Il tuo libro ripercorre «storicamente» gli elementi
della dottrina cattolica e contesta in modo
rigoroso il magistero della Chiesa cattolica.
Resta - mi pare - nella dimensione religiosa e
ripropone però con attenuazioni e problematicamente
il recupero di «un senso religioso della
vita», lasciando in sospeso la questione della
necessità o meno di un tale recupero. Come
mai questa sospensione? Cosa t’impedisce di
affermarne decisamente la necessità?
Sono nato, cresciuto e vissuto a lungo - ho ormai
80 anni - in questa dimensione religiosa, che per
me è stata di carattere naturale. Adesso mi pare di
vivere una certa crisi, nel senso che, assistendo ad
una forma di presenza dell’istituzione cattolica
così mastodontica, così dichiarata e accettata e ritenendola
così aberrante rispetto al corso degli eventi
e alle ragioni o non ragioni per cui si svolgono,
contrapponendo ad essi una struttura assolutamente
non significativa e che non corrisponde a
nessun bisogno e a nessuna vera motivazione religiosa,
mi chiedo se proprio l’istituzione cattolica
prima di tutto, e anche la professione di fede religiosa
non siano ormai da buttare a mare.
Ho sentito formulare solo da Ivan Illich,
un amico morto recentemente, in un suo testo che
sto per rileggere e pubblicare questa domanda: c’è
all’interno della professione di fede cattolica, cioè
nella vita e nella dottrina del cristianesimo, qualcosa
che imponga il suo pervertimento? Sono di
fronte a questa interrogazione. Non so se avrà mai
risposta, ma è quella che adesso io mi pongo. Ossia,
mi chiedo se quello che fino a qualche tempo
fa costituiva per me una perversione da parte
dell’istituzione del messaggio cristiano non sia invece
da intendere come l’unica forma possibile,
per cui il messaggio cristiano non può essere che
pervertito. E l’istituzione cattolica è una delle
forme, non la più visibile forse, non la meno rilevante
di tale pervertimento.
Come virtù per un eventuale recupero del senso
religioso della vita indichi paradossalmente
la disobbedienza «cieca e assoluta» perinde ac
cadaver, criticando così le figure degli «ultimi
preti», che - dici - «non erano dei dissidenti,
tanto meno degli eretici», ma appunto «obbedienti
». Mi chiedo: tale disobbedienza non rischia
di essere “irrazionale”, “luciferina”, valore
in sé e non strumento per raggiungere
“qualcos’altro” che la ragione, il cui uso rivendichi
con passione, abbia davvero afferrato (e
questo sia che ci si ponga su un piano religioso
sia che ci si attesti su quello civile e storico)?
Nella prospettiva di una corruzione da parte
dell’istituzione religiosa del messaggio cristiano,
la disobbedienza ha un senso, perché corrisponde
a un progetto religioso o a un’appartenenza religiosa
non rappresentata.
Di fronte alla presenza di un magistero
così aberrante e di fronte a manifestazioni di idolatria
nei confronti di un pontefice idolatrato che
ha contribuito largamente alla struttura di potere
della chiesa, la cosa che si poteva fare o si poteva
auspicare è che i credenti, coloro che si ritenevano
ancora all’interno dell’espressione di fede cristiana,
si ribellassero.
Se però io mi domando se l’istituzione
che si sostituisce alla predicazione, che si è dispersa
nel mondo sia la unica forma possibile, allora
la disobbedienza ha meno rilievo. Ripropongo
perciò la stessa domanda di prima: per contrapporsi
occorre pensare che dalla professione di
fede cristiana e in particolare dalla lettura o rilettura
del Vangelo emerga una possibilità di comportamento
anche civile? Questa interrogazione
per me rimane in sospeso. Allora, si può sempre
disobbedire, perché il comportamento
dell’istituzione è certamente aberrante anche rispetto
alla pace, alla guerra e alla giustizia. Questo
però non so se debba essere o se possa iscriversi
in una professione di fede.
Ma anche se nel momento in cui si disobbedisce
manca una proposta positiva? Insisto: la disobbedienza
non dovrebbe accompagnarsi alla
proposta di qualcosa di diverso, altrimenti...
Altrimenti, no! Io non so cosa succede. Però, se in nome di una professione di fede religiosa uno agisce
da criminale questo si può e si deve fare, auspicare
che questa persona venga incriminata. Si
può incriminare come pervertimento del messaggio
cristiano nella sua elementarità, che è
l’amore, il volersi bene, la giustizia, la verità. Si
può incriminare per una diversa intelligenza del
Vangelo, che io non ho.
