Se potessi piangere

Questo è uno dei  tre poemetti di Arnaldo Éderle, che avevo in lista e avrei pubblicato nei prossimi giorni. Purtroppo mi arriva adesso la brutta notizia che presentivo  per il suo silenzio. [E. A.]

 Gent. Dott. Ennio Abate, sono lo scrittore veronese Franco Casati, amico di Arnaldo Éderle. Le scrivo con grande dolore per darle la notizia della morte di Arnaldo, avvenuta l’altra notte, 2 maggio, presso l’ospedale geriatrico di Verona. So che anche lei era suo amico, non  ci resta che condividere lo stesso dolore. 

 

di Arnaldo Éderle

Se potessi piangere, ma non posso
mi sembra di non avere più lacrime,
cerco di spingerle fuori, ma non vengono,
è una situazione che capita a quelli della mia età,
non si sa perché, o forse si sa ma io non lo so,
non lo sento più lo stimolo non sono
capace di avvertire la goccia che scende dall’occhio
e mi irrora le guance. Sì, ci sarà un perché
scientifico ma io non lo conosco
e non mi va di cercarlo. Continua la lettura di Se potessi piangere

Da “Psicoscrittoio di un don giovanni pezzente”

Tabea Nineo, pastello, 1993

di Ennio Abate

Un frammento: Prima lettera a Donna Elvira

Cara Donna Elvira,

vorrei scriverti parole che rinvigoriscano  quel che  provo quando stiamo insieme, da soli e ci abbracciamo e tocchiamo, arginando gli assalti dei  nostri incubi e le immagini del passato che turbano questo presente .

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Segnalazione. Michele Nigro

 

Tanta poesia, nei secoli, può essere ripercorsa proprio passando in rassegna i diversi tentativi di sistemazione dell’esistenza, attraverso un criterio privilegiato. Ad esempio, il censimento monologante di Spoon River, il salterio di Rilke, la fonoteca di Zanzotto, le Sacre Rappresentazioni (limpide o barocche) di Testori, il cinegiornale di Pasolini, la collezione di cartoline di Ungaretti, le partiture seriali di Sanguineti: ogni poeta sceglie il suo modo di catalogare, chi l’erbario, chi il registro di classe, oppure la cartella clinica, il decalogo, il ricettario, senza contare i poeti che, da Brecht a Magrelli, hanno usato proprio la parodia di forme e generi per archiviare il secolo e il mondo. In un testo chiave, Décadent, Nigro esplicita con cita con chiarezza i limiti di un simile esercizio.
 
Lascio ad altri
l’ossessione tassonomica
l’ordine delle cose per
sentirsi in pace
e il controllo sulla morte
 
Sul rapporto con le cose e la loro posizione nel cosmo, una poesia come Archivio è paradigmatica, per capire cosa conservare e perché no, così come Le cose belle di sempre (La dispensa) ci regala un limpido elenco di quello che ci fa bene ed è da salvare, con la memoria e con la poesia. «Ogni cosa mi istruisce sulle distanze / tra la piccola storia / e l’infinito», sigla Notturno breve.
 

(dalla  prefazione di Stefano Serri)

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Disuguaglianze sociali a Londra


​di Paolo Carnevali​

La disuguaglianza che cresce in questa metropoli è lo specchio di quella globale. Se per pochi la qualità della vita offre opportunità di benessere, altri combattono, anche tra loro, per conquistare una condizione umana sufficientemente dignitosa. Questo squilibrio originato da sistemi economici ingiusti avvallati  da politiche insensibili, viene aggravato dalle nuove idee neo-liberiste, dal terrorismo internazionale, da una finanza senza etica, disastri ambientali e conflitti. Esiste una continua dispersione sociale che impoverisce le nostre coscienze e i più deboli come sempre pagano le conseguenze.

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Le enurie

Traduzione dallo spagnolo di Franco Tagliafierro

di Francisco Solano

Vengono da tutte le parti: sono le enurie, le stesse che mi visitavano quando ero in collegio. I miei compagni dormivano sotto le coperte insufficienti, e io rimanevo sveglio, intirizzito come loro, con gli occhi assorti nel buio. Vengono, come allora, dentro le correnti fredde che annunciano un inverno precoce. Non ho mai parlato delle enurie, e forse sono io l’unico a sapere della loro esistenza. La mia testimonianza è inutile: non si può dire un segreto senza bruciarlo. Perciò devo affrontarle senza che nessuno mi aiuti,

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Quale primavera?

