una sacralità di liturgia. Ed ora, ultimato il tentativo di penetrare nel corpo della poesia di Ermellino Mazzoleni, con il raziocinio dell’analisi critica, vediamo - ancora - cosa essa riesce a fare quando rimane sola ad incontrare l’attenzione e l’emozione del lettore. Forse per i motivi che si è cercato di riferire, o per altri che ci sfuggono, è certo che essa, con miracolosa forza ravvivante riesce a carezzare e ad incidere, a commuovere e a trascinare: Tutto è universo dentro e fuori / di me sono punto e cerchio, / precipizio e altezza. Tutto è / tempo dentro e fuori di me. / Sono essere e mutazione, / diverso da me stesso e uguale, / desidero un altro dove / e un altro quando. Tutto è Dio: / mente e passione, sussuro e canto. / Dentro e fuori di me è / solo Dio: sole d’ogni sole, / salmo di tutti i salmi. / Sono ancorato in Dio, in lui / mi annuvolo, in lui risplendo (Màder, p. 51).

Nota: Le Edizioni U.C.T. di Trento, che hanno pubblicato gli ultimi tre libri di poesia di Ermellino Mazzoleni hanno i seguenti recapiti: Edizioni U.C.T. Trento, C.P. 369 - 38100 Trento; Tel. e Fax 0461 983496; e-mail: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.


giovedì 8 marzo 2007.



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Libertà di linguaggio
ed anelito religioso
nella poesia di Ermellino Mazzoleni
di Mario Mastrangelo

Ultimo aggiornamento ( Sabato 11 Febbraio 2012 20:35 )
 


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