Pensi che l’abbiano altri? Insisto nel porti il
problema della disobbedienza in termini che
considero politici e non solo etici: quasi sempre
a rifiutare la dottrina della chiesa cattolica sono
individui arrivati alla consapevolezza della
inconsistenza religiosa dell’istituzione e/o della
sua connivenza con poteri oppressivi, ma tale
consapevolezza manca agli altri. Si può costruire
un movimento - io dico di lotta - soltanto
sulla disobbedienza individuale o di pochi?
Mi ripeto: la disobbedienza non dovrebbe essere
“costruttiva”, accompagnarsi ad altro, al
”sogno” almeno di qualcos’altro?
Certo. Forse diciamo la stessa cosa. L’istituzione
cattolica che si riferisce al Vangelo è evidentemente
una perversione del Vangelo. Si può, quindi,
e si deve disobbedire ad essa, perché ti dice di
votare per Berlusconi in quanto uomo di fede, e
non è vero. Fin qui è tutto legittimo, è tutto giusto;
e non hai da fare un riferimento a qualcosa d’altro.
Se ad un certo punto l’istituzione viene riconosciuta
per quello che è, e cioè una struttura di potere,
hai già fatto un passo avanti.
Sì, ma quanti la riconoscono per quella che è?
Lo so, molto pochi.
E, se quei pochi, che pur hanno afferrato questa
verità, non la riescono a trasmettere agli
altri, ai tanti, e finiscono isolati? Certo, è preferibile
questa condizione all’appartenenza a
una comunità falsa.
Sì, finiamo così. Ma non ho nulla da eccepire al
finire diseredati dalla tradizione, respinti da un
vivere civile o da un vivere cosiddetto comunitariamente
religioso, però abbiamo fatto un passo
avanti verso la distruzione di una falsa verità.
Cominciamo a fare questo.
Ci sono quelli che all’interno della chiesa,
anche con responsabilità molto maggiori di quelle
che abbia io (io ce l’ho, perché sono un uomo vivo
e basta; non ho nessuna struttura di riferimento
che mi autorizzi a parlare in modo diverso dagli
altri), più obbedienti di me in un primo tempo o
più disobbedienti di me in un secondo tempo, che
hanno riconosciuto questo pervertimento e si sono
posti in una direzione diversa? Non li conosco!
Quei preti a cui faccio riferimento - gli ultimi
preti: Turoldo, Balducci ed altri - hanno fatto
un passo in avanti? No, non mi sembra. Sono rimasti
nella delusione di una struttura che non corrisponde
al loro ideale. Hanno cercato di migliorarla
dov’era possibile. Hanno cercato di avere
delle forme di convivenza religiosa con i loro confratelli,
di predicare in modo diverso, di non fare
riferimento a falsi valori o a false verità. L’hanno
fatto e sono benemeriti.
Si sono posti al di fuori? No! Si sono posti
contro? No! Sono rimasti, come ho detto tante
volte, gli ultimi preti. C’è bisogno di ultimi preti?
Sì, più che di preti consenzienti, certo. Bastano?
No!
A pag. 67 del tuo libro scrivi: «si poteva cercare
nuovi maestri «atei», ma dove trovarli?».
Capisco la difficoltà di tale ricerca per un giovane
profondamente cattolico e in un tempo di
alleanza piena fra chiesa e fascismo. Ma furono
da te cercati davvero questi nuovi maestri atei?
Ho l’impressione che tu non abbia mai voluto
spingerti con decisione fuori dalla problematica
cattolica e riconvertire la tua ricerca religiosa
in direzioni più “rischiose”, che so verso la
critica illuminista o del materialismo marxiano
(mentre so che hai avuto un’attenzione partecipe
al pensiero di Freud e alla psicoanalisi).
Vorrei che approfondissi questa che a me è
parsa una tua ritrosia a misurarti con determinate
tendenze del pensiero moderno.
Hai ragione. Descrivi molto bene il mio itinerario,
sia che l’abbia esposto io sia che l’abbia riconosciuto
tu nei miei scritti. In realtà, ci sono due
maestri che io ho cercato al di fuori della professione
di fede e di appartenenza religiosa: il primo
è Wittgenstein, il secondo Freud. Perché? Perché
Wittgenstein ha posto se stesso e il mondo in
un’interrogazione senza presupposti, cercando di
sapere come stanno le cose, non facendole dipendere
da un precedente già detto, già pensato. Questa
totale disponibilità verso un’interrogazione assoluta
l’ho trovata solo in lui. Per questo sono rimasto
affascinato dal suo pensiero e ho cercato di
farne tesoro, per così dire.