di Antonio Sagredo

 
Io riprendo a camminare sul viottolo spinto
dalle novità dei bocci guardinghi come cuccioli,
come bambini che dalla soglia paterna
spiano le giostre battagliere dei gattini.
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Il corpetto e i genitori

 
di    Arnaldo Éderle
  
 La sorella stava ferma davanti
 allo specchio della camera si girava
 con calma ammirava la ruota della
 gonna colorata la gonna dell’abito
 della gran festa,
 intanto si accarezzava il corpetto.
 Chiese alla sorellina se era bello se
 le stava bene. Rispose sì soltanto sì
 e si voltò nel suo letto per aiutare
 il sonno a prenderla e portarla con sé.
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Poesie scelte

di Mario Mastrangelo

In tutte le sue raccolte di poesie e anche nell’ultima, intitolata ” Ra rà” (Da dare), Mario Mastrangelo conferma l’idea che della sua ricerca m’ero fatto fin dall’inizio della nostra conoscenza (2004).  C’è una continuità intatta nel suo lavoro poetico e uno stile umano nel proporsi ai lettori, che vedo fondati  sulla solitudine, la concretezza, la pacatezza e la dolcezza. Di fronte  alla confusione e al caos di questo presente, che riportano alla mente fantasmi truci del passato, cosa pensare del candore di sentimenti,  di certi toni da fiaba o da teatrino malinconico da Sud profondo, dei suoi spasmi di fronte alle ombre della malattia, della vecchiaia e del pensiero di morte, che assalgono e lavorano tutti ma in questa fase della sua vita sono in lui tanto più feroci e diretti? Nel preparare questa scelta di testi per Poliscritture da un file inviatomi da Mario, mi sono ritrovato più  disarmato rispetto agli inizi dei nostri scambi di mail, quando ancora me la sentivo d’insistere e di richiamarlo alla storia, alla politica, ai dibattiti culturali, nei quali lo invitavo ad immergersi. Con me o almeno affiancandosi a quel *noi* di Poliscritture in precaria sopravvivenza. Pur annaspando e sapendo quanto fosse indimostrabile quel *noi* per l’assenza o la debolezza di un’eco sociale ai nostri scritti, presumevo ancora di poter raggiungere una fraterna e comune combattività nei confronti del mondo caotico ed ostile. Oggi non più. E ritengo che Mario abbia fatto bene a continuare per una sua strada. Come io sulla mia. La sua capacità di sentire  la collettività umana senza farsi dominare dall’angoscia (Si me rate ‘o permesso), il muoversi con garbo in un immaginario popolare cattolico,  la mescolanza di eros carnale e di agape, la fiducia tenace nella dolcezza della vita sono gli insegnamenti di una sua raggiunta saggezza da rispettare e ammirare non solo da quanti si riconoscono pienamente in quei suoi valori ma anche da me che ne inseguivo altri . [E. A.]

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Stabat mater/Morte della casalinga oscura

Poeterie

Chi parla in questa poesia che scrissi nel 2007? Una madre del Sud. Si rivolge al figlio immigrato, che ha dovuto portarla a morire in mezzo ai «muri di nebbie» di una città del Nord invece che «sulla spiaggia/vicino al mare». E placa il senso di colpa di lui: vada «per vie più soleggiate» e la sua «ombra» di madre lo seguirà sempre.

La leggerò domani sera, mercoledì 17 aprile, presso la Pieve di San Giuliano – piazza San Matteo a Cologno Monzese – nell’ambito della iniziativa “Stabat Mater” organizzata dalla Officina delle Arti.[E. A.]

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1969-2019. Com’eravamo? Come siamo?

DIARIO/STOCOLOGNOM


Ieri bella serata alla “Casa in Movimento” con tanti ex compagni degli anni Settanta per guardare il filmato autoprodotto nel 1976 dall’allora Democrazia Proletaria di Cologno Monzese e restaurato dal gruppo “On the road again. Anni 70 a Cologno” (qui). Ma la memoria è una brutta bestia. Come sapeva bene Emily Dickinson, che scrisse: «Quando spolveri il sacro ripostiglio/ che chiamiamo “memoria”/scegli una scopa molto rispettosa/e fallo in gran silenzio./Sarà un lavoro pieno di sorprese -/ oltre all’identità/ potrebbe darsi/ che altri interlocutori si presentino -/ Di quel regno la polvere è silente -/ sfidarla non conviene -/ tu non puoi sopraffarla – invece lei/ può ammutolire te». E allora, proprio per invitare a lavorare seriamente in quel “regno polveroso”, ripropongo in forma di lettera aperta il succo del breve intervento critico che ho fatto in questa occasione. Rimando anche alla precedente riflessione sul tema della memoria del ’68 a Cologno (qui). Per finire, aggiungo il testo di un vecchio volantone del “Gruppo Operai e Studenti di Cologno” (datato 1971), che dovrebbe documentare il senso della mia critica (niente affatto “demolitrice”). Il volantone è suddiviso in punti per agevolarne la lettura on line. [E. A.]

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