La seconda possibilità mi fu offerta dalla
psicanalisi. Perché? Perché, secondo me (e non
siamo molti a pensare così), la ricerca di Freud è
il tentativo più radicalmente antireligioso che io
abbia incontrato nella mia vita. È
un’interrogazione precisa di tutti i presupposti religiosi
nella ipotesi di ricondurli ad altre fonti, che
non sono la presenza di una divinità religiosa incarnata
in Gesù Cristo o incarnata in qualche altra
cosa. E quindi una riduzione dell’interrogazione a
interrogazione che riguarda il singolo così com’è
nel momento in cui egli vive. Ogni struttura causale,
che è stata introdotta nella giustificazione
dell’esistenza, viene sottoposta a
un’interrogazione radicale. Nell’ipotesi (che è
riuscita solo in parte) di sostituire ad essa i veri
nessi, che sono diversi da quelli accettati nella
tradizione filosofica o religiosa o in altre tradizioni,
compresa quella scientifica. Quindi una interrogazione
sui vari statuti disciplinari, per sostituire
ad essi altri statuti, che sono quelli che la psicanalisi
ha cercato di costruire. Non ce l’ha fatta.
Però la domanda radicale che lui si è posta è analoga
a quella di Wittgenstein.
Questi due radicalismi sono quelli che ho
trovato nella mia strada. Non li ho percorsi e non
ho seguito il loro esempio fino in fondo, ma è
quello che, finché vivo, cercherò di fare.
Quelli che io ritengo altri radicalismi - quello
degli illuministi, quello di Marx - tu non li consideri?
Non li considero non perché non li ritenga tali.
Non li considero perché non li ho incontrati sulla
mia strada.
Scusami, ma perché avresti dovuto incontrarli
proprio ed esclusivamente sulla tua strada?
Certe strade non s’incrociano necessariamente
con quella che abbiamo imboccato.
Io sono arrivato alla lettura di Freud e di Wittgenstein
per caso, nel senso concreto del termine,
perché una persona (un ebreo), che ha voluto convertirsi
alla fede cattolica e ha scelto me come padrino,
mi ha portato il libro di Wittgenstein di cui
era stato allievo. Allora l’ho preso e l’ho letto.
Secondo esempio: Freud. Non avendo
nessuna fonte di lavoro, mi sono rivolto a Boringhieri,
che stava iniziando la pubblicazione delle
sue opere, e mi sono offerto come traduttore dal
tedesco. E così ho cominciato a leggere Freud.
Queste due occasioni concrete mi hanno
posto di fronte a un libro, alla persona che l’ha
scritto e all’universo che ha cercato di produrre ed
io le ho colte.
Non è avvenuta la stessa cosa per Marx.
Queste due letture - di Wittgenstein e di Freud -
sono state in un certo senso imposte a me per esigenze
concrete: una di lavoro e l’altra dall’offerta
di una persona che mi è apparsa subito “nuova”
rispetto alla mia cultura. Non mi è capitato invece
che qualcuno, con la stessa necessità di proposta,
mi offrisse la lettura di Marx.
Neppure nel confronto che avesti con esponenti
della Resistenza di cui parli in quel tuo scritto
intitolato Sopra una qualsiasi rivoluzione [in
Scritti diversi II, p. 215]?
La persona che mi ha introdotto a questa dinamica,
a questi incontri, e cioè Delfino Insolera, aveva
già proceduto ad interrogare Marx e a lasciarlo
da parte.
Ma in quegli anni il PCI di Togliatti un certo
discorso su Marx lo sventolava a destra e a
manca. Non ti ha per lo meno incuriosito?
Io ho sempre proceduto nella mia vita per fatti
concreti. Ho avuto sempre delle occasioni molto
precise per cui sono andato da una situazione a
un’altra. Nel caso di Marx, e quindi della filosofia
marxista, e quindi del Partito Comunista, alcuni
accadimenti sono stati per me determinanti.
All’università avevo come insegnante
Banfi, che allora era sia insegnante di filosofia sia
anche membro attivo e eminente della struttura di
potere marxista del PCI. Io ho avuto uno scontro
molto violento con Banfi. Facevo l’università e ho
sempre saputo di non essere per nulla una testa
filosofica, caso mai una testa artistica. Andavo alle
sue lezioni e Banfi le faceva nel modo in cui le
ha sempre fatte negli ultimi tempi, quindi passeggiando,
in modo salottiero, in modo molto intelligente,
ma pochissimo marxista; e quindi mi dava
molto fastidio. Era venerato da tutti ma io non
pensavo di doverlo venerare.
È capitato poi che una mia zia, dopo varie
crisi e traversie anche religiose, è diventata medico.
Durante la guerra, molto più di mia madre, si
è impegnata politicamente e ha tenuto rapporti
piuttosto stretti con gli ebrei. Ne ha fatti scappare
ed è stata per questo incarcerata a San Vittore. Poi
ne è uscita e ha continuato la sua vita fino ad ottantacinque
anni.
In quegli anni, data la sua appartenenza a
questi ambienti politici di carcerati, lei era venuta
in contatto con alcuni esponenti sia della Resistenza
sia dei fascisti incarcerati subito dopo il
’45.
Uno di questi fascisti era stato imputato
della uccisione di Curiel. Lei l’ha conosciuto in
carcere. E mi ha detto: - Senti, tu conosci Banfi?
Siccome lui è un pezzo grosso...Tizio non è colpevole
di questo crimine. Sarà fucilato. Se tu vedi
Banfi, prova a dirglielo.
Banfi era molto connesso con Curiel e
quindi per mia zia doveva essere interessato a fare
giustizia. Allora io sono andato da Banfi. Fortunatamente
allora, come anche adesso, non ho
nessun rispetto umano, come si dice. Ho chiesto di
parlargli. Era in biblioteca e gli ho detto questo.
Ha cominciato a gridare in modo tremendo, in un
modo drammatico e teatrale: quello è un porco fascista!
Adesso si mettono a salvare anche i fascisti!
E questo mi ha fatto piangere. Ho pianto per
l’assurdità di questo tipo di reazione di allora (ma
lo penso anche adesso).
Secondo fatto traumatico: io durante la
guerra non ho fatto nulla. Ero sul lago di Como in
una situazione molto privilegiata. Ero abbastanza
giovane. Mi sono fatto esentare dal servizio militare,
mentre mio fratello era in guerra. Facevo solo
il lavoro materiale di traversare il lago con gli
ebrei che dovevano scappare di là. Quindi la guerra
non l’ho vissuta in nessun modo. Non ho fatto
il partigiano. Non ho fatto il basista e così via.
Ma nei giorni della Liberazione io ero presente a
Milano. E - anche questo fu un fatto relativamente
drammatico per una mentalità niente affatto politica
come la mia - ho assistito al farsi dei partigiani:
il giorno prima seduti tranquilli, a bere, a
fumare e a fare l’amore, si sono travestiti da partigiani
e hanno partecipato alla vita politica in
quanto partigiani, che non era vero.
Altro elemento: partecipavano tutti attivamente
al Fronte della Gioventù diretto da Banfi;
ed erano quasi tutti fascisti e si comportavano come
fascisti. Io mi sono iscritto nelle liste degli indipendenti
di sinistra per le prime elezioni
all’Università. Ho avuto il massimo dei voti. Ho
partecipato alle riunioni. Ho fatto qualche proposta.
Passiamo al tema del rapporto cattolicesimocomunismo.
Giudicasti positivamente, se non
sbaglio, l’ipotesi di Rodano di «un’alleanza
storicamente e religiosamente necessaria fra
cattolicesimo e comunismo». Essa rappresentò
di fatto la base teorica del «compromesso storico
». E questo mi pare, allo stesso tempo, il punto
in cui massima è stata la vicinanza tra te e il
comunismo e il punto maggiore di distanza fra
te e la mia generazione, che secondo Rodano
si sarebbe abbandonata agli «estremismi» del
’68» o si sarebbe lasciata attrarre - anche tramite
Fortini o la Masi - dalle chimere del «terzo
mondo». Puoi precisarmi la tua collocazione
rispetto a quelle che una volta si chiamavano
«sinistra storica» e «nuova sinistra»?
Tutto vero. Con alcuni elementi in più, anche questi
di carattere geografico. La mia vicinanza al
partito della sinistra cristiana deriva anche dal fatto
che ho conosciuto e amato Felice Balbo. Felice
Balbo non lo conosce più nessuno. Era un uomo
straordinario, amico di Pavese e Giaime Pintor e
collaboratore della Einaudi. Egli è poi uscito dalla
cerchia degli intellettuali organici al PCI e
all’istituzione einaudiana ed è entrato all’IRI. Poi
si è un po’ stancato ed è rientrato nei ranghi universitari.
Insegnava Filosofia morale all’università
di Roma. È morto giovanissimo.
In quei tempi lui era il filosofo di un
gruppo composto anche da Rodano e Napoleoni.
Questi erano i tre che avrebbero voluto e forse sarebbero
anche riusciti a comporre economia, politica
e filosofia. La testa maggiore era Balbo. Costituivano
una «scuola», termine inventato dallo
stesso Balbo, il cui obiettivo era la formazione di
quadri per un futuro civile.
Quando Balbo è morto, al suo posto hanno
preso me. E quindi c’è stata la «scuola di Roma
», in cui insegnavamo: io filosofia, Rodano politica
e Napoleoni economia. È durata pochissimo
e poi è stata interrotta dal ’68, che ha determinato
prese di posizione piuttosto precise da parte di noi
tre: Rodano di rifiuto radicale, Napoleoni di attenzione
relativa e partecipazione modesta, io di partecipazione
assoluta. Quindi la scuola si è interrotta.
Anche perché, mentre gli altri due avevano
una struttura disciplinare precisa, io non sono riuscito
a immettervi, ma dopo parecchio tempo, negli
ultimi anni Settanta, né Wittgenstein né Freud,
diciamo così, né un’alternativa a questi due. Come
ho detto la partecipazione al marxismo da parte
mia era modestissima e non ero in grado di elaborare
le idee che Balbo aveva già tracciato coi suoi
scritti sul marxismo. Ero l’”aspirante filosofo”
all’interno di questo gruppo. L’esperienza si è interrotta,
però l’ipotesi che Rodano sempre sosteneva
di recuperare il senso religioso del cristianesimo
al marxismo nella convivenza istituzionale
tra il cattolicesimo e il Partito comunista, un po’
l’ho condivisa.
Qui mi pare di cogliere una sorta di contraddizione.
Che legame ci può essere tra la tua rigorosa
critica al magistero cattolico per avere
sempre difeso inesorabilmente la divisione gerarchica
fra ceto sacerdotale e laici e la tua adesione
o simpatia per le posizioni di Rodano e
per il ruolo del PCI, la cui burocrazia, secondo
me, ha seguito proprio quel modello di pratica
del potere della chiesa? La dannosa differenza
tra laicato e chiesa per me c’era anche tra intellettuali-
burocrati del PCI e militanti di base
della classe operaia.
Sì, certo. Probabilmente hai ragione. Non ho nulla
da obbiettare. La mia però tu l’hai giustamente definita
una «simpatia». Questa era molto motivata
dall’ipotesi che dall’iniziativa di Balbo si riuscisse
a fondere Rodano con Napoleoni e lo stesso Balbo,
ossia la politica di Rodano con l’economia di
Napoleoni e la filosofia in largo senso “religiosa”.
Ma essa si è interrotta. Io non l’ho più seguita,
non ero in grado di sviluppare quella prospettiva.
Io ho avuto simpatia, ma questa simpatia l’ho interrotta
al momento in cui Rodano è andato per la
sua strada e Napoleoni è andato per una strada di
economia che io non potevo seguire, anche se ho
mantenuto un grande affetto e una grande stima
per lui.
Il pensiero di Balbo è rimasto interrotto
per la sua morte e anche perché io non me ne sono
più occupato, anche perché - questo è un fatto
contingente - le sue carte sono state tenute segrete
dalla sua vedova. Quasi nessuno poteva leggerle
e solo adesso sono riaffiorate alla luce. Però era
una simpatia. Anzi negli anni successivi è cresciuta
la mia ostilità a questa ipotesi che tu giustamente
rilevi come un’alleanza tra burocrazie.
In effetti, nella tua critica alle scelte del magistero
della chiesa dall’Ottocento ad oggi ho
colto una profonda analogia (non so quanto legittima
e fondata storicamente) con la polemica
contro la burocratizzazione del comunismo ad
opera delle dirigenze di partito. E perciò ritengo
perciò prezioso il tuo libro non solo per i
credenti, ma anche per quanti non si sono pentiti
di aver lottato per il comunismo. Cosa ne
pensi?
Il problema, che poi è stato affrontato da molti,
per me è sempre questo: esiste la predicazione ed
esiste l’istituzione che si costruisce sulla predicazione.
Evidentemente il nesso che si istituisce è
sempre sbagliato. Quando la predicazione diventa
istituzione, diventa partito, diventa chiesa, la predicazione
scompare e prevalgono motivazioni interne
alla struttura. Esse impediscono che la predicazione
rimanga quella che è, rimanga “pura”,
diciamo così.
Questo è un fenomeno che si verifica
sempre. Nell’ambito dei partiti lo vediamo.
Nell’ambito della chiesa non si è visto abbastanza.
Però l’ipotesi del ritorno alle origini, che è stata
spesso affacciata, per contrastarlo è assurda, perché
al momento delle origini trovi la predicazione
e pensi che tutto quello che si è costruito sopra sia
un errore, mentre esiste una necessità; e non può
che esistere una necessità del passaggio dalla predicazione
all’istituzione. Dovrebbe avvenire in un
modo diverso da quello in cui è avvenuto.
In termini politici è il cosiddetto problema del
passaggio dalla spontaneità all’organizzazione.
E quello non è stato risolto mai. È irrisolubile?
Non lo so.
Un nodo grosso. Si ripresenta di fronte ad ogni
movimento, anche adesso coi no global.
Sì, finché i no global passeggiano per Roma, per
Firenze e dicono delle cose giuste, va benissimo.
Al momento in cui dicono facciamo qualcosa di
diverso, è finita. È quel momento lì... È possibile
che non possa essere che così?
Concludo chiedendoti una precisazione. Nel
punto in cui parli della chiesa che riconosce le
colpe di ieri, chiede perdono a non si sa chi e in
fin dei conti si assolve, affermi che essa non ha
solo «caratteri umani» e appartiene «per sua
precisa dichiarazione...a qualcosa d’altro, e che
non è, semplicemente, il campo e il dominio
della fede». Alludi forse alla distanza insuperata
fra senso religioso e senso mondano, politico
del comunismo? Sarebbe come dire che il comunismo
rimane una cosa ancora ”troppo umana”?
La cosa che non si ricorda e che fa parte dei principi
elementari della dottrina cristiana, di cui tutti
fan finta di sapere (parlo del magistero), è la definizione
di chiesa. Cambiano i secoli, ma non è
stata mai riconosciuta una definizione unica. Definendo
una cosa devi dire anche ciò che non è.
Però tra le definizioni correnti, che non sono definitive,
non autenticate da nulla, c’è quella della
chiesa docente e della chiesa discente, c’è quella
della chiesa come società perfetta e quella della
chiesa come popolo di Dio. E poi c’è la chiesa
non visibile, che è l’appartenenza di tutti a un
mondo che è qui sulla terra ma che ha anche la
sua prosecuzione nel cielo. Non c’è nulla di morto
nella chiesa. I morti non esistono, sono risorti.
Quindi c’è una presenza di cose non visibili che
costituisce l’essere della chiesa anche nella visibilità.
Questo fa sì che la sfera della chiesa non è
fissabile entro il traguardo terreno, ma va anche
oltre. E il potere della chiesa deriva dalla disponibilità
di questo oltre sul qui. La sfera politica ha
sempre una prosecuzione non visibile che è di
competenza della chiesa.
L’aldilà ha sempre la meglio sull’al di qua...
Ha la meglio perché lo contiene. Perché contiene
l’al di qua diventato eterno.
Per Bloch l’aldilà deve diventare al di qua,
perché è l’altra faccia (sublimata) di quella che
diciamo “realtà”.
Sì questo come progetto. Ma la chiesa non ha mai
detto che questo è un progetto. Ha detto che è la
sua essenza.
4 gen 2005
Nota di E.A. L’intervista appena letta ha una
lunga gestazione e alcune motivazioni personali
e politiche che è giusto esplicitare.
Non c’è più religione è uscito da Garzanti
nel 2003 e il filo conduttore del colloquio
con Ranchetti parte da una mia istintiva reazione
alla lettura del libro. Potrei riassumerla
così: bisognerebbe scrivere, a completamento,
un Non c’è più comunismo altrettanto rigoroso
e appassionato. Ovviamente un libro del genere
oggi per me non c’è. Oltre il Novecento di Revelli
si limita - credo - a esorcizzare la parte
sanguinolenta di quel fantasma storico e Impero
o Moltitudine di Hardt e Negri anticipano fin
troppo, teleologicamente, un miraggio gioioso e
moltitudinario di neocomunismo, sottovalutando
la morsa presente di guerre, precariati permanenti,
tsunami e altri disastri umani e ambientali.
Ho voluto perciò confrontarmi a fondo
con questo libro e poi porre direttamente al suo
autore delle domande legate ad esperienze che
credo siano state comuni alla generazione cresciuta
nell’immediato dopoguerra.
Sono, infatti, uno dei tanti - suppongo -
che, segnato nella sua infanzia e prima adolescenza
dal cattolicesimo (certo con differenze di
età, di ceto e di formazione rilevanti rispetto a
Ranchetti, ma non tali da impedirmi di cogliere
la sostanziale continuità dell’ideologia e della
pratica dell’Azione Cattolica dei suoi tempi con
quelle a me riproposte tra anni Quaranta e
Cinquanta, in parrocchia, a Salerno), se ne è
poi staccato; e ha preso parte a esperienze di
vita e di lotta sociale e politica non solo in contrasto
con l’insegnamento cattolico, ma decisamente
spostate in partibus infidelium e nutrite
di idee illuministe e marxiane, circolate ampiamente
da noi attorno al ’68 e per buona parte
degli anni Settanta e tendenti ad oltrepassare
il terreno religioso o a “materializzarlo” in senso
più o meno blochiano.
La lettura di questo e di altri libri di
Ranchetti mi ha dato, a distanza di tanti anni,
la percezione dell’esistenza di una possibilità
nella mia giovinezza del tutto insospettata:
quella di una critica radicale al cattolicesimo
restando cristiani. Nel mio ambiente e in quel
periodo, infatti, ogni ipotesi “protestante” o di
dissidenza fu per me inesistente. Adesso la ritrovo
nell’esperienza di Ranchetti, che ha fatto
diventare la sua insofferenza per l’istituzione
cattolica rigorosa critica intellettuale. In me invece
ha portato a una rottura soprattutto fisica
con quel mondo e a deviare o a trasformare
quel «senso religioso della vita» in direzioni
non so se più “estremiste” delle sue ma comunque
non coincidenti.
Questo mi permette di guardare oggi il
suo percorso e il mio con uno sguardo che direi
strabico. Da qui la mia tendenza ad incalzarlo
su aspetti che a me paiono “limiti” o sono forse
solo problemi che sento con più forza; e
l’insistenza di alcune domande, che - come mi
ha fatto notare Ranchetti stesso - non corrispondono
alle sue domande e forse non trovano
del tutto risposta da parte sua.
L’ipotesi, ad esempio, della relazione
fra crisi del comunismo e crisi del cristianesimo
non so quanto sia interessante dal punto di vista
della sua vasta e lunga ricerca o alla luce
dell’interrogativo di Illich che oggi l’assilla.
Non so neppure quanto possa suscitare interesse
in altri. Tuttavia mi è piaciuto sondare il suo
pensiero su questioni “mie” o fino a tempi recenti
anche “nostre”, e cioè di una certa area
culturale e politica di “sinistra”, che ha parlato
o in qualche sua residua componente ancora
parla di comunismo.
Nella fase di preparazione
dell’intervista mi sono chiesto anche se non sia
un paradosso pretendere che un libro lucido e
spietato su «istituzione e verità nel cattolicesimo
italiano del Novecento», argomenti che
parrebbero rivolti esclusivamente a cattolici o a
credenti nell’aldilà, interessi “a sinistra”.
Eppure, al di là delle intenzioni o opinioni
di Ranchetti e contro altre obiezioni che
ho messo in preventivo, credo che valga la pena
tentare di riportare l’attenzione almeno di una
certa intelligenza “di sinistra” su questo libro,
sollecitando prese di posizione. Affaccio a sostegno
alcune mie convinzioni:
1) il tentativo di Ranchetti di «ripristinare
un’interrogazione religiosa nel senso più
ampio del termine», offrendo alla discussione
una serie di tesi fin dal primo numero de
L’ospite ingrato del 1998, mi pare andare incontro
a quelli compiuti per tutto il Novecento
da minoranze comuniste e socialiste dissidenti
dai partiti, che hanno anch’esse cercato di ripristinare
un’interrogazione - politica certo -
nel senso più ampio del termine;
2) il libro, pur restando dentro la dimensione
religiosa cristiana, contesta coraggiosamente
e con solidissime argomentazioni teologiche
estoriche l’autorità della chiesa cattolica,
la cui secolare struttura gerarchica è matrice
della pur laica «forma partito»; e la separazione
fra sacerdozio e laicato, su cui Ranchetti
tanto insiste, è il modello profondo di ogni separazione
fra Stato e società civile, fra intellettuali
e classe, fra politici (e rivoluzionari) di
professione e movimenti;
3) se non è peregrina l’analogia tra cristianesimo
e comunismo (e poi tra tentativi di
riforma religiosa e tentativi “antirevisionisti”
di Marx), va considerato anche il parallelismo
tra crisi del cristianesimo, divenuto
nell’Ottocento come Ranchetti documenta istituzione
“totalitaria”, e crisi del comunismo,
tradottosi nel Novecento prima in stalinismo e
poi imploso;
4) per contrastare lo sfacelo teorico e
ideologico nell’ultimo trentennio che ha colpito
tutte le aree della sinistra (“storica” o “nuova”
si diceva una volta) può essere utile affrontare
la centralità indiscussa del modello-chiesa, così
accanitamente e lucidamente al centro degli
studi di Ranchetti, specie in questo momento in
cui gran parte della sinistra - come ha ricordato
Massimo Cappitti in una delle pochissime
recensioni che Non c’è più religione abbia ricevuto
(in L’ospite ingrato 2 2003) - sembra allinearsi
ossequiosamente alla chiesa, fino ritenerla
l’«unica istanza etica universale capace di
parlare autorevolmente al mondo “globalizzato”
»;
5) chi viene dalla storia della sinistra
comunista più radicale si potrebbe però chiedere
se abbia senso partire dalla critica della
chiesa fatta da Ranchetti invece che dalle tante
critiche anarchiche fatte fin dall’inizio del movimento
operaio alla forma-partito (da Bakunin
a Rosa Luxemburg alla rivoluzione culturale
cinese). Mi sono risposto: a queste critiche,
sovente troppo fiduciosamente illuministiche, è
sfuggito quasi sempre la presa dell’aspetto sacrale
del potere sull’immaginario sociale. Ed è
stata, invece, proprio la chiesa - come fa notare
Ranchetti nella coda dell’intervista - che per
lunghi secoli, sottraendo il suo e l’altrui potere
ad ogni interrogazione o intromissione dei suoi
laici e dei cosiddetti “eretici”, ha monopolizzato
le risposte a dubbi fondamentali
dell’esistenza nostra, riverberando sugli altri
poteri con cui mano mano si è alleata - dagli
imperatori ai fascismi - l’aura della sua sacralità;
6) se forse c’interrogassimo seriamente
sul perché la “chiesa comunista” sia crollata e
quella cattolica invece mantenga una sua presenza
pervasiva (sia pur pervertita), sa perdonarsi
e assolversi dei propri “errori” o esibire
in modi spettacolari fascinosi le dichiarazioni e
le imprese dei suoi capi carismatici e può presentarsi
oggi come «l’unico soggetto monopolista
della storia e della verità» (Cappitti), dovremmo
rispondere che l’amministrazione oculata
del suo Sacro le ha permesso di avere rapporti
privilegiati di connivenza e di adattamento
con altri gestori di un sacro degradato (fascismo
e nazismo); e oggi anche col Capitale finanziario
trionfante, dalla chiesa criticato per
i suoi “eccessi materialistici”, ma mai disconosciuto
e tanto meno scomunicato, come capitò
al comunismo da parte di Pio XII. Mentre il
comunismo staliniano non seppe andare oltre
un certo rozzo culto della personalità.
Aggiungo infine almeno altre tre domande
che la lettura di Non c’è più religione mi
ha suscitato:
1) perché è stata possibile una connivenza
quasi logica, come dimostra Ranchetti,
fra Chiesa cattolica e fascismo o, altrimenti, è
stata sempre più facile l’«alleanza tra trono ed
altare» e così ardua quella fra cristianesimo e
comunismo?
2) la critica al cattolicesimo di Ranchetti
verrebbe rafforzata o indebolita da quella
al Capitale, il grande innominato del suo libro?
(Marx, se non sbaglio, è citato una sola
volta, a pag. 79, parlando del tentativo di interpretazione
fatto da parte dei cattolici di sinistra
e nell’intervista Ranchetti chiarisce bene
anche alcune ragioni biografiche dell’assenza
nella sua riflessione di questo autore);
3) da chi e come si potrà spezzare questo monopolio
totalitario della Chiesa, se tutta la
memoria del tentativo del comunismo novecentesco
è diventata oggi tabù? (Ricordo en passant
che Giovanni Paolo II, oltre che «incarnazione
di un “primato che non riconosce errore”
» è stato presentato anche come il “vincitore
del comunismo”, e cioè di un’esperienza storica
nella quale si era affacciata l’ipotesi che forse
un senso religioso alla vita poteva anche non
essere più necessario).